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  • DR HOUSE – IL DOTTORE MALEDETTO E L’IPER-ETICA

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    Gregory House, il celebre medico protagonista della serie tv Dr. House – Medical Division è certamente tra gli eroi televisivi che più riescono ad attirare l’attenzione degli spettatori divenendo non solo semplici icone pop, ma veri e propri paradigmi comportamentali con cui misurarsi. Scontroso, cinico, indolente e arrogante, House incarna l’antitesi del perfetto eroe mosso da sani principi, da una forza morale che lo spinge a far del bene alla comunità. Al contrario lo si vede frequentemente contraddire completamente sia la deontologia professionale sia evidenti e generali principi etici, spesso anche ammettendolo platealmente sotto forma di battuta. 

    “Vi ho insegnato a mentire, barare e rubare e appena volto le spalle vi mettete in fila?!” 

    Nonostante il suo perpetuo sfoggio dei peggiori difetti immaginabili, House è riuscito a lasciare un segno indelebile, ad incuriosire e affascinare, ma certamente non per la sua filantropia. Ciò che lo caratterizza al punto da far passare in secondo piano norme civili e sociali fondamentali, è più maestoso e avvincente di una qualsiasi manifestazione di obbedienza a un’etica comune.

    L’ANARCHIA MORALE E L’INDAGINE

    La stima che generalmente si prova per i medici, anche quando essi in qualità di personaggi assumono il ruolo caratterizzante di eroi, è dovuta alla loro bontà e volontà di guarire per poter aiutare il prossimo, ed è tanto più intensificata quanto gli strumenti messi al servizio di questo obiettivo (bravura, intuitività, prontezza) sono sofisticati. Ed è qui che House si distingue, perché il suo operare esula completamente da intenti umanitari. La sua eterna ossessione e il suo motore d’azione è l’enigma, il rompicapo, il caso da risolvere. Famoso tra i suoi colleghi per il suo evitare fin quando possibile il contatto diretto con i pazienti, le sue diagnosi iniziano e si svolgono principalmente in una fase teorica: una discussione con il suo team (a cui è delegata l’osservazione diretta) dei più sottili e apparentemente improbabili meccanismi di causa-effetto che nel paziente portano alla comparsa di sintomi per gli altri medici inspiegabili. Come i creatori David Shore e Paul Attanasio hanno dichiarato, la serie è esplicitamente ispirata a Sherlock Holmes. Oltre infatti ai diversi Easter Eggs disseminati per gli episodi (come l’indirizzo dello stesso protagonista, baker street; o l’assonanza di nomi House-Holmes e Wilson-Watson) è evidente come la logica e la mente di House agiscano più come quelle di un detective che di un dottore. Ma modalità diverse portano a risultati diversi, per cui non sorprende che i suoi superiori pur con qualche reticenza gli permettano di agire indisturbato o quasi, né che il suo specifico compito all’interno dell’ospedale (diagnosta di casi complessi) sia stato creato appositamente per lui. House rifiuta di adattarsi, irrompe con violenza bistrattando le regole e chi tenta di farle rispettare, pretende che gli si tenga testa, esige confronti vivi da cui trarre nuovi spunti. E poi propone la soluzione più folle e originale, che inizialmente lascia sorpresi e inorriditi, ma poi lo si ascolta. Perché è House, e ha ragione. 

    “Non hai prove per la tua teoria!”

    “Per questo sarà così figo quando verrà fuori che ho ragione!”

    HOUSE E L’ETICA 

    La netta prevalenza dell’indagine clinica su qualsiasi altro aspetto della professione ha delle chiare implicazioni etiche che vale la pena di approfondire.

    Si intende con “etica” un insieme di regole generiche o “massime” nel senso kantiano del termine presenti all’interno di una comunità, in grado di discriminare il giusto dallo sbagliato e di influire sull’agire degli uomini venendo applicate a casi specifici. La figura di House è da ciò completamente separata, proprio per questa associazione tra “massima generale” e “caso in cui secondo le possibilità la massima viene applicata”, che è sostanzialmente quello su cui si erge la deontologia professionale. Ma in House è possibile individuare un’etica, nonostante sia diversa da quella comune a tutti gli uomini. Possiamo parlare di un’iper-etica (Blitris, “La filosofia del Dr. House”, 2007) in grado di scardinare e superare i limiti delle sue forme più classiche.

    Søren Kierkegaard in Timore e tremore descrive l’eroe in quanto figura etica, contrapponendovi il Singolo. Se l’eroe tragico si attiene a delle massime universali poiché il suo scopo è tendere a un bene universale, l’assoluto Singolo mira solo a rapportarsi con un altro assoluto singolo. Evitando di appellarsi a un insieme di regole, il singolo risponde a una sola ingiunzione: un dovere incondizionato che lo lega all’altro caso singolo, coronando così una dimensione di “assoluto” nel senso etimologico del termine: dal verbo latino absolvere, sciogliere e liberare da qualsiasi tipo di vincolo o legame. 

    In questo modo l’iper-etica di House lo porta a stabilire un legame con il suo caso in un senso illimitato, separato da norme deontologiche che possano ostacolarne la risoluzione e insofferente verso l’idea che “se tutti i dottori agissero così ci sarebbero molti più morti”. Poiché non conta considerare quel paziente all’interno di uno schema più ampio che tenga conto anche di altri aspetti e altre persone. L’iper-etica impone di andare al di là delle comuni norme etiche che potrebbero ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo assoluto. House non le infrange, le ignora. Non ne ha bisogno, perché la sua norma è più imponente, travolgente, inflessibile: salva il tuo paziente, a qualsiasi costo.

    Questo costo potrà consistere in metodi rischiosi ed estremi di cura della patologia come in tentativi di effrazione nelle case dei pazienti, trappole e inganni posti ai colleghi, e persino nel mettere in secondo piano qualsiasi tipo di relazione interpersonale: tutto sarà sempre subordinato all’Imperativo dell’iper-etica.

    L’OSSESSIONE E IL GENIO. IL MEDICO MALEDETTO

    Tra le diverse definizioni di genio che vi possono essere, c’è sicuramente quella che identifica il genio come colui che riesce a trovare i collegamenti tra le cose più disparate. Un’ulteriore conferma, dunque, della superiorità intellettuale di House rispetto ai suoi colleghi risiede nella sua capacità di individuare parallelismi tra il funzionamento del corpo umano e il mondo esterno. Il momento più intenso della sua indagine, il climax, è costituito da una sua normale interazione con momenti della vita quotidiana, che possa trattarsi di fare un bagno freddo, ascoltare un dibattito sul caffè, suonare uno strumento. Non solo, la procedura standard delle diagnosi è per lui utilizzare metafore per spiegare i sintomi del paziente e la loro possibile causa. Una semplificazione simile al modo con cui un professore spiega qualcosa di complesso ai suoi alunni. House, tuttavia, è perfettamente consapevole dell’intelligenza dei membri della sua squadra (formata dai dottori Chase, Cameron e Foreman, rispettivamente Jesse Spencer, Jennifer Morrison e Omar Epps) ed è poco probabile che questa sua abitudine miri a rendere dei concetti più semplici per chi non può capire. Più verosimile è invece l’ipotesi che in lui una visione complessiva e omogenea del mondo e del suo funzionamento sia data da un’intelligenza talmente fertile e prorompente da non potervisi sottrarre. Proprio come un artista maledetto non riesce a separare le sue opere dal suo vissuto, per House è impensabile tenere distinte la vita e la medicina, anzi esse costantemente collidono, si sovrappongono, si ispirano e influenzano a vicenda.

