Author: Frames Cinema

  • LIVE #18: VENEZIA 79 – UN BILANCIO FINALE

     

    Parliamo della 79esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia! Con Alberto Faggiotto, Silvia Strambi, Gaia Fanelli e Nicolò Cretaro. Ci trovate sul nostro sito e in tutti i principali social network: https://linktr.ee/framescinema

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  • RECENSIONE THREE THOUSAND YEARS OF LONGING – IL RITORNO DI GEORGE MILLER

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    A distanza di sette anni dal film che ha sconvolto e spinto su nuove frontiere la settima arte contemporanea, George Miller torna al cinema con Three Thousand Years of Longing, tratto dal racconto Il genio nell’occhio d’usignolo del 1994 della scrittrice A. S. Byatt.

    La nuova fatica del regista australiano narra di una studiosa di nome Alithea, interpretata da una sempre ottima Tilda Swinton, che, nonostante sia soddisfatta della propria vita, incontra un Djinn (Idris Elba) da cui riceve l’offerta di poter esprimere tre desideri in cambio della sua libertà. La loro conversazione, in una stanza d’albergo a Istanbul, porta a conseguenze che nessuno si sarebbe aspettato, tra storie che attraversano millenni e amori immortali.

    L’ANTI MAD MAX:FURY ROAD

    Con questa nuova pellicola George Miller produce un anti Mad Max: Fury Road: un’opera sicuramente ambiziosa, che cerca di abbracciare e dare risposte a temi e quesiti universali quali l’origine del concetto di amore e desiderio, ma che allo stesso risulta essere una narrazione piccola e intima e, a conti fatti, una “semplice” storia d’amore.

    Sin dalle prime battute il film è un monumento celebrativo nei confronti di storie, racconti, favole e dell’importanza e della potenza di queste nella vita delle persone.  Alithea è infatti una studiosa che vive la sua esistenza attraverso le vicende narrate nei libri – e Miller lascia intuire che il discorso si può ampliare anche al cinema, con la presenza all’interno del film di un fenachistoscopio, un antico strumento ottico che contribuì alla nascita del precinema – e si sente completa e realizzata. La ricerca della comprensione della realtà da parte della protagonista – il cui nome corrisponde infatti a quello della dea greca della verità – passa attraverso le pagine di libri stampati.

    Dall’incontro tra  Alithea e il Djinn scaturisce un racconto da camera – che rievoca quasi una seduta di psicanalisi –  alternato a una narrazione episodica, ambientata in diverse epoche della storia umana e mischiata a elementi fantasy e a tratti horror in cui Miller può dare sfogo al suo lato visionario. Questo tuttavia viene fuori in questo caso in maniera trattenuta, con la presenza di sequenze suggestive, ma in maniera centellinata, con il perenne obiettivo di non uscire dal focus della vicenda e di non fagocitare la narrazione con la CGI.

    UN ATTO D’AMORE VERSO LE STORIE

    La pellicola è estremamente radicata nel periodo che stiamo vivendo ed è una delle prime a riflettere in maniera indiretta sulla pandemia. Al netto di riferimenti espliciti presenti nella pellicola, come le tante mascherine indossate dai personaggi nel corso del film, la scelta di ambientare la maggior parte della narrazione all’interno di una stanza non è casuale, quasi a voler simulare una situazione di lockdown. In questa situazione di reclusione, ciò che ci può aiutare a fuggire e a volare con la fantasia sono proprio le storie, siano esse letterarie, cinematografiche o raccontate a voce da un Djinn, che di prigionia in spazi angusti se ne intende. Il film risulta essere dunque un inno potente al concetto stesso di racconto, un atto d’amore verso coloro che narrano storie, in questo caso il  Djinn, da parte di persone che amano usufruirne, un sentimento talmente forte da portare gli ascoltatori a voler imporre il proprio amore. Indirettamente sembra quasi che Miller lanci una frecciatina agli spettatori che cercano di forzare la propria linea di pensiero sui creativi in modo che accontentino le loro aspettative, quando in realtà siamo tutti consci che le migliori esperienze cinematografiche della nostra vita sono spesso quelle in grado di prendere vie totalmente imprevedibili, come ad esempio il precedente film del regista. 

    Al netto di ciò la morale del film è che indipendentemente da chi tu sia le storie hanno un valore salvifico. Nella società contemporanea tuttavia possono ancora esistere? L’arte e la creatività in un mondo di algoritmi possono ancora giocare un ruolo? Questo conflitto viene messo in scena attraverso la sofferenza fisica del Djinn e Miller non sembra essere troppo positivo sul futuro, pur aprendo uno spiraglio alla possibilità di una convivenza.

    CONCLUSIONI

    A livello tecnico il regista si conferma su altissimi livelli, con un frequente utilizzo di grandangoli e un montaggio sia di scena che sonoro di altissima caratura, con transizioni visive di grande raffinatezza. Oltre ai due protagonisti principali Idris Elba e Tilda Swinton, due professionisti di impeccabile bravura, trova spazio per un piccolo ruolo anche una vecchia conoscenza del cinema e della pubblicità in Italia, la modella e attrice australiana Megan Gale, già presente in Mad Max: Fury Road.

    Dopo sette anni di assenza dal grande schermo e in attesa di vedere il suo prossimo film dal titolo Furiosa, prequel del capolavoro Mad Max: Fury Road, con Anya Taylor-Joy nei panni del ruolo  iconico interpretato da Charlize Theron nel film di origine, Miller torna al cinema con un film decisamente più piccolo, una storia intima e romantica, che non vuole rivoluzionare il cinema, ma che risulta essere a un inno al cinema, alle storie, a ciò che rende grande l’arte e che ci ha permesso di innamorarci di essa.

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  • VENEZIA 79 – IL BILANCIO FINALE

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    IL FESTIVAL

    Era partita partita nel peggiore dei modi questa 79a edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, tenutasi al Lido della Serenissima dal 31 agosto al 10 settembre 2022, con il grosso problema della prenotazione dei biglietti per gli accreditati legato alla piattaforma Vivaticket, che è stata scelta come provider per questa edizione del festival dopo le ingenti problematiche riscontrate anche lo scorso anno con Boxol. Il primo giorno la catastrofe, ore e ore di attesa per gli accreditati di qualsiasi tipo (rossi, blu o verdi), poi si è continuati a zoppicare per i giorni successivi – dove è seguito anche un criticatissimo annuncio del direttore artistico Alberto Barbera – fino alla quiete finale. Ancora non abbiamo notizie di conferme o novità per quanto riguarda il servizio per accreditati della prossima edizione.

    La mostra cinematografica ha portato sul red carpet tante star italiane ma anche dello star system hollywoodiano che hanno contribuito a far correre al Lido fiumane di fan in trepidante attesa: Harry Styles, Brad Pitt, Cate Blanchett, Timothée Chalamet, Alessandro Borghi, Ana De Armas, Luca Guadagnino, Hugh Jackman, Penelope Cruz e tanti altri.

    Ad aprire il festival – la cui giuria internazionale è stata presieduta dall’attrice statunitense Julianne Moore – sono stati il film in concorso di Noah Baumbach con protagonista assoluto Adam Driver e tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo, White Noise, accolto tiepidamente dalla critica senza odi smisurate ma nemmeno con nette stroncature, assieme al film di Orizzonti diretto da Roberto De Paolis, Princess, che ha potuto godere invece di una critica unanimemente positiva. Pertanto, apertura del festival all’insegna della paura del consumismo americano più becero e delle paranoie della contemporaneità di White Noise e delle conseguenze delle tratte clandestine di vite umane di Princess, ma anche all’insegna della N rossa di Reed Hastings, amministratore delegato di Netflix, visto che White Noise sarà distribuito da Netflix il 25 novembre per essere poi disponibile sulla piattaforma dal 30 dicembre. C’è infatti stata una grande presenza delle piattaforme on demand nei film in concorso: Netflix si occuperà anche della distribuzione di Athena di Romain Gavras (23 settembre 2022), Blonde di Andrew Dominik (28 settembre 2022) e di Bardo di Iñárritu (18 dicembre 2022), mentre Prime Video distribuirà Argentina, 1985 di Santiago Mitre (21 ottobre 2022).

    Laura Poitras ritira il Leone d’oro

    UN’EDIZIONE RICCA DI PROPOSTE

    Tornando ai singoli film non si può certo tacciare questa edizione di povertà di contenuti o di non aver saputo volgere l’occhio a un’ampia platea di culture, epoche storiche e tendenze (contemporanee o meno): siamo passati dagli States della lotta di Nan Goldin contro la famiglia Sackler del Leone d’oro All the Beauty and the Bloodshed, alla guerra civile irlandese di inizio novecento impregnata di folklore ne Gli Spiriti dell’Isola (migliore interpretazione maschile a Colin Farrel e migliore sceneggiatura originale a McDonagh), passando per l’Italia di metà scorso secolo a confronto con l’omosessualità ne Il Signore delle Formiche, ma anche per il (meta)cinema di attori alla ribalta e in cerca di rivalsa al pari dei loro personaggi, com’è stato per Brendan Fraser e il suo personaggio formidabilmente interpretato in The Whale di Darren Aronofsky, rimasto a secco di Coppa Volpi con sorpresa di tutti i cinefili e allibratori.

    Preme sottolineare l’attenzione particolare e necessaria riservata all’Iran e al suo cinema dove – a seguito dell’incarcerazione del regista Jafar Panahi (padre della new wave cinematografica iraniana assieme ad Abbas Kiarostami e colleghi) avvenuta il 12 luglio scorso per un’imputazione che pendeva su di lui dal 2010 -, a più battute abbiamo potuto assistere ai gridi di protesta contro il regime dei registi in concorso con Gli Orsi non esistono dell’appena citato Panahi (in cui in un gioco di metacinema interpreta sè stesso: anche qui ha colpito il mancato Leone d’oro) e Oltre il muro di Vahid Jalilvand, ma anche in Orizzonti Extra con Without Her di Arian Vazirdaftari.

