Author: Frames Cinema

  • WEST SIDE STORY – RIFARE UN CAPOLAVORO

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    Si può rifare un capolavoro? Steven Spielberg pensa di sì, nonostante anche a sessant’anni di distanza il West Side Story del 1961, diretto da Robert Wise e Jerome Robbins, resti un’autentica pietra miliare del cinema, testimonianza dell’inarrivabile perfezione raggiunta dal musical hollywoodiano classico (di cui il film rappresentò in qualche modo il canto del cigno: venne realizzato in un periodo di profonda crisi dell’industria cinematografica nordamericana e di lì a pochi anni si sarebbero affermati modelli differenti in questo genere). Ancora oggi, riguardando le prime sequenze della pellicola originale, si rimane ammirati per lo splendore dei colori, per i movimenti di macchina calibratissimi, per la precisione del montaggio (pressoché impossibile trovare errori di continuità: ma, d’altronde, Robert Wise in una vita precedente era stato proprio montatore e aveva lavorato nientepopodimeno che a Quarto potere di Welles) e soprattutto per la capacità di delineare limpidamente il contesto di rivalità tra i Jets (i figli di immigrati europei) e gli Sharks (gli immigrati portoricani) senza nemmeno l’ausilio della parola (i primi minuti di film sono pressoché muti), ma solo con lo sfruttamento del ritmato schioccare delle dita per accrescere la tensione e far esplodere i primi conflitti tra le due bande. 

    Solo un maestro come Spielberg poteva pensare di mettersi a confronto con un modello tale ed essere in grado di rinnovarlo. Per farlo si è fatto affiancare dal fido Tony Kushner, drammaturgo premio Pulitzer già sceneggiatore di Lincoln e soprattutto del capolavoro Munich, che ha aggiunto ampie scene di dialogo, pressoché assenti nell’originale, per sottolineare e attualizzare i temi cardine di West Side Story che, dietro l’anima musical, cela un cuore da dramma sociale sulla difficile convivenza di culture differenti in America. L’innovazione spielberghiana parte sin dalla prima inquadratura: laddove Wise e Robbins aprivano il film con una serie di vertiginose riprese aeree che mostravano New York e i suoi grandiosi grattacieli protesi verso il cielo, Spielberg inizia riprendendo dall’alto le macerie del West Side. Il Sogno Americano, sin da questo momento, è già morto: il quartiere, in corso di sgombero a fini di riqualificazione, pare il set di un film di guerra. La New York del boom economico non esiste, perché Spielberg rinchiude il film in questo quartiere-prigione, in questo scenario di devastazione, dove l’intera tragedia dei personaggi avrà luogo: il West Side Story del ‘61 era il musical dell’era Kennedy, il West Side Story del 2021 è il musical dell’era Trump (la pellicola è stata girata nel 2019). Dopo l’apertura, il regista procede nella narrazione seguendo, a grandi linee, le tappe del film di Wise e Robbins, pur adottando una messa in scena radicalmente diversa: se il film del ‘61 metteva in scena con precisione millimetrica i numeri musicali e li riprendeva dall’esterno, con ampio uso di campi totali e movimenti di macchina abbastanza contenuti al fine di enfatizzare il sublime lavoro coreografico di Robbins, Spielberg predilige complessi e acrobatici piani sequenza, in cui la macchina da presa si fa largo, letteralmente, tra gli interpreti e i ballerini e pare danzare con loro. Ogni inquadratura del film è un tripudio cromatico animato da scenografie e costumi di alto livello: da Oscar il lavoro sugli abiti di Paul Tazewell, che veste i Jets con i toni freddi di grigio, bianco e azzurro, mentre attribuisce agli Sharks una palette cromatica calda, fatta di rossi, gialli e marroni. La fotografia di Janusz Kaminski, che sfrutta molto i riflessi di lente dovuti anche all’uso rétro della pellicola 35mm, alterna la fastosità delle luci diurne alle tenebre notturne, che in alcune scene ricordano quasi la nerissima odissea newyorkese de I guerrieri della notte di Walter Hill, altro film su una città divisa e in preda a lotte intestine. Spielberg, poi, impreziosisce il tutto con una messa in scena di sublimata maestria: registi di questo livello, come lo Scorsese di The Irishman, hanno uno stile così limpido, un controllo così assoluto dei mezzi espressivi della propria arte, che risulta quasi difficile notare la genialità di certe invenzioni visive e sonore, come dimostra il grande lavoro sui raccordi di montaggio (si pensi solo alla fine del primo numero musicale, quando un personaggio lancia in aria un oggetto che è raccolto da un altro personaggio nella scena immediatamente successiva, in una sorta di staffetta cinematografica; ma anche al momento in cui il suono degli archi al termine di un numero musicale si fonde allo stridore dei freni della metropolitana per suggerire il passaggio di scena in scena). Chiaramente si sprecano i riferimenti cinematografici, dal musical classico alle titaniche inquadrature dal basso tipiche di Orson Welles (citato anche nella sequenza iniziale con il cartello “No Trespassing” di Quarto potere), fino alla Nuova Hollywood e, soprattutto, a tanto cinema spielberghiano. Il regista di Cincinnati, peraltro, dopo aver raccontato tante volte il potere salvifico dei bambini (da E.T. l’extra-terrestre a I Goonies di Richard Donner, di cui fu soggettista e produttore esecutivo), fa un film su giovani violenti e senza speranza, rinchiusi – tra grate, recinzioni e saracinesche – in una società in cui il conflitto è endemico e inestirpabile. Spielberg realizza un grande manifesto pessimista su ciò che l’America era ed è: regno di soprusi – di grande attualità è la riflessione sul maschilismo e sulla solidarietà femminile che va oltre le appartenenze etniche, come dimostrato dalla scena del tentato stupro, ben più asfissiante e violenta che nel film originale – e rivalità insanabili.

    Tante le sequenze memorabili in questo remake d’eccezione, che sa variare un capolavoro senza farcelo rimpiangere: la scena del ballo è un’assoluta meraviglia registica, anche se il primo incontro tra Maria e Tony, che qui avviene dietro la tribuna di una palestra, non raggiunge la forza espressiva del film originale, che rappresentava il colpo di fulmine tra i due star-crossed lovers sfocando l’inquadratura attorno ai protagonisti, come a mostrare l’appannarsi del mondo attorno a coloro che per la prima volta fanno esperienza dell’amore. Splendida anche la scena del balcone, in cui i due innamorati cantano la celebre Tonight – già separati dalle sbarre della ringhiera, oscuro presagio di un destino tragico –, come anche le sequenze di America – trasferita dal tetto del film originale alla strada, in mezzo al caos urbano e sociale di un paese in ebollizione – e Gee, Officer Krupke, un piccolo capolavoro di satira delle istituzioni, in cui Spielberg dà il meglio di sé con lunghi piani sequenza e una complessa coreografia. Per quanto riguarda il cast, come noto, il regista ha ingaggiato numerosi attori provenienti direttamente da Broadway e ha voluto mettere insieme un ensemble rigorosamente multiculturale, per rendere giustizia al tema cardine del film. In questo senso convince l’idea di non sottotitolare le molte sequenze in lingua spagnola, come a voler costringere gli spettatori a soffermarsi sulla meraviglia fonica di una lingua altra che, anche se non conosciuta, risuona più significativa che mai, nell’essere il manifesto dell’incontro con il diverso

    Tra gli interpreti è straordinaria per intensità Ariana DeBose nel ruolo di Anita, mentre la giovane Rachel Zegler, che anima divinamente le canzoni con una voce di grande potenza espressiva, dà vita a una Maria più adolescenziale rispetto a quella di Natalie Wood, ma ben più tormentata e consapevole delle difficoltà del sogno d’amore che sta provando a coronare con Tony. Rita Moreno, infine, torna nel remake dopo aver vinto un Oscar per la sua interpretazione di Anita nel ‘61: qui interpreta Valentina, personaggio che sostituisce il Doc dell’originale (presentato come il defunto marito gringo della donna, che ha origini portoricane ed era quindi stata a sua volta protagonista di un amore interrazziale). A lei Spielberg e Kushner affidano forse il momento più emozionante del film: la canzone Somewhere – che nell’originale era cantata da Maria e Tony, che sognavano un luogo dove poter vivere liberamente il proprio amore – viene risemantizzata e diviene uno struggente e malinconico lamento con cui Valentina ricorda il marito scomparso e, in seguito ai drammatici eventi dello scontro omicida tra bande, pare evocare un luogo utopico e ancora ignoto – un somewhere, appunto – di pace e armonia, in cui tutti i conflitti e le ingiustizie del nostro mondo possano essere leniti. Spielberg, così facendo, riconsegna il Sogno Americano e le sue promesse alla dimensione del sogno: nel suo West Side Story – e nel nostro presente – ci sono solo macerie. In futuro – someday – chissà… Chapeau, Maestro.

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  • RECENSIONE THE WITCHER 2 – IL FANTASY PURO

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    Torna su Netflix la serie che con la sua prima stagione aveva battuto ogni record della celebre piattaforma streaming, per raccontare le avventure dello strigo Geralt di Rivia, interpretato da un buon Henry Cavill, che si riconferma essere estremamente calato nella parte di uno dei personaggi letterari e videoludici da lui più amati.

    In questa seconda stagione, convinto che Yennefer sia morta nell’epica battaglia di Colle Sodden, Geralt di Rivia porta Ciri nel luogo più sicuro che conosce, la sua casa d’infanzia, Kaer Morhen. Mentre i re, gli elfi, gli umani e i demoni del Continente lottano per la supremazia fuori dalle sue mura, Geralt di Rivia deve proteggere la ragazza da qualcosa di molto più pericoloso: il misterioso potere dentro di sé.

    The Witcher 2 mostra sin dal primo episodio un netto miglioramento su tutti i fronti grazie alla presenza evidente di un budget più elevato rispetto alla prima stagione. La CGI raggiunge buoni risultati soprattutto nel design dei mostri e dei pochi personaggi realizzati in motion capture, mentre mostra ancora qualche problematica nelle ambientazioni che non reggono il confronto con gli scenari naturali. La fotografia e la regia si mantengono in generale di un buon livello e la serie è abile a mantenere gli alti standard della prima stagione riguardo alla messa in scena dei combattimenti, realizzati sempre con grandi coreografie e ralenti funzionali, senza risparmiare sangue e momenti di estrema violenza, con un lato gore sempre più marcato rispetto al passato. 

    Eliminando i diversi piani temporali che caratterizzavano la prima stagione, questi nuovi episodi espandono il mondo che ci è stato presentato, alzando la posta in gioco e mostrandoci numerose nuove ambientazioni tra cui la famosa Kaer Morhen già vista nell’anime The Witcher: Nightmare of the Wolf, uscito quest’anno sempre su Netflix.

    Se nella prima parte di questo nuovo ciclo di episodi si decide di puntare sulla vena horror della serie, ricreando le atmosfere della terza puntata, nonché la migliore della prima stagione, intitolata Luna traditrice, pur non raggiungendo i pregevoli livelli di tensione che erano stati ottenuti in quell’occasione, nella seconda metà il grosso dello sforzo narrativo si concentra sugli intrighi di potere e sulle lotte intestine del continente, ricordando nell’impostazione il Game of Thrones degli inizi. In queste puntate vengono introdotti nuovi personaggi ad ogni episodio, alcuni caratterizzati in maniera efficace come Visemir, protagonista dell’anime, Nivellen e Francesca, altri, come Djikstra, abbondantemente trascurati in attesa di futuri approfondimenti. 