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  • Roger Corman e il ciclo di Edgar Allan Poe

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    Al nome di Roger Corman è stata spesso associata la definizione di artigiano del cinema, un artista capace di creare opere notevoli e iconiche con pochissimi mezzi durante tutta la sua carriera, nonché uno di quei registi e produttori che, dopo aver avuto un’importante influenza sulla storia della settima arte, sono finiti nel dimenticatoio negli ultimi decenni. Definito come il “papà del cinema pop”, il suo lavoro pionieristico nel mondo del cinema indipendente ha portato alla realizzazione di più di 50 film come regista e più di 300 lungometraggi come produttore, facendo da mentore a nomi pesantissimi come Francis Ford Coppola, Ron Howard, Martin Scorsese, Jonathan Demme, Peter Bogdanovich, Joe Dante e James Cameron, e lanciando le carriere di star come Peter Fonda, Jack Nicholson, Dennis Hopper, Bruce Dern e Sylvester Stallone, influenzando notevolmente il movimento della New Hollywood negli anni ‘60 e ‘70. 

    Da regista, il ciclo di pellicole più fortunato della carriera di Roger Corman è senza ombra di dubbio la serie tratta dalle opere del grande scrittore americano Edgar Allan Poe, realizzata per l’American International Pictures e legata a doppio filo anche a un’altra figura mitologica del cinema horror anni 50’ e 60’: l’istrionico e troppo dimenticato Vincent Price, definito per la sua recitazione semiseria e il suo atteggiamento da aristocratico il contraltare statunitense di Boris Karloff. Il contributo alla riuscita di molte delle migliori opere del ciclo va anche accreditato alle sceneggiature di Richard Matheson, famoso scrittore statunitense autore del libro Io sono leggenda, trasposto e pesantemente rivisitato nel 2007 dall’omonimo film con Will Smith, ma soprattutto nel 1964 con il delizioso L’ultimo uomo sulla terra per la regia del nostrano Ubaldo Ragona e di Sidney Salkow con protagonista Vincent Price, film a cui si deve il merito di aver ideato e messo in scena dei proto-zombie, i quali hanno ispirato il grande George A. Romero per il suo La notte dei morti viventi. Questo microcosmo ideato da Poe e filtrato dalla mente di Corman si compone di sette pellicole, non tutte ugualmente riuscite, ma che compongono un progetto caratterizzato da una grande uniformità stilistica, spesso di impostazione teatrale, con la narrazione sviluppata in poche ambientazioni visto il basso budget a disposizione, e capace di creare piccole chicche che entrano di diritto nella storia del cinema. 

    HOUSE OF USHER

    La prima opera è House of Usher del 1960, basato sul racconto “The Fall of the House of Usher”, realizzata con l’utilizzo di soli quattro attori, capitanati da un perfetto Vincent Price, i cui personaggi vengono schiacciati dal peso di un destino superiore e incontrollabile che annienta la loro razionalità. Il regista ha il merito di creare tensione e un’atmosfera estremamente cupa, rendendo viva la casa degli Usher, con i suoi tremolii e gli inquietanti ritratti di famiglia. Questa pellicola, come negli altri film di questo ciclo, prende solo ispirazione dagli scritti di Poe, prelevandone l’elemento di terrore  più semplice da comprendere per chiunque: la sepoltura prematura, tema ripreso anche in alcuni dei film successivi, tra cui uno intitolato proprio Premature Burial. Con questa prima opera Corman imposta le regole e lo stile che avrebbe esasperato nelle pellicole successive, costruendo un film riuscito e ancora oggi considerato un cult.

    THE PIT AND THE PENDULUM

    Appena un anno dopo arriva nei cinema The Pit and the Pendulum, basato sull’omonimo racconto, che si rivela essere una delle punte di diamante di questo ciclo di pellicole, nonché forse l’opera più famosa di tutta la filmografia di Corman. A fianco di un ispirato e luciferino Vincent Price, uno dei ruoli più importanti all’interno del film viene affidato all’iconica Barbara Steele, attrice britannica protagonista di La maschera del demonio, capolavoro del regista nostrano Mario Bava. Anche The Pit and the Pendulum viene costruito come un’analisi psicanalitica, approccio comune in quasi tutti i titoli ispirati da Poe, rappresentando di fatto una discesa negli abissi dell’inconscio, simboleggiati in questo caso dalla camera delle torture, posta nel profondo della terra e realizzata attraverso le maestose e mai così ispirate scenografie di Daniel Haller. Durante tutta la pellicola Corman gioca molto con la palette cromatica, realizzando flashback in bianco e nero con sfumature di blu, che va a provocare una sensazione di malessere e a ricordare gli oscuri meandri dell’inconscio. Un film posato e al contempo psichedelico, The Pit and the Pendulum è un piccolo capolavoro da riscoprire per i fan dell’horror e del cinema in generale. Il medesimo racconto di Poe fu nuovamente adattato trent’anni dopo da Stuart Gordon, un altro maestro del cinema horror a basso budget, famoso principalmente per la pellicola Re-Animator.

    THE PREMATURE BURIAL

    Nell’anno successivo Corman torna al cinema con The Premature Burial, tratto dall’omonimo racconto, unico film realizzato senza Vincent Price, sostituito in questo da un bravo Ray Milland e usufruendo di un giovane Francis Ford Coppola come assistente alla regia. Il film rappresenta il primo passo falso della serie, nonché forse la pellicola meno riuscita tra le sette opere. L’assenza di Richard Matheson alla sceneggiatura si sente e il film risulta essere eccessivamente statico e realizzato con poco mordente, dando l’impressione più di una volta di assistere a un cortometraggio allungato su 80 minuti. Pur molto artigianali, vanno segnalate le ottime scenografie di ispirazione gotica e le musiche.

    TALES OF TERROR

    Nello stesso anno di The Premature Burial, a dimostrazione della maestria e prolificità con cui Corman era in grado di realizzare numerosi progetti in poco tempo e con ottimi risultati, esce Tales of Terror, film a episodi che adatta i racconti Morella, The Black Cat, The Cask of Ammontillado e The Facts in the Case of M. Valdemar. Nel secondo episodio compare anche il grande Peter Lorre, stretto amico di Vincent Price e famoso per la sua interpretazione in M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang. Se nel primo dei tre blocchi Corman si limita a mettere in scena una storia sulla falsariga di quanto già fatto precedentemente, nel secondo, che unisce  The Black Cat e The Cask of Ammontillado il regista comincia a sperimentare la riuscita unione tra ossessioni psicologiche tipiche dei racconti Poe e la commedia, realizzata grazie alla splendida prova di un ubriachissimo Peter Lorre, mentre nel terzo spinge sull’acceleratore della componente horror, con la presenza di un leggero splatter non usuale per i film dell’epoca.

    THE RAVEN

    Passa un altro anno e Corman produce The Raven, filmato in appena 15 giorni e ispirato all’omonima poesia di Poe che in questo caso funge solo da incipit. La drammaticità e la disperazione della controparte letteraria viene qui completamente abbandonata a favore della commedia e del fantasy, in un’opera che smonta i meccanismi dei film horror. Corman colleziona per questa occasione un cast di eccezione: a fianco di Vincent Price troviamo nuovamente un ubriachissimo Peter Lorre, il grande Boris Karloff e un giovanissimo Jack Nicholson, che si era messo precedentemente in mostra in un altro film cult del regista: The Little Shop of Horrors. The Raven è un film volutamente parodistico, con Price e Lorre battitori liberi nel creare gag spassosissime, a cui Karloff fa da contraltare con la sua recitazione sempre posata. Nonostante il basso budget, la cura della messa in scena è ineccepibile e il film regala un meraviglioso duello di magia, realizzato attraverso trucchi di montaggio e con una straordinaria inventiva che fa impallidire la staticità e normalità di molta magia messa in scena ad esempio della saga di Harry Potter. Uno dei capitoli più riusciti del ciclo.

