Author: Frames Cinema

  • GLI ANTAGONISTI DEL CINEMA WESTERN TRA STORIA E MITO: IL RACCONTO DELLA SOCIETÀ AMERICANA

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    “Well, there are some things a man just can’t run away from” – Ombre Rosse

    Racconto del mito della frontiera e della nascita dello Stato Americano, celebrazione di eroi e di valori cardine della bandiera e degli individui: il cinema western statunitense è sempre stato specchio di un’America che si racconta e canta le sue imprese, la sua nascita e la sua espansione attraverso le rosse polveri delle valli nordamericane. Parallelamente allo sviluppo del racconto mitico, durante i suoi decenni d’oro questo genere ha saputo riflettere anche gli accadimenti e i climi storico-politici degli anni in cui i film western rappresentavano forse il genere maggiormente in auge e più amato dal grande pubblico. In particolare, tra gli anni Trenta e i primissimi anni Sessanta, le figure canoniche che popolavano il Vecchio West hanno saputo modellarsi e plasmarsi – grazie all’acume dei grandi cineasti che hanno contribuito a consacrare il genere-, e sono state in grado di divenire vero riflesso della società americana dell’epoca, delle sue paure e dei suoi conflitti, interni ed esterni.

    A portare l’onere di questa rappresentazione sono, spesso e volentieri, gli antagonisti. Se nel western delle origini (potete trovare il nostro approfondimento dedicato alle origini del western classico qui) gli antagonisti si prefiguravano sovente come personaggi spietati ma poco incisivi a livello di caratterizzazione, in seguito, con l’affinarsi del genere e dei suoi canoni, essi smisero di essere un mero pretesto per avviare la narrazione, ma divennero anzi un’occasione per raccontare la società Americana e i suoi timori. 

    A tal proposito è possibile operare all’interno del western una macro distinzione (sicuramente non pienamente esaustiva) tra film che trovano negli indiani la figura del nemico, e film che invece fanno uso del bandito come personaggio che si oppone al protagonista/eroe. In entrambi i casi, dietro queste figure si cela molto dell’America e della sua storia contemporanea.

    GLI INDIANI: OMBRE DI CONFLITTI E TENSIONI

    Gli indiani sono tra i più classici nemici del cinema western. Non di rado sono personaggi in totale antitesi con l’uomo bianco, l’eroe protagonista delle vicende la cui figura viene quasi sempre messa in risalto in maniera positiva. I Nativi Americani, al contrario, rappresentano tutto ciò che di più lontano c’è dalla civiltà, sono la violenza e l’arretratezza, un West ancora selvaggio e in cui la natura la fa da padrona. Ma non solo. Negli anni Trenta, sul finire di un periodo di forte depressione e tensione all’interno soprattutto dei ceti meno abbienti della società statunitense, John Ford in Ombre Rosse (Stagecoach, 1939) utilizza gli indiani come pretesto per supportare la visione ideologica di matrice democratica che vuole valorizzare l’uomo comune. 

    Sebbene gli Apache siano protagonisti soltanto di una scena verso la fine del film (un assalto alla diligenza non solo memorabile in sé, ma che influenzerà in toto il concetto di “inseguimento” nel mondo cinematografico), la consapevolezza della loro presenza e l’ansia che essa porta con sé sono costanti lungo tutta la durata della pellicola. La comunità statunitense (metaforicamente rappresentata dai nove personaggi all’interno della diligenza) è qui chiamata a fare fronte comune contro una “minaccia esterna”, un pericolo da affrontare in maniera compatta al di là di differenze e contraddizioni interne. Il nemico , spesso evocato e raramente mostrato, è qui pretesto per richiamare all’unità nazionale e unire tra loro individui che normalmente sarebbero divisi da ricchezza, appartenenza sociale e vissuto personale. 

    Anche più avanti, la rappresentazione degli indiani nei film western rimane relativamente negativa, con i nativi sempre nei panni dei nemici spietati, ma il più delle volte dotati di maggiore spessore e di una loro cultura. Nel 1948 è di nuovo Ford a raccontarci il mito della frontiera tramite l’incontro-scontro con i Pellerossa. Il massacro di Fort Apache, prima delle tre pellicole che compongono la cosiddetta Trilogia della Cavalleria, utilizza la classica dicotomia cowboy-indiani per raccontare le tensioni di un paese agli inizi della Guerra Fredda ed esaltare il sentimento nazionale post Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo però, il regista sembra voler sottolineare il sentimento di sofferenza e di stanchezza che fa da strascico al dramma dell’insensatezza della guerra tra popoli.

    “[…] però è bene che una nazione non sia sempre in guerra. I giovani muoiono, le donne intonano canti tristi, e i vecchi muoiono di fame nell’inverno […]”. 

    A partire dagli anni Settanta, invece, sono film come Soldato Blu (Soldier Blue, 1970) di Ralph Nelson o Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (Jeremiah Johnson, 1972) di Sydney Pollack a cambiare la rappresentazione dei Nativi. In particolare, proprio in Soldato Blu è possibile cogliere in maniera evidente il paragone tra gli eventi del film e le attività belliche degli Stati Uniti in corso in Vietnam in quel periodo. In questo senso l’atto di restituire dignità ai “selvaggi” del Vecchio West si pone come chiara critica verso gli orrori della guerra

    I BANDITI: MEZZOGIORNO DI FUOCO E IL NEMICO VERO

    Quella del bandito è un’altra figura cardine del cinema western (statunitense e non): questo personaggio è spesso ambivalente e si presta, a seconda delle occasioni, ai panni del protagonista – il furfante che si redime attraverso le sue buone azioni – o a quelli dell’antagonista. Nel secondo caso non è raro che il fuorilegge in questione sia un personaggio non solo poco caratterizzato ma anche poco presente sullo schermo, al pari degli indiani in Ombre Rosse. Il film che vogliamo prendere a titolo esemplificativo, tra i più significativi esemplari di western politico,  è Mezzogiorno di fuoco (High Noon, 1952) di Fred Zinnemann, che si apre con il raduno di tre banditi, ma in cui il vero “cattivo”, il bandito Frank Miller, si fa attendere per più di un’ora sullo schermo comparendo solo per l’ultimo quarto d’ora di tensione della pellicola. Anche in questo caso, la figura del nemico non è che un pretesto per avviare la narrazione e il parallelismo con la Storia.

    Di Frank Miller sappiamo davvero poco ma, a conti fatti, non ci interessa sapere di più. Quello che ci interessa sono le diverse reazioni che il suo imminente arrivo provoca all’interno della cittadina di Hadleyville. Il film è infatti scandito dall’inizio alla fine dalla tensione psicologica che il protagonista, lo sceriffo interpretato da Gary Cooper, si trova ad affrontare man mano che i suoi compaesani gli voltano le spalle, rifiutando di aiutarlo e lasciandolo solo ad affrontare la banda di Frank Miller. 

    Volendo traslare le vicende dal 1898, anno in cui il film è ambientato, al 1952, anno della sua uscita nelle sale statunitensi, la metafora della solitudine dell’eroe è chiaramente interpretabile (oggi come già allora: il film fu accusato di essere antiamericano) come un riferimento al periodo del maccartismo e della caccia alle streghe all’interno del mondo cinematografico (la fase in cui si diede la caccia ai presunti filo-comunisti all’interno dell’industria hollywoodiana). In quest’ottica il ruolo di villain del bandito quasi viene meno: gli abitanti di Hadleyville, paragonati a tutti coloro che voltarono le spalle a colleghi e amici ingiustamente accusati di essere comunisti, sembrano quasi diventare essi stessi i veri banditi, banditi che privano il paese dell’integrità morale e della libertà che sembravano essere i suoi valori chiave. In tal senso è significativa la scena in cui vediamo il giudice della cittadina, intento a fare i bagagli per evitare l’arrivo dei banditi, riporre in una valigia i simboli della sua professione: una bilancia, simbolo di giustizia, e la bandiera americana, staccata dal muro e ripiegata alla svelta.

    In conclusione, quello che questa disamina sui due principali antagonisti del periodo d’oro del western statunitense cerca dimostrare è che il West e il Western sono stati luoghi geografici e cinematografici in cui, più che altrove, bene e male, bontà e cattiveria, giustizia e ingiustizia si sono spesso sovrapposte, confuse e scambiate le parti, in un racconto della Storia più o meno vicina in cui l’America scopre a tratti le sue incoerenze, incongruenze e, non da ultimo, le sue paure e i suoi errori.

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – ANNUNCIATA LA GIURIA DI CANNES 2022, PRESTO IN SALA IL NUOVO FILM DI MARCO BELLOCCHIO

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    • ANNUNCIATA LA GIURIA DI CANNES 2022

    E’ stata svelata la giuria del Festival di Cannes 2022: sarà presieduta dall’attore Vincent Lindon (l’abbiamo visto anno scorso nei panni del co-protagonista di Titane), mentre a rappresentare l’Italia sarà Jasmine Trinca. L’attrice appena quarantunenne ha già vinto due David di Donatello, quattro Nastri d’argento, due Globi d’oro, due Ciak d’oro, il Premio Marcello Mastroianni a Venezia, il premio Gian Maria Volonté e il premio Un Certain Regard come miglior attrice; oltre che essere presenza fissa nel cinema italiano dove è stata diretta da Moretti, Virzì, Castellitto, Veronese e tanti altri, vanta anche collaborazioni internazionali del calibro di Bertrand Bonello (in L’Apollonide – Souvenirs de la maison close del 2011 e Saint Laurent del 2014) e della regista ungherese Ildikó Enyedi, che ha diretto Trinca in Storia di mia moglie (2021).

    A completare la lista di giurati nella valutazione dei 21 film in gara per la selezione ufficiale saranno il regista norvegese Joachim Trier, l’attrice e regista inglese Rebecca Hall, l’attrice svedese Noomi Rapace, il regista iraniano Asghar Farhadi, l’attrice indiana Deepika Padukone , il regista francese Ladj Ly e il regista americano Jeff Nichols.

    • CAMBIATO IL TITOLO DEL FILM D’APERTURA DI CANNES 2022

    Doveva chiamarsi Z il film d’apertura di questa 75° edizione del festival di Cannes, zombie movie remake del film giapponese Zombie contro zombie – One Cut of the Dead (2017). Il titolo omaggiava il cinema di “serie Z” appunto, ma andava a coincidere col simbolo utilizzato dall’esercito russo per distinguere le proprie truppe da quelle ucraine (ora divenuto vero e proprio simbolo dei sostenitori dell’invasione russa); pertanto il regista Michel Hazanavicius ha dichiarato di aver cambiato titolo per il mercato internazionale in Final Cut, mentre per quello francese in Coupez! (taglio, in italiano).

