Author: Frames Cinema

  • RECENSIONE BABYTEETH – LE DEVIAZIONI DEL TEEN (MÉLO)DRAMA

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    Il teen cancer romance, la rom-com di adolescenti e giovani con malattie, è ormai un diffuso sottogenere della commedia drammatica contemporanea: dolci e accorate storie di formazione e love story precocemente azzoppate dalla scoperta della malattia o infermità di uno o più personaggi, per cui, spesso, il primo amore rischia di essere anche l’ultimo. Il tema è delicato e gli esempi diversi, con toni ed esiti alterni, tra l’approccio sincero, senza ricatti emotivi, e lo stucchevole piagnisteo melodrammatico. Si ha una buona panoramica del filone vedendo un pugno di film come 50/50 (2011) di Jonathan Levine, Now Is Good (2012) di Ol Parker, Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) di Alfonso Gomes-Rejon, Colpa delle stelle (2014) di Josh Boone (dal bestseller young adult di John Green), Il sole a mezzanotte – Midnight Sun (2018) di Scott Speer, e, ultimo arrivato, dalla Germania, Io rimango qui (2020) di André Erkau. Senza dimenticare i recenti epigoni italiani: Sul più bello (2020) di Alice Filippi e Sulla stessa onda (2021) di Massimiliano Camaiti.

    Prova a sparigliare le carte del canone, dando una ventata d’aria fresca a stereotipi e lacrime facili, Babyteeth (2019), opera prima della regista australiana Shannon Murphy, adattamento dell’opera teatrale del 2012 di Rita Kalnejais (qui alla sceneggiatura), in sala dal 13 maggio dopo la presentazione alla 76ª Mostra del Cinema di Venezia (al co-protagonista Toby Wallace è andato il Premio Mastroianni come miglior attore esordiente).

    La sedicenne Milla – una misurata e convincente Eliza Scanlen, già Beth March in Piccole donne di Greta Gerwig e in un piccolo ruolo nel thriller Le strade del male -, affetta da grave tumore, conosce per caso lo sbandato Moses (Toby Wallace), ventitreenne con cui entra in affinità a dispetto di background agli antipodi: per lei, nevrotica famiglia borghese con padre psichiatra (Ben Mendelsohn) e madre ex-pianista dipendente dagli ansiolitici (Essie Davis, abbonata al ruolo di genitrice sfibrata e scostante come in Babadook (2014) di Jennifer Kent); per lui, cacciato di casa e ripudiato dalla madre, vita da randagio tra droghe, furti e richieste di soldi. Il loro legame è però speciale, sostegno prezioso alla lotta di Milla e alla rifondazione di una nuova armonia familiare, sullo sfondo di una tragedia inevitabile.

    Il film si apre sull’immagine simbolica e ingrandita di un dente insanguinato che affoga coreograficamente sul fondo di un bicchiere d’acqua: il dente da latte di Milla – a cui fa riferimento il titolo -, simbolo di un destino bloccato in un anacronismo, come in un loop temporale, in cui resiste il retaggio della fanciullezza ma, allo stesso tempo, è negato l’approdo alla maturità dalla condanna della malattia terminale.

    Già dalla spiazzante irruzione di Moses – sconvolto outsider che pare scappato da un film di Xavier Dolan – alle spalle di Milla, sulla banchina della stazione, Shannon Murphy palesa subito uno spirito anarchico, fieramente marginale e anticonformista. Instradando il suo teen (mélo)drama dell’incontro di solitudini sui binari non lineari di un rapporto che procede a salti e singhiozzi, tra bruschi strappi e riavvicinamenti affettuosi. In una cornice narrativa libera ed episodica, incentrata sul frammento e sulla deviazione, che alterna spontaneamente, senza troppe ricadute, picchi drammatici e distensione emotiva, in brevi sequenze introdotte da didascalie a getto che incapsulano il mood emotivo: una parola, uno sfogo, un soliloquio notturno alla luna, l’indicazione di una stasi o di una svolta, la descrizione di un attimo o di una tonalità sentimentale. Utilizzando filtri e linguaggio stilistico del cinema giovanile, mobilità della camera addosso ai personaggi, canzoni a massimo volume al punto giusto, colori fluo e disco-stroboscopia. Senza insistere morbosamente nella pornografia del dolore, nel compatimento strappalacrime per Milla (con qualche eccesso appesantito solo nel finale).

    Babyteeth va però oltre il recinto del teen drama: allargando i riflettori al disastrato mondo degli adulti, duplicando l’assortimento della coppia Milla-Moses nel tormentato ménage coniugale di Anna e Henry – i genitori della ragazza -, tenta di avvicinare le atmosfere, i comprimari weird, gli immaturi in crisi di mezza età, le pulsioni contrastanti e gli umori irrisolti di un certo cinema autoriale indie e mumblecore made in USA, traslocato nelle inquietudini borghesi e nella schizofrenia della suburbia australiana.

    Senza impuntarsi troppo nello scontro generazionale – anche se i conflitti non mancano -, guarda con empatia, di fronte all’estremo dolore, a una convivenza orizzontale ed inclusiva, per quanto mal assortita. Mettendo tutti attavolati – il quartetto principale e gli ospiti variamente sradicati (l’insegnante di violino, la strampalata vicina di casa incinta, il ragazzino orientale senza dimora) a discutere in cucina o a festeggiare nell’arioso salotto new age dei Finlay, tra piante e pianoforte, quasi fossimo in una terrazza di Ozpetek, all’altro lato dell’emisfero.

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  • RECENSIONE OXYGENE – SCI-FI THRILLER CON MELANIE LAURENT

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    Oxygène è una produzione franco-statunitense del 2021. Il film, diretto da Alexandre Aja e distribuito in Italia da Netflix, si distingue nell’enorme calderone della piattaforma streaming numero uno al mondo per il modo originale in cui la storia ci viene narrata.

    Protagonista assoluta di questo film, ambientato in un non ben definito futuro prossimo, è Elizabeth Hansen, una giovane donna intrappolata in una capsula criogenica che, risvegliatasi all’interno della macchina in seguito ad un guasto, dovrà trovare un modo per poter uscire prima che l’ossigeno finisca.

    Parlare di questo film senza fare nessuno spoiler risulta veramente complicato. Elizabeth Hansen non ricorda nulla del suo presente, non sa chi sia né il motivo per cui si trova all’interno della capsula. L’opera è incentrata totalmente su di lei, interpretata da una splendida Mélanie Laurent (indimenticabile Shoshanna in Bastardi senza gloria), e sul suo tentativo di fuga, mischiando attimi di terrore a momenti di speranza. Il co-protagonista è un’intelligenza artificiale, M.I.L.O., installata all’interno della capsula. Mathieu Amalric, doppiatore originale, ha prestato la voce al soggetto, riuscendo a dare ad esso un tono familiare, quasi caldo e rassicurante mantenendo, però, sempre un distacco emotivo tipico di un classico assistente virtuale.

