Eccoci qui, nel mezzo di un’afosa estate, a recensire il nuovo capitolo estivo dei Marvel Studios, l’ultimo prima dell’atteso film-evento Avengers: Doomsday previsto per dicembre. Si parla di Spider-Man: Brand New Day, quarto capitolo made in Marvel con Tom Holland nella tuta rossoblù dell’eroe arrampicamuri, che finalmente torna coi piedi per terra dopo il caotico capitolo multiversale No Way Home (2021!). Come tutti i film di Spider-Man si tratta di una coproduzione Marvel-Sony, al cinema dal 27 luglio in Italia e già campione di incassi negli Stati Uniti (il marketing del progetto meriterebbe un’analisi a parte).
Trama: dopo l’incantesimo che l’ha cancellato dalla memoria di tutti i suoi affetti in No Way Home, Peter Parker conduce un’esistenza isolata e solitaria, seguendo solo a distanza le vite dell’amico Ned (Jacob Batalon) e della ex MJ (Zendaya). Di tutta risposta, gli affari di Spider-Man hanno preso il sopravvento rendendolo eroe a tempo pieno, finché una nuova minaccia oscura non innesca in lui una trasformazione che lo obbliga a ritrovare equilibrio dentro di sé. Forse possono aiutarlo i tantissimi comprimari che lo circondano in questa nuova avventura.
Tessere i fili di una ragnatela
Una cosa che il film fa bene, e dal marketing non si sarebbe detto, è tenere insieme almeno tre fili di trama apparentemente scoordinati che trovano un modo fluido di intrecciarsi tra loro. Da una parte la missione vera e propria del film, che consiste nel fronteggiare un nuovo nemico in grado di controllare altri individui in maniera molto pericolosa; poi ci sono le difficoltà di Peter nel gestire il mostro che sembra crescergli dentro, e infine la trama “romantica” di recupero della memoria di Zendaya (ops, MJ) e (il francamente irritante) Ned. Le prime due linee narrative in particolare si integrano bene, con la soluzione al problema di Peter che diventa anche la soluzione al problema provocato dal villain (anche se questo espediente tende a scoprire un po’ la formula dietro il film). La terza linea, che sembrava puro fan service strumentale al marketing, in effetti tale si rivela: un fare e disfare infinito che parte dal film precedente ma sicuramente porta più gente in sala e viene fortunatamente tenuta a debita distanza dal cuore reale del film.
Brand New Day segna un nuovo giorno per lo Spider-Man dell’Universo Marvel, incorporando nella sua ragnatela numerosi filamenti provenienti sia dai precedenti capitoli MCU sia dagli Spider-Man venuti prima. Dalla trilogia di Sam Raimi riprende la ragnatela organica, la crisi di coscienza e una forma più oscura dell’eroe, derivante a sua volta dalla versione mai realizzata di James Cameron che dipingeva Spider-Man come un freak solitario e repellente nella mutazione adolescenziale in uomo-ragno; di Andrew Garfield usa le gag visive alla Buster Keaton. Un richiamo velato agli accordi di Sokovia, così come la presenza del Damage Control e di numerose guest star che sovraffollano la storia, integra infine Brand New Day nell’Universo Marvel.
Friendly Neighborhood Spider-Man
Per essere un Peter Parker solitario, questo Spider-Man è circondato da fin troppi personaggi provenienti dagli altri prodotti Marvel. Forse chi ne esce con la dinamica migliore è il Punisher di Jon Bernthal, la cui consistente importanza nella trama sancisce definitivamente la saga di Spider-Man come luogo privilegiato per canonizzare al cinema i personaggi delle serie Netflix (il capitolo precedente segnava il debutto MCU di Daredevil). Ne esce piuttosto bene anche Hulk, pur rivelando una certa confusione nell’utilizzo del suo personaggio ai piani alti, mentre sono meno fortunati altri personaggi che richiamano il passato e il futuro del MCU, tra cui il cattivo Scorpion già apparso in Homecoming. Il loro essere strumentali alle narrazioni che seguiranno (Doomsday o altro) determinano un terzo atto già visto prevedibile, con il solito villain che non è veramente cattivo ma ha soltanto passato una brutta giornata.
Un vincitore del film è il regista Destin Daniel Cretton, qui al suo terzo progetto Marvel dopo Shang-Chi e la sfortunata serie Wonder Man, che riesce a inserire nel lavoro commissionato un’azione reale e dinamica, anche se spesso penalizzata da effetti digitali troppo evidenti. Si apprezza però il tentativo riuscitissimo di riportare questo Spider-Man alla sua dimensione newyorkese assente dai capitoli precedenti. La Grande Mela qui è una città vera, pulsante, viva sopratutto nelle sequenze tra i grattacieli che ricordano le migliori volate di Tobey Maguire. L’unica volta nella storia in cui un grande studio ha fatto bene ad assecondare le richieste dei fan, assegnando finalmente anche a Tom Holland uno Spider-Man street level e incredibilmente fedele ai fumetti in alcune trovate visive e nel recupero di alcuni villain storici che però potevano essere usati meglio.
Appeso a un filo
Insomma, questo Brand New Day vive penzolando da un grattacielo all’altro, dalla legacy dell’eroe newyorkese per eccellenza al futuro dell’Universo Marvel, dall’oscurità di Maguire alle gag di Garfield, dal solitudine di Peter Parker al sovraffollato lavoro di Spider-Man, da momenti più riusciti ad altri meno efficaci, da un paternalismo un po’ invadente già negli ultimi titoli Marvel a scene genuinamente emozionanti e credibili. A tessere e controllare il filo in fondo è Tom Holland, che forse ha trovato la strada più coerente per il suo Spider-Man e nei cui panni è più a suo agio del Telemaco dell’Odissea di Nolan, involontario competitor al botteghino estivo 2026. Tom Holland, che finalmente ha capito di poter essere sia Spider-Man che Peter Parker, indossando la maschera solo quando serve veramente. In attesa del Doomsday.
Manca poco all’uscita di Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan e uno dei titoli più attesi dell’anno. Dopo l’Oscar per l’epica a stelle e strisce Oppenheimer, Nolan “torna” al racconto ancestrale per eccellenza, all’origine della cultura occidentale.
È risaputo che prima di affidargli la trilogia del Cavaliere Oscuro, Warner Bros avesse considerato Nolan per la regia di Troy. Perciò Omero è un ritorno (come quello di Ulisse) a topoi che in realtà il regista ha sempre frequentato per tutta la sua carriera: il ritorno, il rapporto tra padri e figli, il viaggio, la mitologia intesa come esaltazione delle icone dei tempi, la missione dell’eroe, la fatalità dei ruoli femminili, il racconto che procede in modo non cronologico. Non da meno, inciderà il suo universo visivo e narrativo, con un’estetica moderna, spogliata e “metallica”, montaggio narrativo complesso e spettacolari scene d’azione.
Come verranno espresse queste istanze nel film? In che modo verrà distribuita la materia narrativa ed epica già insita nel racconto originale? Si incrociano due universi: la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata, e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Proviamo a interrogarci su qualche aspetto, in particolare sulla possibile struttura temporale della narrazione e sull’adattamento culturale operato da Nolan, per capire cosa dobbiamo aspettarci da Odissea.
