Author: Frames Cinema

  • RECENSIONE MY OCTOPUS TEACHER – UNA PIOVRA DA OSCAR

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    UNA PIOVRA DA OSCAR

    Sapete quante ventose conta in media una piovra? Sapete che può mutare forma e colore? Ma soprattutto, sapete che è in grado di creare legami d’amicizia?

    My Octopus Teacher (2020) di Pippa Ehrlich e James Reed si nasconde tra i tanti documentari proposti da Netflix. Eppure si è guadagnato l’Oscar nella sua categoria quest’anno e, se leggerete questa recensione, non faticherete a capirne il perché.

    Trailer

    LA TRAMA

    La trama è apparentemente semplice: Craig Foster, documentarista, si rende conto che sta affrontando un periodo di depressione e per reagire decide di ricominciare a dedicarsi al nuoto subacqueo. Non è una scelta casuale: Craig nuota nelle acque dell’Oceano sudafricano sin da piccolo, lì si sente a casa, torna bambino immerso nelle foreste di kelp e circondato da creature dai magnifici colori e dall’aspetto curioso. Durante una di queste immersioni si imbatte in una piccola piovra. E proprio come il piccolo principe di Saint-Exupéry fa con la volpe, Craig torna ogni giorno a farle visita, come se volesse addomesticarla. Ma per “addomesticamento” non si intende la volontà del protagonista di catturarla e costringerla in cattività, ma di osservarla più da vicino e di instaurare con questa incredibile creatura un legame da pari. Lo spettatore segue così, di settimana in settimana, l’evoluzione di questo rapporto, senza mai annoiarsi, senza mai vivere una giornata uguale all’altra.

    Chi avrebbe detto che due creature così differenti potessero instaurare un rapporto di amicizia? Un rapporto fatto di attese reciproche, di giochi ma anche di preoccupazione per l’incolumità dell’altro.

    Sin dall’inizio è evidente che l’intento del documentario non è la mera divulgazione scientifica. Questa pellicola si differenzia dalle altre del suo genere  proprio perché non si limita a restituire le immagini e a descrivere i comportamenti degli animali marini. La qualità dell’immagine permette di ammirare i pesci in tutta la loro gamma di colori fulgenti e di cogliere gli innumerevoli riflessi delle acque oceaniche.

    SENSAZIONI IMMERSIVE

    Lo spettatore rimane colpito dalla capacità del piccolo polpo di riconoscere gli esseri umani, dalla sua sconfinata curiosità grazie alla quale supera la diffidenza iniziale nonché dalla sua intelligenza e dai mille espedienti che attua per sopravvivere ai predatori. Un’ora e mezza di pura pace e tranquillità. Le immersioni, diurne e notturne, trasmettono la sensazione di tornare bambini e fanno riscoprire il desiderio di conoscenza e quella purezza d’animo propri dell’infanzia e soprattutto la necessità umana di stupirsi continuamente del mondo circostante che da adulti a volte si dimentica. Nel mondo ovattato e lento dell’oceano, lo spettatore impara di nuovo a dare valore all’autenticità dei rapporti e al tempo necessario per instaurarli distaccandosi dalla realtà umana sempre più veloce e superficiale.

    recensione my octopus teacher

    Tra i due protagonisti si instaura un vero rapporto di amicizia.

    GLI INSEGNAMENTI DELLA NATURA

    My Octopus Teacher vuole proprio  insegnarci che l’apertura emotiva a qualsiasi tipo di rapporto è fondamentale proprio perché abbiamo sempre qualcosa da imparare, anche dalle creature che ci sembrano troppo diverse da noi. In un momento storico in cui gli ambienti naturali, in particolare quelli marini, sono minacciati dalle attività umane, dalla pesca intensiva e dall’inquinamento, questo documentario ci costringe a una presa di coscienza sulla necessità di cambiare il nostro modo di concepire il rapporto che abbiamo con gli animali e con il nostro pianeta.

    Anche se è proprio la volpe di Saint-Exupéry a ricordarci che “l’essenziale è invisibile agli occhi” quando si parla di sentimenti: non possiamo più ignorare l’essenzialità della tutela della natura e dei diritti degli animali.

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  • EDITH HEAD: SESSANT’ANNI DI ABITI ICONICI

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    La caratterizzazione di un personaggio cinematografico è un processo complesso che non può essere affidato unicamente alla bravura di sceneggiatori, registi e attori. Per arrivare a un risultato il più possibile credibile è infatti necessario che diverse figure professionali lavorino insieme alla creazione di un personaggio completo e sfaccettato. Tra le tante figure coinvolte, quella del costumista ha il compito di cucire su misura l’involucro del personaggio attorno all’attore che lo interpreta, proprio attraverso l’ideazione e la creazione dei suoi abiti di scena.

    Tra le costumiste più famose di Hollywood spicca senza dubbio il nome di Edith Head, 60 anni di carriera e una stella sulla Hollywood Walk of Fame a testimonianza del valore del suo lavoro. La costumista è tra le persone che vantano il maggior numero di nomination e di statuette vinte agli Oscar: dal 1948, anno in cui fu istituito il premio ai migliori costumi, la designer ha infatti ricevuto 35 nomination, aggiudicandosi ben 8 statuette.

    Nata nel 1897 a San Bernardino in California con il nome di Edith Claire Posener (in seguito assumerà il cognome del primo marito) si laurea in letteratura francese a Berkeley e successivamente ottiene un master in  lingue romanze alla Stanford University. Terminati gli studi Edith inizia a insegnare: inizialmente il francese, in seguito – per riuscire a ottenere uno stipendio più sostanzioso – si propone anche come insegnante di arte nonostante l’abbia studiata solamente al liceo. Proprio per colmare le sue lacune in materia inizia a frequentare dei corsi serali di arte presso  l’Otis College of Art and Design e il Chouinard Art Institute.

    Dopo alcuni anni passati a insegnare, nel 1923 risponde a un annuncio pubblicitario della Paramount Picture che cercava disegnatori per il reparto costumi. Nonostante la totale inesperienza come designer, Edith riesce a farsi assumere come disegnatrice di schizzi, e soltanto più tardi ammetterà di aver “preso in prestito” alcuni lavori dei suoi compagni di studi della scuola d’arte per impressionare i selezionatori al colloquio.