    THE MASQUE OF THE RED DEATH


    Nel 1964 è il turno di quello che per il sottoscritto è il miglior film di Roger Corman,
    The Masque of the Red Death, caratterizzato da scenografie di stile barocco unito al gotico di grande fascino. L’impostazione teatrale è sempre presente, anche se in questo caso il numero di ambientazioni aumentano. Alla nebbia dell’esterno fa da contraltare l’esplosione dei colori nel castello del diabolico Principe Prospero (un cattivissimo Vincent Price), colori simboleggianti anche una progressiva connessione profonda col maligno, con l’alternarsi di diverse stanze all’interno dell’edificio caratterizzate da colori sempre più tendenti al rosso. Numerosi sono i riferimenti a Il settimo sigillo di Bergman e stilisticamente sembra che Stanley Kubrick abbia preso ispirazione da questo film per alcune scene di Eyes Wide Shut. Questa opera risulta essere sicuramente la più politica tra quelle del ciclo, con Corman che ci mostra un medioevo decadente e sull’orlo dell’abisso, rappresentato da una casta di nobili volgari e corrotti, e da un ceto meno abbiente costretto dai potenti e dalla pandemia a compiere efferatezze e ad abbandonare la propria natura umana. Su un mondo come questo l’epidemia della Morte Rossa è pronta a calare la sua scure democratica, portando morte in ogni angolo del Principato. Un capolavoro del cinema horror e del cinema tutto.

    THE TOMB OF LIGEIA

    Il rapporto di Corman con Edgar Allan Poe si conclude nel 1965 con The Tomb of Ligeia, basato sul racconto Ligeia, che risulta essere il capitolo più luminoso con  il maggior numero di ambientazioni diurne, prive di nebbia e in generale meno debitore dello stile gotico, dell’intero ciclo. Proprio con l’ultimo capitolo il regista sembra voler tornare ad essere più fedele ai toni dell’opera originale, dopo aver sperimentato diverse interpretazioni con i film precedenti. La pellicola tuttavia, pur impreziosita dall’onnipresente e deliziosa interpretazione di Vincent Price, al netto di alcune interessanti sequenze oniriche realizzate con uno stile psichedelico e giocando molto con la deformazione dell’immagine, mostra il fianco a una certa stanchezza nella messa in scena, risultando nel complesso un passo indietro rispetto al grande acuto di  The Masque of the Red Death

    Con  The Tomb of Ligeia si chiude il rapporto di Corman con Edgar Allan Poe, sette pellicole di diverso livello che rappresentano in ogni caso un unicum nella storia del cinema, legate a nomi di grandi artisti e filtrate dalla mente geniale del regista del Michigan.

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  • RECENSIONE GENERAZIONE LOW COST– FREGARSENE DI NON ARRIVARE IN TEMPO

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    Julie Lecoustre e Emmanuel Marre per il loro esordio cinematografico scelgono di ritrarre un’istantanea, dai tratti documentaristici, delle difficoltà di lavorare nell’indifferenza impersonale di una grande compagnia. 

    Tutte le emozioni che hai, devi lasciarle dietro di te. Non pensare alla tua vita personale, non pensare a nulla che ti possa turbare. Concentrati, non c’è passato né futuro.

    Rien à foutre o Zero fucks given, comunque lo si preferisca chiamare per evitare di utilizzare il titolo scelto per la distribuzione italiana che rischia di declassarlo ingiustamente ad una commedia dai toni paternalistici, segna l’esordio alla regia di Emmanuel Marre & Julie Lecoustre. Il film, presentato al Festival di Cannes 2021 e alla 39esima edizione del Torino Film Festival e distribuito in anteprima da MUBI, si inserisce perfettamente in un filone cinematografico francese che sembra essersi arricchito proprio in questi mesi, quello sul mondo del lavoro e della precarietà. 

    A metà strada tra l’approccio documentaristico con riprese da telecamera in spalla ai limiti del pedinamento – stile sviluppato dai fratelli Dardenne, famosi registi belgi – ed una costruzione più intimista del racconto che ricorda Sofia Coppola, Zero Fucks Given si presenta come un film incerto sulla direzione che vuole intraprendere, proprio come la sua protagonista. Cassandre ha 26 anni, lavora per una compagnia aerea low cost con base a Lanzarote e se il lavoro dell’assistente di volo può sembrare affascinante, le condizioni di lavoro in una low cost non lo sono affatto. I voli non raggiungono mete affascinanti, l’andata e il ritorno sono quasi sempre in giornata e i dipendenti sono spinti a vendere insistentemente prodotti extra sul volo dato che il guadagno per la compagnia è scarso dato il costo dei biglietti. Cassandre sta affrontando quella che si potrebbe definire una quarter life crisis, ma non ha il tempo e la voglia di pensarci e preferisce portare avanti le sue mansioni in una quotidianità che diventa robotica e ripetitiva tra scali, incontri occasionali su app di dating, nottate passate in discoteca e momenti di profonda solitudine. 

    Emmanuel Marre è partito proprio da una sensazione simile ispirata in lui da uno spaccato di vita reale. Il regista si trovava su un volo Ryan Air direzione Maiorca, seduto di fronte alla fila riservata alle assistenti di volo quando nota che una di queste sembra essere particolarmente turbata, assorta nei suoi pensieri. L’hostess richiamata dal suono del campanello che annunciava l’inizio del servizio, si è poi slacciata la cintura e resettando ogni emozione sul volto ha sfoggiato davanti ai clienti un sorriso perfetto

    Da queste premesse sarebbe facile pensare che il film possa cadere nella trappola della retorica, ma i due registi riescono a mantenere un elegante equilibrio all’interno della storia.

      «Non volevamo ricorrere al cliché di denunciare la vita moderna come una “non vita”. Dicono che il mondo digitale ci taglia fuori dalla vita reale, ma nel mondo digitale, attraverso le app di appuntamenti, puoi anche trovare scintille di vita, e non sono meno preziose delle altre. Non volevamo filmare l’assenza di incontri, ma l’impossibilità di avere un incontro davvero significativo. Cassandra vede le persone tutto il tempo e con ognuna potrebbe succedere qualcosa»

    Cassandre infatti non si sottrae, vive le esperienze che le si presentano davanti, ma tutto passa senza lasciare traccia e lo sradicamento diventa così uno stile di vita. Questo non esclude però la ricerca di una condizione migliore, una volontà che al contrario è presente e che notiamo, per esempio, quando Cassandra osserva ammirata le elegantissime hostess di Emirates. Questo slancio non si trasforma mai in un’esigenza gridata, mantenendo una chiave low che diventa cifra del film stesso

    Se infatti durante prima parte pensiamo di assistere ad un film di denuncia sulle tracce di Ken Loach e degli stessi fratelli Dardenne, in cui la protagonista si batte contro un sistema lavorativo alienante e ingiusto, ci accorgiamo che non è così quando Cassandre e alcune colleghe si imbattono in un corteo di protesta e alle sollecitazioni di un sindacalista una di loro risponde: “Non ho tempo per la rivoluzione”, parole manifesto di una generazione. Nella seconda metà invece il sentimento del film cambia, avviene un ripiegamento nella dimensione privata di Cassandra che si dimostra essere altrettanto complicata rispetto a quella lavorativa. 

