Author: Frames Cinema

  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – I VINCITORI DELLA 67a EDIZIONE DEI DAVID DI DONATELLO, DANEL RADCLIFFE TORNA SUI GRANDI SCHERMI, IL NUOVO FILM DI OLIVIA WILDE

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    I VINCITORI DELLA 67a EDIZIONE DEI DAVID DI DONATELLO

    La scorsa notte fra il 3 e il 4 maggio, con la conduzione di Carlo Conti e Drusilla Foer si è tenuta l’annuale edizione dei David di Donatello, una delle più prestigiose premiazioni italiane i cui 21 premi sono decretati dalla Giuria dell’Accademia del Cinema Italiano (composta da svariati nomi tutti disponibili sul sito dell’Accademia). Ad essere presi in considerazione sono stati presi i film distribuiti nelle sale italiane – e solo per quest’anno anche sulle piattaforme streaming – dal 1 marzo 2021 al 28 febbraio 2022.

    Svetta il kolossal Freaks Out di Gabriele Mainetti con ben 6 premi vinti, seguito da E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino con appena un premio in meno, per vedere chiuso il podio da Ennio di Giuseppe Tornatore con 3 vittorie all’appello.

    Ha fatto storcere il naso a molti cinefili il Premio Spettatore assegnato a Me Contro Te – Persi nel tempo di Gianluca Leuzzi, terzo lungometraggio che vede protagonista la coppia dei fenomeni del web (Youtube, per la precisione) “Luì e Sofì“.

    Per tirare le somme di questa 67a edizione dei David di Donatello, risulta evidente la direzione che si intende dare al cinema italiano: larga apertura al grande pubblico e meno elitarismo. Freaks Out è infatti un puro cinecomic – action in salsa nostrana, E’ Stata la mano di Dio è probabilmente il film più visto quest’anno dagli spettatori italiani per via della sua uscita su Netflix e contemporaneamente nelle sale selezionate (Netflix non rivela gli incassi dei suoi film distribuiti in sala, ma si stima un incasso attorno ai 7 milioni di euro), oltre ad avere ottenuto la candidatura come Miglior film in lingua straniera alla passata edizione degli Oscar. Infine abbiamo Ennio, ritratto di una delle figure più celebri e popolari di tutta la Storia italiana contemporanea con un minutaggio che sfiora le due ore e mezza, successo di critica e pubblico tale da portare nelle casse del nostro cinema oltre 2 milioni di euro.

    Di seguito la lista completa delle Statuette.

    MIGLIOR FILM: E’ stata la mano di Dio

    Di Paolo Sorrentino, produzione di Paolo Sorrentino, Lorenzo Mieli

    MIGLIOR REGIA

    È stata la mano di Dio
    Paolo SORRENTINO

    MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

    Ariaferma
    Silvio ORLANDO

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

    A Chiara
    Swamy ROTOLO

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

    Qui rido io
    Eduardo SCARPETTA

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

    È stata la mano di Dio
    Teresa SAPONANGELO

    MIGLIOR ESORDIO ALLA REGIA

    Piccolo corpo
    Laura SAMANI

    MIGLIORE SCENOGRAFIA

    Freaks Out
    Massimiliano STURIALE – Ilaria FALLACARA

    MIGLIORI COSTUMI

    Qui rido io
    Ursula PATZAK

    MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

    Ariaferma
    Leonardo DI COSTANZO, Bruno OLIVIERO, Valia SANTELLA

    MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA

    Ex Aequo – È stata la mano di Dio, Daria D’ANTONIO e Freaks Out, Michele D’ATTANASIO

    MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

    Diabolik
    Titolo: LA PROFONDITA’ DEGLI ABISSI Musica, testi e interpretazione di: Manuel AGNELLI

    MIGLIOR ACCONCIATURA

    Freaks Out
    Marco PERNA

    MIGLIORE MONTAGGIO

    Ennio
    Massimo QUAGLIA, Annalisa SCHILLACI

    MIGLIOR DOCUMENTARIO

    Ennio
    di Giuseppe TORNATORE

    MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

    L’arminuta
    Monica ZAPELLI, Donatella DI PIETRANTONIO

    MIGLIORE COMPOSITORE

    I fratelli De Filippo
    Nicola PIOVANI

    MIGLIOR TRUCCO

    Freaks Out
    Diego PRESTOPINO – Emanuele DE LUCA e Davide DE LUCA (prostetico o special make-up)

    MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE

    Belfast di Kenneth Branagh
    Universal Pictures
    Gran Bretagna

    MIGLIOR PRODUTTORE

    Freaks Out
    Andrea OCCHIPINTI, Stefano MASSENZI, Mattia GUERRA (LUCKY RED) – Gabriele MAINETTI (GOON FILMS) – RAI CINEMA IN COPRODUZIONE CON GAPBUSTERS

    MIGLIORI EFFETTI VISIVI – VFX

    Freaks Out
    Stefano LEONI

    MIGLIOR SUONO

    Ennio
    Presa diretta: Gilberto MARTINELLI
    Montaggio: Fabio VENTURI
    Mix: Gianni PALLOTTO

    DAVID GIOVANI

    È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

    Maestrale di Nico Bonomolo

    DAVID DELLO SPETTATORE
    Me contro Te il Film – Persi nel tempo

    DAVID ALLA CARRIERA

    Giovanna Ralli

    DAVID SPECIALE

    Sabrina Ferilli

    Antonio Capuano

    LE NUOVE DISPOSIZIONI ANTI-COVID PER I CINEMA

    Dal 1° maggio è caduto l’obbligo di indossare mascherine e di esporre il Green Pass in quasi tutti i contesti, ma fra questi non compare il cinema (assieme al teatro, ai mezzi di trasporto, ai palazzetti sportivi e agli ospedali). Nelle sale italiane permane quindi l’obbligo di utilizzo di mascherine FFP2 fino al 15 giugno, ma non si è fatta attendere la dura reazione di ANEC che ha inviato due lettere aperte, una al presidente della repubblica Sergio Mattarella, e una al presidente del consiglio Mario Draghi (assieme ai ministri Franceschini, Speranza e ai presidenti di CDR e ANCI), reperibili a questo link: https://www.anecweb.it/notiziaevento.php/32817

    ASSEGNATO A PAUL SCHRADER IL LEONE D’ORO ALLA CARRIERA

    Nella giornata di mercoledì 4 maggio su proposta del Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Alberto Barbera, il Cda della Biennale di Venezia ha annunciato che il vincitore del Leone d’oro alla carriera della 79/a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarà Paul Schrader (regista statunitense di cult come American Gigolo o Il bacio della Pantera e sceneggiatore di capolavori come Toro scatenato o Taxi Driver). Schrader ha così commentato il prestigioso riconoscimento: “Sono profondamente onorato, Venezia è il mio Leone del cuore”.

    TRAILER DEL NUOVO FILM CON DANIEL RADCLIFFE

    Martedì 3 maggio è uscito il trailer del nuovo film che vede protagonista Daniel Radcliffe, biopic su Al Yankovic chiamato Weird: The Al Yankovic Story. Chi è Al Yankovic (detto ‘Weird’, strano), vi starete chiedendo? Si tratta di un mancato architetto che negli anni 70 ha deciso di intraprendere una carriera da comico musicale. Si è fatto presto conoscere per la sua capacità di storpiare i testi di canzoni famose ed eseguirle lui stesso: momenti di svolta per lo strambo comico furono la parodia di My Sharona dei The Knack (My Bologna) cantata e suonata con la fisarmonica, e Another One Rides the Bus (parodia di Another One Bites the Dust dei Queen). La sua fama di parodista fuori dagli schemi proseguì lungo tutti gli anni 80 (che lo porterà a fare brevi apparizioni anche nella trilogia de La Pallottola Spuntata). Dall’aspetto altamente istrionico (occhiali, baffi e lunghi riccioli rossicci), vedremo se Daniel Radcliffe riuscirà a riconsegnarci tutta la carica demenziale di un personaggio fuori dagli schemi. Ancora non abbiamo notizie in merito all’uscita nelle nostre sale.

    Il link per il teaser trailer è il seguente: https://www.youtube.com/watch?v=gSPbrmIpcy0

    TRAILER DEL NUOVO FILM CON HARRY STYLES E FLORENCE PUGH

    Si chiama Don’t Worry Darling e sarà diretto da Olivia Wilde, il nuovo film che vedrà sui grandi schermi l’inaspettata coppia Florence Pugh – Harry Styles. Tutt’ora non è stata annunciata la data d’uscita per i cinema italiani, la sinossi presa dal sito di Coming Soon è la seguente: è ambientato negli anni ’50 e racconta la storia di Alice (Florence Pugh), una casalinga sposata con Jack (Harry Styles), che vive con il marito in una comunità sperimentale, isolata e utopica, conducendo un’esistenza idilliaca. In questa comunità idealizzata, che raccoglie famiglie felici, vige il concetto di ottimismo sociale, tipico di quel decennio, e portato avanti anche dallo stesso amministratore delegato Frank (Chris Pine), che gestisce ogni aspetto della vita in questo idilliaco luogo. Gli uomini passano le loro giornate nel quartier generale del Victory Project, un progetto top-secret dedicato allo “sviluppo di materiali innovativi”. Le donne, compresa la compagna di Frank, Shelley (Gemma Chan), trascorrono il tempo a godersi la comunità con i suoi agi e lussi. Apparentemente la vita perfetta, dove ogni bisogno del residente viene prontamente soddisfatto dall’azienda e l’unica cosa chiesta in cambio è l’impegno lavorativo e la discrezione sul progetto in atto.

    Quando Alice inizia a chiedersi cosa suo marito faccia alla Victory e a quale scopo, inizia a sospettare che Jack possa avere segreti con lei. Ben presto la donna si renderà conto che sotto il velo perfetto dell’apparenza si nascondono cose terribili, che porteranno la sua splendida vita a disfarsi pezzo dopo pezzo. Ma è pronta a perdere tutto pur di far conoscere la verità?

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=RnvGZUJX6cs

    TUTTO JAMES BOND SU PRIME VIDEO

    Dal 13 maggio sarà possibile recuperare tutti i 25 film della storica saga di 007 su Amazon Prime Video, a seguito dell’acquisizione della MGM da parte di Amazon di appena un mese fa. Il tempo in cui rimarranno a disposizione sarà limitato, ma non è ancora stato dichiarato con chiarezza da Amazon quando sarà la scadenza.

    LE NUOVE USCITE DI MAGGIO AL CINEMA

    Sono tantissime le uscite da poter apprezzare durante maggio su grande schermo, e per i più curiosi rimandiamo direttamente al nostro post instagram con le uscite più succulente!

    FONTI: World of reel, Deadline, BadTaste, Ansa, YouTube, Coming Soon, Anec

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  • #10 STRADE PERDUTE: LA TRILOGIA DE LA CASA DI SAM RAIMI

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo decimo episodio di Strade Perdute, Alessandro e Jacopo, insieme al loro ospite Mattia Bianconi, analizzano (anche se per lo più citano battute iconiche dei film) la Trilogia de La Casa di Sam Raimi, in occasione dell’uscita nelle sale di Doctor Strange in the Multiverse of Madness diretto proprio da Raimi. Riscopriamo insieme le origini del Cinema del regista, noto ai più solamente per la trilogia di Spiderman di inizio anni 2000, che grazie alla saga in questione è riuscito a scrivere il suo nome nella storia della Settima Arte.

    Lista dei film citati
    – La Casa (3.30)
    – La Casa 2 (25.45)
    – L’Armata delle Tenebre (44.40)

    Un saluto e un ringraziamento a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici, ci sentiamo al prossimo episodio.