    Se Geralt funziona perfettamente con i suoi soliti mugugni, alternati in questo caso a sorrisi che mostrano un candore e un lato umano suo e in generale dei Witcher inaspettato, le coprotagoniste della serie, Ciri e Yennefer, proseguono coerentemente il loro percorso di maturazione, mentre alcuni dei comprimari riescono a brillare, in particolare Fringilla, a cui viene dedicato un intero percorso narrativo e Cahir, molto più umanizzato rispetto al male assoluto che rappresentava nella prima stagione. Poco sfruttato invece il mitico Ranuncolo, ridotto ufficialmente a comic relief e senza una vera funzione nella trama. In generale tutti i personaggi vanno a porsi in un limbo realistico in cui non esistono in forma pura il bene e il male, in cui tutti hanno qualche scheletro nell’armadio, creando delle figure grigie spinte da un istinto di sopravvivenza e da sete di potere, in cui nessuno è disposto ad aiutare senza secondi fini, rivalutando quelli che ci si aspettava fossero gli antagonisti e introducendone di nuovi.  

    Viene dedicato anche ampio spazio agli elfi e al razzismo nei loro confronti, uno dei temi cardine della nuova stagione, che non ha paura di  prendersi maggiormente sul serio, richiedendo una visione attiva allo spettatore, tra nomi di regni, persone e la mancanza di informazioni che si fanno attendere, ma ricordandosi anche di essere una serie fantasy nella maniera più pura, con numerose creature e mostri a cui viene dato finalmente spazio, un ampio uso della magia e dell’occultismo, con numerose sequenze psichedeliche messe in scena nelle varie puntate, che mostrano un certo impegno nel voler realizzare qualcosa di leggermente diverso rispetto ai prodotti a cui siamo abituati. Inoltre si insiste molto sulla relazione tra padre e figli, naturali o adottati, tra Tissaia e Yennifer, Visemir e Geralt e tra Geralt e Ciri, con questi ultimi che costruiscono un rapporto di sincero affetto reciproco.

    La serie non è sicuramente esente da problemi, tra una certa confusionarietà negli sviluppi narrativi che però evitano inutili didascalismi, con risposte che arrivano, ma che si fanno a lungo attendere, e una certa pigrizia nella scrittura di alcuni passaggi di trama nella seconda metà, con eventi che si verificano per pura coincidenza ed esattamente nel momento opportuno. Inoltre il vero villain di questa stagione, la Madre Immortale, non riesce a convincere a causa della sua introduzione abbastanza arbitraria e la scarsa caratterizzazione, sebbene sia almeno sostenuta da motivazioni condivisibili.

    Nel complesso The Witcher 2 mostra un miglioramento su quasi tutti i fronti rispetto alla prima stagione che era caratterizzata da troppi alti e bassi e contribuisce a costruire un universo narrativo sempre più ampio, con una narrazione a conti fatti coerente e con protagonisti ben delineati e di cui aspettiamo con interesse le future avventure. 

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  • RECENSIONE WRATH OF MAN – UNA CADUTA DI STILE

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    Nel panorama cinematografico contemporaneo, che si potrebbe definire in maniera quasi storiografica d.T. – ovvero “dopo Tarantino” –,  il citazionismo è diventato ormai una pratica largamente apprezzata e diffusa. Accade spesso, infatti, che anche i registi più affermati inseriscano all’interno delle proprie opere omaggi ad artisti del passato come attestati di stima e ammirazione verso illustri colleghi, oppure per dichiarare orgogliosamente le influenze culturali del proprio cinema. 

    Nonostante questa dinamica in molti casi si riveli essere un’arma a doppio taglio se non gestita correttamente, per certi cineasti – come il già nominato Tarantino, ma anche Guillermo del Toro o Yorgos Lanthimos – è diventata ormai un vero e proprio marchio di fabbrica

    Tra tutti, però, un regista che ha saputo andare oltre il citazionismo più sterile riuscendo ad amalgamare al meglio ispirazioni esterne e proprio stile personale è sicuramente Guy Ritchie, il quale è riuscito negli anni, nonostante una carriera fatta di alti e bassi, a costruire un proprio vocabolario cinematografico e narrativo unico, fatto di una marcatissima verve britannica agitata – e non mescolata – con una vena pulp di matrice tarantiniana. 

    Vocabolario cinematografico al quale appartiene, chiaramente, anche questo Wrath of Man (in italiano La Furia di un Uomo) che, rifacendosi palesemente al cinema di Michael Mann con evidenti citazioni a Heat – La Sfida, propone un solido action-thriller che si distanzia fortemente, però, dal tono grottesco e quasi gangster-comedy che caratterizza i lavori più riusciti del regista, come Lock & Stock (1998), Snatch (2000) o il più recente The Gentlemen (2019).

    La storia è, brevemente, quella di Patrick “H.” Hill che, dopo un misterioso passato come vigilante paramilitare in Europa, inizia a lavorare come guardia e autista di furgoni portavalori a Los Angeles. 

    Molto presto, però, il susseguirsi di tentate rapine alla compagnia per la quale lavora porterà alla luce profondi traumi e oscuri segreti del vissuto di Patrick, che si rivelerà essere una persona molto diversa da quella che sembra.

    Nonostante questa inversione di rotta, Guy Ritchie si dimostra ormai in grande spolvero e confeziona una pellicola che forse non raggiunge i livelli del film precedente, ma che sicuramente risulta convincente sotto molti punti di vista, al netto comunque di qualche debolezza sulla quale si ritornerà più avanti. 

    Uno dei principali punti di forza di questo Wrath of Man risiede nell’impianto tecnico messo in gioco da Ritchie, il quale sceglie giustamente di abbandonare il montaggio serrato e sopra le righe stile Lock & Stock per affidarsi a numerosi piani sequenza – tra cui alcuni veramente notevoli e complessi – che contribuiscono in maniera importante alla costruzione e al mantenimento della tensione in più di una sequenza. A fare da contrappunto a questa apparente sospensione del ritmo, sprazzi di azione dinamica e improvvisa bilanciano in modo equilibrato il passo della narrazione, che nonostante non sia mai particolarmente veloce, riesce a mantenersi su binari corretti grazie a un montaggio eccellente e puntuale

    Altra nota di merito va sicuramente alla regia, la quale si dimostra matura, ispirata e costantemente funzionale al racconto, piena di guizzi decisamente interessanti e priva di frivolezze inutili. Lo stile di Ritchie è presente, ma si rivela essere più morbido e meno prepotente rispetto al passato, più al servizio della narrazione che dell’estetica. Laddove, quindi, regia e montaggio si attestano su un livello sicuramente notevole, lo stesso non si può dire della sceneggiatura, la quale regala un primo atto sorprendente che brilla per originalità e costruzione dell’intreccio, ma che ricade poi purtroppo in clichè da action revenge movie che, nonostante mettano in scena dei momenti di spessore come la sequenza di tortura con Folsom Prison Blues di Johnny Cash in sottofondo, vanno a rovinare delle premesse narrative decisamente sopra la media messe in campo nella parte iniziale del film. 

    Per quanto riguarda il cast, invece, Jason Statham (qui alla quarta collaborazione con Guy Ritchie, a riprova della sintonia tra l’attore e il regista britannico) è assoluto protagonista e si rivela perfettamente convincente e a suo agio nel ruolo dell’anti-eroe glaciale e misterioso, dimostrando ancora una volta, se davvero qualcuno ancora lo mettesse in discussione, un physique du role che non ha eguali al momento nel cinema d’azione americano. Buone anche le prove dei comprimari, su tutte quelle di Holt McCallany (noto al grande pubblico principalmente per la serie Netflix Mindhunter) e di Scott Eastwood nei panni del principale antagonista. 

    Venendo alle note dolenti, purtroppo l’intreccio perde di originalità e incisività man mano che la trama procede, cadendo appunto in dinamiche standard ormai largamente note allo spettatore, che si dimostrano prevedibili e poco interessanti, tenute a galla nella seconda parte in maniera fragile e precaria dalla buona messa in scena di Ritchie, che salva la proverbiale baracca a un passo dalla mediocrità più anonima. 

    Da rivedere anche la gestione dei flashback e dei flashforward, sulla quale è costruita l’intera narrazione, che appare un po’ traballante e confusionaria e che risulta dannosa in maniera non indifferente per la fluidità del racconto, inevitabilmente appesantito da certe scelte ridondanti e mal gestite.  

    Allo stesso modo i dialoghi mancano di quella brillantezza e di quella verve che rappresentano la vera e propria linfa vitale delle pellicole del regista inglese e nonostante qualche doverosa eccezione (come ad esempio la scena del primo dialogo tra i membri della banda di ladri-militari), si perdono in una livello standard, senza infamia e senza lode, che sicuramente non è e non deve essere l’habitat naturale di Ritchie. 

    Per concludere, questo Wrath of Man è un prodotto che vale sicuramente la visione, un ottimo thriller d’azione che ha dalla sua un’efficace commistione di generi – come l’heist movie e il revenge movie – che dà spessore a un’opera che, tra una prima parte veramente eccellente e una seconda parte meno riuscita ma comunque solida, si posiziona tranquillamente sopra la media del mare magnum di produzioni action degli ultimi anni. 

    Che sia questa la nuova strada scelta da Guy Ritchie, o che sia solamente una “caduta di stile” e un’esplorazione momentanea, è bello vedere il regista inglese tornare finalmente a pellicole di qualità, come questo dittico The Gentlemen – Wrath of Man, dopo qualche passaggio a vuoto di troppo nel decennio precedente, sperando che almeno questa volta riesca a tenere separato il lavoro dall’amore, chiedete a Madonna per conferma. 

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  • RECENSIONE SUPEREROI – IL NUOVO FILM DI PAOLO GENOVESE

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    “Il tempo non esiste”.

    Così diceva Einstein e così viene spesso ripetuto da Marco nel film, che non a caso interpreta un fisico. Eppure passato e futuro si intrecciano lungo la visione, intramezzata da continui salti temporali al fine di mostrare allo spettatore l’evoluzione di una coppia, gli ostacoli da loro affrontati, i dubbi che li attanagliano, le perplessità e i momenti più felici vissuti insieme. Questo è Supereroi, l’ultimo film di Paolo Genovese, ben noto al pubblico italiano per film come Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti e Immaturi.

    Genovese sceglie due attori affermati per questi personaggi altamente complessi, entrambi vincitori di almeno un  David di Donatello nella loro carriera. Anna, interpretata da Jasmine Trinca, è una vignettista con il sogno di realizzare un fumetto: il nome stesso del film si ispira a questo suo sogno. Per Anna i supereroi sono le coppie, quelle che riescono a rimanere insieme nonostante i problemi, le incomprensioni, nonostante tutto. Ogni numero dei suoi fumetti rappresenta un ostacolo quotidiano che ogni coppia deve affrontare nel corso di una relazione. Anna è dunque una creativa, un’artista; Marco (Alessandro Borghi), al contrario, è un razionale insegnante di fisica. I due vedono il mondo e la vita in modo completamente differente -razionalità da un lato e instabilità ed emotività dall’altro- motivo per cui queste due personalità non riescono sin da subito a convivere l’una con l’altra, affrontando numerose difficoltà ma trovando, alla fine, un equilibrio.