    Il licenziamento da parte di Wing, che non le perdona un atto di empatia nei confronti di una passeggera in difficoltà, la costringe a ritornare nell’ambiente familiare dal quale stava cercando di fuggire per mettere una distanza, almeno fisica, al dolore causato dalla morte della madre. Questo sconvolgimento emerge ancora una volta da una scena breve, apparentemente poco rilevante, quando un call centre contatta Cassandre per modificare il suo piano telefonico ma non riesce ad attuare la modifica perché il telefono è intestato ancora alla madre. 

    Questo slittamento tra film di denuncia e dramma intimo produce singoli momenti, singole scene, pregne di significato che nell’insieme non contribuiscono però a fornirci una chiave unica di lettura. Infatti, non è questo l’intento neanche nei confronti della protagonista, con la quale siamo spinti ad empatizzare senza per forza dover comprendere la natura delle sue scelte o cosa pensi realmente della sua situazione. 

    Certo è che a mantenerci incollati agli sviluppi di questo film, dal ritmo a tratti altalenante, è proprio Adèle Exarchopoulos che, circondata da un cast composto da vero personale di una compagnia aerea, dona al suo personaggio una sincerità che si rispecchia su un volto in cui convivono tratti infantili ed enigmatici

    Se l’avevamo conosciuta con Blue is the warmest colour, qui il blue rimane assumendo un’altra sfumatura, quella della tristezza, che è tuttavia capace a suo modo di essere calorosa proprio perché abitata da un personaggio in divenire, le cui frequenti oscillazioni lasciano spazio alla possibilità di vedere paesaggi migliori. 

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  • TEST SCREENING – CHI VEDE I FILM PRIMA DEGLI ALTRI?

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    Una pratica sconosciuta ma fondamentale nella produzione e distribuzione di una pellicola cinematografica è il cosiddetto test screening, ovvero l’arte di vedere e valutare un film prima della sua uscita in sala. Ma a cosa serve realmente il test screening? Chi lo conduce? Sono domande a cui daremo risposta in questo articolo.

    Si tratta a tutti gli effetti di proiezioni preliminari – molto diffuse ma di cui non si sente parlare mai – in cui un campione di spettatori, composto da diversi elementi che dovrebbero rappresentare diverse tipologie di pubblico, si fa onere della responsabilità di guardare un film prima di noi. Questo test permette ai produttori di capire cosa piace e cosa no, la reazione generata dalla visione e il gradimento generale. Queste valutazioni preliminari vengono condotte da decenni e sono uno dei pilastri portanti dell’industria cinematografica americana, che fa molto affidamento sul marketing e la profilazione degli spettatori, ma sono molto diffuse in tutto il mondo e anche in Italia. Secondo Kevin Goetz il primo a proporre i film a un “pubblico di prova” fu Harold Lloyd, attore e regista del cinema muto. I test vennero quindi condotti a partire dai primi del Novecento e presto si diffusero tra personaggi famosi come Buster Keaton. Oggi esistono diverse aziende che se ne occupano, tra cui, ad esempio, la Screen Engine/ASI (società di analisi cinematografica statunitense) e la Ergo Research in Italia con sede a Milano, che ha aperto un’attività di screening per i film nel 2014. 

    Il test può essere condotto in diversi modi: proponendo agli spettatori un film a sorpresa, oppure facendoli decidere tra più scelte, mostrando dei prototipi di trailer, oppure valutando le preferenze tra titoli che usciranno nello stesso periodo. Viene chiesto allo spettatore di indicare cosa lo colpisce sia in negativo che in positivo e di dare una valutazione sintetica finale. Queste informazioni sono vitali per il marketing perché permettono di individuare le persone che hanno scelto un film e hanno dato un giudizio positivo, quelli delusi a cui non è piaciuto e quelli che per pregiudizio lo avevano scartato ma alla fine hanno dato un riscontro positivo. Ottenute queste informazioni si procede a ad analizzare le motivazioni di questi risultati: forse il trailer non andava bene? Il titolo? Qualche componente del cast non era adatto al genere di film? Il reparto del marketing punterà a mettere in risalto i punti positivi cercando di diminuire il più possibile la percentuale di tester insoddisfatti.

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    Commenti al test screening di Videodrome

    In alcuni casi si procede ad attuare diverse modifiche che variano in base allo stato di avanzamento della produzione. Se il film risulta ancora in fase di ripresa o montaggio possono essere rigirate alcune scene, doppiate nuovamente o montate in via alternativa per produrre un risultato diverso non solo a livello estetico ma anche narrativo. Nello stato più avanzato, come prima della distribuzione in sala, si può procedere a campagne di marketing mirate su certi aspetti o personaggi del cast, alla modifica delle locandine o del titolo. Un esempio italiano di modifiche applicate dopo i test screening lo troviamo nel 2016 nel film Veloce come il Vento di Stefano Accorsi; il film venne inizialmente proposto con il titolo Italian Race perché si puntava come elemento chiave a un format che richiamasse i film della saga di Fast&Furious. Durante il test il responso fece notare che il punto forte del film risultava l’apprezzamento ricevuto dal pubblico femminile under 24, e così l’identità della pellicola venne virata verso canoni diversi e che rispecchiassero meglio quel target. Un altro esempio lo ritroviamo in Ma che bella sorpresa (Alessandro Genovesi, 2015), film che venne sottoposto agli screening mentre era ancora in produzione, portando a rilevare come il pubblico non capisse bene la versione proposta dal regista e permettendo ai produttori a creare un’alternativa. 

    Lo strumento del test screening si rivela molto utile anche per consentire ai produttori di scegliere il cast di film che devono essere ancora girati.

    Dunque, se esistono film con doppi finali, se vi è piaciuta la scena di apertura di La La Land dove le persone ballano e cantano nel traffico di Los Angeles, oppure quella del ballo tra Julia Roberts e Rupert Everett in Il matrimonio del mio migliore amico, dovete ringraziare i test screening. Quelle appena citate sono, infatti, scene molto apprezzate e incluse nelle versioni finali delle pellicole grazie ai pareri espressi da chi ha guardato il film prima di noi. In La La Land, in particolare, la scena venne originariamente tagliata, ma in seguito ci si rese conto dell’esigenza di far capire sin da subito la natura di musical del film e la scena venne nuovamente integrata. Altri esempi degni di nota di film corretti o modificati a seguito dei test screening sono: Blade Runner007 – Vendetta privataTitanic, Le ali della libertà, Quei bravi ragazzi, Viale del tramonto, Pretty woman, Io sono leggenda e Rambo

    In ultima istanza è rilevante notare come i registi siano oggi sempre più abituati a fare affidamento su questa pratica e come circa il 90% dei film distribuiti negli Stati Uniti nel 2021 sia stato sottoposto dai 3 ai 15 test screening, che ormai risultano non solo utili, ma di fondamentale importanza per la buona riuscita di un film. 

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  • Good Time – Robert Pattinson: l’antieroe degli ultimi

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    Dal fantasy teen al cinema indipendente, fino al blockbuster d’autore, da quando nel 2005 Robert Pattinson ha fatto il suo esordio sul grande schermo in Harry Potter e il Calice di Fuoco, la carriera dell’attore è stata un susseguirsi di progetti e scelte attoriali sempre più mirate e di qualità sempre crescente. Pattinson, ad oggi annoverato nella lista degli attori più pagati al mondo, è sicuramente uno dei volti più noti della sua generazione ed è spesso citato tra i nomi che rappresentano la nuova generazione di Hollywood. 

    Proprio quest’anno l’abbiamo visto interpretare il milionario giustiziere della notte nell’ultima attesissima fatica di Matt Reeves, The Batman, ma l’attore non è nuovo a questi ruoli tormentati, che anzi costituiscono in un certo senso il fil rouge di gran parte della sua filmografia.