    Jafar Panahi nel suo Gli orsi non esistono

    IL BILANCIO FINALE

    Qual è il bilancio di questa 79a edizione del festival di Venezia?

    Stando alle parole del presidente della Biennale Roberto Cicutto e del già citato direttore artistico Alberto Barbera, si tratta di un bilancio più che positivo: è stato apprezzato il “coraggio degli artisti che hanno usato il mezzo cinema per raccontarci le criticità del mondo“, e non poteva mancare una certa sviolinata al sentimento fluido della contemporaneità aggiungendo che il film vincitore del Leone d’oro, All the beauty and the Bloodshed è “un segnale forte legato al fatto che anche il cinema di oggi ha conquistato una sua fluidità” perché “Se pensiamo ai film dei premi principali, è la seconda volta che vince quello che una volta si chiamava documentario. […] La differenza tra finzione e documentario non ha più senso”. Dovuto anche l’intervento dei vertici del festival riguardo alla vittoria del film di Luca Guadagnino, Bones and all – Premio Marcello Mastroianni a Taylor Russel e Leone d’argento del premio speciale per la regia a Luca Guadagnino -, riguardo al quale è stato nuovamente sottolineato il carattere fluido della pellicola: “Quello di Luca Guadagnino è un film con creatività e finanziamenti italiani, ma film girato in inglese con un cast americano nel cuore dell’America retriva e poco raccontato al cinema con lucidità di sguardo e capacità di raggiungere metafore narrative che raggiungeranno il pubblico. […] Fluido perché non è americano o italiano, ma è un film“.

    Tutto secondo i piani e finito nel migliore dei modi, secondo gli organizzatori. Ma sotto sotto sappiamo tutti che le cose non stanno proprio così: tralasciando il focus sui premi assegnati (che potete trovare a questo link) e sorvolando sui commenti – secondo il parere di chi scrive – abbastanza sconsiderati e poco rispettosi nei confronti del sentimento contemporaneo della “fluidità di genere” strumentalizzato dalle dichiarazioni sopraesposte (suvvia, i film italiani ambientati in America con attori americani si fanno da sempre e da più di 40 anni artisti come Jonas Mekas stanno sperimentando a cavallo fra documentarismo e film di finzione), bisognerebbe soffermarsi su due punti cardine per tirare le somme: la qualità dei film in concorso e, vista l’importanza del festival per l’Italia, i film italiani presentati.

    I TITOLI IN CONCORSO

    Prendiamo alcuni titoli: When the waves are gone di Lav Diaz, Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, Copenhagen Cowboy di Nicolas Winding Refn, The Kingdom: Exodus di Lars Von Trier, Un uomo di Kei Ishikawa, Love Life di Koji Fukada, Trenque Lauquen di Laura Citarella. Perché questi titoli? Perché si tratta di titoli non in concorso (alcuni “Fuori Concorso, altri in “Orizzonti”) molto più apprezzati dalla critica rispetto alla stragrande maggioranza dei film in concorso, sezione nella quale abbiamo assistito a plausi unanimi soltanto per Gli orsi non esistono (rimasto, come già detto, comunque a secco di premi), Saint-Omer (Leone d’argento al Gran premio della giuria e Leone del futuro per la migliore opera prima) e Gli spiriti dell’isola.

    Non si pretende lanciare o sollevare polemiche per la mancata presentazione in concorso (ci sono complicati criteri di selezione per i quali non è questa la sede di discussione), ma soltanto evidenziare la scarsa qualità di quelli presenti nella selezione principale (alcuni dati ci lasciano intuire si sia optato per quelli che avevano già una distribuzione sicura in Italia, come vale per i quattro di Netflix e quello di Prime Video). Sempre secondo il sottoscritto – c’è la necessità di delimitare l’ambito del discorso, visto che si sta parlando del lato strettamente qualitativo delle opere – undici lungometraggi su ventidue (ben la metà!) di quelli in concorso sono di relativo (se non poco) interesse per il cinema contemporaneo e per la sensibilità degli spettatori (Les Miens, Un Couple, The Son e via dicendo), oltre che di dubbia riuscita (prettamente) cinematografica. Di fronte a una buona metà di selezione in concorso con la sufficienza risicata, lascia abbastanza perplessi che non abbia potuto concorrere il bellissimo film di Lav Diaz, regista che fra l’altro si è aggiudicato il Leone d’oro nel 2016 con il suo The Woman Who Left (soprattutto per la denuncia aperta che sferza alle (semi)dittature contemporanee) e stesso discorso vale per Gli ultimi giorni dell’umanità, mastodontica riflessione (anche qui, metacinematografica) di Ghezzi sulla sua vita e sull’arte, che sarebbe stato bello poter veder vincere anche come coronamento e riconoscimento del contributo seminale e fondamentale di Ghezzi alla narrazione e (soprattutto) alla diffusione in Italia del cinema meno conosciuto e più ricercato.

    Quello che traspare dalla selezione di quest’anno è una certa sterilità non contenutistica – abbiamo sottolineato la sua diversificazione – ma cinematografica: il Cinema con la “C” maiuscola è da trovare rovistando a fondo nell’offerta dei film in concorso (ritorniamo nuovamente a Gli Spiriti dell’isola ma anche Tár, Bones and all, Saint Omer, Blonde e pochi altri), perché anche un buon docu-film come All the Beauty and the Bloodshed non ha certamente quell’ampio respiro cinematografico di cui possono godere invece i film appena citati, risultando un’opera coinvolgente e istruttiva ma il cui nome non rimarrà certo scritto indelebilmente nella storia del cinema.

    Luca Guadagnino ritira il suo Leone d’argento

    IL CINEMA ITALIANO

    Invece, per quanto riguarda il cinema italiano avevamo:

    • In concorso: Bones and All di Luca Guadagnino, Il signore delle formiche di Gianni Amelio, Chiara di Susanna Nicchiarelli, L’immensità di Emanuele Crialese e Monica di Andrea Pallaoro
    • Fuori concorso: Siccità di Paolo Virzì, In viaggio di Gianfranco Rosi, Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte di Francesco Carrozzini e The Matchmaker di Benedetta Argentieri
    • Orizzonti: Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa e Princess di Roberto De Paolis
    • Orizzonti extra: Amanda di Carolina Cavalli, Notte fantasma di Fulvio Risuleo
    • Settimana internazionale della critica: Nostos di Mauro Zingarelli e Margini di Niccolò Falsetti
    • Giornate degli autori: Bentu di Salvatore Mereu a cui si annette tutto il carrozzone delle “Notti veneziane”

    Nella conferenza d’apertura, il direttore Barbera aveva detto di aver notato “un netto abbassamento del livello di qualità del cinema italiano”, mentre al termine del festival si è ritenuto “contento e soddisfatto della quantità e della qualità dei film presentati”. Arrivati al termine di questa importante mostra cinematografica non dovremmo soffermarci sulla qualità, come invece ha fatto il direttore artistico (sbagliando, oltretutto, perché quella c’è sempre stata anche prima di Venezia). Da anni in Italia si prosegue con vani tentativi di portare in sala il pubblico per mezzo del cinema d’autore ma, come ha giustamente ribadito Robert Bernocchi in questo interessante e mirato articolo per Cineguru, non è quella la soluzione al problematico dilemma della mancanza di pubblico in sala.

    Su questo versante, Venezia è stata una cocente delusione: non c’è stato un tentativo di portare uno star system in Italia, non c’è stato un folgorante prodotto con un target preciso, non c’è stato un progetto che sapesse coerentemente quale pubblico portare in sala (no: Bones and all non conta, è un caso isolato con attori americani), non abbiamo visto alcun prodotto che porti in sala i giovani (coloro su cui bisogna puntare sia per il presente che per il futuro del cinema), addirittura un film come L’immensità che è fra i pochi a parlare al pubblico odierno, fluido e femminista, necessita di una presenza internazionale come Penélope Cruz per avere più ampia visibilità. Il cinema italiano esce da Venezia (forse) con ancora più qualità, ma con l’impressione che non ci sia ancora un progetto coeso per il suo sfruttamento e la sua distribuzione nelle diverse finestre cinematografiche, perché la sensazione è di trovarsi sempre di fronte a piccole perle d’autore che giungeranno a pochi, vedranno in pochi e che saranno ricordate da pochissimi.

    Ovviamente speriamo tutti che non sia così, ma a settembre di ogni anno ci troviamo sempre a fare lo stesso discorso, e nessuno pare aver mai mosso un dito per cambiare la situazione.

    Che sia questo l’anno adatto

    I NOSTRI VOTI

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    Alberto Faggiotto Silvia Strambi MEDIA
    Concorso
    Il signore delle formiche 7 6 6,5
    The Whale 5,5 5 5,25
    White Noise 7 7 7
    L’immensità 6,5 6 6,25
    Blonde 9 7 8
    Tar 8 6 7
    Love Life 9 7 8
    Bardo 7 7 7
    Athena 7,5 4 5,75
    Bones and All 8 8 8
    The Eternal Daughter /// 5 5
    Oltre il muro 6 7 6,5
    The Banshees 9,5 8 8,75
    Argentina, 1985 7 6 6,5
    Chiara 3,5 4 3,75
    Gli orsi non esistono 7,5 8 7,75
    All the beauty 8 7 7,5
    Un Coupole 4 3 3,5
    The Son 4 5 4,5
    Les Miens 5,5 5 5,25
    Les enfants des autres 7,5 8 7,75
    Monica 5 /// 5
    Saint Omer 7,5 /// 7,5
    Fuori concorso
    Copenaghen Cowboy 9 /// 9
    The Hanging sun 5 5
    Living 4 4
    Dead for a Dollar 3 3
    La chiamata dal cielo 7 4 5,5
    Master Gardener 5 5
    Siccità 3 3
    Dreamin wild 5 5
    Don’t Worry Darling 4,5 4 4,25
    A compassionate spy 6 6
    The Kingdom Exodus 9,5 9,5
    Gli ultimi giorni dell’umanità 9 9
    When the waves are gone 8,5 8,5
    Orizzonti
    En Los Margenes 5 5
    Vera 2 2
    Princess 5 5 5
    Blanquita 5 5
    Lucembourg Luxembourg 7 7
    Ti mangio il cuore 4 4
    L’uomo più felice del mondo 8 8
    A noiva 5 5
    Un uomo 9 9
    Autobiography 5 5
    Orizzonti Extra
    L’origine du mal 4 4
    Without Her 6 6

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  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 3

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    THE HANGING SUN di GIUSEPPE TREPICCIONE

    L’adattamento del romanzo ‘Sole di mezzanotte’ di Jo Nesbø è un dramma scandinavo dei più classici, a partire dalla vicenda: un uomo silenzioso e cupo dal passato tormentato (qui interpretato da un Alessandro Borghi in parte) cerca la redenzione a partire dal legame con una madre e suo figlio. Il tutto sullo sfondo di un villaggio ai confini del mondo, in cui una comunità di persone è legata ai valori religiosi più che a quelli civili.
    ‘The hanging sun’ è poco originale, con un montaggio sommario che alterna passato e presente senza creare nessun collegamento tematico o stilistico tra i due, il ricorrere a ‘tipi’ ormai cristallizzatisi in questo tipo di produzione (il bambino precoce, la donna vittima di violenza che nasconde un lato oscuro, il padre religioso e autoritario -interpretato da Charles Dance-), dialoghi didascalici che a volte si sbilanciano nel ridicolo. Detto ciò, non è neppure tanto mal fatto da non meritare una visione: è un buon film per passare una serata di svago, una perfetta aggiunta per il catalogo di Sky e NOW.