    La prima cosa di cui è necessario parlare è anche il primo elemento che cattura l’attenzione dello spettatore: la meravigliosa recitazione di Mélanie Laurent. L’attrice francese, infatti, riesce a tenere sulle spalle l’intero film, grazie ad una mimica facciale capace di trasmettere qualsiasi tipo di emozione: paura, angoscia, ma anche speranza. La protagonista, essendo bloccata all’interno di una capsula criogenica, si trova in posizione supina per tutta la durata del film, motivo per cui la prova di Laurent è assolutamente incredibile. Riuscire a trasmettere una così vasta gamma di sentimenti soltanto utilizzando il viso non è cosa semplice.

    Il film è girato quasi interamente all’interno della capsula, con poche scene di flashback a fare da contorno alla narrazione. Nonostante l’ambientazione sia,dunque, davvero piccola, il regista riesce a farci percepire tutta l’angoscia e la paura di Elizabeth. La macchina da presa si concentra principalmente sul volto della protagonista, ma anche sui dettagli del suo corpo e su quelli della capsula in cui è rinchiusa, resa in maniera molto realistica anche se, comprensibilmente, futuristica. Nonostante questi limiti spaziali, il film non stanca e non annoia lo spettatore, ma anzi lo intrattiene dall’inizio alla fine, grazie anche a numerosi colpi di scena (alcuni sì, telefonati) che permettono di mantenere alta l’attenzione e la suspense.

    Infine, non si può non notare l’affinità della tematica con la nostra condizione dovuta alla pandemia globale. La protagonista si trova reclusa in un luogo da cui non può uscire, una sensazione che tutti noi abbiamo provato (certo, non a questi livelli) che spiega perfettamente il senso di vuoto ed oppressione che ha caratterizzato una parte delle nostre vite.

    Un thriller fantascientifico dunque molto ben riuscito, che porta a casa un risultato inaspettato con pochi mezzi ma con una sapiente messa in scena ed una grande interpretazione della protagonista.

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  • RECENSIONE CRUDELIA – IL NUOVO LIVE ACTION DISNEY

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    I remake live-action di casa Disney basati sui loro classici hanno avuto una storia fatta di alti e bassi: se i remake di Cenerentola o Il Libro della Giungla hanno avuto un buon risconto di critica e pubblico, Maleficient, La Bella e la Bestia o Il Re Leone sembrano non essere riusciti a giustificare la propria esistenza al di fuori del fare cassa sulla nostalgia degli spettatori. Compitini appena sufficienti, quindi, con giusto la novità di un impianto visivo nuovo e di nuovi interpreti. Il nuovo live-action Disney Crudelia non soffre di mediocrità; il suo problema, in un certo senso, è l’esatto opposto.

    Crudelia non solo è un ideale prequel de La Carica dei 101, ma è anche una origin story di Crudelia De Mon (qui interpretata da Emma Stone), una delle villain più iconiche dell’immaginario Disney. Il film segue dall’infanzia all’età adulta questa aspirante stilista divisa -come il bianco e il nero dei suoi capelli- tra una personalità buona e gentile, Estella, e un lato oscuro da sempre dentro di lei che chiama Cruella (nonostante il titolo del film il personaggio mantiene il nome originale inglese, Cruella de Vil). Estella, dopo un periodo di gavetta, inizia a lavorare per la tirannica stilista Baronessa Von Hellman (Emma Thompson). Dopo la scoperta della responsabilità della Baronessa relativamente ad un tragico episodio del suo passato, Estella/Cruella decide di usare le armi della moda contro di lei, con l’aiuto dei suoi amici Jasper (Joel Fry) e Horace (Paul Walter Hauser), per compiere la sua vendetta.

    Il plot non è il punto forte del film: questa revenge story procede per accumulazione più che per sviluppo narrativo, tra rivelazioni che riescono a essere sia prevedibili che improbabili, persino involontariamente comiche. Anche lo sviluppo della protagonista lascia parecchio a desiderare: Emma Stone è molto brava nel rappresentare entrambi i lati del suo personaggio, ma il continuo passaggio da Estella a Cruella (e viceversa) è sempre troppo repentino, e non giustificato né dalla trama né dalle (seppur drammatiche) rivelazioni che la coinvolgono.

    L’aspetto migliore di Crudelia è nella sua presentazione visiva. Esteticamente è tra i migliori live-action Disney e, senza dubbio, il più originale. Merito della solida regia di Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua, Tonya) che trascina lo spettatore in vorticose carrellate nell’ambientazione anni ‘60-’70, tra le sfarzose scenografie barocche di Fiona Crombie e i meravigliosi costumi di Jenny Beavan, già vincitrice di due Premi Oscar per Camera con Vista e Mad Max: Fury Road. Proprio i costumi diventano i veri protagonisti del film; non solo perché presentano un’immensa varietà di stili e colori, ma perché l’abbigliamento (e, più in generale, la moda) diventa espressione di un sentimento di rivalsa e di riscatto sociale. Cruella usa la moda come arma contro la sua nemesi ma anche contro il conformismo e la mancanza di immaginazione, colpendo dall’interno quella struttura di cui all’inizio tanto desiderava far parte.

    Al contrario di altri anemici live-action Disney, Crudelia è un quindi un film fondato sull’eccesso, nella messa in scena e nella trama. I colori sono sgargianti, i movimenti di macchina sontuosi, buona parte del cast è sopra le righe (le più misurate sono Emma Stone e soprattutto Emma Thompson, le migliori del film), la colonna sonora di classici punk e rock non dà tregua, i costumi sono sfarzosi, le soluzioni narrative melodrammatiche. Questo eccesso nella messa in scena rispecchia la personalità debordante della protagonista. Tuttavia, se all’inizio questo aspetto può divertire e incuriosire, sul lungo andare si rivela controproducente per il film stesso. L’accumulazione di eventi, rivelazioni e sottotrame fa pesare il minutaggio del film rendendolo inutilmente lungo, e anche quando sembra giungere alla naturale conclusione in realtà prosegue ulteriormente. Il film diventa in tal modo estenuante più che immaginativo, stucchevole più che elegante. Nel complesso Crudelia è un’ambiziosa e originale esperienza visiva, soprattutto per gli standard dei live-action Disney. Ma questa origin story, più simile al Joker di Todd Phillips che a Il diavolo veste Prada, avrebbe giovato di un maggior controllo della sua
    materia narrativa da parte degli autori: Estella/Cruella non può e non vuole essere moderata, Crudelia avrebbe forse dovuto esserlo di più.