La promessa: tempo come struttura
L’Odissea di Omero, composta come collezione di canti orali nell’VIII secolo a.C., è stata codificata in 12 libri. Dal I al IV si svolge la Telemachia, ovvero il viaggio di Telemaco, il figlio di Ulisse che era appena bambino quando il padre partì per la guerra; ora ha circa 20 anni e la reggia di Itaca è tormentata dai Proci, che vorrebbero che Penelope scegliesse uno di loro come nuovo marito; Telemaco parte per cercare informazioni del padre e Menelao gli rivela che si trova sull’isola di Calipso. Dal V all’VIII libro Ulisse riesce a partire da Ogigia, l’isola di Calipso, e viene accolto nella terra dei Feaci. Durante un banchetto un cantore narra della caduta di Troia, e per le sue lacrime Ulisse viene riconosciuto e invitato a raccontare la propria storia. Dal IX al XII libro c’è una grande analessi-flashback in cui Ulisse narra le sue peregrinazioni dopo Troia: lotofagi, il ciclope Polifemo, il dio del vento Eolo, Lestrigoni cannibali, Circe, Aldilà, Sirene, Scilla e Cariddi, la mandria del sole e infine Calipso. Dal XII al XXIV libro si racconta il rientro di Ulisse a Itaca, non riconosciuto, che viene aiutato dal porcaio Eumeo, vari incontri e agnizioni, e infine la strage dei Proci e il ricongiungimento con Penelope.
Si potrebbe quasi dire che Omero sia l’inventore del montaggio narrativo complesso di cui Nolan si è reso maestro nella modernità, e comunque sarà affascinante vederlo alle prese con una storia già di per sé tanto strutturalmente ricca. È ovvio che la materia narrativa sarà abbondante, tanto da riempire facilmente le circa tre ore di durata del film. Ma come si incroceranno le vicende? Dalle interviste promozionali pare che il regista abbia ritenuto di narrare l’Odissea come una storia familiare incentrata sulle tre linee narrative di Ulisse, Penelope e Telemaco, coerentemente con il poema che dedica a ciascuno uno spazio specifico. E anche la semplice trattazione lineare degli eventi dell’originale consentirebbe uno svolgimento “alla Nolan”.
L’adattamento indugerà particolarmente sulle scene spettacolari della caduta di Troia, che tecnicamente non sono parte del racconto, e su altri grandi sequenze: la caverna di Polifemo, le tempeste, il canto delle Sirene, ecc.. È anche possibile che il film insisterà maggiormente sul viaggio sacrificando in parte la tensione e la solennità riservate all’epilogo su Itaca, scene che tuttavia potrebbero benissimo reggere un’ampia narrazione (come visto in Itaca: il ritorno di Uberto Pasolini con Ralph Fiennes). Nei trailer si è vista anche l’alternanza tra Argo cucciolo e anziano, il cane di Ulisse che spira appena dopo aver riconosciuto il ritorno a casa del padrone (XVII libro): questo dettaglio implica la possibilità che nel film saranno presenti anche scene precedenti alla partenza per Troia, oppure in qualsiasi caso un uso disinvolto di flashback anche in altri momenti del film.
La svolta: tempo come cultura
Ogni trailer di Odissea è stato accompagnato da una polemica diversa sulle criticità nell’adattamento, chissà all’uscita del film cosa accadrà. A parte le questioni di fedeltà storiografica riguardanti elementi scenografici e di abbigliamento, sono state contestate diverse scelte di casting, in primis quella di Lupita Nyong’o come Elena di Troia, la donna più bella del mondo antico. E poi il rapper Travis Scott nei panni di un aedo, l’antico cantore che farà da ponte fra la tradizione della poesia orale dell’antica Grecia e il moderno hip hop. Si è chiacchierato anche della problematicità di Elliot Page nei panni di Achille, l’invincibile guerriero di Troia reso noto con le sembianze di Brad Pitt in Troy. Benché sia stato poi accertato che Page interpreterà il prigioniero greco Sinone, sarebbe stato ironicamente più interessante vederlo nei panni di Achille, che è una figura assai più sfumata della percezione binaria moderna: secondo il mito, infatti, prima di recarsi a Troia, Achille venne mandato dalla propria madre alla corte di Sciro travestito da donna per sfuggire al reclutamento e alla morte ineluttabile. Questo antefatto sfuggirebbe sicuramente dagli episodi dell’Odissea, ma il casting di Elliot Page sarebbe stato, nel caso, perfettamente calzante.
Qualunque considerazione si voglia fare sul casting (e poi Tom Holland è la scelta più adeguata per Telemaco? E Matt Damon per Ulisse?), ormai a Hollywood sovente si scelgono i nomi di richiamo a prescindere dall’appartenenza al possibile typecast dei ruoli, e infatti il discorso si potrebbe estendere anche ad altre produzioni (vedi i Beatles di Sam Mendes). Più che l’aspetto, verrebbe da interrogarsi sui contenuti: quando Telemaco nel trailer dice “My dad is coming home” può stonare, ma può avere un senso. Ulisse per Telemaco dovrebbe essere chiamato, in versione più filologica, come “Father” / “Padre”, un ruolo sociale e istituzionale: “Dad” / “Papà” invece veicola una relazione affettiva, che probabilmente è uno scopo non involontario dell’adattamento di Nolan. Sembra che l’autore si sia basato su una traduzione dall’Odissea di Omero pubblicata nel 2017 da Emily Wilson, la prima donna della storia ad aver tradotto il poema in inglese. Questa versione enfatizza la dimensione psicologica dei personaggi, in particolare illuminando alcune mentalità femminili altrimenti solitamente lasciate funzionali sullo sfondo (Penelope, Elena di Troia, Circe, le Sirene). È una scelta discutibile? D’altra parte, il pubblico non sarebbe disorientato ad osservare un adattamento documentaristico e più vicino alla sensazione libresca dell’opera?
È pur vero che, al di là della fedeltà storiografica, ci sono elementi culturali confusi. La nave di Ulisse e i suoi sembra una Drakkar vichinga (e lo è, in effetti: si tratta della Draken Harald Hårfagre, una vera nave vichinga moderna affittata per le riprese). Polifemo ha un aspetto da Gollum, glabro e mefistofelico, mento piccolo e fronte bassa, come una creatura cinematografica fantasy, molto distante dall’apparenza barbuta e abbruttita tipica delle rappresentazioni di Polifemo e della barbarie tipica invece dell’iconografia greca (basandosi sulle fonti contemporanee ai Greci, ossia, essenzialmente, i vasi dipinti). Il mostro, la nave e anche i colori della pelle, alla fine, non sono un problema tanto di fedeltà storiografica, ma semmai di de-culturalizzazione della cultura greca, che si diluisce in una generica rappresentazione di passato hollywoodiano, senza particolare riverenza a nessuno, nemmeno al contesto del poema che fa da base del racconto.
Nonostante la potenziale aspettativa che Odissea di Christopher Nolan fosse una sorta di adattamento definitivo, totale e perfetto dell’Odissea di Omero per i tempi moderni, in realtà, invece, (come per quasi tutti i film che trattano materia storica, più o meno verosimile che sia) sarà semplicemente una rappresentazione dell’Odissea, una delle tante possibili. È offerta a questi tempi di generale ricerca di uguaglianza in cui le differenze culturali vengono piallate sull’altare della parità, e ne sono risvolti la spettacolarizzazione e l’appiattimento della profondità. In ciò, evidentemente, sarà comunque un adattamento perfetto dell’Odissea per il momento esatto in cui sarà uscita.
Il prestigio: tempo come Nolan
Curiosamente, benché l’Odissea omerica sia uno dei raconti fondativi dell’occidente, l’Odissea di Nolan è stata chiacchierata molto per le caratteristiche tecniche dell’IMAX e per le pruriginosità culturali. Sembra che il contenuto sia meno importante del contenitore, almeno nella narrazione preventiva dell’opera. Forse dipende anche, appunto, dalla difficoltà ad immaginare l’incontro fra la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Potrebbero offrire alcuni spunti di previsione plausibile le ultime opere del regista del Cavaliere Oscuro.