    Edith Head insieme ad Alfred Hitchcock

    É con questo piccolo inganno che Edith dà inizio alla sua carriera. In un primo momento lavora come assistente, col tempo guadagna maggiore autonomia, fino a diventare, nel 1938, la prima donna a ricoprire il ruolo di capo costumista in una major hollywoodiana. Durante il decennio successivo inizia a guadagnare notorietà, e nel 1950 riceve, insieme a Gile Steele, il primo premio Oscar della sua carriera per il film L’Ereditiera (William Wyler, 1949)

    Diversamente da molti suoi colleghi, Edith è solita coinvolgere le attrici nel processo creativo, ascoltando i loro gusti e i loro desideri: proprio grazie a questo continuo confronto i costumi da lei disegnati risultano in armonia con gli attori che li indossano e riescono a fondersi con i personaggi senza mai sovrastarli. È proprio in questo modo che Edith riesce a instaurare rapporti di fiducia con le star, tanto che dagli anni ’50 diventa la costumista preferita di molti volti noti di Hollywood e il suo nome divenne sinonimo di successo e di eleganza senza tempo.

    Elizabeth Taylor in Un posto al Sole

    Nel 1967, dopo 44 anni, lascia la Paramount per trasferirsi alla Universal Pictures, dove lavorerà fino all’anno della sua morte, nel 1981. Le produzioni di quegli anni sono però molto diverse da quelle dei decenni precedenti: i registi iniziano a prediligere le scene girate all’aperto rispetto alle riprese in studio e anche i cast includono sempre più volti nuovi e sempre meno attrici e attori con cui la designer è da tempo in sintonia. Per questi motivi Edith inizia a lavorare anche per il piccolo schermo, ideando i costumi per film e serie televisive di successo come Vita da Strega. Nel 1973 appare nella serie poliziesca Colombo in un cameo in cui interpreta sè stessa.

    Sul finire degli anni ’70 il suo lavoro esce per la prima volta dal mondo dello spettacolo: è proprio lei, infatti, a progettare un uniforme femminile per la Guardia costiera degli Stati Uniti, visto il numero sempre più alto di donne che intraprendono questa professione. Per questo lavoro Edith riceve il Meritorious Public Service Award, uno tra i più importanti riconoscimenti del Dipartimento dell’Esercito che può essere assegnato a un privato cittadino.

    Edith Head insieme a Audrey Hepburn

    Donna riservata e dimessa nel vestire, Edith porta il suo genio creativo sul grande schermo con abiti iconici indossati dalle più grandi star dell’epoca: Ginger Rogers, Dorothy Lamour, Marlene Dietrich, Lana Turner, Ingrid Bergman, Shirley MacLaine, Elizabeth  Taylor, ma anche Cary Grant, Paul Newman, John Wayne, Steve McQueen. Suoi gli indimenticabili look di Audrey Hepburn in Vacanze Romane, Sabrina, Funny Face e Colazione da Tiffany, così come quelli di Grace Kelly in La Finestra sul Cortile e Caccia al Ladro di  Alfred Hitchcock, regista con cui la designer instaura il sodalizio artistico più proficuo della sua carriera, lavorando con lui per ben 11 film. Nel 1974 i costumi del film La Stangata, con Paul Newman and Robert Redford,  le valgono il suo ultimo Oscar nonché l’unico per look di star maschili.

    Grace Kelly in uno degli iconici abiti del film Caccia al Ladro

    Prima di questo, e oltre al già citato L’Ereditiera, si aggiudica l’Oscar due volte nel 1951 – quando ancora esisteva un premio per i costumi dei film in bianco e nero e uno per quelli a colori – per Sansone e Dalila e per Eva contro Eva e nel 1952 per Un Posto al Sole. Nel 1954 viene premiata per Vacanze Romane e nel 1955 per Sabrina, nonostante in entrambi i film Edith abbia in realtà disegnato soltanto parte dei costumi. Molti dei look di Vacanze Romane sono infatti disegnati da Sonja de Lennart, mentre molti dei costumi di Sabrina sono creazioni di Hubert de Givenchy. In entrambi i casi è però soltanto Edith a ricevere i crediti e i riconoscimenti per il lavoro svolto. Nel 1961 viene nuovamente premiata per il film Un Adulterio Difficile.

    Uno dei meravigliosi abiti disegnati per il film Sansone e Dalila

    Edith Head si è affermata dunque come la più importante costumista di tutta la storia del cinema. Creativa, instancabile e appassionata è proprio lei a restituirci un ritratto della sua professione:

    “Quello che il costumista fa è a metà strada tra magia e camouflage. Creiamo l’illusione di trasformare gli attori in quello che non sono”.

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  • RECENSIONE MANK: LA BIOGRAFIA DI QUARTO POTERE

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    Nonostante il diminutivo del suo cognome campeggi sulla locandina e nel trailer del film, Mank non è soltanto una biografia dello sceneggiatore e critico teatrale Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman). Il motivo si può trovare in una battuta pronunciata nel film dallo stesso Mankiewicz: “non è possibile ricostruire l’intera vita di un uomo in sole due ore di film”. Anche Mank, dunque, rinuncia a farlo, preferendo circoscrivere l’azione ad un periodo limitato, ma estremamente significativo, della vita dello sceneggiatore.

    Questo spaccato della vita di Mankiewicz comincia con un incidente stradale che lo costringe a letto con una gamba rotta. Durante questo periodo di forzata immobilità lavora alla stesura di Quarto Potere, quello che diventerà il suo lavoro da sceneggiatore più famosa e che, secondo il saggio Raising Kane di Pauline Kael (da cui Mank è ispirato), è attribuibile soprattutto a Mankiewicz e non ad Orson Welles (regista e protagonista del film). La cornice della lavorazione della sceneggiatura è intervallata dal racconto del rapporto, che si tramuta in aperto conflitto, con il magnate dell’editoria William Randolf Hearst (Charles Dance) e la sua amante, l’attrice Marion Davies (la bravissima Amanda Seyfried, meritatamente candidata all’Oscar).

    Mankiewicz viene ritratto con dovizia di particolari, e l’ottima interpretazione di Gary Oldman è fondamentale per tratteggiare un uomo arrogante, cinico ma anche malinconico, consapevole di essere un “buffone di corte” sulla via del tramonto. Anche per questo, dopo aver osservato e subito per anni i compromessi dell’industria cinematografica, si scopre deciso a voler vedere riconosciuta la paternità della propria opera nonostante il giovane Welles e la RKO, la casa di produzione di Quarto Potere, siano decisi ad impedirglielo. L’abituale perizia registica di David Fincher e la fotografia avvolgente di Erik Messerschmidt (vincitore dell’Oscar alla migliore fotografia per questo film) delineano un ambiente, quello dell’industria cinematografica, corrotto dai compromessi e dalla falsità. Mankiewicz, in questo senso, ci risulta quasi un estraneo sgradito a quel mondo di cui fa comunque parte e i cui fautori sono o potenti amorali e senza scrupoli come Hearst o ruffiani dispotici come il capo della MGM Louis B. Mayer.