    News di non poca importanza, dato che così facendo tutta la produzione del film, i distributori e l’intero Festival di Cannes (indi per cui l’intera Francia) dichiarano saldamente la loro solidarietà al popolo ucraino e la ferma opposizione all’invasione russa.

    • SONY ANNUNCIA 3 NUOVI BLOCKBUSTER

    Durante il panel del CinemaCon, Sony ha annunciato il futuro approdo nelle sale di Ghostbusters 4 e di due nuovi film legati al suo Spiderverse (l’universo cinematografico interamente dedicato all’Uomo Ragno), Venom 3 e lo spin-off di El Muerto.

    Niente che stupisca i cinefili: nonostante la critica italiana lo abbia accolto meno che tiepidamente, Venom: la furia di Carnage ha incassato globalmente 502 milioni di dollari, e registra tutt’ora un 84% di gradimento da parte dell’audience su Rotten Tomatoes. Ghostbusters: Legacy di Jason Reitman – sequel dei primi due film firmati Ivan Reitman – ha concluso al box office con circa 197 milioni di dollari d’incasso, che rapportati ai suoi 75 milioni di produzione sono una cifra niente male. Coglie di sorpresa i fan di Spiderman, invece, la notizia del nuovo spin-off riservato a El Muerto, dove Bad Bunny (nome d’arte di Benito Antonio Martínez Ocasio), rapper e produttore discografico portoricano, interpreterà il wrestler dotato di super poteri, nei fumetti nemico-amico dell’arrampicamuri. La data d’uscita è fissata al 12 gennaio 2024.

    Ricordiamo che in merito allo Spiderverse di casa Sony è in lavorazione anche la pellicola dedicata a “Kraven il cacciatore”, per ora con data d’uscita il 13 gennaio 2023 e con Aaron Taylor-Johnson nei panni del villain di Spider-Man.

    • A24 LANCIA IL TRAILER DI BODIES BODIES BODIES

    Il 26 aprile la rinomata casa di produzione e distribuzione A24, ha rilasciato il trailer del nuovo film Bodies Bodies Bodies, che vede l’attrice e regista Halina Reijn per la seconda volta dietro alla macchina da presa, dopo l’esordio con Instinct (2019), da noi inedito. La pellicola è stata presentata come una “dark comedy slasher”, e presenta nel cast attrici come Amandla Stenberg e Maria Bakalova. La data d’uscita statunitense è confermata per il 5 agosto 2022, ancora niente notizie in merito a quella italiana. Il link è il seguente: https://www.youtube.com/watch?v=DMgLMaLlK9k

    • ESTERNO NOTTE ARRIVERÀ PRESTO IN SALA

    Il nuovo film del maestro Marco Bellocchio, che verrà presentato a questa imminente edizione del Festival di Cannes nella sezione Première, vedrà l’uscita nelle sale italiane in due parti, la prima il 18 maggio e la seconda il 9 giugno. Manovra distributiva parallela a quella messa in campo da Universal per Loro 1 e Loro 2 di Paolo Sorrentino, usciti rispettivamente il 24 aprile e il 10 maggio 2018.

    Il 25 aprile è stato rilasciato il primo poster mentre il giorno seguente, Lucky Red ha rilasciato il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=lhO9eReS0qw

    Questa la sinossi inserita nella descrizione del video: 1978. L’Italia è dilaniata da una guerra civile. Da una parte le Brigate Rosse, la principale delle organizzazioni armate di estrema sinistra, e dall’altra lo Stato. Violenza di piazza, rapimenti, gambizzazioni, scontri a fuoco, attentati. Sta per insediarsi, per la prima volta in un paese occidentale un governo sostenuto dal Partito Comunista (PCI), in un’epocale alleanza con lo storico baluardo conservatore della Nazione, la Democrazia Cristiana (DC). Aldo Moro, il Presidente della DC, è il principale fautore di questo accordo, che segna un passo decisivo nel reciproco riconoscimento tra i due partiti più importanti d’Italia. Proprio nel giorno dell’insediamento del governo che con la sua abilità politica è riuscito a costruire, il 16 marzo 1978, sulla strada che lo porta in Parlamento, Aldo Moro viene rapito con un agguato che ne annienta l’intera scorta. È un attacco diretto al cuore dello Stato. La sua prigionia durerà cinquantacinque giorni, scanditi dalle lettere di Moro e dai comunicati dei brigatisti: cinquantacinque giorni di speranza, paura, trattative, fallimenti, buone intenzioni e cattive azioni. Cinquantacinque giorni al termine dei quali il suo cadavere verrà abbandonato in un’automobile nel pieno centro di Roma, esattamente a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI.

    • NUOVO TRAILER PER BLACK PHONE

    Nella giornata del 26 aprile Universal ha deciso di pubblicare il secondo trailer di Black Phone, nuovo inquietante thriller/horror di Scott Derrickson, regista di genere che si è fatto conoscere al grande pubblico per Sinister (2012), e poi anche per il primo capitolo di Doctor Strange (2016). I protagonisti sono Ethan Hawke e Mason Thames, uscirà al cinema il 23 giugno 2022.

    Il trailer è su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=nQWAVkx8O74

    • FAST X NON HA PIU’ UN REGISTA

    Justin Lin lascia la direzione di Fast X (nome per il mercato internazionale di Fast & Furious 10) per “divergenze creative” appena poche settimane dall’inizio delle riprese. Rimarrà comunque coinvolto come produttore. Il regista aveva già diretto cinque capitoli della saga, il terzo (Tokyo Drift), quarto (Solo parti originali), quinto (Fast five), sesto (Furious 6) e nono (F9: The Fast Saga). Per ora, la data di uscita rimane fissata al 19 maggio 2023.

    Fonti: World of reel, Deadline, Youtube, BadTaste, Rotten Tomatoes, Box Office Mojo, Ansa

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  • LIVE #8 – I WESTERN DEI FRATELLI COEN CON ADRIANO DELLA STARZA

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    Durante la nostra settimana tematica Western non potevamo non parlare del cinema dei Fratelli Coen, due tra i cineasti più importanti ed influenti del panorama contemporaneo. Con Alessandro Catana, Jacopo Barbero, Luca Orusa e Adriano Della Starza (aka Il Collezionista di Ombre).

    Indice:
    00:00 – Introduzione
    20:45 – Non è un paese per vecchi
    32:36 – Il Grinta
    1:00:12 – La ballata di Buster Scruggs

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  • IL MIO NOME È NESSUNO – LE DUE ANIME DELLO SPAGHETTI WESTERN

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    UNA (NON MOLTO) BREVE INTRODUZIONE SULLO SPAGHETTI WESTERN

    Forse molti non sanno che l’espressione spaghetti western, spesso utilizzata per indicare solamente film di genere comico, è in realtà applicabile a tutto il western prodotto in Italia. Infatti, come ricorda Christopher Frayling nel suo libro Spaghetti Westerns: Cowboys and Europeans from Karl May to Sergio Leone, il termine era stato coniato dai giornalisti in forma dispregiativa, come indicazione di una forma di western “inautentico” rispetto a quello “vero” e americano. 

    Sebbene in Italia sia presente come genere già dagli anni ‘40, è solo nella seconda metà degli anni ‘60 che esso prende piede. Ciò avviene grazie a un unico film che muta per circa un decennio il panorama produttivo italiano: Per un pugno di dollari di Sergio Leone

    Con questa pellicola il regista mostra la via da seguire per smarcarsi dai corrispettivi americani. In Guida alla storia del cinema italiano Brunetta nota come Leone assuma una diversa strutturazione temporale rispetto ai classici statunitensi, con l’opposizione tra la dilatazione dei momenti di quiete e la rapidità degli scontri armati (esempio lampante è l’inizio di C’era una volta il West), e come ci sia una diversa moralità a guidare i protagonisti. Infatti l’eroe di Leone è una figura silenziosa, mossa da motivazioni non sempre chiare, ma assolutamente fatale nel suo percorso. 

    Fondamentale è la musica, scritta nel caso di Per un pugno di dollari da Ennio Morricone, il cui sound fungerà da punto di partenza per tutti i western a venire. Morricone, infatti, crea una colonna sonora rivoluzionaria, che mescola strumenti inediti per il genere (prima su tutte la chitarra elettrica) con suoni come fischi, rumore di fruste e voci umane.

    Questi western sono inoltre molto più violenti rispetto ai loro corrispettivi americani. Tale dimensione verrà esasperata da altri registi successivi a Leone, abbracciando gli intenti di un altro grande genere di quegli anni: il film politico. Il western può caricarsi così di importanti valenze. Pensiamo solo alla rilettura di Tarantino dei film di Corbucci, presentata nel documentario Django & Django (2021, Luca Rea): uno dei punti cardine del suo pensiero è che i cattivi rappresentino il fascismo.

    Grazie a Leone il western divenne uno dei generi più amati e realizzati in Italia, tanto che si parla di circa 500 film western girati nel nostro paese (spesso in coproduzione) in appena 10 anni. 

    Verso l’inizio degli anni ‘70 il genere subisce la sua trasformazione probabilmente più conosciuta, sfociando in una dimensione comica e farsesca di cui ricordiamo come esempio Lo chiamavano Trinità… (1970, E.B. Clucher): le beghe non si risolvono più con le pistole, ma a schiaffoni; niente più eroi seriosi, ma personaggi allegri e sbruffoni. 

    In quest’ottica di trasformazione si inserisce un film molto interessante che rappresenta perfettamente l’opposizione tra le due anime dello spaghetti western: la più austera, figlia di Leone, e quella comica, che aveva in Bud Spencer e Terence Hill i più importanti rappresentanti. E proprio Terence Hill è protagonista, assieme a un volto iconico del genere western, Henry Fonda, di Il mio nome è Nessuno (1973, Tonino Valerii). Quest’ultimo interpreta il cacciatore di taglie Jack Beauregard. Hill è invece un viandante senza nome (come un moderno Ulisse si fa chiamare solo “Nessuno”), appassionato dai racconti del passato leggendario di Jack. Questi vorrebbe chiudere la sua carriera silenziosamente, ma Nessuno cerca in tutti i modi di convincerlo a un’ultima, titanica impresa degna del suo nome: la sconfitta del “Mucchio Selvaggio”, un immenso battaglione di cavalieri. 

