Author: Frames Cinema

  • BIRDMAN E IL CIGNO NERO – TEATRI DI OSSESSIONI E DELIRI

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    Il cinema si è spesso prestato al racconto e all’analisi del mondo dello spettacolo e in generale del mondo dell’arte e della fama, in cui per arrivare ai vertici sono spesso necessari sacrificio e una dura disciplina, mentre per ritornare nel baratro il più delle volte basta un semplice scivolone.

    Un tema esplorato e sviscerato molte volte, che tuttavia non smette mai di essere interessante, e di portare nuovi spunti di riflessione sul grande schermo. Ascese e cadute, scalate al successo e fallimenti si prestano a rappresentare i temi dell’ossessione e della spasmodica ricerca di attenzioni, così come la metafora del palcoscenico – che da sempre è al centro di numerose teorie sociologiche – consente di toccare una grande gamma di tematiche, da quella della costruzione sociale dell’individuo fino a quella del binomio realtà-finzione e della doppiezza dell’Io. 

    Tra i film che meglio hanno affrontato queste tematiche sono sicuramente da ricordare Il Cigno Nero, film del 2010 diretto da Darren Aronofsky, e Birdman, uscito nelle sale nel 2014 per la regia di Alejandro González Iñárritu. Sebbene le due pellicole siano molto diverse, sia per stile che per quanto riguarda la vicenda narrata, tra le due è possibile individuare diversi parallelismi che si nascondono, neanche a dirlo, tra le quinte di un teatro.

    L’OSSESSIONE E L’AUTOAFFERMAZIONE

    And did you get what you wanted from this life, even so?
    I did.
    And what did you want?
    To call myself beloved, to feel myself beloved on the Earth.

    E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, comunque?
    L’ho fatto.
    E cosa volevi?
    Poter dire a me stesso che sono amato, sentirmi amato qui sulla Terra.
    (Raymond Carver, Late Fragment)

    Un tema che si impone fin da subito il entrambe le pellicole è quello dell’ossessione, della smania frenetica di perfezione in un caso e di apprezzamento e stima nell’altro. 

    Ne Il cigno nero Nina (Natalie Portman) è una giovane ballerina all’inizio di una promettente carriera, ma è piena di insicurezze e ansie. Quando però viene scelta dal direttore della sua compagnia come prima ballerina per interpretare sia il cigno bianco che il cigno nero in una versione rivisitata del Lago dei cigni, la dedizione e la costanza di Nina si trasformano in mania e ossessiva ricerca della perfezione. 

    Allo stesso modo il protagonista di Birdman, Riggan Thomson (Michael Keaton), è ossessionato dal bisogno di ricevere approvazione e riconoscimento per il suo lavoro. Diversamente dal personaggio della Portman, Riggan è una celebrità nota ma ormai nella parabola discendente della sua carriera, un attore che cerca di reinventarsi nel teatro per scrollarsi di dosso il suo personaggio più celebre, il supereroe Birdman, e che è determinato ad appagare il suo ego guadagnando stima come interprete di spessore e non solo come fenomeno da botteghino.

    Nell’ambiente tossico e competitivo che sa essere il mondo dello spettacolo, l’ascesa di Nina e la caduta di Riggan si incontrano a metà in un punto di follia esasperata, di visioni e allucinazioni, di sospetti e relazioni malate. Mentalmente instabili, entrambi vivono nell’attesa della sera della prima dei loro spettacoli, struggendosi per il giudizio altrui ma ancor più distruggendosi per il loro stesso giudizio, per la competizione con gli altri e – soprattutto – con sé stessi. 

    Un ulteriore parallelo, in questo loro percorso di autoaffermazione, è costituito dalle figure tossiche che li circondano. In particolar modo è interessante notare come entrambi i film esplorino il tema del rapporto disfunzionale genitore-figli. Nina vive con una madre soffocante, che ha instaurato con la figlia un rapporto morboso fatto di aspettative esasperate (che dovrebbero compensare un passato personale fallimentare), invidia e opprimente protezione; Riggan invece lavora con sua figlia Sam, ex tossicodipendente, per la quale è stato un padre assente e con cui non riesce ad instaurare un vero dialogo e che mal sopporta il bisogno del padre di ritornare in auge.

    LO SDOPPIAMENTO DELL’IO TRA REALTÀ E FINZIONE

    Per tutta la durata delle vicende, sia Riggan che Nina si trovano a fare i conti con il loro doppio, con la parte più forte e oscura di loro stessi che spesso e volentieri tormenta le loro menti o si impadronisce delle loro azioni. 

    Il doppio di Nina, sensibile e fragile, è un il cigno nero, feroce ed erotico, che rappresenta tutto ciò che Nina non è, tutto ciò che le manca per raggiungere la perfezione sul palco e per riuscire ad affermarsi nella vita. Incarnato inizialmente da Lily, bellissima e sensuale rivale di Nina, il cigno nero è protagonista dei deliri psicotici della protagonista e finirà per prendere il possesso del suo corpo in un inquietante e distruttivo sdoppiamento di personalità. 

    Dall’altra parte, invece, il doppio di Riggan è proprio Birdman, la cupa voce insistente che perseguita l’attore direttamente dal suo passato e che non perde occasione per ricordargli quanto si stia rendendo ridicolo mentre cerca di infilarsi in un ambiente che non gli appartiene e che sembra non volerne sapere niente di lui. Il supereroe è la versione di successo dell’attore, una versione deformata che vuole rappresentare l’ego del personaggio, tutto ciò che era e da cui forse cerca di scappare.

    In entrambi i casi, attore e personaggio finiscono per fondersi e confondersi e la confusione tra realtà e finzione, tra palcoscenico e vita vera è resa ancora più evidente dalla metamorfosi fisica che attende Nina nel suo attimo di raggiungimento della perfezione e che si intravede nel viso sfigurato, quasi a becco di uccello, di Riggan al termine del film.

    Due percorsi inversi –   se vogliamo –  che procedono o retrocedono verso un’autorealizzazione distruttiva, e due personaggi che lottano e implorano per un po’ di amore, per degli applausi a scena aperta e per sconfiggere o forse arrendersi a dei demoni capricciosi e oscuri, che possiedono tutta la vanità di un mondo in cui neanche essere al vertice è mai abbastanza.

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  • RECENSIONE RESPECT – RITRATTO CONVENZIONALE DI UNA DONNA ECCEZIONALE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Era solo questione di tempo prima che anche Aretha Franklin ricevesse il trattamento “biopic musicale” – ritornato in auge negli ultimi anni con film quali Bohemian Rhapsody e Rocketman – che consente di (ri)scoprire un’icona musicale ascoltando una selezione di canzoni storiche, reinterpretate per l’occasione, e allo stesso tempo di studiare la persona dietro l’artista. É proprio questo il filone che segue anche Respect, film finito in development hell per alcuni anni e per il quale è stata coinvolta in fase di pre-produzione anche la stessa Aretha Franklin, prima della sua scomparsa nel 2018.