    La sua vittoria personale nei confronti di questi individui, Mankiewicz la ottiene grazie a Quarto Potere. Oltre a essere il motore della trama, la sceneggiatura di Citizen Kane – e, per estensione, l’intero processo creativo di uno scrittore – diventa l’altra grande protagonista del film. Essa viene ritratta come summa ed elaborazione di esperienze, di incidenti, della propria visione politica e dei rapporti con gli altri e il mondo circostante. Hearst è l’ovvio modello per il “cittadino Kane”; un litigio con l’irascibile e quasi infantile Orson Welles (Tom Burke) è l’ispirazione per la famosa scena in cui Charles Foster Kane mette a soqquadro la sua camera in uno scatto d’ira.

    Anche le citazioni visive di Quarto Potere sono più che semplici easter eggs e strizzate d’occhio per intenditori cinefili. Il fresco vincitore del premio Oscar Erik Messerschmidt è, infatti, riuscito a ricreare, con incredibile dovizia di particolari, le stesse atmosfere presenti in Quarto Potere e che hanno reso, tra le altre cose, quel film rivoluzionario. Per fare ciò, oltre ad avere studiato nei minimi dettagli la fotografia di Gregg Toland [DoP di Quarto Potere], ha portato avanti una ricerca puntigliosa al fine di fornire allo spettatore un effetto simile a quello delle pellicole del tempo e per ricreare le stesse atmosfere in bianco e nero del film di Welles, utilizzando anche molte delle stesse focali utilizzate dallo stesso Toland.

    Mank si gusta come un film classico: la sceneggiatura di Jack Fincher, scritta negli anni ’90 e poi rifinita da Eric Roth, è un “dietro le quinte” di Hollywood lento e costante, che segue l’ingombrante presenza di Mankiewicz. La regia chirurgica di David Fincher e la fotografia in bianco e nero di Messerschmidt, che ritraggono impietosamente i meccanismi dell’industria cinematografica, ci ricordano il potere incantatorio della Settima Arte, e rendono Mank un film forse ostico per gli altri, ma imprescindibile per il pubblico di cinefili cui si rivolge.

    Il film è disponibile per la visione su Netflix e anche al cinema. Vi invitiamo a tornare in sala per sostenere gli esercenti e per godervi al meglio la fantastica fotografia di quest’opera.

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  • IL CINEMA DI WES ANDERSON

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    Quando si parla del cinema di Wes Anderson, le persone tendono ad associare alle sue pellicole colori pastello, inquadrature maniacalmente simmetriche e personaggi stravaganti in contesti vagamente realistici.

    Tutto vero, non c’è dubbio. Ma cerchiamo di capire più approfonditamente come nel giro di pochi decenni il regista texano sia riuscito a creare il suo piccolo microcosmo.

    “La prima cosa che volevo fare quando ero piccolo era diventare un architetto.”

    La peculiarità dello stile di Wes Anderson ricade soprattutto nella perfetta architettura delle sue inquadrature, notoriamente simmetriche e perpendicolari. Si parla in questi termini di “composizione planimetrica”, dove lo sfondo di una certa scena appare piatto, quasi finto rispetto alla macchina da presa, per concentrare l’attenzione sul personaggio in movimento; si aggiunge poi un montaggio denominato “compass point editing”, dove la cinepresa si muove staticamente sui quattro punti cardinali, anche quando si usano piano-sequenza orizzontali e verticali.

    il cinema di Wes Anderson

    I personaggi di (in ordine da sinistra verso destra): Moonrise Kingdom (2012), Fantastic Mr. Fox (2009) e Grand Budapest Hotel (2014)

    Tutto queste tecniche cinematografiche, assieme ai colori e ai costumi — che creano ambienti perennemente intrappolati in un limbo simile ai nostri anni 80 — definiscono un’atmosfera di grande plasticità e finzione, che giocano un ruolo fondamentale nell’approccio alla narrazione del regista.

    In molti film — come Rushmore e The Royal Tenenbaums  — sono diversi i richiami all’infanzia di Anderson, alla sua famiglia e all’ambiente in cui egli è cresciuto. Il suo scopo è di rivivere quei momenti come se si stesse vivendo una favola, leggendo un libro o semplicemente guardando un film, ed è per questo che la maggior parte delle sue pellicole sono divise in atti, capitoli o fasi, hanno addirittura un narratore onnisciente (come nel caso di The Life Aquatic), oppure alternano vari rapporti d’aspetto per sottolineare il filo narrativo a cui ci si sta riferendo (come nel caso di The Grand Budapest Hotel).

    Anderson va quindi volutamente contro il Naturalismo del cinema, facendo sentire lo spettatore onnisciente sulla scena, creando un’atmosfera deliziosamente in bilico tra il reale e l’artificioso, come se fossimo all’interno di una vera e propria favola Disney.

    I PERSONAGGI

    Seppur la cornice appaia la più idilliaca possibile, come decantano gli stessi I Cani nella loro canzone intitolata “Wes Anderson”, “i cattivi non sono cattivi davvero/ma anche i buoni non sono buoni davvero” nelle pellicole del regista, ed ogni personaggio non appare per ciò che ci s’immagina, a cominciare dai più piccoli.

    Nei film di Wes Anderson, i ragazzini sono presentati come veri e propri adulti, sia nel loro modo di fare e di vestirsi, sia tramite le loro ambizioni, i loro sogni e i loro obiettivi. Ne è esempio Zero in The Grand Budapest Hotel, figlio di immigrati che scappa dalla guerra per potersi assicurare un lavoro come garzoncello nel prestigioso hotel affianco a Monsieur Gustave, imparando il mestiere in modo impeccabile e cercando in tutti i modi di aiutare il suo superiore, anche quando finirà in prigione per delle false accuse.

    Nonostante ciò, i ragazzini si sentono ugualmente in dovere di conformarsi alla società che li circonda, come Max Fisher in Rushmore (il film con più riferimenti biografici, a detta di Anderson) così desideroso dell’approvazione dei suoi compagni di liceo che si iscriverà a tutti i corsi possibili, diventerà presidente di club insignificanti e sognerà di essere il più intelligente della classe.

    Altri invece, come Sam e Susie in Moonrise Kingdom, adotteranno soluzioni più impulsive, e fuggiranno direttamente in mezzo al bosco e sulla spiaggia, ballando e cantando lontani dalle loro responsabilità e dalle loro famiglie, con la grande promessa di amarsi anche “se non sanno di cosa stanno parlando”.

    Il cinema di Wes Anderson

    Moonrise Kingdom (2012)

    Dall’altra parte, se la gioventù dona grandi speranze e numerose aspirazioni, l’età matura ci porta ad affrontare la dura realtà. Steve Zissou, protagonista di The Life Aquatic, è insoddisfatto della sua vita e si sente continuamente perseguitato dal suo passato, prima dalla morte del suo migliore amico e poi dall’apparizione improvvisa di un figlio illegittimo.