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  • RECENSIONE HALSTON – SERIE NETFLIX CON EWAN MCGREGOR

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    In un momento di difficoltà storica per l’industria dello spettacolo, che, complice la pandemia e i conseguenti problemi produttivi, ha faticato a mantenere i ritmi a cui l’era della “peak television” ci aveva abituato, una delle poche eccezioni è rappresentata da Ryan Murphy. Quest’ultimo, infatti, fresco dell’accordo multi-milionario con Netflix, nell’ultimo anno ha dato alla luce un numero impressionante di progetti diversi fra loro, non sempre, bisogna dire, soddisfando le aspettative che ormai sono legate al suo nome. L’ultimo di questi è la miniserie Halston, che racconta, nell’arco di 5 puntate, l’ascesa e la caduta dell’omonimo stilista statunitense famoso negli anni ’70 nonché uno degli animatori e frequentatori più assidui della scena disco newyorkese che ruotava attorno al leggendario Studio 54.

    https://www.youtube.com/watch?v=yCgdWHwEnrg

    Questa miniserie è un ulteriore tassello di quello che, da un po’ di tempo a questa parte, sembra essere il programma narrativo e culturale di Ryan Murphy: partendo da spunti più o meno ancorati alla realtà (vedi Hollywood, Pose o American Crime Story) o ad altre narrative (ad esempio Ratched) vuole poi costruire un suo personale discorso, fornendo spunti di riflessione su svariate tematiche, fra cui in maniera preponderante il ruolo della comunità LGBTQ+ e delle altre minoranze. Nonostante in questo caso non curi personalmente la regia, affidata invece a Daniel Minhan, lo stile è comunque quello inconfondibilmente barocco che è ormai la cifra delle produzioni di Murphy, e che qui necessariamente esalta al massimo non solo i costumi, come ovvio che sia, ma anche gli ambienti, i quali, grazie anche ad un budget sicuramente molto alto, sono curati nei minimi particolari e risultano decisamente affascinanti e di impatto. Inoltre, come già si era visto in molte sue precedenti produzioni, Murphy non si pone apparentemente alcun problema nel portare sul piccolo schermo personaggi leggendari del mondo dello spettacolo statunitense, aspetto al quale altri, al suo posto, porrebbero molta più cautela. Ed ecco che nel corso dei cinque episodi troviamo, oltre ad Halston stesso, l’attrice e cantante Liza Minnelli, la celebre ballerina e coreografa Martha Graham, la designer Elsa Peretti e tanti altri animatori e frequentatori dello Studio 54. L’unico su cui si è mosso più prudentemente in questo caso è stato Andy Warhol, più volte nominato ma che non vediamo mai sullo schermo.

    Altro elemento riconoscibile che ritorna è una rappresentazione senza filtri del sesso, specialmente quello omosessuale, e dello sfrenato uso di droghe, quest’ultimo evidenziato molto bene, anche visivamente, nella sua ripetitività. Tutto ciò è oggi possibile grazie ai lavori di Ryan Murphy stesso ma anche di altri registi e produttori, i quali hanno portato allo sdoganamento di certe rappresentazioni sul piccolo schermo.

    L’aspetto che in questo caso risulta più tradizionale è probabilmente quello narrativo. La vita dello stilista infatti viene raccontata secondo il tipico schema di rise-and-fall  dell’antieroe, che, dopo una scalata vertiginosa verso un successo stratosferico, altrettanto vertiginosamente crolla, complice l’arroganza, la perdita dei punti di riferimento più fidati e il consumo smoderato di cocaina. Se questo rientrare in binari già prestabiliti rende la serie tutto sommato godibile, prevenendo alcuni scivoloni che in altri casi (di nuovo Hollywood oppure The Politician, ma soprattutto il musical The Prom) avevano rovinato progetti partiti con una premessa interessante, tuttavia ciò la rende anche prevedibile e non molto incisiva per quello che dovrebbe essere un prodotto di punta. Ci sono certo alcune riflessioni interessanti, come ad esempio lo scontro fra le ragioni del mercato, da cui lo stilista viene ad un certo punto travolto perdendo addirittura i diritti sul suo stesso nome, e quelle dell’arte, un fiore che dovrebbe essere coltivato e protetto con cura, perché fragile e prezioso, come le orchidee tanto amate dallo stilista – “bellissime ma senza nessun profumo”. Ma questi discorsi non vengono sviluppati ulteriormente, e si perdono, fini a sé stessi.

    Forse proprio quest’ultimo elemento disegna involontariamente un paragone con lo stesso Ryan Murphy, che nella sua produzione sovrabbondante forse ha perso la visione organica delle sue idee, a causa probabilmente di una mancata riflessione approfondito e di uno sviluppo coerente delle stesse. Non che l’aspetto commerciale sia un problema di per sé; la televisione soprattutto, ma anche il cinema, sono il caso più evidente di fusione fra arte, intrattenimento e necessità commerciali. Ma la differenza viene da come questi aspetti si compenetrano fra di loro in maniera organica e intelligente, sostenendosi a vicenda, e questa delicata alchimia non sempre negli ultimi tempi è venuta fuori nelle produzioni dello showrunner americano.

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  • FRANK CAPRA – UN SELF-MADE MAN DA OSCAR

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    UN SELF-MADE MAN DA OSCAR

    «Non ci sono regole nel fare cinema, solo peccati. E il peccato capitale è la Noia»

    Frank Capra è sicuramente uno dei registi più importanti dell’epoca d’oro Hollywoodiana (’30/’40). Un self-made man che divenne autore di opere originali e indimenticabili, capaci di far riflettere e divertire allo stesso tempo.

    Il vero nome di Frank Russell Capra era Francesco Rosario Capra, nato a Palermo da una famiglia estremamente semplice ed emigrò all’età di cinque anni con la famiglia negli Stati Uniti. Dopo una serie di lavoretti precari, l’incontro con il cinema fu piuttosto fortuito: la casa di produzione Fireside annunciò che si trasformava in uno studio cinematografico e cercava personale. Così venne introdotto nel mondo del cinema e, sebbene avesse ancora tanto da imparare, fu qui che imparò un semplice principio “un uomo, un film” (celebre sin dai tempi di D.W. Griffith) che non ha mai dimenticato. Restando fedele a questo credo, lasciò perdere tutti i film in cui non gli veniva garantito il controllo dall’inizio alla fine. Nella sua biografia afferma che si avvicinò al cinema «con la meraviglia di un bambino, ma anche con la razionalità di una mente scientifica».

    Dopo aver lavorato come gag writer per Mack Sennett, «il re della commedia», la sua fortuna fu l’approdo alla Columbia: quest’ultima cercava di affermarsi su un mercato dominato dalle Big Five (MGM, Warner Bros., Paramount, 20th Century Fox, RKO), Capra invece cercava un’autonomia che nessuna major gli avrebbe mai potuto concedere. La Columbia, tra il 1932 e il 1958, si identificava con il suo presidente: Harry Cohn, un personaggio pittoresco, geniale ma probabilmente l’uomo più odiato di Hollywood. A Capra fu concessa la massima libertà nel lavoro sin da subito; successivamente sarà il testimone del passaggio all’industria del cinema del dopoguerra, tutta concentrata sui divi. La prima vera star del suo cinema fu Barbara Stanwyck, protagonista di Femmine di lusso (1930), La donna del miracolo (1931) e Proibito (1932).