    Figlia di un pastore battista, Aretha Franklin (Jennifer Hudson) cresce in una casa che vive pienamente il fermento culturale dell’epoca così come le battaglie per i diritti civili degli afroamericani. La casa di famiglia che vanta ospiti illustri come Sam Cooke e Duke Ellington, l’amicizia con Martin Luther King Jr e gli appassionati discorsi del padre C.L. (Forest Whitaker). Il film documenta la vita e la carriera artistica della Regina del Soul, dagli anni ‘50 fino al 1972, anno di uscita dell’album gospel Amazing Grace, uno dei suoi più grandi successi. Una vita travagliata e una carriera musicale impareggiabile che, tuttavia, sono state raccontate nel modo più prevedibile e didascalico possibile.

    Respect è un biopic che segue quasi tutti i passaggi obbligati del genere: formazione, ascesa, caduta, redenzione di una leggenda musicale si susseguono con una prevedibilità che fa tenerezza da quanto è stereotipata. I lati oscuri della protagonista (l’alcolismo, le sue insicurezze) vengono inoltre trattati in modo vacuo, quasi con pudore, senza dar loro il giusto peso. Forse solo il rapporto tormentato con il padre (Forest Whitaker) e con il primo marito Ted White (Marlon Wayans), e il suo faticoso cammino verso la consapevolezza vengono trattati con la giusta gravitas. Il fatto che un film sia basato su una vita vera non dovrebbe impedire di studiare la vicenda con uno sguardo originale o con un certo spessore, cose che qui mancano. La regia di Liesl Tommy (apprezzata regista teatrale e vincitrice di un Tony Award) è buona anche se non molto innovativa, così come il resto del comparto tecnico, dal montaggio alla fotografia: la ricostruzione storica dei tre decenni raccontati nel film è sufficientemente patinata e gradevole ma non degna di nota. Il problema è proprio nella sceneggiatura, competente a livello drammaturgico ma superficiale, che si tira indietro quando dovrebbe al contrario insistere sui temi che suggerisce. Questi difetti strutturali, oltre a far perdere ben presto interesse per delle vicende prive di mordente, schiacciano anche quello che avrebbe potuto essere il maggior pregio del film: l’interpretazione da protagonista di Jennifer Hudson. L’interpretazione infatti è molto buona, e in alcune scene fa trasparire tutto il carisma e la bravura dell’attrice vincitrice del premio Oscar nel 2007, ma si ha costantemente l’impressione che la Hudson avrebbe potuto offrire molto di più, se solo avesse avuto tra le mani un ruolo più consistente,. Occasione mancata anche qui, insomma: un cast di bravi attori cui non è stato dato del materiale all’altezza.

    L’intenzione di offrire un ritratto imparziale della persona prima che dell’artista è evidente, ma Respect finisce con l’essere fin troppo vago e convenzionale. Un biopic che può essere piacevole per scoprire un’icona della musica, ma che in definitiva non rende giustizia alla figura della Regina del Soul.

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  • RECENSIONE BLACK AS NIGHT ED I VAMPIRI DEL GHETTO – AMAZON & BLUMHOUSE

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    Nel mese di Ottobre 2020 Amazon Prime, in collaborazione con la casa di produzione Blumhouse, ha distribuito direttamente in streaming sulla propria piattaforma quattro film, tutti appartenenti a vari sottogeneri dell’horror e parecchio diversi l’uno dall’altro, con lo scopo di presentare il lavoro di Blumhouse a una vasta platea di spettatori. Nasceva così Welcome to the Blumhouse. Visto il successo ottenuto dalle quattro pellicole (Black Box, Emmanuel Osei-Kuffour; The Lie, Veena Sud; Evil Eye, Elan Dassani; Nocturne, Zu Quirke) e nonostante la qualità altalenante delle quattro produzioni, nel mese di Halloween del 2021 gli Amazon Studios sono tornati con altri quattro film, quattro nuove storie dirette da quattro registi diversi, di cui due già presenti sulla piattaforma e due in uscita l’8 Ottobre.

    L’articolo di oggi si sofferma su Black As Night, diretto da Maritte Lee Go ed approdato su Amazon Prime Video l’1 Ottobre.

    CACCIA GROSSA A NEW ORLEANS

    Il film si apre con una ripresa notturna della periferia di New Orleans, mostrandoci un senzatetto venire raggiunto da un gruppo di uomini che, scagliandosi violentemente su di lui, lo fanno a pezzi. Si passa poi ad un racconto diretto di Shawna (Asjha Cooper), la protagonista del film che, dopo la perdita di una persona a lei cara e l’incontro con il branco di vampiri, decide di porre fine alla minaccia dei succhiasangue creando una squadra composta dal suo migliore amico Pedro, dall’interesse amoroso Chris e dalla fan di narrativa gotica Anne Rice Granya.

    Sicuramente non si è di fronte ad un’opera che brilla di originalità in quanto a soggetto (tra tutti balza subito in mente la famosa serie anni ’90 Buffy l’ammazzavampiri  con Sarah Michelle Gellar), ma la base di partenza risulta abbastanza solida e interessante per poterci costruire sopra una storia il cui vero scopo è quello di raccontare una lotta di classe (andando a richiamare un classico dell’horror come il Candyman  di Rose datato 1992), inserendo anche richiami al Black Lives Matter ed addirittura scavando indietro fino allo schiavismo. Il tutto viene proposto in maniera seriosa ma senza risultare troppo pesante, permettendo alla pellicola di mantenere uno stile adatto soprattutto ad un pubblico giovane, verso il quale si rivolge tramite i combattimenti e le numerose battute che i personaggi si scambiano.

    I personaggi risultano abbastanza fumettistici e stereotipati (il belloccio, la tipa tosta, quella che conosce tutte le regole dei mostri…), ma funzionano nell’atmosfera che il film vuole creare e presentano inoltre alcuni spunti interessanti sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. In particolare, attraverso il personaggio di Pedro (interpretato da Fabrizio Guido), la pellicola parla allo spettatore di tematiche legate alla comunità lgbt in maniera semplice e senza risvolti caricaturali.

    I vampiri che i ragazzi si ritrovano ad affrontare condividono tutte le caratteristiche di base dei racconti classici, inserendo però alcune differenze come l’origine della “malattia” e la divisione dei succhiasangue in diverse casate con un’idea di vita decisamente diversa, creando quindi anche una divisione tra vampiri cattivi e meno cattivi. Gli effetti visivi che li caratterizzano sono abbastanza buoni, soprattutto per il trucco facciale e le mani, leggermente sotto tono risulta invece l’effetto “di morte” che si dimostra abbastanza posticcio e distrugge completamente il pathos in alcune scene. Piccola nota di merito per il villain della storia, che il film riesce a tenere nascosto per buona parte della pellicola ma riuscendo comunque a risultare iconico in ogni sequenza a lui dedicata, grazie anche ad una buona prova attoriale e ad un costume estremamente “calzante” al suo ruolo.