    I figli di Royal Tenenbaum in The Royal Tenenbaums mostrano sin da piccoli i loro grandi talenti come manager, attrice e astro nascente del tennis, ma scemeranno col tempo senza un giusto sostegno da parte del padre, facendoli diventare fantasmi di sé stessi, con problemi di alcol, depressione e droga.

    Come si può notare, nonostante i colori sgargianti e l’estetica appagante dei film di Wes Anderson possano ingannare l’occhio meno attento dello spettatore, questo non significa che si debbano presupporre dei personaggi caricaturali e superficiali, con delle storie banali e al limite del lieto fine.

    LO HUMOR

    Le pellicole di Wes Anderson possono definirsi in tutto e per tutto delle commedie, ma vediamo come il regista-scrittore cerca di creare situazioni comiche anche i mondi all’apparenza perfetti e raffinati.

    • L’INTERRUZIONE DEL PERSONAGGIO

    Monsieur Gustave in The Grand Budapest Hotel è un uomo ineccepibile in tutto quello che fa, educato, cordiale, zelante, incarna perfettamente quello che il gestore di un hotel dovrebbe rappresentare. L’ilarità del personaggio sopraggiunge quando accade tutto il contrario: Monsieur Gustave perde le staffe e inizia a spergiurare, utilizzare blasfemie e insultare le persone con cui sta discutendo.

    Famosa la scena in cui, dopo essere stati interrotti da una sortita nazista sul treno ed essere stati trattai bruscamente colpiti poiché considerati non in regola,  il concierge inizia una lunga elucubrazione filosofica sulla vita e la natura umana con il suo garzoncello Zemo, per poi concludere il tutto con un sonoro “Fuck it”.

    • A MALEDUCAZIONE FUORI CONTESTO

    Sempre in The Grand Budapest Hotel (picco della comicità di Wes Anderson, a mio parere) assistiamo alla lettura del testamento di Madame D, in cui si scopre che tutta la sua eredità viene lasciata ad unica persona: Monsieur Gustave, suo amante durante i soggiorni all’hotel e che interrompe la scena proprio in quel momento. Il figlio Dmitri si oppone prontamente alla cosa e inizia ad accusare il concierge di essere l’assassino della donna, e che mai una persona del genere avrebbe potuto amare sua madre. La situazione degenera quando M. Gustave ribatte alle sue offese e i due finiscono per prendersi a pugni in una scazzottata a dir poco comica.

    In conclusione, possiamo dire che i film di Wes Anderson non si fermano ad essere banali film esteticamente appaganti, ma nascondono sotto i bei colori e inquadrature perfette trame profonde, ricche di personaggi buffi, ironici e unici nel loro genere.

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  • RECENSIONE IT’S A SIN (SERIE TV)

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    Nel 1987 i Pet Shop Boys, duo synth pop britannico, pubblicano il singolo It’s a sin, che condanna la morale cattolica basata sui concetti di peccato, vergogna e colpa. Attorno a questi temi ruota la storia raccontata dalla nuova serie televisiva firmata da Russel T. Davies (già noto, fra le altre cose, per un altro cult della serialità LGBT+ come Queer as folk), che proprio per questo motivo prende lo stesso titolo della canzone, e che è già andata in onda nel Regno Unito su Channel 4 e negli Stati Uniti su HBO Max, riscuotendo grande successo. La vicenda di It’s a sin inizia nel 1981 e segue lungo tutto il decennio la vita di un gruppo di ragazzi gay e queer che, fuggiti dalle loro famiglie di origini per trasferirsi a Londra e vivere apertamente la loro vita, si trovano a dover fronteggiare la minaccia dell’epidemia di AIDS, che sconvolgerà profondamente le loro esistenze.

    In particolare il personaggio su cui la serie insiste di più è quello di Richard Tozer, interpretato da Olly Alexander (frontman della band Years & Years), giovane rampante e ambizioso che arriva nella capitale inglese per studiare legge. Sarà grazie all’incontro con Jill, la quale diventerà sua grande amica, che avrà il coraggio di seguire il suo vero sogno, ovvero la recitazione, andando ancor di più contro le aspettative della famiglia. Anche il personaggio di Jill è particolarmente interessante: unica ragazza del gruppo, con genitori molto aperti mentalmente, è la prima che si preoccupa della nuova malattia che si sta diffondendo, nonostante in quel frangente non ne sia personalmente toccata, mentre ancora gli amici fanno finta di niente, o peggio, si danno apertamente alla negazione del pericolo che stanno correndo. Se fosse davvero così grave – dice ad un certo punto Richard – “sarebbe su tutti i notiziari”. Attraverso gli occhi di Jill vediamo l’impotenza di fronte ad una malattia di cui non si sa ancora niente, e di cui probabilmente una società così conservatrice non vuole sapere niente, soprattutto visto che ad essere colpiti sono gruppi marginalizzati che alcuni, molti, vorrebbero solo non esistessero.

    Al termine dei cinque episodi siamo capaci di tirare le fila e capire quello che la storia vuole comunicarci sotto la superficie: il vero problema, la vera malattia, è la vergogna. La maggior parte dei ragazzi che contraggono l’AIDS muore nel silenzio, nella vergogna, nella solitudine. “Vanno a casa”, come dice Carol, l’agente di Richard, riferendosi ai tanti attori gay che, in punto di morte, tornano nelle loro città di origine, in provincia, per sparire senza che nessuno sappia cosa gli è successo. I riferimenti a quanto sia tossico vivere costantemente sotto questa cappa oscurantista punteggiano la serie dal primo momento, ma esplodono verso la fine nel monologo in cui Jill incolpa la madre di Richard, Valerie, altro personaggio a suo modo straordinario, per la morte del figlio e di tutti quei ragazzi che il figlio ha contagiato, perché cresciuto in una casa infestata dalla vergogna. Vergogna che lo ha portato a credere, come tanti altri, di meritarsi la malattia, di meritarsi quella fine. E non a caso è mostrata la morte solo di coloro che in qualche modo si sono riscattati da questa spirale della vergogna, gli altri semplicemente scompaiono. Della loro morte vediamo solo i segni.

    Per quanto moralmente negativo, il personaggio di Valerie Tozer, madre di Richard, è forse uno dei più interessanti. gran parte del merito va all’interpretazione magistrale di Keeley Howes, che dopo quattro episodi da personaggio secondario, nell’ultimo esplode con una scena tour-de-force che dà al personaggio uno spessore, una complessità e una serie di contrasti, che lo rendono quantomeno affascinante, anche se negativo. Ma in generale è interessante vedere come siano le madri a tenere le fila di questo rapporto complicato con i figli, più o meno amati, più o meno accettati per quello che sono, a volte umane e a volte fredde come il ghiaccio, ma comunque presenti. Al contrario dei padri che, quando non completamente assenti, sono deliranti o dei fantasmi.