    IN PARTE LEONE, IN PARTE VALERII

    Partiamo da una premessa fondamentale: Il mio nome è Nessuno è, in parte, anche un progetto di Sergio Leone. Infatti, egli era stato autore del soggetto, ma si era deciso a non dirigere il film perché sentiva di aver già chiuso col genere che gli aveva dato la fama. Nonostante ciò, il suo intervento è evidente nella scelta dei collaboratori: alla regia Tonino Valerii, suo storico assistente; alla musica Ennio Morricone; infine, nella parte di uno dei protagonisti, Fonda, che aveva diretto cinque anni prima in C’era una volta il West. Inoltre, nel film viene indirettamente citato Sam Peckinpah, con cui secondo voci di corridoio Leone aveva avuto degli screzi poiché aveva rifiutato la regia di Giù la testa. In Il mio nome è Nessuno non solo Fonda, l’eroe rappresentante del cinema di Leone, si scontra con un gruppo di personaggi chiamati “Mucchio selvaggio” come il film più famoso del regista americano, ma addirittura il nome di Peckinpah è presente su una lapide.

    Sam Peckinpah

    Tuttavia, pochi mesi prima della morte di Leone è emerso anche un altro dettaglio interessante: il  regista infatti ha ammesso, in un’intervista con Francesco Mininni, di aver diretto personalmente alcune delle scene più memorabili e che effettivamente ricordavano di più la sua mano. L’opposizione tra i toni che si crea non stona, anzi: la dicotomia è l’anima stessa del film.

    FONDA VS HILL: DICOTOMIE STRUTTURALI

    Fonda e Hill rappresentano abbastanza chiaramente, fuori e dentro il film, le due diverse tendenze del western. Beauregard è un pistolero che preferisce la solitudine, malinconico e ripiegato su sé stesso; Nessuno, dall’altra parte, è giocherellone, ama il bere, le donne, i fagioli.

    Se Beauregard si difende con le pistole, riproponendo il modello del classico showdown, Nessuno, pur sapendo sparare, preferisce usare le armi per vincere a un drinking game e tirarsi fuori da situazioni spinose con la sua parlantina e la sua intelligenza. Per rappresentare la dicotomia fondamentale tra i due basterebbero l’inizio e la fine del film: in due situazioni sostanzialmente analoghe (un tentato omicidio durante una sessione dal barbiere), Beauregard intimidisce l’avversario con una pistola, Nessuno… col proprio dito!

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    Anche la musica contribuisce a differenziare i personaggi. Infatti, il tema di Nessuno è allegro, fa uso di strumenti che creano un’illusione di leggerezza, come il flauto e lo xilofono. La melodia viene accompagnata da dei cori femminili che sostengono il brio. In Buona fortuna Jack, invece, il tono è molto più dimesso, e la voce di una donna solista, che ci riporta alla mente C’era una volta il West, non serve a dare allegria alla musica, ma piuttosto a confermarne la gravitas. Se il primo tema ricorda il Morricone brillante di commedie come Bianco, rosso e verdone (1981), il secondo richiama in maniera esplicita la tradizione del western che lo stesso Morricone ha contribuito a fondare.

    A ogni personaggio, infine, corrisponde anche un proprio tono. Se le scene con protagonista Fonda (guarda caso proprio quelle dirette da Leone) sono epici duelli che si concentrano sui dettagli, sui tempi dilatati, sui silenzi e sui rumori, quelle in cui appare Nessuno lo vedono protagonista di situazioni più triviali: pesca a mani nude, sessioni in orinatoio, scommesse. Quando poi c’è da usare la violenza, questa è una violenza slapstick con tanto di effetti sonori e leggi della fisica degne di Willy Coyote, con una difesa che passa principalmente attraverso schiaffi.

    Ciò non vuol dire comunque che manchino soluzioni registiche interessanti legate al personaggio di Hill: semplicemente, il vecchio mondo che Beauregard rappresenta porta con sé un’epicità, un respiro immane che difficilmente anche un volto promettente come Nessuno potrebbe replicare.

    Nel film i due toni, l’epico e il triviale, si trovano a convivere, all’inizio in maniera semi antagonistica, come i due protagonisti, poi sostenendosi vicendevolmente col trascorrere delle vicende. Un esempio calzante è la scena in cui Nessuno e Jack si scontrano in un duello “alla Leone”: all’incredibile serietà richiamata dall’uso delle inquadrature si accompagna la gag del fotografo che chiede a Nessuno di spostarsi per fare una foto migliore

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    UN PASSAGGIO DI TESTIMONE

    Ma Il mio nome è Nessuno non è soltanto un esperimento di stile che gioca con gli stilemi dello spaghetti western. 

    Durante il corso del film, le differenze dei due protagonisti si giocano anche su base anagrafica. L’abilità di Jack con le armi deriva dalla sua lunga esperienza, come anche la tendenza alla solitudine e al ripiegamento interiore nasce dal tempo passato, che ha ormai avuto un effetto su lui. I segni dell’età cominciano inoltre a farsi sentire: nel corso del film lo vediamo indossare degli occhialetti da vista, anche nel momento topico in cui deve sparare: un leggendario pistolero la cui arma migliore si sta deteriorando.

    Nessuno, al contrario suo, è giovane, un volto fresco, non ancora gravato da anni di sotterfugi e di perdite, ancora capace di “giocare”.

    Nella parte finale, Nessuno aiuta Jack a concludere la sua carriera col botto, permettendogli così di raggiungere lo status di leggenda. Secondo Nessuno, le favole e le leggende sono fondamentali perché “un uomo che è un uomo deve credere in qualcosa”. Quel qualcosa, in questo caso, sono i valori tramandati dalle vicende di grandi eroi della frontiera come Jack, quindi, del western tradizionale. Allo stesso tempo, Jack se ne va per un motivo solo apparentemente semplice: questo West è molto diverso da quello “immenso, sconfinato, deserto” in cui ha compiuto le sue imprese. “(…) Anche la violenza è cambiata, si è organizzata, e un buon colpo di pistola non basta più”, e dunque anche un mito come Jack Beauregard ha ormai esaurito la sua funzione. L’unica cosa che può ancora fare, l’unica utilità che gli resta, è appunto quella di diventare punto di riferimento per tutti i futuri Nessuno.

    Con il proprio finale, quindi, Il mio nome è Nessuno porta su schermo un ricambio generazionale, un passaggio di testimone dal vecchio, silenzioso Jack Beauregard al giovane e ciarliero Nessuno. Un passaggio di testimone che avviene nel segno di ciò che è stato ma che è anche foriero di una nuova attitudine: Jack infatti scrive a Nessuno “(…) Una cosa la puoi ancora fare: conservare un po’ di quella illusione che faceva muovere noialtri, quelli della vecchia generazione. E anche se lo farai col tuo solito tono da burla, noi te ne saremo grati lo stesso”

    Simbolicamente, così, il western di Leone lascia spazio alla sua giovane, farsesca appendice, dandogli il permesso di far sopravvivere il vecchio West (che ormai tanto vecchio non è più) in una forma nuova ma fedele alle sue origini. “Perché questo è il tuo tempo, non più il mio”.

    Conoscendo l’importanza di Leone dietro le quinte, possiamo forse dire che questa sia stata una maniera di dare la propria benedizione a tutti quelli che sarebbero venuti nel suo segno, mantenendo viva la fiammella di quell’immenso West che aveva creato in Per un pugno di dollari e poi disfatto in C’era una volta il West? Difficile a dirsi: tutto ciò che potremmo dichiarare al riguardo sarebbe solo speculazione, solo favola. Certo è che, come senza Jack Beauregard non c’è Nessuno, senza Henry Fonda non c’è Terence Hill, senza Sergio Leone non ci sarebbero stati tanti registi, molti dei quali in erba, che hanno tentato la grande avventura del selvaggio Ovest.

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  • LE ORIGINI DEL CINEMA WESTERN CLASSICO – IL CINEMA AMERICANO PER ECCELLENZA

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    “Il Western è il solo genere cinematografico le cui origini si confondono quasi con quelle del cinema, che non abbia risentito il peso di circa 40 anni di ininterrotto successo. … Ma più ancora forse della continuità storica di questo genere, ci meraviglia la sua universalità geografica.”
    (André Bazin)

    Il Western è considerato uno dei pilastri del cinema statunitense nonché mito e racconto fondativo dell’epica americana, ha seguito di pari passo la nascita e la diffusione del mezzo cinematografico evolvendo con esso e adattandosi alle varie epoche. Per dirla con le parole di André Bazin “è il cinema americano per eccellenza”. La rude e polverosa realtà di frontiera ha stregato intere generazioni configurandosi come punto di riferimento per l’industria cinematografica, ma anche come universo codificato, straordinario e sterminato in cui perdersi. 

    Durante il corso del Novecento, la sala cinematografica divenne il luogo deputato per ospitare le avventure di John Ford, i sorrisi smaglianti di Gary Cooper, lo charme di Randolph Scott, ma, soprattutto, le sconfinate distese e le guglie della Monument Valley. Il pubblico di quegli anni, insieme ai suoi eroi, cowboy, fuorilegge, sceriffi, pionieri e giustizieri, subiva un processo trasformativo: soffriva, gioiva, si entusiasmava a seconda dello sviluppo degli eventi come se si trovasse accanto ai protagonisti, come se vivesse la frenesia di uno scontro, di un duello, di una caccia all’uomo o di una rapina al treno. Il fascino del genere si fondeva con l’attrattiva della sala cinematografica stessa. 

    Durante la proiezione di questi film la Sala diveniva un tutt’uno, un unico organismo, e la proiezione del film era un’esperienza attrazionale, un’occasione per fuggire dalla grigia realtà, ma anche un momento di formazione per i ragazzi di allora, nonostante i valori altamente discutibili ai giorni d’oggi. Il western era il genere d’evasione per eccellenza soprattutto in periodo di guerra, dove era impellente il bisogno di trascorrere due ore in un ambiente che trasmettesse positività, ottimismo e spensieratezza. Da qui si comprende, nell’Italia del dopoguerra, la maggiore attrattiva che il Western aveva sul pubblico rispetto al neorealismo. Si trattava di un genere in grado di far viaggiare oltreoceano, esplorare luoghi mai visti prima -selvaggi, inospitali, eppure belli da mozzare il fiato- e confrontarsi con gente di ogni tipo attraverso il grilletto o la parola. Questo era il Western classico: Polvere, sangue ed evasione dalla realtà.