    Alessandro Borghi si conferma un attore talentuoso e con grande carisma, ormai una certezza nel panorama italiano. Jasmine Trinca non è da meno, riesce ad emozionare, commuovere ma anche a farci arrabbiare quando il suo personaggio, com’è umanamente comprensibile, sbaglia.

    Le personalità di Anna e Marco  ricalcano quella che è, ormai, una peculiarità costante dei personaggi di Paolo Genovese, umani, né bianchi né neri, non idealizzati ma reali, con i loro difetti e le loro imperfezioni, apparentemente fantastici ma con qualche scheletro nell’armadio. I protagonisti del film riescono a mettersi in gioco ed a mostrare la sfera emotiva di un individuo, ogni stato d’animo e forma di cambiamento all’interno di un rapporto.

    Durante la visione, si ha quasi la sensazione che non venga omesso o censurato nulla, che la finzione sia piuttosto fedele ad un ritratto della realtà: nessuna frase fatta, nessun comportamento irreale, tutto è impressionantemente realistico e credibile, caratteristica di cui pochi film di questo genere possono vantare.

    La Regia non emerge tantissimo come i precedenti film di Genovese; in compenso, però, si apprezza l’originalità del soggetto nonché la costruzione della storia, i dialoghi inseriti in sceneggiatura, non sempre scontati o banali, ad eccezione di qualche cliché tipico della cinematografia italiana degli ultimi anni.

    Il montaggio appare un tantino confusionario per via dei timeskip ma si riesce a comprendere dove ci troviamo grazie all’ottimo lavoro fatto da truccatori e costumisti; l’aspetto dei personaggi, ma anche l’ambiente circostante, sono infatti fondamentali per capire il contesto di ogni scena.

    Supereroi è un film dal carattere prettamente drammatico, con pochissime sfumature comiche e tanto romanticismo, tradizionale e innovativo allo stesso tempo. Non si tratta di una semplice storia d’amore, ma di come e cosa affronta una coppia nella costruzione di un rapporto lungo e duraturo come quello di Marco e Anna, fatto anche di sacrifici, compromessi e cadute.

    Per gran parte del film ci viene ribadito come tutto sia predeterminato e vengono portate avanti teorie fatalistiche sul come, quando e perché si incontra qualcuno: è frutto del destino o di una serie di casualità e coincidenze? Una domanda che troverà risposta solo nell’epilogo di quest’opera di Genovese, che riesce a non deludere le aspettative e a farci commuovere.

    Il tempo esiste e lo notiamo quando viene a mancare, non è vero che tutto è determinato, nulla è certo.”

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  • La vita è meravigliosa – La rinascita di Frank Capra

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    Il Natale è finalmente arrivato e con lui il momento di avvolgersi nel plaid e gustare i soliti film a tema che la televisione o le piattaforme streaming ci propinano. Ogni anno è la stessa storia e noi, puntualmente, finiamo per rivederli: senza di essi, ormai, il periodo natalizio non sarebbe percepito come tale. Sembra quasi che siano i film a definire il Natale, non viceversa. Tra i tanti titoli spicca sicuramente La Vita è Meravigliosa, il classico intramontabile che porta la firma di uno dei registi più geniali e amati del cinema americano: Frank Capra.

    «Sono Frank Capra, vengo da Hollywood”. […] La prima volta che ho messo l’occhio sul mirino di una cinepresa, ho avuto come un’illuminazione. Il mondo intero si è all’improvviso inscritto nel rettangolo dello schermo. Ancora oggi provo lo stesso senso di meraviglia. »
    [ “Il nome sopra il titolo, Frank Capra.]

    IL CINEMA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE: REGISTI IN PRIMA LINEA

    It’s a Wonderful life (La vita è meravigliosa) è una pellicola del 1946 che ha segnato una svolta non indifferente nella carriera di Frank Capra. Si tratta, infatti, del primo film realizzato dal regista dopo l’esperienza drammatica della seconda guerra mondiale. Durante il conflitto Capra ha prestato servizio nell’esercito degli Stati Uniti D’America all’interno della sezione “Orientamento Cinema” dedicata alla propaganda. Gli fu affidato il compito di documentare il conflitto bellico attraverso docu-film finalizzati a spronare i soldati e i civili americani in quegli anni difficili. Da questo presupposto tra il 1942 e il 1945 nacque “Why We Fight!” (perché combattiamo?), una serie di documentari divulgativi realizzati con la specifica intenzione di spiegare agli americani le ragioni e i principi per cui l’America avesse scelto di combattere e di entrare in guerra. Furono un successo e una straordinaria operazione di propaganda. Accanto a Capra vi furono anche altri grandi registi che imbracciarono la macchina da presa e scesero sul campo di battaglia per documentare in prima linea la drammaticità del conflitto: William Wyler, John Ford, George Stevens e John Huston. Tutti loro, ritornati dalla guerra, dovettero confrontarsi con numerose difficoltà, prima tra tutte il ritorno ad una normalità che oramai più non gli apparteneva. L’esperienza sul campo li aveva cambiati nel profondo dando loro modo di scoprirsi in quanto uomini, esseri fragili pieni di zone d’ombra. Spinti dal desiderio di raccontare ciò che avevano visto e affrontato e di esorcizzare il terrore del conflitto e della morte, i Cinque fecero ritorno ad Hollywood ritrovandosi davanti un panorama cinematografico profondamente mutato e non più disposto ad includerli né a valorizzarli.

    «Per un regista non è possibile ritornare nella stessa Hollywood per due volte. Dopo un’assenza di quattro anni i cambiamenti si rivelavano sconvolgenti. La cosa più sconcertante era del resto essere presentato ad attrici e registi dell’ultima ora e sentirsi chiedere: “Frank chi?”. Negli anni della guerra la produzione di film al risparmio aveva conquistato tutto il mercato […] mi preparavo a rientrare in una Hollywood dove il sistema collettivo era tornato in auge. Decisi che era tempo che il nome del regista riacquistasse il posto che gli apparteneva. […] l’idea della Liberty Films era nata sotto le armi: mettere insieme dei registi- produttori ancora in servizio in una associazione indipendente di realizzatori cinematografici indipendenti che avrebbe cominciato ad essere attiva nel dopo guerra. I primi candidati furono W. Wyler, J. Ford, G. Stevens, J. Huston, G. Kanin e F. Capra.»
    [“Il nome sopra il titolo, Frank Capra.]

    LA LIBERTY FILMS: ROMPERE LA CATENA HOLLYWOODIANA DELL’IDENTICO

    Uomo testardo, tenace e ambizioso, Capra è stato il primo regista hollywodiano a ribellarsi al sistema dello studio system. Egli fece propria l’espressione un uomo, un film, espressione che, successivamente, sarà alla base della politica degli autori dei Cahiers du Cinéma. Tornato dal servizio militare, Capra portò avanti una battaglia personale per emancipare la figura del regista da quella del produttore e fu anche il primo ad inserire il proprio nome sulle locandine del film, accanto a quello degli attori. A questo punto, il regista non fu più un semplice operaio sotto contratto e alla mercé del produttore, ma divenne responsabile dei propri film.

    La drammatica esperienza bellica fu linfa vitale per Capra, il quale nell’Aprile del ’45, insieme a Samuel Briskin, maturò l’idea di fondare una casa di produzione indipendente, la Liberty Films. Alla base della fondazione di questa nuova casa di produzione vi fu l’idea di Capra secondo cui il regista dovesse avere completa libertà artistica durante il processo creativo. Per troppi anni il regista era stato al gioco del produttore. Molti altri registi seguirono l’esempio della Liberty Films poiché stanchi di vedere schiacciate le loro idee originali. Da lì a poco anche William Wyler e George Stevens si unirono alla casa di produzione di Capra.

    In questo contesto si colloca “It’s a Wonderful Life” (La vita è meravigliosa), il primo film ad essere prodotto dalla Liberty Films, una pellicola nata dalle ceneri della drammatica esperienza bellica.

    «Era il film per la mia gente, il film che avevo voluto fare da quando avevo posato per la prima volta l’occhio contro il mirino della macchina da presa»
    [“Il nome sopra il titolo, Frank Capra.]

    La pellicola è tratta dal racconto “The Greatest Gift”, scritto nel 1939 da Philip Van Doren Stern. Nel 1945 il soggetto capitò tra le mani di un entusiasta Cary Grant che propose alla RKO Pictures, cui era associato in quanto attore, di comprarne i diritti per realizzare un adattamento cinematografico con lui come protagonista.  La RKO accettò la richiesta di Grant ma, successivamente, li rivendette a Capra per 10.000 dollari mettendo a disposizione del regista persino le sceneggiature già stese da Marc Connelly, Dalton Trumbo e Clifford Odets. Frank Capra si mise subito all’opera e riuscì a completare la versione finale della sceneggiatura nel 1946 grazie all’aiuto di Jo Swerling. Malgrado tutti gli sforzi e la sua dedizione, “I’ts a Wonderful Life” fu un insuccesso clamoroso al botteghino, nonché uno dei motivi per il quale la Liberty Films chiuse i battenti nel 1951 con appena due film prodotti. Il flop della pellicola sconfortò incredibilmente Capra, Il quale, però, non mise mai in dubbio la validità del film, dimostrando sempre di avere nei suoi confronti un amore smisurato al punto da definirlo il migliore che avesse mai realizzato e, addirittura, la storia più bella che sia mai stata portata sullo schermo. Attraverso “Its a Wonderful Life” Capra ha potuto approfondire le tematiche che lo affascinavano del cinema e degli esseri umani, creature fragili ma tenaci in grado di rialzarsi dinanzi alle cadute e alle difficoltà della vita. Ha inserito dentro la storia tutto ciò che era, tutto ciò che sapeva, tutto se stesso.  E’ stata una pellicola che gli ha permesso di esplorare il cuore degli uomini non con la forza della logica ma con quella della pietà. Per questo motivo spesso Frank Capra è stato accusato di eccessivo buonismo e sentimentalismo.

    SAREBBE STATO MEGLIO NON ESSERE MAI NATO?