    Nonostante la morte e la malattia siano così presenti, o anzi, probabilmente proprio per questo motivo, la serie vibra di vita e di energia, di emozioni, di umorismo e irriverenza, di momenti di profonda umanità. Come tutte le buone storie, ti fa venire voglia di sognare e di vivere.

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  • RECENSIONE NOMADLAND – UNA NUOVA MITOLOGIA AMERICANA

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    Durante la cosiddetta grande recessione seguita alla crisi economica del 2008 centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti hanno perso la casa e, dovendo trovare un modo per sopravvivere, molte di loro hanno dato vita a nuovi fenomeni di nomadismo. Non fa eccezione la sessantenne Fern che, rimasta vedova e disoccupata, si trasferisce in un minivan e – barcamenandosi tra un incarico stagionale ad Amazon, la gestione di un campeggio e il lavoro in un fast food – abbandona la vita stanziale e fa la conoscenza delle tante comunità di nuovi nomadi che popolano gli Stati Uniti occidentali.

    La regista Chloé Zhao

    Dopo Songs My Brothers Taught Me (2015) e The Rider – Il sogno di un cowboy (2017), Chloé Zhao continua la sua esplorazione dell’anima statunitense e si immerge ancora una volta nella provincia americana, per coglierne i nuovi miti. La forza del film della giovane regista cinese, infatti, sta proprio in una trasfigurazione del paesaggio cinematografico e del suo significato iconico. Il “vecchio West” di John Ford – la terra promessa verso la quale il progresso avanza a suon di rotaie posate nel deserto, la manifestazione assoluta del sogno americano (la civilizzazione e la riconduzione all’ordine della wilderness, la terra selvaggia) – è qui svuotato degli attributi che decenni di cinema gli hanno affibbiato e azzerato nel suo portato simbolico. Il West in Nomadland rappresenta il fallimento definitivo di quel sogno, venuto meno con l’avvento di un capitalismo esasperato che ha determinato una sorta di riavvolgimento storico e un ritorno a pratiche precedentemente abbandonate. Fern, interpretata da un’inscalfibile Frances McDormand, si aggira dunque tra le macerie dell’American dream, ma lei e gli altri nomadi, mossi da una visione solidale della vita, resuscitano una concezione pionieristica che, come affermato dalla sorella della protagonista in una scena del film, è “parte della tradizione americana”: come i pionieri dovettero lottare per la civilizzazione, così Fern e i suoi devono tentare un ritorno alla natura, alla condivisione, alle cene notturne attorno al falò. È così che l’America è nata ed è l’unico modo in cui può sopravvivere e riconquistare uno scopo che la ripaghi dei tanti errori commessi. Il nomadismo moderno rappresenta, per la Zhao, un ritorno ai valori e all’anima statunitensi e una rifondazione della mitologia nordamericana.

    La regista racconta tutto ciò con uno stile in bilico tra lirismo malickiano e documentario: decide di utilizzare praticamente solo attori non professionisti (a parte la McDormand e David Strathairn) e veri membri delle comunità nomadi, fa uso parco delle belle musiche di Ludovico Einaudi e punteggia il film di piccole storie che hanno il sapore dell’autenticità (particolarmente forte quella dell’anziana Swankie).

    Fern, eroina insicura e tormentata dai ricordi del defunto marito Bo, è alla perenne ricerca di un senso per la propria esistenza e di una riconciliazione con i luoghi del proprio dolore. Nel West trova da un lato la libertà assoluta di farsi trasportare dal vento di fronte all’oceano in tempesta e di lasciarsi alle spalle la sofferenza della perdita (un giorno ci rincontreremo tutti: questo il senso della ormai celebre tag lineSee you down the road.”) e dall’altro la costrizione di doversi comunque adeguare a un sistema economico (la donna lavora ad Amazon per necessità) non ancora scardinato che non permette a nessuno di sfuggirvi. Il personaggio della McDormand trova dunque il senso vero del proprio percorso di nomade nel proprio furgoncino: quasi estensione del proprio corpo, il Vanguard – avanguardia, progresso: così si chiama il minivan di Fern – è il cavallo della contemporaneità, il destriero dei nuovi pionieri in cerca di una nuova America e di un nuovo sogno.

    Il film ha vinto 3 premi Oscar (miglior film, regia e attrice protagonista) e il Leone d’Oro alla 77ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

    Il discorso di accettazione del Premio Oscar alla Migliore Regia di Chloé Zhao

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  • MAESTRANZE: IL PRODUTTORE CINEMATOGRAFICO

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    LA FIGURA DEL PRODUTTORE CINEMATOGRAFICO

    La figura del produttore cinematografico è spesso fraintesa dai giovani cinefili che sanno solo a grandi linee o per sentito dire chi è e cosa fa concretamente questo professionista.
    Una leggenda metropolitana vuole che il produttore debba necessariamente essere “colui che mette i soldi”. Questo preconcetto è spesso vero, ma nella maggior parte dei casi (specialmente in Italia) non è così, e il produttore è piuttosto colui che si occupa di trovare i fondi per finanziare un progetto audiovisivo.
    Prima di analizzare nei dettagli la figura del produttore bisogna però definire quali sono le fasi progettuali di un film. La produzione comprende infatti sviluppo, pre-produzione, lavorazione e post-produzione, ed è soltanto la prima delle tre macro-fasi che precedono l’uscita in sala di un film. A questa prima macro-fase seguono poi la distribuzione e l’esercizio.

    SVILUPPO

    Tra le mansioni a cui assolve il produttore vi è quella di richiedere un finanziamento per la realizzazione di un film, alla base del quale sta un soggetto precedentemente acquisito da egli stesso o dalla società di produzione per cui lavora al fine di ricavarne una sceneggiatura.
    Quando si firma questo tipo di contratto sono previsti diversi tipi di diritti, tra cui quelli per il cinema, la televisione, l’home video, il merchandising, il teatro e molto altro.
    La prima fase dunque consiste nell’attività di “scouting”, ossia nella ricerca di materiale non originale (romanzi, soggetti scritti da terzi, fumetti) o nella scrittura o co-scrittura di un soggetto da finanziare. Non di rado i produttori più celebri della Hollywood contemporanea si occupano essi stessi della scrittura del soggetto da finanziare. In Italia, per evitare dissesti economici, le società di produzione preferiscono investire su best seller o su libri vincitori ad esempio del Premio Strega, in modo da avere una qualche forma di garanzia di incassi al botteghino. La distinzione è dunque tra tra soggetti originali e soggetti non originali.

    Una volta acquisito il soggetto si procede con le fasi di scaletta e trattamento, due momenti fondamentali, spesso erroneamente saltati, che precedono la sceneggiatura e per i quali bisogna ottenere l’approvazione del produttore prima di procedere con la scrittura di dialoghi e scene per intero. In fase di sviluppo viene inoltre portato avanti il primo spoglio della sceneggiatura da parte di tutta la produzione con la supervisione del produttore. Esso consente di rilevare dati e informazioni da inserire in un database per fissare un budget iniziale e degli obiettivi.