  • STAR WARS – COME LE AMBIENTAZIONI COSTRUISCONO UNA SAGA

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    “Non troverai mai un covo di feccia e malvagità peggiore di questo” 

    Per riassumere l’enorme successo di Guerre Stellari basterebbe citare la sequenza sullo spazioporto di Mos Eisley che apre il secondo atto del film: la panoramica sullo spazioporto accompagnata dalla battuta di Ben Kenobi; le strade della città in cui si ha un primo accenno ai poteri della Forza; la cantina abitata dalla variopinta folla di umani e alieni che la abitano, ognuno con il proprio look distintivo.

    Della semplicità archetipica del plot di Guerre Stellari si è sempre parlato, ma il film e la saga che ne è scaturita sono irrimediabilmente sinonimo delle loro ambientazioni; dei mondi visitati dai protagonisti, ma anche degli ambienti e delle comparse che da sempre suggeriscono l’idea di un universo molto più grande rispetto alle singole storie degli Skywalker. D’altronde, la semplice universalità della storia da sola non basta per spiegare la presa che il film ha avuto sul pubblico e, soprattutto, l’immensa quantità di storie derivate.

    UNA GALASSIA ANTICA: SCENARI FONDATIVI NELLA TRILOGIA ORIGINALE

    Tutto ha origine, come sempre, dai bozzetti preparatori per visualizzare le prime idee, il feeling della storia; i bozzetti a opera di Ralph McQuarrie, i veicoli disegnati da Colin Cantwell -già dietro gli effetti visivi di un altro film di fantascienza di discreto successo chiamato 2001: Odissea nello spazio– e costumi di John Mollo (di cui abbiamo parlato QUI) restituiscono l’idea generale di un “used future”, di un futuro vecchio e usato; di un parziale progresso tecnologico rispetto al nostro mondo reale, ma segnato dal tempo e dalle disavventure del passato e intriso di mito e Storia.

    Il segreto del successo di Star Wars è già tutto qui: una galassia nuova e vecchia, vissuta di tante storie raccontate e ancora da raccontare, che sembri davvero viva come il nostro mondo; grazie anche all’apporto della divisione della Lucasfilm Industrial Light and Magic, responsabile degli effetti speciali.

    A questo contribuisce anche la ricerca di location per le riprese in esterni: dai panorami desertici della Tunisia ai resti archeologici Maya al ghiacciai norvegesi, la galassia della trilogia originale è innovativa ma dalle connotazioni familiari. Questa estrema varietà di ambienti rende l’idea di una galassia viva, molto più di qualsiasi saga di fantascienza coeva: franchise di fantascienza altrettanto popolari come Star Trek oppure Doctor Who peccano in questo senso, restituendo allo spettatore immagini di pianeti alieni realizzate con grande ingegno e altrettanta scarsità di risorse.

    Paragonare l’enorme budget impiegato per Guerre Stellari ai limitati mezzi di queste classiche serie fantascientifiche è forse ingiusto, ma salta all’occhio la maestosità delle sue ambientazioni e la dimensione larger than life della galassia lontana lontana.

    SPACE OPERA PATINATA: LA GALASSIA DIGITALE DELLA TRILOGIA PREQUEL

    L’idea alla base della trilogia prequel cominciata con La minaccia fantasma nel 1999 era una che George Lucas si portava dietro già da parecchi anni: mostrare la fine di quel mitico passato appena accennato nel primo Guerre stellari, il tramonto dell’età degli eroi e la caduta del padre di Luke Skywalker, Anakin, e la sua conversione al lato oscuro.

    È l’idea di rivisitare la fine di “quell’ età dell’oro”, assieme allo sviluppo degli effetti speciali e della CGI – nonché il budget maggiore – a convincere George Lucas a confezionare un apparato visivo più curato e meno “used”. I set fisici e le riprese dal vivo (tra cui di nuovo i set in Tunisia per Tatooine, la reggia di Caserta per gli interni su Naboo e un Etna in piena eruzione per il background di alcune inquadrature di Episodio III) non mancano, ma la parte  del leone la fanno le ambientazioni ricreate su sfondi in blue screen (si contano più di 800 personaggi e 50 ambientazioni ricreate in CGI).

    E se molta di questa creatività appare oggi invecchiata male per il predominio di VFX e immagini create in CGI -alcune inquadrature tradiscono una prospettiva fasulla perché ricreata a posteriori-, è comunque innegabile la creatività impiegata nel dipingere mondi sempre diversi e sempre nuovi.

    E l’operazione compiuta da George Lucas con la trilogia prequel è in parte paragonabile ai risultati (di maggior successo) raggiunti da James Cameron e il suo team con Avatar: la creazione di un intero universo digitale, che alzasse lo standard produttivo di ciò che era possibile creare quasi da zero con la sola CGI. Dal punto di vista puramente artistico la resa può essere discutibile; ma questo tipo ha plasmato buona parte dell’immaginario visivo dei blockbuster odierni.

    VECCHI MONDI, NUOVO PUBBLICO: LA SENSIBILITÀ VISIVA AGGIORNATA DELLA TRILOGIA SEQUEL

    Riprendere la saga di Star Wars trentadue anni dopo la sua conclusione con Il Ritorno dello Jedi ha rappresentato una sfida ardua anche dal punto di vista visivo. L’inevitabile dilemma in fase di pre-produzione è stato tra la creazione di ambientazioni digitali come nella trilogia prequel, o spingere verso una maggiore concretezza.

    Con Il Risveglio della Forza, lo sforzo combinato del production designer Rick Carter, il VFX art director James Clyne e il concept artist Ian McCaig (che ha contribuito a tutta la trilogia prequel, compreso il design del villain Darth Maul) è stato indirizzato verso la seconda opzione: per recuperare l’amore dei fan in parte perduto con la (al tempo) criticatissima trilogia prequel, era fondamentale tornare a ciò che ha reso speciale la trilogia Originale, cioè quanto menzionato poco fa, ovvero una galassia che fosse concreta, realistica e tangibile, nuova e familiare allo stesso tempo.

    Le due ambientazioni più memorabili della trilogia sono non a caso il pianeta Ach-To, (riprese in esterni nell’isola di Skellig Michael in Irlanda) e la sala del trono di Snoke (interni nei Pinewood Studios in Regno Unito), entrambe protagoniste del secondo capitolo della trilogia Gli Ultimi Jedi ed entrambe estremamente indicative della direzione intrapresa: ambientazioni che servono la storia ma che richiamano consapevolmente il passato del franchise. 

    Richiamo al passato che riecheggia l’intero impianto tematico di questa trilogia: una rilettura di eventi noti, la riproposizione del mito a una nuova platea di ascoltatori.

    TUTTO IL PALCOSCENICO È UN MONDO: LE SCENOGRAFIE VIRTUALI DI THE MANDALORIAN

    Per la lavorazione di The Mandalorian, la prima serie live-action del franchise, il regista e showrunner Jon Favreau ha voluto portare una tecnica simile a quella utilizzata per il suo remake de Il Libro della Giungla che combinasse set fisici, illuminazione interattiva e realistica e sfondi in blue screen per un effetto più realistico. Nasce così la tecnologia StageCraft sviluppata da Industrial Light and Magic, che combina set fisici e sfondi (su video walls al LED) realizzati con il motore grafico Unreal Engine sviluppato da Epic Games, utilizzato in numerosissimi videogiochi.

    Il risultato è forse il punto di contatto ideale tra la trilogia Originale e quella Prequel, in grado di restituire un ambiente maggiormente concreto e immersivo e allo stesso tempo incredibilmente vasto. 

    Una prova che le ambientazioni non arricchiscono solo l’universo di Star Wars, ma che sfidano costantemente i limiti di ciò che è possibile realizzare per i mondi di finzione, al cinema e in televisione.

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  • LIVE #9 – IL CINEMA DI ROBERT EGGERS

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    Con Luca Orusa, Alberto Faggiotto e Mattia Bianconi oggi andiamo ad approfondire il cinema di Robert Eggers, uno dei più grandi talenti contemporaneo.

    Indice:
    03:00 – The VVitch
    32:37 – The Lighthouse

    Per un approfondimento sull’ultima opera di Eggers “The Northman” clicca qui.

    Seguiteci su Youtube e Twitch per non perdervi le prossime Live!

  • RACCONTARE UN CAPOLAVORO: IL FIUME ROSSO (1948) DI HOWARD HAWKS

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    Our doggies have traveled all day.

    Our doggies keep straying away.

    Settle down, little doggies.

    This is home for tonight.

    Settle down, little doggies.

    We’ll be traveling soon as it’s light.

    Look away, little doggies.

    Look away to the town.

    Far away, little doggies.

    So tonight you’d better settle down.

    Testo della canzone Settle Down, composta da Dimitri Tiomkin per Il fiume rosso

    Nella sua lunga e prolifica carriera, Howard Hawks (1896-1977), tra i più eclettici e geniali autori dell’epoca d’oro di Hollywood, diresse cinque western. Se si esclude Il mio corpo ti scalderà (1941), per la cui regia è accreditato solamente il celebre Howard Hughes, le opere del maestro ascrivibili a questo genere sono, in ordine cronologico, Il fiume rosso (1948), Il grande cielo (1952), Un dollaro d’onore (1959), El Dorado (1966) e Rio Lobo (1970). Proprio al primo western di Hawks, il cui titolo originale è Red River, è dedicata questa analisi, che cercherà di portarne alla luce i principali filoni tematici, di sviscerarne i personaggi e le loro relazioni e infine di studiare nel dettaglio almeno una breve scena di questo capolavoro, per far emergere le caratteristiche fondamentali della messinscena del regista, tra le più alte testimonianze dello stile hollywoodiano dell’epoca.

    UN’EPOPEA DAGLI ECHI BIBLICI ED EDIPICI

    Tratto dal racconto Blazing Guns on the Chisholm Trail di Borden Chase, pubblicato sul «Saturday Evening Post» tra 1946 e 1947 e da lui stesso adattato insieme a Charles Schnee, il film ha per protagonista Tom Dunson (John Wayne) che, insieme all’amico Nadine Groot (Walter Brennan), abbandona una carovana diretta in California per stabilirsi nel Texas settentrionale e creare la propria mandria. Poco dopo, la carovana viene assaltata dagli indiani e i due raccolgono lungo il cammino il giovane orfano Matt Garth (Mickey Kuhn da ragazzo, Montgomery Clift da adulto), unico sopravvissuto all’attacco, in cui è invece morta la donna di cui Dunson è innamorato. A quel punto, Tom, Nadine e Matt si uniscono e portano avanti il progetto di dar vita a un proprio ranch. Quattordici anni dopo, Dunson possiede ormai diecimila capi di bestiame e Matt è diventato un abile pistolero. I due, insieme a Nadine e a vari dipendenti, partono alla volta del Missouri con la mandria, per vendere le bestie in quello stato e ottenere un buon profitto, ma durante il viaggio l’atteggiamento sempre più tirannico di Dunson lo porta a scontrarsi con Matt, che prende il controllo delle operazioni e decide di percorrere la Pista Chisholm fino ad Abilene, Kansas.