    Per poter comprendere la pellicola al meglio è necessario partire dal titolo che è espressione delle idee ma anche delle finalità cinematografiche di Capra. Egli ribadirà più volte che “It’s a Wonderful Life dice allo spettatore qualcosa su cui si presuppone nessuno possa eccepire”. Il titolo è il pilastro cui si regge il film e riassume l’insegnamento che vuole trasmettere: la vita è meravigliosa, unica, inestimabile ma è anche fatta di alti e bassi. In ciò sta la sua la bellezza che può essere compresa solo da chi è disposto ad accettare questa altalenante condizione. George Bayley (Jimmy Stewart) imparerà questo insegnamento sulla sua pelle e scoprirà che la vita umana è preziosa ma non per questo meno difficile. George è un uomo ambizioso, onesto e generoso che ha investito tempo e denaro per salvare la propria cittadina e difenderla dalle smanie dell’avido Potter, volto del capitalismo sfrenato di una società che venera il dio Denaro e dove contano più i beni materiali piuttosto che i valori e le accortezze verso gli altri. Prima di ogni altra cosa George è un grande sognatore che sarebbe disposto a fare di tutto per le persone che ama, persino a prendere la luna al lazo se glielo chiedessero. Tuttavia, quando tutto sembra andare per il meglio, un fulmine colpisce la serena vita del protagonista: arriva il 1929 e con esso la crisi economica che sconvolge Wall Street portandola al collasso.  George perde il lavoro e nulla può più contro Potter. Improvvisamente, il protagonista si vede crollare addosso quel piccolo mondo che aveva costruito con tanta cura, dedizione e altruismo. George decide di togliersi la vita credendo di non poter fare più nulla per riparare la situazione e, soprattutto, di aver deluso i propri amici e l’amata moglie Mary (Donna Reed).  In questo momento di estrema difficoltà entra in gioco Clarence (Henry Travers), il suo angelo custode, che gli farà dono di un’opportunità unica salvandolo da quel ponte da cui, disperatamente, stava pensando di buttarsi. George vedrà con i propri occhi come sarebbe stata la vita della sua cittadina e delle persone che ama senza di lui. Si accorgerà del vuoto che lascerebbe nei loro cuori e nelle loro esistenze. Si renderà conto che la vita di ogni uomo è scandita da ostacoli, i quali molto spesso si fanno via via più ardui ma non per questo insormontabili. Imparerà che “nessun uomo è un fallito se ha degli amici”. E riuscirà ad affrontare e superare gli ostacoli sulla sua strada con maggiore fiducia e ottimismo

    Frank Capra parla così del suo capolavoro, “It’s a Wonderful Life” (La vita è meravigliosa):

    «Lessi l’idea originale: cinque pagine dattiloscritte con una rilegatura natalizia. Era la storia che avevo cercato per tutta la vita! Piccola città. Un uomo. Un uomo bravo e ambizioso, ma così preso ad aiutare gli altri che la vita pare dimenticarlo. Si deprime, e desidera di non essere mai nato. Desiderio esaudito. Attraverso gli occhi del suo angelo custode vede il mondo come sarebbe stato se lui non fosse mai nato. Che idea eccezionale! Il genere di idea per la quale quando sarei stato vecchio e malato, prossimo a morire, si sarebbe detto: Ha fatto It’s a Wonderful Life.»

    Il film si chiude nel calore familiare con un George entusiasta, pieno di vita e solidale, circondato dai suoi cari e da un albero di natale adornato da luci e addobbi splendidi come a sancire la gioia che è tornata nel suo cuore spezzato.

    LA VITA È MERAVIGLIOSA: UNO DEI GRANDI CLASSICI DI NATALE

    La vicenda che lega ”It’s a Wonderful life” al periodo natalizio risale al 1974, anno in cui il copyright del film non fu rinnovato e decadde divenendo di pubblico dominio. Questo spinse numerose emittenti televisive ad approfittarne e a trasmettere il film ripetutamente durante il periodo natalizio. Nonostante questa anarchica situazione, le emittenti dovettero comunque versare una somma di denaro all’autore del racconto Philip Van Doren Stern, il quale nel frattempo era riuscito a riottenere i diritti. 

    Per tale ragione, la popolarità di “It’s a Wonderful Life” (la vita è meravigliosa) è cresciuta nel tempo al punto da guadagnarsi un posto di diritto tra i film più belli della storia del cinema… e non solo.
    È diventato, infatti, uno dei grandi classici natalizi di cui non si può più fare a meno: un film pieno di speranza e di gioia di vivere, un film da condividere con i propri cari, una pellicola molto amara che ci fa dono di un grande insegnamento: “la vita di ogni uomo confina con la vita di molti altri”.
    Per raggiungere questa serena consapevolezza, George si è messo in discussione ma, alla fine, ha compreso che la sua esistenza non è preziosa solamente per se stesso, in quanto individuo, ma anche per le persone che lo circondano e che sono influenzate dalla sua presenza, dalle sue azioni. Perciò, nessun essere umano può considerarsi un fallimento. In mezzo alla tempesta della vita, è necessario imparare a destreggiarsi e a trovare il giusto ritmo tra le onde così da poter assaporare la vita in ogni suo piccolo aspetto nonostante le cadute, spesso rovinose. C’è sempre tempo per una seconda possibilità, per rialzarsi.

    «Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque.
    «Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato, perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna?»
    [Marco Aurelio, “Colloqui con se stesso”.]

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  • RECENSIONE WEST SIDE STORY – IL MUSICAL DI STEVEN SPIELBERG

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    Jets e Sharks tornano a scontrarsi al cinema dopo 60 anni, questa volta attraverso l’interpretazione di Steven Spielberg del famoso musical di Broadway, già acclamato nelle sale con il primo adattamento del 1961 diretto da Robert Wise e Jerome Robbins (vincitore di 10 Oscar).

    La storia non ha subito troppe modifiche: per le strade di una Manhattan che vive un periodo di rigenerazione urbana scorre un’accesa rivalità tra due bande per il controllo del territorio, i Jets comandatI dal “gringo” Riff (Mike Faist) e gli Sharks guidati dal portoricano Bernardo (David Alvarez). Il conflitto arriva al culmine quando nasce un amore impossibile tra Maria (Rachel Zegler), sorella minore di Bernardo, e Tony (Ansel Elgort), amico di Riff e vecchio componente dei Jets, prima di scontare una pena in carcere e decidere di mettere la testa a posto. I due appartengono a schieramenti opposti che non hanno intenzione di trovare un’intesa se non attraverso la guerra e il sangue, e il loro amore sembra non essere sufficiente a placare l’odio reciproco che infesta queste strade.

    La nuova rivisitazione si mostra funzionante ed è da ritenere promossa a pieni voti ma, per quanto Spielberg sia in grado di mantenere la qualità a cui ci ha sempre abituato in passato, il paragone con l’omonimo film del 1961 è d’obbligo. Il premiatissimo primo adattamento resta probabilmente superiore al suo successore che è capace di far rivivere la storia ma senza aggiungere nulla.

    La prima cosa importante su cui focalizzarci è l’elemento chiave del film: la musica.

    I testi sono molto fedeli agli originali e l’interpretazione canora non fa rimpiangere i tempi passati: ciò che cambia maggiormente sono le coreografie che, con l’aggiunta di cambi di piani, inquadrature e una scenografia più complessa, risultano essere colorate e immerse in un mondo vivo e materico. L’esempio più evidente lo si ha nell’esecuzione della celebre America che, da una scena su un terrazzo che si avvicina maggiormente a un fondale teatrale, nell’opera del 2021 prende vita in mezzo alle strade e alla gente che il testo del brano coinvolge.

    A livello corale il reparto attoriale si dimostra all’altezza e porta delle interessanti sorprese.

    Tra tutti spicca soprattutto Ariana DeBose in grado di onorare perfettamente il personaggio di Anita con un’interpretazione perfetta, ma non è la sola; da Riff a Bernardo, fino ai vari componenti delle bande, tutti sembrano incarnare in maniera eccellente le vite dei personaggi e dare il meglio di loro (in particolare nei momenti di gruppo) sia nei momenti musicali che non.

    Sicuramente molto interessante il lavoro di Rachel Zegler nel ruolo di Maria che, al suo esordio sul grande schermo, dimostra di avere grandi potenzialità e capacità.

    L’unica sbavatura si può trovare nel personaggio di Tony (Ansel Elgort) che, se da un lato stupisce per le sue abilità canore, dall’altro inciampa un po’ in alcuni momenti del film in particolare nell’espressività non verbale.

    Tra il cast figura anche Rita Moreno, storica interprete di Anita (con cui vinse un Oscar), qui nei panni di Valentina, personaggio inedito di questa versione che va a sostituire la figura di Doc: una scelta molto apprezzata, in particolare per la bravura dell’attrice che fa risaltare il suo personaggio per quanto sia secondario.

    In generale a livello qualitativo il film del 1961 e del 2021 sembrano equivalersi ma, se si vuole essere critici, si può trovare un punto da mettere in discussione. La storia mostra uno spaccato della New York degli anni ‘50 e mette in primo piano la grande insofferenza contro lo straniero da parte della gente del posto. Nell’opera del ‘61 questo disprezzo per i portoricani era più marcato e presente non solo tra le fila dei Jets, come si può notare dai commenti del tenente Schrank, che nella versione di Spielberg sono meno diretti e lasciati sottintesi: in generale l’aria fantastica donata dal musical pare celare un minimo l’atmosfera cruda dell’oppressione dei portoricani, trasformando lo scontro tra bande più in una rivalità tra squadre diverse che tra culture diverse. Se da un lato questo piccolissimo dettaglio non snatura il messaggio dell’opera, dall’altro non gli dona nulla di nuovo.

    I temi trattati, quali l’odio per lo straniero e il ciclo della violenza come portatrice di altra violenza, sono temi universali e sempre caldi, ed entrambe le versione lo rappresentano in maniera eccellente, per quanto la modernità che mostrava ai suoi tempi il primo adattamento lo portano un gradino più in alto. 

    Tirando le somme l’ultima fatica di Spielberg è assolutamente da premiare, risultando essere un prodotto perfetto e godibile che mostra la passione del regista per i musical e in particolare per questa pietra miliare di Broadway. Per quanto poche righe più sopra abbia ritenuto superiore il film del 1961, è da sottolineare come nessuno dei due sia più valido dell’altro e che, se considerati come prodotti in sè, sono sullo stesso piano qualitativo.

    Vi invito caldamente ad andare ad ammirare questa bellissima pellicola (e in caso non lo abbiate già fatto a recuperare quella del ‘61) e a perdervi nella storia dei “Romeo e Giulietta newyorkesi” che appassiona Broadway fin dal 1957.

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  • LE DUE FACCE DEL NATALE – TRA COMMEDIA E DRAMA

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    Il Natale è, per molti, il periodo festivo per antonomasia, un momento che è spesso sinonimo di convivialità familiare e di condivisione. Non è un caso, dunque, che la maggior parte dei film ambientati durante il periodo natalizio tratti tematiche universali e semplici – non inteso come banali, quanto piuttosto vicine a chiunque – come l’amore, la famiglia e la meraviglia degli affetti più cari. 

    Se, però, esistono centinaia di commedie e film romantici che attraverso questi macrotemi intendono regalare momenti di gioia e sana commozione, è anche vero che esistono, allo stesso modo, altrettante pellicole che affrontano gli stessi argomenti da un punto di vista più drammatico e doloroso. 

    Per questo motivo, in questo articolo, verranno presentate entrambe le facce della medaglia cinematografica natalizia, per soddisfare sia chi cerca una commedia da gustare sul divano in compagnia, mentre si discute sull’eterna diatriba Pandoro vs Panettone, sia chi preferisce regalarsi un momento più intimo e riflessivo, al caldo sotto una coperta o vicino a un camino acceso e scoppiettante. 

    LA COMMEDIA

    La commedia romantica ambientata nel periodo natalizio è un sottogenere particolarmente prolifico e sicuramente di successo, all’interno del quale esistono prodotti di qualità così come opere che, alla fine dei conti, non hanno molto da dire e si perdono nel mare magnum del mondo Rom-Com.