Comunemente le trame dei film applicano una fabula, ovvero un ordine cronologico degli eventi, ad un intreccio, ossia il racconto specifico dell’opera secondo la struttura cronologica scelta. Christopher Nolan è maestro nella manipolazione di intreccio e fabula, fino all’esperimento estremo di Tenet di raddrizzare l’intreccio al servizio della fabula e della sua inversione. Odissea potrebbe cercare di far convergere le tre linee narrative e temporali di Ulisse, Penelope e Telemaco con un sontuoso montaggio alternato che raggiunge per tutti e tre la medesima destinazione. La struttura in tre atti è già tipica di Nolan, si veda in The Prestige (promessa, svolta e prestigio) e nella trilogia di Batman. E ciascuno dei personaggi verrebbe a rappresentare un moto specifico dell’agire umano: Penelope è la tenuta, Telemaco la scoperta, e Ulisse il compimento della missione, incastrandosi come quando Murph e Cooper scoprono di esistere nello stesso istante in Interstellar.
Suona macchinoso? Eppure Christopher Nolan è un regista della tecnica e dell’ingranaggio, parla sempre di scienza e di un incastro che si aggancia e si sgancia. Cosa succede alla tecnica nell’era della pre-tecnica, arena dell’Odissea? Quale motore o ingranaggio, concreto o metaforico, viene attivato (o disattivato) per aprire le porte di Troia e per acciecare il ciclope? Come tenderà Ulisse l’arco per annientare i Proci? In Oppenheimer lo scopo principale del protagonista è costruire la bomba atomica, tuttavia tale processo è il cuore ma non il fine ultimo del film: come si applicherà la stessa formula in Odissea? Qual è lo scopo principale del personaggio Ulisse? Probabilmente il ritorno a Itaca, fatto che nel poema originale avviene nel XIII di 24 libri, a metà: così l’atto di rientrare in patria è il cuore ma non il fine ultimo del film, esattamente come in Oppenheimer, dove si raccontano le conseguenze della missione dell’eroe.
Il poema omerico è diviso simmetricamente in due: metà viaggio, metà casa per il compimento dell’opera. L’intenzione spettacolare, inevitabilmente, prediligerà le scene d’azione monumentali della prima metà: l’assalto di Troia, l’inganno del cavallo di legno, le grandi scene di navigazione per l’oceano, le lotte con i giganti, la caverna di Polifemo, il canto obnubilante delle Sirene, l’attacco di Scilla e Cariddi. Gran parte di queste sequenze, in verità, si svolge perlopiù in silenzio, siccome Ulisse e i suoi devono tacere per contrastare la minaccia, o sono scene d’azione nel quale non c’è spazio per dialoghi. Più che la parola, in quelle scene ci sarà rumore. Mare e rumore, pochi dialoghi, ricordano Dunkirk: un film blindato, rigoroso nell’impostazione cronologica; allo stesso tempo intriso di umanità ma asciutto di qualsiasi contatto di umanità; immersivo ed esperienziale, tanto più con l’IMAX, poco narrativo. Che Odissea segua quello stesso binario, di un viaggio dentro la pancia del cavallo, tra i flutti del mare, esasperantemente coinvolgente, ma altrettanto silenzioso, asciutto, strumentale, tecnico?
L’attesa della risposta a tutti questi interrogativi è di per sé materia di speculazione infinita. I primi commenti parlano di un film sontuoso con una grande regia, scene d’azione indimenticabili, interpretazioni eccezionali, ecc. Resta il dubbio di come tutto questo sarà presentato: in che ordine, con quali valori, secondo quale indirizzo. E non da meno, che forma avranno l’inizio e la fine della storia, spesso formulaici e intrecciati nelle narrazioni di Christopher Nolan. L’incontro tra l’opera millenaria e l’autore contemporaneo sembra così naturale, a compimento di una carriera di ricerca nei temi del ritorno, della missione-ossessione e della predestinazione. Si potrà essere più o meno soddisfatti delle scelte di adattamento, ma è difficile immaginare un’ambizione alternativa a quella di Nolan per cimentarsi in una storia tanto grossa e tanto capitale, quasi come se fosse il regista stesso a sovrapporsi al protagonista della sua opera.
Per poter funzionare, un film deve avere un tema centrale, semplice e universale, che si esprima in ogni singola parte del prodotto finito. Dopo diversi anni e una serie di film fuori fuoco, forse il 2025 ha finalmente portato ai Marvel Studios quella necessaria ventata di aria fresca che ha consentito, con Thunderbolts* e col recentissimo reboot dei Fantastici 4, di ritrovare un cuore pulsante per le loro narrazioni.
Attaccato a un trailer di Avatar 3 così come l’ultimo Jurassic World era accompagnato da un promo dell’Odissea di Nolan (ormai niente si vende da solo), è uscito il 23 luglio 2025 al cinema I Fantastici Quattro – Gli inizi di Matt Shakman, 37º film del Marvel Cinematic Universe e primo dedicato al team all’interno di questo universo narrativo (dopo gli evitabili capolini di Mr. Fantastic di John Krasinsky in Doctor Strange 2 e della Torcia Umana di Chris Evans in Deadpool & Wolverine).
Primi passi
In un mondo retro-futuristico ispirato agli anni ‘60, quattro anni dopo la missione spaziale che ha dato loro i superpoteri, il team/famiglia formato da Reed Richards/Mister Fantastic (Pedro Pascal), Sue Storm/Donna Invisibile (Vanessa Kirby), Johnny Storm/Torcia Umana (Joseph Quinn) e Ben Grimm/La Cosa (Ebon Moss-Bachrach) deve affrontare la sfida più ardua di sempre, ossia la fame di mondi del dio spaziale Galactus (Ralph Ineson) e il suo enigmatico araldo Silver Surfer (Julia Garner). I “primi passi” che i Fantastici 4 hanno già compiuto all’inizio delle loro carriere saranno in bilico: non solo gli inizi di un team di supereroi alle prese con una minaccia intergalattica, ma anche quelli di una famiglia in attesa di un nuovo membro, figlio di Reed e Sue.
Qui abbiamo il primo punto di forza del nuovo film di Matt Shakman, già autore di WandaVision, ossia la capacità di creare un ponte tra la macro-missione del team e la micro-missione della famiglia (e di ogni famiglia, potremmo dire). Dopo WandaVision, già uno dei migliori prodotti post-Endgame, I Fantastici Quattro – Gli inizi mostra la capacità del regista di trattare tematiche ricorrenti con sapienza, benché questa trama sia molto più ordinata, sfiorando il proverbiale ma scongiurabile “compito ben fatto”. È una storia semplice, aderente al tipico schema del cinecomic (una serie di prove dalla portata sempre maggiore, che falliscono costantemente fino allo scioglimento positivo finale), fatto abbastanza incredibile considerato che il film conta quattro sceneggiatori diversi (numero piuttosto alto, ma forse non per gli standard Marvel), che però si rivelano davvero fantastici. Per una volta dopo tanto tempo c’è cuore, e il tema è ben sviluppato senza mettere sul fuoco più carne di quella che i cuochi sappiano gestire.
È tempo di costruzione
Altro punto di forza è il cast principale, selezionato con cura nonostante soffra del trend recente di scegliere nomi di richiamo a prescindere dai ruoli da assegnare. Ogni personaggio è ben costruito sull’interprete, e una volta tanto non ha il sapore di qualcosa di già visto: nonostante sia la terza versione dei Fantastici 4 in vent’anni, non capita mai che il Reed Richards di Pedro Pascal sembri troppo simile a quello di Miles Teller (2015) o la Sue Storm di Vanessa Kirby somigli troppo a quella di Jessica Alba (2005), eccetera. Ma i personaggi sono originali in generale, non solo se paragonati alle versioni precedenti: il leader/genio conosce l’inquietudine della corona che porta, l’unica donna del gruppo non necessita che le ricordino di essere l’unica donna del gruppo (per di più incinta), il giovane non è irrequieto solo in quanto giovane e il “mostro” non deve per forza soffrire la propria condizione, anzi può scoprirne i tratti più inaspettati.