    “[..] Arthur e io correvamo scatenati sulle montagne dietro casa. Indossavamo salopette, camicie di jeans e scarponcini. […] Invece di giocare a cricket e collezionare farfalle, giocavamo a indiani e cowboy“.
    -Gary Cooper in merito alla sua infanzia.

    IL CINEMA WESTERN DELLE ORIGINI: LA GENESI

    Il Western rappresenta l’America stessa e le sue contraddizioni. Per tale ragione, la sua genesi deve essere fatta risalire agli albori della storia americana, nei racconti di Frontiera. In ambito cinematografico il genere si ritrova già nel periodo del muto, anni in cui è possibile riscontrare alcuni esempi di cortometraggi a tema, derivati spesso dalla letteratura di frontiera o dalle memorie di celebri pistoleri. A tal proposito, nel 1898 venne realizzato Cripple Creek Bar Room”, un cortometraggio di appena un minuto e privo di una vera e propria trama. Si tratta della primissima volta in cui una scena cinematografica viene collocata all’interno di un’ambientazione da saloon tipicamente western. Nei primi del 1900, tuttavia, il genere non si era ancora propriamente definito. Dovremo aspettare gli anni ’20 prima che questo si affermi definitivamente e gli anni successivi affinché raggiunga il suo apice, il suo massimo splendore, prima che diventi mito.  Il cinema muto ha, di fatto, messo le basi per il western classico tracciandone i primi archetipi, clichè e modelli che poi si articoleranno nel periodo d’oro.  

    Nel 1903 le cose iniziano a cambiare con l’uscita de La grande rapina al treno (The Great Train Robbery), considerato convenzionalmente il primo western della storia del cinema. Si tratta di un cortometraggio di appena undici minuti, prodotto dalla Edison, scritto e diretto da Edwin S. Porter.  La grande rapina al treno è anche celebre in quanto film di passaggio dal cinema delle attrazioni a quello narrativo. In questo momento storico l’attenzione degli spettatori e dei registi passa dalla fascinazione per il mero mezzo filmico all’attenzione e al desiderio di tuffarsi nelle storie, articolarle e dar loro una vera e propria struttura. Questo film è, dunque, estremamente innovativo, realistico e sperimentale, uno spartiacque straordinario tra due periodi, due modi di vivere e di rapportarsi al cinema in quanto attrazione e mezzo di espressione. In merito a ciò André Bazin affermerà che con The Grait Train Robbery “assistiamo al primo incontro di una mitologia con un mezzo di espressione ancora adolescente”. 

    Per la realizzazione del cortometraggio, Porter impiegò tecniche coraggiose e molto poco convenzionali come l’uso di una prima forma di montaggio per costruire la narrazione, la sovrapposizione temporale degli eventi, le riprese in esterni, nelle quali le azioni dei veri personaggi si svolgono in parallelo, e i numerosi movimenti di macchina. Celebre è la scena finale in cui assistiamo ad una rottura della quarta parete con conseguente sguardo in macchina: Un uomo, ripreso a mezzo busto, spara verso lo spettatore centrando l’obiettivo (guarda l’immagine di copertina).

    Gran parte dei western muti erano film a basso costo, con una struttura e trama ancora molto schematiche e spesso piuttosto simili tra loro. Gli eroi delle pellicole erano sovente fuorilegge intelligenti, di bell’aspetto e curati, senza macchia e senza paura. Nel periodo del muto, quindi, il protagonista era l’incarnazione dell’archetipo del cavaliere arturiano. Egli possedeva un’integrità morale che si accompagnava ad una personalità onesta e leale, un’indole pacata anche in situazioni pericolose dalle quali riusciva a venire fuori grazie alla sua abilità e velocità nello sparare… per primo.  Possedeva, inoltre, uno spiccato senso dell’umorismo e conduceva una vita all’insegna del nomadismo e della natura, rifiutando la sedentarietà e la civiltà. Gli antagonisti, invece, erano individui spietati, spesso corpulenti e con bei baffi. Molti di questi erano banchieri o politici. Tra i volti dei protagonisti di questo periodo spiccano quelli di Gilbert Anderson (Broncho Bill), William Hart e Tom Mix. 

    All’alba del Cinema muto si iniziavano già a porre le basi di un genere che, negli anni a venire, diventerà il fiore all’occhiello dell’intrattenimento americano. Si iniziava a parlare di frontiera, orizzonti sconfinati, polvere, pistoleri e frenetiche sparatorie. Si iniziava a parlare di un’epoca mitica al tramonto e, per questo, così viva negli occhi della popolazione. Proprio in virtù di questa sovrapposizione temporale tra la nascita del cinema e il declino del Far West, nei primi film di ambientazione western furono impiegati alcuni tra i pistoleri più famosi dell’epoca. Primo tra tutti Buffalo Bill, il quale ha interpretato se stesso in una pellicola del 1911. Il film di Buffalo Bill e il suo Bill Wild West Show contribuirono a suscitare un interesse straordinario per il mito della frontiera americana, interesse che poi è sfociato in passione collettiva per l’epopea del Far West. Accanto a lui, il bandito Al Jennings si lanciò nel mondo del cinema sia come attore che come regista e produttore. Buffalo Bill e Al Jennings furono uno dei tanti casi in cui mito e finzione cinematografica si fusero.  

    Nella prima metà del Novecento il Western si stabilizza come attrazione, narrazione, adrenalina. Tutto ciò di cui il pubblico aveva bisogno in un periodo storico di grandi trasformazioni. Essenziali per l’evoluzione del genere furono tre pellicole: Nascita di una nazione (1915) di Griffith, I pionieri (1923) di James Cruze e Il cavallo d’acciaio (1924) di John Ford. Tra il 1925 e il 1939 si conta la produzione di circa 480 lungometraggi western. Dovremmo, tuttavia, aspettare il periodo Classico per poter vedere il genere affermarsi definitivamente e toccare l’apice grazie anche a nomi quali John Ford, John Wayne, Gregory Peck, Jimmy Stewart e Gary Cooper.

    IL WESTERN CLASSICO: L’AVVENTO DEL SONORO E LA STABILIZZAZIONE DEL GENERE

    Con l’avvento del sonoro la situazione cambiò radicalmente e iniziarono ad emergere le prime problematiche derivanti dall’ingresso del suono nel cinema. In questo contesto, il western inizialmente faticò ad adattarsi, dal momento che era un genere basato sull’azione e sulle riprese in esterni. La presa diretta divenne una condanna per molti registri che dovettero barcamenarsi tra le attrezzature ingombranti e i rumori degli spazi aperti che andavano spesso a coprire le registrazioni. Nonostante queste iniziali difficoltà, il genere raggiunse il suo massimo splendore proprio in epoca classica iniziando a delinearsi maggiormente e, infine, a stabilizzarsi. Nel periodo classico, infatti, il Western si esprime attraverso una serie di ricorrenze visive ma anche attraverso concetti e valori ben precisi: ci troviamo dinanzi a distese infinite e selvagge, continue sparatorie e fughe a cavallo, impiccagioni pubbliche e città semi-deserte e polverose, il cui unico centro di vita sembra essere il Saloon. Quest’ultimo è uno dei topoi cardine dell’epopea del vecchio west, l’ambiente sociale per eccellenza, un punto di incontro per persone diverse tra loro per etnia, estrazione sociale e ideali. All’interno di esso le regole sociali sembrano cessare di esistere, dal momento in cui basta un’occhiata storta o una parola di troppo per scatenare risse e sparatorie. Il Saloon, luogo di conflitto e di ristoro, diviene un elemento iconico irrinunciabile all’interno di un film western. In tal senso, le location, l’ambientazione e l’epoca svolgono un ruolo fondamentale nel riconoscimento del genere. 

    Generalmente le pellicole sono ambientate in un tempo compreso tra il 1800 e primi anni del 1900. Questi ultimi si configurano come un momento storico di passaggio che segna il tramonto del mito del Far West e in cui si scorgono all’orizzonte i primi barlumi dell’era moderna. In questi anni non c’è più posto per l’Ovest violento, il quale deve lasciare oramai posto ai valori civili delle metropoli. Altri film, invece, si concentrano sulla corsa all’oro o sulle carovane di bestiame e i cowboy, altri ancora sulle guerre indiane e, infine, sulle gesta di celebri eroi di frontiera -banditi o uomini della legge-. Insomma, il Western si snoda per gran parte della storia degli Stati Uniti, abbracciandola nella sua totalità e divenendo esso stesso America

    PROTAGONISTI DEL WESTERN CLASSICO: L’EROE E LA SUA SPALLA

    Durante la Golden Age Hollywoodiana la narrazione filmica del western si fa più strutturata, ricca di archetipi e cliché e inizia a mutare anche la figura dell’eroe che si fa via via più complessa. I protagonisti del western classico non sono, a differenza di quelli del muto, imprescindibilmente positivi, anzi. Essi si arricchiscono di sfumature, tinte fosche, valori spesso discutibili. Per tale ragione, nella maggioranza dei casi, gli eroi devono affrontare un cammino impervio che, spesso, li condurrà ad un lieto fine e, soprattutto, alla redenzione. La redenzione si colloca, infatti, come obiettivo ultimo del viaggio del cowboy classico, come purificazione dei suoi peccati e del passato oscuro che grava sulle sue spalle e sul suo nome. Per tale ragione, il prototipo del protagonista di queste pellicole è spesso un fuorilegge, un ranger, un avventuriero, un eroe di guerra, un disertore o uno sceriffo decaduto che devo confrontarsi con colpe passate, casi irrisolti, vecchi nemici che ritornano come fantasmi, infestando la sua vita, allontanandolo dalla civilization e radicandolo nella wilderness violenta e polverosa. Accanto al protagonista vi è il compagno, la sua fedele spalla, disposto a seguirlo in capo al mondo portando con sé una bella dose di ironia e goffaggine: un moderno e polveroso Sancho Panza

    Tuttavia, il conflitto principale delle pellicole gira principalmente attorno all’eroe poiché è incentrato sullo scontro-incontro tra wilderness e civilization, tra civiltà e natura selvaggia, priva di leggi e incarnata solitamente dalla figura dell’indiano d’America e, successivamente, da quella del messicano. Due mondi diversi, divisi unicamente dalla frontiera, da un confine fittizio che l’eroe si trova costretto a valicare per poter portare a termine la propria missione.