    Come ha scritto Manuel Billi su «Sentieri selvaggi», Il fiume rosso appartiene al filone “umanista” del western classico, in cui il conflitto tra individualità prevale sull’azione e sulla violenza. Hawks, in particolare, costruisce uno scontro edipico tra padre e figlio adottivo e lo incardina all’interno di una narrazione che recupera la suggestione biblica dell’Esodo, sdoppiando il personaggio di Mosè nei due protagonisti, Dunson e Matt, che finiscono per rappresentare le due anime del West. Dunson – un John Wayne straordinario, della cui intensità interpretativa si stupì anche John Ford – rappresenta il pioniere indomabile e testardo, indurito dai travagli della vita di frontiera e pieno di contraddizioni, come dimostra quando uccide a sangue freddo coloro che si oppongono a lui, per poi farli seppellire e leggere preghiere alle loro esequie: “Riempire un uomo di piombo, metterlo sottoterra e pregare… Perché, dopo aver ucciso un uomo, si prega il Signore come fosse il proprio complice?”, si chiede sbigottito uno dei mandriani alle dipendenze del tirannico cowboy. Dunson è il domatore della wilderness, la natura selvaggia, come dimostra la sequenza in cui i tre protagonisti, verso l’inizio del film, giungono per la prima volta nel luogo in cui daranno vita al proprio ranch e Hawks li inquadra prima dal basso (figura 1), come autentiche figure mitologiche, e poi di schiena a figura intera (figura 2), mostrando i loro corpi torreggianti rispetto alla prateria antistante. Un’altra sequenza interessante da questo punto di vista è quella in cui Laredo e Teeler, i due mandriani “disertori” che tentano di abbandonare la spedizione, vengono catturati e portati di fronte a Dunson, che – nel bel mezzo della natura, in mancanza di un giudice –  si autoproclama rappresentante della Legge e afferma di voler impiccare i due. È come se Dunson volesse apparire come un baluardo di civiltà in un luogo in cui la società e le sue norme ancora non sono giunte, ma la sua applicazione della legge è sommaria e bestiale, selvaggia come la natura che lo circonda. 

    Matt, a cui Montgomery Clift dona tutta la propria vulnerabilità giovanile, è un figlio ribelle, diviso tra l’affetto per il padre putativo e il riconoscimento della sua follia tirannica e delirio di onnipotenza. Dopo lo scontro con Dunson, che viene lasciato indietro e promette di vendicarsi, Matt e l’interpretazione di Clift si fanno più inquiete e malinconiche, come consapevoli che in definitiva figlio e padre dovranno tornare a incontrarsi, per un ultimo definitivo confronto. Sono splendide, in questo senso, le sequenze notturne in cui il giovane si aggira nei dintorni dell’accampamento dove ha conosciuto Tess Millay (Joanne Dru), la sua amata. Immerso in una fitta nebbia che può ricordare persino pellicole di ambientazione gotica, Matt si aggira irrequieto, impaziente e al tempo stesso timoroso di dover presto rincontrare Dunson e fare i conti con il suo desiderio di vendetta. È invece raggiunto dalla sua innamorata (figura 3), a cui racconta l’affetto e l’ammirazione che nutre per il genitore adottivo e per la sua capacità di dar vita al proprio sogno, tutto americano, di creare un ranch e poter un giorno mettere a frutto le fatiche di una vita. In questo senso, non sono assurde le teorie di chi ha visto nel rapporto tra Matt e Dunson una forma di amore omosessuale latente: entrambi i personaggi, in effetti, soffrono come innamorati proprio per il sentimento che li lega, che sarebbe riduttivo definire “amicizia virile”. Non è un caso che, nel finale, sia proprio Tess Millay a favorire (con toni quasi da commedia) la riconciliazione tra i due personaggi, ricordando loro espressamente che “chiunque con un po’ di sale in zucca capirebbe che voi vi amate” e che continuare la contesa sarebbe assurdo. Il film, interamente ambientato nella natura selvaggia, si chiude in effetti nella cittadina di Abilene, Kansas, dove Matt e i suoi sono accolti dall’arrivo del treno: è un luogo di civiltà e progresso (significativo è lo stupore del giovane quando entra nell’ufficio del signor Greenwood, il commerciante di bestiame a cui venderà la mandria, e si ritrova, dopo tre mesi, con un tetto sopra la testa), contrapposto alla wilderness, dove finalmente i conflitti possono essere risolti con maniera civile. E il fatto che il film si chiuda con Dunson che propone a Matt di aggiungere la sua iniziale nel logo del ranch è indicativo della più grande dichiarazione d’amore che ci si possa aspettare dal personaggio di John Wayne: è l’invito a condividere un sogno americano fatto di fatica, sacrifici e lavoro. Gli elementi che hanno costruito una nazione e la civiltà statunitense.

    LA PARTENZA PER IL MISSOURI: UNA SCENA CAPOLAVORO

    Il fiume rosso è una pellicola ricca di sequenze indimenticabili, incluse alcune tra le più belle scene di massa della storia del cinema: in questo caso, le masse non sono composte tanto da uomini, bensì da animali. La gigantesca mandria di Dunson, infatti, è pressoché onnipresente nel film e i bovini, tra cui ci sono i celebri Longhorn del Texas, riempiono i fotogrammi e danno vita a diverse scene davvero impressionanti. 

    Una delle vette della pellicola è senza dubbio la scena che mostra la partenza della mandria dal ranch alla volta del Missouri. Ambientata all’alba, è una sequenza silenziosa, dal ritmo quasi sospeso, che vibra di tensione per l’imminente partenza ed esplode in una festosa epicità quando finalmente Dunson dà il via ai mandriani e la massa di manzi comincia a muoversi. Dopo aver sinteticamente riassunto il contenuto della scena, la analizzeremo inquadratura per inquadratura, cercando di evidenziarne i più significativi aspetti stilistici

    La scena si compone di trentanove inquadrature. La prima è un campo medio che mostra dei manzi in primo piano e diversi cowboy sullo sfondo (figura 4), mentre la seconda mostra un uomo a cavallo che guarda l’immensa mandria (figura 5). La colonna sonora di Dimitri Tiomkin, solitamente epica e baldanzosa, è a mala pena udibile, un accompagnamento lieve, che suggerisce l’inquietudine del momento, la quiete prima della tempesta. A seguire, tre inquadrature (figure 6-8) mostrano alcuni cowboy in attesa, oltre a Nadine Groot e l’indiano Quo (le spalle comiche del film) seduti a cassetta di due carri. Tutti gli individui paiono guardare qualcuno. Addirittura nelle figure 6 e 8 i cavalieri guardano verso la macchina da presa, pur non arrivando a rompere la quarta parete. Il fatto che tutti concentrino il proprio sguardo su un soggetto fuoricampo coinvolge lo spettatore e ne accresce la curiosità

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    Finalmente l’oggetto dell’attenzione dei cowboy è rivelato: un cavaliere, ripreso da Hawks in campo lungo, si dirige verso di loro (figura 9). Nell’inquadratura successiva scopriamo che si tratta di Dunson (figura 10), giunto per dare il via alla transumanza. Rivolgendosi a Matt gli chiede se sia pronto a partire e ottiene risposta affermativa dal figlio adottivo, che è ripreso frontalmente (figura 11), con una finta soggettiva: l’inquadratura parrebbe infatti riprendere la prospettiva degli occhi di Dunson, ma in realtà nessuno dei cowboy guarda direttamente nell’obiettivo della macchina da presa, bensì leggermente più in alto. A quel punto Hawks inquadra nuovamente Dunson, stavolta leggermente dal basso, di tre quarti (figura 12), e l’uomo, dopo un attimo, si volta verso la propria destra (figura 13). 

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    A seguire, il regista realizza un singolo movimento di macchina (mostrato dalle figure 14-19) di straordinaria complessità e ricchezza, che mette in gioco diversi punti di vista e rivela grande conoscenza del linguaggio cinematografico. In realtà si tratta di una semplice panoramica orizzontale a 180° (la macchina da presa, in sostanza, compie un mezzo giro sul proprio asse). Hawks adotta la prospettiva di Dunson che, giratosi a destra nella figura 13, guarda verso la mandria. La macchina da presa a quel punto comincia il proprio movimento verso sinistra e, a poco a poco, inquadra diversi cowboy (figure 14-16). Inizialmente si crede che si tratti di una soggettiva, che rifletta lo sguardo di Dunson passare in rassegna i propri cowboy e la mandria. Tuttavia, ancora una volta, la soggettiva è falsa: i vari uomini a cavallo guardano tutti verso la macchina da presa, ma non concentrano il proprio sguardo sull’obiettivo, bensì leggermente più in alto. In effetti, quando la cinepresa ultima la sua rotazione di 180°, essa conclude il proprio movimento finendo per inquadrare proprio Dunson a cavallo (figura 17), sconfessando definitivamente la possibilità che si trattasse di una soggettiva. Ma l’uomo, inquadrato di profilo, volta il proprio sguardo verso sinistra e dunque riallinea il proprio sguardo rispetto alla prospettiva della cinepresa (figura 18): l’inquadratura, a quel punto, diventa una semisoggettiva (mostra ciò che Dunson guarda senza adottare esattamente il punto di vista dei suoi occhi). Ma non è finita, perché Dunson, poco dopo, si volta proprio verso la cinepresa (figura 19): non guarda propriamente nell’obiettivo (i suoi occhi sono rivolti leggermente a sinistra rispetto alla posizione della macchina da presa), ma l’inquadratura è chiaramente diventata, ancora una volta, una falsa soggettiva, stavolta dal punto di vista di uno dei tre cowboy, uno dei quali è Matt, che Hawks mostra nell’inquadratura successiva (figura 20). Dunque, per ricapitolare, Hawks attribuisce molteplici valenze di linguaggio a una singola panoramica: inizialmente ci si illude che sia una soggettiva dal punto di vista di Dunson, per poi rendersi conto che è solo una falsa soggettiva, che poi diventa un’oggettiva nel momento in cui viene inquadrato il protagonista (di cui avevamo assunto lo sguardo) a cavallo. Ma, come abbiamo detto, l’inquadratura diventa poi una semisoggettiva, nel momento in cui Dunson volta la testa verso sinistra, e finisce per trasformarsi in una falsa soggettiva dei cowboy quando l’uomo rivolge il suo sguardo verso la macchina da presa.

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    Dopo aver mostrato (nella già citata figura 20) i cowboy che attendono l’ordine da parte del proprio capo, Hawks torna a inquadrare Dunson (figura 21), che finalmente proclama con voce solenne:“Portali in Missouri, Matt!”. Il giovane figlio adottivo allora si leva in piedi sulla sella e, con un urlo, dà il via alla mandria e ai cowboy (figura 22). È allora che la colonna sonora di Tiomkin abbandona le tonalità più inquiete e recupera la sua epicità, accompagnando un rapido montaggio (18 inquadrature in 18 secondi!) in cui Hawks mostra (soprattutto tramite primi e primissimi piani) le esultanze dei mandriani che, con fischi e grida di gioioso ottimismo, incitano i capi di bestiame alla partenza (figura 23). A seguire, una serie di campi medi e lunghi mostrano i cowboy mettere in moto l’immensa mandria (figure 24-26).

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    Anche Nadine Groot e l’indiano Quo esultano per la partenza e rispettano il proprio ruolo di caratteristi comici, dal momento che le grida del primo sono soffocate da una serie di colpi di tosse che smorzano l’epicità della situazione (figura 27). Hawks inquadra ancora la partenza dei carri che trasportano i viveri della spedizione (figura 28) e mostra poi Dunson e Matt che contemplano la grandiosa scena (figure 29-30). L’inquadratura che chiude questa sequenza indimenticabile è una ripresa leggermente dal basso e abbastanza ravvicinata dei due protagonisti (figura 31), padre e figlio, che ancora non immaginano i conflitti e i travagli che li attendono. “Eccoli Matt. 14 anni di duro lavoro.”, commenta Dunson posando lo sguardo sul fiume di bestiame in movimento. “Dicono che non possiamo riuscire a portare a termine il viaggio.”, aggiunge poi. “Potrebbero sbagliarsi.”, ribatte Matt, fiducioso. E Dunson chiude la scena con un sorriso e una battuta laconica ma speranzoso: “Sarà meglio.”. E in questa battuta, che chiude una scena di abbacinante bellezza e supremo controllo formale, è riassunto tutto il fascino di un capolavoro assoluto del western. D’altronde, come ha scritto Aldo Grasso, si fa fatica, oggi, a trovare “un film di questa semplice complessità, di questo fascino così grezzo.”