    Fare una scelta tra la miriade di titoli esistenti, quindi, non è assolutamente cosa semplice per chi in famiglia ha la grande responsabilità – da cui come è noto derivano anche grandi poteri – di decidere quale film proporre nel tentativo di accontentare tutti. 

    Tra tutte le pellicole che si potrebbero citare, tra le quali bisogna per forza includere Love Actually (Richard Curtis – 2003), Il Diario di Bridget Jones (Sharon Maguire – 2001) e The Family Man (Brett Ratner – 2000), la scelta è ricaduta su un grande classico, un evergreen intramontabile del genere, ovvero L’Amore non va in Vacanza (Nancy Meyers – 2006).

    Questo film racconta, in brevissimo, la storia di Iris (Kate Winslet) e Amanda (Cameron Diaz) che interpretano rispettivamente una giornalista londinese e una montatrice cinematografica di Los Angeles che, dopo essersi conosciute su un sito di Home-Swap, decidono di scambiarsi le abitazioni per le vacanze natalizie, nel tentativo di scappare così da tradimenti e delusioni amorose di vario tipo che le accomunano. 

    Il primissimo punto di forza per il quale questa pellicola è notevole all’interno del suo genere è, sicuramente, il cast d’eccezione: Cameron Diaz e Jude Law, probabilmente all’apice della loro bellezza, formano una coppia credibilissima sia a livello estetico sia a livello di intesa e di chimica. Al contrario, Kate Winslet – che si dimostra decisamente la più convincente e talentuosa del quartetto in più di un’occasione – ricopre un ruolo di maggiore intensità, fragile e sentimentale, laddove Jack Black è il suo perfetto contraltare comico.

    Un altro merito della pellicola è rappresentato dalla sceneggiatura, la quale non brilla sicuramente per originalità, ma che si rivela solida e ben scritta, rendendo il film estremamente godibile e scorrevole nonostante le due ore abbondanti di durata, soprattutto grazie all’espediente della doppia narrazione Los Angeles – Inghilterra che mantiene vivo il ritmo dell’intreccio.

    Se è vero, quindi, che sotto ogni punto di vista L’Amore non va in Vacanza sia una commedia romantica che poggia salda sugli stilemi classici e tradizionali del filone senza distaccarsene mai nettamente, è vero anche che, guardando più in profondità, si scopre una lettura interpretativa interessante e quasi meta cinematografica dell’amore. Non è un caso, infatti, che la pellicola si apra con l’inquadratura di una coppia felice e sognante in un parco, un’immagine dolcissima di un sentimento perfetto, che però si rivela essere, appunto, solamente l’immagine di un film che il personaggio di Jack Black sta musicando. Rappresentazioni illusorie e idealizzate, quindi, sono ciò che frequentemente si associa al concetto di Amore, anche a causa di elementi socio-culturali, come il cinema, che ne danno una riproduzione spesso molto romanzata ed esagerata. 

    Leggendo il film in questo senso, il ricadere della trama negli stessi clichè Rom-Com ormai visti e rivisti assume un significato meta-narrativo, come se la regista, con quella prima scena, volesse avvisare gli spettatori che i sentimenti che vedranno sullo schermo non sono altro che immagini non aderenti alla realtà, ma mera finzione cinematografica. 

    Una dichiarazione di intenti sottile e quasi in sottotesto, dunque, che dà spessore a una pellicola già di per sé molto buona, perfetta per un pomeriggio natalizio in famiglia e adatta sia ai cinefili appassionati sia agli spettatori meno avvezzi al mezzo cinematografico. 

    IL DRAMA 

    Sicuramente non frequente e prolifico come il filone comedy, esiste anche tutta una serie di film ambientati in contesti natalizi che prendono le distanze dall’approccio divertente e romantico tipico del genere sopracitato, andando a creare un mondo cinematografico eterogeneo e variegato in cui coesistono pellicole thriller, action e soprattutto drammatiche. 

    Se opere come Die Hard – Trappola di Cristallo (John McTiernan 1988) o I Tre Giorni del Condor (Sydney Pollack 1975) calano storie ad alta tensione nel contesto natalizio, esistono anche prodotti dalla matrice sicuramente più drama come Eyes Wide Shut (Stanley Kubrick 1999) o come il film di Todd Haynes del 2015, che sarà argomento di questa trattazione, Carol.    

    La pellicola consiste in un melò estremamente delicato ed elegante che racconta la storia d’amore tra due donne: Rooney Mara interpreta Therese, una giovane commessa alla ricerca di sé stessa, mentre una meravigliosa Cate Blanchett veste i panni di Carol, una madre sulla quarantina alle prese con un divorzio difficile. Le due, conosciutesi nel grande magazzino dove la prima lavora, intrecceranno dapprima un rapporto di tenera amicizia, che sfocerà poi in un amore vero e travolgente, in un periodo storico nel quale l’omosessualità veniva ancora, purtroppo, considerata alla stregua di una malattia mentale.

    Tratto dal romanzo omonimo del ’52 di Patricia Highsmith, la pellicola mette in scena una parabola amorosa impossibile per il contesto nel quale è ambientata, trattando tematiche come l’emarginazione sociale, la scoperta e l’accettazione di sé stessi, accompagnando il tutto con una calibratissima dose di dramma famigliare e personale. 

    Carol si rende notevole, innanzitutto, per il comparto tecnico eccellente, soprattutto in ambito registico, dove la sapiente mano di Haynes – coadiuvato nel suo compito da un comparto fotografico che vale da solo la visione – si dimostra delicata nel tratteggiare una storia d’amore purissima e sincera, ma allo stesso tempo estremamente dolorosa e coinvolgente.

    Oltre a ciò, a impreziosire ulteriormente la pellicola, si stagliano due attrici del calibro di Rooney Mara e Cate Blanchett, che regalano qui delle interpretazioni al limite della perfezione, riconosciute entrambe con candidature agli Oscar, e sulle quali si regge, di fatto, tutto il film. 

    Nonostante il ritmo sia quello classico del melò, e quindi la pellicola si prenda tutto il tempo necessario per entrare nei personaggi e nei loro sentimenti, Haynes riesce a portare su schermo la vera essenza dell’amore in tutte le sue sfaccettature: dalla scintilla dell’innamoramento, passando per il corteggiamento, fino ad arrivare al desiderio fisico, ma anche al dolore più profondo. 

    In sintesi, quindi, questo film offre una visione mai retorica o didascalica degli argomenti trattati – che, come già detto, non si limitano alla semplice relazione amorosa -, ma espande il discorso anche a livello sociale, familiare e individuale. Una pellicola d’autore, dunque, fortemente consigliata per un Natale un po’ più “cinefilo” e riflessivo durante il quale celebrare o far scoprire a qualche parente il grande cinema contemporaneo. 

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  • RECENSIONE BEING THE RICARDOS – UNA SOAP OPERA DI SORKIN

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    Being the Ricardos sembrava il film perfetto per Aaron Sorkin: lo sceneggiatore premio oscar per The Social Network ama sviscerare la psicologia di figure fondamentali della storia americana, e ama pure portare i suoi spettatori “dietro le quinte” delle grandi istituzioni culturali, che siano lo studio ovale di The West Wing, una delle più grandi aziende informatiche in Steve Jobs o di uno studio televisivo. Being the Ricardos, appunto, sembrava l’unione perfetta tra questi due lati della sua poetica: la biografia umana e sentimentale di Lucille Ball, star della televisione americana negli anni ‘50 sulla cresta dell’onda grazie alla sua sitcom I Love Lucy (in italia trasmessa dal 1960 come Lucy ed io), e il processo creativo e produttivo che porta alla realizzazione di un episodio. Eppure, il risultato è di molto inferiore alla somma delle sue parti.

    Il film è la cronaca di una settimana nelle turbolente vite di Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), all’apice delle rispettive carriere grazie a I Love Lucy e della loro love story personale, entrambe messe a durissima prova dalle accuse di simpatie comuniste rivolta all’attrice e dallo scandalo mediatico che ne segue: nei cinque giorni che separano la lettura del copione di un nuovo episodio di I Love Lucy dalle riprese dell’episodio davanti a un pubblico dal vivo, Lucille Ball ripercorre la strada che l’ha portata da attrice in film di serie B a regina della televisione, facendosi strada tra gli ego maschili e le difficoltà nel rapporto con Desi Arnaz.

    Un po’ come in Steve Jobs, la narrazione passa attraverso una segmentazione quasi geometrica del tempo del racconto: l’intreccio è scandito da quelle cinque turbolente giornate di produzione dell’episodio, intervallate da flashback e ancorate da una finta ricostruzione documentaria con l’intervista a tre dei comprimari che ricordano gli eventi di quella settimana.

    Il maggiore pregio di Being the Ricardos sta nelle interpretazioni: lo scetticismo che ha accolto oltreoceano la notizia che Nicole Kidman avrebbe interpretato Lucille Ball, per quanto ingiusto, dimostra lo status di cui la “signora Ricardo” ancora gode nel cuore degli spettatori americani -meno in quelli nostrani-. Nicole Kidman non è ovviamente Lucille Ball, ma fa un ottimo lavoro nel riprodurre la sua particolare espressività durante le riprese dell’episodio e la sua puntigliosa scrupolosità dietro le quinte, mentre Javier Bardem è la spalla ideale; li supportano un cast di ottimi caratteristi, su cui spicca un J.K. Simmons magnificamente sopra le righe.

    In sede di sceneggiatura è un Sorkin diverso dal solito: i suoi soliti dialoghi a raffica da screwball comedy ci sono ancora ma più pacati, frenati dalla curiosità per le sottigliezze psicologiche insite nella crisi di un rapporto di coppia. Eppure proprio per questo c’è qualcosa che non torna: frasi a effetto dal retrogusto artificioso, dialoghi ridondanti, battute già sentite, vezzi caratteristici dello stile di scrittura di Sorkin che in questo film risaltano in negativo, per la scarsità delle sue abituali battute a mitraglia. Se i dialoghi di Sorkin sono come musica, quella di Being the Ricardos è una musica con numerose stonature. È quello scarto tra realtà e racconto di cui si parlava prima: è difficile affezionarsi alle vicende rappresentate se tutto è artificiale, i personaggi sembrano manichini e la storia procede con un ritmo altalenante. È il problema di molti biopic: cercano di raccontare tanto, finiscono con il dire poco.

    Al suo terzo lungometraggio da autore completo il più grosso difetto del Sorkin sceneggiatore sembra essere il Sorkin regista. Non che se la cavi male dietro la macchina da presa, la sua regia è elegante pur se convenzionale, con alcuni movimenti di macchina interessanti; ma è di un’eleganza un po’ rigida che, oltre a indicare ancora una certa acerbità nella gestione del mezzo, manca di una vera visione d’insieme. Ne ha -ancora- di strada da fare per diventare un regista al livello delle proprie sceneggiature, e anche a causa di un’estetica iper-patinata (fotografia di Jeff Cronenweth), una colonna sonora (di Daniel Pemberton) ridotta all’osso e un montaggio ordinario, conferisce al film un’atmosfera da soap opera più che da dramma sentimentale con inflessioni sociali.

    Non mancano le suggestioni interessanti sull’egocentrismo, la capacità dell’arte di rompere le convenzioni e la pervasività dei media; solo alcune sono portate avanti con coerenza fino alla fine.