    Esemplari, in questo tal senso, sono i protagonisti di Ombre Rosse (1939) con regia di John Ford e di Romantico avventuriero (1950) diretto da Henry King. Nel primo film, Ringo (John Wayne) è un criminale fuggito di prigione per vendicare la morte del padre e del fratello; nel secondo caso, Jimmy (Gregory Peck) è un celebre pistolero ricercato dalla legge, ma desideroso di redimersi e cambiar vita per tornare dalla propria famiglia. Questi sono solo due dei maggiori archetipi del protagonista western, una figura tanto complessa quanto affascinante. Un eroe mitico e al tempo stesso umano, imperfetto.

    Ringo: “Ero un bravo cowboy, ma successe qualcosa.”
    Dallas: “Già, è così. Succede sempre qualcosa.”
    -Estratto da “Ombre Rosse”, John Ford.

    IL RUOLO DELLA DONNA

    «Anche nei migliori western, la donna è imposta sull’azione, come una stella, e in genere è destinata a essere “avuta” dal protagonista maschile. Ma non esiste come una donna.» (Sergio Leone)

    Il Western mette in scena dinamiche proprie dell’universo maschile, dove le donne diventano spesso oggetto dell’attenzione dell’eroe o bottino di guerra del nemico. In periodo classico, quindi, il ruolo dei personaggi femminili si configura all’interno di un genere che predilige l’azione e il machismo e che è profondamente determinato dalla dicotomia tra wilderness e civilization, uno scontro/incontro che non traccia solamente l’assetto narrativo della storia, ma delinea anche le varie relazioni tra i personaggi e il loro ruolo all’interno della storia: laddove lo spazio aperto e l’azione sono ambiti prettamente maschili,  l’ambiente domestico e la sedentarietà riguardano invece l’universo femminile. In virtù di questa rigida divisione, le donne difficilmente occupano una posizione da protagonista o semplicemente di rilievo. Sono, piuttosto, confinate ad un ruolo di contorno finendo per divenire il motore dell’azione e influendo spesso sull’eroe, come una stella cui rivolgere gli occhi nei momenti di difficoltà. Le donne sono passive e funzionali ad approfondire la trama romantica della pellicola oppure a convincere l’eroe ad intraprendere il viaggio o ancora a fornirgli un supporto morale. Non sguardo, ma oggetto di sguardo. Ciò non significa che vi furono anche delle piccole eccezioni, ma rimasero sempre molto contenute in epoca classica. 

    A tal proposito si ricordano Pearl Chavez, l’orfana di Duel in the Sun (1946, diretto da King Vidor), Vance Jeffords in The Furies (1950, diretto da Anthony Mann), Rio McDonald in Outlaw (1943, diretto da Howard Hughes e Howard Hawks) e soprattutto Madame Altar Keane in Rancho Notorious (1952, diretto da Fritz Lang). Questi personaggi femminili mal si collocano all’interno dell’archetipo classico dell’angelo del focolare domestico o della donzella in difficoltà; le donne in questione fanno paura e sono considerate anomale e disinibite in un contesto del genere, fortemente maschilista e retrograda. Ciò accade poiché non sono più bambole di porcellana o un oggetto da conquistare e da esporre come un soprammobile, ma decidono di prendere in mano la propria vita attraverso la scoperta della propria sessualità e l’approfondimento del rapporto con il proprio corpo, ma anche imponendosi all’azione.  E’ un primo grande passo all’interno di un genere che fino a quel momento divideva la donna in due cliché o categorie: Madre e prostituta. Tali stereotipi si articolano in riferimento al conflitto primordiale tra natura selvaggia, sopravvivenza, e civiltà, leggi scritte. Seduzione e tentazione da un lato, valori e sicurezza dall’altro. Il Diavolo e l’acqua santa.

    In ambito western, tuttavia, dovremmo aspettare ancora un po’ di anni (e Sergio Leone) prima che le donne riescano ufficialmente ad uscire dalla passività e sedentarietà cui erano relegate e a prendersi la (meritata e dovuta) scena.

    L’ETERNA LOTTA TRA LA CIVILTÀ E LA NATURA SELVAGGIA

    All’interno del genere western la vendetta e la giustizia sono due concetti che sempre più si sovrappongono e si intrecciano fondendosi l’uno all’altro. Entrambi sono presenti in gran parte dei film e sono in realtà strettamente legati tra loro, nonostante sembrino antitetici e incompatibili. Molti dei personaggi principali sono caratterizzati proprio dalla dolorosa coincidenza di giustizia e vendetta. Tale sovrapposizione interiore è profondamente drammatica e spesso tende ad opporsi alla redenzione finale dell’eroe. Nella maggior parte dei film, infatti, molti protagonisti finiscono per farsi giustizia da soli cedendo alla loro sete di vendetta. Al termine del loro viaggio sono ormai contaminati dalla wilderness, dalle sue leggi non scritte, e non possono né riescono più integrarsi all’interno della civiltà; ciò accade poiché gli eroi in questione hanno scelto di mettere da parte le regole sociali per abbracciare i propri istinti bestiali, divenendo spesso poco dissimili dai loro nemici per metodi brutali e moralità.  Il personaggio di John Wayne di Sentieri Selvaggi si colloca perfettamente nell’archetipo sopracitato e la scena finale della pellicola è esemplificativa di questo progressivo processo di allontanamento dalla società: lo guardiamo allontanarsi fino a confondersi esso stesso con la distesa sconfinata e arida che circonda il ranch, simbolo di civiltà, emblema della famiglia e della stabilità. Baluardo della civilization che, nonostante tutto, resiste alla wilderness.

    “Gli indiani non lasciano mai tracce, strisciano in terra come dei serpenti.”
    -Estratto da Ombre Rosse, John Ford.

    Se i cowboy incarnano la civiltà, la natura selvaggia generalmente è rappresentata dagli Indiani d’America, figure altamente stereotipate e iconiche. Nel Western classico i nativi, primi tra tutti i Comanche e gli Apache, sono gli antagonisti per eccellenza: feroci, con sguardi di ghiaccio e visi di pietra, privi di emozioni. Da un punto di vista iconico appaiono appunto stereotipati, come a voler estremizzare la natura selvaggia che rispecchiano. Spesso il loro arrivo è segnalato da urla cantilenanti, indossano costumi minimalisti composti da ossa, piume e pellicce e sui loro corpi spiccano pitture scure e color ocra. Nel cinema classico tutto ciò era funzionale a rendere manifesta la loro brutalità (“kalòs kai agathòs”, direbbero i greci) e a rafforzare l’idea che la wilderness dovesse essere piegata e civilizzata a tutti i costi in nome delle modernità e della presunta superiorità razziale. I nativi sono l’Altro, lo sconosciuto e per questo ritenuti altamente pericolosi dai protagonisti e dalla “civiltà”. Secoli di storia ci hanno insegnato quanto l’essere umano sia spaventato dalla diversità al punto da arrivare a considerarla una minaccia da schiacciare. Per tale ragione, nel periodo classico, gli indiani d’America erano ritenuti elementi essenziali per lo sviluppo del conflitto profondo tra civiltà e natura, oltre che tra protagonista e antagonista; nel Western moderno, invece, essi ottengono valore, dignità e saggezza, divenendo sempre più figure con cui dialogare e a da cui trarre insegnamento più che da combattere ed eliminare.

    Per concludere, nel Western gli indiani sono l’altra faccia dell’America, separati dai cowboy solo da una linea di confine, la linea di frontiera. Separati da nient’altro che distese infinite, ricche di bellezza e possibilità, ma anche di orrore e prevaricazione.  L’America del Far West è contraddittoria, spaventosa, carica di promesse, individualista, violenta, presunto baluardo di libertà e, in fondo, non troppo distante da quella attuale. D’altronde è stata costruita sulla polvere e sul sangue.

    Jim: Dove sei diretto, cowboy?
    Bart: In nessun posto speciale.
    Jim: In nessun posto speciale? Ho sempre desiderato andarci.
    -Mezzogiorno di Fuoco, Fred Zinnemann.

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  • #8 STRADE PERDUTE: THE NORTHMAN E IL CINEMA DI ROBERT EGGERS

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo ottavo episodio di Strade Perdute, Alessandro Catana e Jacopo Barbero, insieme ai loro ospiti Mattia Bianconi e Shannon Magri, analizzano il terzo lungometraggio di Robert Eggers: The Northman. La prima parte del presente podcast è SPOILER FREE (l’inizio della parte spoiler è segnalato). Tra epica e misticismo, il regista ci porta nell’Islanda del IX Secolo D.C. con una storia di vendetta e di violenza ispirata all’Amleto di Shakespeare.

    Di seguito gli articoli citati in puntata:
    Le ispirazioni pittoriche di The Lighthouse: https://framescinemawebzine.com/the-lighthouse-arte/
    Recensione The Northman: https://framescinemawebzine.com/recensione-the-northman/

  • RECENSIONE COMPETENCIA OFICIAL – FINALE A SORPRESA: UNA COMMEDIA SATIRICA SUL NARCISISMO DELL’INDUSTRIA CINEMATOGRAFICA

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    Competencia Oficial, terzo lungometraggio risultato del sodalizio tra Mariano Cohn e Gastón Duprat, è una commedia satirica metacinematografica che, esplorando il rapporto tra personaggio e attore, riflette sull’egocentrismo che abita il mondo dello spettacolo. Il film è stato presentato alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia e non poteva del resto mancare questa occasione, in primo luogo per l’inevitabile parallelismo con il titolo e in secondo luogo per la platea ideale di spettatori a disposizione, i frequentatori di festival o meglio ancora gli addetti ai lavori. Chi meglio di loro infatti può ridere (si potrebbe aggiungere: ma anche riflettere) sulle debolezze messe in scena?

    Il duo di registi argentini non era nuovo alla manifestazione, dove aveva già partecipato nel 2016 con Il cittadino illustre, valso la Coppa Volpi a Oscar Martínez, co-protagonista a sua volta anche di questa pellicola insieme a due degli attori spagnoli più acclamati, Penelope Cruz e Antonio Banderas. Tornano quindi con un film che conferma la volontà di riflettere sul senso stesso dell’arte come cifra stilistica. Se ne Il cittadino illustre era la letteratura a interpretare il ruolo di protagonista, questa volta è proprio la settima arte

    Un anziano magnate dell’industria farmaceutica riflette su come lasciare una traccia significativa della sua esistenza e nell’indecisione tra realizzare un ponte affidato ad un grande nome dell’architettura e un film opta per quest’ultimo. Il miliardario non bada a spese e, una volta acquistati i diritti del romanzo Rivalidad, vincitore del premio Nobel, chiama a dirigere l’opera Lola Cuevas, regista indipendente acclamata dalla critica. 

