Author: Frames Cinema

  • WLADYSLAW SZPILMAN (IL PIANISTA): IL DRAMMA DI UN POPOLO

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    Questo articolo contiene spoiler sul film Il Pianista (2002) di Roman Polanski.

    “E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce:

     «Elì, Elì, lamà sabactàni?», 

    cioè: «Dio mio, Dio mio,

    perché mi hai abbandonato?»”

    Mt 27-46

    La Shoah è, senza dubbio, uno degli eventi più drammatici e disumani della Storia, sul quale sono stati realizzati un’infinità di film al fine di mantenere viva la memoria di questo orrore, nella speranza che ciò non si ripeta mai più.  Tra tutte le opere realizzate, esistono pellicole meravigliose che, però, sfociano in un linguaggio eccessivamente retorico, come può essere Schindler’s List ad esempio, e pellicole che sono semplicemente vere e crude come Il Pianista.

    L’opera di Polanski è un film che è impossibile definire bello, ma è qualcosa che può essere considerato assolutamente necessario. Wladyslaw Szpilman è un pianista ebreo estremamente famoso e talentuoso della Varsavia degli anni ‘30 . Attraverso il suo vissuto personale il regista ci mette di fronte alla disgrazia e alla distruzione di un popolo intero, passando dalla primissima istituzione del ghetto nel ‘39 fino alla liberazione della Polonia da parte dell’Armata Rossa nel ‘45.

    La storia di Wladyslaw, infatti, è una storia di perdita, di fame, di freddo e di disperazione totale. Fin dalle primissime scene in cui la famiglia Szpilman riceve via via le notizie di tutte le varie restrizioni a cui saranno sottoposti gli ebrei, lo spettatore è quasi costretto a vivere la confusione e la rabbia dei personaggi e questo fortissimo senso di totale immersione emotiva nella vicenda sarà una costante per tutta la durata della pellicola.

    Il vero Wladyslaw Szpilman

    Il sentimento di smarrimento provato da Wladyslaw è lacerante. Egli cerca infatti di adattarsi alla vita del ghetto: vende il suo pianoforte per una cifra irrisoria, lavora suonando in un ristorante per ricchi borghesi che lo umiliano e vive ogni giorno non sapendo se la sua famiglia avrà cibo per poter mangiare. In questa prima parte di film è evidente come il protagonista, così come la maggior parte della popolazione ebraica, consideri la ghettizzazione come la misura massima che verrà presa contro di loro, pensando quindi che, per quanto questa condizione possa essere grave, sia solo una situazione temporanea. Questo sentimento di sommessa rassegnazione alla  miseria del ghetto, nella speranza di un futuro migliore, viene però progressivamente distrutto dalla crescente violenza dei Nazisti e  il mondo di Wladyslaw diventa  così un incubo di terrore e incertezza, in cui la morte può colpire in qualsiasi momento.

    Oltre a ciò, un altro sentimento che caratterizza il personaggio è il totale e straziante senso di impotenza di fronte agli eventi. Con il passare del tempo, infatti, iniziano i primi rastrellamenti nel ghetto e Wladyslaw riesce a ottenere un permesso di lavoro per sé e per la propria famiglia, convinto che ciò li terrà al sicuro dalla deportazione. Quando, però, i tedeschi fanno irruzione nella baracca in cui vivono gli Szpilman la disperazione del protagonista esplode e, vedendosi portare via insieme ai suoi cari, chiede ai genitori di perdonarlo per non essere stato in grado di salvarli, colpevolizzando sé stesso per non essere riuscito a fare di più.

    Leggendo  la storia del Pianista come la rappresentazione di un popolo attraverso un solo individuo è importante notare come il protagonista, lungo tutta la pellicola, provi un costante senso di vergogna. Le scene, ad esempio in cui, dilaniato dalla fame, si trova a chiedere del pane a chi lo ospita o in cui si scusa per essere sporco rincontrando una vecchia amica, sono permeate da una profonda sensazione di disagio provata da Wladyslaw. Ciò è evidente risultato della distruzione, perpetuata dai nazisti contro gli ebrei, di qualsiasi tipo di dignità umana. Essendo il protagonista costretto in condizioni mostruose e subendo questo meccanismo di spersonalizzazione, non riesce quasi nemmeno più a percepirsi come un essere umano di fronte ad altri esseri umani, vergognandosi della sua presunta inferiorità.

    La disperazione vissuta da Szpilman dopo aver perso la sua famiglia, la sua casa, la sua città, è totale. In questo inferno di morte e distruzione, però, è presente ancora una speranza a cui aggrapparsi: la Musica. Essa rappresenta per Wladyslaw l’unica luce in un mondo che gli ha tolto tutto. Le uniche scene, infatti, in cui vediamo il protagonista estraniarsi da tutto l’orrore che lo circonda è quando viene suonata della musica. Emblematica in questo senso è la sequenza in cui, dopo essere finalmente riuscito a scappare dal ghetto e aver trovato un appartamento dove nascondersi, si siede al pianoforte e finge di suonare, per evitare di essere scoperto,  vivendo questo gesto come una liberazione, un momento di pace in una guerra terribile.

    Un dettaglio estremamente importante sono le dita del Pianista che, nei momenti di maggiore disperazione, si muovono quasi impercettibilmente come se stessero suonando, come per forzare il protagonista stesso a ricordare chi era, come per obbligarlo a non dimenticare la propria dignità umana e a resistere, attraverso la memoria, alla violenza.

    L’arte in questa pellicola diventa, quindi, simbolo universale di umanità. In una delle scene finali Wladyslaw viene trovato in una casa da un ufficiale tedesco che, dopo aver scoperto la professione del protagonista, per schernirlo lo obbliga a suonare per lui.

    In questa sequenza (che è di una potenza emotiva disarmante) Szpilman, sapendo che probabilmente verrà ucciso, suona una ballata di Chopin rendendola una sorta di canto di dolore liberatorio, un urlo di disperazione trattenuto fino a quel momento ed espresso finalmente sotto forma di note.

    Il miracolo dell’arte accade proprio in questo momento: il nazista comprende che la persona davanti a sé è un individuo tale e quale a lui e non una bestia come la sua dottrina insegna. Attraverso la Musica avviene una comunione umana che non ha bisogno di parole, nella quale il carnefice stesso si scopre fratello della vittima e riconoscendo ciò non può che provare pietà e salvarla.

    Il personaggio di Wladyslaw Szpilman, quindi, colpisce e resta impresso indelebilmente nella memoria dello spettatore per la sua capacità di essere una figura universale che rappresenta la pagina più dolorosa della storia di un popolo, ma mettendo in scena, allo stesso tempo, il profondissimo dramma di un uomo a cui viene tolto tutto e che grazie alla sua arte sopravvive.

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  • RECENSIONE IL CATTIVO POETA – IL TRAMONTO DI UN DIVO

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    Il cattivo poeta, film scritto e diretto da Gianluca Jodice, è uno sguardo sulla figura complessa e contraddittoria di Gabriele D’Annunzio, in particolare sugli ultimi anni di vita del Vate.