Come altri cinecomic recenti (lo Spider-Man di Tom Holland, The Batman di Matt Reeves, Superman di James Gunn), anche I Fantastici Quattro – Gli inizi sceglie di non raccontare nuovamente l’origin story del gruppo, affidandola ad un efficace montaggio simil-televisivo iniziale, dando per scontato che ormai il pubblico l’abbia più o meno assimilata. L’assunto funziona (sicuramente più di Superman) e rende il tutto più fluido, anche se bisogna riconoscere il peso della legacy dei precedenti film sui Fantastici 4. In altre parole, anche un reboot indipendente all’interno di un universo cinematografico ben definito ormai non può prescindere da quel che c’è stato prima, anche se narrativamente non ha niente in comune. Sicuramente non può ignorare ciò che verrà dopo: nonostante la globale leggerezza di I Fantastici Quattro – Gli inizi, si avverte il peso dell’essere uno degli ultimi tasselli pre-Doomsday, fatto rimarcato anche in una delle due ormai imprescindibili scene post-credits.
Excelsior
«I learnt so much from Sue Storm about being a first time mother in the film. Very grateful and surreal to be on this journey with her» – Vanessa Kirby
Queste sono state le parole di Vanessa Kirby quando ha annunciato al mondo la propria gravidanza durante gli eventi promozionali del film, nel quale il suo personaggio diventa madre. Tuttavia, tale citazione può assumere un carattere molto più universale, dicendoci qualcosa di generale sul mito dei cinecomic: i supereroi non sono soltanto gente in calzamaglia che salva il mondo, ma sono diventati l’elaborazione hollywoodiana del presente e delle sfide che affrontiamo quotidianamente. Per Sue Storm/Vanessa Kirby è diventare madre, per tutti noi è essere una grande famiglia che affronta unita le difficoltà più grandi (come ricorda proprio la Donna Invisibile in un’importante scena del film). Questo devono essere i cinecomic: trovare la realtà attraverso la finzione. La stessa Marvel si mette a nudo nel film, mostrando degli eroi amati da tutti cui il pubblico volta le spalle alla prima difficoltà (uno/due film traballanti e nessuno ti vuole più), ma alla fine è restando uniti, questo dice Sue, che si superano le difficoltà.
Mettendosi a nudo, uscendo in piazza con la loro nuova creatura come fa Vanessa Kirby a metà del film, i Marvel Studios consegnano il miglior film mai fatto sui Fantastici 4. Il compito non era difficile visti i precedenti, ma si cominciava a temere che esistesse una maledizione. E invece la famiglia si rivela vincente, accompagnata da leggerezza, fiducia e tenerezza in un mondo alternativo originale e finalmente accattivante, una dettagliatissima New York retro-futuristica che non è chiaro come si inserirà nei piani futuri dei Marvel Studios, ma della quale già oggi vorremmo vedere altri sequel. Finché al centro ci sarà il cuore, i Fantastici 4 voleranno sempre più in alto: Excelsior!
“Stop! He’s already dead!” Mai come in questo caso I Simpsons sembrano aver racchiuso, in una semplice battuta, la tremenda e confusa situazione del SSU (Sony Spiderman Universe), ovvero il maldestro tentativo di casa Sony di creare, sull’onda – dell’allora – estremamente di successo MCU, un proprio universo condiviso composto da pellicole costruite attorno alla figura di Spiderman. La prima problematica – che può facilmente essere identificata anche come la più grande – è stata innanzitutto la mancanza di Spiderman stesso, imbrigliato dopo l’insuccesso dei due The Amazing Spiderman diretti da Marc Webb (2012, 2014) ad una collaborazione con i Marvel Studios per una partecipazione del personaggio, ora interpretato da Tom Holland, ad un pacchetto di pellicole appartenenti all’MCU. La soluzione sembra quindi arrivare dal “fare di necessità virtù”, prendendo una pellicola con protagonista Venom in gestazione da anni – e di (apparentemente) grande interesse per i CEO di Sony – rendendola apripista del loro universo: con un incasso di otto volte il budget,sembrava che avessero fatto la scelta giusta (tralasciando però le forti critiche che piovvero sulla pellicola diretta da Ruben Fleischer da parte della critica specializzata, che bocciò aspramente il film).
Così l’apparente soluzione costruì il secondo grande problema del SSU: non potendo avere Spiderman, decisero di puntare tutto sui villain che poi, un giorno lontano, si sarebbero riuniti per affrontare finalmente l’arrampicamuri. Un’impresa già di per sé complicata divenne in breve tempo l’esempio lamapante di “tenere il piede in due scarpe”, perché da un lato si cerca di conquistare i fan con le promesse di vedere sullo schermo i loro villain preferiti (ad esclusione di El Muerto, che difficilmente rientra in questa cerchia) mentre dall’altro si vuole attirare la fetta più grande di pubblico e, in quel preciso momento storico, il modello per eccellenza era soltanto uno: Deadpool. Arrivano così una serie di personaggi – di cui Venom già fa parte – completamente riscritti, lontani (chi più chi meno) dalla loro controparte cartacea per diventare degli “anti-eroi”, chiassosi, irruenti e dalla battuta facile ma capaci, nel momento del bisogno, di non porsi delle regole per raggiungere il proprio obiettivo. Insomma, i classici “cattivi ma non troppo”.
A poco serve quindi soffermarsi sui chiassosissimi flop delle successive pellicole, sia i due sequel di Venom sia i tentativi di introdurre altri personaggi come Morbiuso Madame Web. Problemi produttivi da un lato e una pessima realizzazione (soprattutto narrativa) delle pellicole dall’altro hanno portato in questi giorni all’ufficializzazione del fallimento del SSU e della sua (momentanea) chiusura. In tutto questo oggi, 13 dicembre, negli USA arriva Kraven: Il cacciatore, pellicola lapidaria quindi del loro progetto arrivata nella nostra penisola – miracolosamente – con due giorni d’anticipo, potendo quindi dire che, come finale, poteva andare decisamente peggio.
When the mid comes around
Dopo una sequenza iniziale, di all’incirca dieci minuti, nella quale vediamo Sergei “Kraven” Kravinoff (Aaron Taylor-Johnson) portare a termine una sua “battuta di caccia” nei confronti di un boss del narcotraffico in una colonia penale russa, si viene poi catapultati in un lunghissimo (e anti-climatico) flashback per mostrare il difficile rapporto di Sergei con il padre (Russell Crowe), l’amore per il fratello Dimitri e il successivo ottenimento di non-meglio-precisati poteri grazie all’intervento della giovane Calypso, oltre che a introdurre, con una velocità disarmante, il futuro villain delle vicende Aleksei (aka Rhino, qui interpretato da Alessandro Nivola).
Tornati al presente, la pellicola procede costruendo per la totalità di due (facilmente riducili) ore un racconto che cerca di essere più cose contemporaneamente: la riscrittura completa di Kraven lo porta ad essere da cacciatore senza scrupoli a giustiziere che usa le sue abilità sovrumane senza paura di sporcarsi le mani (avvicinandolo molto più alla figura di The Punisher, volendo rimanere in casa Marvel) protagonista quindi di diverse sequenze movimentate tra scazzottate, scontri con armi improvvisate e inseguimenti con corse e arrampicate, tutti completamente senza alcuna regola o limite pur di mettere in scena l’azione più sfrenata e sregolata. Al tempo stesso il racconto sembra voler inserire anche un forte elemento crime, con una faida tra famiglie criminali in pieno atto che si combatte a suon di sparatorie nei locali, esecuzioni in aree portuali deserte e la costruzione di eserciti per poter conquistare i territori altrui.