    Il romanzo racconta il rapporto tra due fratelli, Pedro e Manuel, caratterizzato da una spietata rivalità che sfocia in tragedia. Lola, giocando proprio sugli opposti, sceglie di ingaggiare due attori tanto famosi quanto diversi. Se Félix Rivero (Antonio Banderas) ha ottenuto successo in tutto il mondo e si è trasformato in un divo hollywoodiano, Iván Torres (Oscar Martinez) ha intrapreso un percorso più impegnato e preferisce la dimensione teatrale alla quale alterna l’insegnamento. La rivalità inizialmente simulata diventa ben presto reale dopo le lunghe sessioni di prove, ospitate nei giganteschi ambienti della Fondazione Suarez. L’ego smisurato dei due attori (anche di Iván per quanto cerchi di nasconderlo) viene smascherato e messo costantemente alla prova dai metodi sperimentali utilizzati da Lola, come accade nella memorabile sequenza della distruzione dei premi. Il fulcro del film risiede proprio nel processo creativo che il regista affronta durante la realizzazione di un film e nel metodo utilizzato per permettere agli attori di entrare in sintonia con i personaggi

    Se ci si approccia al film aspettandosi grasse risate si potrebbe rimanere delusi,  infatti la comicità si mantiene più sottile che fragorosa e raggiunge il suo massimo nelle interazioni tra il cast. Infatti l’impressione è che le sequenze funzionino meglio come sketch, merito delle caratterizzazioni studiate e riflesse anche nei costumi e nelle brevi intrusioni nella vita privata. 

    L’aspetto più memorabile della pellicola è dato proprio dalle performance attoriali dei tre protagonisti, capeggiati da una carismatica Penelope Cruz, che all’interno di una sola edizione è stata capace di sorreggere gli equilibri di un altro dei film in concorso, Madres Paralelas di Pedro Almodóvar.

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – CANNES 2022 COMPLETA IL PROGRAMMA, NETFLIX CROLLA IN BORSA

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    • GLI ULTIMI TITOLI DI CANNES 2022

    Come ogni anno, per il settantacinquesimo appuntamento con il festival transalpino sono stati aggiunti il 21 aprile gli ultimi titoli che andranno ad arricchire il menù di Cannes 2022. Li trovate sul sito del festival: https://www.festival-cannes.com/en/infos-communiques/communique/articles/the-75th-festival-de-cannes-official-selection-additions-to-the-selection. Pur non leggendo i tanto sperati David Lynch o Ari Aster, fra le diciassette aggiunte la kermesse inserisce nomi del calibro di Albert Serra o Louis Garrel.

    Segnaliamo anche la locandina di questa settantacinquesima edizione, un toccante e commovente omaggio a The Truman Show di Peter Weir.

    Il 19 aprile è stata inoltre annunciata la line-up della sezione parallela di Cannes 2022. Sotto la direzione artistica dell’italiano Paolo Moretti (in carica dal 2019), fra i vari nomi la quinzaine di quest’anno vede il ritorno di Pietro Marcello, tre anni dopo il successo critico di Martin Eden. La lista completa è sul sito ufficiale: https://www.quinzaine-realisateurs.com/fr/actualite/decouvrez-la-selection-de-la-54e-quinzaine-des-realisateurs

    • NETFLIX PERDE ABBONATI E CROLLA IN BORSA

    Nella giornata del 20 aprile è successa una cosa davvero ben poco prevista dalla maggior parte degli analisti: Netflix ha annunciato una perdita di iscritti per la prima volta in dieci anni, per la precisione 200mila nel primo trimestre. Immediato il crollo in borsa del colosso dello streaming che, già in calo quest’anno di oltre il 40%, ha visto un ulteriore crollo del 25%. La causa principale dichiarata da Netflix sarebbe il password sharing, la pratica diffusa di scambiare la password dell’account fra amici e parenti così da pagare meno abbonamenti. Non dimentichiamo, però, che la piattaforma di Reed Hastings ha da poco ritirato i suoi servizi dalla Russia, manovra che gli è costata una perdita di oltre 700mila account. Fra le varie motivazioni messe in campo dagli analisti ci sarebbero anche una normale diminuzione di iscritti a seguito del periodo lockdown, e la competizione dell’altro colosso dello streaming, Disney+.

    Ha fatto storcere il naso a molti il commento di Elon Musk, che avrebbe addotto le cause della perdita di iscritti al politicamente corretto: “Il virus dell’ideologia woke sta rendendo Netflix inguardabile”.

    • SOSPESO IL NUOVO FILM DI BILL MURRAY

    Come riporta il sito Deadline, Bill Murray è stato accusato di “comportamento inappropriato”, causando lo stop alle riprese del nuovo film Being Mortal che lo vede protagonista, prodotto da Fox Searchlight e diretto dall’americano Aziz Ansari. Non è trapelato alcun dettaglio aggiuntivo, Deadline precisa soltanto che la denuncia non sarebbe partita né dal regista né dal co-protagonista Seth Rogen. Notizia che non dovrebbe stupire i fan di Murray: l’attore è ormai famoso per la sua attitudine a litigare con colleghi o registi importanti per via dei suoi costanti sbalzi d’umore, che gli sono valsi il soprannome “The Murricane” dall’amico Dan Akroyd (fondendo Murray e Hurricane, uragano).

    • TRAILER LOVE DEATH & ROBOTS 3

    Netflix ci ha tenuto a ricordare che, in data 20 maggio, verrà rilasciata sulla piattaforma la terza stagione della serie antologica fantascientifica Love Death & Robots, nata nel 2019 da un soggetto di Tim Miller e che vede anche David Fincher fra i produttori. Il trailer è semplicemente un reminder-medley delle passate stagioni: https://www.youtube.com/watch?v=YHXaMVQq4cc

    • ALEKSANDR SOKUROV HA RIFIUTATO CANNES 2022

    Lunedì 18 aprile, Il regista di Arca Russa e Faust ha dichiarato di aver ufficialmente rifiutato la presentazione del suo nuovo film, Fiaba, in questa 75° edizione del festival francese. Gli è stata data l’occasione dalla croisette, ma Sokurov, convinto che la giuria non avrebbe apprezzato, ha rifiutato l’occasione concessagli definendo il suo nuovo lavoro come “troppo serio” e dalla “resa tecnologica complessa, molto complessa”. Per ora, l’unico regista russo che calcherà il tappeto rosso di Cannes 2022 sarà Kirill Serebrennikov con il suo Tchaikovsky’s Wife, ricordando che Thierry Frémaux, delegato generale del Festival, e tutta l’organizzazione hanno sin da subito affermato che Alexander Sokurov e Andrey Zvyagintsev sarebbero sempre stati ammessi “indipendentemente dalla situazione politica”.

    • NUOVO TRAILER PER LIGHTYEAR – LA VERA STORIA DI BUZZ

    Disney ha da poco lanciato il secondo trailer di Lightyear – la vera storia di Buzz, space odyssey animata prequel del film Toy Story (1995), interamente dedicata al personaggio di Buzz Lightyear: https://www.youtube.com/watch?v=kxSjaEUc9Js

    Mancano meno di due mesi all’uscita in sala del nuovo film Disney – Pixar, che approderà nei nostri cinema in data 17 giugno 2022.

    • EZRA MILLER INCONTENIBILE

    Il 29enne Ezra Miller, divenuto famoso al grande pubblico per essere Flash nell’universo cinematografico esteso DC, pare davvero incontenibile. Il 19 aprile è stato arrestato alle Hawaii per aggressione di secondo grado: avrebbe lanciato una sedia in testa a una donna dopo la richiesta di abbandonare una festa privata a Pāhoa. Tutto ciò arriva dopo le svariate vicissitudini legali di Ezra Miller legate al suo carattere difficilmente controllabile; era solo della fine dello scorso marzo l’arresto, sempre alle Hawaii, per disturbo della quiete pubblica e molestie (causandogli una richiesta di ordine restrittivo da parte di una coppia che ha dichiarato di aver subito aggressioni). L’attore ha da poco rivestito i panni di Credence Barebone nel terzo capitolo della saga di Animali Fantastici, mentre lo stand alone The Flash interamente dedicato al suo personaggio è attualmente in post-produzione, con data di uscita 23 giugno 2023. La Warner Bros, in ogni caso, non ha paventato ancora nessuna incertezza riguardo al futuro di Miller. 

    • RINVIATO SPIDER-MAN: ACROSS THE SPIDERVERSE – PARTE UNO

    Non più il 7 ottobre 2022. Sony ha comunicato che Spider-Man: Across the Spiderverse – Parte Uno è slittato direttamente al 2 giugno 2023, mentre la seconda parte al 29 marzo 2024. Le uniche dichiarazioni in merito arrivano dal produttore Christopher Miller, che ha commentato lo slittamento della pellicola così: “più tempo per renderlo grandioso”. Ricordiamo che un primo trailer del film è stato pubblicato il  5 dicembre 2021: https://www.youtube.com/watch?v=bb0qq6gDzUg

    • CI HANNO LASCIATO JACQUES PERRIN E ROBERT MORSE

    Sono due gli attori che hanno fatto tremare il cuore di moltissimi cinefili questa settimana: Jacques Perrin e Robert Morse. Il 21 aprile a 80 anni è scomparso Perrin, attore, regista e produttore cinematografico francese la cui icona è stata sicuramente consacrata da quel commovente finale di Nuovo cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore, dove interpretava il protagonista Salvatore da adulto. Il vero nome di Perrin, nato a Parigi nel 1941, è Jacques-André Simonet; a partire dagli anni sessanta acquistò fama in terra nostrana grazie ai ruoli che accompagnavano Claudia Cardinale in La ragazza con la valigia (1961) e Marcello Mastroianni in Cronaca familiare (1962). Nella sua lunga carriera, Perrin ha ottenuto anche due candidature al Premio Oscar, nel 1970 al miglior film per Z, e nel 2003 al miglior documentario per Il popolo migratore. Nel 1966 aveva invece vinto a Venezia la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per Un uomo a metà.