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  • ULTIME NEWS CINEFILE: DAL PREQUEL DI UNA SAGA DI SUCCESSO AL SEQUEL PIÙ ATTESO DEGLI ULTIMI ANNI, PASSANDO ANCHE PER L’ITALIA

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    IL PREQUEL DI HUNGER GAMES

    Chi è cresciuto negli anni delle grandi saghe per ragazzi avrà sicuramente provato nostalgia nel vedere tornare sotto I riflettori la fortunata saga di Hunger Games. Pare infatti essere in lavorazione un prequel della saga tratta dagli omonimi romanzi di Suzanne Collins, che uscirà nelle sale americane nel novembre del 2023. Non si hanno ancora molte informazioni, ma il film, dal titolo Ballata dell’usignolo e del serpente, racconterà la storia di un giovane Coriolanus Snow, che nella saga che già conosciamo diventerà il dittatore di Panem. Sarebbe bello saperne di più, ma per ora possiamo solo attendere le prossime novità da Lionsgate.

    IL SEQUEL DI JURASSIC WORLD

    Nuovissime immagini arrivano poi da Universal, che ha rilasciato il trailer italiano di Jurassic World – Il Dominio, terzo capitolo della saga di Jurassic World, appartenente all’universo dell’iconico Jurassic Park. Il film sarà ambientato in un mondo di fragile equilibrio tra esseri umani e dinosauri, che ora popolano il pianeta. L’uscita del film è prevista per questo 2 giugno, mentre il trailer è disponibile su YouTube: https://youtu.be/k3-MNdzQHHE

    IL NUOVO FILM DI JORDAN PEELE

    Per chi è appassionato di horror contemporaneo, Jordan Peele, già regista di opere molto apprezzate quali Get Out e Us, ha rivelato alcune informazioni sul suo prossimo lavoro: il thriller/horror dal titolo Nope. Il film, di cui era già stato diffuso un trailer (https://youtu.be/In8fuzj3gck), uscirà nelle sale il 12 luglio e le aspettative sono già alle stelle. Peele ha portato il trailer al CinemaCon e ha così avuto modo di fare chiarezza su alcuni aspetti del film. Prima di tutto il titolo Nope (un modo informale per dire “no” in inglese) farebbe riferimento alla reazione che dovrebbe avere il pubblico davanti alle immagini del film, una reazione quindi di meraviglia, sorpresa o addirittura shock. Per Peele, la visione collettiva del film è fondamentale, lo spettatore può infatti divertirsi di più (o spaventarsi di più) se in compagnia. Un’idea decisamente interessante, che pone delle ottime premesse. Il regista ha poi confermato una delle teorie che si sono diffuse in merito al trailer di Nope, dichiarando che sì, nel film ci sono gli UFO e i rodei. Premesse davvero interessanti e aspettative alle stelle per quello che speriamo possa essere un altro capolavoro dell’horror moderno!

    I PRIMI DAVID DI DONATELLO 2022

    Oggi passiamo anche per l’Italia. Sono infatti iniziate le premiazioni dei David di Donatello 2022: è stato già annunciato il vincitore per la categoria miglior film internazionale, Belfast di Kenneth Branagh, che dopo aver già conquistato il premio Oscar per miglior sceneggiatura originale, si è aggiudicato anche questo David, che sarà assegnato il 3 maggio durante la cerimonia di premiazione. A ritirare il premio sarà il giovanissimo Jude Hill, di undici anni, protagonista del film che racconta i conflitti tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord. Se ancora non avete avuto la possibilità di guardarlo, cercate di recuperare il prima possibile Belfast, anche solo per non perdervi la splendida interpretazione di Jude Hill!

    LE PRIME IMMAGINI DI AVATAR 2: THE WAY OF WATER

    Infine, per chi non vedeva l’ora di tornare sul pianeta di Pandora, James Cameron ha finalmente diffuso il titolo ufficiale e le prime immagini di Avatar: The Way of Water, sequel del film campione d’incassi del 2009. L’uscita del film era stata fissata nel 2019, tuttavia è stata ritardata per diversi anni a causa delle grandi difficoltà tecniche nel girare alcune riprese, soprattutto quelle subacquee. La data di uscita è ora prevista per il 21 dicembre 2022, e pare che le immagini diffuse al CinemaCon abbiano già alzato le aspettative alle stelle. Non ci resta che aspettare pochi mesi per ritrovare finalmente i magnifici Na’vi e lo spettacolare mondo di Pandora! Potete visionare le prime immagini qui.

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  • LA TRILOGIA DEL DOLLARO DI SERGIO LEONE – IL CINEMA COME MITO

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    “Io sono nato nel cinema. Vi lavoravano ambedue i miei genitori. La mia vita, le mie letture, tutto quanto mi riguarda ha a che fare con il cinema. Perciò il cinema per me è la vita” (Sergio Leone)

    Nonostante oggi Sergio Leone sia considerato all’unanimità tra i migliori registi della storia, durante la sua carriera – e soprattutto negli anni in cui girò le tre pellicole che compongono La trilogia del dollaro di cui oggi ci accingiamo a parlare (Per un pungo di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo) – il regista romano dovette affrontare aspri giudizi negativi da parte di numerosi critici internazionali. Leone venne accusato di aver snaturato il cinema Western (il cinema americano per eccellenza secondo il grande storico e critico cinematografico André Bazin), modificandone la struttura, le ambientazioni, la natura dei protagonisti e le loro caratteristiche peculiari. 

    Tuttavia, i lavori di Sergio Leone non distrussero né mancarono di rispetto al cinema western classico, anzi, proprio grazie alle innovazioni che Leone mise in scena, questo genere riuscì a trovare un rinnovato successo. Prima dell’uscita di Per un pugno di dollari, infatti, il cinema Western statunitense stava attraversando una profonda crisi di pubblico e l’idea di Leone di “realizzare favole per adulti” andando a distruggere per poi ricomporre il mito classico del western ebbe un successo inimmaginabile. Nacque così un nuovo genere (o sottogenere, se preferite) definito, in senso dispregiativo, Spaghetti Western, quasi a voler rimarcare la non originalità di quelle opere dirette e prodotte nel Vecchio Continente in cui, con un senso di presunzione fuori dal comune secondo gli americani, venivano stravolti i dettami del genere nato negli Stati Uniti. 

    Il successo dei film di Leone contribuì non tanto a far rinascere il genere western negli Stati Uniti da un punto di vista prettamente numerico (venivano prodotti soltanto una ventina di titoli all’anno) ma contribuì a rompere le catene che imprigionavano il genere in stilemi e dettami ormai superati e fermi da troppo tempo.

    LA RIVOLUZIONE DEL GENERE

    Le novità che il regista romano apportò al genere furono sia tematiche che stilistiche: Leone rivoluzionò il modo in cui i paesaggi, da sempre fondamentali per la narrativa western, venivano messi in scena. Lo schermo si riempì, dunque, di primissimi piani, di volti con sguardi intensi e minacciosi, senza  per questo rinunciare a dei campi lunghissimi in cui i protagonisti erano a malapena riconoscibili. 

    Grazie al suo cinema vennero introdotti elementi di cui si fece successivamente largo uso in molte altre pellicole western: la frontiera arida del sud-ovest degli Stati Uniti, i messicani che sostituirono i nativi americani, un’attenzione quasi maniacale per gli effetti sonori e musicali in generale, la scenografia piene di cosiddette Leone Towns con l’immancabile saloon, la banca (chiaramente da rapinare), una strada arida o fangosa, ma soprattutto una platea di personaggi irascibili, brutti, grezzi, sporchi, deturparti nell’aspetto e nell’animo. 

    Grazie alla Trilogia del dollaro anche l’accezione dell’eroe Western cambiò. Si passò dall’avere una figura quasi mitologica, con un importante senso morale (certo, una morale diversa da quella odierna…), avvolto da un alone quasi mistico che lo rendeva quasi leggendario agli occhi dello spettatore (oltre che a quelli dei personaggi secondari), all’eroe moderno incarnato da Clint Eastwood: una figura -ancora una volta- sicura di sé, praticamente invincibile grazie alla sua abilità con le pistole, a cui non mancano valori morali e soprattutto – qui sta la grande novità – un senso dell’ironia del tutto nuovo. L’eroe perfetto, quello definitivo, diventa dunque un personaggio che riesce a far coesistere il mito e l’ironia, andando così a creare un protagonista/divo apprezzato sia dagli spettatori più “conservatori” sia dalle nuove generazioni che si aspettavano qualcosa di diverso e innovativo. L’eroe senza nome della Trilogia del dollaro è “un nuovo stile di eroe”, come amava definirlo lo stesso Leone, un eroe che “ha fatto tutto quello che John Wayne non avrebbe mai fatto” (C. Frayling).

    LE INFLUENZE 

    Grazie al successo che la Trilogia del Dollaro ebbe anche negli Stati Uniti (dove i film uscirono in ritardo e tutti nel giro di poco più di un anno), il western statunitense ebbe un impulso e un incentivo a cambiare quei toni classici che avevano dominato fino ad allora le scene. Per fare un esempio abbastanza esplicativo, pensiamo a Sam Peckinpah, considerato uno dei più grandi registi western di sempre, che ringraziò Leone perché “senza di lui non avrebbe fatto i film che ha fatto”, non perché la poetica di Peckinpah fu influenzata dalla narrazione atipica di Sergio Leone, ma perché, più semplicemente, il successo economico e commerciale della Trilogia del dollaro convinsero i produttori d’Oltreoceano ad investire, ancora, in film western “differenti”.

    Le influenze di Leone però non si limitano a far ripartire e rinnovare il genere Western. Il suo cinema fu di fondamentale importanza anche per i cosiddetti movie brats ovvero per quella generazione di cineasti che andò a formare la New Hollywood: John Milius, George Lucas, Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, John Carpenter e Martin Scorsese iniziarono ad approcciarsi alla settima arte proprio in quel periodo e tutti loro ammetteranno di aver imparato più di una lezione guardando e studiando attentamente tutti i film di Sergio Leone (non solo la trilogia di cui parliamo, dunque). Per fare due esempi: George Lucas affermerà di essersi ispirato alla musica e alle immagini di C’era una volta il West durante il montaggio di Guerre Stellari, così come la sequenza iniziale del film di Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo contiene delle citazioni dirette all’estetica filmica di Leone.

    Anche nei registi contemporanei è possibile notare l’influenza di Leone: se analizziamo le filmografie di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, ad esempio, noteremo diversi elementi riconducibili all’opera filmica del regista romano. Mentre il primo è, ormai notoriamente, un grandissimo fan di Leone (celeberrima è la frase che pronuncia sul set quando vuole un primissimo piano: “give me a Leone!”), il secondo ha ripreso alcuni tratti tipici dello stile Leoniano nei suoi due lungometraggi El mariachi e Desperado senza nemmeno essersi rifatto direttamente a Sergio Leone, ma ai film di George Miller (in particolare Interceptor e la saga di Mad Max). Tanto ampia fu l’eredità lasciata da Leone che, come dirà il critico Geoffrey Macnab: “Si può essere influenzati da lui senza nemmeno sapere da dove sia venuta la sua influenza”. 

    Negli anni a venire gli statunitensi continuarono a chiedersi se Leone avesse ucciso il western o se lo avesse invece salvato. Per troppi anni molti critici (soprattutto d’Oltreoceano) faticarono a riconoscere il fondamentale apporto che il cinema di Leone ebbe sulla settima arte. Oggi, per nostra fortuna, non ci sono più dubbi: tutti concordano sul fatto che Leone sia stato uno dei più grandi cineasti della storia della settima arte.