    Barbara Stanwyck in Proibito (1932)

    L’EPOCA D’ORO DI CAPRA

    La svolta della sua carriera fu Accadde una notte (1934), con Clark Gable nei panni di uno scapestrato giornalista (un personaggio rivoluzionario che unisce in sé l’eroe e il comico) e Claudette Colbert nei panni di una viziata ereditiera. Sotto il velo della storia romantica dei due, Capra ha voluto mettere in scena una critica sociale, rappresentando dei ricchi e dei poveri nell’epoca della grande Depressione. A dire il vero, i due attori non erano contenti di lavorare insieme, ma Capra cercò di sfruttare al meglio questa diffidenza reciproca per dare maggiore credibilità al film. Questa pellicola, girata in sole quattro settimane e con un budget piuttosto modesto, è diventata un cult.

    Non a caso fu il primo a vincere i cinque Oscar maggiori: miglior attore a Clark Gable, migliore attrice a Claudette Colbert, miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale a Robert Riskin. Fu l’inizio dell’epoca d’oro per Capra.

    Nei difficili anni della grande Depressione, si rese conto che il mondo aveva bisogno di speranza e soprattutto si rese conto dell’universalità del linguaggio cinematografico: tutti i cineasti affrontano le stesse difficoltà tecniche e artistiche, tutti raccontano gli stessi sentimenti.

    I cinque film girati tra il 1936 e il 1941 ottennero complessivamente trentuno candidature e sei premi Oscar. Tra questi troviamo Mr. Smith va a Washington (Mr. Smith Goes to Washington,1936), in cui James Stewart interpreta il giovane leader dei Boy Rangers Jefferson Smith, chiamato dal capo politico Jim Taylor a sostituire un senatore da poco scomparso. La motivazione della scelta è semplice: ciò che serviva loro era un uomo ingenuo e facile da manipolare, soprattutto che potesse non interferire con il progetto di Taylor. In questo sistema senza scrupoli, tentano di farlo apparire disonesto ma Smith non demorde, e riesce a commuovere tutti con un lunghissimo discorso di 23 ore al Senato sugli ideali americani di libertà. Quando cade svenuto, anche il suo nemico confessa la sua innocenza.

    Aldilà dell’apparente ottimismo dei suoi film con finali rassicuranti e a lieto fine, traspaiono drammi sociali, familiari e morali molto più profondi. A guardarli bene, la risoluzione finale e improvvisa è quasi troppo ovvia e facile. Pensiamo ancora a Mr. Smith va a Washington e alla risoluzione che avviene solo negli ultimi minuti. Alla base vi si legge una dura critica sociale verso dei morali sempre più corrosi, persone spregiudicate che rovinano la vita altrui per migliorare la propria.

    James Stewart in “Mr. Smith va a Washington” (1939)

    LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I DIFFICILI ANNI SUCCESSIVI

    Gli anni della Seconda guerra mondiale rappresentano un altro punto di svolta nella carriera di Capra: tra il 1942 e il 1945 si arruolò nell’esercito americano per coordinare la propaganda bellica attraverso il cinema. Per conto del Dipartimento della Difesa realizzò Why we fight (1942-1945), sette documentari divulgativi che si proponevano di spiegare le cause della guerra alle giovani reclute. Questa la dichiarazione nei titoli di testa: «Lo scopo di questi film è di dare informazioni reali sulle cause e sugli eventi che hanno portato alla nostra entrata in guerra e sui principi per i quali stiamo combattendo.»

    I film sono in buona parte costituiti da materiale di repertorio, Capra stesso ha affermato di non aver girato nulla, si è piuttosto trattato di un complesso lavoro di montaggio. Nel Secondo dopoguerra, Capra aveva ben chiaro di cosa non avrebbe parlato il suo prossimo film: della guerra. Provava repulsione nei confronti della guerra e, più in generale, di qualsiasi forma di violenza. Sono anni in cui, gli uomini sono pieni di dubbi: perché? Perché mia moglie e i miei figli? Dov’è Dio adesso?

    Tuttavia, era fermamente convinto che la via migliore per far arrivare il messaggio al pubblico fosse la commedia: «Quando la gente si diverte, è più disponibile, crede in te. Non puoi ridere con qualcuno che non ti piace. E quando ridono, cadono le difese, e allora cominciano ad essere interessati a quello che hai da dire, al “messaggio”.»

    Voleva così esplorare il cuore di un singolo uomo, i suoi dubbi e la sua lotta per sopravvivere.

    Da qui, nasce il suo capolavoro del 1946 La vita è meravigliosa, tratto dal romanzo The Greatest Gift (Philip Van Doren Stern, 1939). Narra la storia di George Bailey, un uomo estremamente generoso che tira avanti servendo e aiutando gli altri, ma trascurando se stesso e i suoi sogni. A causa di un tracollo finanziario, tenta il suicidio ma il suo angelo “di seconda categoria” Clarence per convincerlo a non farlo gli mostra come sarebbe stata la vita dei suoi cari se lui non fosse mai nato.

    Lo definisce il miglior film che abbia mai fatto, un film che parla ai depressi, agli sconfortati, ai disillusi per dirgli che nessun uomo è fallito, la vita di ognuno confina con la vita di tanti altri e se non ci fosse creerebbe un vuoto terribile.

    «Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.»  (La vita è meravigliosa)

    scena dal film “La vita è meravigliosa”

    IL NOME SOPRA IL TITOLO

    Frank Capra fu il primo regista a vantare il “nome sopra il titolo", un privilegio concesso in precedenza solamente a due «padri fondatori dell'arte cinematografica», D.W. Griffith e Cecil B. DeMille. Ciò, conferma la completa autonomia di gestione e controllo di ogni suo film. Accettò le regole dello studio system ma rifiutò il controllo sulle sue opere: come sopra citato, la sua Hollywood si basava sul motto «un uomo, un film». Sebbene abbia dato vita a veri e propri capolavori, come testimoniano i 14 premi Oscar vinti, le sue opere sono state rivalutate solo a partire dagli anni ’80, grazie ad una serie di studi che si sono occupati di rileggere e rivalutare la sua produzione.

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  • RECENSIONE I MITCHELL CONTRO LE MACCHINE

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    I Mitchell contro le macchine è un film animato del 2021, scritto e diretto da Mike Rianda e Jeff Rowe, prodotto dalla Sony Picture Animation e distribuito in Italia da Netflix.

    Il film ha inizio in medias res, in un mondo post apocalittico in cui dei robot hanno preso il controllo del pianeta Terra. Qui una voce narrante, che scopriremo essere quella di Katie Mitchell, figlia maggiore e protagonista del film, ci presenta in pochi minuti la situazione ed i personaggi principali. Dopo questa breve introduzione, il film ci riporta indietro di qualche giorno dentro casa Mitchell. Qui vengono presentati nel dettaglio tutti i componenti della famiglia nonché il loro carattere: il padre Rick, uomo di mezza età con una passione innata per la natura e un’avversione altrettanto forte per la tecnologia; la madre Linda, amorevole e comprensiva ma anche sbadata e insicura; il fratello minore Aaron, un bambino con problemi di socializzazione e che ama alla follia i dinosauri; il cane Mochie, un simpatico e ma decisamente poco intelligente carlino. Infine, abbiamo lei, Katie, la figlia maggiore, una videomaker alla fine del suo percorso scolastico il cui sogno è quello di fare cinema. Una famiglia, dunque, dai caratteri ben delineati, quasi stereotipati verrebbe da pensare, che però con l’avanzare del film dimostreranno la loro complessità e profondità.