    Dal punto di vista tecnico, la pellicola si attesta su un buon livello sia in ambito di regia che di fotografia, senza però eccellere mai. New Orleans viene infatti messa in scena come una città qualsiasi della costa est, risultando esteticamente anonima. Riuscita risulta la colonna sonora, così come anche i costumi, soprattutto nel caso della distinzione dei vampiri con i gradi e le casate.

    CONCLUSIONE

    Con Black as night  Blumhouse e Amazon presentano una storia di caccia ai vampiri che mescola i toni dark dell’horror a quelli più umoristici della commedia. Nonostante a primo impatto possa apparire poco serio ed improntato esclusivamente all’azione, questo film ci parla anche di tematiche importanti come la lotta di classe in America e il razzismo. Se regia e fotografia fanno il loro lavoro, è nella presentazione dei villain della storia che la pellicola da il suo massimo, con costumi creati appositamente per i vari vampiri e con effetti prostetici e trucco più che azzeccati. Una buona commedia horror, dunque, da guardare magari con amici in una visione non troppo impegnata, che riesce comunque ad intrattenere lo spettatore e a trasmettere qualcosa.

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  • 8 ATLETI DIVENTATI ATTORI

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    Il legame tra il mondo del cinema e quello dello sport è un consolidato sodalizio e con il passare del tempo diventa sempre più forte. 

    Sin dall’Ottocento, lo sport iniziò ad attirare l’attenzione dei nascenti mezzi di comunicazione di massa. Fu prima di tutto argomento privilegiato del giornalismo, infatti nel Novecento nacquero i primi quotidiani sportivi e, con il tempo, ottenne uno spazio all’interno dei quotidiani di informazione. 

    Con la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione, lo sport guadagnò uno spazio significativo in televisione, in particolare  grazie alla possibilità di trasmettere eventi in diretta. 

    Per quanto riguarda il cinema, lo sport è sempre stato un’importante fonte d’ispirazione. In effetti, sono sempre più numerosi i film che raccontano le storie di atleti. Uno dei film più famosi è Chariots of fire (H. Hundson, 1981, ita: Momenti di gloria) che racconta la storia di Eric Liddell e Harold Abrahams, due velocisti che parteciparono ai Giochi Olimpici del 1924. Storie di questo tipo continuano ad essere raccontate fino ai giorni nostri, possiamo pensare a The Fighter (D. O. Russell, 2010) e a Tonya (C. Gillespie, 2017). Non è difficile capire i motivi di questa scelta, nello sport ci sono sentimenti, sfide, passioni, lotte personali e di gruppo. Insomma, tutti gli elementi necessari per rendere una storia interessante. 

    Tuttavia, il soggetto che più degli altri ha ottenuto attenzione da parte del cinema sono stati i Giochi Olimpici, anche se solo dopo le Olimpiadi di Berlino del 1936 ci si rese veramente conto di come il cinema potesse offrirne una rappresentazione sincera. Il film che documenta quella Olimpiade fu Olympia (L. Riefenstahl, 1938), film che nel 2005 la rivista Time inserì fra i 100 più belli degli anni Ottanta e che ancora oggi è un punto di riferimento per documentari e film sportivi. 

    Se sono numerosi i film in cui lo sport è protagonista, altrettanto numerose sono le stelle dello sport che sono diventate protagonisti dei film

    Vediamone alcuni!

    Ronda Rousey – Campionessa pluripremiata di judo, fu medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Dopo essersi dedicata anche ad arti marziali miste tra il 2012 e il 2017, nel 2018 ha iniziato la sua carriera nel wrestling professionistico. Ricordiamo la sua interpretazione in film come I Mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014) e Fast&Furious 7 (James Wan, 2015). 

    Carlo Pedersoli (Bud Spencer) – Campione italiano di nuoto con 11 ori ai campionati italiani, segnò la storia del nuoto diventando il primo italiano ad infrangere il muro del minuto nei 100 metri stile libero. Dal 1967 decolla la sua carriera da attore e sceglie come nome d’arte Bud Spencer. In coppia con Terence Hill, il successo dei loro film fu internazionale, ricordiamo Lo chiamavano Trinità (E. B. Clucher ,1970) o …Altrimenti ci arrabbiamo! (Marcello Fondato,1974).

    Johnny Weissmuller – Vincitore di 6 medaglie olimpiche, fu uno dei nuotatori più premiati della storia. Una volta abbandonato l’agonismo si dedicò al cinema, diventando celebre nel ruolo di Tarzan in film come Tarzan l’uomo scimmia (W.S. Van Dyke, 1932) e Il trionfo di Tarzan (W. Thiele, 1943).

    Vinnie Jones – Celebre calciatore britannico dal 1984 al 1998. Già come calciatore si era creato una nomea da “duro”, il che lo rese uno dei giocatori più temuti di tutta la Premier League e il secondo più espulso. La sua carriera da attore iniziò grazie a Guy Ritchie, che incontrò nel 1998, quando la sua carriera sportiva era ormai terminata. Recitò in innumerevoli film, ricordiamo: Codice: Swordfish (Dominic Sena, 2001) o Snatch – Lo strappo (Guy Ritchie, 2000). È stato presente anche in X-Men: Conflitto Finale (Brett Ratner, 2006) dove interpretava Juggernaut. 

    Dwayne Johnson –  Conosciuto anche come The Rock, era uno dei wrestler più famosi della  WWE. Nel 2000 iniziò ad avvicinarsi al mondo del cinema, non abbandonò subito il wrestling ma dal 2014 al 2019 le sue apparizioni divennero sempre più sporadiche. Ha ormai lasciato il nome The Rock, per ritornare a quello anagrafico Dwayne Johnson, col quale sta sempre più spopolando ad Hollywood. Oggi è un noto attore, soprattutto di film d’azione, tra i film ricordiamo : La mummia – Il ritorno (Stephen Sommers, 2001), Southland Tales – Così finisce il mondo (Richard Kelly, 2006) e Snitch – L’infiltrato (Ric Roman Waugh, 2013). 

    Arnold Schwarzenegger – Vincitore di ben 5 titoli di Mister Universo e 7 di Mister Olympia, possiamo affermare che si tratta di uno dei più importanti culturisti del mondo. Proprio grazie al suo fisico è entrato nel mondo del cinema, tutti lo ricordano come Conan Il Barbaro (John Milius, 1982) e in numerosi film d’azione come Commando (Mark L. Lester, 1985), Codice Magnum (John Irvin, 1986) e Danko (Walter Hill, 1988).