    Being the Ricardos vorrebbe essere molte cose, ma diventa uno dei film meno riusciti di Sorkin; non perché ci sia alcunché di particolarmente negativo, ma perché la maggior parte dei comparti all’opera -con l’eccezione delle interpretazioni principali- sono molto al di sotto delle proprie capacità e, in definitiva, poco ispirati.

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  • IL CINEPANETTONE DALLA A ALLA Z – DIZIONARIO SEMISERIO

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    Un giro turistico per voci tematiche nelle storiche vacanze di Natale targate Filmauro, senza pregiudizi e senza peli sulla lingua, tra miti, tormentoni e personaggi dei film più odiati e bistrattati dalla critica ufficiale. 

    DEFINIZIONE 

    CINEPANETTONE: Film comico di pura evasione, basato su una comicità molto dozzinale, spesso volgare, che punta sulla popolarità degli attori e la generosa esibizione delle grazie femminili (dall’incipit di Super vacanze di Natale, Filmauro, 2017) 

    A – ALAN O’LEARY 

    Irlandese, professore all’Università di Leeds, nostra guida spirituale e dispensa di appunti per la discesa nei gironi cinepanettonari. Sua la Fenomenologia del cinepanettone (Rubbettino, 2013): il primo – ma anche l’unico – studio critico sistematico, mediale, socio-antropologico sulla materia. Opinabile, ma mai spicciolo né intellettualoide. Brillante e ragionato, punti e numeri alla mano (dell’audience, soprattutto). Senza livore e paraocchi ideologici, né finti entusiasmi e complicità ammiccante. Ci voleva uno straniero trapiantato nel Belpaese – per giunta un accademico – per gettare il guanto di sfida all’esegesi del cinepanettone, ampliandone la ricezione oltre i confini dell’italiano medio troglodita dell’ultimo banco.

    B – BOLDI, MASSIMO 

    Da Luino (Varese). La testa d’uovo di Colombo: nel cognome(n omen), più volte ricorrente nei suoi personaggi, la vocazione al prototipo (e allo stereotipo) del goffo, inetto e pasticcione cumenda milanese di mezza età. L’ultracorpo comico, grottesco, dirompente, fracassone, generoso – aperto ed esposto all’invasione in ogni orifizio (O’Leary dixit). Incontenibile e incontinente («mi sto cagando addossooo»), almeno negli anni d’oro. La mina vagante che esplode sulla faccia di gomma, nella guizzante linguacciona protesa, tra le squillanti grida e i versi a mitraglietta tachicardica. Sempre in bilico tra il lessico e lo slang dell’industriale lumbard, la mimesi gergale romanesca («e non guardà li mani guarda lì bracci», «na spremuta de sangue!») e l’improvvisata traduzione dei dialetti da tutto il globo (tra il «porca putt!» da boemo di Romenia e lo zulù aeroportuale). Perennemente fuori posto e fuori contesto, come uno sdrucciolevole monsieur Hulot del varesotto sulle scale mobili del cinema bassoventrale. Calamita per ogni catastrofe e calamità naturale a valanga (mitologiche la scena della doccia e la discesa libera col water sulla neve in Vacanze di Natale ’95, tra Oldenburg, John Scatman e Magritte: n’est pas un pirla, al Massimo merda d’artista). Passaporto per ogni zona erogena della gag e cartoonesco passepartout in carne e ossa infilato ovunque, persino nella portiera dell’auto (Merry Christmas, 2001). 

    C – COMPRIMARI 

    Dietro il successo della formula magica, ci sono, anche, i caratteristi azzeccati: ingredienti ben dosati col misurino, uvetta e canditi che aggiungono – ma non sempre – sostanza e sapori alla portata principale. I più nobili: l’austero – ma ipocrita – avvocato Giovanni Covelli di Riccardo Garrone (Vacanze di Natale, 1983), che con una memorabile sentenza si consegna ai posteri levandoci per sempre e a futura memoria il Natale dalle palle («se lo semo levato…»); e il paterno Alberto Sordi, cameriere attempato e crepuscolare di Vacanze di Natale ’91, che fa passare il testimone tra l’eleganza di un passato caciarone ma genuino e il ricco cafonal moderno che “se magna” tutto alle tavole imbandite di un piatto misto di arroganza e cialtroneria. I comici che battono il registro regionalistico: la rutilante cazzimma partenopea di Biagio Izzo, che sfila più volte en travesti dicendo la sua sul gender fluid in anticipo sui tempi, con trucco, parrucco e collant femminili. Il coatto venerabilissimo e torpignattaro Enzo Salvi: alias Er cipolla («mamma mia comme stoo!»), forse l’unico che senza risparmiarsi, con personalità debordante, in un pugno di scene assurte al culto (la lezione su come respingere i fan all’assalto in Bodyguards (2000), i duetti col suocero Cipollino e la sgolatissima caccia a Santa Clauuusss! nei grandi magazzini di Merry Christmas) riesce a rubare la scena ai mattatori principali, insidiando la sacra unità della coppia d’assi verso un triumvirato ufficioso (Boldi – De Sica – Salvi) pienamente riconosciuto dai fan. Quindi le grandi guest star d’oltreoceano: il compianto Luke Perry, idolo da diario teenager, Big Babol adolescenziali e prime maliziose paginette di Cioè (Vacanze ’95); il divo bamboleggiante di Beautiful Ron Moss in Christmas in Love (2004), dove c’è stato persino Danny De Vito, doppio freak di Boldi (non bastasse l’originale…). E poi la statuaria Megan Gale (Vacanze di Natale 2000, 1999) direttamente dalla galassia Omnitel (per chi ne ha memoria), in attillatissima tuta da sci, finita a letto – udite udite – con tal Gianmarco Rocco di Torrepadula (rampollo di nobiltà bolognese scomparso dalle scene dopo l’unico, insuperato zenit artistico). Infine i più dimenticati e dimenticabili: Nino D’angelo, Annamaria Barbera, I Fichi D’India, questi ultimi legati al grande successo televisivo di Zelig, che ricordano tempi dove in Italia si rideva (?) per freddure stitiche come: «Lei ha vinto un soggiorno sul Nilo per due persone!» «Un soggiorno? E come facciamo a portarlo a casa?» Sigh.

    D – DE SICA, CHRISTIAN 

    Da Roma. Figlio d’arte messa da parte a favore della pura comicità. Il mascellone aitante e mascalzone della coppia d’oro formata con l’impiastro ambulante Boldi (sua nemesi fisica e caratteriale). L’altra metà del cielo sopra Cortina. L’insostituibile colonna portante della serie, percorsa fin dalle fondamenta da principe designato (Vacanze di Natale, 1983) e proseguita da Re Mida incontrastato delle feste, dividendo lo scettro di un regno ventennale con Boldi prima e Massimo Ghini poi, fino a una serena abdicazione senza eredi (Vacanze di Natale a Cortina, 2011). Per la causa, mette a punto e perfeziona, con instancabili doti di improvvisatore a schema libero, un personalissimo linguaggio comico fatto di tic e smorfie di una formidabile e mobilissima maschera facciale, unite a una funambolica parlantina schizofrenica, dove la scurrilità più spinta emerge a mezze frasi dietro la finta affettazione di un eloquio forbito e mossette “deligatissime”. Se si fa il folle esperimento di guardare un suo cinepanettone sottotitolato in italiano, si scopre quanto spesso la trascrizione non riesca a “stargli dietro”, non riuscendo a coprire tutta la sottigliezza della sua irrefrenabile verve. Infinito il repertorio – anche canoro, talvolta – di battute, inviti a pijassella anderc…, gag da mandare a memoria, situazioni imbarazzanti – apparentemente senza uscita – da cui riesce a cavarsi fuori con mirabolanti e surreali performance. Ricordiamo la sveltezza nello sfuggire al doppio femminile nell’ascensore di Merry Christmas, o al pianoforte di Natale a New York (2006). A volte ripetitivo e sovente in overacting, ma a suo modo inarrivabile. 

    E – ESTETICA 

    Piatta, dozzinale, becera, televisiva, macchiettistica. La vulgata vuole i cinepanettoni girati in fretta e male, montati alla bell’e meglio, puntando ai sicuri incassi garantiti dai faccioni in locandina. Sarà. Eppure, l’estetica della bassa definizione a ogni livello, l’assenza di uno specifico cinematografico – che pur a volte viene esibito, come nel freezing dell’immagine nel finale di Natale a New York – sono le carte vincenti che continuano a garantire la sopravvivenza e il propagarsi virale delle scene cult, (vedi alla voce INSTANT MOVIE) con la stessa semplicità fruitiva delle gag di Stanlio & Ollio. 

    F – FEMMINILE 

    La rappresentazione svilente, reificata, degradata e degradante della donna-trofeo, come sostengono da sempre i detrattori più acerrimi. La grande pietra dello scandalo – insieme alla volgarità esibita e alla vocazione parolacciara – su cui più hanno insistito polemiche, custodi della morale e discorsi sociali. Rivista oggi, l’innegabile passerella disinvolta di bonazze extralusso e nudità assortite fa quasi sorridere per ingenuità (come fosse una vecchia rivista soft-core dal barbiere), a confronto con la pornificazione imperante dell’era digitale, dell’ipertrofia sex-oriented con cui poser e influencer vari accalappiano gusti e bassi istinti dei follower. Qualche maligno vedrebbe un legame tra il “cattivo seme” della Filmauro – preso in guisa di estensione del pattume della tv commerciale – e la sua volgare, diretta discendenza nei media contemporanei. Opinioni legittime, ma a cui va dato lo stesso credito delle associazioni di mamme che incolpano horror e videogame per la violenza nel sociale… 

    G – GUILTY PLEASURE 

    La forma mentis con cui disporsi alla visione dei cinepanettoni. Per non rischiare di prenderli sul serio. O di prenderli sul serio nel modo sbagliato, come una macchia inaccettabile sulla fedina cinefila. Si può al più goderne nel modo giusto, in leggerezza. Chi non ne ha voglia, semplicemente, si nega un piacere oggi nemmeno più così proibito. 

    H – HARAKIRI 

    Anno 2005: il grande crac, la coppia che scoppia. Nel dopo Natale a Miami, Massimo Boldi rompe il giocattolo Filmauro e tronca di netto – per motivi mai troppo chiariti – il ventennale sodalizio con il partner storico De Sica, all’inseguimento della gloria da solista sotto l’egida di Medusa Film, in una sfilza di asfittiche e indigeste commedie di rimatrimonio che ne appannano vis e tempi comici, aprendo alla fase più stanca e meno ispirata della sua carriera. A conti fatti, un harakiri appunto, parzialmente sconfessato nel 2018 con la celebratissima reunion di pacificazione in Amici come Prima, a cui farà seguito l’odissea spaziale In vacanza su Marte (2020). Come riservato solo alle vere rockstar.