    La storia segue Giovanni Comini (Francesco Patanè): giovane federale di Brescia che viene incaricato dal segretario del partito fascista Achille Starace (Fausto Russo Alesi) di sorvegliare il Vate, Gabriele d’Annunzio, oppositore dell’alleanza tra Mussolini e Hitler e, per questo, sempre più inviso a Mussolini in persona. Nel corso di questo incarico Comini, inizialmente entusiasta del Partito, comincia ad aprire gli occhi sulla sua vera natura.

    Quindi, più che a D’Annunzio, l’intreccio ruota principalmente attorno a Giovanni Comini e alla sua progressiva presa di coscienza della natura violenta e oppressiva del PNF. Il Vate, d’altra parte, gioca un ruolo non marginale, ma nemmeno così centrale come ci si potrebbe aspettare. Chi era in attesa di un vero e proprio biopic su di lui potrebbe, dunque, restare deluso: la maggior parte delle volte, Gabriele D’Annunzio sembra ricoprire un ruolo di catalizzatore del  cambiamento di Giovanni Comini e non di protagonista effettivo.

    Il film copre per “capitoli” gli ultimi anni di vita del “cattivo poeta”, dall’incarico assegnato a Giovanni Comini nel 1936 alla morte di D’Annunzio nel 1938. Questa scansione cronologica va però a svantaggio del film stesso, almeno all’inizio: a fatica tiene il passo con lo sviluppo dei personaggi, che procede “a singhiozzo” e non in modo spontaneo e naturale. Questo, assieme ai dialoghi perlopiù ingessati, contribuisce a rendere piatti e non così interessanti i personaggi, in particolare l’evoluzione di Giovanni Comini è piuttosto prevedibile fin dall’inizio.

    Anche per questo motivo, quando appare, Gabriele D’Annunzio ruba facilmente la scena a tutti gli altri presenti. Merito soprattutto della performance ammirevole di Sergio Castellitto: la sua interpretazione riesce quasi da sola a rendere D’Annunzio un personaggio davvero complesso e sfaccettato. Il D’Annunzio di Castellitto è un vecchio dall’eloquenza raffinata che a volte si muove come una marionetta, fisicamente prostrato dagli anni e dall’abuso di cocaina, e a volte rivela una vitalità inaspettata, quasi animalesca. Una continua tensione a superare i propri limiti fisici, quindi, che rivelano uno scavo psicologico da parte di Castellitto che almeno in parte supplisce alla sceneggiatura, poco interessata ad analizzare gli aspetti più “scomodi” e oscuri di D’Annunzio.

    Più che il D’Annunzio personaggio letterario o uomo a tutto tondo, quindi, il film è interessato a esplorare il lato di divo italiano e icona (decaduta). Questo studio sul personaggio unico del Vate riverbera una più ampia riflessione del film sul potere dei media e sulla costruzione di un mito, politico, letterario e mediatico. A questo contribuiscono l’essenziale ma efficace ricostruzione degli anni ‘30, fatta di canzoni d’epoca, interni ricostruiti a puntino ed esterni portati in vita grazie anche a effetti digitali di discreto livello, e la fotografia di Daniele Ciprì, che contrappone gli imponenti palazzi del potere fascista, la cui luce abbacinante ma gelida appiattisce i personaggi rendendoli figurine in divisa, agli intimi interni del Vittoriale, che ritagliano i  personaggi in una luce calda e intensa. La contrapposizione, quindi, è tra il mito di D’Annunzio, fallace e decadente ma in qualche modo onesto, e il mito di Mussolini, artificiale e fatto di motivi propagandistici: tanto che, quando Benito Mussolini entra in scena nel terzo capitolo, all’arrivo alla stazione di Verona non pronuncia nemmeno una battuta. Oltre ai motivi propagandistici, oltre alle pervasive rappresentazioni del Duce che tappezzano le strade, le case e i luoghi di potere, non c’è niente. Quando si affaccia dal balcone della stazione di Verona e viene acclamato dalla folla, nel suo non parlare Mussolini viene messo a nudo come una tronfia caricatura, vuota di significato. Poco più che un “vigile urbano”, come viene definito con spregio, assurto al successo solo grazie a propaganda e opportunismo. Al contrario, quando D’Annunzio si affaccia dal balcone del Vittoriale per salutare i suoi legionari dell’impresa di Fiume, è un uomo curvo e a malapena capace di reggersi in piedi, ma il suo è un discorso sincero, appassionato e commosso. Luisa Baccara (Elena Bucci) dice che tutti hanno bisogno di un balcone su cui recitare la parte dei protagonisti, ma anche che ci sono buone rappresentazioni e cattive rappresentazioni: nel caso de Il cattivo poeta, l’omaggio di D’Annunzio ai suoi legionari nel Vittoriale si colloca tra le prime, la pomposa e vacua farsa di Mussolini tra le seconde. E, da sempre, gli italiani sembrano essere pericolosamente affascinati dalle cattive rappresentazioni…

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  • DAMIEN CHAZELLE E IL PREZZO DEL SUCCESSO

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    “Tieni sempre a mente che la tua decisione di avere successo è più importante di qualsiasi altra cosa”

    Abraham Lincoln 

    Damien Chazelle è un nome che ormai da qualche anno è entrato prepotentemente sulla scena hollywoodiana, presentandosi come uno dei registi più promettenti della sua generazione. Con i successi di Whiplash, First Man, ma soprattutto La La Land, il giovane cineasta americano si è guadagnato l’attenzione di critica e pubblico mainstream, grazie soprattutto alla potenza della sua messa in scena e del suo talento alla regia. 

    I film di Chazelle, però, non sono pellicole puramente d’intrattenimento, in quanto tutta la sua produzione è collegata da una tematica centrale e ricorrente, ovvero il prezzo da pagare per raggiungere il successo. Questo tema, infatti, è gia portante nel primo lungometraggio del regista – non considerando Guy and Madeline on a Park Bench, film indipendente e autoprodotto – ovvero Whiplash. In questa pellicola Chazelle mette in scena l’ossessione malata di un giovane batterista, interpretato da Miles Teller, che sogna di diventare uno dei più grandi musicisti jazz della storia. 

    Andrew Neiman viene  presentato come un ragazzo tanto impacciato e timido nei contesti sociali, quanto determinato nell’impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi. La dedizione del giovane protagonista, infatti, è estrema: le scene in cui egli si esercita sullo strumento sono rappresentazione della sua ossessiva ricerca della perfezione, la quale però comporta pesanti conseguenze sia fisiche che psicologiche. 

    La totale abnegazione di sé stesso in nome del successo è evidente nelle scelte di vita del protagonista: egli, infatti, si allontana da tutto ciò che potrebbe anche solo minimamente distrarlo e distoglierlo dal suo obiettivo. Andrew viene mostrato, per tutta la pellicola, come un personaggio solo, senza amici e perfino la ragazza che frequenta viene vista come una perdita di tempo prezioso che potrebbe essere dedicato, invece, alla batteria.

    Nella sua cieca ossessione Neiman arriva a considerare addirittura sé stesso come un mezzo per il fine, nemmeno la sua salute, infatti, è più importante del successo. Questo è evidente nelle scene in cui le mani del protagonista sanguinano dopo ore e ore di prove senza sosta, così come nella sequenza dell’incidente, in entrambe infatti l’unica e la sola preoccupazione di Andrew è quella di continuare a suonare e quindi, metaforicamente, continuare a inseguire la gloria che pensa di meritare.