    La trama si concentra soprattutto sul rapporto padre/figlia, un rapporto logorato da una visione del mondo completamente differente e da una classica crisi adolescenziale. Come già accennato, il sogno di Katie Mitchell è quello di studiare cinema, ed infatti utilizza costantemente i social per veicolari la sua passione e condividere cortometraggi buffi e divertenti che hanno come protagonista il cane Mochie. Quest’arte però non viene riconosciuta mai dal padre, che non guarda nemmeno i lavori di Katie perché fermamente convinto che non ci si possa guadagnare da vivere facendo questo per lavoro.

    Dopo una serie di vicissitudini, i Mitchell si ritrovano a compiere un lungo viaggio in auto, idea che ha avuto il padre per fare in modo di ristabilire una connessione all’interno della famiglia. È proprio durante il viaggio che il pianeta Terra viene invaso da robot super intelligenti che catturano tutti gli esseri umani, ad eccezione proprio della famiglia protagonista.

    Un incipit non troppo originale ma sviluppato egregiamente, che ci porta a vivere una vera e propria avventura in cui quattro persone comuni avranno il compito di salvare il mondo dalla nuova minaccia tecnologica. Per nulla banale è anche lo stile di animazione utilizzato per quest’opera. Così come già accaduto per Spider-Man: un nuovo universo (che, tuttavia, rimane ad oggi irraggiungibile per originalità), sempre prodotto dalla Sony Pictures e da Phil Lord e Christopher Miller, questo film si presenta graficamente fresco, innovativo, con uno stile in 3D ben distinto da quello tradizionale, che non lo fa assomigliare ai film d’animazione a cui siamo abituati e che trova un giusto equilibrio tra il cartoonesco e il realismo. Un gusto grafico che si sposa perfettamente con la trama del film e soprattutto con l’aria che si respira dall’inizio alla fine, fatta di gag, svolte inaspettate e continui riferimenti al cinema.

    Lo stile dell’animazione viene arricchito spesso anche da spunti grafici bidimensionali che richiamano evidentemente i video social che oggi le ragazze e i ragazzi di tutto il mondo condividono. Il film è infatti da questo punto di vista molto attuale, la protagonista è un’adolescente dei giorni nostri, una ragazza che passa molto tempo su internet per condividere le proprie passioni, chattare con gli amici e divertirsi. Questo aspetto grafico, tuttavia, risulta a volte un po’ ridondante ed eccessivo.

    Continuando ad analizzare l’aspetto visivo del film, la parte più riuscita dell’opera, non possiamo non citare le sequenze di pura fantascienza che ci troviamo di fronte dall’inizio alla fine. Le ambientazioni futuristiche, i robot, i combattimenti, gli effetti di luce, tutto è reso alla perfezione e con un gusto davvero unico e coinvolgente. Chiunque ami questo genera troverà in I Mitchell contro le macchine un’opera da non perdere.

    Nonostante una leggerezza di fondo che permane durante tutta la visione del film, quest’ultimo, allo stesso tempo, non manca di puntare il dito non contro l’uso sconsiderato della tecnologia e contro i giganti del web. La satira nei confronti dei big della Silicon Valley è evidente è piuttosto diretta, come si può evincere da alcune frasi pronunciate dai nostri protagonisti:

    “Un’azienda tecnologica che non fa i nostri interessi?! Strano!”

    “Ehi, mi dispiace aver causato la rivolta delle macchine. Forse rubare i dati della gente e darli in pasto ad un’intelligenza artificiale nell’ambito di un monopolio tecnologico non regolamentato non è bello.”

    D’altra parte, la tecnologia è vista anche sotto una luce positiva, come la soluzione ai nostri mali, ma solo se usata in maniera coscienziosa. Un messaggio che potrebbe apparire banale, ma che è inserito perfettamente all’interno della narrazione del film, in particolare per quanto riguarda i risvolti del rapporto padre/figlia.

    Altro grande tema di questo film è, ovviamente, la famiglia. I Mitchell ci insegnano che non è necessario essere perfetti, non serve avere bellissime foto di famiglia o scambiarsi continuamente gesti d’affetto tra genitori e figli per essere una buona famiglia. Le uniche cose che servono sono l’amore e la comprensione, il cercare di venirsi incontro anche quando, inevitabilmente, ci sono dei dissapori e delle incomprensioni. Questo è il grande insegnamento di quest’opera, che si colloca probabilmente tra i migliori film dell’anno per il suo genere, confermando ancora una volta che quando si osa e si lascia libertà artistica agli autori, l’animazione è in grado di raggiungere livelli altissimi.

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  • F COME FALSO – CINEMA E ARTE

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    “Quasi tutte le storie più o meno celano una qualche menzogna. Ma non questa volta, è la mia promessa.”

    Siamo nel 1973 quando, con questo voto, Orson Welles in persona introduce la storia di uno dei più grandi falsari mai esistiti, Elmyr De Hory, e di Clifford Irvin, scrittore divenuto celebre per una falsa biografia su Howard Hughes e in seguito per il racconto biografico dello stesso Elmyr. Un’avventura di sotterfugi e inganni rischiosi narrata con l’ironia di chi è riuscito a imbrogliare le più alte personalità del mondo dei connoisseurs del ‘900.

    La linea sottile tra realtà e finzione si rivela essere il tema principale del film, presentandosi in più modi e occasioni e creando spunti di riflessione sul cinema stesso.

    “Se li appendi in un museo dove c’è una collezione di dipinti e li lasci lì per molto tempo diventano veri.”

    Elmyr divenne celebre per le sue rarissime capacità di riprodurre perfettamente i tratti di qualunque pittore, a dispetto della presunta competenza degli “esperti d’arte”. Ed è citando i versi di Kipling che Welles ci interroga sulla differenza tra un “bel falso” e un’opera d’arte.

    “E’ bello, ma è arte?” 

    L’elemento discriminante è il giudizio delle autorità, quindi se ai loro occhi il quadro è vero, che statuto l’opera assume?

    Per la prima ora del film De Hory e Irving sono i nostri protagonisti nel racconto della grandiosa vita del falsario e dei rischi corsi per il suo lavoro, l’incontro con lo scrittore e la storia della falsa biografia che lo aveva reso celebre. Al termine di questa vicenda al centro della narrazione c’è Oja Kodar, una bellissima ragazza che in vacanza nel paesino di Toussaint aveva fatto la conoscenza di Picasso, facendolo innamorare perdutamente di sé.  La sequenza che illustra questo momento è realizzata con una commistione di materiale girato, fotografie e quadri. Le passeggiate di Oja si alternano agli occhi veri del pittore, che la scrutano con uno sguardo che sarà sempre più affascinato da lei, fino ad impazzire e a trasformarsi… in un dipinto.