    In questo articolo ci proponiamo di prendere in esame una pellicola che nel 2017 è valsa a Pattinson il plauso della critica e – sembrerebbe – anche l’attenzione dei produttori della Warner in vista del ruolo dell’uomo pipistrello: Good Time.

    GOOD TIME: IMMOBILITÀ E CRIMINALITÀ

    Good Time, come già accennato, è un film del 2017 diretto dai fratelli Safdie, Josh (che ha contribuito anche alla scrittura della sceneggiatura) e Benny. In gara quell’anno al Festival di Cannes, la pellicola si incentra sulla figura di Connie (interpretato proprio da Robert Pattinson) che, a seguito di una rapina dall’esito sfortunato, si trova a dover cercare ogni mezzo per riuscire a pagare la cauzione del suo fratello Nick, affetto da disabilità mentale e complice del furto. Una trama semplice con un arco narrativo breve e un ritmo serrato che quasi arranca nel tentativo di star dietro a Connie nella sua corsa per salvare il fratello, l’unica persona verso cui nutre sentimenti di amore sincero e quasi una sorta di dipendenza affettiva.

    Connie e Nick, interpretato da Benny Safdie, rappresentano gli ultimi, i reietti della società, immobili nel presente, nel qui e ora, privi di radici (della provenienza e del passato dei due ci vengono dati giusto dei cenni) e senza futuro. In quest’ottica il film è un gioco dell’oca che ritorna verso la casella del via man mano che ci si avvicina alla fine della partita: infatti, nonostante i 100 minuti di pura corsa nella notte umida di New York, il percorso circolare dei due fratelli è specchio della totale staticità dello status quo e dello stato delle persone, qui più che mai invischiate nella palude newyorkese di piccola criminalità, soldi e droghe.

    CITTÀ CHE DIVORA

    I personaggi di Good Time si muovono tra orrorifici tunnel al neon e scuri quartieri di periferia. Fluorescenze e ombre si alternano sul viso di Pattinson – spesso madido, sempre magnetico – che, capelli ossigenati e sguardo folle, riempie lo schermo con frequenti primi e primissimi piani. Incredibilmente il suo personaggio, un antieroe che ricorre a ogni mezzo per compiere la sua missione, ci attrae e ci cattura: il suo volto, arrabbiato e dolente, a tratti è nascosto sotto una maschera di apatia e a tratti dietro muri di violenza.

    Accanto a lui, oltre al bravo Benny Safdie che fa bella mostra delle sue ottime capacità attoriali, troviamo la città in tutto il suo malsano caos. Una New York notturna e oscura squarciata da colori vividi e psichedelici e da neon allucinanti. Un anticipo della Gotham corrotta e gotica, centro nevralgico dell’ultimo film sul supereroe più uomo di sempre che, non a caso, si apre con una rapina a un negozio chiamato proprio Good Times Grocery. In questo caso, però, il protagonista dei fratelli Safdie non sa combattere contro i propri tormenti né contro la città che inghiotte e snatura i suoi abitanti, ma anzi si perde e annaspa tra i sobborghi della periferie, sbaglia, torna indietro, ruba, mente e fallisce. Il suo fallimento è il fallimento dell’intera città e delle sue istituzioni (qui incarnate anche nelle istituzioni medico sanitarie oltre che in quelle di giustizia e ordine), istituzioni che ancora non riescono a offrire un’alternativa e un reale appiglio a coloro che popolano le vie, bagnate e viscide, di quartieri sempre più dimenticati. 

    Every day I think about untwisting and untangling these strings I’m in

    And to lead a pure life

    I look ahead at a clear sky

    Ain’t gonna get there

    But it’s a nice dream, it’s a nice dream

    Ogni giorno penso a come sbrigliarmi da queste corde in cui sono

    E a condurre una vita pura

    Guardo avanti a un cielo pulito

    Non andrò lì

    Ma è un bel sogno, è un bel sogno

    – Testo della canzone The Pure and the Damned – Oneohtrix Point Never feat. Iggy Pop, tratto dal soundtrack del film

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  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: 1997 FUGA DA NEW YORK

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    Il genere fantascientifico implica, nella stragrande maggioranza dei casi, il racconto e la messa in scena di un mondo futuribile; che sia prossimo o distante, realistico o meno, il fatto di immaginare uno scenario diverso dal contemporaneo è ciò che rende un’opera ascrivibile a questo filone. 

    In tal senso è molto interessante – o quantomeno divertente – andare ad analizzare quei film sci-fi che, ad oggi, risultano ambientati nel passato (pur essendo stati concepiti come opere futuristiche): è il caso, ad esempio, di Blade Runner (1982) che, dipingendo un futuro distopico datato 2019, è a tutti gli effetti, ormai, un film di fantascienza vintage, paradossalmente superato da un punto di vista temporale. 

    Nonostante questo elemento sia molto spesso una simpatica curiosità, esistono pellicole di genere volutamente ambientate a pochi anni dal loro presente storico nel tentativo di sovrapporre in maniera ancora più forte il mondo rappresentato con quello reale e contemporaneo. 

    Opera capostipite di questo tipo di fantascienza è il film oggetto dell’analisi qui proposta, ovvero 1997: Fuga da New York di John Carpenter, uscito nelle sale nel 1981 e ambientato, come da titolo, 16 anni dopo. 

    Il regista de La Cosa mette in scena, come si evidenzierà a breve, un’America in mano  all’esercito, distopica e fascista, nella quale i criminali più pericolosi vengono segregati sull’isola di Manhattan, vera e propria prigione a cielo aperto dove l’unica legge vigente è quella del più forte e le persone sono abbandonate inesorabilmente a loro stesse. 

    Il film segue le vicende del protagonista Snake Plissken, un veterano di guerra ormai disilluso e reietto interpretato da Kurt Russell, che viene inviato a New York con la forza per recuperare il Presidente degli Stati Uniti, il cui aereo è precipitato proprio sull’isola-carcere, ma soprattutto una misteriosa valigetta contenente informazioni militari di importanza globale.

    L’AMERICA ALLA GOGNA, TRA YUPPISMO E CAPITALE

    Già dall’incipit di Escape from New York (questo il titolo originale), Carpenter gioca a carte scoperte  e mette subito sul tavolo la grande metafora – non particolarmente nascosta – su cui si basa l’intera opera: New York, la città simbolo dell’edonismo, del consumismo e del capitalismo ruggente degli anni ‘80 americani, è abitata solamente da criminali e delinquenti, i quali hanno instaurato una società basata su violenza e prevaricazione del più debole. E’ impossibile, dunque, non riconoscere la durissima critica che il regista muove nei confronti dello yuppismo, così in voga durante gli anni della presidenza Reagan, fatto di un arrivismo selvaggio e di una “corsa all’oro” speculativo-finanziaria senza precedenti. 

    Proprio questo modus vivendi, così irrimediabilmente corrotto da logiche capitalistiche e così profondamente radicato nella società americana, è messo in parallelo con la criminalità che popola New York nel film: in altre parole se l’isola di Manhattan è il luogo in cui vivono i delinquenti e la stessa città è il luogo simbolo dello yuppismo nella realtà, allora nella visione di Carpenter lo Yuppie è necessariamente il vero e più pericoloso criminale che abita il suolo statunitense e ne inquina la società, la quale è, inevitabilmente, riflesso di un sistema politico imperialista che per natura si fonda sulla disparità economica della propria popolazione. 