    Mettendo in scena questa folle scalata al successo, simbolicamente raggiunto nel riconoscimento da parte di Fletcher, Chazelle mostra un personaggio che pur di raggiungere i propri obiettivi è stato disposto a sacrificare tutto, spetterà poi allo spettatore giudicare se il prezzo pagato è stato troppo alto. 

    Dopo l’incredibile trionfo di pubblico e critica di Whiplash, il discorso del regista si amplia nel suo secondo lungometraggio: La La Land del 2016. In questa pellicola il successo prende la forma del Sogno, ovvero un ideale futuro di realizzazione che rappresenta la felicità più piena. 

    Mia e Sebastian sono due giovani che vivono una realtà di insoddisfazione, cercando in tutti i modi un mezzo per uscirne e per cambiare, finalmente, la propria esistenza. A differenza del film precedente, però, qui non c’è ossessione, i protagonisti non sono spinti da una cieca ricerca della gloria, bensì appaiono quasi rassegnati all’inafferrabilità del loro sogno che vedono allontanarsi giorno dopo giorno. L’impossibilità di raggiungerlo li svuota di ogni speranza, spingendoli ad abbandonare un mondo che non fa altro che rifiutarli crudelmente.

    Il punto di svolta arriva quando i protagonisti si incontrano e, inevitabilmente, si innamorano, scoprendo in questo amore una nuova scintilla per tornare a sognare. Incoraggiandosi l’un l’altra, in un percorso che è simile, Mia e Sebastian instaurano un legame profondo e speciale, trovando, senza rendersene conto, ciò che così intensamente agognavano nella semplicità della loro relazione.

    Il dramma di La La Land, però, si presenta sotto forma di egoismo: i protagonisti infatti, messi di fronte alla possibilità di realizzare i propri sogni individuali, si rivelano entrambi incapaci di fare un passo indietro e disposti, piuttosto, a rinunciare al loro rapporto pur di raggiungere il successo. 

    L’epilogo del film mostra come Mia e Sebastian, dopo la separazione,  abbiano effettivamente ottenuto dalla vita tutto ciò che desideravano e stiano di fatto vivendo ognuno il proprio sogno. Nel rivedersi dopo tanti anni, però, entrambi si rendono conto che il prezzo di questo raggiungimento sia stato la perdita della propria anima gemella, comprendendo che forse il successo che tanto desideravano non ha portato loro tutta la felicità che avrebbero potuto avere insieme e che hanno, invece, buttato via. 

    Proseguendo con la stessa chiave di lettura, anche First Man del 2018 può essere interpretato come il racconto dei sacrifici necessari per raggiungere un obiettivo. Nel narrare il processo storico che ha portato alla sbarco sulla Luna, Chazelle evita di cadere in voli retorici e patriottismi inutili, focalizzandosi sul dramma vissuto dalle famiglie degli astronauti. Il film, infatti, mostra chiaramente come l’allunaggio dell’Apollo 13 sia stato raggiunto, soprattutto, grazie al coraggio di uomini che hanno perso la vita durante tutte le missioni precedenti.

    La conquista della Luna, in First Man, viene spogliata di qualsiasi eroismo e mostrata da un altro punto di vista:  il sacrificio. I funerali degli astronauti caduti, le famiglie distrutte dal lutto, la morte costantemente presente nelle vite di queste persone rappresentano l’altro lato della medaglia di uno degli eventi più importanti della Storia dell’uomo.

    La rincorsa al successo in questa pellicola diventa, dunque, una sorta di necessità morale, un fine da raggiungere assolutamente per motivi umani, prima che per motivi politici. Solo il conseguimento dell’obiettivo, infatti, può dare un senso e un riscatto alle esistenze spezzate in nome della causa, il prezzo in vite umane pagato è troppo alto per contemplare il fallimento, il quale significherebbe che tutto questo dolore è stato vano. 

    Che si tratti dunque di ossessione cieca, di sliding doors che possono cambiare per sempre una storia, o addirittura di drammi umani più profondi, il cinema di Chazelle porta lo spettatore a interrogarsi inevitabilmente su cosa sarebbe disposto a fare pur di raggiungere i propri sogni, mettendolo di fronte alla consapevolezza che qualsiasi obiettivo comporti dei sacrifici non indifferenti e che, allo stesso tempo, qualche volta la felicità non si trova esattamente dove viene cercata. 

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  • RECENSIONE THE FATHER – NULLA È COME SEMBRA

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Il film ha ottenuto sei candidature agli Oscar 2021 vincendo il premio per il miglior attore protagonista (Anthony Hopkins) e la migliore sceneggiatura non originale (Florian Zeller e Christopher Hampton).

    Quest’opera, tratta dall’omonima pièce teatrale del 2012 ideata dallo stesso Zeller, ci racconta la vita dell’anziano Anthony facendoci immergere nella sua mente colpita dalla demenza senile. Nonostante segua un copione unico dall’inizio alla fine, riesce a non essere mai pesante o noioso.

    The Father è un unicum nel suo genere per il modo in cui la malattia e la quotidianità del protagonista ci vengono narrate, attraverso gli occhi di un uomo anziano che perde progressivamente la capacità di ricordare e di comprendere la realtà, e non solo tramite le lenti di un osservatore esterno. Lo spettatore segue l’anziano in un labirinto di pensieri, nomi, persone che si fa via via più fitto, fino a districarsi solamente nel finale, intimo e straziante. Egli si trova fin da subito a contatto le difficoltà di Anthony nel ricordare e nel confondere avvenimenti e nomi, vive con lui il culmine di un disordine mentale e materiale estenuante. I piani temporali si uniscono e si interscambiano tra di loro per andare a formare una quotidianità imprevedibile, falsa e ripetitiva. Il modo in cui il regista sceglie di narrare questa storia, cioè in modo non lineare, rappresenta la malattia del protagonista, che si ritrova indifeso e disorientato di fronte ad una realtà che non controlla e che sente ad un tempo familiare ed estranea.

    Il film è ambientato quasi esclusivamente all’interno di una casa in continuo mutamento. La scenografia è tra gli aspetti più riusciti della pellicola: l’ambiente in cui Anthony è recluso muta in continuazione, mostrando una chiara analogia con la mente del protagonista e con le sue difficoltà non solo a ricordare ma anche a mettere in ordine quello che gli accade.

    Il film è retto quasi interamente, oltre che dall’ottima sceneggiatura, dall’attore protagonista. Anthony Hopkins (il più anziano attore a vincere l’Oscar al miglior attore protagonista) riesce a portare su schermo un personaggio indimenticabile, mostrando una vastissima gamma di emozioni: dalla tristezza all’euforia, dalla paura alla testardaggine. Non potremo fare a meno di empatizzare con lui fin dall’inizio della pellicola. Anthony Hopkins, in questo film, è come una persona a noi cara che sprofonda verso un oblio fatto di vuoti, solitudine e illusioni: la sua paura è la nostra paura, la sua confusione è la nostra confusione.

    Il rapporto che Anthony ha con gli altri personaggi è fondamentale nel comprendere la sua psiche stravolta dalla malattia. Le figure che si susseguono all’interno dell’abitazione appaiono come la personificazione delle sue paure recondite, e noi spettatori, partecipiamo della sua stessa confusione circa la loro vera identità. L’unico personaggio secondario con cui Anthony sembra avere un rapporto più stabile è Anne, interpretata da Olivia Colman, una donna forte e risoluta che cercherà in tutti i modi di prendersi cura dell’anziano.