    CHIARA di SUSANNA NICCHIARELLI

    Susanna Nicchiarelli torna ad affrontare le figure femminili storiche col suo ‘Chiara’, decidendo di dedicarsi, stavolta, ad un modello molto più ‘tradizionale’: Santa Chiara d’Assisi. Nel farlo decide di sottolineare l’elemento della sorellanza e della ribellione di questo personaggio, donna tra gli uomini.
    Il punto forte del film è certamente la ricostruzione storica attenta: viene utilizzato il linguaggio dell’epoca, i costumi sono affidati ad un professionista quale Massimo Cantini Parrini, le scenografie utilizzate sono suggestive ed infine la colonna sonora è frutto di un lavoro del gruppo Anonima Frottolisti.
    Tuttavia, nonostante ‘Chiara’ osi rispetto al classico film italiano, è innegabile che presenti dei difetti che ne minano la riuscita. In primis, la musica sopra citata per quanto suggestiva viene usata per degli ‘stacchetti’ musicali che rappresentano alcuni dei punti più imbarazzanti della pellicola. L’ispirazione dichiarata è ‘Jesus Christ Superstar’, ma al contrario che in quest’ultimo i numeri musicali non hanno una funzione narrativa né servono ad avvicinare la vicenda religiosa alla modernità. L’utilizzo del volgare, per quanto filologicamente interessante, crea spesso problemi: in alcuni punti la combinazione con l’audio non ben registrato rende difficile la comprensione. Non aiuta poi che la recitazione si mantenga spesso su toni quieti e dimessi (a capo di tutti Margherita Mazzuccato, che interpreta la protagonista in maniera monoespressiva). Non bastano la partecipazione in piccole parti di una accorata Carlotta Natoli e di un caricaturale Luigi Lo Cascio a ridare verve al tutto.
    Gli spunti interessanti ci sono (la vicinanza tra donne, il desiderio di viaggiare, il trattamento da parte della Chiesa del femminile, le difficoltà che il titolo di ‘santa’ comporta…) ma restano appunto spunti, elementi in nuce che non vanno mai oltre la trattazione superficiale: il film sembra più interessato a restituirci immagini, icone della sua protagonista, piuttosto che la sua umanità.
    A ‘Chiara’ comunque un merito va riconosciuto: ha osato, ed in una edizione così stantia di contenuti audaci in ambito italiano il solo aver tentato e fallito potrebbe valere più del non aver tentato affatto.

    GLI ORSI NON ESISTONO di JAFAR PANAHI

    Panahi, fra i maggiori esponenti della new wave iraniana e incarcerato lo scorso 12 luglio in quanto dissidente del regime, con “Gli orsi non esistono” dimostra di saper fondere alla perfezione l’aspetto urgentemente autobiografico con un mondo di finzione dove, attraverso la penna di Panahi, le atrocità vissute – e che tutt’ora sta vivendo e “scontando” – sulla sua pelle diventano oggetto di un più ampio discorso universalmente valido. Si parla di essere confinati nel proprio Paese, di non poter diffondere un certo materiale, del regime opprimente e soffocante: questo di Panahi è un immenso “j’accuse” dove “il regista con la macchina da presa” riprende la propria vita per riflettere e riflettersi. Colpisce a fondo l’ultima immagine del film in cui Panahi – che interpreta sé stesso – preme il freno della macchina appena prima di lasciare l’Iran, per restare e combattere: mai come in questo caso il gesto artistico diviene simulacro di un gesto politico e sociale.
    Tutto questo si trova nell’ultimo spazio di libertà creativa del regista iraniano, prima di una lunga e ingiusta detenzione.

    SICCITÀ di PAOLO VIRZÌ

    Quest’anno la Mostra del cinema di Venezia sembra volerci abituare alla presenza, all’interno del proprio programma, di una certa categoria di film: i film brutti. ‘Siccità’ di Paolo Virzì entra a gambe tesa in questa categoria.
    La premessa, anche interessante (e per certi versi profetica), riguarda una siccità che colpisce la capitale italiana da più di un anno. In questo contesto si muovono una serie di personaggi che, nella migliore tradizione delle commedie italiane corali, si legano, si incontrano e si scontrano, dando vita ad un cast corale che comprende nomi più o meno grandi (Silvio Orlando, Monica Bellucci, Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi e Max Tortora per citarne solo alcuni) che affrontano il proprio ruolo con più o meno convinzione.
    L’idea iniziale di affrontare le conseguenze sociologiche e personali in caso di un evento catastrofico viene sviluppata solo in parte. Infatti, da un certo punto in poi ‘Siccità’ si mette sui binari più convenzionali possibili della commedia italiana, affrontando gli stessi identici temi che ci vediamo rifilare da decenni: famiglia, tradimenti, coppie che si lasciano e si rimettono insieme, figli difficili, tutto terribilmente blando, terribilmente già visto.
    Gli spunti interessanti legati alla crisi romana sarebbero anche interessanti, non fossero seppelliti sotto i drammi personali (e noiosi) dei personaggi e trattati con sufficienza e didascalismo che dimostrano la dissociazione del regista dalla realtà dei fatti. Risulta particolarmente offensivo, a due anni dall’inizio di una pandemia che ha innegabilmente creato un trauma nazionale, dare contro alla generazione dei giovani o sminuire le loro difficoltà e le loro rimostranze.
    Il finale, poi, è il colpo di grazia: una risoluzione semplicistica, assolutamente non credibile alla situazione della siccità, che toglie la responsabilità a tutti i responsabili e un gran peso dalle spalle di chi doveva risolvere la situazione. L’idea che si possa glissare sopra un evento di tale portata e durata sperando che nella popolazione non ci siano forti traumi, o che questa sia la soluzione definitiva ad un evento complicato come la crisi ambientale sembra assolutamente ingenuo da parte di un team che ha effettivamente vissuto e che evidentemente fa riferimento ad una pandemia tuttora in corso.

    OLTRE IL MURO di VAHID JALILVAND

    Nell’edizione di Venezia in cui viene presentato “Gli orsi non esistono” del più famoso regista iraniano Jafar Panahi – incarcerato dal regime lo scorso luglio -, “Oltre il muro” di Vahid Jalilvand (così come “Senza di lei” di Arian Vazirdaftari) fungono da coerenti appendici di un necessario movimento di protesta che può e deve scuotere gli animi degli spettatori: sono questi i casi in cui i difetti – come uno sviluppo fin troppo monotono e poco avvincente – passano in secondo piano rispetto alla forza d’animo e allo spirito d’umanità dei protagonisti, per un popolo e un contesto in cui c’è follemente bisogno di ancore e simboli a cui aggrapparsi per riuscire ancora a smuovere le coscienze sociali.
    Oltre il muro forse c’è ancora un barlume di speranza, quella che alberga dentro l’umano eroismo di ciascun cittadino.

    THE SON di FLORIAN ZELLER

    Se con “The Father”, il regista Florian Zeller era riuscito a piegare il dramma hollywoodiano a una personale e innovativa idea di cinema – con il suo impianto teatrale in cui la regia era al servizio dei cambiamenti di scenario, generati dall’alzheimer del personaggio interpretato da Anthony Hopkins -, verrebbe da chiedersi se dietro a “The Son” ci sia lo stesso regista.
    Si resta nell’ambito di adattamenti di pièce teatrali, ma Zeller pare aver lasciato il Cinema chiuso nel cassetto: “The Son” è un melodramma hollywoodiano dei più schematici e stantii, dove la derivazione teatrale sembra sgorgare da ogni frame – e non è un bene – a partire dalla recitazione dei protagonisti, eufemisticamente impostata fino a tal punto da darci l’impressione di poter leggere anche noi il copione. A differenza di “The Father”, ora il regista sembra più preoccupato a cercare la lacrima del pubblico piuttosto che tentare di narrare una storia attraverso il cinema, con una regia che non cerca mai di dare quel contributo in più che necessiterebbe una storia tanto banale quanto già vista.
    Oltre a grossi buchi di sceneggiatura (la prevedibile bastonata finale è causata da un gesto folle di uno dei protagonisti), la schematicità di “The son” rende impossibile qualsiasi gioco coi sentimenti, rifugiandosi in un cinema sterile e innocuo, monodirezionale nella scrittura e piatto di emozioni.
    Una cocente delusione.