    Esther WilliamsCelebre nuotatrice e attrice statunitense. Fu campionessa dei 100m stile libero femminili già a 15 anni, ma non riuscì a partecipare alle Olimpiadi a causa della Seconda guerra mondiale che fece saltare due edizioni consecutive dei Giochi. La sua fama scoppiò con il film La Matadora (Richard Thorpe, 1947), ricordiamo anche La figlia di Nettuno (Edward Buzzell, 1949) e La Ninfa degli Antipodi (Mervyn LeRoy, 1952).


    Jason Lee – Oggi è ricordato come uno dei più grandi e innovativi skateboarder dei primi anni ’90, ma decise di lasciare il mondo dello skateboarding professionista per dedicarsi al cinema. Tra i tanti ruoli ricordiamo quello da protagonista della serie televisiva My Name is Earl (Greg Garcia, 2005-2009), dei film Cose da maschi (Chris Koch, 2003) e Alvin Superstar (Tim Hill, 2007).

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  • RECENSIONE STAR WARS VISIONS – ANTOLOGIA ANIMATA DELLA GALASSIA LONTANA

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    Star Wars: Visions è un progetto dall’interesse molto più alto rispetto alle altre serie animate di Star Wars. Le visioni del titolo sono le prospettive offerte da sette studi d’animazione giapponesi sull’universo creato da George Lucas: nove cortometraggi che esplorano ciascuno storie e personaggi diversi dagli Skywalker o dai Palpatine di turno, uniti solo da alcuni elementi narrativi che condividono con i film.

    Dopo più di quarant’anni di vita del franchise, sembra quasi un cliché ricordare l’enorme e dichiarato debito nei confronti del cinema di Akira Kurosawa, in particolare I Sette Samurai e La Fortezza Nascosta, senza i quali non esisterebbe lo Star Wars che conosciamo. Tuttavia, nonostante l’ispirazione del cinema del Maestro sia cosa ormai nota, sono state anche curiosamente rare le esplicite incursioni del franchise in questo preciso immaginario cinematografico, relegato forse soltanto ad alcuni episodi di The Mandalorian, dato che gli autori di Star Wars hanno preferito ricorrere al più familiare -per gli spettatori occidentali, si intende- genere western. Questa premessa non è per affrontare una complessa questione di generi e influenze che meriterebbe uno spazio più ampio, ma solo per dire che il richiamo al cinema di Kurosawa è più esplicito che mai nel primo episodio, Il duello, che è anche il migliore della stagione. In bianco e nero, con qualche accenno di colore e pure l’effetto pellicola ad aggiungere un fascino vintage, la storia del rōnin che protegge un villaggio dalle prepotenze di una guerriera sith possiede sia il respiro epico di una classica storia di Star Wars che quello di un film di genere jidai-geki.

    Ma questo non vuole dire che l’intera stagione di Visions richiami questo genere fondante del cinema giapponese. Il cortometraggio successivo va in una direzione molto più familiare e rassicurante: se Il duello riveste una storia familiare di un abito nuovo -rispetto al franchise di Star Wars- Rapsodia su Tatooine richiama ambientazioni e personaggi familiari (su tutti Boba Fett, antagonista principale dell’episodio) per una classica storia di riscatto e amicizia. L’episodio ancora successivo, I gemelli è una storia di tradimento e legami di sangue con uno stile iper-dinamico e semplice.

    Questi sono solo i primi dei cortometraggi che compongono la prima stagione di Star Wars: Visions. Nonostante siano concettualmente molto vicini, siamo lontani dal contemporaneo What If…? di casa Marvel Studios: gli episodi di Visions non sono tasselli della storia più ampia della Saga ma, appunto, visioni, suggerimenti creativi di nuove storie, nuovi volti, nuove estetiche. Non a caso, i nove corti sono stati realizzati da sette diversi studi di animazione, per garantire delle visioni più originali e diverse possibili.

    La qualità dei disegni e delle animazioni è sempre ottima, e la varietà di stili è di certo il pregio maggiore di questa stagione, dai personaggi stilizzati di Akakiri e T0-B1 alla ricchezza di dettagli di Lop & Ocho e del già citato Il duello. Per quanto riguarda le storie, invece, la qualità è un po’ più discontinua: nel complesso le storie sono discrete, anche se la durata breve degli episodi gioca forse a svantaggio di alcuni di questi.

    Trascurate del tutto le preoccupazioni circa la -non esistente- canonicità delle storie, la domanda riguarda il metro di giudizio ideale per valutare questa raccolta di cortometraggi all’interno del brand Star Wars. Quali sono i migliori, quelli più fedeli all’estetica della Saga oppure quelli che intraprendono una strada più originale? La risposta non è così semplice e dipende da ciò che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, gusto personale. Dipende cioè in larga parte dalla capacità del singolo, fan di Star Wars o meno, di abbandonare l’aspettativa, creata da decenni di film e serie tv, su ciò che Star Wars dovrebbe o non dovrebbe essere; o, in parole povere, dalla capacità di lasciarsi stupire dalle reinterpretazioni di una storia arcinota.

    Star Wars: Visions è difficile da valutare proprio per l’estrema varietà, nel bene e nel male, dei cortometraggi proposti: ma, anche per la sua natura eccentrica all’interno di un franchise che ha corso numerose volte il rischio di ristagnare in un riciclo di idee trite e situazioni abusate, il giudizio di chi scrive è positivo. È una sperimentazione molto relativa: il marchio Disney è sempre ben presente, e in molti casi l’approccio family-friendly della casa del Topo stride con il respiro epico di alcune storie che avrebbero giovato di una libertà ancora maggiore. Nonostante Star Wars: Visions difficilmente rappresenterà il primo passo per una maggiore creatività nella gestione del brand Star Wars, è comunque una interessante divagazione rispetto alla galassia lontana lontana cui siamo abituati e per una volta è consigliata anche a chi non è già fan della Saga, ma vorrebbe cominciare a comprendere il fascino che esercita su milioni di spettatori in tutto il mondo.