    LA TRILOGIA DEL DOLLARO

    Per un pugno di dollari

    Forse non tutti sanno che il primo western di Sergio Leone venne accusato di plagio, in quanto l’idea del film nacque, infatti, dopo la visione de La sfida del Samurai di Akira Kurosawa. Leone decise di riproporre la storia del film di Kurosawa in maniera praticamente identica, ma in salsa western. Bisogna però dire che il regista chiese alla casa di produzione di pagare i diritti al filmaker giapponese, nessuno però lo fece: tutti erano convinti che questo film non avrebbe avuto un grande successo e che nessuno si sarebbe accorto del plagio. Mai premonizione fu più sbagliata,  come scrisse lo studioso cinematografico Christopher Frayling, infatti, Per un pugno di dollari fu “un furto che ha avuto una vasta portata e conseguenze straordinariamente produttive.”

    Il film venne girato tra Roma, Madrid e Almerìa in set “riciclati” da altre produzioni e con un budget davvero basso. Con questa pellicola il regista romano inaugurò anche la sua collaborazione con Ennio Morricone, uno dei più prolifici ed importanti musicisti e compositori del XX secolo. L’apporto di Ennio Morricone alla filmografia di Leone fu a dir poco fondamentale; non è possibile immaginare la stessa epicità e magniloquenza delle scene d’azione – e non solo – senza l’innovativa e trascendentale colonna sonora composta da Morricone, tant’è che Sergio Leone disse a più riprese che il musicista era il miglior sceneggiatore dei suoi film e che sarebbe stato impossibile per lui fare quello che ha fatto senza le musiche di Ennio sul set.

    Un altro elemento che si ricollega a quello musicale è l’attenzione maniacale che Leone aveva per il sound design e che è fin da questo suo primo film piuttosto evidente. Non si può far a meno di notare con quanta cura vengono inseriti i rumori di contorno: in primis gli spari, certo, ma anche il rumore di passi, lo scatto di un fucile, il fruscio di un fiammifero che si accende, davvero qualsiasi suono diventa parte integrante della narrazione. 

    Gran parte del successo che il film ebbe si deve senza dubbio al protagonista Clint Eastwood e all’alone di mistero che aleggia attorno al suo personaggio dall’inizio alla fine della pellicola. Non staremo qui a ripetere perché l’(anti)eroe incarnato da Eastwood sia stato rivoluzionario per il cinema western, ma è importante sapere che il film, inizialmente, sarebbe dovuto essere diverso. Secondo la sceneggiatura iniziale, infatti, sia l’incipit che il finale sarebbero dovuti essere più didascalici,  inserendo delle scene in cui spiegare meglio chi fosse il pistolero senza nome, mostrando, dunque, qualcosa in più allo spettatore che avrebbe rotto la magia e il senso di piacevole inquietudine che si nasconde dietro la figura misteriosa di Clint Eastwood. Secondo Leone, insomma, ci sarebbero state troppe spiegazioni e dato che il regista considerava questo il suo primo vero film personale, diede tutto sé stesso e si impose affinché la resa finale della pellicola fosse come lui se l’era immaginata. Molti raccontano come si aggirasse sul set vestito con poncho e cappello da cowboy (vestito come Clint Eastwood, insomma) dando indicazioni al giovane protagonista (che Leone ha avuto il merito di lanciare verso una carriera eccezionale) con un inglese maccheronico ripetendo Watch me, Clint e mimando quello che avrebbe dovuto fare il giovane statunitense. 

    Quando il film uscì, nel 1964, la critica non lo accolse positivamente, mentre il pubblico, al contrario, lo amò. Era ora che venisse prodotto un western innovativo, che pur mantenendo molti elementi classici li ritoccava per creare un’opera allora unica, carica di scene violente mostrate allo spettatore con un’audacia e ferocia raramente vista prima a schermo, con una musica a dir poco straordinaria che si univa alla narrazione per immagini, con un nuovo tipo di antieroe. Rivoluzione, insomma: un nuovo modo di fare cinema in cui l’uso della violenza, in particolare, è considerato da molti l’intuizione più importante o quantomeno la più evidente. Qui, come in tutti i film della Trilogia, la morte ci appare come una fedele compagna di viaggio per i personaggi messi in scena, che perdono la vita con urla atroci, a causa di colpi di pistola il cui rumore stridulo provoca quasi fastidio allo spettatore, in cui il sangue -di un rosso acceso- non viene nascosto. Una violenza che rappresenta, per Leone, una necessità realistica.

    I suoi film si compongono anche di un ritmo diverso da quello solito del western: i tempi ci appaiono dilatati, lenti; l’indugiare attento e scrupoloso sui volti e sugli sguardi dei personaggi, ma anche sugli oggetti che compongono la scenografia e i costumi degli attori ci portano ad immergerci all’interno di quella storia. Il risultato è un insieme di scene brevi che vanno a comporre delle sequenze dilatate grazie al sapiente montaggio.

    Per qualche dollaro in più

    Con il secondo capitolo di questa brillante trilogia, Sergio Leone si affermò come il ragazzo d’oro del cinema italiano: con un budget decisamente più alto rispetto al film precedente, riuscì ad innovare anche il suo cinema mantenendo tuttavia una stile a dir poco riconoscibile e portando a termine una pellicola che fu, ancora una volta, un successo incredibile di pubblico. 

    L’idea di Leone era quella di fare una Trilogia Western con protagonista Clint Eastwood (badate bene: non lo stesso personaggio, ma lo stesso attore) ma si rese subito conto che se non avesse inserito (almeno) un elemento di novità all’interno dell’opera questa sarebbe potuta sembrare una copia del film precedente. Decise così di scritturare Lee Van Cleef, attore ormai non presente sugli schermi da diversi anni a causa di problemi dovuti all’alcol, che si prestava perfettamente per il ruolo del Colonnello Mortimer grazie al suo “ghigno penetrante”, appellativo con il quale lo stesso attore amava definirsi. La scelta di inserire di nuovo Clint Eastwood come protagonista (anche se qui forse sarebbe più corretto parlare di co-protagonista) dava allo spettatore la sensazione di rivedere lo stesso personaggio presente in Per un pugno di dollari, nonostante venisse messo subito in chiaro dal film stesso che si trattava di una persona diversa. Questa ambivalenza dà la possibilità allo spettatore sia di empatizzare col personaggio come se lo stesse vedendo per la seconda volta sullo schermo, sia di far crescere la curiosità per quelle differenze che, fin dall’inizio, “il monco” sembra avere con lo straniero senza nome della prima pellicola. 

    Il rapporto di amore/odio tra i due protagonisti è ben definito e caratterizzato da uno scontro generazionale che porterà, alla fine, a quella che sembrerebbe essere l’inizio di un’amicizia (stroncata sul nascere: i due prenderanno strade diverse alla fine del film). Le motivazioni che guidano i due sono qui più complesse rispetto all’opera precedente: non solo soldi ma anche una vendetta personale per Mortimer e un senso di giustizia per il monco, che infatti non prende parte attiva al duello finale, di cui è soltanto spettatore e giudice. Infine non possiamo non citare la prova attoriale di Gian Maria Volonté, che qui, così anche come nel primo film, interpreta il villan della situazione. Volonté si conferma uno dei migliori attori di sempre del panorama italiano, riuscendo a dare vita ad un vero e proprio mostro che non si fa problemi ad uccidere a sangue freddo ma che è, allo stesso tempo, tormentato dal passato e dalle droghe. 

    La colonna sonora è ancora una volta firmata da Ennio Morricone, che stavolta compone le musiche appositamente per il film. Oltre alla fantastica e incredibile colonna sonora legata all’orologio da taschino, che dà un ritmo e un senso di epica al duello finale inarrivabile, non possiamo non soffermarci sui titoli di testa del film. Dapprima una landa desolata, un cowboy in lontananza, qualche rumore che ci avverte della presenza di qualcuno al di qua della macchina da presa, poi finalmente lo sparo: il cowboy cade per terra esanime. Da qui in poi i titoli di testa, che sono letteralmente bersagliati da un fucile immaginario e che scorrono sulle note di Ennio Morricone. Un incipit meraviglioso.

    Il buono, il brutto, il cattivo

    Sergio Leone conclude la sua trilogia del dollaro con un film molto più imponente (sia per budget che per sceneggiatura e scenografie) rispetto ai precedenti. Per la prima volta la Storia – quella con la S maiuscola- entra prepotentemente nelle vicende dei nostri (stavolta tre) protagonisti. Il film si svolge infatti durante la guerra di secessione, un conflitto che viene rappresentato come elemento estraneo, carico di orrore e morte, mettendo in evidenza tutta la sua insensatezza e soprattutto senza mai prendere posizione: sia le compagini del Nord che quelle del Sud sono legate soltanto da un unico filo conduttore: la morte. Impossibile non pensare ad un parallelismo tra questa guerra (che rappresenta tutte le guerre) e quella che Leone aveva effettivamente vissuto nella sua infanzia, la Seconda Guerra Mondiale. 

    In questo film la morte, che accompagna tutto il cinema di Leone, è al suo “massimo splendore”, e si unisce ad un’ironia (macabra e nera) che accompagna tutta la pellicola. I tre protagonisti in questo senso sono come osservatori esterni della morte e della guerra, che diventano parte attiva solo involontariamente e per uno scherzo del destino. Nella scena finale poi, la morte prende il sopravvento: non è un caso che l’ambientazione sia un cimitero, così come non è un caso che la cassa piena di oro sia contenuta dentro una tomba.

    I tre personaggi sono perfettamente caratterizzati, e dimostrano di andare oltre agli ironici e iconici soprannomi che vengono loro assegnati fin dal titolo. Tra questi spicca soprattutto Tuco, interpretato da un grandissimo Eli Wallach, che si dimostra il personaggio più profondo e sfaccettato dell’intero film (inoltre, pronuncia quella che, a parere di chi scrive, è la battuta più bella della pellicola, l’ultima).

    Il tentativo di voler ampliare il racconto può sembrare, se messo in relazione con gli altri due film della trilogia, riuscito solo in parte, in quanto la narrazione pare a tratti zoppicare come i soldati menomati che compaiono nelle scene di guerra, sottolineando ancora di più quella sensazione di tempo dilatato tipica del cinema di Leone. Tuttavia, questo film ha il merito di contenere quella che è, a parere di chi scrive, la migliore sequenza della storia del cinema, ovvero quella ambientata nel cimitero di Sad Hill. La disperata ricerca della tomba contenente l’oro, il montaggio serrato che si concentra sugli sguardi e sui dettagli dei tre protagonisti durante il Triello finale (qui vediamo l’apoteosi del principio dell’attesa presente in tutti i film di Leone, ovvero quella sospensione del tempo che sta tra l’annuncio dell’azione e la sua realizzazione), due tra le più belle colonne sonore mai composte nella storia della settima arte (L’estasi dell’oro e Il Triello), l’imprecazione finale di Tuco tagliata dal verso del coyote. Tutto perfetto.

    IL MITO

    “Ecco cosa ricordo di Sergio. La volontà costante di divenire migliore.” (Ennio Morricone)

    Sergio Leone morì di infarto il 30 aprile 1989, mentre stava guardando, ironia della sorte, il film di Robert Wise dal titolo italiano Non voglio morire. 

    In molti si sono chiesti come mai un regista che si fece le ossa sui set del cinema italiano neorealista e che crebbe e visse a Roma non avesse mai diretto un film puramente italiano. La risposta è semplice: il regista romano era attratto dal mito, dalle favole, dalle leggende. E quale migliore favola, per un ragazzino che vedeva negli Stati Uniti un altro mondo, quello della libertà e della liberazione, un mondo proibito dalla censura fascista, se non quella del mito americano? Nei film di Sergio Leone, nonostante non siano mai ambientati in Italia, è presente molto del suo vissuto personale e delle sue memorie di infanzia. Anche per questo, secondo il filosofo Jean Baudrillard, Sergio Leone è il primo regista cinematografico post-moderno, un cineasta capace di unire il cinema popolare a delle spinte fortemente autoriali e personali.