    I – INSTANT MOVIE 

    Il fast-film che si mastica, digerisce ed espelle senza pretese come un hamburger; il dolce già insipido e stopposo la sera di Natale; la pellicola autocombustibile da assorbire assuefatti e imbambolati, dimenticata per sempre una volta finita. Almeno, così ci hanno raccontato. Basta invece farsi un giro su web, social, fansite, meme e gruppi Facebook per rendersi conto che la tribù del cinepanettone è più viva e attiva che mai (qualcuno se ne dispiacerà pure, ma pazienza…). La struttura a clip, il frammento breve, la gag estemporanea e sconclusionata poggiata sul tormentone dell’attore (vedi alla voce T), insomma tutto ciò che si è sempre visto affibbiare il marchio infamante dell’inconsistenza più deperibile, diventa nell’archeologia digitale del clic istantaneo il perfetto format(o) di conservazione e fruizione dei reperti cinepanettonari, per la diffusione – e l’imitazione – del culto tra millennials e tiktokers, nemmeno nati all’uscita del primo Vacanze di Natale. Alla faccia dell’instant movie per famiglie scaduto dopo le feste…

    L – LINGUE STRANIERE 

    Oltre la linguaccia sporgente di Boldi, i rovinosi e biascicati misunderstanding di De Sica, gli innumerevoli casi di lost in translation occorsi al duo nei ripetuti tragitti transnazionali (dall’ansiogena befana tedesca in volo all’italiana in spiaggia a Rio abbordata da De Sica in uno stentato portoghese), c’è una domanda più sottile: è un fenomeno squisitamente italico, il cinepanettone? Se ne discute dall’alba dei tempi. Se è vero che l’uscita natalizia ha sempre mantenuto i crismi dell’immancabile appuntamento nazionalpopolare con i nostri stereotipi linguistici, sul versante produttivo – prima ancora che nelle ambientazioni da tour operator – non va dimenticata la sinergia logistica e organizzativa con enti, film commission e maestranze autoctone dei tanti Paesi battuti in trasferta da Neri Parenti e soci. Con la scelta strategica della destinazione di turno che indirizzava la sceneggiatura e la scrittura delle gag nella writing room (mai il contrario), secondo un iter produttivo consolidato con pochi eguali, che ha fatto le fortune della longevità della serie. Da segnalare la coproduzione internazionale di Natale sul Nilo (2002), distribuito anche in lingua spagnola, al ritmo trainante dei balletti delle Las Ketchup. 

    M – MULTIPLEX 

    L’antro della Bestia. Il luogo deputato ad officiare il rituale natalizio. La caverna di Platone che ipnotizza la platea massificata del greve cinema di consumo, stipata nella bolgia di bibliche code al botteghino: questa la narrazione di benpensanti d’essai e intellighenzie varie, puntualmente mobilitate al rifiuto delle crasse logiche commerciali. Vero solo in parte, vista la sopravvivenza del trash rimediata su altri canali (vedi alla voce INSTANT MOVIE) e il progressivo interesse di nuovi e insospettabili pubblici.

    N – NATALE 

    L’ombelico del mondo narrativo, l’asse portante della cosmogonia Filmauro, il core-business dell’immaginario del cinepanettone. Non solo in funzione strumentale, tra luci, pacchi regalo e alberelli, ma fulcro di una precisa strategia dell’evasione negoziata tra personaggi e spettatori. Lontano dai buoni sentimenti, è il tempo ciclico della rivalsa di classe, della resurrezione orgiastica degli istinti. Il tempo sospeso e provvisorio dell’eterna pochade e della mascherata discinta. Il carnevale fuori stagione dove tutto si scollaccia, i tabù si infrangono, regole e ruoli sociali si invertono e si annullano. Vince “la burla”, lo sberleffo, l’infingimento elevato a sistema. Prima del grigio rientro nella normalità. Aspettando la prossima esotica meta.

    O – OLDOINI, ENRICO 

    Traghettatore della serie, con quattro pellicole tra fine anni ’80 e la caduta della Prima Repubblica, prima dell’intermezzo vanziniano post-Tangentopoli di S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa. (1994), Oldoini ha il merito di affinare il potenziale della coppia comica Boldi-De Sica, forgiandone le prime scintille (già scoppiettanti nello Yuppies (1986) di Vanzina) in un quel canovaccio a orologeria che fungerà da scheletro per l’intera saga: tutto giocato sull’incrocio dei caratteri stridenti, sull’impatto esplosivo e imprevedibile dei due corpi comici (in Vacanze di Natale ’90, la spericolata gara in Ferrari sulle strade di Saint Moritz con successivo faccia a faccia – «da cazzo» – ha quasi il sapore di un’origin story). Oldoini abbandona presto l’unità di luogo del jet-set vacanziero (poi ripreso da Neri Parenti in Vacanze ’95 sulle nevi di Aspen) per allargare il range di personaggi e il registro comico a una serie di quadretti episodici, non sempre riusciti, sugli spettri politici, sociali e di costume (l’AIDS, la corruzione, lo scambismo ecc..) in voga nelle notti mondane e nelle turbolente cronache dei primi anni ’90. Sotto il suo operato, la prima, sovversiva trasformazione di Boldi e De Sica en travesti (in Anni ‘90).

    P – PARENTI, NERI 

    Regista vessato quant’altri mai, lui da par suo mite, sicuro e orgoglioso del suo mestiere di artigiano delle feste, senza complessi d’inferiorità (gustosissimo il racconto di aneddoti e curiosità dai set Filmauro raccolti nel libro Due palle… di Natale. Gli aneddoti e i retroscena dei miei cinepanettoni che non troverete su Wikipedia, Gremese, 2020). Infallibile shooter aziendalista e figura chiave della politique des auteurs cinepanettonara. Dopo l’apprendistato fantozziano, eredita i bozzetti agrodolci di vizi e virtù sociali da Vanzina e Oldoini e prende in consegna le redini della saga. Imprimendovi quella svolta verso la fisicità corporale e scatologica (via Massimo Boldi, in primis), il ritmo slapstick e arruffone, le comiche delle torte in faccia, l’elasticità fumettosa di un mondo-cartoon dove il trash, la commedia e il patinato si prendono a braccetto in grottesca assenza di gravità e di ogni falso pudore della verosimiglianza. C’è ancora chi, pur nell’era delle puntuali filmografie su Wikipedia, crede che molti dei suoi lavori li abbia girati Carlo Vanzina (e viceversa). In quel misto di diffidenza aprioristica e sufficienza distratta che ha sempre accolto l’uscita del prodotto di casa Filmauro. Sotto la sua guida, i più clamorosi successi economici del filone tra fine ’90 e primi 2000 (con l’exploit di Natale sul Nilo, 28 milioni di euro). Ritorna al timone degli appuntamenti natalizi, ma soltanto in streaming, con In vacanza su Marte. Ma i bei tempi sono ormai andati, insieme alle buone idee… 

    Q – QUOZIENTE INTELLETTIVO 

    Il mito, tutt’ora diffuso, dello spettatore-tipo del cinepanettone: decerebrato, poco istruito, di bassa alfabetizzazione generale e cultura cinematografica nulla, destrorso, razzista, sessista, omofobo, e chi più ne ha più ne metta (focus e profili puntualmente messi a verifica nel libro di O’Leary). Da par nostra, sorprende la visione semplicistica con cui si pensa a un soggetto vuoto, a quoziente zero, al quale somministrare immagini trash come in cura Ludovico, ottenendo in risposta bave pavloviane dei tontoloni di massa. C’è in parte del vero, ma è una visione fattasi limitante, per un prodotto ormai pienamente sdoganato in un’audience allargata e consapevole, disposta a divertirsi stando al gioco, ad amare gelosamente in privato ciò che pubblicamente disprezza.

    R- ROMANCE 

    Romanzo d’amor scortese. Un amor fou sui generi(s), quello dei cinepanettoni. In tutte le sue bizzarre declinazioni, segreti, derive, scoppiamenti, parossismi e proliferazioni extraconiugali (il Tri-vellone trigamo di Merry Christmas, per citare l’archetipo), da far invidia alla soap più sfacciatamente irreale: è il doppiofondo narrativo sotto il palcoscenico di recite e facce di bronzo stiracchiate fino al climax, in un girotondo impazzito e inesausto di fedifraghi, scappatelle, incontri ed incroci pericolosi, rivelazioni e fughe nell’armadio e sotto il letto. Dove la potenza del maschio è irrisa e frana ridicolmente sotto i colpi di un femminile non governabile. (vedi alla voce UOMINI)

    S – SCULT e STRACULT 

    (Con doveroso omaggio al fu programma di Marco Giusti e soci, che ci mancherà tantissimo). 

    Dove archiviare il cinepanettone, se non nella fitta sezione del controcanone? Non è questione di palati (per quelli, vedi alla voce G), ma dello storicizzare un fenomeno caratterizzante e duraturo nel giusto contesto, con gli opportuni parametri di riferimento. Inutile sfanculare con snobismo l’innegabile risibilità del cinepanettone, mettendolo a confronto con le grandi commedie e gli autori di rango, a difesa del “buon cinema di qualità”. Ne ha preso atto anche un’istituzione come Paolo Mereghetti, che nelle ultime edizioni del celebre dizionario dedica un’ampia scheda tematica ai cinepanettoni. Non si tratta di rivedere il giudizio, rivalutare, di “cominciare a parlare bene di”, come talvolta si sente dire (ciò che è brutto resta brutto, e il bello, per chi lo apprezza, si difende da solo). Ma di dare rilevanza, la giusta dimensione critica a qualcosa che, piaccia o meno, si è insinuato come sonda invasiva nella sfera intestina(le) degli ultimi trent’anni di cinema italiano. 

    T – TORMENTONI 

    Il sale sulla coda delle gag, la linfa vitale di ogni cinepanettone che si rispetti, il biglietto da visita per conquistare l’eternità nell’immaginario collettivo dell’Italietta, non per forza col turpiloquio d’ordinanza. Il tormentone è la livella, il collante democratico tra i cavalli di battaglia delle prime donne (il «me la ciulano, me la ciulanoo!» di Boldi) e le macchiette di ficcante esattezza antropologica assurte all’Olimpo in un tic d’orologio (l’immortale «Alboreto is nothing» del cumenda in pole position Guido Nicheli in Vacanze di Natale)

    U – UOMINI 

    Che fanno tutt’altro che una bella figura. Ha ragione o esagera, O’Leary, quando oltre il voyeurismo e le tentazioni scopofile sul femminile vede nei cinepanettoni una costante, manifesta crisi del maschio, la congenita inadeguatezza del suo corpo costantemente deriso, umiliato, spernacchiato? In effetti, il tanto vituperato celodurismo machista dei neo-vitelloni delle feste mai davvero trionfa, e quasi sempre s’ammoscia. Tra un Boldi corpo infantile e asessuato, inerme preda delle fosche perversioni della modernità e di umilianti sottomissioni (il face sitting che gli tocca subire dal wrestler Rikishi in Natale a Miami), e un De Sica che spesso penosamente fallisce nella «prestazione turgida e Maiuscola», frustrando il desiderio delle giovani amanti (paradigmatica la decadenza castrata dell’ex “mandrillone di Frascati” di Natale a Miami).