    L’intento di Zeller è quello di mostrarci la vita di un essere umano devastata da una malattia mentale, facendoci entrare nella testa del protagonista per mostrarci i meccanismi che caratterizzano la sua mente. Un’opera che parla di noi, delle nostre paure e della caducità della nostra vita, che ci porta a riflettere su una piaga della civiltà contemporanea, ovvero le malattie neurologiche, che a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita sono entrate a far parte più o meno indirettamente dell’esperienze di molti di noi. Il regista parigino ha portato in scena un dramma solido, emozionante e autentico, aiutato, bisogna dirlo, da uno straordinario Anthony Hopkins, senza il quale, probabilmente, il film non avrebbe raggiunto un livello così alto.

    Un film da guardare e riguardare non solo per apprezzare l’interpretazione commovente di Hopkins ma anche per cogliere ogni dettaglio della meravigliosa scenografia. Da non perdere, è disponibile al cinema.[fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Rosario Azzaro" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com4_.png" image_id="1643|full" image_border_radius="" company="Direttore editoriale" link="https://framescinemawebzine.com/redazione" target="_blank"]

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  • RECENSIONE SI VIVE UNA VOLTA SOLA DI CARLO VERDONE

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    Il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Carlo Verdone, Si vive una volta sola, è, come molti suoi film degli ultimi anni, una commedia permeata da una sorta di amarezza esistenziale di fondo, da una malinconia sottopelle che riaffiora tra le scene umoristiche.

    Il professor Umberto Gastaldi (Carlo Verdone) è un chirurgo di grande fama, divorziato, con una figlia che partecipa da soubrette a programmi televisivi di infimo livello. Lui e i suoi colleghi, Lucia Santilli (Anna Foglietta) e Corrado Pezzella (Max Tortora), dalla vita privata altrettanto difficile, passano le giornate a giocare scherzi particolarmente crudeli al loro collega, l’anestesista Amedeo Lasalandra (Rocco Papaleo), fino a quando non scoprono che questi è malato terminale. Così decidono di accompagnarlo per una settimana di ferie in Puglia, cercando di trovare il coraggio di comunicare la cattiva notizia all’ignaro amico. La trama è semplice, funzionale alle gag e ai momenti più malinconici, e ha risvolti piacevolmente prevedibili.

    Il tema della malattia è trattato con la giusta serietà, non viene buttato in farsa ma nemmeno sfruttato per facile melodramma: in sostanza, sebbene non particolarmente memorabile, l’aspetto più riuscito del film sono proprio i risvolti sentimentali imperniati sulla malattia, sulla fragilità della vita e dei rapporti umani. Ciò che invece funziona poco è la commedia, continuamente sospesa tra gag fiacche, personaggi di contorno macchiettistici, risvolti prevedibili. Alcuni momenti fanno sorridere, in altri si riesce a intravedere una certa verve umoristica e il talento comico dei protagonisti coinvolti, ma oltre a questo poco altro.

    La sceneggiatura (di Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino), in bilico tra un dramma solido ma non memorabile e una commedia all’acqua di rose, viene solo in parte risollevata dai personaggi. I migliori sono quelli di Lasalandra e soprattutto di Santilli, bene interpretati da Rocco Papaleo e Anna Foglietta: tutti e due riescono a equilibrare bene tempi comici azzeccati e spessore drammatico. Non così i personaggi di Gastaldi e Pezzella: Carlo Verdone e Max Tortora sono entrambi sotto tono e poco convincenti, non brillano né per comicità né per serietà, e sono penalizzati da una caratterizzazione banale il primo, insufficiente il secondo. Umberto Gastaldi in particolare, il primus inter pares tra i protagonisti, avrebbe il potenziale per arricchire il film di riflessioni come il rapporto tra genitori e figli e il contrasto tra una vita professionale eccellente e una privata disastrosa, ma nessuno di questi temi viene affrontato con vera convinzione, e risultano poco più che funzionali a caratterizzare il personaggio di Verdone. Il conflitto tra padre e figlia è perlomeno sfumato ed evita di cadere nel facile manicheismo ma, di nuovo, oltre a questo poco altro.

    Funzionale è anche la regia di Verdone, così come l’intero comparto tecnico-artistico del film: la fotografia, il montaggio, la colonna sonora, sono tutti strumentali alla narrazione ma non particolarmente degni di nota, efficaci ma non brillanti.

    Giudizio che, in ultima analisi, si può estendere a tutto il film: efficace ma non brillante. I fan e i completisti della filmografia di Carlo Verdone probabilmente troveranno di che godere, ed i momenti più sentimentali e malinconici funzionano, ma per il resto Si vive una volta sola è una commedia perfettamente nella media.

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  • RECENSIONE UN ALTRO GIRO DI THOMAS VINTERBERG

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    “Il problema con il mondo è che tutti gli altri sono indietro di qualche drink”, spiegava Humphrey Bogart, uno che di bevute se ne intendeva. Quasi la stessa tesi che in Un altro giro (Druk) di Thomas Vinterberg – vincitore dell’Oscar 2021 come miglior film internazionale – è accreditata allo psichiatra-filosofo norvegese Finn Skårderud, secondo cui la persona sobria sconterebbe un costante deficit di una piccola percentuale di alcool nel sangue (lo 0,05 %, uno o due bicchieri di vino), senza la quale non godrebbe davvero appieno dell’armonia con sé e il prossimo. Quattro professori in crisi di mezza età, Martin, Peter, Tommy e Nikolaj, variamente insoddisfatti delle loro vite, decidono allora di improvvisarsi alcolisti anonimi con piglio scientifico, in un progressivo crescere dell’etilometro a tutto schermo che porterà nuove epifanie e conseguenze nefaste.

    Non è, però, un goliardico e decerebrato hangover movie spinto agli eccessi, al contrario di quanto la locandina e un certo battage pubblicitario facciano pensare. Come ha notato, con sensibile affinità critica, Paolo Sorrentino – che reputa il film un capolavoro – in una recente call a due col regista danese per Variety, Vinterberg adotta una prospettiva più sottile e intimamente suggestiva. Piazzando il suo racconto in “quel preciso momento in cui non sei ubriaco, ma un po’ ubriaco”. Quella zona franca, libera ma sfuggente, precaria e mai durevole, difficile da filmare e mettere a fuoco, in cui “[…] credi che tutto sia possibile”. Una provvisoria tregua dal mondo che assomiglia alla felicità.