    PRE-PRODUZIONE

    Il produttore si occupa anche di definire i rapporti con soggettisti e sceneggiatori, oltre a proporre il regista e almeno due degli attori principali del cast. Il cast definitivo sarà successivamente selezionato dalla figura del direttore o direttrice casting, che si occupa di provinare gli attori e di scegliere le comparse.
    A questo punto si prepara il budget e si assicurano le forme di finanziamento; viene poi costruito il set e vengono scelte le location.

    LAVORAZIONE

    La lavorazione comincia nel momento esatto in cui si mette piede sul set e la troupe comincia a sistemare tutti i tasselli che precedono il ciak. Prima vengono fatti dei sopralluoghi sul set e sulle location per essere certi che non manchi nessun elemento fondamentale per le riprese. Poi produttore e aiuto-regista procedono con un secondo spoglio della sceneggiatura al fine di valutare gli impegni degli attori. Solo dopo aver avuto lo spoglio della sceneggiatura si può stabilire un piano di lavorazione, ovvero una rappresentazione grafica su ascisse e ordinate del calendario delle riprese del film. Capita spesso che la lavorazione non proceda seguendo l’ordine delle scene, ma piuttosto che si ragioni “per luoghi”: in questo modo nel caso ci siano scene temporalmente lontane ma che si svolgono nel medesimo luogo, queste saranno girate comunque nello stesso momento per diminuire tempi e costi. Non è infatti necessario girare le scene secondo l’ordine della sceneggiatura: questa decisione viene presa anche tenendo conto degli impegni degli attori, della disponibilità delle location o di altri fattori. L’agenda delle riprese viene anch’essa concordata con il produttore prima dell’inizio della lavorazione.

    POST-PRODUZIONE

    Finite le riprese saranno i montatori, i tecnici del suono e i tecnici degli effetti speciali ad occuparsi dell’ultima fase del film, in modo da dargli un volto e un’identità precisa. Montaggio, missaggio, CGI e registrazione della colonna sonora avvengono in questa fase. Al termine della post-produzione viene stampata la copia master del film.

    ALTRE MANSIONI

    Oltre a queste fasi vi sono altre mansioni di cui il produttore e i suoi assistenti si occupano, ad esempio le strategie di marketing e le tipologie dei contratti che vengono stipulati: uno per la troupe, uno per ogni attore, uno per il/ i soggettisti, uno per gli sceneggiatori e così via. Il produttore è dunque una figura che conosce i suoi diritti e quelli dei professionisti dello spettacolo, oltre alle leggi che li tutelano.

    Il tutto rientra nella sfera prettamente “produttiva” e non è da confondere con la distribuzione, ossia con la fase in cui il distributore si occupa della diffusione fisica del prodotto in sala e per altre modalità di consumo ( TV, piattaforme streaming), e della sua comunicazione, oggi soprattutto via web. Il prodotto così arriva pronto per essere consumato in sala, lì dove avviene il cosiddetto “esercizio”. Questa fase finale è quella che prevede gli incassi sulle vendite dei biglietti, di cui una percentuale andrà agli esercenti.

    “UNA CATENA DI MONTAGGIO”

    Una produzione cinematografica è come una catena di montaggio in cui ogni maestranza ed elemento risulta fondamentale per il risultato finale. Ancora oggi è acceso il dibattito sulla paternità di un film, e ci si chiede se debba essere attribuita al regista o meno. Questo concetto è generico e ampio e necessita dell’analisi di una singola produzione per provare a dare una risposta concreta, anche se sono sempre più professionisti a dare un contributo essenziale alla realizzazione di una pellicola. Tra essi: direttore della fotografia, montatori, sceneggiatori, compositori, scenografi, costumisti e ovviamente produttori.

    Non è un caso che agli Oscar e in molti festival internazionali siano presenti più categorie e più premi: è infatti corretto riconoscere il lavoro, l’arte e il genio di ogni maestranza.
    Un film è un lavoro collettivo e il produttore è la figura che funge da mediatore tra tutti i professionisti del settore, definendo piani di lavorazione e linee guida da seguire.

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  • CHE COS’È IL CINEMA CLASSICO?

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    Casablanca, Via col vento, La vita è meravigliosa, Il Mago di Oz, Singin’ in the Rain…quante volte abbiamo sentito parlare di questi film come di “classici” del Cinema?

    Questa riflessione si potrebbe allargare anche a molti altri ambiti artistici poiché la parola “classico” è divenuta centrale nella vita culturale e intellettuale di una società, al punto da arrivare a influenzare il nostro modo di rapportarci con un prodotto artistico.
    Nel corso di questa rubrica, proveremo a interrogarci sui criteri che rendono una pellicola un classico attraverso alcuni esempi che prenderò in analisi nei prossimi articoli.

    Il mago di Oz, 1939, Victor Fleming

    Partiamo dalle basi: cosa si intende per “classico”?

    In ambito cinematografico la nozione di classico è stata impiegata per la prima volta dal critico André Bazin e sta ad indicare qualcosa che conserva la propria importanza, la propria attualità e universalità. In altri termini, un classico, per essere definito tale, deve porsi a modello ma, ancor più, deve preservare il proprio valore al di fuori dal tempo di appartenenza: deve essere ritenuto importante in tutte le epoche.


    André Bazin

    Scriveva Italo Calvino: “D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. Un classico […] non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

    A tal proposito, questo termine ha una natura molto ambigua: un classico, nonostante sia definito da un’attualità interna, viene a costituirsi in dialettica rispetto al “moderno”, presuppone cioè uno scarto col moderno. L’idea stessa di classicità coincide con una serie di caratteristiche che riconducono una pellicola a un’epoca passata. Queste caratteristiche possono spaziare dal bianco e nero, al tipo di recitazione, al montaggio e così via. Ad esempio, un film di Hitchcock appare diverso da un film di Tarantino, non solo per lo stile, ma anche per il diverso modo in cui i film sono stati realizzati, per l’epoca stessa in cui sono stati scritti e prodotti, nonché per il loro contesto storico di appartenenza. In questo senso la nozione di classicità è intrinsecamente storica pur conservando una sua universalità e attualità di fondo. L’idea stessa di classicità, infatti, possiede un’essenza che muta a seconda degli studi, delle teorie ma anche delle epoche stesse: ogni epoca possiede una propria idea di classicità, la quale è storicamente connotata.

    Alfred Hitchcock

    Tralasciando le questioni di matrice teorica, in ambito cinematografico il termine “classico” viene spesso impiegato per riferirsi a capolavori del cinema, spesso anche ai più recenti. Tuttavia per gli studiosi questo termine è solitamente riconducibile all’età d’oro di Hollywood, un periodo molto lungo che si colloca tra la fine degli anni ’20, che vedono l’avvento del sonoro, e i primi anni ‘60.