A tutto questo si unisce la volontà di costruire momenti drammatici, soprattutto legati al rapporto tra i Kravinoff con un padre possessivo e ossessionato dal voler crescere i figli “da veri uomini”, un Sergei volenteroso di staccarsi dal passato ma ancora legato al fratello Dimitri, che a sua volta cerca costantemente l’apprezzamento del padre: il tutto forma un triangolo che avrebbe la possibilità di mettere in scena dinamiche interessanti, ma che si sgretola completamente scontrandosi con la sopracitata azione sregolata e con l’inserimento di momenti forzatamente comici che, seppur nel loro essere completamente banali funzionano, distruggono l’atmosfera anche quando questa dovrebbe essere estremamente seria.
Dumb nonsensical fun
Volendo concludere il discorso sugli elementi problematici del film si inserisce a gamba tesa la cgi, qui davvero sottotono nella messa in scena sia degli elementi più realistici, come gli animali, sia di quelli più fantastici, su tutti un Rhino trasformato ben poco convincente e alcune animazioni di Kraven che ricordano in maniera eccessiva la qualità di un videogame di qualche generazione fa. A tutto questo si aggiunge il sangue, grande assente delle pellicole precedenti inserito qui chiaramente in fase di post-produzione probabilmente con lo scopo di acchiappare, in fin di vita, qualche consenso in più soprattutto durante la campagna marketing ma che si rivela presente in maniera talmente irrisoria da risultare quasi fuori luogo quando aggiunto.
Volendo invece girare la medaglia, bisogna ammettere che qualche freccia al suo arco Kraven sembra di fatto averla: su tutti la regia – mai punto di forza di questo universo narrativo –, qui affidata a J.C. Chandor, nonostante non faccia certo gridare al miracolo riesce comunque a giocare in maniera interessante con le varie sequenze d’azione, sempre chiare e tutto sommato anche divertenti proprio grazie al loro essere estremamente eccessive. Si aggiunge poi la vera ancora del film, manifesta nella presenza di Aaron Taylor-Johnson come protagonista: reduce da ruoli in commedie d’azione come Bullet Traino The Fall Guy– e in attesa del suo, diversissimo, ruolo nel vicino Nosferatu di Robert Eggers– l’attore inglese impiega grande sforzo nel cercare di donare carattere e una forte presenza scenica al suo personaggio, riuscendo a portare a casa un buon risultato minato inevitabilmente da una scrittura che lo imbriglia in battute piuttosto mediocri e risvolti narrativi poco convincenti. Ad affiancarlo c’è un cast di personaggi secondari appena accennati, che non riescono mai a guadagnare il giusto spazio nelle vicende, nemmeno se a interpretarli si presentano nomi come Russell Crowe, Ariana DeBose e Fred Hechinger, il cui unico interesse sembra essere quello di accennare qualche personaggio semi-sconosciuto dei fumetti; stesso discorso si applica, forse in maniera ancora più problematica, ai due villain, con un Alessandro Nivola sprecatissimo per un Rhino poco più che macchietta e un Christopher Abbott nei panni dello Straniero, villain poco conosciuto e poco approfondito, che gode di un minimo di interesse solo grazie alla forte presenza scenica di Abbott.
Conclusioni
Con Kraven: Il cacciatore si chiude momentaneamente il fallimentare Sony Spiderman Universe, trascinatosi fino ad oggi attraverso pellicole tutt’altro che di successo in bilico tra il pessimo e il mediocre. In questo panorama, la pellicola diretta da J.C. Chandor riesce a dimostrarsi superiore soprattutto grazie a una buona gestione di quest’ultimo delle sequenze d’azione e una prova tutto sommato convincente da parte di Aaron Taylor-Johnson nei panni del protagonista. A spezzare l’incantesimo ci pensa però una sceneggiatura decisamente confusa che finisce per minare anche le buone prove attoriali di un cast tutt’altro che mediocre e una cgi davvero inaccettabile per un prodotto di questo tipo in uscita in questo periodo storico (visto anche il budget tutt’altro che irrisorio).
Una chiusura quindi abbastanza tiepida e dimenticabile, che ricorda molto da vicino quanto avvenuto con Aquaman e il regno perduto, che porta con sé l’inevitabile, sempre più pressante, domanda: è questa forse la fine degli universi condivisi? Purtroppo, non ancora.
The Crowded Room è la nuova miniserie di 10 episodi, uscita in esclusiva questa estate su Apple TV+, di Akiva Goldsman. È stata scritta sulla base di The Minds of Billy Milligan di Daniel Keyes, la biografia del criminale statunitenseBill Milligan.
Siamo negli anni Settanta e Danny (Tom Holland) è appena stato arrestato, apparentemente per aver partecipato a una sparatoria di fronte a Rockfeller Center. La cornice dei primi episodi è la stanza in cui la psicologa Rya (Amanda Seyfried) lo interroga prima del processo e cerca di scavare nel passato del ragazzo, visibilmente spaesato. Ogni flashback, attraverso cui ricostruiamo l’infanzia traumatica di Danny e i fatti che l’hanno portato all’arresto, è interrotto e guidato dalle sue domande. La seconda parte dà più spazio a Rya e al suo punto di vista: è sicura che Danny sia affetto da personalità multipla, disturbo non ancora riconosciuto formalmente, e si trova a lottare con lo scetticismo dei colleghi sia per difendere la propria credibilità, sia per il sincero desiderio di aiutare il ragazzo a ottenere giustizia. Questa parte è frammentata e si muove avanti e indietro su più linee temporali, mentre gli ultimi tre episodi, nei quali assistiamo al processo, sono ambientati solo nel presente.
The Crowded Room è una serie volutamente lenta, focalizzata sugli atteggiamenti e sull’osservazione delle relazioni tra i personaggi anziché sull’azione che, nonostante le premesse, scarseggia per tre quarti degli episodi. Risaltano invece le atmosfere intime e cupe, una fotografia ben fatta e soprattutto l’ottima interpretazione di Tom Holland, qui al suo debutto come protagonista di serie tv. Dal comportamento di Danny traspaiono una grande sofferenza e una ingenuità che limitano la sua capacità di comprendere razionalmente ciò che gli accade, il percorso nel quale impara a capire la propria mente è la parte più interessante della trama. Tom Holland incarna con grande intensità e precisione tutta la profondità emotiva del personaggio, i suoi cambi repentini di atteggiamento e persino di voce, suscitando facilmente empatia.
Danny con Ariana (Sasha Lane) dopo essere scappato di casa
Una serie d’azione senza l’azione
Purtroppo la serie presenta una grande nota dolente, ovvero il fatto che dieci episodi di circa un’ora sono un tempo troppo lungo per il contenuto proposto. Se da una parte dedicare così tanto a una trama di fatto semplice permette di approfondire ogni dettaglio e dare grande spessore ai personaggi, dall’altra la struttura di continui incastri e salti temporali diventa via via più macchinosa, senza che questo fosse davvero necessario ai fini della narrazione. Inoltre la lentezza del ritmo non aiuta a mantenere un vero coinvolgimento dello spettatore. A questo problema si aggiunge il fatto che sia le scene riproposte da diversi punti di vista, sia alcuni dei commenti di Rya al racconto di Danny, sono estremamente didascalici e non lasciano mai al pubblico il gusto della suspense.
L’impressione, soprattutto dopo un finale più breve degli episodi precedenti e per questo decisamente più piacevole, è quella di un prodotto con del potenziale ma scritto senza avere le idee chiare sulla forma che doveva prendere.
“Ci sono voluti 12 anni per dare vita alla prima stagione di Squid Game l’anno scorso. Ma ci sono voluti 12 giorni perché Squid Game diventasse la serie Netflix più popolare di sempre.”
Con questo messaggio piuttosto eloquente, il regista e sceneggiatore della fortunata serie sud coreana –Hwang Dong-hyuk– ha annunciato tramite i profili social di Netflix dell’arrivo di una seconda stagione di Squid Game. Al momento non si hanno informazioni più dettagliate, e nemmeno la data di uscita è stata fissata, ma di certo non arriverà prima della seconda metà del 2023. Saranno in grado di replicare il successo della prima stagione o l’effetto novità sarà già svanito?