    In quest’ottica, Vinterberg si mostra capace di un piccolo film meno dogmatico e ambizioso dei precedenti affreschi al nero sulle torbide relazioni tra individuo e ambiente sociale – la famiglia in Festen (1998), la comunità ne Il sospetto (2012) e La comune (2016). Ma forse proprio per questo riesce a saggiare, con una regia fluida e frizzante, gusti musicali assortiti (da Tchaikovsky al funk 70’s dei The Meters) e una complice empatia aderente ai personaggi, tutte le sfumature e le diverse temperature di un dramedy in bilico tra euforia spensierata e dolorosa lucidità. Senza far mai sbandare i toni e sbilanciare le dosi del cocktail narrativo (probabile ragione dei favori dell’Academy e della company di Leo Di Caprio, che si è affrettata ad acquisire i diritti del remake Usa). Indulgendo sì nella descrizione affettuosa e divertita dei round alcolici del suo drink team, con un bel tepore luministico e funzionali angolazioni di ripresa in prossimità che, sfocando, danzando, ruotando e ruzzolando insieme al quartetto, giostrano equilibri sempre più precari, senza però pregiudicare lo spessore e il peso drammatico delle azioni dei personaggi. Trovando il baricentro e il termometro emotivo nel volto ferito di un intenso e generoso Mads Mikkelsen (premiato come miglior attore agli European Film Awards), su cui sono incise tutte le pieghe e i lividi tumefatti per una vita implosa e soffocante che prova a svoltare nei nuovi stimoli dati dall’ebbrezza (il difficile rapporto di Martin, continuamente rinegoziato, con la moglie Anika costituisce un cupo e  melanconico romance a sé stante)

    Assoldati come guru, a sorvegliare la narrazione, i padri nobili dell’alcolismo come realpolitik, gli artisti della bottiglia, i bevitori professionisti della grande Storia: Hemingway, Churchill, Franklin D. Roosevelt, il generale  Ulysses Grant, affissi alla lavagna da Martin per catturare l’attenzione dei suoi studenti, ricordandogli che “il mondo non è mai come te lo aspetti”. Pur senza il Bogart di Casablanca, che di nazionalità si professava ubriacone, Un altro giro caldeggia una coraggiosa e didattica ragionevolezza del bere anche a costo della tragedia, senza il proibizionismo morale del politicamente corretto. Vinterberg, pur segnato da un tremendo lutto familiare (la figlia scomparsa in un incidente d’auto a pochi giorni dall’inizio delle riprese), conserva la gioia della speranza verso il futuro, si unisce alla pazza folla delle nuove generazioni in festa e certifica che anche bevendo si diventa cittadini del mondo, con la serena accettazione della propria fallibilità.

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  • RECENSIONE JUPITER’S LEGACY – SUPEREROI IN CASA NETFLIX

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    Che momento fantastico per essere fan dei supereroi! Abbiamo il Marvel Cinematic Universe  in continua espansione sia sul grande sia sul piccolo schermo attraverso l’appuntamento, ormai settimanale, su Disney Plus. Sony sta producendo diversi film sui villain (vedi Venom  di Ruben Fleisher,  con il suo sequel appena annunciato con Andy Serkis alla regia, e il film su Morbius in uscita ad inizio 2022). Anche dal lato DC sono in uscita diversi prodotti come The Batman  di Matt Reves (rimandato al 2022) o The Suicide Squad  di James Gunn in uscita questa estate.

    Poi abbiamo Amazon, che tra i suoi originals ha sfornato quella che ormai è già divenuta una serie cult:

    The Boys, la serie anti-eroi per eccellenza. Una storia in cui non è così semplice distinguere tra buoni e cattivi ma in cui, senza dubbio, i protagonisti non possono essere considerati eroi, e la serie animata Invincible, tratta dai comics di Robert Kirkman. Non poteva, quindi, mancare Netflix all’appello, con una sua serie originale: forse è il caso di dire “Meglio tardi che mai”.

    LA TRAMA

    Come si evince dal titolo, la serie ruota tutta attorno alla legacy, ovvero all’eredità. I supereroi, riuniti in un’unica squadra chiamata L’Unione, proteggono il mondo da quasi cent’anni, capitanati da Sheldon Sampson AKA Utopian (Josh Duhamel) il quale garantisce la sicurezza della Terra insieme al fratello Walter AKA Brainwave (Ben daniels) e con la moglie Grace AKA Lady Liberty (Leslie Bibb).

    Ma l’età comincia a farsi sentire:  è arrivato il momento, dunque, di presentare la nuova generazione di supereroi. Ma saranno davvero pronti a lasciare il loro ruolo? Ed i figli saranno pronti per questa mansione?

    Parallelamente viene anche presentata una seconda storyline,  concentrata su Sheldon, Ben e sugli altri eroi dell’Unione durante gli anni ’20 alla scoperta di come hanno ottenuto i loro poteri e di come sono diventati i primi supereroi del mondo.

    SUPEREROI IN CALZAMAGLIA

    Dopo la visione del primo episodio non possono non tornare alla mente prodotti tipicamente anni ’90 come Tenage Mutant Ninja Turtles  o Power Rangers. Personaggi in tutine o costumi “plasticosi” (passatemi il termine) che combattono in maniera “scattosa” e che si fermano spesso in posa. Non parliamo del trucco del supercattivo Blackstar che richiama fin troppo quello rigido dei cattivi dei film anni ’90 (Wishmaster sei tu?).

    Tutto questo potrebbe far pensare ad un prodotto poco curato e destinato ad un pubblico principalmente di bambini: niente di più sbagliato. Ho voluto citare The Boys  all’inizio proprio perché questi due prodotti condividono il voler trattare i supereroi sotto un’ottica principalmente umana, sentimentale ed ideologica prima che sui combattimenti adrenalinici e mascolini tipici di film di questo genere Hollywoodiani. Proprio per questo si riesce a passare sopra tutte le caratteristiche da “prodotto di serie b” elencate.

    Il Codice, una serie di regole a cui gli eroi devono attenersi tra cui quella di non uccidere, viene messo in discussione dai tempi moderni che gli eroi si ritrovano a vivere, eroi che forse non sono pronti a diventare tali o forse non aspirano nemmeno a diventarlo. Proprio su questo la serie ci mostra i due figli di Sheldon, Brandon (Andrew Horton) il quale vuole essere a tutti i costi un degno successore del padre e Chloe (Elena Kampouris) che invece ripudia la vita supereroistica in favore di quella da star e modella. Droga, alcolismo, linguaggio e temi forti sono costantemente in primo piano in ogni minuto delle 8 puntate, ribadendo come la serie sia in realtà destinata ad un pubblico post adolescenziale, che si ritrovano a dover diventare i nuovi adulti con tutte le pressioni ed i pesi che ne conseguono.

    Complessivamente, nonostante tutte le buone idee ed intenzioni, la narrazione vera e propria risulta abbastanza semplice e, in diversi momenti, abbastanza prevedibile, soprattutto per un pubblico esperto di questo tipo di prodotti. Rimane comunque una storia interessante che riuscirà sicuramente ad intrattenere ed emozionare lo spettatore.

    UN TUFFO NEL PASSATO

    Come accennato in precedenza, la serie presenta anche una seconda storyline attraverso la quale ci vengono mostrati i nostri eroi ancora giovani e senza poteri affrontare il duro periodo del crollo della Borsa di Wall Street del 1929, evento che darà il via alle vicende che porteranno i personaggi ad ottenere i loro superpoteri, con annesse responsabilità. Lo stacco dal presente al passato ci viene mostrato con un cambio visivo sulle inquadrature: mentre le scene odierne presentano infatti le famose bande nere, le sequenze degli anni ’20 mostrano scene a tutto schermo, uno stratagemma che ricorda molto lo show WandaVision  di casa Disney.