    L’introduzione del sonoro nel 1927 e la fine della grande crisi del ’29 inaugurano l’inizio del Cinema Classico americano, il quale possiede delle caratteristiche peculiari che lo differenziano da tutte le altre esperienze cinematografiche. In primo luogo, si caratterizza come una tipologia di cinema fortemente narrativo, fondato sul principio di trasparenza e continuità della narrazione, che è guidata oltre che dal narratore anche dagli stessi personaggi e dalle loro azioni, che contribuiscono a definirne la psicologia.

    Casablanca, 1942, Michael Curtiz

    Il successo della narrazione hollywoodiana deve essere ricercato nel sistema dei generi cinematografici, e nell’impiego dei principi di standardizzazione e differenziazione, che consistono nel raccontare la stessa storia in modi diversi. In secondo luogo, il cinema americano classico è anche noto come “fabbrica dei sogni”. I film, all’epoca, erano un prodotto dello Studio System nonché risultato di una vera e propria catena di montaggio, nella quale il regista, nella maggior parte dei casi, non deteneva piena libertà artistica ma era considerato un semplice esecutore, vincolato al volere e ai capricci del produttore e della Major stessa. Ciò non valeva solo per le pellicole: anche le star, infatti, erano un prodotto di Hollywood, costruite ad hoc per conquistare il grande pubblico. I divi e le dive si imponevano come modelli di bellezza, di stile e di comportamento, apparivano come la perfetta incarnazione dei valori della società americana e spesso rappresentavano elementi indispensabili per la riuscita di un film. All’industria americana, quindi, va anche il merito di aver dato vita al fenomeno dello Star System.

    Dopo questo breve excursus storico in cui ho cercato di tracciare alcune delle caratteristiche principali della Golden Age, concludo invitandovi a seguirmi in questo straordinario viaggio alla scoperta dei grandi classici del cinema americano.

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  • RECENSIONE SOUND OF METAL DI DARIUS MARDER

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    Candidato a sei premi Oscar e vincitore per le categorie di miglior montaggio e miglior sonoro, Sound of Metal è il film d’esordio alla regia di Darius Marder  (escluso il documentario Loot del 2008).

    Trailer

    Già sceneggiatore per Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012), Marder torna a collaborare con Cianfrance, che cura il soggetto del film, portando a termine un progetto in cantiere già da 13 anni. Dopo oltre un decennio dunque il regista consegna al pubblico la sua opera prima, che racconta, con precisione disarmante e delicata attenzione al dettaglio, la storia di Ruben Stone, giovane batterista ex tossico-dipendente che si ritrova a fare i conti con l’improvvisa perdita dell’udito. La pellicola,  presentata in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2019, vede nei panni del protagonista un meraviglioso Riz Ahmed, che non per niente è stato candidato all’Oscar come miglior attore protagonista. Accanto a lui Olivia Cooke e numerosi attori non professionisti provenienti dalla comunità sorda. A spiccare tra le altre è la performance di Paul Raci. Attore fino ad oggi poco noto al grande pubblico, Raci è figlio di genitori sordi, e riesce a portare sullo schermo un’interpretazione convincente e sincera che è valsa – anche a lui – una nomination agli Oscar di quest’anno.

    Paul Raci interpreta Joe, uno dei punti di forza di questa pellicola

    LA TRAMA DEL FILM

    Lo sviluppo della trama è tutto sommato semplice: Ruben e Lou, compagni sul palco e nella vita, vivono di musica e per la musica. I due formano insieme il gruppo Blackgammon, suonano musica metal e vivono in un van. La loro vita da musicisti nomadi viene stravolta quando, nel bel mezzo di un tour, Ruben perde di colpo quasi l’80% del suo udito. In mancanza di denaro per delle costose protesi acustiche, è costretto ad accettare l’aiuto di Joe, un veterano ed ex alcolista rimasto sordo in guerra, il quale vive in una comunità di sordi e gestisce una casa-rifugio per sordomuti. Per il protagonista inizia così un percorso che dovrebbe essere non solo di accettazione, ma anche di nuova consapevolezza. Lontano dalla sua vita lavorativa e sentimentale, Ruben si inserisce, non senza difficoltà, nella comunità. Studia il linguaggio dei segni e prova a reimparare la percezione di un mondo privo di suoni ma ricco di vibrazioni. La prospettiva però di essere inserito come elemento fisso nella comunità fa tornare a galla il prepotente e totale rifiuto per la sordità, la quale inevitabilmente lo imprigiona lontano dalla sua vita, mentre tutto, fuori dal suo mondo ovattato, evolve e va avanti per necessità di sopravvivenza.

    UN VOCABOLARIO DI SUONI E SGUARDI

    La forza del film, inutile dirlo, sta nell’enorme lavoro di studio e realizzazione del sonoro, che ci porta ad esplorare una condizione di isolamento che da un anno a questa parte può sembrare  ˗ in modo certamente diverso ˗  tristemente familiare.

    A detta di Nicolas Becker (sound editor della pellicola insieme a Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Philip Bladh) la sfida non era quella di realizzare un “bel suono”, quanto più quella di alterare in modo convincente la percezione dei normali suoni a cui il pubblico è abituato. Nel film Ruben è costretto ad acquisire una nuova percezione non solo di ciò che lo circonda, ma anche di sé stesso. Questo è ben trasmesso fin dalle primissime scene: lo spettatore, inizialmente introdotto al mondo metal di suoni alterati e voci distorte, si scontra d’improvviso, così come il protagonista, con una realtà silenziosa, fatta di rumori e conversazioni ovattate e lontane, a volte quasi da intuire. Sullo schermo si alternano momenti sonori, in cui il pubblico vive dall’esterno la frustrazione e la rabbia impotente di Ruben, e momenti di totale immedesimazione e immersione nella sua nuova percezione della realtà. In questo modo l’enorme vocabolario di suoni fini e sottili catturati grazie a speciali microfoni (lo schiocco di una mascella, una porta che cigola, l’incredibile varietà di rumori di una tavolata riunita a pranzo …) si affianca a un silenzio frusciante quando la camera ci porta dietro agli occhi del protagonista, dentro al suo isolamento.

    E sono proprio gli occhi ad essere tra i grandi protagonisti di questo film. Quasi ad indicare il bisogno estremo di acuire gli altri sensi per sopperire alla mancanza uditiva, sono molte le scene in cui gli occhi dei personaggi parlano più e meglio di loro. Non solo percepiamo, chiare e tangibili nello sguardo liquido di Ruben, tutta la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua paura, ma leggiamo con facilità il senso di disperata impotenza negli occhi di Lou, la profonda dignità e consapevolezza in quelli di Joe, la dolcezza sui visi dei bambini e degli insegnati della comunità.