    Quando Leone si accorse che le “vecchie favole” del cinema statunitense erano in procinto di spegnersi, poiché ancorate a storie e stilemi classici che avevano ormai stancato il pubblico, decise di non rimanere con le mani in mano: Leone si posizionò dietro la cinepresa ed iniziò a creare il suo cinema, la sua leggenda personale, il suo mito.

    “Qual è il suo modo di vedere le cose a proposito del cinema?”

    “Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito. Poi, dietro questo spettacolo, si può suggerire tutto quello che si vuole: attualità, politica, critica sociale, ideologia. Ma bisogna farlo senza imporre, senza prevaricare, senza obbligare la gente a subire.”

    (Estratto da un intervista del 1988)

    Post Scriptum

    Questo articolo è stato realizzato anche grazie alle seguenti letture: C’era una volta in Italia di Christopher Frayling, edito da Edizioni Cineteca di Bologna e dal numero della rivista Il Castoro (inserto dell’Unità) dedicato al regista romano a cura di Francesco Mininni, edito nel 1995.

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  • IL NEO-WESTERN E IL RINNOVAMENTO DEI CANONI

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    “Everything old is new again” recita l’insegna al neon simbolo di uno dei mercatini vintage più famosi di Milano e probabilmente non esiste modo migliore per cercare di descrivere e riassumere la corrente Neo-Western contemporanea che da qualche anno – ormai – sta incontrando un successo di critica e pubblico non indifferente. 

    Facendo un passo indietro, con la definizione di Neo-Western si intende tutto quel filone cinematografico che si propone di portare nella contemporaneità i canoni, le tematiche e gli stilemi del genere classico per eccellenza, molto spesso ibridando il tutto con influenze provenienti da altri contesti cinematografici, prevalentemente noir, thriller e crime. 

    É sufficiente pensare, infatti, al capostipite di questo movimento, ovvero Non è un Paese per Vecchi dei Fratelli Coen del 2007 (del quale trovate una nostra analisi in compagnia del grandissimo Adriano della Starza QUI),  per comprendere quanto ad oggi il Neo-Western sia uno dei sottogeneri più importanti e stilisticamente riconoscibili del panorama cinematografico contemporaneo, e di quanto si sia reso quindi appetibile per autori di prima fascia – come appunto i Coen – che trovano qui territorio fertile per affrontare tematiche mai banali, reinterpretando stilemi che arrivano direttamente dal classicismo delle grandi narrazioni del passato.

    Proprio quest’ultima operazione è riscontrabile in film come Animali Notturni di Tom Ford (2016), il quale gioca sapientemente con l’alternanza tra la freddezza dell’algidissimo racconto principale – ovvero quello in cui il personaggio di Amy Adams legge il manoscritto dell’ex marito – e la messa in scena del romanzo stesso, che prende forma in un caldissimo e soffocante scenario Western di ambientazione Texana. 

    Il regista, però, non si limita a riproporre un contesto visivo che rimandi alle origini, con grandi distese desertiche, strade polverose che si perdono nel nulla e cieli immensi che rubano lo sguardo, ma decide di portare alcune delle tematiche classiche del genere al centro della sua narrazione. Nella revenge story che viene messa in scena nel romanzo di Animali Notturni, infatti, affiora con prepotenza uno dei conflitti fondamentali del racconto Western, ovvero lo scontro infinito tra giustizia e vendetta personale: il personaggio di Jake Gyllenhaal, appunto, è un uomo alla ricerca degli assassini della moglie e della figlia, corroso dal senso di colpa per non essere stato abbastanza forte da proteggerle, il quale dopo aver constatato l’inefficienza della procedura istituzionale, si affida a uno sceriffo solitario (un Michael Shannon veramente troppo bravo per non essere citato)  per uccidere personalmente i criminali e trovare così la propria giustizia personale. 

    Se questo tipo di discorso non è sicuramente originale, basti pensare al capolavoro di John Ford L’Uomo che uccise Liberty Valance in cui lo scontro tra individualismo e istituzione viene largamente approfondito, è altrettanto vero però che la scatola narrativa costruita da Tom Ford (con tanto di simpatica coincidenza di cognomi) riesce a mettere al centro questo conflitto concettuale in maniera molto efficace, mai sbandierata, trovando l’equilibrio perfetto tra narrazione thriller – in primo piano – e riflessione di stampo western a fare da contesto fondamentale nel quale si sviluppa l’intera pellicola. 

    Laddove, però, autori come Tom Ford rielaborano in chiave contemporanea sia elementi tematici, che stilemi visivi, è altrettanto vero che il Neo Western si presta a reinterpretazioni che si distaccano maggiormente dall’immaginario iconografico del genere, per mantenere comunque al centro topoi classici fondamentali.

    Basti pensare a film come Drive di N.W. Refn (2011) che si muove in un ambiente di stampo decisamente Neo-Noir, ma che sviluppa il proprio racconto attraverso espedienti narrativi e tematici tipicamente Western: la pellicola, ad esempio, si apre con una rapina in banca e con la conseguente fuga a rotta di collo in macchina – metamorfosi moderna del cavallo – guidata da un Ryan Gosling impassibile e glaciale, costantemente con lo stuzzicadenti in bocca, a cui manca veramente solo il cappello a falda larga per apparire come un cowboy moderno. 

    Proprio il protagonista è rappresentazione di un altro elemento marcatamente western – in particolar modo quello all’italiana di Sergio Leone – ovvero il pistolero solitario, misterioso, che viene dal nulla. L’arco narrativo di Gosling si ispira chiaramente a quelli dei grandi caratteri classici: il suo personaggio si muove in un mondo estremamente violento ed è quindi costretto a essere altrettanto violento con il mondo; l’unico barlume di umanità e di speranza è rappresentato nell’amore, mai veramente concretizzato (Sentieri Selvaggi?) se non in quella bellissima scena del bacio in ascensore, che però egli non potrà mai veramente raggiungere perché trascinato nuovamente e irrimediabilmente nel vortice di violenza al quale, in fondo, appartiene. 

    Pienamente consapevole dell’impossibilità di cambiare il proprio destino e la propria natura, all’eroe solitario non resta che affrontare l’ultimo grande duello e tornare poi nel nulla da cui era venuto (come un moderno Clint Eastwood) cavalcando l’automobile non più verso il tramonto, ma nella notte nera: immagini che cambiano nella forma, ma che continuano a suggerire una sostanza e una narrazione che affonda le proprie radici in una matrice indiscutibilmente western. 

    Forma e contenuti classici, quindi, si mischiano molto spesso con linguaggi moderni e lontani dalla tradizione, come ad esempio in The Counselor (Ridley Scott, 2013), un bellissimo – e sottovalutatissimo – esperimento in cui immaginario e ambientazione western si mettono al servizio di una narrazione e di un contenuto marcatamente noir: ne sono un esempio l’uomo avido che si infila in un affare più grande di lui o la femme fatale contrapposta alla donna angelica e innocente, per non dimenticare il ruolo mortifero del denaro sulla scia di Non è un Paese per Vecchi, elemento non casuale visto che la sceneggiatura di The Counselor è scritta da Cormac McCarthy, autore del romanzo adattato successivamente dai Coen. 

    Questa tendenza all’ibridazione con altre influenze rende il Neo-Western un ambiente estremamente malleabile e stimolante, che si presta a moltissime riflessioni sulla natura umana – e dunque su problematiche più intime – sia a discussioni metacinematografiche sul genere stesso. 

    Basti pensare a film come I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee (2005) per capire quanto questa corrente sia in grado di approfondire e scandagliare l’animo umano e le sue contraddizioni, riuscendo contemporaneamente a dipingere un affresco sociale sfaccettato (in questo caso anche abbastanza critico) e a decostruire il linguaggio cinematografico classico. In questo film, infatti, viene preso un grande topos della narrazione western come l’omosessualità latente e mai veramente concretizzata – declinata piuttosto in una forte e profonda amicizia virile – e viene messa al centro del racconto, esplicitando l’amore passionale tra due cowboy in un contesto moderno (il film si ambienta tra gli anni ’60 e ’80), ma che rimanda inevitabilmente e si collega per sillogismo a quello delle grandi pellicole del passato. 

    Mescolando sapientemente melò e Western, Ang Lee riesce a costruire un racconto profondamente intimo e umano sull’accettazione di sé stessi, ben più importante dell’accettazione sociale, che smaschera e smonta la leggenda del grande uomo virile e violento tipica del genere, riflesso di una società maschilista e ottusa (come ha fatto anche Jane Campion con il suo Il Potere del Cane), utilizzando proprio gli elementi fondanti di questo linguaggio cinematografico. 

    Appare chiaro, dunque, alla fine di questa breve – e sicuramente non pienamente esaustiva – analisi, come il Neo Western sia a tutti gli effetti uno dei generi più importanti degli ultimi vent’anni, simbolo di un Cinema che spinge per reinventarsi, analizzando le proprie radici, decostruendole e riportandole in una contemporaneità ormai profondamente mutata rispetto a quella a cui i grandi capolavori classici si rivolgevano. 

    Un filone sicuramente da scoprire – o da riscoprire per i meno avvezzi – capace di confrontarsi con l’intero spettro delle tematiche più alte, dalla politica all’amore, passando per la solitudine e la violenza; un cinema per tutti i palati che raramente delude lo spettatore.

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  • #9 STRADE PERDUTE: LA TRILOGIA DELLA FRONTIERA DI TAYLOR SHERIDAN

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo nono episodio di Strade Perdute, Alessandro CatanaJacopo Barbero e la loro ospite Anna Negri analizzano insieme la trilogia sceneggiata da Taylor Sheridan sulla moderna Frontiera Americana.

    Lista dei film citati:
    Sicario – Denis Villeneuve: 11.30
    Hell or High Water – David McKenzie: 38.20
    Wind River – Taylor Sheridan: 65.00

    Trovate la live con Adriano della Starza sui western dei Coen citata in puntata qui.

  • COWBOYS WITHOUT A CAUSE – L’ESISTENZIALISMO WESTERN DI MONTE HELLMAN

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    A MONTE DI HOLLYWOOD: HELLMAN TRA INDUSTRIA E AUTORIALISMO

    Monte Hellman (12 luglio 1929 – 20 aprile 2021) è stato uno dei cineasti più singolari e più trascurati del periodo di profondo rinnovamento del cinema americano della New Hollywood, tra gli anni ’60 e ‘70. In una carriera alterna e trasversale per temi e generi affrontati, il regista si è sempre orgogliosamente descritto come un duttile craftsman[artigiano, ndr] di solido mestiere. Un abile e svelto artigiano della macchina da presa, dotato però di una peculiare visione del mondo e di tratti stilistici da autore intellettuale, immessi di volta in volta nei progetti – non sempre esaltanti – che si vedeva proposti, e che incamerava di buon grado, come arrischiate sfide da portare a termine nell’esperienza del set, quasi sempre in tempi brevissimi e con budget risicati. Più che uno shooter dell’agonizzante studio system alle battute finali, fu un’imprevedibile hired gun[mercenario, ndr] – per usare il termine con cui lui stesso si definisce in un’intervista. 

    Mercenario di ventura ma senza rinunciare a metodo e forza delle proprie idee, talento indipendente e irregolare, è stato un outsider due volte: in primis perché radicalmente alieno, per indole, interessi e formazione, ai modi di produzione e alla filosofia commerciale hollywoodiana (pensiamo a un’opera come Cockfighter (1974), con protagonista un allevatore di galli da combattimento che sceglie il mutismo volontario), e poi per come ha rivendicato – eludendo caselle ed etichette della critica – una nicchia più personale, una posizione più defilata dal raggio d’azione dei padri nobili della New Hollywood, in cui pur il suo percorso registico si inserisce a pieno titolo (ma da cui spesso il regista ha preso le distanze).