    Tuttavia, la scelta di alternare costantemente le due storyline non funziona per diversi motivi. Innanzitutto  risulta un processo caotico, che non viene presentato allo spettatore, il quale si ritrova quindi sbalzato avanti e indietro e, nel momento in cui ci si abitua a questo procedimento, è evidente come il presente risulti spesso impossibilitato a portare avanti la sua narrazione a causa della presenza di un passato ancora da spiegare e che si prende sulle spalle anche il peso di voler illustrare la personalità e le motivazioni dei vari eroi che andranno a formare l’Unione.

    Il tutto sarebbe stato facilmente risolvibile organizzando la narrazione in maniera differente, ovvero dedicando, dopo un paio di episodi introduttivi nei confronti dei vari protagonisti e del mondo in cui vivono e agiscono, alcuni episodi ambientati interamente negli anni ’20, mostrando senza eccessi, e anche senza fretta, le origini e la lore dei vari poteri e supereroi, per poi tornare nel presente e spingere sull’acceleratore su una storyline che risulta accattivante ed interessante praticamente soltanto sul finale.

    SI POTEVA OSARE DI PIU’

    Dal punto di vista della regia, la serie non presenta picchi particolari, ma riesce a gestire bene tutte le sequenze, sia quelle calme, tranquille più dialogate, sia i combattimenti che risultano sempre chiari e mai confusi (cadendo però in scene d’azione molto plasticose come citato sopra). Molto curate  le transizioni tra passato e presente:  risultano estremamente piacevoli da vedere e mai banali. La fotografia è funzionale, anche se ricorda in diversi punti quella vista in altre produzioni di questo tipo (tocca tirare nuovamente in ballo il The Boys  di Amazon).

    La recitazione è molto buona, soprattutto quella dei veri protagonisti della serie, tra cui non possiamo non menzionare Ben Daniels, Elena Kampouris e l’incisivo, anche se meno presente, Matt Lantern. Anche gli interpreti dei personaggi secondari hanno fatto un ottimo lavoro. Tra le pecche bisogna nominare il trucco. A parte i costumi, a cui lo spettatore comunque finisce per abituarsi, l’invecchiamento dei personaggi non è dei migliori: si passa da personaggi a cui sono state aggiunte alcune rughe sulla fronte ed allungati ed ingrigiti i capelli o aggiunta una folta barba bianca, ad altri in cui la modifica del volto risulta addirittura esagerato, portando ad un risultato poco credibile, per finire in personaggi a cui sono semplicemente stati tinti i capelli di grigio, probabilmente a causa del budget ormai risicato.

    CONCLUSIONI

    Trovata nuova linfa come serie tv targata Netflix, il fumetto di Mark Millar presenta una storia cruda, che punta a smuovere gli animi degli spettatori attraverso interrogativi su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato, su ciò che è bene e su ciò che è male. Lo fa con ottimi interpreti ed una regia e una fotografia che, seppur non innovative, colpiscono il segno, lasciando però scoperto il fianco a diverse problematiche nella sceneggiatura delle due storyline che vuole presentare e sul modo in cui vengono messe in scena.

    Complessivamente però si tratta di un ottimo pacchetto, di cui si aspetta con ansia una seconda stagione (o volume per come la serie le chiama). La speranza è che riescano a migliorarsi  visto il grande potenziale inespresso di questo prodotto.

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  • RECENSIONE: LA MAPPA DELLE PICCOLE COSE PERFETTE

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    24 ore che si ripetono, lo stesso giorno ancora e ancora e ancora, in un loop temporale dove una sola persona è cosciente di questo piccolo problema del tempo. È un’idea che è diventata nozione comune, ormai anche per gli stessi protagonisti dei film sui loop temporali. Sono state esplorate tutte le modalità e generi, dal puro sci-fi d’azione, al thriller, all’horror, con grande interesse alla commedia romantica, probabilmente perché la storia d’amore tra due persone intrappolate nello stesso giorno è adatta per rappresentare un amore tanto effimero quanto essenziale.

    Ed è in questo punto che si colloca il film in questione. Questa volta a rivivere la stessa storia abbiamo un giovane ragazzo un po’ nerd, Mark, che ripercorre le 5 fasi del dolore temporale come da manuale: sperimentazione, noia, tentativo di fuga, tristezza e presa di coscienza.

    Dopo aver visto più e più volte la stessa quotidianità, aver imparato una perfetta coreografia che lo rende agli occhi ignari di chi lo circonda al limite del sensitivo, e dopo aver sperimentato quello che tutti proverebbero in una situazione del genere, la sua solitaria vita trova una possibile compagnia in Margaret, l’unica altra persona che sembra cosciente di questa falla nel sistema.

    Il suo obiettivo è realizzare una mappa della città che indichi tutte le piccole cose perfette, quegli eventi dove la casualità sembra organizzarsi per mostrare qualcosa di unico e raro, i momenti fugaci che svoltano una giornata.

    Ma per quanto la possibilità di vivere senza conseguenze potendo riavvolgere il nastro e ricominciare da capo possa essere elettrizzante, dopo l’ennesimo risveglio in un mondo già vissuto iniziano ad emergere le complicazioni, e quello che sembrava essere un potere che ti rende cosciente della situazione mentre gli altri vivono in una sorta di dormiveglia senza mai andare avanti, si trasforma in una gabbia dove ad essere intrappolato non sono gli altri ma te stesso.

    Il film porta continui rimandi alla cultura nerd, strumento di analogia con ciò che accade ai protagonisti: dalle citazioni di Doctor Who, ai continui tentativi di superare un livello di uno sparatutto che dopo ogni fallimento si resetta (come la vita stessa dei protagonisti) e fino ai riferimenti ricorrenti ad altri film passati sui loop temporali, come Ricomincio da capo (Harold Ramis, 1993) con Bill Murray. Esistono un’infinità di storie dal tempo ciclico, è il film stesso a mostrarcelo, ed è quindi necessario portare qualcosa che attiri l’attenzione dello spettatore per rendere questa ripetitività meno ripetitiva.

    Tecnicamente il film è scorrevole e rientra pienamente nei parametri del suo genere, non raggiungendo livelli di eccellenza. Mantiene per quasi tutta la pellicola una sensazione di standard, senza mai risaltare veramente sia dal lato registico che attoriale. Una semplice commedia come se ne possono trovare nei numerosi cataloghi online.

    Ma più si prosegue con la visione più assume carattere e profondità, riuscendo a condividere il suo messaggio di fondo attraverso le esperienze di Mark e Margaret: la difficoltà nel non essere pronti a lasciar andare un passato che pensiamo non averci ancora dato tutto quello che volevamo, l’importante e obbligatoria dipendenza sociale che ci contraddistingue in quanto esseri umani, per quanto ci si creda solitari, e il consiglio nel non cercare la perfezione nei grandi progetti, ma in quei momenti fugaci nella quotidianità capaci di strappare il sorriso anche in una giornata buia.

    La mappa delle piccole cose perfette è alla fine dei conti un film discreto, fa quello che deve, senza infamia e senza lode, ma non lasciando una sensazione di rimpianto per aver sprecato un’ora e mezza del proprio tempo alla comparsa dei titoli di coda.

    Chi ama il genere non ne resterà deluso e se avete un abbonamento Prime Video e qualche ora libera, o siete bloccati in un loop temporale e cercate ispirazioni su cosa fare nella vostra nuova ciclica vita, questo film potrebbe essere la soluzione.