    In perfetta sintonia col tema fondamentale del film questo momento mostra come il significato associato a delle immagini sia cambiato in base alla loro collocazione, quasi come un falso in un museo.

    GLI ANNI ’70 E IL TEMA DELL’AUTORIFLESSIVITA’

    Negli anni ’70 uno dei temi – inconsciamente o consapevolmente – preferiti dai registi era quello dell’autoriflessività, ossia far parlare il mezzo artistico di se stesso. Ciò era stato generato da tensioni ideologiche che volevano opporsi alla prospettiva rinascimentale, cioè il punto di vista ideale di uno spettatore che deve immedesimarsi nella finzione. Questa è vista come intrinsecamente borghese, perciò da eliminare. La miglior maniera di farlo era portando allo scoperto la falsità del mezzo, l’inganno del cinema.

    Lo spunto proveniva dal teatro politico del drammaturgo Bertolt Brecht, che scrisse tra gli anni 20 e 40 e rese lo straniamento la caratteristica dei suoi spettacoli. Comunista, era convinto che impedire in tutti i modi possibili agli spettatori di immedesimarsi, straniandoli dalla vicenda, avrebbe permesso loro di avere un occhio critico sulle tematiche politiche trattate.

    Lo stesso principio caratterizza molti film degli anni 70, e non sorprende ritrovarlo in una pellicola che ha come tema il rapporto tra fittizio e reale. Sono diversi, infatti, i momenti in cui la troupe viene svelata, l’illusione crolla subito dopo la promessa di ascoltare solo verità in un racconto sul falso. Noi, da spettatori, riprendiamo coscienza della distanza che ci separa dallo schermo, e sorridiamo con Orson Welles del tranello in cui siamo caduti.

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  • CENSURA CINEMATOGRAFICA NEGLI STATI UNITI

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    A causa della sua enorme potenza espressiva, il cinema è stato spesso guardato con diffidenza e timore da tutti coloro che vedevano in questo mezzo una possibile minaccia. Le varie forme di censura che si sono sviluppate nel mondo (qui abbiamo parlato della storia della censura in Italia) hanno senz’altro risentito dei diversi contesti storici e politici delle realtà nazionali in cui si sono innestate, e persino gli Stati Uniti, spesso considerati come il paese della libertà, non sono stati estranei a questo tipo di disposizioni.

    THE FIVE CENT THEATRE

    L’industria cinematografica statunitense è stata quella che, nel mondo, si è consolidata più velocemente, fino ad affermarsi già dai primi anni Venti come industria leader del settore. Questo sviluppo è andato di pari passo con il crescere della preoccupazione riguardo agli effetti sociali e morali del cinema, tanto che già nel 1907, il quotidiano Chicago Daily Tribune pubblicava l’articolo The five cent theatre, condannando il cinema dell’epoca e accusandolo di corrompere moralmente gli individui. Fin da subito, dunque, le grandi case di produzione hollywoodiane (le cosiddette majors) hanno dovuto scontrarsi con i primi provvedimenti in materia di censura. Va però precisato che, a differenza di quanto accaduto in Italia o in altri paesi, negli Stati Uniti non è mai esistita una vera e propria censura cinematografica di derivazione governativa su scala nazionale federale. La libertà di espressione è infatti protetta dal primo emendamento della Costituzione statunitense, che però, nel salvaguardare la libertà di parola e di stampa, vieta al solo Congresso di promulgare leggi che restringano queste libertà. Questa specifica ha a lungo consentito ai governi dei singoli stati o delle singole città di approvare leggi che limitassero tali diritti senza che queste fossero considerate delle violazioni della Costituzione.

    CENSURA E AUTOCENSURA: LE PRIME LEGGI LOCALI

    La prima forma di censura a livello locale venne istituita proprio a Chicago nel 1907. Essa dava l’autorità al capo della polizia locale di decidere cosa potesse essere proiettato nelle prime sale cinematografiche. L’esempio di Chicago venne presto seguito da altre città, e così, preoccupate per il possibile diffondersi di questi provvedimenti, le case cinematografiche iniziarono a comprendere l’esigenza di organizzare una propria autocensura, per evitare l’approvazione di forme di controllo governativo troppo stringenti. Negli anni seguenti, alle forme di censura locali si sovrapposero quindi i primi tentativi di organizzazione su scala nazionale da parte dei produttori. Nel 1908 la Motion Picture Patents Company fu la prima società di produttori con il compito attivo di revisione cinematografica. Ad essa fece seguito, nel 1916, la National Association of the Motion Picture Industry, con la quale le case cinematografiche rinnovavano il loro impegno nell’autoregolarsi tramite una lista di prescrizioni, chiamata Thirteen Points, che vietava la rappresentazione di violenza, spargimenti di sangue, amori illegittimi, mancanza di rispetto della legge e forme di schiavitù nei confronti di bianchi.

    LA RIORGANIZZAZIONE DEL SISTEMA: IL CODICE HAYS

    Nonostante queste linee guida, la censura continuava ad essere gestita diversamente da stato a stato, e questo, anche a causa del sistema di distribuzione sul territorio nazionale e dell’importazione delle pellicole dall’estero, causava confusione tra le diverse fonti normative. La razionalizzazione del sistema venne affidata a una nuova associazione di produttori e distributori, la Motion Picture Producers and Distributors of America (MPPDA), fondata nel 1922 e più tardi rinominata Motion Picture Association of America (MPAA). Essa si occupò di creare un unico sistema di self-regulation, istituendo un Ufficio dedicato, comunemente conosciuto come Hays Office, dal nome del suo primo presidente William Harrison Hays (foto in copertina). Così, proprio nel periodo in cui in Italia iniziavano a essere attuati i primi provvedimenti censori di stampo fascista, sull’altra sponda dell’Atlantico prendeva forma il primo vero progetto organico di autocensura dell’industria cinematografica.

    L’Ufficio Hays aveva il compito di elaborare un codice di autocensura valido su tutto il territorio statunitense, in modo da scongiurare definitivamente la nascita di qualsiasi forma di censura nazionale di derivazione governativa. La prima versione del codice, la Don’ts and Be carefuls, venne distribuita agli studi cinematografici nel 1927, e conteneva le indicazioni riguardo tematiche da evitare o da affrontare con cautela. Le case di produzione non avevano però l’obbligo di sottoporre le opere al giudizio dell’Ufficio, e anche per questo motivo nel 1930 si provvide alla creazione di un nuovo codice, il Motion Picture Production Code, famoso come Codice Hays. Esso aveva funzione morale, ideologica e politica, stabiliva ciò che poteva definirsi appropriato o inappropriato e provvedeva a disciplinare diverse tematiche: i crimini contro la legge, la sessualità, la volgarità, l’oscenità, le imprecazioni, i costumi, i balli, la religione, le scenografie, il sentimento nazionale, i titoli, i soggetti sgraditi. Gli studios erano ora obbligati a sottoporre le sceneggiature alla revisione, ma l’efficacia di questa disposizione venne compromessa dal fatto che, contro le decisioni della commissione, era prevista la possibilità di appellarsi a una commissione di produttori. Inoltre, le difficoltà economiche degli studi cinematografici causate dalla crisi del 1929, fecero sì che essi iniziassero a ignorare il Codice, facendo largo uso di tematiche sessuali e di violenza per attirare un pubblico più ampio.