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  • RECENSIONE DRIVE MY CAR – MIGLIOR SCENEGGIATURA CANNES 2021

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    Tra i meriti cinematografici di questo 2021 vi è sicuramente l’aver definitivamente consacrato presso i cinefili di tutto il mondo la figura del giovane regista giapponese Hamaguchi Ryūsuke. Noto in Occidente fin dal 2015, quando il suo fluviale Happy Hour vinse due premi a Locarno, e già in concorso a Cannes nel 2018 con Asako I & II, Hamaguchi quest’anno ha partorito due film che hanno razzolato premi e consensi pressoché unanimi in due tra i più importanti festival del mondo: a febbraio Il gioco del destino e della fantasia ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Berlinale, mentre a luglio proprio Drive my car, il film di cui ci accingiamo a parlare, ha ottenuto il Premio alla Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes. Tratto da due racconti (uno omonimo, l’altro intitolato Shahrazād) contenuti nella raccolta Uomini senza donne del celebre scrittore Murakami Haruki – un testo del quale nel 2018 diede origine al capolavoro Burning – L’amore brucia del coreano Lee Chang-dong –, il film di Hamaguchi è un’ampia (tre ore) e complessa parabola sulla rielaborazione del dolore e sui rapporti tra esseri umani

    La vicenda narrata ruota attorno al dramma personale dell’attore e regista teatrale Kafuku Yūsuke che, ingaggiato per mettere in scena lo Zio Vanja di Čechov, viene affiancato dalla giovane e taciturna autista Watari Misaki, incaricata di accompagnarlo quotidianamente in macchina nel tragitto casa-lavoro. Kafuku, però, è tormentato dai ricordi della defunta moglie Oto e, a poco a poco, instaura con l’autista un rapporto singolare, che aiuterà entrambi a confrontarsi con i propri traumi e le proprie relazioni irrisolte. 

    Con Drive my car, Hamaguchi porta a compimento un percorso di evoluzione tematica e stilistica iniziato con le sue opere precedenti. La predilezione per il dialogo e il grande controllo della messa in scena si accompagnano allo sguardo intimo con cui il regista guarda ai rapporti tra i personaggi e al loro bisogno celato di condividere con gli altri le proprie esistenze e i propri drammi. La comunicazione, nel cinema di Hamaguchi, è sempre apparentemente impossibile, tanto che i personaggi faticano a penetrare la coltre di mistero che li avvolge. Non è un caso che la caratteristica delle opere teatrali messe in scena da Kafuku all’interno del film, sia quella di essere interpretate da attori che parlano lingue differenti, segno di una incomunicabilità che pervade i rapporti umani sul palcoscenico e nella vita. 

    Ma in questo film il desiderio di relazione e la difficoltà di comunicazione non riguardano solo i vivi, ma anche i morti: Kafuku dialoga quotidianamente con la defunta moglie tramite un’audiocassetta, registrata da lei prima di morire, in cui la donna recita Zio Vanja, a eccezione delle battute del protagonista che sono ripetute dal marito. Tramite questo dialogo costante Kafuku ripensa alla donna e ai misteri insoluti del loro rapporto, primo tra tutti un racconto, rimasto privo di finale, che la donna era solita portare avanti oralmente dopo aver fatto l’amore col marito. “Noi sopravvissuti non facciamo altro che pensare ai morti.” dirà a un certo punto la giovane autista Watari Misaki – coetanea della defunta figlia di Kafuku e anch’essa portatrice di traumi irrisolti – alla quale nel corso del film l’uomo si avvicinerà fisicamente (in principio siede sui sedili posteriori, poi accanto a lei e infine, in uno dei momenti di maggior lirismo della pellicola, i due avvicinano le mani, protese fuori dal tettuccio della Saab Turbo rossa, stringendo ognuno una sigaretta bruciante) e spiritualmente: è il dolore del passato ad avvicinare le persone nel presente e a sospingerle verso il futuro. Non a caso i due protagonisti condivideranno un viaggio esistenziale sull’innevata isola di Hokkaidō, patria di Misaki: un pellegrinaggio alle origini della sofferenza per lei e il desiderio di partecipare a quel dolore per lui. Drive my car è dunque un road movie in cui la vera destinazione da raggiungere è il proprio cuore, unico luogo in cui – grazie anche alla compartecipazione del trauma – è possibile provare a fare i conti con i misteri del passato e trovare la pace. Non a caso Takatsuki, il giovane attore ex amante della moglie di Kafuku, dirà lui che “per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo, andiamo incontro solo a sofferenza. Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì.” 

    Hamaguchi fa dunque un film sul travaglio della rielaborazione dei fantasmi del passato (non è casuale, in tal senso, la scelta di spostare, rispetto al racconto di Murakami, l’ambientazione della vicenda da Tokyo a Hiroshima) e le battute finali dello Zio Vanja – che invitano ad affrontare le prove del destino e, nonostante tutto, ad andare avanti, a vivere e a credere nella possibilità di una requie finale – suonano (strano a dirsi, visto che sono espresse a gesti da un’attrice muta) come il perfetto complemento a Drive my car: un testo filmico di straordinaria densità semiotica e semantica, emotivamente e intellettualmente travolgente, da vedere e rivedere

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  • RECENSIONE 007 NO TIME TO DIE

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    Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” 

    Scriveva così Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, e probabilmente non esiste concetto migliore per valutare questo No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga storicamente più importante del cinema di intrattenimento, così come non vi è maniera più calzante per inquadrare questa pellicola all’interno della pentalogia targata Daniel Craig. 

    Lo 007 di Fukunaga (primo regista americano a dirigere un Bond-Movie), infatti, rompe alcuni dei canoni portanti nell’iconografia filmica della spia più famosa del grande schermo, riuscendo a creare un prodotto atipico, ma che nella sua diversità si rivela essere una degna e soddisfacente conclusione del percorso iniziato nel 2006 con Casino Royale. 

    Il primo punto di distacco tra questo film e gli altri dell’era Craig è, senza dubbio, l’incipit. In tutti i quattro capitoli precedenti, infatti, lo spettatore veniva catapultato nel bel mezzo di una missione sconosciuta, con sequenze più o meno action a seconda della pellicola, ma pur sempre mettendo in scena un Bond in servizio sul campo. Fukunaga decide, al contrario, di abbandonare l’inizio in medias res e di aprire questo No Time to Die con un lungo flashback dal sapore vagamente horrorifico, lento nel ritmo e glaciale nella fotografia e nella regia, regalando fin da subito una delle migliori sequenze del film.

    Nonostante ciò, il classico inseguimento bondiano d’apertura arriva (anche abbastanza inaspettatamente) e funziona molto bene, complice una Matera che non sfigura in confronto all’Istanbul di Skyfall e alla Città del Messico di Spectre, ma anche grazie a un importante peso tematico-narrativo che questa sequenza porta con sé.

    Un altro pilastro che viene abbattuto da Fukunaga e dagli sceneggiatori è la figura della Bond-Girl. Se dal trailer e dalle immagini promozioni sembrava chiaro che questo ruolo sarebbe stato ricoperto da Ana de Armas,  il film prende poi sorprendentemente una piega diversa, relegando il personaggio della giovane attrice cubana a una manciata di minuti di screentime, e segnando, di fatto, la totale assenza di una Bond-Girl degna di questo nome. Nonostante questa scelta sia narrativamente e tematicamente giustificata, resta l’amaro in bocca per un personaggio che aveva il carisma e il physique du role giusto per funzionare molto bene all’interno della pellicola, soprattutto grazie alla sua interprete, bravissima a bucare lo schermo in quelle poche scene in cui è presente, in un ruolo non semplice, in equilibrio tra il sensuale, l’action e il comico. 