    BLONDE di ANDREW DOMINIK

    “Blonde”, più che un biopic, è un horror.
    “Blonde” è la sequenza d’apertura di “Mulholland Drive” ma attraverso gli occhi di chi ha davvero vissuto gli onirismi lynchiani sulla sua pelle.
    “Blonde” è la mercificazione divistica e al contempo la deflagrazione umana causate dalla forza prepotente e approfittatrice dei riflettori.
    “Blonde” è la Norma Jeane dietro alle carni di Marilyn Monroe date in pasto al vanaglorioso star system.
    “Blonde”, attraverso i suoi continui cambi di formato e di colori, è un’immensa riflessione anche sul mezzo cinematografico e sulle sue mille potenzialità, ancora non esauritesi e che mai dovranno farlo: sempre in bilico fra letale realtà e struggente finzione.
    “Blonde” è la (ri)conferma che il biopic può ancora essere terreno fertile per veri e propri film d’autore quando chi dirige la macchina da presa è definibile tale: Andrew Dominik.

    IL SIGNORE DELLE FORMICHE di GIANNI AMELIO

    Dopo il suo ‘Hammamet’, dedicato ad una delle figure politiche più controverse dello scorso secolo, Gianni Amelio torna ad affrontare la storia del nostro paese, raccontando il primo processo per plagio svoltosi in Italia. Soggetto di tale processo l’intellettuale e mirmecologo (da qui il titolo) Aldo Braibanti, il quale fu denunciato dai genitori di uno studente maggiorenne con cui aveva avuto una relazione.
    ‘Il signore delle formiche’, ambientato nell’Italia degli anni ’60, ripercorre la vicenda di Braibanti in maniera molto libera, per stessa ammissione del regista (sulle differenze tra film e realtà sono già state scritte cose molto più interessanti e precise di quanto potrei fare io). L’intento è quello di utilizzare la storia del passato per commentare il nostro presente e le discriminazioni ancora subite dalla comunità LGBTQ+. ‘Se dovete fare proteste, protestate per il Vietnam!’, dice uno dei personaggi agli studenti accampati davanti al tribunale dove si svolge il processo, richiamando una retorica populista che abbiamo incontrato spesso negli ultimi anni. A questa si uniscono, sia nella finzione del film sia nella nostra realtà, la morale cristiano-cattolica e l’appello alla morale e al pudore.
    La conseguenza è che purtroppo si incorre in una rappresentazione troppo netta dei personaggi della vicenda, estremamente buoni o estremamente cattivi a seconda della ‘fazione’ di appartenenza. Altro difetto della pellicola è che sembra incorrere in una delle ipocrisie che imputa ai giudici di Braibanti, ovvero il ricorso ad un pudore a parer mio eccessivo nella rappresentazione della relazione omosessuale dei protagonisti. L’omosessualità nel film viene rappresentata in termini relativamente innocenti, forse per non scontentare una fetta di pubblico che si vuole portare dalla propria parte, oppure in una forma estremamente stereotipata che, però, Braibanti si affretta a rifiutare, mettendo subito in chiaro di essere ‘diverso’ dai suoi amici omosessuali. La distinzione di diversi tipi di omosessualità e l’implicazione che l’una sia più valida di un’altra (e quindi più degna di essere accettata?) è un elemento disturbante in un’opera che vorrebbe essere simpatetica verso la comunità.
    Spesso la recitazione degli attori va in over the top, con situazioni drammatiche e conflitti che si creano dal nulla. Nonostante ciò, ci sono interpretazioni degne di nota. Luigi Lo Cascio nella parte di Braibanti dimostra un controllo e una padronanza intellettuale ammirevoli, ed è probabilmente avviato al David di Donatello. Elio Germano svolge il ruolo inventato di un giornalista in fin dei conti inutile ma nondimeno simpatetico, un’aggiunta che dà colore alla situazione (anche se la sua introduzione spezza in maniera abbastanza netta il film in due parti distinte). Infine, l’esordiente Leonardo Maltese nella parte di Ettore, l’amante di Braibanti, brilla nelle sezioni successive alla scoperta della relazione col professore. Molto notevole in particolar modo la scena della sua deposizione in tribunale, che Amelio intelligentemente decide di riprendere in un piano sequenza tutto concentrato sul volto del personaggio.
    Nonostante i difetti, ‘Il signore delle formiche’ presenta comunque elementi di interesse che possono valere la visione. Forse, visto il forte didascalismo e la sua natura innocua, tra qualche anno lo troveremo tra i film mostrati a scuola per introdurre gli alunni a determinati argomenti e sensibilizzarli su certe tematiche. Ma in fondo esistono destini peggiori.

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  • RECENSIONE PINOCCHIO (2022) – UNA MAGIA DISNEY NELLA MEDIA

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    I remake in live-action dei classici Disney sono un oggetto cinematografico curioso e per certi versi paradossale: si attirano da sempre una cattiva nomea e nell’immaginario collettivo appaiono come deboli spettri degli originali, ma allo stesso tempo mantengono sempre un elevato grado di interesse e riscuotono ampi successi al botteghino – il Re Leone di Jon Favreau è il remake di maggior successo della storia del cinema, con un incasso che supera il miliardo e seicento milioni. Segno che la nostalgia è ora più che mai una forza vincente per decretare il successo di simili rilanci e che i classici Disney non smettono mai di affascinare.

    Soprattutto per quanto riguarda Pinocchio, una delle storie che conta il maggior numero di adattamenti nella storia del cinema, tra cui proprio il secondo Classico Disney in assoluto dopo Biancaneve e i sette nani. Il caposaldo dell’animazione datato 1940 viene ripreso in questo remake uscito su Disney+ – che arriva tre anni dopo di quello di Matteo Garrone e pochi mesi prima del lungometraggio in stop-motion firmato da Guillermo del Toro – messo nelle mani di Robert Zemeckis, anche co-sceneggiatore con Chris Weitz.

    Lasciate dunque da parte gli eterni e poco produttivi dubbi sulla “necessità” di tale operazione e ignorate le inevitabili quanto sterili polemiche sulle scelte di casting: è opportuno riflettere sulla ragion d’essere di questo Pinocchio e sui suoi punti di forza. Perché di punti di forza se ne possono trovare anche qui. A volte.

    C’È DI NUOVO UNA STELLA SU NEL CIEL

    La magia non è del tutto assente dal remake in salsa Zemeckis: la regia dinamica ad altezza di burattino (e, a volte, di grillo) rende quantomeno coinvolgenti anche le scene in interni più statiche – intere sequenze paiono mutuate dai precedenti incursioni nel cinema d’animazione di Zemeckis, come Polar Express o A Christmas Carol – e si riconosce l’intento di rendere più grandi le ambientazioni del classico originale, di esplorarle con maggior virtuosismo. Scenografie e costumi sorprendono a loro volta anche per il riavvicinamento a un immaginario più riconoscibilmente italiano – per quanto ovviamente artefatto -, e correggono l’estetica mitteleuropea dell’originale, restituendo una maggiore specificità al mondo di Pinocchio.

    Lo spettacolo messo in piedi da Zemeckis per la maggior parte funziona e l’intrattenimento per famiglie non annoia mai.

    UNO SPETTACOLO DI BURATTINI DAI PIEDI D’ARGILLA

    Ma se la regia e il lavoro sulle ambientazioni rendono questo remake piacevole quantomeno sul piano visivo, il meccanismo comincia a incepparsi quando il film vuole dare una ragion d’essere anche alla storia, allo sviluppo narrativo.

    La trama ricalca quasi tutti i passaggi dell’originale, il che non sarebbe nulla di strano considerata la sua stessa natura di remake, ma risulta scolastica e pedante quando vorrebbe ricreare passo passo la magia del lungometraggio animato e bizzarramente fuori posto quando aggiunge nuovi passaggi e nuovi personaggi, mai sgradevoli ma senza alcun mordente, di cui il film stesso pare dimenticarsi fino a quando non ritornano di nuovo utili per proseguire la narrazione. Questo appare evidente anche nell’uso delle canzoni: i nuovi orecchiabili brani di Alan Silvestri e Glen Ballard non spiccano mai, e quelle originali appaiono incastrate nella narrazione per contratto, perché devono esserci.

    Il remake del secondo classico Disney è un prodotto perfettamente nella media dei rilanci cinematografici Disney: un intrattenimento superficialmente gradevole e visivamente maestoso, di cui resta ben poco a visione conclusa. Anche il pur discutibile Crudelia diretto da Craig Gillespie compiva un passo ulteriore nel riproporre alla contemporaneità l’immaginario disneyano classico e a modo suo era capace di ritagliarsi uno spazio adeguato nel canone, anche solo per i costumi di Jenny Beavan. Questo Pinocchio, invece, non compie mai il passaggio da burattino di legno a bambino vero, e resta intrappolato nella pancia di una balena di cui ci si dimentica in fretta.

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  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 2

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    THE ETERNAL DAUGHTER di JOANNA HOGG

    A cura di Gaia Fanelli
    Con “The Eternal Daughter” Joanna Hogg cerca di portarci all’interno del complicato rapporto con sua madre, palesando e affrontando rimpianti e preoccupazioni. Ricco di potenziale che permetterebbe sviluppi differenti, il film si ferma a metà tra l’horror psicologico (che segue la strada di Shining) e il racconto sentimentalista e smaccatamente angosciante delle relazioni umane. Non imbocca tuttavia nessuna delle due strade con convinzione, fermandosi ad un bivio che impedisce al racconto di partire realmente. La forte componente autobiografica è evidente, non basta però a caratterizzare il tenore del film riuscendo ad emozionare gli spettatori con la propria storia. E anche la semplice riflessione sul legame madre-figlia non ottiene un’adeguata definizione, restando sempre sul generico ed evitando approfondimenti che sarebbero stati necessari. In conclusione, “The Eternal Daughter” avrebbe certamente un grande potenziale, ma la vaghezza che lo caratterizza lo frena, facendolo risultare più noioso che toccante.

    WITHOUT HER di ARIA VAZIDAFTARI

    A cura di Alberto Faggiotto
    “Se una persona dimentica il proprio passato, è sempre la stessa persona? O diventa qualcun altro?”
    In orizzonti extra, l’iraniano Vazirdaftari porta questo tenebroso thriller psicologico che in un mix ben congegnato di sovrapposizione – e collimazione – fra piano sociale e identitario, assume i caratteri di un potente grido all’antionomologazione e alla non arresa di fronte ai poteri costituiti: o ci si adegua al sistema o si rischia di perdere la propria identità e che qualcuno prenda il nostro posto nella società.
    “Without Her” ne risente per gli sviluppi prevedibili e per il suo manifesto didascalismo, ma è uno di quei casi eccezionali in cui il l’importanza del contesto sociale di provenienza mette in secondo piano i diversi difetti.