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  • ADATTAMENTO DA LETTERATURA A CINEMA DI RAGIONE E SENTIMENTO

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    Ho deciso di dedicare questa rubrica agli adattamenti cinematografici perché, a differenza di quanto si potrebbe pensare oggi, la letteratura e il cinema non sono due mondi così lontani. É più corretto parlare di un unico mondo narrativo che si esprime con due mezzi diversi. Mettendoli a confronto, possiamo notare che la dimensione della letteratura non è quella linguistica, ma le parole e le frasi servono a raccontare una storia. Così come nel cinema le immagini non devono solo essere contemplate, ma costituiscono il mezzo per mettere in scena delle azioni e narrare una storia. Quindi, cinema e letteratura sono accomunati dall’essere forme di racconto che si servono di mezzi differenti.

    Per adattamento si intende una rielaborazione in chiave cinematografica di un soggetto già esistente. L’industria cinematografica ricorre sempre più frequentemente a questa pratica in parte perché le sceneggiature originali e innovative sono sempre più difficili da produrre. Va da sé che se all’origine di un film c’è un romanzo o una biografia che ha già avuto successo, le probabilità di fare un buon lavoro sono indubbiamente più alte.

    Un ottimo esempio di adattamento è il film Ragione e sentimento (1995) di Ang Lee, sceneggiato per il cinema dalla celebre attrice Emma Thompson a partire dall’omonimo romanzo di Jane Austen. Il film ebbe un successo enorme, fu vincitore del Golden Globe come miglior film drammatico del 1995 e dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino 1996. Inoltre, vinse il Premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale nello stesso anno.

    TRAMA

    Le protagoniste della vicenda sono le donne della famiglia Dashwood, cadute in miseria dopo la morte del capofamiglia. La loro tenuta passa infatti a John Dashwood, figlio del primo matrimonio del compianto signor Dashwood. Sebbene John abbia promesso al padre di prendersi cura delle tre sorellastre Elinor, Marianne e Margaret e della matrigna, viene persuaso dalla moglie Fanny a non cedere nulla dell’eredità paterna. Il clima di tensione costringe la signora Dashwood e le figlie a lasciare la proprietà.

    A quel punto Elinor, orgogliosa e riservata, cerca di mandare avanti la famiglia reprimendo l’amore per Edward (fratello di Fanny). Marianne invece, più romantica e istintiva, si abbandona alla passione per John Willoughby, un attraente giovane che improvvisamente partirà per Londra e si fidanzerà con un’altra donna.

    La storia è ricca di intrecci sentimentali e le sorelle saranno chiamate a trovare un equilibrio tra la ragione e il sentimento.

    IL CAST

    Il film diretto dal taiwanese Ang Lee vede tra i protagonisti Emma Thompson, attrice e sceneggiatrice, che interpreta Elinor. A dar volto a Marianne è invece il premio Oscar Kate Winslet. Il ruolo di Edward è stato interpretato da Hugh Grant. Alan Rickman invece dà il volto al Colonnello Brandon.

    LA TRASPOSIZIONE

    Adattare un romanzo di due secoli fa e farlo apprezzare ad uno spettatore del giorno d’oggi è sicuramente una sfida, ancor di più se consideriamo lo stile della Austen: l’autrice infatti non rende con discorsi diretti le situazioni chiave, i dialoghi importanti o i confronti tra i personaggi, ma spiega il tutto attraverso delle sintesi. Quindi, la Thompson ha dovuto trasformare tutte le parole della Austen in fatti.

    Il merito principale della sceneggiatrice è di aver snellito molto il romanzo. Tante scene piuttosto lunghe sono state abbreviate e non compaiono neanche i lunghissimi dialoghi del romanzo, che altrimenti al cinema sarebbero risultati ridondanti. Alcuni personaggi sono spariti del tutto in quanto non funzionali alla narrazione e molte scene incentrate su questi personaggi sono state reinterpretate o eliminate del tutto. Per esempio, non si nominano mai Lady Middleton e i suoi quattro figli presenti nel romanzo. Al contrario, altri personaggi marginali nel romanzo assumono un’importanza particolare nel film. Si pensi alla più giovane delle sorelle Dashwood, Margaret, che nel romanzo viene appena nominata, mentre nel film diventa un personaggio chiave. Invece, i personaggi maschili sono stati maggiormente approfonditi nel film, in quanto nel romanzo sono figure che rimangono sullo sfondo.

    Tuttavia, alla fine del romanzo e del film si arriva alla stessa conclusione: Marianne impara ad usare la ragione e ad accettare un matrimonio con un uomo sicuro e affidabile, mentre Elinor si lascia andare ai sentimenti che prova per Edward.

    È interessante confrontare la durata del film e la lunghezza del romanzo: l’edizione inglese del romanzo ha 335 pagine, mentre il film dura 132 minuti. Ci si aspetterebbe che il film suddivida equamente il tempo dedicato all’inizio, allo svolgimento e al finale del romanzo, invece alle prime 23 pagine del romanzo vengono dedicati i primi 25 minuti del film. Questo perché era necessario seminare bene le caratteristiche dei personaggi affinché lo spettatore possa affezionarsi a loro.

    LA FORZA DELLE IMMAGINI

    Il film, a differenza del romanzo, può puntare sulla forza delle immagini. Per questo il regista utilizza la tecnica della “semina” e della “raccolta”, che permette ad un oggetto, un gesto o una frase apparentemente insignificante all’inizio di assumere un significato più profondo perché ripetuto in un momento cruciale della storia.

    È il caso del fazzoletto di Edward che diventa il filo conduttore della storia d’amore con Elinor: l’uomo dà il fazzoletto alla donna in una delle scene iniziali e l’oggetto ricomparirà a Barton in una scena molto veloce, ma ricca di emotività (Elinor, sola in una stanza e triste per l’assenza di Edward, estrae il fazzoletto con le iniziali E.C.F. ben visibili e sospira).

    Altrettanto significativo è il caso della simpatia tra Marianne e Willoughby che è stata descritta in maniera generica dalla Austen, la quale si limita a dire che hanno gli stessi gusti. Il film la rende concreta attraverso il libro dei sonetti di Shakespeare: Willoughby vede Marianne con il libro e inizia a recitare il sonetto 116 e Marianne lo termina con lui. Marianne reciterà lo stesso sonetto da sola sotto la pioggia guardando tristemente la casa di Willoughby più in là nel corso del film.

    RAGIONE O SENTIMENTO?

    Qualche critico ha osservato che, mentre la Austen nel romanzo vedrebbe in Elinor la posizione giusta, il film guarda tutto dalla prospettiva di Marianne. Sicuramente il pubblico odierno è più pronto a percepire le istanze sentimentali di Marianne che non quelle di sacrificio e privazione di Elinor. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui il film sembra più a favore del sentimento che non della ragione.

    Probabilmente le principali divergenze tra le due versioni sono le generali differenze che esistono tra un romanzo del primo ‘800 e un film contemporaneo. Il film tende, laddove è possibile, ad alzare il livello di empatia dei personaggi, per questo si avverte un film più romantico di quanto non sia il romanzo.

    Pur restando il più possibile fedele allo svolgersi degli eventi, la sceneggiatrice Emma Thompson è riuscita ad aggiornare alcuni personaggi e tematiche adattandoli alla contemporaneità.