    Non è un caso, in questo senso, che i terroristi che dirottano l’aereo presidenziale siano un gruppo di militanti per la liberazione dei lavoratori oppressi, degli anarchici che combattono contro un’istituzione chiaramente fascista e reazionaria, che fa della violenza (nel film militare, nella realtà principalmente economica) e della sopraffazione la propria legge, influenzando in questo modo la società che si plasma di conseguenza secondo questi principi, una società in cui il più forte, ovvero il più ricco, ha il diritto quasi naturale di opprimere e prevaricare il più debole, ovvero il più povero. 

    Ciò che, però, rende veramente potente la critica carpenteriana appena presentata è la messa in scena del regista che, realizzando un film puramente di genere, riesce a comunicare un messaggio politico chiarissimo e incisivo soprattutto grazie alle immagini: la città distrutta e quasi post-apocalittica è una palese metafora del pessimismo di Carpenter nei confronti dell’America del suo tempo (una scelta scenografica per certi versi simile a quella presa da Spielberg per il suo West Side Story). Non è casuale, quindi, che il regista inquadri più volte i luoghi simbolo del potere economico statunitense – come il World Trade Center o il palazzo della Borsa – deturpati, sporchi e in rovina, come se questa rappresentazione così mortifera fosse in realtà il vero volto che si cela dietro la maschera sfavillante dello stato “democratico” per eccellenza.

    I costumi stessi contribuiscono a rafforzare questo immaginario retro-cyberpunk, con i personaggi che vengono costantemente inquadrati armati con oggetti di recupero tra i più disparati, vestiti di stracci e cianfrusaglie, in ambienti stracolmi di rifiuti, prodotti di un mondo consumista che crea una ricchezza materiale strabordante, ma fondamentalmente inutile alla basilare sopravvivenza dell’uomo. 

    In sintesi, una rappresentazione lucidissima e allegorica della società occidentale dominata da regole economiche spietate, messa in scena da un grandissimo artista capace di portare avanti una denuncia politica scomoda e mai banale attraverso il genere, con un approccio che – forse – oggi appare poco sci-fi, ma che certamente racchiude in sé l’essenza stessa del cinema fantascientifico. 

    SNAKE PLISSKEN, L’ALTER EGO NICHILISTA DI CARPENTER

    Elemento fondamentale che ha contribuito non poco a rendere Fuga da New York uno dei più grandi cult degli anni ‘80 è sicuramente il suo protagonista, ovvero Snake Plissken (nella versione italiana incomprensibilmente tradotto come Jena): benda sull’occhio, fucile in spalla e capello lungo, Kurt Russell è senza dubbio riuscito, con questa interpretazione, a imporsi nell’immaginario cinefilo come uno degli antieroi per eccellenza, estremamente iconico, ma allo stesso tempo figura complessissima, rappresentazione filmica del pensiero politico carpenteriano. 

    Plissken è, fondamentalmente, un veterano di guerra ormai disertore (interessante il fatto che si citi una battaglia di Leningrado, sottointendendo un terzo conflitto mondiale già avvenuto), il quale ha una visione del mondo completamente nichilista, non crede più in nulla ed è completamente estraneo a qualsiasi tipo di ragionamento politico: in una realtà come quella rappresentata da Carpenter, in cui il pianeta è inevitabilmente alle porte di una guerra nucleare e l’America è uno stato ormai dittatoriale dominato dall’esercito, il totale disinteresse di Plissken e l’indifferenza con cui si relaziona al potere costituito si rivelano essere il massimo gesto rivoluzionario. 

    In questo senso, l’iconica battuta pronunciata dal protagonista nel momento in cui gli viene imposto di imbarcarsi in questa missione per salvare il presidente, ovvero “President of what?”, è segno di una visione amarissima, in cui la totale sfiducia di Carpenter nei confronti del sistema-America torna nuovamente al centro attraverso il rifiuto sistematico, all’insegna quasi del menefreghismo, delle istituzioni costituite da parte del proprio alter-ego Snake Plissken: un dissenso che si esprime tramite l’unico atteggiamento possibile di fronte alla situazione socio-politica al centro della denuncia e della critica del regista. In altre parole, se il Presidente – e dunque lo Stato – è simbolo di questa concezione imperialista, capitalista e fascista, allora questo Presidente non è ciò in cui Carpenter si rivede, rimanendo dunque il capo di un mondo che Plissken non riconosce e che rigetta. 

    Non è un caso, infatti, che in seguito al completamento della missione, il protagonista rifiuti qualsiasi tipo di ricompensa semplicemente per smascherare – con una semplice domanda – la totale noncuranza del Presidente di fronte alle morti che il suo salvataggio ha causato. Deluso per l’ennesima volta da un mondo al quale non appartiene, rifiuta l’opportunità di entrare a far parte del corpo di comando dell’esercito – declinando l’offerta di Hauk – e decide di sbeffeggiare l’America facendo suonare una cassetta con della musica quasi da circo durante il discorso del Presidente, al posto della famosa cassetta con le informazioni nucleari, che resta nelle mani di Snake mentre si allontana e viene distrutta dal protagonista, che ironicamente ride per una vittoria dal sapore estremamente amaro.

    Un finale magnifico nella sua semplicità e disarmante nel suo pessimismo, ma che in qualche modo regala una seconda possibilità all’umanità: Plissken distrugge infatti la cassetta contenente i segreti  militari degli Stati Uniti invece di consegnarla in mano alle potenze nemiche – una chanche che forse, però, il mondo non meritava, come sembra suggerire Carpenter alla fine del sequel Fuga da Los Angeles. Ma questa è un’altra storia.   

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  • RECENSIONE GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY – IL PEGGIO DEI BIOPIC

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    Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sembrava il film perfetto per un regista come Lee Daniels: il regista di Precious(2009) e The Butler (2013) ha fatto sua una storia di razzismo e scontro con le autorità come la travagliata esistenza di Billie Holiday.

    E senz’altro Lee Daniels ha fatto sua la causa civile che la figura di Billie Holiday porta inevitabilmente con sé: peccato che, nel farlo, si sia perso per strada il film.

    LA STORIA (CONFUSA E SUPERCIFIALE) DI LADY DAY

    Con il pretesto di un’intervista del 1957 (un superfluo espediente narrativo di cui la narrazione si dimentica ben presto), il lungometraggio percorre alcuni anni salienti della carriera e della vita di Lady Day, segnati dalla persecuzione da parte del governo degli Stati Uniti, preoccupato per la carica rivoluzionaria di Strange fruit canzone di protesta contro i linciaggi perpetrati nei confronti della popolazione afroamericana, cui segue un arresto e una vita tenuta sotto stretta osservazione da parte dell’FBI.

    Qui si può già riscontrare uno dei problemi più grandi del film: la sua scansione temporale. La scelta di coprire un ampio arco di tempo è un azzardo nel genere biopic, perché il rischio di trattare in modo superficiale i singoli momenti a favore del quadro generale togliendo così spessore a entrambi è sempre dietro l’angolo. Il film purtroppo non sfugge a questa trattazione superficiale: nonostante il tentativo di collegare tra loro le varie e numerose sottotrame la dipendenza dalla droga e dai mariti violenti, la persecuzione da parte dell’FBI, il rapporto con il tormentato agente Jimmy Fletcher nessuna lascia veramente il segno, perché tutte sono trattate come se fossero la trama principale mentre nessuna lo è veramente. Soprattutto c’è poca consequenzialità nel comportamento dei personaggi secondari, che cambiano motivazioni e rapporti da una scena all’altra senza una reale ragione o meglio, le ragioni vengono spesso trascurate o espresse in forma di spiegoni.