MAVERICK VERSO IL MILIARDO
Jurassic World – Il dominio e Top Gun: Maverick stanno letteralmente conquistando i cinema italiani, eppure il secondo sembra avere davanti a sé una scalata ancora molto lunga. Infatti, nonostante il grande successo che ha portato il ritorno dei dinosauri in sala, il dramma d’azione con protagonista Tom Cruise ha raggiunto un incasso totale di oltre 350 milioni e ci si aspetta che superi presto i 369 milioni di The Batman, diventando così il secondo miglior film di Hollywood del 2022, per ora. A livello mondialeTop Gun: Maverick sta già raggiungendo poi i 700 milioni di dollari di incassi, e si prevede che arrivi a 750 milioni entro pochissimi giorni. Il miliardo si sta avvicinando, non è detto che verrà raggiunto, ma sarebbe davvero un traguardo strepitoso per celebrare il ritorno di una grande icona del cinema americano anni ’80. Ottimo lavoro, Maverick!
IN LAVORAZIONE IL FILM SU DUKE NUKEM
Per chiunque abbia vissuto la propria infanzia negli anni ’90 il nome Duke Nukem risulterà di sicuro familiare: protagonista dell’omonima serie di videogiochi prima platform poi sparatutto in prima persona, è divenuto un personaggio iconico, un antieroe cinico e volgare, che ama fumare sigari e frequentare strip club. Ne abbiamo visti tanti di personaggi così anche al cinema, basti pensare ai ruoli che hanno ricoperto Arnold Schwarzenegger (Predator) e Kurt Russel (Fuga da New York), e va detto che la maggior parte del pubblico adora seguire le avventure dell’eroe muscoloso e stereotipato che non perde tempo a sputare battute sarcastiche. Sembra naturale quindi l’arrivo di Duke Nukem anche al cinema, protagonista di un film d’azione a lui dedicato la cui lavorazione è stata ufficialmente confermata. Legendary Entertainment (già produttrice di Godzilla, Pacific Rim, Il Cavaliere Oscuro) ha acquistato i diritti di sfruttamento del personaggio da Gearbox, e affidato la realizzazione del film a Josh Heald, Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, autori della fortunata serie televisiva Cobra Kai. Oltre questo non si sa ancora molto del progetto, ma va detto che i presupposti sembrano promettenti per un film d’azione che riesca ad intrattenere e divertire lo spettatore.
NOVITÀ PER IL FILM SULL’ACCORDO TRA MICHEAL JORDAN E LA NIKE
Una delle novità più interessanti in ambito cinematografico è certamente il progetto del biopic su Sonny Vaccaro, ex dirigente della Nike a cui va il merito di aver siglato l’accordo con Micheal Jordan che avrebbe lanciato l’azienda nel mercato dell’abbigliamento sportivo. Il film (che non ha ancora un titolo ufficiale) riguarderà le vicissitudini che hanno portato il responsabile marketing dell’azienda a mettere sotto contratto il campione di pallacanestro, ed è scritto e interpretato da Matt Damon e Ben Affleck, quest’ultimo anche regista. Per quanto riguarda il cast sono già usciti molti nomi piuttosto importanti: oltre Matt Damon e Ben Affleck (rispettivamente Sonny Vaccaro e Phil Knight, co-fondatore della Nike) abbiamo anche Viola Davis e Julius Tennon (che interpretando i genitori di Jordan) Jason Bateman (Rob Strasser, dirigente della Nike), Marlon Wayans (George Ravaeling, allenatore e amico di Jordan) e Matthew Maher, che interpreterà il designer Peter Moore creatore delle prime iconiche scarpe Air Jordan. Manca ancora un nome per quanto riguarda il ruolo di Micheal Jordan e non possiamo che essere curiosi di sapere cosa ne verrà fuori. Va detto che la sceneggiatura (con il titolo provvisorio Air Jordan) è stata scritta lo scorso anno ed è finita nella “Black List 2021”, la lista delle migliori sceneggiature non ancora divenute film. Con queste premesse il progetto sembra già piuttosto intrigante, e le riprese sono tuttora in corso a Los Angeles.
SPIDER-MAN: NO WAY HOME TORNA IN SALA IN VERSIONE ESTESA
“Volevate più Spider-man e adesso li avete!” Così recita la descrizione del video che l’account Twitter ufficiale del film Spider-man: No Way Home ha pubblicato ieri per annunciare il ritorno dei tre Spidey al cinema il 2 settembre di quest’anno. Nel video si vedono i tre attori Tom Holland, Andrew Garfield e Tobey Maguire scherzare sul loro “ritorno insieme” nei panni del supereroe. Al momento il film tornerà in sala soltanto negli Stati Uniti e in Canada, non sappiamo se l’iniziativa riguarderà anche i cinema italiani, ma siamo abbastanza speranzosi dato l’enorme successo che la pellicola ha raccolto nel nostro paese. Le sorprese però non finiscono qui, infatti a settembre arriverà in sala una versione estesa del film, con circa 15 minuti di contenuti inediti, ribattezzata “The More Fun Stuff Version”, letteralmente “la versione con più cose divertenti”. Speriamo che anche l’Italia possa essere inclusa nell’iniziativa e aspettiamo ulteriori aggiornamenti.
Per chiunque volesse recuperare il video di annuncio, lo trovate qui.
CI SARÀ UN RITORNO DI JOHNNY DEPP NEI PANNI DI JACK SPARROW?
Con la conclusione del processo tra Johnny Depp e Amber Heard, Hollywood sembra essere tornato ad interessarsi dell’attore; le voci più diffuse sono quelle che vedono un reboot del franchise Pirati dei Caraibi ad opera di Disney, e il primo a parlarne è stato Jerry Bruckheimer, produttore di Top Gun: Maverick. Tra i dirigenti Disney si è parlato molto della saga e del ritorno di Jonny Depp nei panni del mitico capitano Jack. Al momento abbiamo in mano soltanto voci di corridoio, non notizie ufficiali, ma un ritorno del capitano Sparrow sarebbe una perfetta chiusura per le vicende degli ultimi tempi e per il polverone che hanno sollevato nell’opinione pubblica.
Vengono generalmente ricordati con ben poca nostalgia quegli anni Novanta e primi del Duemila in cui, di tanto in tanto, fiorivano nel panorama cinematografico alcuni progetti con l’obiettivo di adattare popolari videogiochi alla pellicola, spesso fallendo miseramente. Erano i tempi di Super Mario Bros (Morton & Jankel, 1993), di Mortal Kombat (Paul W. S. Anderson, 1995) e Street Fighter (Steven E. de Souza, 1994), per proseguire poi con pellicole come Doom (Andrzej Bartkow, 2006) e i vari Resident Evil di Anderson.
Se tra quel mare di pellicole mediocri, se non proprio scadenti (divenute poi per molti fan delle saghe videoludiche dei guilty pleasure e andando ad inserirsi nella categoria dei “so bad is so good”), si staglia qualcosa di complessivamente apprezzabile, come il Silent Hill di Christophe Gans diretto nel 2006 (questo non vale per il suo terrificante sequel, Silent Hill Revelation 3D di M. J. Bassett uscito nel 2012), rimane indubbio come prendere un videogioco e portarlo al cinema sia sempre molto più complesso di quanto ci si potrebbe aspettare. Ciò si traduce spesso in prodotti finali “brutti”, basti pensare all’adattamento di Monster Hunter, diretto, guarda caso, proprio da Paul. W. S. Anderson.