    Non si tratta di un adattamento letterale: il film non è una fotocopia del romanzo, ma il suo merito è di aver saputo fare piccoli o grandi cambiamenti per far sì che lo schermo potesse rendere i valori dei personaggi del libro con la massima fedeltà, ma anche con la massima efficacia per uno spettatore del XX secolo.

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  • RECENSIONE SENZA RIMORSO DI STEFANO SOLLIMA

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    Correva l’anno 1984 quando uscì il primo romanzo di Tom Clancy, La grande fuga dell’Ottobre Rosso (dal quale fu poi tratto il famosissimo film del 1990 Caccia a Ottobre Rosso  di John McTiernan) che innalzò lo scrittore nell’olimpo dei racconti di spionaggio e fantapolitica. Da quel momento, infatti, Clancy riuscì a sfornare un romanzo dietro l’altro e a creare universi narrativi tutti opportunamente diversi tra di loro, con personaggi e storie memorabili che portarono alla creazione di svariati prodotti cinematografici (vedi anche Giochi di Potere  e Sotto il segno del pericolo  che negli anni ‘90 mettevano in scena i personaggi di Jack Ryan (Harrison Ford) e John Clark (Willem Dafoe) o Al vertice della tensione del 2002 di Phil Alden Robinson con Ben Affleck e Morgan Freeman) , ma anche videoludici o fumettistici, come le numerose iterazioni di brand come The Division, Ghost Recon, Rainbow Six o Splinter Cell.

    Amazon aveva già lavorato in questo campo con la riuscitissima serie tv Jack Ryan e, spinta forse anche dal successo del prodotto appena citato, ha pensato di sfruttare nuovamente questo franchise, arrivando così a produrre questo film, affidando la regia a Stefano Sollima, la scrittura a Taylor Sheridan e il ruolo di protagonista al famoso attore Michael B. Jordan.

    UN “ORIGIN STORY”

    Lo scopo del racconto è quello di presentare il personaggio di John Kelly, un NAVY SEAL che assieme alla sua squadra deve salvare e recuperare un ostaggio ad Aleppo per conto della CIA. Questa missione porterà, però, la squadra di Kelly nel mirino di alcuni soldati russi che elimineranno diversi membri, fallendo però con John, che riesce infatti a difendersi dall’attacco e ad uscirne vivo, ma senza poter salvare le persone che ama. Questo porta il protagonista verso un viaggio fatto di violenza e morte per trovare i responsabili, ma non tutto è quello che sembra.

    Il racconto, infatti, non si limita ad essere soltanto un montaggio di sequenze d’azione una dopo l’altra, ma inserisce momenti più tranquilli e ragionati, in cui sono lo spionaggio e la fantapolitica a farla da padrone. Il viaggio che il personaggio intraprende non serve, infatti, solo per placare la sua sete di vendetta, ma anche per renderlo conscio di come funziona il mondo in cui ha sempre vissuto, in cui non è sempre così semplice distinguere i buoni dai cattivi, tenendo anche conto della (ormai famosissima) strategia del doppio gioco, che non passa mai di moda.

    Purtroppo, però, lo scrittore Taylor Sheridan -reduce da sceneggiature di un certo peso come Sicario (Denis Villeneuve, 2015)  o la serie Yellowstone  di cui è anche regista- non riesce, in questo caso, a costruire una storia chiara e ben bilanciata. Sia chiaro, in una storia di spionaggio i segreti ci devono essere e devono essere scoperti pian piano, ma sembra che lo sceneggiatore non abbia voluto impegnarsi troppo nella realizzazione di una storia anche minimamente originale, inserendo inoltre molti personaggi con comportamenti ai limiti del ridicolo, motivati soltanto dal voler far provare allo

    spettatore emozioni forzate nei loro confronti. Inoltre alla prima visione l’intreccio può risultare alquanto complicato, visto anche il modo sbrigativo in cui viene spiegato allo spettatore niente però che non si possa risolvere con una seconda visione.

    AZIONE REALISTICA

    Lo scopo del film per le scene d’azione risulta chiarissimo già dai primi minuti. La squadra dei NAVY SEAL emerge da un bacino ed elimina con estrema coordinazione un gruppo di soldati armati, per poi procedere verso una base dove in pochi secondi riescono ad entrare ed eliminare tutti i bersagli ostili. Il tutto è presentato con molta serietà e realisticità e così sarà per la maggior parte del film.

    Durante le scene d’azione non si vedrà, infatti, nessuno saltare da un tetto all’altro come se niente fosse o creare maschere iperrealistiche, come in un Mission Impossible e non vengono presentati scontri “uno contro mille” come in un John Wick o in un Rambo. L’azione è molto simile a quanto un gruppo di soldati addestrati può fare nella realtà: c’è coordinazione e precisione, ma senza mai esagerare. Questo comporta però una minore “adrenalinictà” negli scontri di quanto invece ci si potrebbe aspettare da un prodotto di questo genere, cosa a cui lo spettatore fa comunque presto l’abitudine. In questo la regia di Sollima aiuta molto, sempre funzionale e molto chiara e che riesce a seguire i personaggi in ogni movimento, aumentando anche il senso di immedesimazione dello spettatore.

    Se non fosse per lo scontro finale. Dopo uno scontro con alcuni cecchini, il film presenta il classico stallo in cui qualcuno deve sacrificarsi per salvare gli altri componenti della squadra. Qui il film sembra dimenticarsi di tutto ciò che è stato costruito in precedenza, mettendo in scena uno scontro degno di un Fast and Furious in cui un personaggio riesce ad eliminare un esercito di nemici da solo e ad uscirne quasi illeso. La scena in sé funzionerebbe anche, sia dal punto registico che dal punto di vista coreografico, se non stonasse completamente con tutto quello avvenuto prima.

    IL FUTURO DEL FRANCHISE

    All’interno del film sono stati inoltre inseriti diversi rimandi ad altre opere di Tom Clancy. Principalmente i richiami sono due: il primo riguarda il personaggio secondario interpretato da Jodie Turner-Smith, Karen Greer, la quale ci viene detto essere la nipote di Jim Greer, altro famoso personaggio creato da Tom Clancy e che appare nella serie tv Jack Ryan  nominata ad inizio articolo; il secondo riguarda la scena post-credit, nella quale (senza fare spoiler) viene presentata l’intenzione di creare una task force internazionale chiamata “Rainbow”, andando quindi a citare i numerosi romanzi dell’autore riguardo la famosa squadra Rainbow Six  (conosciuta ai più grazie ai numerosi videogiochi che la vedono come protagonista).

    Si presenta quindi la possibilità che in casa Amazon si sviluppi un nuovo universo condiviso, ispirato al già presente nei libri Ryanverse, che potrebbe essere opportunamente modificato per essere trasposto attraverso diverse serie tv o film. Una possibilità molto interessante, che molti aspettano con anche una certa curiosità.

    CONCLUSIONI

    In conclusione, Senza Rimorso è un buon film al quale, però, manca un’anima propria. Anima che cerca di crearsi durante la pellicola con le ottime scene d’azione che puntano al realismo (e qui la regia di Sollima aiuta molto) ma che finisce per affossarsi con le sequenze più tranquille e con la scena d’azione finale, complice soprattutto una scrittura non all’altezza del compito che il film si poneva. Consigliata vivamente una seconda visione del film, che potrebbe aiutare a capire meglio l’intreccio inizialmente un po’ complicato di trama.

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