    LA CHIAMATA DAL CIELO di KIM-KI DUK

    A cura di Alberto Faggiotto
    Quanto è bizzarro e lunatico l’ultimo (postumo, purtroppo) film di Kim Ki-duk – scomparso prematuramente nel dicembre 2020 – frutto di una coproduzione Estonia, Lituania e Kyrgyzstan e con il montaggio portato a termine dai collaboratori del maestro sudcoreano, forse il lato tecnico da cui infatti, l’opera ne esce maggiormente sconfitta.
    I toni secchi e taglienti giustapposti a lampi di crudo affetto tornano a dissezionare la concezione di amore e di relazione di Ki-duk dove il sesso e i rapporti affettivi sono attrazione e al contempo repulsione, rifugio e assieme condanna: il film si pone (quasi) come seguito spirituale di “Time” (2006) e in un climax di tangibile tensione che pare dover trasformare da un momento all’altro la protagonista in quella di “Moebius” (2013).

    WHEN THE WAVES ARE GONE di LAV DIAZ

    A cura di Alberto Faggiotto
    Cinque anni dopo il pluripremiato e acclamato “The Woman Who Left”, Lav Diaz torna sui grandi schermi con il film più breve della sua filmografia ma senza perdere un briciolo dello smalto introspettivo, intimo e al contempo universale che caratterizza il suo cinema. In “When the waves are gone” si prende come esempio la corruzione della polizia filippina per ampliare il discorso a un piano universale sull’indifferenza umana come peggio seme per le (semi)dittature contemporanee. È curioso anche notare come lo stesso anno del ritorno al cinema del body horror di un altro grande maestro della contemporaneità (e non solo), David Cronenberg, Diaz decida di connettere il disfacimento morale a quello fisico (in questo caso la psoriasi del nostro protagonista).
    “Bisogna cercare la verità dall’interno, non dall’esterno”, perché nessuno resti indifferente e le radici del male possano essere una volta per tutte scacciate dai nostri Paesi: purtroppo, a giudicare dal finale di questo bellissimo film, Lav Diaz non pare avere molta fiducia nell’essere umano.

    BANSHEES OF INISHERIN di MARTIN MCDONAGH

    A cura di Alberto Faggiotto
    Il regista torna alla sua terra natia, l’Irlanda, con un travolgente e splendido omaggio alla nazione che sfrutta il folklore, il teatro dell’assurdo (Beckett) e la guerra civile irlandese per urlarci quanto sia “assurda”, appunto, la guerra. La miccia dell’alterco fra i due protagonisti Padraic e Colm (interpretati con grande animo da Colin Farrell e Brendan Gleeson) parte infatti da un pretesto “assurdo”: una mattina Colm si sveglia e non vuole che Padraic gli rivolga più la parola, perché lo ritiene noioso e non vuole perdere tempo vista la brevità delle nostre vite.
    Chiaramente il tutto è impregnato del grottesco e del black humour tipici di McDonagh, immersi in un’Irlanda quasi metafisica e rarefatta, in cui gli spiriti aleggiano e le streghe ricordano quasi quelle del “Macbeth” di shakesperiana memoria (con tanto di predizioni di future morti).
    Un affresco magnificamente fotografato e diretto dove la tradizione è sfruttata per sbatterci in faccia l’assurdità e l’inutilità della guerra, come solo il grande cinema di McDonagh sa fare.

    DON’T WORRY DARLING di OLIVIA WILDE

    A cura di Alberto Faggiotto
    Lascia abbastanza perplessi la nuova fatica di Olivia Wilde, qui al suo secondo lungometraggio, non tanto perché la recitazione sia carente (Harry Styles sorprende in positivo) o la regia pessima (in fin dei conti è quadrata per quello che vuole raccontare), ma piuttosto per una sceneggiatura delle più derivative che si siano viste al Lido quest’anno, dove non si tenta nemmeno una minima rielaborazione narrativa o iconografica. È tutto incredibilmente prevedibile e col sentore di déjà vu, in uno script che rende irritante il personaggio di Florence Pugh sin dal primo minuto e che, effettivamente, porta a chiedersi come mai lo troviamo a una prestigiosa mostra internazionale del cinema.

    TI MANGIO IL CUORE di PIPPO MEZZAPESA

    A cura di Silvia Strambi
    Non mancherebbero neppure le immagini visivamente interessanti, in ‘Ti mangio il cuore’ di Pippo Mezzapesa, debutto come attrice della cantante Elodie. Il bianco e nero utilizzato non ha alcuna ragione d’essere, ma non si può negare che il comparto fotografia lo sappia sfruttare per creare inquadrature suggestive. Degne di nota anche le scene coinvolgenti gli animali, che fanno da accompagnamento alle vicende umane.
    Peccato che il comparto tecnico sia al servizio di una storia delle più banali, un miscuglio tra ‘Romeo e Giulietta’ e i primi due capitoli de ‘Il padrino’, una vicenda di vendetta tra bande in cui tutti gli stereotipi sul sud Italia e i topoi delle storie di mafia vengono inseriti.
    Non brilla ma comunque è adatta alla parte Elodie, che dà vita a un personaggio di femme fatale seduttrice e vittima al contempo, riunendo in sé le due figure topiche della santa e della meretrice. Bravo nella parte anche Francesco Patanè, convincente sia come bravo ragazzo sia come vendicatore senza pietà. Peccato che la sceneggiatura non aiuti né l’una né l’altro nel passaggio tra i due estremi.

    ARGENTINA, 1985 di SANTIAGO MITRE

    A cura di Alberto Faggiotto
    Nel suo narrare la lotta dei due famosi procuratori argentini contro la “feroce, clandestina e vigliacca” dittatura militare esauritasi nel 1983, l’eroicità di questo legal drama di Santiago Mitre è fin troppo relegata a una sceneggiatura-tipo da premio, piena di cliché e di momenti costruiti a tavolino pronti per far partire lo scroscio di applausi.
    In fin dei conti si tratta comunque di una visione istruttiva, ma la pellicola risulta fin troppo programmatica e sensazionalistica nelle sue modulazioni narrative. Nota di merito per i guizzi d’ironia che rendono unico il vero protagonista Julio Strassera (un Ricardo Darín super in parte).

    AUTOBIOGRAPHY di MAKBUL MUBARAK

    A cura di Alberto Faggiotto
    Il nuovo film del regista indonesiano ha tutto il reparto tecnico in grado di rendere grande un film: una regia pulita e senza sbavature, una fotografia soffusa adatta alle atmosfere e delle ottime interpretazioni. Il problema è la sceneggiatura, che si prende i suoi tempi fin troppo a lungo annacquando una storia che avrebbe necessitato massimo un lungometraggio di un’ora, che invece dura il doppio. La noia prevale e dell’interessante discorso sul concetto di lealtà e di fedeltà non rimane molto, se non il rammarico per un potenziale inesploso.

    LES ENFANTS DES AUTRES di REBECCA ZLOTOWSKI

    A cura di Alberto Faggiotto
    C’è una scena in particolare ne “I figli degli altri” che ci fa capire che è questo il “girl power” di cui abbiamo bisogno: all’inizio del film è il personaggio di Rachel (una sublime Virginie Efira) che prende il preservativo prima di fare l’amore per metterlo al compagno, mentre la mattina dopo è lei che guarda il compagno fare la doccia; un banale sovvertimento di una scena-tipo che ci insegna come nei particolari possano essere piantati i semi del cambiamento. Lo stesso cambiamento che Rachel vorrebbe apportare alla sua vita per non sentirsi più una persona di passaggio nelle vite degli altri, ma che dovrà fare i conti con la sincerità sentimentale dei bambini (in questo caso di una bambina), inabili a mentire per quanto riguarda le emozioni. Con disarmante spontaneità e genuinità la sceneggiatura di “Les Enfantes Des Autres”, aiutata dalle splendide musiche usate come contrappunto, entra nella psiche di una comparsa, di una persona di passaggio ma che ormai sulla soglia dei quarantacinque anni desidera con tutto il cuore una stabilità affettiva, che prima però dovrà affrontare cosa significhi essere “madre” e cosa i bambini considerino tale.

    L’IMMENSITÀ di EMANUELE CRIALESE

  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 1

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    White Noise

    di Noah Baumbach

    “La famiglia è la culla della disinformazione mondiale”.
    Se in “Storia di un matrimonio” ci mostrava come cercare di tener saldo un matrimonio, ora Baumbach torna al nucleo famigliare ma come microcosmo, per inscenare e indagare con l’assurdo e per mezzo delle dipendenze e paranoie della contemporaneità, assieme la sua disintegrazione e ricostituzione: in quello di “White Noise” gli adolescenti sono più intelligenti degli adulti mentre questi ultimi sono molto più occupati a fare a gara a chi ha più paura della morte. Un pastiche di generi (si passa con grande abilità dalla commedia al catastrofico al dramma e all’horror) che non diventa mai pastrocchio e in cui anche la regia cambia registro in base alle esigenze. Anzi intrattiene, diverte e commuove.
    Adam Driver effettivamente sensazionale e la sua espressività si sposa incredibilmente bene con l’ironia coeniana del film. Da vedere!