    Purtroppo dobbiamo salutare anche la star indiscussa della serie capolavoro Mad Men, Robert Morse, scomparso a Los Angeles il 20 aprile scorso a 91 anni. Nella serie andata in onda dal 2007 al 2015, che sfruttava il mondo pubblicitario newyorkese degli anni ’60 come macguffin per narrare i cambiamenti societari e storici della società americana di oltre un decennio, Robert Morse rivestiva magnificamente il ruolo di Bertram Cooper, uno dei proprietari dell’agenzia pubblicitaria in cui lavorava Don Draper (Jon Hamm), il protagonista della serie.


    • IL CINEMA ITALIANO PIANGE LUDOVICA BARGELLINI 

    A seguito di un incidente stradale a Roma, il 19 aprile è tragicamente scomparsa a soli 35 anni la giovane e talentuosa attrice Ludovica Bargellini. L’avevamo già apprezzata in The Young Pope e nel mediometraggio dei The Jackal reperibile su You Tube, Dylan Dog – Vittima degli eventi: https://www.youtube.com/watch?v=9G62vLlqUBI&t=2732s

    Fra gli altri suoi lavori figurano l’esordio su grande schermo in Non c’è tempo per gli eroi (2011) di Andrea Mugnaini, Finalmente la Felicità (2012) di Leonardo Pieraccioni e Quanto basta (2018) di Francesco Falaschi. Era appena un anno fa, invece, quando figurava nel dietro le quinte (reparto costumi) del film targato Netflix, Il Granchio nero.

    Fonti: World Of Reel, Bad Taste, Deadline, Ciak, Sky.it, Youtube,

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  • RECENSIONE THE NORTHMAN – IL BLOCKBUSTER DI ROBERT EGGERS

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    “Ti vendicherò, Padre! Ti salverò, Madre! Ti ucciderò, Fjölnir!“

    Il calpestio fradicio del fango, le urla incessanti e roboanti dei guerrieri, il subbuglio del magma vulcanico, lo spezzarsi fragoroso delle ossa craniche… “cinema sensoriale”, direbbero in molti. E come dissentire? E’ proprio questo – assieme a tanto altro – il cinema di Robert Eggers. Regista che, a distanza di tre anni dal lovecraftiano The Lighthouse e senza l’A24 alle spalle (ma con realtà molto più da kolossal come l’Universal o la Focus Features), torna in pompa magna con un film dal budget decisamente più ingente di circa novanta milioni di dollari; accompagnato da un cast da capogiro (Nicole Kidman, Alexander Skarsgård, Ethan Hawke, Björk …), The Northman si presenta come un vero e proprio blockbuster, non smentendo le premesse. Chi si sarebbe mai aspettato una produzione di questo tipo dal regista (per rispettare l’articolo determinativo assertivo dei suoi film, la strega, il faro, l’uomo del nord) che si era fatto conoscere al grande pubblico per la sua impronta indie iper-estetizzata, dalle suggestioni poetiche e tematiche partorite grazie al magnetismo delle immagini, vero e proprio guscio ammaliante e perverso della visione radicalmente esoterica del mondo turpe di Robert Eggers?

    Prima la rilettura del New England Folk Horror che aveva lanciato il talento di Anya Taylor-Joy, poi il tentativo (riuscito) di mescolare in chiave orrorifica La ballata del vecchio marinaio di Coleridge al mito di Prometeo. Ora, con The Northman, gli ingredienti rimestati da Eggers sono addirittura più numerosi, limitando in parte la piena riuscita dell’opera a partire dall’intreccio, decisamente più tradizionale: nell’Islanda del X secolo, il giovanissimo Amleto (che ricorda Shakespeare nel nome, ma il Conan di Schwarzenegger nell’estetica) assiste all’assassinio del padre re Aurvandil, per mano del fratello Fjölnir. Seguendo alla lettera il monito di Hemir il Folle (Willem Dafoe) – “Ricorda per chi hai versato l’ultima lacrima” – Amleto tornerà come schiavo nella terra dello zio per vendicare il padre e salvare la madre Gudrún.

    Eggers non è di certo l’unico nel nuovo millennio ad essersi approcciato all’epica norrena, ci aveva già pensato Nicolas Winding Refn nel 2009 con Valhalla Rising, dove un Mads Mikkelsen in cerca di redenzione tracciava un’ascesa al Valhalla decisamente più introspettiva e contemplativa. Se è vero che i due registi partivano da intenti e propositi diversi, è anche vero che, al contrario del regista danese, la ricerca del grande incasso lascia The Northman con i piedi in due staffe, non permettendogli di prendere una strada decisa e radicale. Eppure, in questa sua contraddittorietà, se c’è una certezza che la pellicola conferma è l’immenso talento di Robert Eggers nel narrare per immagini, nel creare tramite la sua mente visionaria una vera e propria esperienza sensoriale per lo spettatore che diventa quasi parte della diegesi filmica, il tutto in un blockbuster fantasy che resta nel recinto delle grandi produzioni hollywoodiane. Forse avremmo preferito altro da Robert Eggers, ma perché sdegnare una tentativo di dialogo col grande pubblico?

    Nel suo intrecciare la tragedia di vendetta del teatro Elisabettiano con la mitologia norrena, viene prevedibilmente sacrificata parte della poetica prettamente autoriale del regista, ma non del tutto. I dialoghi nel cinema di Eggers sono perlopiù frontali; in questo gioco di sguardi i protagonisti non sembrano dialogare l’un con l’altro, ma paiono invocare e appellare direttamente noi spettatori, un espediente registico che permea i suoi film di una perenne aurea di mistero, tanto per noi, quanto per i personaggi: il mistero dell’altro. In The Witch la frontalità andava a separare nettamente la piccola Thomasin dalla famiglia e (soprattutto) dal mistero della sua natura di strega. In The Lighthouse lo sguardo in camera era ancora più presente, giocandosi tutto il film sulla dualità (addirittura due colori: il bianco e il nero) e sulla paura dell’altro. In The Northman il mistero dell’alterità non è tanto umano, ma nel farsi altro, nell’entrare nel Valhalla. Una poetica del tutto mantenuta, ma che pecca di prevedibilità e minor efficacia, dovendo mantenere una maggiore fruibilità. Di questo ne è la conferma anche il finale, che firma un parallelo coi due precedenti lavori del regista ma che nella ricerca della chiosa ascetica ed esoterica, ormai marchio “eggersiano”, non raggiunge la catarsi di The Witch e The Lighthouse: è sempre una catarsi guidata dal mistero, ma la cui risoluzione era già scritta nell’incipit.

    Ma, in fin dei conti, è indubbio che Eggers dia vita a un affascinante Frankestein audiovisivo irresistibilmente imperfetto, un “peplum coi vichinghi” in overdose di testosterone, un “sandalone” rosso budella, un dramma shakespeariano cantato growl, la mitologia norrena in chiave heavy metal.

    Staremo a vedere come reagirà il grande pubblico di fronte a questo insolito esperimento e se la ricerca del Dio Denaro da parte di Eggers vedrà la sua ricompensa. Intanto, nel nostro Paese ha assistito a un esordio di tutto rispetto con 62mila euro nel primo giorno di proiezione, piazzandosi al secondo posto fra le new entry della settimana.

    Sarà altresì interessante seguire e analizzare il germogliare dei semi critici piantati ora, alla sua uscita, e scoprire se fra qualche anno lo ricorderemo come un fallito esperimento di innesto dell’indie nel mainstream o se guarderemo indietro con piacere a questa bizzarra opera di un autore che ha ancora tanto da dirci.

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  • OMBRE DA ORIENTE – TERRA GIALLA DI CHEN KAIGE (1984)

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    Il nuovo cinema cinese e la “quinta generazione”

    Gli anni Ottanta rappresentarono un momento chiave per l’evoluzione del cinema cinese. Sia a Hong Kong (che all’epoca era ancora una colonia britannica) sia a Taiwan sia nella Repubblica Popolare Cinese, infatti, si svilupparono in quel periodo le cosiddette new wave, che cambiarono per sempre queste cinematografie, come era accaduto due decenni prima in Europa con la Nouvelle Vague francese. I registi di questi “nuovi cinema” erano anzitutto cinefili: avevano formato il proprio sguardo sui film del passato ed erano pronti a rielaborare tali sensibilità in nuove narrazioni di dirompente originalità. A Hong Kong si imposero cineasti come Ann Hui, Patrick Tam, Allen Fong e Tsui Hark, ai quali poi fece eco una seconda new wave composta dal celebre Wong Kar-wai, da Stanley Kwan e Fruit Chan; a Taiwan, invece, si affermarono autori fondamentali come Hou Hsiao-hsien (A Time to Live, a Time to Die, 1985; Città dolente, 1989) e Edward Yang (Taipei Story, 1984; A Brighter Summer Day, 1991), che aprirono la strada alle opere di Tsai Ming-liang. La Repubblica Popolare Cinese, dal canto suo, fece il suo ingresso negli anni Ottanta con una situazione politica piuttosto complessa: nel 1976 terminò la drammatica fase della Rivoluzione culturale (una terribile guerra civile, nata dal fallimento delle politiche economiche maoiste) e nello stesso anno morì Mao Zedong; in seguito, nel 1978, Deng Xiaoping assunse la leadership cinese e iniziò un percorso di riforme che avrebbero aperto il paese al mondo e posto le basi per la vertiginosa crescita economica del colosso asiatico. 

    Fu in questo clima di fermento che il cinema cinese visse una fase di cambiamento profondo: l’Accademia del Cinema di Pechino, chiusa per anni durante la Rivoluzione Culturale, riaprì i battenti e nel 1982 si diplomarono presso di essa diverse personalità che avrebbero dato vita alla cosiddetta “quinta generazione” di cineasti cinesi e avrebbero contribuito al rinnovamento del cinema nazionale. Tra queste figure, le più rappresentative sono senz’altro Chen Kaige e Zhang Yimou, i quali nel 1984 girarono un’autentica pietra miliare, Terra gialla (Huang tudi, anche conosciuto col titolo internazionale Yellow Earth), che nel 2005, durante la ventiquattresima edizione degli Hong Kong Film Awards, venne eletta quarto miglior film cinese di sempre, dopo Spring in a Small Town (1948) di Mu Fei, A Better Tomorrow (1986) di John Woo e Days of Being Wild (1990) di Wong Kar-wai.