    STRANGE FRUIT

    Ma non è tutta colpa della sceneggiatura di Suzan-Lori Parks; la regia di Lee Daniels appare con poche eccezioni sbilanciata tra intensa partecipazione emotiva e tentativo di restare distaccata: il risultato è la mancanza di una direzione precisa, di un punto di vista univoco. Questo è evidente anche nelle scene musicali, dirette e montate senza guizzi e per la maggior parte insignificanti ai fini del senso della storia. L’idea di una musica capace di smuovere le coscienze rimane questo: un’idea, spesso vagheggiata ma raramente messa in pratica in modo convinto all’interno della storia. Alla complessiva mediocrità della messa in scena la regia prova malamente a compensare con scelte artistiche bizzarre o fuori luogo improvvise accelerazioni della velocità, ingiustificate inquadrature in bianco e nero.

    Per tutto il film restano costantemente di buon livello la fotografia di Andrew Dunn e i costumi di Paolo Nieddu, ma soprattutto l’ottima prova di Andra Day (nonostante il monocorde doppiaggio italiano di Alessia Amendola), imprigionata in un ruolo con poco spessore ma meritatamente candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista nel 2021 nonché autrice, insieme a Raphael Saadiq, della canzone originale Tigress & Tweed presente nella soundtrack del film. Tutto il resto del film, dalla regia alle interpretazioni secondarie compreso uno spaesato Trevante Rhodes e un monotono Garrett Hedlund è molto al di sotto delle capacità di tutte le persone coinvolte, non tanto per mancanza di passione nei confronti del soggetto quanto per una perenne indecisione e confusione nella trattazione dello stesso; non a caso, i momenti migliori del film sono quelli in cui si libera dalle trappole delle convenzioni dei biopic e punta tutto sulla rabbia nei confronti della situazione sociale descritta. Spicca in particolare la lunga sequenza onirica che ripercorre l’infanzia di Billie Holiday e prosegue con il ritrovamento casuale di una famiglia afroamericana distrutta dai suprematisti bianchi: la visione allucinata di un’America da incubo, dell’orrore del suprematismo bianco sempre dietro l’angolo e della disperazione di un’anima tormentata fin dall’infanzia. Una sequenza che lascia a bocca aperta, diretta e interpretata benissimo, di tale efficacia, rabbia e potenza espressiva da far notare ancora di più queste clamorose assenze per tutto il resto del film.

    UN BIOPIC DELUDENTE

    Ed è quindi un vero peccato dover constatare che Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sia probabilmente uno dei peggiori biopic di recente memoria: un guscio esteticamente interessante ma vuoto e noioso a causa del suo ritmo discontinuo; un film incapace di rendere giustizia non solo alla persona di cui, nel tentativo di offrirne un ritratto imparziale, vengono mostrati soprattutto i vizi e ben poco di ciò che la rendeva così speciale, ma anche e soprattutto all’indignazione civile che muove il film nei confronti del razzismo sistemico di ieri e di oggi.

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  • RECENSIONE MOON KNIGHT – LUCI E OMBRE DI DISNEY+

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    Aperta nel mese di gennaio 2021 con la serie Wanda Vision, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe si compone, attualmente, di cinque serie e quattro film, che non sono però riusciti a convincere sempre tutti, ponendo spesso critica e pubblico su fronti avversi.

    Il 4 maggio 2022 è giunta alla conclusione la quinta serie originale Disney+ facente parte del MCU, con protagonista il guerriero egiziano Moon Knight interpretato per l’occasione da Oscar Isaac

    Purtroppo, però, non tutto sembra essere andato per il verso giusto, vediamo perché.

    DA FILM A SERIE TV

    Processo ormai comune e condiviso da diverse produzioni originali Disney+, soprattutto in casa Marvel, è quello di trasformare un progetto pensato originariamente per il cinema in una serie televisiva, conversione facile sulla carta ma che si può rivelare estremamente complicata nel momento in cui il materiale originale non risulta abbastanza sostanzioso da coprire almeno l’esiguo numero di sei episodi (siamo ormai lontani dai fasti delle stagioni con più di venti puntate ciascuna).

    La storia segue le vicende di Marc Spector, mercenario affetto dal disturbo di personalità multipla, che si ritrova a dover fare i conti con la gestione del proprio corpo assieme alla mite personalità di nome Steven. Al tutto si aggiunge il compito – assegnato da una divinità egizia di nome Khonshu – di fermare il misterioso predicatore Harrow. Le premesse narrative si dimostrano interessanti e ben calibrate nel primo episodio, il cui vero protagonista è Steven che, ignaro di tutto ciò che accade, accompagna lo spettatore alla scoperta delle varie informazioni necessarie per capire il contesto, ma già dal secondo episodio l’elemento di mistero lascia spazio ad una comicità sempre più demenziale che, con l’avanzare degli episodi, finisce inevitabilmente per rendere eccessivamente macchiettisti la maggior parte dei personaggi.

    ARCHEOLOGIA DI CARTONE

    Ambientando la serie principalmente in Egitto e presentando un mix di azione ed esplorazione archeologica, risulta fin da subito ovvio il paragone con film come Indiana Jones o il remake de La Mummia degli anni ’90, paragone che si conclude però decisamente a sfavore della serie a causa di scenografie spesso poco elaborate e smaccatamente finte (basti pensare alla realizzazione della tomba di Alessandro Magno, raccontata da miti e leggende come un tempio riccamente decorato e pieno di ricchezze, laddove qui è mostrata come uno stanzino con un misero sarcofago) e dall’utilizzo di una CGI decisamente sottotono – come purtroppo ormai d’abitudine negli ultimi film Marvel – che mette in scena mostri e divinità che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità anche degli spettatori abituati a un mondo con stregoni, alieni e supereroi.

    A questo si aggiunge un comparto tecnico decisamente mediocre sia a livello di fotografia, poco ispirata ed estremamente monotona (vista anche la varietà di ambientazioni), sia a livello di regia, funzionale nei momenti più quieti, ma assai confusa non appena l’azione si fa più concitata. Elemento rimasto finora esterno al discorso è la recitazione che, purtroppo, nonostante alcuni grandi attori coinvolti, come il già citato Isaac o Ethan Hawke nei panni del villain, si mantiene su un livello generalmente basso e spesso è eccessivamente sopra le righe. 

    CONCLUSIONI

    Sesta serie originale Disney+ facente parte del MCU, Moon Knight si presenta con un primo episodio intrigante per poi crollare incessantemente con l’avanzare degli episodi. Una regia basilare, a tratti sconclusionata, e una sceneggiatura piena di problemi e momenti morti si accostano a scenografie decisamente sottotono e ad una CGI abbastanza raffazzonata, laddove nemmeno grandi nomi come Oscar Isaac o Ethan Hawke riescono ad innalzare il livello della serie, imprigionati in una recitazione decisamente stereotipata ed eccessiva. Una serie che cerca di essere tante cose ma finisce per fallire in tutto, da guardare solo se si è fan dell’universo condiviso e non si può fare a meno di “rimanere in pari”.

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  • MAESTRANZE – SCENEGGIATORI

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    Siamo giunti alla fine di un percorso durato circa un anno, in cui abbiamo esplorato diverse professioni del settore cinematografico, le cosiddette maestranze, dalle più note alle meno note. In chiusura, ultima ma non per importanza, non poteva mancare quella dello sceneggiatore cinematografico.

    CORNICE STORICA

    Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire la storia degli sceneggiatori, l’eredità che ci hanno lasciato e le lunghe battaglie che hanno condotto per vedere finalmente riconosciuto il loro operato nel cinema. In principio come molti di voi sapranno, non vi era distinzione tra operatori e autori, il prodotto cinematografico veniva consumato nelle piazze o nei teatri di posa:  al pubblico interessava poco di chi vi fosse dietro alla creazione del prodotto e a malapena si conosceva il nome della casa di produzione e gli imprenditori.