    Ed è proprio nello sguardo silenzioso di Riz Ahmed che, con il progredire della storia, possiamo leggere una nuova consapevolezza. Il protagonista arriva a chiudere un percorso di crescita personale e si rende conto, scontrandosi apertamente con la realtà, di doverla accettare per continuare a vivere in modo certamente differente, ma non per questo meno dignitoso.

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  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 1

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    JANE CAMPION

    Neozelandese, classe 1954, è una delle maggiori registe e sceneggiatrici viventi e ad oggi resta l’unica donna ad aver ottenuto la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

    Nel corso della propria filmografia ha raccontato le donne, la loro sensualità e il loro indomito fuoco interiore.

    Esordì negli anni ’80, ma nel decennio successivo raggiunse la notorietà mondiale e firmò i suoi capolavori: Un angelo alla mia tavola (Leone d’argento a Venezia 1990), ma soprattutto Lezioni di piano (1993) e il troppo sottovalutato Ritratto di signora (1996, uno dei film più belli degli anni ’90 secondo P. Mereghetti).

    Lezioni di piano, in particolare, è un film romantico di straordinaria potenza e bellezza. È la storia dell’indomita gentildonna scozzese Ada (una indimenticabile Holly Hunter) che, trasferitasi in Nuova Zelanda per un matrimonio combinato, è contesa tra il marito designato e un maori a cui insegna a suonare il pianoforte. Resta uno dei melodrammi più sensuali, misteriosi e visivamente avvolgenti mai realizzati, amatissimo da grandi registi contemporanei come Xavier Dolan e celebre per le struggenti musiche di Michael Nyman. Il film vinse 3 Oscar e trionfò a Cannes.

    La Campion non dirige un film dal 2009 (Bright Star), ma ha firmato l’acclamata serie TV Top Of The Lake e ha dichiarato che al momento preferisce lavorare in televisione, dove secondo lei regna massima libertà creativa ed è più semplice abbattere tabù narrativi.

    SUSO CECCHI D’AMICO

    Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, la coppia Age & Scarpelli, Tonino Guerra, Cesare Zavattini… Questi i nomi di alcuni tra i più celebri sceneggiatori della storia del cinema italiano. Tutti uomini. Ma in questa lista manca almeno un nome fondamentale, irrinunciabile: Suso Cecchi D’Amico, classe 1914, la regina indiscussa della sceneggiatura in Italia.

    Nata a Roma, da ragazza compie soggiorni all’estero in Svizzera e nel Regno Unito, a Cambridge. Fin da giovanissima traduce opere di Hardy e Shakespeare, affiancata dal padre Emilio, critico letterario.

    Poi inizia a lavorare nel cinema e per 60 anni firma pellicole di importanza capitale, lasciando il segno in generi cinematografici diversissimi tra loro e nelle opere di registi mitici del nostro cinema.

    Negli anni ’40 e ’50 firma capolavori del Neorealismo, tra cui “Ladri di biciclette” di De Sica: sua l’idea del tentato furto della bicicletta nel finale, nonché la solida struttura in 3 atti all’americana di quel capolavoro, che dopo oltre 70 anni non ha perso nulla della sua forza drammaturgica. Negli anni ’50 sceneggia con il duo Age & Scarpelli e Monicelli forse la più celebre commedia all’italiana: I soliti ignoti. Ma soprattutto, a partire dal 1951, firma quasi tutti i copioni di Luchino Visconti, da Bellissima a Senso, da Rocco e i suoi fratelli a Il Gattopardo fino a L’innocente.

    Nel 1994 ha ottenuto il Leone d’oro alla carriera a Venezia, coronamento di una carriera prolifica, punteggiata da assoluti capolavori. Nel 1999 ha lavorato con Martin Scorsese per il documentario Il mio viaggio in Italia, in cui il regista newyorkese racconta con passione infinita proprio quel cinema che la Cecchi D’Amico per decenni ha contribuito a forgiare.

    Si spegne a Roma il 31 luglio del 2010, un faro nel buio per tutte le sceneggiatrici di ieri oggi e domani.

    KATHRYN BIGELOW

    Sapevate che alcuni dei più importanti film d’azione degli ultimi trent’anni sono stati diretti da una donna? Questo è un genere tradizionalmente (ed erroneamente) associato alla mascolinità, un genere in cui Kathryn Bigelow, classe 1951, è riuscita a trasporre tutta la sua dirompente personalità. Californiana, fin da giovane appassionata di avanguardie artistiche, studia cinema alla Columbia University di New York e esordisce al lungometraggio nel 1981 con The Loveless con protagonista Willem Dafoe.

    Il successo arriva però nel decennio successivo con il cult Point Break – Punto di rottura (1991), con due giovanissimi Patrick Swayze e Keanu Reeves, e soprattutto con Strange Days (1995), film di capitale importanza, punto di non ritorno per il postmoderno cinematografico: una pellicola in cui, in un futuro non troppo lontano, la droga più diffusa tra gli uomini sono le memorie e le esperienze di altri uomini rivissute in prima persona, come un film in home-video e tramite un apposito dispositivo. Le immagini (e quindi il cinema) come droga, dunque, messe in scena a loro volta con uno stile ipercinetico e delirante, che fanno di Strange Days uno dei film espressivamente più audaci degli anni ‘90.

    Dopo alcuni film meno brillanti, nel 2008 arriva la consacrazione definitiva con The Hurt Locker. Pellicola di guerra ambientata in Iraq e sceneggiata dal giornalista Mark Boal (ora compagno della Bigelow). è una meditazione sulla guerra che diviene droga e disumanizza chi la combatte, impedendogli qualsiasi ritorno ad una vita normale e anzi costringendolo ad alzare sempre la posta in gioco sul campo di battaglia, in un crescendo di tensione e orrore. Film duro, ambientato in un Iraq misterioso e quasi astratto, in un conflitto in cui è impossibile comprendere appieno le parti in causa. Il film vince 6 Oscar, inclusi quelli per il miglior film e la miglior regia, per la prima volta nella storia andati ad una donna (quest’anno Chloé Zhao ha vinto l’Oscar alla miglior regia e per il miglior film).

    Negli ultimi anni ha diretto i bellissimi Zero Dark Thirty, storia della caccia ad Osama Bin Laden e indimenticabile saggio di cinema dell’ossessione, e Detroit. È, inoltre, l’ex moglie di James Cameron (battuto agli Oscar 2010 dalla stessa Bigelow quando lui concorreva con Avatar), che le produsse diversi film e sceneggiò Strange Days. Fu un sodalizio breve ma straordinario, troppo poco ricordato, tra due dei maggiori innovatori del cinema d’azione moderno.