    La situazione cambiò nel 1934, anno in cui i vescovi cattolici, preoccupati per la moralità del cinema americano, costituirono la fondazione della Legion of Decency, che operava in modo alternativo rispetto agli organismi della MPPDA. La minaccia del boicottaggio da parte del mondo cattolico, persuase l’associazione della necessità di imporre il proprio Codice in maniera più rigorosa. L’Ufficio Hays fu sostituito dalla nuova Production Code Administration, posta sotto la direzione del cattolico conservatore Joseph Breen e incaricata di far rispettare il Codice. Da questo momento, in caso di mancata approvazione della sceneggiatura o della pellicola ultimata, i film venivano definitivamente esclusi dai circuiti della grande distribuzione.

    L’ATTUALE SISTEMA DI REVISIONE

    Per tutti gli anni in cui il Codice restò in vigore, la produzione cinematografica venne profondamente influenzata dalle sue disposizioni restrittive ma, già negli anni Quaranta, il progresso della società, la segmentazione del pubblico e la concorrenza dei film stranieri e della televisione avevano portato a numerosi rimaneggiamenti delle linee guida imposte. Fu però dagli anni Cinquanta che questo modello iniziò a dimostrarsi sempre più insostenibile, specialmente nel contesto della Guerra Fredda, in cui gli Stati Uniti cercavano di promuoversi come i massimi difensori della libertà di espressione. La forma di autocensura delle organizzazioni private era ormai inadeguata rispetto all’evoluzione della società, e molti produttori iniziarono a violare sempre più spesso le norme.

    L’abolizione del Codice Hays avvenne nel 1968 per opera di Jack Valenti, il nuovo presidente della MPAA. Al suo posto venne introdotto un sistema di classificazione dei film in base al loro contenuto. Questo sistema di movie rating, che è tutt’oggi in funzione, è di tipo volontario e non è rinforzato dal alcuna legge. Esso si basa sulla nozione di “oscenità variabile” e contempla il fatto che non tutti i film siano adatti a tutti i tipi di audience, ma che debbano invece essere suddivisi in categorie a seconda del pubblico per cui sono adatti. La classificazione è affidata a una commissione chiamata Classification and Rating Administration. Essendo il sistema di tipo volontario, i produttori sono liberi di non presentare le proprie opere per la classificazione, ma di norma molti esercenti si rifiutano di proiettare film che non siano stati precedentemente classificati.

    Va detto, in conclusione, che la storia della censura negli Stati Uniti non può essere ricondotta soltanto a un susseguirsi di leggi, associazioni e codici. Anzi, essa è stata in molte occasioni soggetta a ingerenze di tipo politico e ideologico che hanno influenzato non solo le modalità di rappresentazione, ma spesso anche le tematiche e le tipologie delle produzioni cinematografiche.

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  • KEVIN SPACEY RITORNA SUL GRANDE SCHERMO

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    Kevin Spacey torna sul grande schermo dopo anni di assenza. La notizia, confermata ieri dalla ABC News, segna il ritorno dell’attore dopo il suo ultimo – non troppo fortunato – film, Billionaire Boys Club (James Cox, 2018), e dopo gli scandali che hanno investito la sua carriera.

    Sono passati quasi quattro anni, infatti, da quando Kevin Spacey è stato accusato di molestie sessuali. Era il 2017 e il caso Harvey Weinstein aveva appena scoperchiato il vaso di Pandora degli abusi e delle molestie che hanno coinvolto, e tuttora coinvolgono, non pochi volti noti di Hollywood. Le prime accuse nei confronti di Spacey vengono mosse dall’attore Anthony Rapp per  fatti avvenuti nel 1986, anno in cui Rapp aveva appena 14 anni. In seguito numerose altre accuse ricadono sull’attore, e ciò porta in breve tempo all’interruzione di gran parte dei progetti che lo vedevano coinvolto: Netflix prende le distanze dai fatti annunciando il termine, alla sua sesta stagione, dell’acclamata serie House of Cards e bloccando l’uscita del film Gore, che vedeva l’attore nei panni del protagonista. Spacey viene inoltre sostituito da Christopher Plummer per il ruolo di J. Paul Getty in Tutti i soldi del mondo, di Ridley Scott, pellicola già in lavorazione ai tempi dello scandalo e per la quale è stato necessario rigirare numerose scene. L’unica produzione che si salva è proprio Billionaire Boys Club, che era però già stata da tempo conclusa e aspettava solo di uscire nelle sale.

    Franco Nero e Vanessa Redgrave

    Quattro anni dopo questi fatti l’attore, premio Oscar per I soliti sospetti e American Beauty, tornerà a recitare in L’Uomo che disegnò Dio, film italiano diretto e interpretato da Franco Nero e che vedrà anche la partecipazione di Vanessa Redgrave, premio Oscar per Giulia (Fred Zinnemann, 1977) e moglie del regista. La pellicola racconterà la storia di un artista cieco che ha lo straordinario dono di realizzare ritratti fedelissimi solamente ascoltando la voce delle persone, e Spacey dovrebbe ricoprire un ruolo secondario, quello di un poliziotto impegnato nelle indagini di un caso di pedofilia. Una parte che, seppur piccola, potrebbe rilanciare la carriera dell’attore.

    Quella che pareva dunque una condanna alla damnatio memoriae viene ora rimessa in discussione: tutto sta nel vedere se il pubblico si dimostrerà capace di archiviare le accuse – vere, presunte, o troppo datate per essere vagliate da un tribunale – che sembravano aver stroncato una brillante carriera.

    La notizia del ritorno di Kevin Spacey ci pone di nuovo davanti a un quesito che ritorna ciclicamente e con una certa frequenza: è possibile separare l’uomo dall’attore? O meglio, quanto è giusto che la condotta personale di un attore si rifletta anche sul suo successo come artista? La domanda resta aperta.

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  • RECENSIONE ARMY OF THE DEAD DI ZACK SNYDER

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    Nel bene e nel male, tutti conosciamo Zack Snyder. Entrato nel mondo della regia con il suo Dawn of the Dead  (remake di Zombi  di George Romero del 1978) nel 2004, passando per l’adattamento di alcuni fumetti, come 300  (2007) di Frank Miller e Watchmen  (2009) di Alan Moore, arrivando alla creazione del suo universo ispirato ai supereroi dell’universo DC culminato con il caso di Zack Snyder’s Justice League (2021), Snyder è riuscito ad ottenere una grande fama e apprezzamento soprattutto da parte del pubblico più generalista, mentre invece ha ricevuto grosse stroncature da parte della critica specializzata.