    The Kingdom: Exodus

    di Lars Von Trier

    “The Kingdom”, l’opera del regista danese nata nel 1994 sulle orme di “Twin Peaks”, tornando come quest’ultima dopo più di 20 anni trova così ancora più punti di contatto: Trier, come ha fatto Lynch con il suo capolavoro “Twin Peaks – Il Ritorno”, riflette tanto sul suo cinema quanto sul suo stesso materiale di partenza ma – al contrario di Lynch – riafferma la possibilità di poter ancora, nel 2022, fare quel tipo di cinema (che poco in comune ha con la televisione, nonostante sia stata – e sarà – distribuita a episodi). E allora mai come per “Riget – Exodus” ci si trova di fronte a un metacinema in cui l’autore diventa il perno, il nucleo, il cuore e le fondamenta sia della trama che della sua creazione.
    Si può ancora decostruire l’impianto soap-operistico del medical drama, le profonde lacerazioni storiche fra Svezia e Danimarca (“Feccia danese!”) sono ancora aperte, il male originario si sta ancora propagando nell’ospedale, ma il regista danese è ben al passo anche con la contemporaneità e la decostruzione non può non attraversare anche i sintomi della società odierna, come la ribalta del femminile.

    Speriamo vivamente che non sia l’opera testamentaria di Lars Von Trier, anche se lo scorrere dei titoli di coda al termine dell’ultima puntata, senza più nemmeno l’ombra del regista davanti all’inquadratura, è molto eloquente…

    Bardo

    di Alejandro Gonzalez Inarritu

    Per scomodare nomi importanti, “Bardo” è “8 1/2” che si mescola ad “Amarcord” e a “The Tree of Life”… Ma forse ne risente in parte per la sua forte componente autobiografica che in certi punti si mangia l’universalità del racconto. Ad ogni modo è un film in cui la forma radicale del regista (l’uso del grandangolo è portato all’estreme conseguenze) si sposa bene con gli onirismi esistenziali del film, risultando coerente e regalandoci una visione di Cinema e di Vita assolutamente originali. Per Iñárritu la vita è il grottesco, come una frase incomprensibile pronunciata in letto di morte.

    Princess

    di Roberto De Paoli

    La maledizione del simil-documentarismo osservativo colpisce ancora: quando si capirà che se si tocca il sociale in questa maniera, le coscienze da scuotere rimarranno sempre indifferenti? Per certi aspetti ricorda molto gli stessi errori commessi da “Pleasure” di Ninja Thyberg.

    Un Couple

    di Frederick Wiseman

    Davvero basta il fruscio delle foglie, l’acqua che si infrange sulle scogliere e Nathalie Boutefeu che legge per 60 minuti le lettere di Sofia (moglie di Leo Tolstoj) per meritare il concorso di un film a Venezia? La sensazione che si tratti soltanto del compenso che doveva essere dato al regista Wiseman, ormai 93enne, è molto concreta.

    Bones and All

    di Luca Guadagnino

    In “Bones And All”, Luca Guadagnino torna a descrivere una generazione di adolescenti sfruttando il road movie, l’horror e gli emarginati dell’America ottantina: se in “Chiamami col tuo nome” i sensi, gli odori, le sensazioni intangibili erano un puro idillio estivo e i corpi velluto da carezzare e baciare, ora i sensi diventano una maledizione, i cannibali si riconoscono dall’odore e i corpi sono carne da macello. Come poter crescere sapendo che “l’amore non accetta i mostri?”. Non resta che scoprirlo in questo altro grande film di uno dei maggiori cantori dell’adolescenza.

    Athena

    di Romain Gravas

    C’è chi ha definito “politicamente ambiguo” lo schizofrenico “Athena” di Romain Gavras (figlio del più famoso Costa Gavras), ma la verità è che il film non pretende di schierarsi da una fazione o descrivere le motivazioni di una guerra civile: il film – attraverso i suoi sontuosi e funambolici piani sequenza assieme ad intrecci da tragedia greca, oltre all’unità di luogo e di tempo – ci sbatte in faccia come in un microcosmo come il quartiere “Athena” si possano nascondere i prodromi di una guerra civile che imperverserà là fuori, perchè il dolore umano e la violenza ceca che ne deriva sono sempre terreno fertile per scontri su più larga scala.

    Aru Otoko (A Man)

    di Kei Ishikawa

    “Aru Otoko” di Kei Ishikawa è l’equivalente di “Cure” di Kiyoshi Kurosawa se fosse stato girato da Hirokazu Kore’eda: cosa costruisce un’identità? Cosa rende autentico un legame familiare? Un film che invece che dare risposte pone solo più domande: cosa sempre più rara nel cinema contemporaneo.

    All the Beauty and the Bloodshed

    di Laura Patrice

    L’arte come strumento (e infine anche posto fisico) di protesta e giustizia sociali, oltre che come mezzo di emancipazione. Che grande discorso sull’immagine, sull’arte e sul mezzo filmico (ma anche sul Cinema con la “C” maiuscola: comparirà anche John Waters) questo di Laura Poitras, dove più che a un documentario assistiamo a una collezione di diapositive o un video-album da sfogliare: in un viaggio in cui Nan Goldin ci guida fra scatti intimisti e sue collezioni – come “la ballata della dipendenza sessuale” o “memoria perduta” -, ci viene sbattuta in faccia “tutta la bellezza e lo spargimento di sangue” della sua vita e della lotta contro la famiglia Sackler per l’epidemia di oppioidi che ha scatenato negli USA. Per un finale umanamente tragico ma che lascia un barlume di speranza per la (ri)affermazione dell’arte come nido e oasi di giustizia sociale.

    The Whale

    di Darren Aronofsky

    Con l’attesissimo “The Whale”, Darren Aronofsky torna manipolare lo spettatore come già fece con “Requiem for a dream”: il corpo di Brendan Fraser che per la sua immensa mole assomiglia incredibilmente ai freak di “Taxidermia”, è miseramente sfruttato perché lo spettatore ne rimanga impietosito e non si soffermi su una sceneggiatura eufemisticamente banale, con una sottotesto cattolico (che diventerà esplicito sul finale) abbastanza sconclusionato. Potrebbe ricordare “La grande abbuffata” per i corpi che fagocitano cibo irrefrenabilmente o “The Elephant Man” per il lavoro operato su di un freak (oltre che per un finale visivamente simile), ma la verità è che in “The Whale” non si trova né il discorso sociale di Ferreri né il legame fra mostruoso e società del capolavoro di Lynch. Il corpo di Fraser (ingrassato oltremisura ma comunque aumentato di dimensioni dalla prostetica) è inserito in un impianto teatrale dove passano la figlia, la moglie e un apparente e misterioso predicatore, ma la sceneggiatura non si sforza di dare profondità ad alcun personaggio per lasciare spazio al lavoro registico e il suo inquadrare da ogni anfratto e incorniciando in 4:3 il freak-Faser, dispiace solo che si tratti di un operato manipolatorio, atto a irradiare un senso di sconvolgimento che si esaurirà assieme all’ultima inquadratura del film.

    Monica

    di Andrea Pallaoro

    “Monica” è una bravissima e bellissima Trace Lysette, donna di cui non vediamo nulla del passato, sappiamo che sta riallacciando i rapporti con la famiglia e non sapremo nulla del sul futuro. Quello che vediamo sono delle bellissime immagini ingabbiate in un 4:3 che vorrebbe renderle dei quadri in movimento, peccato che quel che resta in mano allo spettatore sia una storia mai partita ma sempre sul procinto di ingranare. Una completezza estetica che si esaurisce in sé stessa e che pur essendo manifestamente partorita dal profondo del cuore del regista, non arriva mai dritto al quello dello spettatore. Un peccato.

    Love Life

    di Kôji Fukada

    "Love Life", il titolo dell'ultimo film di Koji Fukada, è un appello a noi spettatori e all'umanità tutta, un grido disperato ma sommesso di appello alla vita. Quella vita fatta di affetti e relazioni che con invidiabile minuzia il film esamina e ispeziona come nei migliori film di Kore'eda, prima distruggendo e poi ricomponendo il significato di famiglia e di amore. Fukada è un maestro nel lasciare spazio ai personaggi suggerendoci la solitudine di ciascuno inquadrandoli sempre a distanza, come da dietro la tenda in una delle sequenze più strazianti: amate la vita, perchè quando moriremo saremo tutti soli.

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  • RECENSIONE IL SIGNORE DEGLI ANELLI: GLI ANELLI DEL POTERE – EPISODI 1-2

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    Produrre un suo personale Trono di Spade è stato un chiodo fisso di Amazon Studios per anni: il genere affascina il grande pubblico da sempre, e la serie di HBO tratta dai romanzi di George R. R. Martin ha dimostrato come giocare con le regole del fantasy potesse produrre un fenomeno mediatico senza precedenti.

    E se, fino a questo momento, il fantasy made by Amazon non ha avuto grande fortuna tra serie high-concept di poco mordente (Carnival Row) e mediocri adattamenti letterari (La ruota del tempo), la compagnia di produzione ha deciso di puntare altissimo e tornare alle origini di tutto il genere con la saga de Il Signore degli Anelli.

    Ma non ce ne vogliano i puristi di Tolkien: l’opera che di fatto ha fondato il fantasy moderno e uno dei capisaldi della letteratura fantastica mondiale ha conosciuto una seconda e più popolare giovinezza grazie alla trilogia di Peter Jackson, opera cinematografica che ha alzato per sempre l’asticella dello standard delle produzioni cinematografiche.

    La sfida che Amazon Studios e la coppia di showrunners J. D. Payne e Patrick McKay hanno raccolto con Gli Anelli del Potere era tra le più ardue, non solo per il confronto con il materiale letterario di partenza ma anche per quello inevitabile con il suo illustre predecessore cinematografico. Dovendo reintrodurre milioni di spettatori alla Terra di Mezzo, quale sarebbe stato l’approccio migliore Reinventare tutto e rischiare oppure andare nel sicuro e inserirsi nella scia di Jackson? A giudicare dai primi due episodi, la scelta è andata per una saggia via di mezzo.

    UN NUOVO BENVENUTO NELLA TERRA DI MEZZO

    Le panoramiche a volo d’uccello e i campi lunghissimi in cui la regia di Juan Antonio Bayona (per le prime due puntate) ci immerge fin dalle prime sequenze non possono non richiamare quanto fatto da Jackson, ma è inevitabile: il modo in cui la serie immerge lo spettatore nella maestosità delle ambientazioni è figlia della regia di Jackson che ha plasmato il modo di girare scene fantasy nel terzo millennio. Ciò in cui Gli Anelli del Potere si distingue tuttavia è nella raffinatezza con cui l’attenzione della serie passa dal generale al particolare, dal fasto magniloquente delle ambientazioni alla cura maniacale per le rifiniture.