Ma qualcosa forse sta cambiando. Abbiamo avuto pellicole come Sonic – Il film (Jeff Fowler, 2020) di cui arriverà presto un sequel, o Pokèmon: Detective Pikachu (Rob Letterman, 2019) che puntano a un pubblico di giovanissimi creando storie semplici ma divertenti e complessivamente ben strutturate; per un pubblico più maturo si sono visti invece (ri)nascere Mortal Kombat e Resident Evil, affidati questa volta rispettivamente a Simon McQuoid e Johannes Roberts, pellicole di certo non perfette ma che risultano comunque godibili soprattutto per un fan.
Si arriva così al 17 Febbraio, data di uscita italiana dell’atteso (e agognato) Uncharted, film tratto dall’omonima saga di videogiochi i cui protagonisti Nate e Sully sono qui interpretati dal giovane Tom Holland e dall’uomo d’azione Mark Wahlberg. Forse siamo di fronte ad un punto di svolta.
SIC PARVIS MAGNA
“L’errore sta nel voler replicare nel film, fedelmente e pedissequamente, quello che si è già visto e raccontato nel videogioco”
Queste le parole del regista Ruben Fleischer (conosciuto ai più per aver diretto il primo Venom e quelle piccole perle dei due Zombieland) sul perché, secondo il suo punto di vista, i film tratti dai videogiochi hanno, fino a quel momento, fallito. Un ragionamento di certo sensato, ma che finisce con il caricare la pellicola di numerosi sforzi, che non sempre riescono a pagare.
Il protagonista di Uncharted è sempre Nathan Drake, che qui vediamo ancora ragazzo (a differenza del gioco in cui è già un cacciatore di tesori adulto ed esperto) e alle prese con piccoli furti. È infatti l’incontro con Victor Sullivan a portare il giovane bartender e ladro direttamente nel mondo dei grandi cacciatori di tesori, spingendolo a imbarcarsi nella ricerca del grande tesoro perduto di Magellano. Un punto di partenza classico che forse sa di già visto ma che è tipico di queste produzioni. Se nel gioco, però, l’esile premessa narrativa basta e avanza per gettare il giocatore in un tripudio di esplosioni e scontri a fuoco, qui si presenta una prima parte della pellicola estremamente statica, con una struttura che alterna momenti da espionage movie con tanto di enigmi da risolvere a scazzottate e inseguimenti piuttosto piatti che non riescono a coinvolgere appieno lo spettatore.
Si presenta poi una seconda parte dove le sezioni più calme e ragionate lasciano lo spazio alla spettacolarità dell’azione, che però ancora una volta risulta troppo pregna di “già visto” e che fallisce nel caricare del tutto lo spettatore di quell’adrenalina che ci si aspetterebbe da un prodotto di questo tipo.
ACTION DA MANUALE
Purtroppo anche sul lato della sceneggiatura il film non brilla di genialità e sviluppa le premesse sopra citate in maniera abbastanza banale e scontata, portando anche lo spettatore meno esperto a intuire dove la pellicola voglia andare a parare. Se, come già detto, la caratterizzazione di Nate e Sully, per quanto abbastanza classica, risulta apprezzabile soprattutto grazie agli interpreti, in egual maniera non si può dire dei personaggi secondari: la Chloe di Sophia Taylor Ali non riesce a scrollarsi di dosso la parte della “bella e dannata” che cerca di avvicinarsi a Nate ma finisce per non fidarsi mai di nessuno; la Braddock di Tati Gabriel cerca di imitare il carisma della Nadine vista in Uncharted 4 ma senza riuscirci; infine ingiustamente sprecato risulta anche il Santiago Moncada di Antonio Banderas, che finisce per essere il classico villain stereotipato e nulla di più.
Dopo il lungo elenco di difetti, risulta doveroso sottolineare in primis i lati positivi della pellicola, presenti soprattutto sul lato tecnico, con una regia classica ma comunque funzionale e che riesce almeno a non rendere caotiche le scene d’azione – anche grazie a una buona fotografia e a un buon montaggio – e in secundis come, nonostante tutto, la visione del film risulti comunque divertente. Sono inoltre presenti numerosi Easter Egg, alcuni più palesi e altri meno, dall’intera saga videoludica che faranno sicuramente sorridere ed emozionare i fan.
CONCLUSIONI
In conclusione siamo di fronte a un film tutt’altro che perfetto, eccessivamente stereotipato e che non riesce a coinvolgere pienamente lo spettatore a causa di una scrittura piuttosto scialba sia dei momenti più calmi sia di quelli più movimentati. Preme sottolineare come, però, non si tratti di un brutto film, ma semplicemente ad un film mediocre che poteva mostrare molto di più.
Resta quindi la speranza che si tratti semplicemente di un punto di partenza, di una rampa di lancio per futuri progetti (vista anche la partecipazione di una divisione Playstation creata appositamente per gli adattamenti dei vari brand videoludici), magari anche con alcuni miglioramenti.
Parlare di questo Spiderman: No Way Home è tutt’altro che semplice, come lo è allo stesso modo portare, ancora una volta, sullo schermo una pellicola il cui protagonista è l’amichevole arrampicamuri di quartiere. Ben 19 anni fa usciva infatti Spiderman diretto da Sam Raimi, un film che sarebbe presto divenuto un cult dei cinefumetti, portando alla consacrazione di un supereroe già famoso e da quel momento vera e propria icona di milioni di bambini e ragazzi. Il successo portò, come tutti ben sappiamo, prima a due seguiti diretti sempre da Sam Raimi, con un secondo capitolo quasi ai limiti della perfezione ed un terzo invece di una qualità nettamente inferiore, e successivamente ad un reboot della saga, intitolato Amazing Spiderman, con Andrew Garfield protagonista e Mark Webb dietro la macchina da presa. Una nuova trilogia che venne però interrotta al secondo capitolo, ritrovandosi sulle spalle il peso di aver raccontato una storia che, nonostante i vari aspetti positivi, sapeva di già visto (abbiamo di nuovo le origini, con Peter morso dal ragno e la successiva morte di zio Ben; a questo si aggiunge una costruzione dei villain tutt’altro che impeccabile). Contemporaneamente nasce e si sviluppa il Marvel Cinematic Universe, che comincia a spopolare portando alla ribalta eroi già conosciuti al cinema (come Hulk) ed altri che nessuno pensava potessero funzionare su pellicola. La soluzione si palesa davanti agli occhi di Sony (produttrice e distributrice dei film sull’uomo ragno): una collaborazione con i Marvel Studios, facendo gestire a quest’ultimi il personaggio di Spiderman. Arriviamo così ad oggi, con l’ultimo capitolo della nuova trilogia dell’Uomo Ragno, questa volta diretta da Jon Watts e con Tom Holland nei panni del protagonista, di cui non vediamo le dirette origini quanto piuttosto la crescita ed il suo diventare, passo dopo passo, un vero supereroe. Qualcosa, però, è andato decisamente storto.
FANSERVICE CONFUSO
Riprendendo direttamente da dove la post credit di Far From Home si era interrotta, la pellicola comincia con il dramma della svelata identità di Spiderman, con immediate conseguenze e problematiche sia per Peter stesso, che per la sua famiglia ed amici, portando così il diciassettenne a chiedere aiuto allo stregone Doctor Strange. Il personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch, infatti, convinto a modificare un incantesimo più volte nel corso dell’esecuzione, perde il controllo, aprendo dei portali che attirano, da altre dimensioni, tutti coloro che sono a conoscenza dell’identità segreta del supereroe. Così il film motiva la presenza di ben cinque supercattivi, arrivati direttamente dalle precedenti pellicole di Spiderman mantenendo le stesse fattezze, tranne nel caso dell’Electro interpretato da Jamie Foxx. Già qui l’enorme castello di carte messo su da Sony e Marvel comincia a crollare.