    Apprezzato o meno, Zack Snyder in questo 2021 sceglie di tornare sul tema degli zombie, lo stesso che lo aveva introdotto al cinema, ma con toni decisamente più leggeri e scanzonati. Anche questa volta Zack ci avrà messo il suo zampino?

    IL SOLITO ZOMBIE MOVIE

    Army of the Dead ci mostra fin da subito la causa della pandemia di zombie che infesterà Las Vegas per tutto il corso del film. Perdonatemi il termine, ma penso sia il migliore per descrivere ciò che succede nei primi 10 minuti di film: ignoranza. Ma in senso buono, dato che tutto funziona perfettamente nel catapultare lo spettatore all’interno di un film che volutamente non si prende sul serio e punta quindi soltanto al puro intrattenimento. Durante i titoli di testa, accompagnati dalla canzone Viva Las Vegas cantata da Richard Cheese, vediamo quelli che saranno i protagonisti del film affrontare l’inizio dell’epidemia tra esplosioni, sangue e budella. Il tutto avviene incessantemente a ritmo di musica e con vari intermezzi in cui i personaggi si presentano facendo vedere le proprie fotografie, mostrando chi erano prima di dell’apocalisse zombie (viene quasi da pensare che si tratti più di uno spot pubblicitario piuttosto che dell’inizio di un vero e proprio film).

    Dopo questa intro, iniza il film vero e proprio. Ci viene mostrato il protagonista, Scott Ward (Dave Bautista), venire contattato da un ricco uomo giapponese (Hiroyuki Sanada), il quale gli affida una missione: entrare in un caveau sotterraneo all’interno di un casinò di Las Vegas ed estrarre tutto il denaro al suo interno. Per avere successo nella missione, Ward decide quindi di formare una squadra composta dai migliori “talenti” in circolazione: chi riesce ad aprire porte impossibili da aprire, chi a pilotare elicotteri nel mezzo della battaglia e chi a tagliare a metà zombie con una sega elettrica. Il problema più grande è, però, il tempo. Il governo americano, infatti, dopo essere riuscito ad arginare il contagio zombie all’interno della città di Las Vegas, ha deciso di bombardarla con un ordigno nucleare così da eliminare per sempre tutti gli zombie, costringendo anche i nostri protagonisti ad agire in fretta per uscirne vivi.

    UN PRODOTTO CONFUSO

    Soffermandosi sulla sceneggiatura, il film ha un grosso problema: da un lato cerca di essere frivolo e scanzonato e dall’altro invece ricerca serietà e profondità, non riuscendo però a legare adeguatamente il tutto e creando quindi un miscuglio disomogeneo.

    Si passa infatti da momenti in cui sono le esplosioni e gli scontri a fuoco a farla da padrone, anche con la giusta dose di divertimento, a momenti in cui il film tenta di colpire nel profondo attraverso i dialoghi tra i diversi personaggi (soprattutto tra Scott e il personaggio della figlia interpretato da Ella Purnell), toccando anche i temi del femminismo o della libertà d’espressione, senza riuscire però a proporlo in modo interessante. Succede quindi che lo spettatore carico di adrenalina e desideroso di un continuo d’azione venga catapultato in dialoghi che risultano estremamente pesanti ed anti-climatici, rovinando non di poco l’esperienza complessiva del film, fino a sfociare in un finale anche fin troppo prevedibile.

    Pregio invece del film risulta essere la gestione degli zombie. Questi non sono infatti i classici non morti da film horror, quanto più da film fantasy o videogame, vista anche la distinzione che viene presentata tra quelli “classici”, qui chiamati Shambler, ed altri invece più potenti, agili ed intelligenti chiamati (con non molta fantasia) Alpha e che discendono direttamente dal primo infetto. Questi ultimi infatti indossano alcuni abiti peculiari (vedi la regina con la corona o il re con un elmo) ed utilizzano armi e cavalcano animali. Su quest’ultime mi soffermo un momento per apprezzare la CGI con cui sono state realizzate: sia il cavallo (che viene visto relativamente poco, ma è comunque ben fatto) ma soprattutto la tigre zombie, che risulta bellissima e terrificante al tempo stesso.

    UNA PUBBLICITÀ DI ZOMBIE

    Purtroppo, Army of the Dead ha un grosso problema dal punto di vista registico: sembra un lunghissimo spot pubblicitario. Nonostante l’utilizzo del rallenty non sia preponderante in questo prodotto rispetto agli altri suoi lavori, molte sequenze sembrano costruite appositamente per essere tagliate e postate sul web come pubblicità. Questo stile era già presente in altri film di Snyder (basti pensare nel suo recente Justice League e alla sequenza in cui Jason Momoa si strappa la maglietta e cammina al rallentatore lungo una passerella mentre viene bagnato dalle onde del mare, che ricorda terribilmente una pubblicità di un profumo), ma non risultava così schiacciante ed onnipresente quanto in questo film, tanto da risultare eccessivo e stucchevole, rendendo quindi anche le scene d’azione alla lunga particolarmente noiose.

    La fotografia è firmata sempre da Snyder e, nonostante l’abbandono dell’ormai abusata patinatura caratteristica dei suoi film, anche questa risulta a lungo andare eccessiva.

    Parlando del cast, che risulta estremamente funzionale nel proporre i classici stereotipi dei film d’azione, non si può non considerare un grande difetto: la mancanza di originalità. Non c’è nulla di male nel riproporre i soliti personaggi che hanno reso popolare il genere, purtroppo però il film non tenta minimamente di proporre alcun personaggio particolare, creando così poco interesse e parecchia noia nello spettatore, anche in quello più generalista. Abbiamo il tedesco biondo che cita Wagner ed è super intelligente, la sud-americana con la bandana in fronte, l’americano pelato con il berrettino verde e gli occhiali da sole sempre indosso, il pilota d’aerei con il sigaro sempre acceso e così via. L’unico personaggio che esce in parte dall’anonimato è quello del protagonista, grazie anche all’interpretazione particolarmente buona di Bautista.

    CONCLUSIONI

    Per chi si aspettava un prodotto trash ma divertente, magari simile agli adattamenti di Resident Evil con Milla Jovovich, rimarrà purtroppo deluso da un prodotto che, nonostante cerchi di essere divertente senza troppe pretese, finisce invece per averne fin troppe, inserendo in maniera forzata discorsi apparentemente profondi ma trattati in maniera banale, che rendono l’esperienza di visione particolarmente monotona e tediosa, vista anche la durata eccessiva (più di due ore). Mentre dal punto di vista registico e fotografico, Snyder sembra voler impacchettare una bellissima pubblicità, dimenticandosi però che sta invece facendo cinema.

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