    Nato a New York, poi studente di cinema alla UCLA (Griffith, Pudovkin e Rivette i numi tutelari in accademia, John Huston e Carol Reed le più decisive influenze registiche), si forma nel mondo del teatro, mettendo in scena la prima pièce losangelina tratta da Aspettando Godot di Samuel Beckett (per lui un costante riferimento), per poi impiegarsi come factotum sulle più disparate produzioni cinematografiche. 

    Diviene così un solerte allievo della factory di Roger Corman, l’attivissimo maestro del b-movie e dei generi a basso costo, che presto lo instrada alla regia facendolo esordire col monster-movie Beast from Haunted Cave (1959), e poi gli affida due film girati back-to-back nel 1964 alle Filippine, il war-movie Back door to hell e l’action-adventure Flight to Fury. Sul questi set affina il sodalizio artistico e umano con il giovane Jack Nicholson (che recita in entrambi i film e sceneggia il secondo), altro membro della scuderia Corman, che Hellman conosce dalla fine degli anni ’50, quando gestiva ad L.A. una compagnia teatrale in cui si affacciavano le nuove promesse del palcoscenico (i due si erano poi ritrovati sul set di The Wild Ride (1960), film su un ribelle della beat generation che vedeva Nicholson protagonista ed Hellman al montaggio). Conclusa l’esperienza nelle Filippine, l’affiatata coppia Hellman – Nicholson vorrebbe virare su Epitaph: una loro sceneggiatura sul tema dell’aborto, cassata però da Corman poiché giudicata inadatta all’audience statunitense. 

    Sfumato il progetto, i due decidono di prendere le redini del mondo produttivo e fondano la Proteus Film, con cui realizzano il dittico di atipici film western di cui qui ci occupiamo: La sparatoria (The Shooting) e Le colline blu (Ride in the Whirlwind). Entrambi del 1966, girati a ridosso l’uno dell’altro come già nella trasferta filippina, con un budget di 75000 dollari ciascuno e per un totale di circa 36 giorni di riprese nello Utah: Hellman dietro la cinepresa (coadiuvato dal fido DOP Gregory Sandor), Nicholson attore su entrambi i fronti e, nel caso de Le colline blu, anche sceneggiatore (dopo l’attento studio di una collezione di diari di epoca ottocentesca noti come Bandits of the Plains, per riprodurre l’autentico vernacolo dei cowboys).  

    HELLMAN SPARA (PER ULTIMO) NEL VUOTO: THE SHOOTING (1966) E LA DERIVA DEL COWBOY

    Insieme all’epocale road movie Strada a doppia corsia (Two-Lane Blacktop, 1971), imprendibile manifesto di cinema libero e controcorrente sul randagismo di riders automobilistici senza nome e senza dimora, La sparatoria (The Shooting) è uno dei riconosciuti capolavori di Monte Hellman.

    Senza preamboli introduttivi, né alcuna indicazione geografica e temporale, il film si apre in medias res su un’effigie tipicamente western, quasi il “logo” di un genere che sta per essere disarcionato: il profilo di un cavallo sulla riva del fiume. Inquieto, fiuta qualcosa di strano nell’aria e mette sul chi vive il cowboy Willett Gashade (Warren Oates, attore di rude intensità e carisma scorbutico, feticcio di Hellman, qui alla prima collaborazione col regista), che monta in sella circospetto per fare ritorno al campo-base, in cui lavora come minatore. Qui, in uno panorama desertico che versa in un silenzio irreale, Willett viene prima preso a pistolettate dall’impacciato aiutante Coley (Will Hutchins), che lo scambia per un predone. Poi, chiarito l’equivoco, Gashade apprende da Coley che un misterioso individuo ha freddato il loro sodale Leland Drum, costringendo inoltre alla fuga Coigne, il fratello di Willett: Leland e Coigne, durante l’assenza di Willett, in una sortita nelle vicinanze hanno infatti investito “un uomo e una persona piccola, forse un bambino”, per cui è ragionevole credere che il killer sia qualcuno lanciatosi a caccia dei due uomini per rappresaglia. 

    Mentre tenta di vederci chiaro sulle sorti del fratello datosi alla macchia, giunge al campo una sconosciuta (l’imperscrutabile Millie Perkins) rimasta senza cavallo, che senza dare troppe spiegazioni offre a Gashade una grossa somma di denaro perché l’uomo la scorti fino a Kingsley. Tra motivazioni oscure e reciproca diffidenza, Gashade e Coley si mettono in marcia con la donna, in un viaggio costellato di enigmi e sorprese, che tra ricerche infruttuose e destini incrociati vedrà la comparsa sul loro cammino di un ombroso pistolero (Jack Nicholson). 

    L’ambientazione impalpabile e rarefatta palesa immediatamente l’estraneità di Hellman da codici e atmosfere del western classico. All’apparenza non mancano i temi e gli step caratteristici di tante narrazioni del genere (la caccia all’uomo misterioso, il road-movie a cavallo della frontiera, l’assortito “mucchio” disordinato di viandanti con segreti da nascondere, la messa alla prova dell’amicizia virile a contatto con l’ambiguità della presenza femminile, la sfida della natura inospitale sotto il caldo che martoria), ma è come se questi fossero prosciugati di vera consistenza, perdendo progressivamente smalto e spessore. In una “misteriosa compulsione che guida l’azione” verso l’ignoto che sceglie “l’urgenza di abbracciare l’oblio piuttosto che rischiare l’eventualità della monotonia” (come notato dal critico Kent Jones in un saggio su Hellman): l’istintiva e imprecisata spinta ad agire dei personaggi conta più delle reali e fondate convinzioni che li muovono verso un’iniziativa spesso senza risultato. In un intrico irresoluto e contradditorio di indizi, segnali ambivalenti e gesti senza spiegazione apparente (perché mai Gashade taglia col coltello il sacco di provviste a dorso del mulo? Chi è e che ruolo gioca il misterioso uomo con la barba azzoppato nel deserto?). 

    Inserti disarmonici, leggeri sfasamenti temporali (la lapide del defunto Leland reca la data di aprile, mentre la donna spiega che ci troviamo in marzo), discrepanze che non fanno che accumulare domande inevase e buchi di senso, in un percorso frammentato a narrazione debole, teso su un baratro di torsioni introspettive e di speculazioni irrisolte sulla natura di identità, eventi e relazioni in gioco. 

    Le sequenze iniziali dell’ingresso in campo della donna misteriosa, che dovrebbero fungere da normali establishing shots sull’ambientazione narrativa, producono al contrario una significativa distorsione e compressione dello scenario western, nel tipico stile conciso ed ellittico di Hellman, fra tagli spiazzanti e rime incrociate delle inquadrature: nel batter d’occhi di pochi frames, con Gashade appena distratto in alto dal verso di un uccello (Figura 1), la donna compare dal nulla in lontananza e in un attimo si ritrova ai piedi della collina di fronte ai due uomini, senza movimento apparente e spostamento visibile, come pronta per un teso triello alla Sergio Leone (Figura 2). 

    Figura 1

    Figura 2

    Come se l’epico quadro del grande spazio aperto, disteso su un orizzonte illimitato (di possibilità), si restringesse, con rapidi tocchi di montaggio, nel recinto chiuso e raccolto di un kammerspiel, che annulla la separazione fisica dei personaggi posti in punti diversi nel campo lungo. Azzerandone le distanze spaziali in un ravvicinato duello psicologico di sguardi incrociati e prolungati primi piani (Figura 3), sintomo di come i nessi logici e spazio-temporali pertengano esclusivamente a una dimensione interiorizzata

    Figura 3

    Anche nel filmare un motivo classico come l’inseguimento nel deserto, Hellman mostra tutta la sua originale distanza dal canone. Quando il povero Coley, rimasto indietro, tenta di riaccodarsi alle spalle dei tre che procedono in marcia in fila indiana, provoca la reazione del pistolero, che si stacca dalla colonna e volta il cavallo partendo all’assalto di Coley, subito seguito da Gashade (che vuole difendere il compagno), a sua volta imitato dalla donna. Alternando, ancora una volta, le scene in campo lunghissimo – con le sagome dei cavalieri ridotte a silhouette nell’immensa piana – ai totali sui singoli affannosamente al galoppo (Figura 4), Hellman smonta l’epica suspense della traversata invertendone bruscamente il “senso di marcia”. Dove il già accidentato girovagare nel nulla verso una meta irrintracciabile sconta un ulteriore ripiegamento all’indietro, rovesciando la progressione nella wilderness in una sorta di western highway “a doppia corsia”, che precorre il continuo andirivieni tra tregue e sorpassi dei corridori rombanti di Two-Lane Blacktop (1971). 

    Figura 4

    ASPETTANDO GODOT… NEL VECCHIO WEST 

    Hellman non è un sovversivo iconoclasta come il Sam Peckinpah de Il Mucchio Selvaggio (1968), cineasta del western revisionista per eccellenza, che insozza nella scomoda evidenza della violenza – al massimo grado di espressività – il sanguinario percorso degli uomini del West, deponendo il mito della frontiera in un crocevia che sottomette la conquista della civiltà alla condanna impietosa del progresso, in cui salvare – forse – solo la fedeltà senza compromessi alla propria natura (im)morale. 

    La rilettura critica e politica del western offerta da Hellman in un’epoca di grandi sconvolgimenti e cesure storiche, condotta in sordina ma altrettanto disillusa e crepuscolare di quella di Peckinpah, conduce ugualmente il genere alla sua stazione finale, allo stadio terminale e senza ritorno delle sue utopie di (ri)fondazione. Solo lo fa da una prospettiva decentrata e dissonante, basata sullo straniamento: una messinscena scarna, sospesa e dilatata, in sottrazione, aperta a un languore psicologico e a una riflessione esistenziale velatamente anarchica e nichilista. Con la strisciante angoscia di un Antonioni della Frontiera che devia dal grande sentiero dell’Avventura del West, destruttura l’epopea e mette fuori pista ambizioni e direzione dei personaggi, abbandonati su tragitti senza meta in cui le tracce sul terreno scompaiono e si confondono, fino ad annullare il senso del loro esserci e procedere a vuoto.

    In un paesaggio di secco realismo via via sempre più astratto e indifferente, quando non silenziosamente ostile, che in senso simbolico ed espressionista – come nota Brad Stevens in una monografia su Hellman – fa da correlativo oggettivo dell’aridità interiore dei personaggi e delle asperità del loro stato d’animo, da fondale teatrale di messa in scena delle loro paure e nevrosi. “L’epoca western mi interessa più di qualsiasi altro periodo della storia, senza dubbio perché la ‘situazione dell’uomo’ può essere più facilmente isolata di fronte alla semplicità di un paesaggio e ad elementi ostili”, ha appunto dichiarato il regista. Lontano dalla suggestione imperiosa delle icastiche geografie monumentali di John Ford, i western di Hellman si snodano più marginalmente tra le piane brulle e pietrose, le gole vorticanti e le sporgenze montagnose dello Utah, a Kanab, nei pressi del Parco Nazionale di Zion. 

    Del western, Hellman sgonfia le premesse, allenta le catene narrative, sfuma i cardini stilistici. Appanna lo status e l’azione delle sue figure mitiche, la valenza di un’iconografia ancora riconoscibile ma ridotta alla scabra essenzialità delle sue unità minime. Nel lento incedere, quasi per inerzia, di pallidi e stanchi cowboys without a cause – e privi di una quest a cui votarsi -, depurati sia dell’epica dei cantori lirici sia del furore agonistico dei ribelli contestatari. 