    I giovani Chen Kaige (primo a sinistra) e Zhang Yimou (al centro) sul set di Terra gialla

    Terra gialla: scontro tra tradizione e ideologia

    Diretto da Chen e magistralmente fotografato da Zhang, Terra gialla è l’adattamento di un romanzo di Ke Lan e venne prodotto da Guangxi Film Studio, una casa di produzione (controllata dallo stato, come tutte a quel tempo in Cina) che aveva da poco avviato le proprie attività e che era quindi propensa a promuovere un rinnovamento nel cinema post-Rivoluzione culturale. 

    Il film è ambientato nel 1939, durante la Guerra Sino-Giapponese, nelle campagne del nord dello Shaanxi vicino alle rive del Fiume Giallo. Racconta la storia del soldato Gu Qing, membro dell’Ottava Armata della Strada (un’unità dell’esercito del Partito Comunista Cinese, che all’epoca lottava contro i nazionalisti del Kuomintang per il governo del paese: la Repubblica Popolare sarebbe nata solo nel 1949), inviato nelle aree rurali alla ricerca di allegri canti popolari da adattare allo spirito comunista e utilizzare per incoraggiare i soldati rivoluzionari. Giunto nelle campagne, Gu soggiorna presso una famiglia di contadini – composta dall’anziano padre vedovo, dalla decenne Cuiqiao e dal fratello minore Hanhan – e, grazie a loro, conosce la vita dell’ambiente contadino e scopre che le canzoni felici che cerca non esistono: gli unici canti che ascolta parlano di travaglio e sofferenza quotidiani. 

    Come molti tra i primi film della “quinta generazione” (ad esempio, Horse Thief di Tian Zhuangzhuang, 1986; e Sorgo rosso di Zhang Yimou, 1987), Terra gialla si ambienta nella Cina rurale e ne esalta la dimensione paesaggistica e le culture locali. Non c’è alcuna epicità propagandistica (che era invece onnipresente nel cinema dell’era maoista) e i personaggi non rappresentano più monolitiche incarnazioni di credi politici in perenne scontro: i protagonisti sono esseri umani comuni, alle prese con le incertezze quotidiane e le pene dell’esistenza, lontanissimi da qualsiasi sicurezza eroica. È un cinema collocabile “in quel «neo-tradizionalismo» che si era diffuso in diversi ambiti artistici nella Cina della prima metà degli anni Ottanta, segno di un genuino tentativo di scoprire le autentiche tradizioni del paese al di fuori della retorica di regime” (D. Tomasi). La campagna cinese, che in molti avevano tragicamente conosciuto durante le rieducazioni nei campi di lavoro nel periodo della Rivoluzione culturale, appare come un universo fuori dal tempo e dallo spazio, lontanissimo dai grandi centri urbani e dai prorompenti ideali rivoluzionari.

    In questa profonda rottura con i canoni dello spesso monocorde cinema maoista, Chen mette in luce con grande finezza le illusioni del soldato Gu, sostenitore indottrinato degli ideali dell’imminente rivoluzione comunista, che giunge nella Cina profonda con la convinzione di riscoprirvi le radici di una cultura millenaria da adeguare alle dottrine di progresso proposte da Mao. Ciò che impara a conoscere, in realtà, è un mondo in cui poco contano gli ideali e tutto si fonda sulla sussistenza, sul riuscire a sopravvivere traendo il possibile dalla natura. Memorabile, in questo senso, è il confronto tra il soldato e l’anziano patriarca della famiglia che lo ospita: l’uomo racconta di aver dato in sposa una propria figlia maggiore e di come la felicità o infelicità di quest’ultima dipendano esclusivamente dalla disponibilità di cibo nella sua nuova famiglia. Non c’è spazio per i sentimenti: “Hai degli amici se hai carne e vino. L’amore coniugale dipende dalla disponibilità di cereali. Niente cibo, niente amore.”, proclama il padre, sotto lo sguardo attonito di Gu che, a poco a poco, comprende la difficoltà di instillare le parole d’ordine di Mao, che parlano di libertà e cultura per tutti (donne incluse), in un luogo legatissimo alle tradizioni del passato e alle immediate necessità.  

    Di lì a poco, peraltro, anche la giovanissima Cuiqiao apprenderà di stare per essere data in sposa a un uomo che non conosce: una scena che Chen gira dedicando un lungo e insistito primo piano al volto della ragazzina, interpretata con straordinaria dignità da un’intensa Xue Bai, che ascolta il padre comunicarle, con la voce rotta dal dolore, la necessità di maritarla, nella speranza che possa trovare la felicità con un consorte in grado di mantenerla. D’altronde il genitore stesso, poco prima, aveva certificato che “per un uomo sposarsi è felicità, per una donna è tristezza”. È allora che in Cuiqiao, affascinata dai racconti di Gu, che parlano di emancipazione femminile per le arruolate nell’armata maoista, germoglia il desiderio di lasciare la sua terra per unirsi ai rivoluzionari. Pertanto si fa promettere dal soldato, ormai in procinto di ripartire alla volta del proprio campo base a Yan’an, di tornare entro poche settimane per salvarla dal matrimonio combinato e portarla con sé per unirsi all’esercito comunista. La scena del commiato tra i due personaggi, di grande lirismo anche per l’impiego del canto tradizionale, mostra un addio pieno di ansie e speranze: lui si lascia alle spalle il paesaggio ancestrale di cui a poco a poco si è innamorato, sempre più consapevole della non facile applicabilità degli ideali che ispirano la sua esistenza; lei, invece, si riimmerge tra le sue montagne giallastre, teatro delle tradizioni e delle arretratezze che la opprimono, desiderosa di partire e incontrare finalmente quelle idee di progresso che tanto la allettano. 

    Nella sequenza successiva, tuttavia, le speranze di Cuiqiao vengono abbattute: una rossa portantina (la stessa della celebre sequenza d’apertura di Sorgo rosso) e un corteo di suonatori si presentano alla sua porta. Il matrimonio e lo sposo non sono mostrati: Chen inquadra solo una mano che rimuove un velo rosso dal volto della giovane e ne sottolinea l’oppressione tramite il respiro affannoso e un leggero arretramento del personaggio, letteralmente messo al muro, verso la parete sullo sfondo. La ragazza, poco dopo, annuncerà al fratellino minore Hanhan di aver deciso di andarsene, senza nemmeno attendere l’annunciato ritorno del soldato Gu, per unirsi all’armata comunista e trovare la sua emancipazione. “Hanhan, sto soffrendo. Non posso più aspettare. […] Di a fratello Gu che Cuiqiao diventerà un soldato.”, dice la giovane, prima di attraversare da sola il Fiume Giallo, in una sequenza notturna che ha del miracoloso per l’uso del colore, che fa apparire i personaggi come ombre nere stagliate contro il blu scuro del fiume. Gu, in realtà, farà ritorno nello Shaanxi per cercare Cuiqiao, ma arriverà solo in tempo per assistere a un rito agreste per supplicare la pioggia: una sequenza impressionante, particolarmente creativa per l’efficace uso del ralenti, in cui un popolo e una terra assetati, sottoposti all’ennesimo travaglio, invocano la salvezza dal cielo mentre il piccolo Hanhan, avvistato Gu su una collina poco lontana, corre verso di lui gridando: “Salva il nostro popolo!”. È il disperato appello delle campagne alla promessa comunista, di cui Gu è portatore. Ma Chen non chiude il film celebrando la potenza salvifica del pensiero delGrande Timoniere”, come probabilmente sarebbe accaduto in epoca maoista, bensì sospende la narrazione e, come ultimo soggetto, inquadra un panorama vuoto e arido, in cui riecheggia un canto tradizionale rivoluzionario (“Il galletto è volato oltre il muro, sono i comunisti a salvare il popolo”) che, dopo gli orrori dell’Era di Mao e della Rivoluzione culturale, suggerisce la fallacia dell’ideologia che di lì a pochi anni avrebbe avuto la meglio in Cina. Il film, non a caso, suscitò non poche controversie alla sua uscita poiché, secondo molti, metteva in discussione la capacità del Partito Comunista di aiutare le popolazioni rurali durante gli anni della guerra civile che portò alla nascita della Repubblica Popolare. La sospensione del finale e l’incerto destino a cui Chen Kaige consegna Cuiqiao, in effetti, sono lontanissimi dalle rassicuranti certezze di tanto cinema di propaganda dei decenni precedenti, in cui il comunismo era rappresentato come un appiglio sicuro per il popolo.

    Un grande racconto per suoni e immagini

    Secondo Richard James Havis, autore nel 2003 di una celebre intervista a Chen Kaige, Terra gialla fu il primo film cinese, almeno dai tempi della rivoluzione comunista del 1949, a raccontare una storia attraverso le immagini, più che attraverso i dialoghi. All’estetica talvolta monotona del cinema propagandistico degli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, la pellicola di Chen oppone una straordinaria identità visiva e sonora, che sfrutta tutte le potenzialità del mezzo cinematografico. Il regista rende il paesaggio protagonista e sono molte le inquadrature, spesso campi lunghi e lunghissimi, in cui non vi è presenza umana o in cui i protagonisti appaiono piccolissimi, sovrastati dalle aride distese e catene montuose del nord dello Shaanxi, caratterizzate dal terreno giallastro che dà il titolo al film. È come se Chen, tramite la composizione dei fotogrammi, volesse talvolta mettere da parte i suoi personaggi e sottolineare come quei luoghi sterminati rappresentino la vera culla dello stile di vita che tanto influisce sul loro destino. Tanta attenzione è dedicata proprio all’esaltazione delle tradizioni locali: vengono mostrati rituali (il corteo nuziale e il matrimonio all’inizio), danze e soprattutto molte sequenze di canto. La musica e le nenie popolari, infatti, sono assai presenti nel film e si alternano al soffiare del vento, per costruire un’atmosfera rarefatta e atemporale, caratteristica di un luogo in cui la Storia fatica ad arrivare e a sortire i suoi effetti. Il carattere pittorico della pellicola, infine, è esaltato dalla dimensione del colore, del cui utilizzo i registi della “quinta generazione” (e Chen Kaige e Zhang Yimou in particolare!) erano (e restano) maestri: i gialli predominanti, ma anche i rossi e i blu si fondono nel fotogramma, come a voler tradurre l’incontro-scontro tra tradizioni, mentalità, culture e ideologie in un amalgama coloristico di grande bellezza.

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