    A fare da contraltare femminile alla più classica figura della donna bondiana, vi è la scelta di inserire una “nuova” 007, ovvero un’agente che, dopo il ritiro a vita privata di James, prende il suo posto nei servizi segreti, ricevendo anche lo stesso numero del suo predecessore. Questo personaggio, purtroppo, non si cala mai perfettamente nella parte, complice anche una scrittura non sempre eccelsa, rivelando un arco narrativo telefonato e a tratti forzato. Leggendo questa decisione in un’ottica di reinterpretazione moderna della figura femminile, sarebbe stato forse più opportuno dare maggiore spessore alla classica Bond-Girl (come fu per la Vesper Lynd di Eva Green), evitando di creare un personaggio decisamente troppo action, che spesso finisce per pestare i piedi al vero 007 nelle scene più dinamiche. 

    Per quanto riguarda la figura del protagonista in sé, Fukunaga continua nel solco introspettivo tracciato prima da Campbell con Casino Royale e poi soprattutto da Sam Mendes con Skyfall. In questo senso si può affermare tranquillamente che l’intero film ruoti intorno all’emotività e al turbamento interiore di Bond, qui come mai prima alle prese con fantasmi e volti che tornano dal passato, tradimenti, redenzioni e responsabilità, forse, inedite nella storia del personaggio.

    Parlando dell’ovvio, la prova attoriale di Craig è estremamente convincente nel dipingere uno 007 vulnerabile, umano, sofferente e tormentato, regalando quella che a mente fredda potrebbe diventare l’interpretazione più matura vista in un Bond-Movie e che, al netto dei quattro film precedenti, apre nuovamente (e forse chiude) la questione su chi sia effettivamente il miglior James Bond visto sul grande schermo.

    Nonostante, come già ampiamente discusso, alcuni grandi canoni vengano abbattuti, altri rimangono ben saldi e anzi diventano punti di forza. Bellissime e funzionali le location internazionali, su tutte la già citata Matera e la Norvegia, così come funzionale e convincente è il classico British Humor bondiano, che qui spezza in modo sapiente il tono generalmente serio della pellicola, senza risultare mai fuori posto. 

    Ultimo, ma non meno importante, è l’utilizzo di gadget tecnologici, elemento tipico della saga, che funziona molto bene in questo film e che ha anche la funzione di dividere visivamente il “vecchio” 007 dal nuovo mondo contemporaneo, così distante dall’immaginario da Guerra Fredda legato al personaggio (un esempio molto interessante è l’Aston Martin modernissima guidata dalla nuova 007, confrontata con la leggendaria Aston Martin guidata da Craig).

    Analizzando l’aspetto tecnico della pellicola, Fukunaga applica una regia pulita ed elegante quando necessario, con movimenti di macchina intelligenti ed ispirati, concedendosi qualche guizzo molto interessante (la prima scena di irruzione dei soldati Spectre dopo i titoli di testa è una vera chicca), ma riuscendo allo stesso tempo a dirigere scene d’azione in modo chiaro e preciso, utilizzando spesso piani sequenza perfetti, che non risultano mai mero sfoggio virtuosistico, ma restano sempre funzionali alla narrazione.

    Menzione d’onore per un reparto fotografico sugli scudi, forse il migliore dell’era Craig e per un comparto tecnico comunque di ottimo livello, su tutti montaggio e colonna sonora davvero notevoli

    Il film, infatti, vive di atmosfere molto cupe e molto ben gestite: si passa da combattimenti urbani illuminati al neon a La Havana, fino a sequenze in una nebbiosa foresta norvegese dal gusto quasi alla Jurassic Park, mantenendo costantemente un’attenzione al dettaglio sinceramente sopra la media. 

    Prima di parlare dei lati negativi che, seppur pochi, sono presenti, va riconosciuto a Fukunaga e agli sceneggiatori di essere riusciti a chiudere tematicamente la pentalogia in maniera ottima, dando ancora più importanza al Bond-Uomo e al carattere introspettivo di questo reboot, concludendo in modo molto convincente tutti gli archi narrativi aperti nei precedenti film e utilizzando personaggi del passato senza risultare mai banale.

    Il neo più importante di questo venticinquesimo capitolo della saga resta la gestione del villain.

    No Time to Die, purtroppo, inciampa nello stesso punto in cui era inciampato Spectre, facendo forse anche peggio del suo predecessore: il personaggio di Rami Malek (così come fu per Christoph Walz)  diventa, infatti, davvero significativo ai fini della trama solo dopo una buona metà del film. Se in Spectre, però, l’ombra di Blofeld si insinuava sulla scena anche (e soprattutto) in sua assenza, in questo film regna un po’ di confusione sull’identificazione del nemico di Bond per tutta la prima parte, con due o tre personaggi a contendersi la poltrona. 

    Facendo un bilancio, No Time to Die si rivela essere un ottimo film che, forse, non arriva ai livelli altissimi di Skyfall e del quale subirà sicuramente il paragone, ma nonostante questo rimane un’opera molto interessante e visivamente eccellente, una chiusura sensata ed emozionante a una storia gestita con grande maestria nel corso di questi ultimi cinque film dell’era Craig, in attesa di un nuovo inizio, di nuovi Vodka Martini agitati e non mescolati e soprattutto di un nuovo 007, pronto a raccogliere lo scettro che dal 1962 passa di mano in mano, per ricordare al mondo che il nome è Bond, James Bond.

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  • 5 DOCUMENTARI SU 5 FOTOGRAFI

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    Il potere di un’immagine affascina l’uomo sin dall’antichità, partendo dalle prime pitture rupestri passando per gli innumerevoli stili e rivoluzioni come l’impressionismo e il cubismo, fino ad arrivare ai giorni nostri con l’invenzione della fotografia. Quest’ultimo il mezzo di comunicazione più utilizzato al mondo, quello più immediato e universale. Tutti, oggi, siamo fotografi.

    Negli ultimi due secoli si sono distinti diversi Fotografi che per la loro vita, il loro stile, le loro immagini, hanno lasciato una traccia indelebile nella storia contemporanea. Ecco 5 film dedicati ai fotografi che vi consigliamo di guardare:

    1 –  Finding Vivian Maier

    Finding Vivan Maier parla del ritrovamento di circa 100.000 negativi all’interno di alcune scatole acquistate da un collezionista per 400$ durante un’asta a Chicago. Quel che nessuno poteva sapere, è che sarebbe venuta alla luce una delle fotografe più prolifiche e talentuose del ‘900 rimasta completamente sconosciuta al mondo. Il racconto spazia dalla Francia agli Stati Uniti ricostruendo la sua vita attraverso viaggi e interviste, documentando il riconoscimento postumo del suo talento grazie all’ottimo lavoro dei filmmaker John Maloof e Charlie Siskel.