    Mai un universo di finzione al cinema o in tv è sembrato così grandioso e ricco di dettagli: il livello di cura e minuziosità nella ricostruzione della Terra di Mezzo è equiparabile se non addirittura superiore al già maestoso lavoro svolto a suo tempo dai team della Weta Digital e Weta Workshop. Sembra fatto apposta per far perdere gli appassionati nella miriade di dettagli che traboccano da ogni inquadratura, accompagnata dalla maestosa colonna sonora di Bear McCreary.

    La regia di Bayona è pienamente consapevole di dover bilanciare lo stupore per un mondo fantasy così enorme, il worldbuilding e la cura nella costruzione dei personaggi, e dà il suo meglio non tanto nelle ampie vedute -dove la parte del leone la fanno gli effetti visivi- quanto nei momenti di
    introspezione.

    LA STORIA DIVENTA LEGGENDA, LA LEGGENDA MITO

    Superato il sense of wonder iniziale per il livello di dettaglio, la storia si dipana subito per una serie di linee narrative parallele che spaziano per tutta la Terra di Mezzo toccando i destini di vari popoli.

    La cura nel ricostruire la specificità di ogni singolo gruppo sul piano visivo e iconografico tocca anche i dialoghi e la costruzione dei rapporti tra persone e gruppi; tutti i popoli parlano con voci diverse e costruzioni linguistiche coerenti con il proprio status e collocazione geografica. Sembra poco, ma è uno dei tanti tasselli fondamentali che contribuiscono a mantenere intatta la sospensione dell’incredulità.

    Le motivazioni dei singoli personaggi appaiono chiare fin dall’inizio e Payne e McKay prestano particolare attenzione alle personalità e le motivazioni di tutti.

    Se i personaggi sono quasi tutti subito ben definiti e le loro storie interessanti, non sempre tutto quadra nello sviluppo delle suddette linee narrative, e si ha l’impressione che la serie cada in alcuni trabocchetti tipici di una serie a così ampio respiro, volendo raccontare troppo in un periodo di tempo relativamente limitato -e a questo contribuisce un montaggio non sempre capace di restituire le giuste dosi di pathos e a dare eguale importanza alle diverse sottotrame-; tuttavia questo potrebbe essere un difetto delle puntate introduttive, e distendersi man mano che la storia prosegue.

    LA TELEVISIONE NON È MAI STATA COSÌ GRANDE

    È difficile valutare dalle prime due puntate la portata di quella che, con ogni probabilità, è la serie televisiva più ambiziosa di sempre, ma probabilmente sarà altrettanto difficile farlo anche a stagione conclusa; proprio in virtù dei pregi come dei difetti bisognerà dare tempo al tempo per stabilire se Gli Anelli del Potere sia davvero destinata a cambiare le regole a imporsi come nuovo fenomeno televisivo del momento.

    Ciò che tuttavia traspare fin dal primo paio di episodi è la volontà ferrea di replicare il fulmine in bottiglia che è stata la trilogia di Jackson e alzare ulteriormente lo standard delle produzioni, imponendosi come modello di riferimento per la televisione a venire. Se Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere riuscirà dunque a catturare il cuore del pubblico e a rivelare al mondo una nuova pletora di personaggi e luoghi memorabili, o se si rivelerà tutta forma e poca sostanza, ne riparleremo a stagione conclusa; ma possiamo dire già ora che mai in televisione un universo di finzione era stato così grande, espansivo, ricco di potenzialità.

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  • RECENSIONE BRIAN E CHARLES – I ROBOT NON SOGNANO SOLO PECORE ELETTRICHE

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    Lo spunto di partenza di Brian e Charles è di quelli bislacchi ed eccentrici da film indipendente che trova prima una rampa di lancio nel Sundance Film Festival, in cui è stato presentato lo scorso gennaio, e poi solo una timida distribuzione internazionale. Il lungometraggio d’esordio di Jim Archer prende le mosse da un corto del 2017 dello stesso Archer e scritto dai due protagonisti, David Earl e Chris Hayward, che qui ritornano come attori/sceneggiatori: del corto conserva il plot di base -un solitario inventore che abita in una profonda zona rurale e contadina del Galles costruisce un robot a partire da ritrovamenti in discariche abusive-, e l’espediente del falso documentario che si intrufola nella vita dello stralunato protagonista.

    UOMINI E ROBOT

    In Brian and Charles, l’attore e comico inglese David Earl perfeziona il suo personaggio-maschera Brian, portato in scena in diverse produzioni teatrali, televisive e cinematografiche -al pubblico italiano noto soprattutto come l’accumulatore compulsivo Brian nella serie After Life di Ricky Gervais- e si immerge da capo a piedi nel complesso di tic, eccentricità e invenzioni bislacche (da uno sturalavandini-borraccia a un orologio a cucù volante) dell’inventore improvvisato per portare avanti un discorso sull’originalità, sulla creatività in contrasto con il conformismo e la meschinità quotidiana che compongono il tessuto sociale e umano del piccolo angolo di Galles immerso nel verde. David Earl e Chris Hayward sono perfetti nei rispettivi ruoli, ed entrambi fanno trasparire tutta l’umanità dei due emarginati sociali, uno dei quali assemblato da pezzi di discarica, tramite piccoli gesti o espressioni sfuggenti.

    100% FEEL-GOOD MOVIE

    Piccolo nel budget e nelle ambizioni, Brian and Charles non è niente di più del tipo di film promesso già dal trailer e non aggiunge quasi una virgola a quanto si intuisce già dal primo atto o dalla lettura del plot: la storia procede liscia senza sobbalzi né sorprese, dei personaggi si intravede già la linea narrativa non appena entrano in scena, i buoni per cui fare il tifo e i cattivi da biasimare svolgono un ruolo preciso e puntuale. Questo potrebbe dare l’idea di un prodotto
    banale o prevedibile, ma in realtà è solo consapevole della propria semplicità e non pretende di essere più che la storia dell’amicizia tra un inventore e il suo robot, e di più non chiede al pubblico. È un tipo di intrattenimento innocente, senza pretese ma nel senso migliore del termine, che rivendica il potere delle storie più semplici, quelle che magari a un primo impatto vengono accolte con un sorrisetto di condiscendenza e un alzata di spalle; e anche quelle punte di cinismo british che danno colore al primo atto scompaiono quasi del tutto nel secondo, lasciando campo aperto a un film pienamente e consapevolmente feel-good che punta a soddisfare e far sorridere.

    Che questa innocenza possa risultare irresistibile oppure irritante dipende completamente dalla tolleranza e dai gusti del singolo spettatore; tuttavia è difficile non premiare questo film bislacco e talvolta fuori tempo massimo, questo inno alla semplicità sincero e dal grande cuore.

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  • CRIMES OF THE FUTURE – IL TESTAMENTO DI CRONENBERG PER IL FUTURO

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    Attenzione! Il seguente articolo contiene spoiler

    Nel 1970 un giovane ed ancora sconosciuto David Cronenberg realizza il suo secondo lungometraggio, Crimes of the future: un lavoro ermetico, imperfetto, conturbante, che racchiude in sé i germogli della cosiddetta poetica “cronenberghiana”, filo conduttore dell’intera opera del regista nel corso dei decenni. Esaurire in poche righe il cuore della riflessione del cinema di Cronenberg è un’impresa non da poco: gli spunti più citati e studiati sono relativi alle ossessioni del soggetto contemporaneo, al suo rapporto con la società, con le sue istituzioni e con i suoi mezzi di comunicazione, in un continuo scontro dialettico tra umanità e tecnologia, in cui il corpo umano muta la sua forma, si deteriora, si ibrida. Attraverso corpi deformi, personaggi dalla sessualità non convenzionale, incapaci di stabilire un contatto con una realtà sempre più vicina all’allucinazione, il regista canadese ha delineato i tratti di un mondo in cui il cambiamento è tanto subdolo quanto inarrestabile.

    Questi i presupposti da cui nasce, ben cinquantadue anni dopo, il nuovo Crimes of the future, opera indipendente dall’omonimo film del 1970, ma comunque intenzionata a guardare indietro per tirare le somme di una produzione pluridecennale. Gli anni Ottanta sono lontani e Cronenberg è ben conscio di come, in un contesto industriale profondamente mutato, sia un’impresa ben più ardua rispetto al passato riuscire a portare sul grande schermo le proprie storie. In questo caso il soggetto del film ha preso polvere all’interno di un metaforico cassetto per quasi vent’anni. Una co-produzione tra Canada, Francia, Grecia e Regno Unito è stata l’occasione per tornare a varcare i territori della fantascienza e del body horror: conscio dell’unicità di tale occasione, David Cronenberg ha colto la palla al balzo per allargare il raggio d’azione del film stesso, che diventa un excursus all’interno del suo cinema passato, da Videodrome a Crash, da Inseparabili a eXistenZ. Un’opera che ha lo scopo di fare il punto della situazione, di tirare le somme, ma allo stesso tempo di guardare con sguardo critico alle tesi avanzate in passato: i tempi sono cambiati e così anche le ossessioni collettive, motivo per il quale in Crimes of the future cambia il punto di vista e, ciò che nei film precedenti era motivo di tormento, qua si figura come la chiave per la creazione di un futuro più luminoso.

    In un futuro non specificato le dinamiche del mondo, a causa dell’impatto dell’uomo su di esso, sono profondamente cambiate. Gli esseri umani stanno mutando nella loro forma, sono divenuti incapaci di provare dolore fisico, fondamentale campanello d’allarme per la sopravvivenza dell’individuo e della specie, e la diretta conseguenza è la diffusione di pratiche come la “chirurgia da tavolino” o un tipo di performance art legato indissolubilmente alla modifica del corpo umano. Il protagonista della vicenda, Saul Tenser (Viggo Mortensen), è affetto da una patologia che lo porta a sviluppare nuovi organi all’interno del proprio organismo, e insieme alla sua partner Caprice (Léa Seydoux) allestisce delle performance artistiche incentrate sull’asportazione delle formazioni organiche considerate pericolose. Le mutazioni genetiche, ritenute mortali da Saul e Caprice, sono invece accolte come vantaggiose da un gruppo sovversivo capitanato da Lang Dotrice (Scott Speedman), i cui membri hanno chirurgicamente acquisito la capacità di digerire la plastica, potendo così nutrirsi degli scarti prodotti dall’industria, avviando un percorso di riciclo delle risorse e di maggiore sostenibilità.