E’ necessario, però, soffermarsi prima sull’unico aspetto positivo della pellicola: la recitazione. Partendo da Holland e passando per Zendaya e Marisa Tomei, fino ad arrivare ai villain di Dafoe, Molina, Foxx e compagnia, ci si ritrova davanti a personalità che sanno fare il loro mestiere e riescono ad interpretare ottimamente i loro personaggi, il tutto nonostante la scricchiolante caratterizzazione dei loro alter ego, su cui ci si soffermerà più avanti. Se per i grandi nomi ciò era una garanzia, la vera sorpresa della pellicola è proprio Tom Holland, che mette il cuore nella sua interpretazione del personaggio e che dimostra un palese salto di qualità rispetto alle precedenti interpretazioni.
Tocca ora parlare del problema più grande della pellicola: la scrittura. In questo film, infatti, non torna nulla. Se ad una prima occhiata il plot di partenza può sembrare interessante, si dimostra già dopo poco insulso e pieno di problemi, portando ad una sequenza di eventi che sembrano legati tra di loro da un filo sottilissimo in procinto di spezzarsi. Spiderman si comporta come un ragazzino egoista ed ingenuo, andando a rendere vano tutto ciò che era stato fatto nei capitoli precedenti; Strange è completamente istupidito e reso ridicolo rispetto alle versioni mostrare in precedenza; i villain della storia, venduti dalle interviste come l’apice della scrittura dei loro personaggi, sono in realtà la pallida ombra di ciò che erano nelle loro pellicole d’origine; aggiungiamo inoltre una comicità eccessiva messa in bocca a tutti i personaggi secondari, che riesce sì a strappare qualche risata, ma che risulta soverchiante e finisce per distruggere i momenti di pathos.
Proprio su quest’ultimo punto va inoltre detto qualcosa: questo film infatti non ha colpi di scena, o meglio li ha per uno spettatore candido, che non ha mai visto un film in vita sua, poiché solo in quel caso i plot twist non sarebbero riconoscibili fin da subito. Ma è proprio qui che il film crolla ancora una volta su sé stesso, perché questa non è una pellicola per novizi, ma per la vecchia guardia, per chi è cresciuto con quei vecchi Spiderman, con le ragnatele organiche di Maguire ed il discorso di zio Ben o con il dolore della morte di Gwen.
Se da un lato si ha quindi una scrittura piatta e banale, che punta soltanto all’effettonostalgia, dall’altro si ha un lato tecnico disastroso. Se si salva la computer grafica, che riesce comunque a fare la sua ottima figura (anche se le vere braccia meccaniche di Octavius degli originali saranno sempre un gradino sopra), non si può assolutamente dire lo stesso della regia di Watts, confusa e tremolante, che rende incomprensibili e da mal di testa la quasi totalità delle scene d’azione, dove si palesa un montaggio mal realizzato.
CONCLUSIONI
Costruita come un’opera di puro fan service, questo No Way Home si dimentica che non basta riportare sullo schermo le fattezze dei personaggi che hanno popolato i film passati, ma che c’è anche la necessità di costruire una storia che funzioni e di caratterizzare nel modo giusto i personaggi. Tutte cose che le precedenti pellicole, chi più chi meno, riuscivano a fare diversamente rispetto a questa, che caratterizza con un’eccessiva comicità tutti i personaggi pur volendo raccontare una storia toccante, non riuscendo però nemmeno a creare la giusta epicità nelle scene d’azione a causa di una regia ed un montaggio disastrosi.
Un’occasione sprecata, crollata sotto il peso di voler necessariamente soddisfare i fan senza far quadrare il tutto, che rimangono però per primi amareggiati da questo prodotto pieno di buchi di trama e problemi. Non ci resta che sperare che ciò sia soltanto un episodio isolato, puntando ora i nostri occhi sul seguito di quel Into the Spider-Verse che tanto fece battere il cuore dei fan ed in arrivo nel 2022.
La produzione di Chaos Walking, nuovo film di Doug Liman (The Bourne Identity, Edge of Tomorrow), è stata particolarmente travagliata. Nel 2011 la Lionsgate ha acquisito i diritti per l’adattamento della serie di romanzi Chaos Walking, scritti da Patrick Ness, e ha affidato la sceneggiatura al premio Oscar Charlie Kaufman (Essere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello). In seguito Kaufman ha abbandonato il progetto, e la sua sceneggiatura è stata riscritta da altri sei sceneggiatori tra cui lo stesso Patrick Ness. Infine, tra 2018 e 2019, il film ha subito riprese aggiuntive a causa dell’accoglienza negativa alle prime proiezioni di prova. Purtroppo, questa lavorazione turbolenta si riflette anche nel prodotto finale.
La storia era estremamente promettente, e all’inizio sembra discostarsi dai cliché del cinema di fantascienza. Nel futuro, in un remoto pianeta colonizzato dai terrestri, gli uomini subiscono uno strano effetto che fa sì che i loro pensieri siano visibili a tutti gli altri, sotto forma di proiezioni o echi telepatici. Il giovane Todd Hewitt (Tom Holland) vive in un villaggio senza donne -tutte apparentemente uccise dai nativi del pianeta, gli Spackle-, fino a quando una ragazza di nome Viola (Daisy Ridley), naufraga da una scialuppa lanciata da un’astronave in orbita attorno al pianeta. Per proteggerla dal sindaco Prentiss (Mads Mikkelsen) e per permetterle di contattare la sua astronave, Todd e Viola cominciano un viaggio che porterà alla luce segreti sul mondo che Todd credeva di conoscere. L’idea più interessante naturalmente riguarda proprio la visualizzazione dei pensieri degli uomini o, come viene chiamato nel film, il “rumore”: un flusso di ricordi, pensieri, emozioni e fantasie che aleggia attorno a loro sotto forma di riverberi colorati e di immagini, talvolta estremamente verosimili.
Purtroppo, questa premessa davvero originale non viene trattata in modo coerente. Il “rumore” viene spiegato come un qualcosa di continuo e ininterrotto (come dovrebbe essere il flusso di pensieri nella nostra mente) ma nei fatti sembra intermittente, venendo utilizzato quando la trama lo richiede o quando dev’essere portata avanti la caratterizzazione dei personaggi, o anche per costruire delle gag, come ad esempio quando Todd Hewitt, che non ha mai visto una ragazza per tutta la sua vita, si ritrova in viaggio con Viola e tradisce continuamente la sua attrazione nei confronti di lei. Anche il potenziale per mostrare in modo creativo e originale i pensieri dei personaggi non viene mai sfruttato appieno, e si riduce ad alcuni momenti visivamente interessanti e nient’altro.
La superficialità nell’esplorare il rumore è in realtà sintomo del problema maggiore che affligge Chaos Walking: l’assenza di coesione nello svolgimento della storia. Sicuramente anche a causa delle riscritture e delle riprese aggiuntive il worldbuilding non è pienamente esplorato, molti personaggi vengono introdotti e abbandonati senza che si sappia più niente di loro e pochi sono davvero approfonditi. La storia zoppica da metà film in poi.
La regia di Doug Liman riesce a mantenere un minimo di coinvolgimento nonostante il ritmo altalenante, e la fotografia cupa di Ben Seresin conferisce una concretezza adeguata a questo mondo post-apocalittico, ma da sole non bastano; inoltre nelle scene più concitate il montaggio è disorientante e non riesce a seguire con chiarezza i personaggi. Gli attori fanno del loro meglio, ma è evidente che sia mancata loro una direzione salda e raramente sono convincenti nonostante il loro indubbio carisma.
La sensazione maggiore che emerge alla fine del film è quella di un’occasione sprecata. Anche senza pensare a come sarebbe stato questo film se fosse stato sceneggiato da Charlie Kaufman, considerate le premesse e le persone di talento coinvolte, Chaos Walking risulta un film d’azione fin troppo convenzionale, e per nulla originale o creativo come avrebbe dovuto essere.