    In una poetica della dispersione, dell’attesa e della stasi dove il topos del tribolato viaggio di attraversamento della wilderness – mai così arida e spoglia come una desolata waste land – si carica del senso luttuoso, del vuoto di scopi e ideali del presente dell’epoca. Quel senso di spiazzante disorientamento, paranoia e smarrimento che attanagliava l’America di fine anni ’60, impantanata nei postumi dello shock dall’assassinio di Kennedy e nel trauma in pieno corso della guerra in Vietnam. Come dichiarò lo stesso Hellman, l’idea del finale in anticlimax di The Shooting – quella sparatoria confusa, sgrammaticata e illeggibile tra slow motion, primi piani, immagini a scatti e montaggio sfasato (come nell’uccisione del poliziotto in Fino all’ultimo respiro (1960) di Godard) – gli venne suggerita proprio dalle immagini del fatale sparo di Lee Oswald visionate a ripetizione in TV. L’opacità di un radicale evento traumatico, che gettava nello scompiglio di una visione incerta e senza appigli (come le fotografie del presunto omicidio su cui si affanna l’occhio di David Hemmings in Blow-Up di Antonioni, uscito proprio lo stesso anno di The Shooting). Centrifuga, priva di svolgimento e di un punto di fuga: soltanto un colpo sonoro che buca il silenzio, il resto indecifrabile. La fulminea esecuzione di una traiettoria imprevista a cui è impossibile attribuire senso, movente, direzione: Hellman la rimette in scena come un intricato duello delle identità smarrite e decadute, dall’esito indefinibile: Gashade e Coigne, il cacciatore e la preda, sono fratelli con lo stesso volto (sono la stessa persona?), per cui la caccia alla preda mischia i ruoli e si scopre, in ultimo, uno scavo esplorativo dentro i fantasmi di un’insanabile scissione interiore. Proprio dalle alture del western, Hellman certifica così la fine del sogno ottimistico di riconquistare quella “nuova frontiera” che la presidenza kennediana, prematuramente interrotta, non riuscì a realizzare. 

    FUGA PER LA SCONFITTA (DEL SOGNO AMERICANO): RIDE IN THE WHIRLWIND (1966)

    Come The Shooting, anche Le colline blu (Ride in the Whirlwind) inizia sbrigativamente in medias res, senza indicazioni né orpelli: là avevamo l’inquadratura di un cavallo, qui due anonimi cowboys con l’aria inconfondibile dei banditi, ripresi di spalle sopra una scarpata da cui osservano il paesaggio, in attesa del passaggio della diligenza che, con l’aiuto di altri complici, si apprestano poco dopo a rapinare senza sforzo. Un’aggressione ripresa placidamente, col meccanico incedere di un’annoiata e ripetitiva routine quotidiana, con efficienza distaccata e persino ironica. Si veda quel tronco d’albero di ostacolo al mezzo, spostato dalla strada con pigro andazzo da uno degli assalitori: scena che Quentin Tarantino, grandissimo fan del film, trova immancabilmente divertente (tra le altre cose, Hellman è stato pure produttore di Le Iene, 1992). 

    Ancora una volta, Hellman finge di ricalcare una situazione pienamente canonica – addirittura inflazionata – del western tradizionale (l’assalto alla carovana/diligenza), per poi raffreddarla privandola di qualunque enfasi e mordente. Destrutturazione resa evidente dalle immagini in dettaglio che accompagnano in successione la comparsa dei titoli di testa: i raggi delle ruote, i pianali della carrozza, il lazo, cinghie e briglie dei cavalli, tutto sembra in precario equilibrio in attesa che si sgancino bulloni e legacci narrativi. La vicenda, infatti, deraglia presto su binari inattesi che arrivano a lambire il terreno dell’introspezione psicologica. Con un programmatico “depistaggio” delle trame del genere. Smantellando un’ideologia dell’eroismo, e una precisa filosofia di vita e film americani, proprio attraverso i miti e i codici che più sembrano rafforzarla. 

    Hellman riprende il discorso sulla disarmante alienazione e la solitudine congenita dell’individuo moderno, già tratteggiata in The Shooting, da una prospettiva di ripiegamento intimo e antimelodrammatico resa ancor più marcata. Dove spunti di solitaria fuga gangsteristica nel paesaggio naturale (Una pallottola per Roy/High Sierra, Raoul Walsh, 1941), e di holding-hostage movie alla Ore disperate/ The Desperate Hours (William Wyler, 1955) trovano un’inedita e sorprendente chiave di lettura insinuati nei temi dell’incomunicabilità, dell’impossibilità di venire a capo del mistero dell’identità, della mancata espressione dei sentimenti e delle giuste ragioni. 

    Con l’intensa riflessione esistenziale dei due cowboys Vern (Cameron Mitchell) e Wes (Jack Nicholson) costretti dalle sfortunate circostanze all’impasse di un doloroso bilancio delle loro vite. Innocenti braccati da una posse di vigilantes perché scambiati per i rapinatori della diligenza, riparano in una baita isolata dove, in attesa di recuperare forze e cavalli freschi per proseguire la fuga, tengono in scacco una mite famiglia di pionieri agricoltori (due anziani genitori e la loro giovane figlia, interpretata dalla stessa Millie Perkins di The Shooting). Per scoprire che la sospensione della tregua diventa uno stallo più pericoloso e insostenibile dello scontro a fuoco con i vigilantes – che Hellman, diversamente da The Shooting, filma stavolta con sapiente montaggio, realistico senso dell’accerchiamento e sventagliate di pallottole che sibilano rumorose come nello spaghetti-western -, perché costringe i cowboys a guardarsi dentro senza maschere, e ad ammettere che la pace dell’anima e una salvezza catartica sembrano irraggiungibili. 

    L’atmosfera mista di scoramento, noia, mestizia e rimpianto dovuti al peso della stanchezza e dei ricordi che vengono a galla, riacutizzati nella convivenza dei cowboys con le due donne nella baracca, è il segmento più intimo e interessante, che apre spiragli di recessione dal plot avventuroso e di dolente dramma da camera impensabili per un western vecchio stampo, bucando la dura scorza dei protagonisti (il breve stream of consciousness di Vern pensoso di fronte alla scacchiera, con il flashback sonoro in cui risente la voce del compagno morto). Ancora una volta emergono disagio e una forma di sottile panico esistenziale. “I was getting a little cabin fever” confessa Wes a Abby, trascinandola con sé fuori dalla rimessa fino al recinto dei cavalli (ma Hellman spegne sul nascere ogni sprazzo di sentimentalismo). 

    È l’esplicitazione di quella sensazione di sottile claustrofobia – causata del restringimento di spazi chiusi, scomodi, angusti, come nidi decisamente affollati di troppi ospiti rispetto alla ridotta capienza dell’ambiente che li può contenere – che Hellman prefigura fin da una scena precedente: quella in cui tutti i personaggi – i membri della banda di banditi più i cowboy in viaggio – si trovano stipati assieme, gomito a gomito, nella scura penombra di una striminzita baracca di legno (Figura  5). 

    Figura 5

    Studiandosi l’un l’altro naso a naso, tra occhiate sospette e l’imbarazzo di presentazioni guardinghe, con una punta di scalcinata ironia che compromette goffamente la tenuta della tensione. Come già in The Shooting, assistiamo a una contrazione, a uno schiacciamento dell’ampiezza dei tipici sfondi western, che inghiotte in uno stretto imbuto le figure dei cowboys incassati uno sull’altro, come rimpiccioliti e destituiti della loro carica mitica. 

    Lavorando specularmente tra interni ed esterni, tra ambiente e figura, in The Shooting come in Ride in the whirlwind Hellman comprime e relativizza la presenza umana nello spazio: dispersa nell’apertura dell’orizzonte piatto del deserto, fino a perdere la bussola dell’orientamento sotto i colpi dell’arsura (The Shooting); forzatamente reclusa nelle gabbie di minuscoli rifugi di fortuna e stazioni di sosta, che costringono al rivolgimento interiore, “in scala ridotta”, dello slancio dei cavalieri (Ride in the Whirlwind). 

    Del resto, anche nel timido scambio di battute a tavola tra Vern e la moglie del fattore emerge il dilemma sulla vera natura della solitudine: se essa appartenga più alla dimensione quotidiana della vita monotona, dimessa, appartata in isolamento della donna (“Kind of lonesome for a woman”), o alla vita nomade e imprevedibile del cowboy (“Same as for man. Seems to me what you do is lonesome”). In quest’amaro universo privo di scopo, il viaggio nella frontiera e il ritorno all’asilo domestico, il furto di cavalli o una partita a dama, l’innocenza e la colpevolezza, virilità e sensibilità, diventano parte dello stesso gioco a perdere, dove mosse e contromosse sembrano vanamente assomigliarsi (“Playing checkers, stealing horses… Just don’t seem to be no end to it” si lamenta Vern. “No use to that”, chiude laconicamente Wes). 

    In altri termini, nella mappa logora e rivoltata del western di Hellman sembra difficile scegliere qualunque vita possibile: se quella del cowboy è fin dall’inizio segnata dallo sradicamento, che prelude a un tragico destino di morte (il monito iniziale del cadavere impiccato al ramo, di fronte al quale Wes proclama una lapidaria sentenza di accettazione: “Man gets hung”), l’esistenza all’apparenza serena della famiglia di agricoltori è non meno segnata da una sconfortante alienazione: il ceppo colpito a ripetizione con l’accetta dall’anziano patriarca, che scandisce come un monotono rintocco il suo usurante lavoro quotidiano, da cui non ricava nulla, è simbolo di come l’idilliaca purezza di una vita in armonia con la natura sia in realtà già segnata dal ritmo meccanico e spersonalizzante di gesti ripetuti allo sfinimento, come nel ciclo produttivo di una catena di montaggio della modernità in cui l’azione dell’individuo si annulla. 

    In una gretta microsocietà – per Hellman, fuor di analogia, identificata con il fallace sogno americano tout court – messasi al riparo da rischi e pericoli della vita sui sentieri selvaggi solo per riproporre gli stessi controvalori di dominio e prevaricazione tra il calore stinto del focolare domestico: il vecchio padre di fatto assoggetta le donne al proprio volere, obbligandole all’inflessibile gerarchia dei doveri casalinghi (la figura ambigua e silenziosa della giovane Abby, addetta a portare la brocca con cui il genitore si lava dopo le fatiche quotidiane). 

    Un falso quadretto naturalista, un piccolo e stolido mondo antico che difende i suoi stock di proprietà privata a colpi di fucile, sostenuto non dalla legge ufficiale bensì dalla giustizia sommaria e arbitraria dei vigilantes cittadini, che danno la caccia alle streghe mettendo il sale sulla coda agli innocenti. Il Selvaggio West tra il candore delle mura di casa, senza protezione dalla violenza che continua a germogliarvi al suo interno, come un’erbaccia che mette radici ovunque: è ancora questa, l’America, oggi? 

    Note bibliografiche 

    Raymond Bellour, (a cura di), Il Western, Feltrinelli, 1973

    Kent Jones, “The Cylinders were whispering my name – The Films of Monte Hellman”, contenuto in The Great American Picture Show – New Hollywood Cinema in 1970s, Amsterdam University Press, 2004

    Brad Stevens, Monte Hellman. His Life and Films, MacFarland, 2003

    Michele Fadda (a cura di), American Stranger. Il cinema di Monte Hellman, Edizioni Cineteca di Bologna (2009)

    Quentin Tarantino sui western di Monte Hellman: https://www.bfi.org.uk/sight-and-sound/features/quentino-tarantino-monte-hellmans-ride-whirlwind (Articolo apparso originariamente su “Sight and Sound” n°2, 1993) 

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