    Il “future” contenuto all’interno del titolo non deve trarre in inganno: il discorso portato avanti da Cronenberg è perfettamente inserito all’interno del nostro presente. La prima inquadratura del film mostra una spiaggia dall’immensa bellezza, sullo sfondo della quale si staglia il relitto di una nave, simbolo più esplicito che mai della distruzione dell’ambiente, dello squilibrio dell’ecosistema, dell’inospitalità del mondo del racconto, non così lontano da quello che tutti noi conosciamo. All’interno dell’inquadratura si trova il piccolo Brecken Dotrice (Sozos Sotiris), figlio di Lang, primo bambino a cui è stata trasmessa geneticamente la “modifica chirurgica” del padre: Brecken possiede la capacità naturale di digerire la plastica. È considerato dai più come un mostro, colpevole di aver varcato il limite tra umano e non, in una società in cui l’antropocentrismo e l’egoismo dell’essere umano sono all’atto pratico più importanti della salvezza del pianeta e dell’umanità stessa. Se nel cinema passato di Cronenberg, come in La mosca, la mutazione era orrore perché incomprensibile e incontrollabile, nel film in esame il cambiamento è stato già compreso e accettato da un gruppo ristretto di persone. Di conseguenza lo spettatore riconosce il vero orrore non nella paura dell’ignoto, ma nel mancato riconoscimento di un’evidenza: la terribile realtà è sotto gli occhi di tutti e tutti sembrano voltare lo sguardo altrove. La conquista di Crimes of the future all’interno della poetica cronenberghiana è un rapporto d’armonia tra uomo e macchina mai visto prima: la tecnologia, al contrario di Videodrome o eXistenZ, viene finalmente accettata e rappresenta la chiave per il futuro.

    L’arco narrativo del protagonista è in questo senso esemplificativo. Saul si pone come figura di mezzo tra Lang e il detective Cope (Welket Bungué), il primo rappresentante di una visione progressista legata all’evoluzione della specie, il secondo di una visione conservatrice per il mantenimento dell’insostenibile status quo; il protagonista è infatti informatore delle forze dell’ordine, con lo scopo di fermare la cellula “sovversiva” dei mangiatori-di-plastica, ma allo stesso tempo veicola la diffusione del pensiero di Lang attraverso una performance artistica, l’autopsia del corpo di Brecken, che rappresenta un esempio diretto del cambiamento in corso, in termini evoluzionistici, nell’umanità. Soprattutto, Saul è l’incarnazione di tale conflitto: è oggetto di una mutazione che respinge, i cui frutti vengono asportati repentinamente; la risposta del suo corpo è dirompente, tra dolori lancinanti nel sonno e difficoltà nel deglutire il cibo. L’accettazione della sua condizione, nel finale della pellicola, sarà accolta come una vera epifania, e l’ultima inquadratura del film rappresenta un momento puramente estatico dal carattere metafisico: un primo piano di dreyeriana memoria dalla rara intensità, speculare alla celeberrima inquadratura del volto di Renée Falconetti in La passione di Giovanna d’Arco. Con una singola espressione Viggo Mortensen raggiunge un apice interpretativo toccato da ben pochi colleghi, in un momento che, per quanto vicino all’astrazione, tiene ancorato il suo significato al discorso portato avanti da Cronenberg nel corso della pellicola, figurandosi come un momento-rivelazione. Inoltre, la presenza di Viggo Mortensen, volto caratteristico della seconda fase della produzione del regista, nel film rappresenta sia il ritorno al body horror e sia il resoconto del genere stesso, reca un senso di completezza totalizzante.

    “Tutti percepivamo che il corpo fosse vuoto e volevamo averne la conferma per poterlo riempire di significato”. Questo è il punto di partenza della concezione dell’arte all’interno del film, centrale nelle performance “chirurgiche” di Saul e Caprice, che entrano in un rapporto di comunicazione metacinematografica con l’opera dello stesso David Cronenberg. Il regista, in un’ottica di pura autoreferenzialità, sembra voler fornire un resoconto del proprio cinema, caratterizzato dall’esposizione di corpi deturpati, mutati, in senso lato deformi, specularmente alle performance dei protagonisti del film. Al pari della concezione della chirurgia estetica portata avanti dal film, il cinema e l’arte non devono svolgere la funzione di strumenti del bello, nel senso classico del termine. L’arte rimodula i canoni di bellezza, li relativizza e rende accettabile l’esposizione e il godimento dell’oggetto scabroso.

    L’arte è espressione di disagio e sofferenza, per Saul il significato dei suoi lavori è l’esternazione di un conflitto interiore, fisico e non, legato al rifiuto delle mutazioni del suo corpo. In una società anestetizzata, incapace di provare dolore, le performance dei protagonisti sono lo strumento privilegiato per tornare a percepire sé stessi, la propria individualità, il proprio corpo e il suo rapporto con il mondo circostante. L’arte è persino capace di modulare e influenzare il percorso della scienza e l’azione governativa, fino ad essere travisata per fini ideologici: in questo si inserisce un’ambiguità politica che il film sembra non aver intenzione di chiarire. L’arte è posizionata in un limbo di non-politica, incapace di prendere una posizione concreta in un mondo in cui schierarsi sembra quantomeno necessario.

    Il personaggio interpretato da Léa Seydoux rappresenta la fiducia incondizionata nelle possibilità dell’arte, il passaggio dalla scienza all’estetica, dal riconoscimento delle cose alla loro percezione profonda; si fa inoltre fautrice della ricerca dell’emancipazione, dell’indipendenza, in un mondo dominato dall’azione dell’uomo. Il discorso, però, proprio come il personaggio stesso, finisce per perdere consistenza nel calderone del film e Caprice è relegata all’ombra di Saul, Lang, Timlin, personaggi il cui conflitto si configura come maggiormente interessante. Questo potrebbe essere considerato il nervo scoperto del film, l’elemento che lo allontana dalla grandezza assoluta: il racconto è eccessivamente pregno di elementi narrativi di contorno e personaggi secondari che, pur delineando un quadro d’insieme stimolante, finiscono con il perdere talvolta d’efficacia. Si tratta inevitabilmente di una pellicola stratificata, straripante, i cui significati sono impossibili da esaurire a una sola visione. In questo Crimes of the future trova l’elemento cardine che lo porterà a durare nel tempo e a cementificarsi come un film fondamentale per la comprensione del percorso di David Cronenberg e rappresentativo dei conflitti che abitano la contemporaneità.

    Il sesso, la carne aperta, viva ed esposta, la violenza, sono tutti elementi inscindibili e in continuo scambio tra loro. Il piacere e il dolore sono più vicini che mai, ma se in Crash si mostrava la discesa nell’oblio di personaggi incapaci di provare emozioni se non in condizioni estreme, qua il quadro è desolante, tratteggiato da individui distaccati dalla loro corporeità, incapaci di provare piacere, che scavano in profondità nei loro corpi vanamente in cerca di qualcosa che sconfina i limiti fisici. Il processo iniziato in Crash, in Crimes of the future è già compiuto da tempo. Il personaggio di Timlin (Kristen Stewart) rappresenta la più viva eccezione in questo contesto e si configura come l’elemento più interessante dell’intera narrazione. Timlin ribolle di uno spirito autentico, incontenibile, carnale e profondamente umano, ed è evidente il suo coinvolgimento sessuale nei confronti di Saul. Kristen Stewart è perfetta nell’incarnare un personaggio che cerca di contenersi ma straripa di emozioni forti e la cui passione rischia di esplodere da un momento all’altro. Uno dei momenti più intensi dell’intera pellicola è proprio il suo bacio con Saul, in uno scontro tra una passione dirompente dai tratti umani e un’aridità scaturita dal dolore e incarnata da un soggetto, Saul, che non conosce il “vecchio sesso”. “La chirurgia è il nuovo sesso“, simbolo di una condizione di appiattimento emotivo e sensoriale; la ritrovata umanità di Saul nel finale si tradurrà in un bacio struggente con la sua partner, Caprice. Cronenberg non teme più l’ibridazione del corpo umano, il vero rischio da scongiurare è la perdita di umanità.

    La povertà di stimoli e sensazioni dei personaggi si trasferisce, indirettamente e forse involontariamente, nello spettatore. I tagli, le amputazioni, il sangue non hanno la stessa forza che avevano in passato, non sono più repellenti, scabrosi, inaccettabili come in Videodrome, Crash o eXistenZ. I corpi, a parte rare eccezioni, non si manifestano nella loro fisicità tangibile, ma appaiono più come dei simulacri di loro stessi. Anche le sequenze più erotiche sono pervase da un’aria mortifera che non permette l’esplosione di forti sensazioni, positive o negative che siano. E se all’inizio del film la bava che permette a Brecken di digerire la plastica appare viscida, rivoltante, reale, le sequenze chirurgiche in computer grafica peccano in termini di concretezza e non sortiscono lo stesso effetto. L’atmosfera inospitale e respingente è costruita da David Cronenberg attraverso una regia posata, caratterizzata da lenti movimenti di macchina o da inquadrature fisse, vicina ai personaggi, in ambienti spogli, deturpati, fatiscenti, che si sposano con una città tenebrosa anche alla luce del sole. Le scenografie sono a metà tra il povero e il disagevole e, tra ruggine e muffa, finiscono per essere profondamente efficaci; lo stesso non si può dire per un cast le cui figure di contorno non sempre riescono a reggere il confronto con le star principali o per dei costumi anonimi, banali e poco caratterizzanti.

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