    Disponibile in streaming su Google Play, Apple TV e Chili.

    2 – Il Sale della Terra

    «Un fotografo è letteralmente qualcuno che disegna con la luce. Un uomo che descrive e ridisegna il mondo con luci e ombre.»

    Il Sale della Terra è uno di quei film che va visto indipendentemente dall’amore o interesse per la fotografia; racconta alcuni dei fatti più importanti e drammatici del secolo scorso attraverso gli scatti in bianco e nero del fotografo Sebastião Salgado, foto che hanno la forza di rimanere impressi negli occhi dell’osservatore per molto tempo dopo la visione del film. Prodotto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Figlio di Sebastiao) nel 2014, l’opera segue Salgado in giro per il mondo durante la realizzazione del suo ultimo progetto fotografico “Genesis” e racchiude in sé il testamento spirituale di una carriera lunghissima, di giorni, mesi e anni (40 per l’esattezza) vissuti come “Testimone della condizione umana”.

    Disponibile in streaming su Google Play, Apple TV, Chili, Rakuten TV e Prime Video.

    3 – Annie Leibovitz: Life Through a Lens

    Annie Leibovitz ha fotografato intere generazioni di artisti, politici, musicisti, attori e scrittori con un talento smisurato e una capacità di invenzione e innovazione fuori dal comune. I suoi scatti sono tra i più iconici della storia della fotografia e della cultura popolare degli ultimi 30 anni, grazie alla capacità di raccontare il mondo e i suoi protagonisti. Il documentario, girato nel 2006, ripercorre la carriera della fotografa partendo dalle prime foto scattate nelle Filippine durante la Guerra del Vietnam e della sua collaborazione decennale con Rolling Stones. Il film è realizzato dalla sorella minore Barbara e permette di conoscere meglio la storia e la personalità di questa incredibile artista che non ha mai rivelato molto di sé al mondo, portandoci nella sua sfera più intima ed emozionale.

    Disponibile in streaming su Knowledge.ca e Apple TV.

    Obiettivo Annie Leibovitz DVD + Libro

    4 – War Photographer

    War Photographer è un documentario di Christian Frei sul fotografo James Nachtwey. Non è semplice parlare di giornalismo quando ci sono di mezzo i conflitti ed è ancora più difficile esprimere le emozioni e il livello di coinvolgimento di un Fotoreporter in zona di guerra. Il film mostra il modo di lavorare di uno dei più importanti Fotoreporter della storia mettendo enfasi sullo stabilire un rapporto con il soggetto al di là delle barriere linguistiche e culturali. Molti fatti vengono raccontati in prima persona grazie all’installazione di una piccola telecamera sulle fotocamere utilizzate da Nachtwey e attraverso le immagini riprese in luoghi come il Kosovo, Indonesia, Stati uniti e Sudafrica, vengono affrontati i più importanti temi appartenenti al giornalismo di guerra.

    5 – Hondros

    Hondros parla del Fotografo Chris Hondros sempre presente in prima linea per immortalare i conflitti mondiali e rimasto ucciso in un bombardamento in Libia nell’Aprile del 2011. Il film è stato scritto e prodotto da Greg Campbell, suo amico e collega, e presenta una testimonianza diretta sulla vita e carriera dell’acclamato fotografo statunitense. Viene ripercorso l’inizio della sua carriera e i suoi più importanti lavori in giro per il mondo, offrendo un punto di vista sui drammi e i sogni delle popolazioni coinvolte, e la voglia di aiutare attraverso il potere delle immagini.

    Disponibile in streaming su Netflix.

    Consigliamo il libro “Testament: Chris Hondros” che racchiude tutti i suoi più importanti scatti.

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  • RECENSIONE IL BUCO – DISCESA NEL CUORE DELLA TERRA

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    Torna dopo undici anni lontano dal grande schermo Michelangelo Frammartino, regista milanese di origini calabresi autore di Le quattro volte. Un ritorno degno di essere presentato nel concorso principale della 78a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e capace di portare a casa il Premio Speciale della Giuria, conquistando il gruppo di giurati capitanati da Bong John-Ho.

    Di tutto si può dire della nuova opera di Frammartino, tranne che non sia un prodotto indubbiamente originale e coraggioso. Nell’agosto del 1961, i giovani membri del Gruppo Speleologico Piemontese, già esploratori di tutte le cavità del Nord Italia, cambiano rotta e puntano al Sud, nel desiderio di esplorare altre grotte sconosciute all’uomo, immergendosi nel sottosuolo di un Meridione che tutti stanno abbandonando. Qui, nel Pollino, in Calabria, questi giovanissimi speleologi, calandosi nel buio della terra, scopriranno una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso di Bifurto. Il buco narra la storia della loro straordinaria impresa.

    Frammartino, coadiuvato dal talento di Renato Berta alla fotografia, Giliano Carli al montaggio e Simone Paolo Oliveri al sonoro (tutti doverosamente da citare), crea un cinema esperienziale e contemplativo di rara bellezza caratterizzato da un lento incedere, ammaliandoci immediatamente con inquadrature paradisiache di tramonti ispirati alle opere del pittore Turner e catturando i suoni della natura del Pollino e dei suoi abitanti, mostrati con un piglio documentaristico e una sensibilità che ricorda Robert Bresson. Il lavoro sul sonoro effettuato da Oliveri è particolarmente emblematico, capace di catapultarci nei luoghi mostrati catturandone i rumori, ma trascurando le parole degli uomini, che non hanno significato e si perdono nell’ambiente circostante, creando una colonna sonora direttamente con la natura e privando il film di ogni altra musica. Frammartino mostra l’impresa degli speleologi con campi lunghi e lenti movimenti di macchina che esaltano la discesa verso il basso, sfruttando una grande profondità di campo. Tuttavia la vera forza della pellicola sta nel non essere pura estetica o solo mero esercizio di stile.

    Il regista costruisce infatti un discorso aperto a più interpretazioni e riconducibile volendo all’eterno confronto tra uomo e natura, attraverso la figura emblematica del pastore. Egli è il primo personaggio presentato durante il film, un uomo che parla solo il linguaggio degli animali, un custode che osserva ogni giorno l’accesso all’Abisso di Bifurto, portale di accesso alla Terra e rappresentazione della purezza della sua natura interiore. Dal suo punto di osservazione uomini e mucche si confondono alla vista e all’udito, in un crogiolo di sensazioni indefinito.