    V – VANZINA, CARLO 

    Il papà dei film dei film delle feste è anche colui che ha sempre rifiutato, con evidente fastidio, l’etichetta “cinepanettone” appiccicata ai suoi film nostalgico-sentimentali. Pur abbracciando l’intera parabola in una personale trilogia tra la fondazione (Vacanze di Natale), il sequel-aggiornamento a cavallo del millennio (Vacanze di Natale 2000, 1999) e la celebrazione testamentaria in disfacimento e fuori tempo massimo (Vacanze di Natale a Cortina (2011), solo sceneggiato e affidato alla regia di Parenti). È in definitiva a lui, e a suo fratello Enrico, che si deve la persistenza dell’immaginario dell’arci-italiano in vacanza ruspante, cinico, superficiale e irresponsabile. Ragion per cui restano ugualmente amati e osteggiati, senza mezze misure. 

    Z – SERIE Z 

    Ovviamente non titolato a sedere nel Grande Cinema di serie A, nemmeno troppo assimilabile a logiche e generi del sottobosco B-movie, il destino del cinepanettone è quello di bypassare l’intero alfabeto di rating, scivolando dritto in zona retrocessione, in serie Z, in fondo alla nostra guida. 

    Come postilla, facciamo dunque chiarezza su un’ultima cosa: più ancora che grottesche radiografie in diretta dell’evoluzione/involuzione dell’Italica stirpe – tasto un pò equivocato su cui battono gli autori stessi, sicuri d’aver descritto l’Italia e gli italiani meglio di un saggio storico – i cinepanettoni sono parodie surreali (ben prima che se ne accorgesse Boris e il suo Natale con la Casta). Non riflettono semplicemente il reale dal filtro comico, ma lo centrifugano e ripensano restituito in un pazzo mondo alternativo e platealmente inverosimile (pur colmo di product placement da scaffale consumista). Stanno al tessuto sociale e ai suoi (arche)tipi come i film di Scary movie stanno alla saga di Scream (1996): gioiosa e consapevole demenza metatestuale. “Senza paura. Senza vergogna. Senza cervello”. 

    Per una scorpacciata di cinepanettoni, su Prime Video sono disponibili Paparazzi (1998), Vacanze di Natale 2000 (1999), Merry Christmas (2001), Natale sul Nilo (2002), Natale a New York (2006), Natale a Beverly Hills (2009) e Vacanze di Natale a Cortina (2011)

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  • A CHRISTMAS CAROL – UN CLASSICO INTRAMONTABILE

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    A Christmas Carol, tratta dall’opera letteraria di Charles Dickens, è una storia diventata un vero e proprio simbolo del periodo natalizio. 

    IL ROMANZO

    Charles Dickens (1820-1870) è uno dei romanzieri più importanti di tutti i tempi. Potremmo dire che i suoi romanzi sono degli evergreen, racconti indubbiamente figli della sua epoca per le tematiche trattate, ma il cui messaggio è sempre attuale. In effetti è proprio questo il bello dei classici, da essi si impara sempre qualcosa di nuovo e ad ogni rilettura si possono trarre nuovi spunti di riflessione. 

    A Christmas Carol è stata pubblicata nel 1843 nella raccolta The Christmas Book. Fu pubblicato in edizione di lusso, con rilegatura rigida di velluto rosso a bordi dorati. L’opera si impose sin da subito come un grande successo: il 24 Dicembre 1843, nonostante fosse in libreria da pochi giorni e avesse un costo elevato, il racconto aveva venduto 6.000 copie, un vero record per l’epoca. 

    Il romanzo racconta la storia di Ebenezer Scrooge, un anziano banchiere perfido e avaro, interessato solo al denaro, che vede il periodo natalizio solamente come una perdita di tempo, un intralcio al suo commercio. La vigilia di Natale fa lavorare il suo impiegato fino a tardi, rifiuta di fare un’offerta per i poveri e per strada risponde sgarbatamente agli auguri che gli vengono rivolti. 

    Riceverà la visita di tre fantasmi che, facendogli ripercorrere la sua esistenza fino a quel momento, il presente e il futuro, lo porteranno a rendersi conto di come ha vissuto fino a quel momento e a cambiare una volta per tutte.

    La critica sociale, sempre centrale nelle opere dell’autore, è presente più che mai. In particolare critica l’atteggiamento della borghesia nei confronti delle persone più povere costrette a lavorare per loro. 

    LE TRASPOSIZIONI

    Le storie di Dickens sono perfette per il piccolo e il grande schermo grazie alla trattazione di temi di denuncia sociale rilevanti ancora oggi e alle descrizioni dettagliate dei suoi personaggi, che dopo aver sofferto tante ingiustizie, com’è successo allo scrittore stesso da bambino, riescono a riscattarsi e a realizzare i loro sogni.

    Il romanzo è stato sin da subito oggetto di trasposizioni. Possiamo pensare ai primi cortometraggi muti britannici come Scrooge, or, Marley’s Ghost (regia di Walter R. Boothrisale, 1901)che, più che ispirarsi dal romanzo di Dickens, si ispira all’opera teatrale Scrooge (di J.C. Buckstone), spettacolo che esordì a Londra con grande successo. È curioso come il regista decise di far terminare con il protagonista che giura in ginocchio al fantasma la sua voglia di cambiamento, tagliando così parte della storia.

    Non possiamo non menzionare una versione radiofonica sull’emittente CBS Campbell Playhouse, che risale al 1939.

    Gli adattamenti variano dalle produzioni italiane come Non è Mai Troppo Tardi (di Filippo Walter Ratti con Paolo Stoppa e Marcello Mastroianni, 1953), ai film musical come La Più Bella Storia di Dickens – Scrooge (di Ronald Neame, 1970) all’animazione come Canto di Natale di Topolino (di Burny Mattinson, 1983). Pensiamo anche al racconto in chiave moderna di S.O.S. Fantasmi (Scrooged, di Richard Donner, con Bill Murray, 1988).

    CANTO DI NATALE DI TOPOLINO (1983)

    Si tratta di un cortometraggio della Walt Disney Company del 1983 che ricalca perfettamente l’anima del romanzo. Cambiano ovviamente i personaggi: qui troviamo Topolino nel ruolo di Bob Cratchit e Paperon de’ Paperoni in quello di Ebenezer Scrooge.

    Il successo fu enorme, tanto da ricevere una candidatura agli Oscar come miglior cortometraggio d’animazione.

    Un corto sicuramente molto diverso dai classici Disney a cui siamo abituati. L’atmosfera è più cupa, il che è ben evidente sin dai titoli di testa, accompagnati da un coro piuttosto malinconico. Man mano che scorrono le scene si notano volti piuttosto riconoscibili dagli amanti della Disney: Paperino nei panni di Fred, i mendicanti poveri che chiedono la carità vengono direttamente dal mondo di Robin Hood e ancora notiamo Nonna Papera, Cip e Ciop, Lady Cocca, il Grillo Parlante, Pluto e tanti altri. 

    A CHRISTMAS CAROL DI ROBERT ZEMECKIS (2009)

    Ad oggi è il lungometraggio più fedele al romanzo per storia e tematiche trattate e sicuramente è classificabile tra quelli di maggiore successo. 

    Si contraddistingue per un’incredibile attenzione ai dettagli e la sua capacità di descrivere in immagini l’atmosfera del Natale. In questa rappresentazione ogni cosa diventa tangibile: dal freddo della città al calore delle case illuminate; si percepisce la sofferenza degli orfani e dei poveri affamati, ma anche l’entusiasmo dei bambini che giocano per strada. Sicuramente indispensabile alla resa del film è stato l’uso della motion capture. Nel cast sono presenti attori di spicco come Jim Carrey, Gary Oldman, Colin Firth e Bob Hoskins che prestano i movimenti per i loro rispettivi ruoli. 

    A CHRISTMAS CAROL – LA MINISERIE DARK FANTASY DI NICK MURPHY

    Uno degli adattamenti più recenti del romanzo è la miniserie di Steven Knight frutto della collaborazione tra FX e BBC. 

    La serie si articola in tre episodi, ciascuno dedicato a uno dei fantasmi del Natale. Si distacca notevolmente dal romanzo, proponendo un prodotto angosciante e cupo ai limiti dell’horror. Tali atmosfere sono rafforzate dai sorprendenti cambiamenti della trama.

    La miniserie non si focalizza solo su Scrooge ma anche sui personaggi secondari, ben caratterizzati e piuttosto diversi dal romanzo. 

    Lo Scrooge portato in scena è probabilmente il più spregevole e responsabile della propria sorte; Bob Cratchit disprezza apertamente Scrooge, non prova compassione per il suo capo; il nipote Fred prova indifferenza nei suoi confronti; Mary Cratchit, moglie di Bob, che nel romanzo è piuttosto marginale, gioca nella serie un ruolo centrale. Sarà proprio quest’ultima responsabile della visita che i tre fantasmi del Natale fanno a Scrooge. 

    Una serie che sicuramente racconta in maniera originale una storia che tutti conosciamo molto bene. Sicuramente una visione più cupa rispetto al romanzo, in cui viene posto l’accento sulla disillusione di Scrooge più che sul suo cambiamento interiore. 

    PERCHÉ PROPRIO A NATALE?

    Il Natale ha sicuramente una funzione significativa nella storia: per l’autore questa festività è un’occasione per guardarci allo specchio e analizzare a fondo sé stessi. Grazie ai fantasmi che lo visitano, Scrooge capisce i suoi errori e passa dall’essere un uomo avaro e insensibile nei confronti degli altri all’essere un uomo generoso e sensibile.

    Charles Dickens non si limita a raccontarci una storia di speranza, dove il protagonista esce dalla sua condizione di miseria morale per ritrovare il senso della vita e della felicità. Dickens non si limita a dirci che possiamo essere felici ma ci spiega anche come fare. 

    Nessun percorso di cambiamento può iniziare senza una presa di conoscenza. La visita del primo fantasma Jacob Marley (il suo socio in affari morto sette anni prima condannato a a trascinarsi dietro pesanti catene come pena da scontare per una vita vissuta sfruttando il prossimo) porta il protagonista a prendere coscienza di quello che sarà il suo destino. 

    Il secondo passo è la compassione per se stessi: grazie allo spirito del passato che mostra un ricordo dei tempi della scuola, nel quale tutti i bambini giocano e lui è rimasto solo all’interno dell’edificio, abituato ad avere i libri come unici compagni di giochi. La compassione per se stessi è fondamentale perché ci permette di capire le nostre sofferenze interiori, di accettarle e di perdonarci per gli errori commessi. È solo da questo momento che possiamo finalmente sentire di meritare davvero il meglio per noi stessi, non perché siamo perfetti ma perché ci vogliamo bene anche con le nostre imperfezioni. 

    Lo spirito del Natale del presente mostra a Scrooge l’importanza della gratitudine. Per essere felici bisogna essere grati per tutto ciò che si ha. Quante volte parliamo del “mai ‘na gioia”? Eppure basterebbe solo guardarci in torno con più attenzione per renderci conto di ricevere già tantissimo dalla vita. 

    Lo spirito del futuro è sicuramente quello che ci spaventa più di tutti. Quando Scrooge lo incontra è già convinto di voler migliorare ma è terrorizzato dall’idea che qualsiasi sua azione potrebbe non essere sufficiente. Dickens sembra proprio volerci dire di non farci bloccare dalla paura del futuro. 

    Alla fine, il messaggio più importante di Dickens è proprio che non importa quale sia la nostra età e quanto gravi siano gli errori da noi commessi: c’è sempre tempo per migliorare. Purché lo si voglia davvero.

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