    Questo finché non inizia la discesa. Gli speleologi, rappresentazione involontaria del Nord industrializzato, sottolineato dalla trasmissione televisiva che riporta la costruzione avveniristica del grattacielo Pirelli di Milano a cui assiste un paesino del Pollino a inizio pellicola, entrano nell’Abisso, portale di accesso alla Terra più pura, comportando un malessere fisico nel pastore. Questa relazione a distanza, realizzata splendidamente dal montaggio parallelo di Giliano Carli, si evolve e porta a un finale quasi trascendente per il pastore, che si unisce definitivamente a ciò che custodisce, a dimostrazione di come il luogo più puro sulla Terra, nonostante le apparenze, non possa essere davvero violato dall’uomo. Concetti non nuovi, ma messi in scena con un’eleganza e un soggetto talmente particolare da non poter lasciare indifferenti.

    Grazie al lavoro di tutti i membri della crew di questa pellicola, di cui possiamo solo immaginare le numerose difficoltà realizzative a causa dei luoghi inospitali in cui è stata girata (i fonici si sono a tutti gli effetti improvvisati speleologi), Frammartino crea un film unico, a suo modo innovativo, scarno nella narrazione, ma potente nelle immagini e nella messa in scena. Da vedere necessariamente al cinema.

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  • RECENSIONE ESCAPE ROOM 2

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    Quando Takao Katoe iniziò nel 2008 a riempire bar di indovinelli e indizi e a sfidare le persone a risolvere gli enigmi e a fuggire, sicuramente non si sarebbe mai immaginato del successo che questo suo “gioco” avrebbe avuto, tanto da arrivare prima in America e successivamente anche in Europa, diventando un vero e proprio fenomeno mondiale. Un fenomeno talmente diffuso che anche il mondo del cinema decise di attingerne a piene mani, con la prima iterazione datata 2017 e dal nome (non molto fantasioso) 

    Escape Room. Si trattava di una produzione abbastanza piccola, che centrava l’obiettivo nella prima parte della pellicola per poi perdersi verso il finale a causa del tentativo di inserire elementi horror che risultavano però troppo fuori luogo e che finirono per rovinare completamente l’ottima atmosfera creata dalla pellicola.

    Dopo due anni, Original Film e Warner Bros hanno deciso di proporre la loro versione di un escape room, in cui inserire stanze super esagerate ma bellissime da vedere, creando quell’effetto di intrattenimento che mancava alla pellicola del 2017 (con cui, per onor di cronaca, affermiamo non esserci nessun collegamento). Forte anche di un cast, magari non perfetto, ma sicuramente funzionale, e di una buona scrittura della storia, la pellicola riuscì a riscuotere un buon successo, tanto da portare alla produzione di un sequel che, dopo numerosi rinvii causa Covid-19, ha finalmente raggiunto le sale in questo Settembre 2021.

    P.S. L’articolo contiene spoiler sulla prima pellicola, in particolare sul finale, mentre è completamente spoiler free riguardo al secondo capitolo qui recensito.

    MORE OF THE SAME

    Il film si apre con un’ottima (anche se didascalica) sequenza di riassunto delle vicende viste nel primo capitolo, utile a rinfrescare la memoria a chi il film l’aveva visto ma anche per coloro i quali si sono recati in sala senza averlo recuperato. Un’ottima idea.

    La storia riprende poi da dove l’avevamo lasciata. Zoey (Taylor Russell) sta cercando di affrontare i traumi lasciati dall’escape room, ma senza dimenticare il suo vero obiettivo: distruggere Minos e impedire la creazione di altri giochi. Risolto un ulteriore enigma, decide quindi di partire assieme a Ben (Logan Miller) per New York e cercare le coordinate di una sede della Minos. Ovviamente il piano non va come sperato, e i due ragazzi si ritrovano bloccati all’interno di una nuova escape room, questa volta assieme a un gruppo di persone tutte accomunate dal fatto di essere le uniche sopravvissute a un gioco della Minos Corporation.

    La premessa funziona. Tutta la prima parte in cui il film mostra come i due ragazzi stiano facendo i conti con i traumi lasciati dall’esperienza passata è ottimamente resa a schermo, e la loro piccola indagine funziona. Nel momento in cui, però, si forma il nuovo gruppo e riprende il gioco, la pellicola diventa un vero e proprio more of the same, una riproposizione di quello che era già stato mostrato nel primo capitolo. Le stanze non sono le stesse, ovviamente, e si nota anche la cura nella loro creazione, con indizi, enigmi e sfide che (seppur estremamente sopra le righe) funzionano, senza far mai incappare lo spettatore nel pensiero “questa cosa però poteva essere risolta molto più facilmente”. A livello di ritmo e proseguimento delle vicende si sente invece la pesantezza di una struttura già vista e che lo spettatore, di conseguenza, conosce già, portandolo ad indovinare dove la storia andrà a parare già prima della metà della pellicola. Questo vale non solo per uno spettatore più “esperto” che, dopo la visione di decine di film del genere, si approccia a questa pellicola, ma vale anche per uno spettatore più “casual” e ciò non perché lo svolgimento sia banale in sé, ma poiché è lo stesso del primo film.

    Raggiunta la fine del gioco (esattamente come nel primo capitolo) la pellicola presenta un plot twist che, nonostante sia abbastanza telefonato, risulta comunque apprezzabile, soprattutto nel mostrare i “retroscena” delle varie escape room e di come Minos lavori per crearle. Se questo funziona, diversamente invece bisogna purtroppo dire del finale, che risulta banale e volto a creare un effetto sorpresa che lo spettatore aveva però intuito già da parecchio.

    Preso come film di puro intrattenimento, la pellicola funziona. E’ molto divertente e riesce comunque a creare una costante ansia durante tutte le stanze. Buona anche la scelta degli attori, che si ritrovano però ad interpretare personaggi che non riescono mai a spiccare, soprattutto a causa di una scrittura che sembra quasi abbozzata. Buona la regia, che in questo secondo capitolo si cimenta in interessanti movimenti di macchina con l’obiettivo di rendere le scene ancora più adrenaliniche, incappando però qualche volta nel rischio di rendere il tutto meno chiaro, e buona anche la fotografia, che riesce a donare vita alle stanze e ai giochi creati da Minos.

    CONCLUSIONI

    Con Escape Room 2 arriva al cinema un vero e proprio more of the same, che propone tutto ciò che nel primo aveva funzionato e lo fa bene. Peccato per una scrittura abbastanza banale delle vicende e dei personaggi, che risultano piatti e di cui lo spettatore dimentica subito dopo la loro dipartita. Anche il finale risulta banalotto e telefonato, lasciando soltanto la speranza che, in caso anche questa seconda pellicola abbia il successo ottenuto dalla prima, in un terzo capitolo puntino a una ventata d’aria fresca.

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