    Inizialmente i film duravano giusto qualche minuto e si basavano su “vedute” (riprese panoramiche di luoghi prevalentemente europei), sketch comici con gag fisiche ed esilaranti o, in alternativa, su testi sacri e dunque sulle “passioni” (film di carattere religioso). Quest’ultime detenevano uno stile narrativo più articolato, nonostante non si trattasse comunque di contenuti originali ma interpretazioni dei testi religiosi, poiché raccontavano effettivamente qualcosa rispetto alle altre categorie di film e permettevano allo spettatore di visionare un prodotto con una narrazione lineare, con un inizio e una fine. Le passioni furono dunque la base di sviluppo delle primissime sceneggiature: si capì infatti che erano necessarie una grande empatia e un coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore per poter realizzare un cinema “narrativo”.

    Negli anni ‘20 in Europa si svilupparono diversi movimenti cinematografici e scuole di pensiero che avevano una visione del cinema come mezzo di espressione artistica e personale, cosa che andava controcorrente rispetto al cinema statunitense e al cinema britannico, che cercavano il più possibile di raccontare storie che entusiasmassero e coinvolgessero lo spettatore, ricche di azione, dramma e romanticismo. Si parla di sistema narrativo o narrazione forte: in essa assume grande importanza l’azione come fonte primaria di trasformazione di situazioni fortemente collegate in senso causale. Fu proprio negli anni ‘20 che alcune case di produzioni americane si stabilirono nel sobborgo di Hollywood, a Los Angeles, in California. Da quel momento, il luogo dove avvennero la maggior parte delle produzioni di fama e successo internazionale divenne celebre: stava nascendo la terra del cinema classico Hollywoodiano e della golden age.

    Per quanto bella e splendida fu la cosiddetta “età dell’oro” del cinema statunitense, in quel periodo la carriera degli sceneggiatori non fu sicuramente felice e spensierata, in quanto spesso erano soggetti a rigidi contratti con le case di produzione, non sempre generose nei pagamenti, soprattutto per chi fosse esordiente o alle prime armi. Ma il vero problema non era solo la paga, quanto più le condizioni in cui gli sceneggiatori si trovavano spesso a dover lavorare. Innanzitutto vi erano diversi reparti e lavoratori: i soggettisti si occupavano di dar vita alle idee, che dopo essere state partorite sarebbero passate al reparto sceneggiatura, che ne avrebbe sviluppato un intero copione a seconda delle esigenze produttive. La produzione e il produttore in particolar modo avevano diritto all’ultima parola sugli elaborati, determinavano la tipologia di prodotto da realizzare, censuravano e tagliavano intere parti di copione che potevano risultare “scomode” per la cultura e la tradizione americana o inadeguate per il target a cui si riferivano. Queste grandi limitazioni non permisero a molti sceneggiatori di spiccare e di veder riconosciuta la propria ingegnosità, passando in secondo piano rispetto alla figura del regista, considerato dal pubblico generalista e dalla critica, il vero autore delle pellicole.

    Robert Riskin

    Per darvi un’idea della diatriba che all’epoca si veniva a creare tra sceneggiatori e registi rispetto alla paternità del film, basti pensare che un giorno Robert Riskin (premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel ‘35), stanco di sentire parlare del famoso Capra’s touch, inviò a Capra 120 pagine bianche con scritto: “Metti il tuo famoso tocco su questo! (Put the Capra touch on that!)”. Infatti, è risaputo che registi di numerosi film campioni di incassi, come Capra o Alfred Hitchcock, si avvalessero di una lunga e produttiva collaborazione con alcuni sceneggiatori, non mettendo quasi mai mano al copione. Dunque, chi è l’autore del film? Domanda da un milione di dollari o forse, da pochi spiccioli, perché effettivamente una verità assoluta non c’è. La risposta può essere solo di carattere soggettivo e personale e ognuno può darne un’interpretazione diversa. Possiamo però affermare che per lo stato e la legge italiana che disciplina l’audiovisivo vengono considerati autori: soggettisti, sceneggiatori, compositori originali delle musiche, registi e produttori. Per avere un’idea di come vivessero questi professionisti durante la golden age, vi invitiamo a visionare Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder e la miniserie Hollywood su Netflix.

    Durante l’epoca d’oro di Hollywood lo sceneggiatore stava dunque dietro le quinte, un po’ come accade oggi in alcuni casi, con la differenza che al tempo egli doveva sottostare a un contratto strettamente vincolante sul piano economico e professionale, mentre oggi lo sceneggiatore è il più delle volte un freelancer con una paga media molto più alta, con contratti su commissione per singola produzione, e che è libero di lavorare contemporaneamente a più progetti e con più produttori diversi. Ma andando oltre il quadro storico ed evolutivo della figura dello sceneggiatore, andiamo a vedere di che cosa si occupa e quali sono le fasi di elaborazione e sviluppo di una sceneggiatura.

    LA PROFESSIONE  E LE MICRO-FASI

    Le sceneggiature possono nascere da idee originali o essere tratte da opere letterarie o testi teatrali già esistenti; da qui la necessità di due apposite categorie agli Academy Awards per distinguere le due tipologie di scrittura creativa per il cinema: la categoria per la Miglior sceneggiatura originale e quella per la Miglior sceneggiatura non originaleA prescindere dall’origine dell’opera, la sceneggiatura non è la prima fase da attraversare nel processo ideativo e creativo, bensì l’ultima. La prima fase è quella dell’ideazione e dunque del soggetto: da un’idea iniziale nasce lo spunto per un prodotto seriale o cinematografico e soltanto in seguito si decide di scriverne la sinossi e di svilupparne gradualmente la storia in poche pagine; il soggetto è, infatti, un’esposizione in forma breve.

    Segue la fase del trattamento, ovvero una narrazione più ampia che si avvicina – ma non è da confondere – al racconto letterario. Essa, diversamente dal racconto letterario, presenta infatti descrizioni di luoghi, motivazioni psicologiche dei personaggi e qualche indicazione di dialogo. Penultima fase, fondamentale e spesso sottovalutata, la scaletta: la sequenza “tecnica” delle scene, con una brevissima descrizione di quanto accade in ognuna di esse. La scaletta è molto utile per tenere a mente il rapporto tra fabula e intreccio e per evitare di compiere errori in fase di sceneggiatura. La fase successiva è quella in cui effettivamente, avendo tutti i dati e gli elementi necessari, si può procedere a scrivere, scena dopo scena, battuta dopo battuta, azione dopo azione. Senza soggetto, scaletta e trattamento, c’è il forte rischio che la sceneggiatura appaia incompiuta, colma di buchi, incongruenze e problemi di logicità.
    Il consiglio che molti maestri dell’arte creativa danno, è quello di seguire passo dopo passo ogni fase e di non avere fretta, ma lasciarsi trasportare dalla corrente dell’ispirazione. Alcuni sceneggiatori, per dare delle indicazioni precise sulle scene, realizzano o fanno realizzare da un disegnatore uno storyboard che serve al regista e alla produzione per lavorare meglio sul set, preparando solo quello che effettivamente verrà inquadrato e dando indicazioni fondamentali alla troupe, che si troverà così più preparata ad agire senza ulteriori giri di parole e perdite di tempo. Ma quali sono i formati di una sceneggiatura? Ci sono delle regole ben precise da rispettare (caratteri, font, ecc…).

    FORMATI E REGOLE

    Non molti sanno che esistono diversi formati di sceneggiature, nonostante oramai quello maggiormente utilizzato sia quello all’americana, anche in Europa. Il modello internazionale e più diffuso prevede che sia le didascalie che i dialoghi siano disposti nella parte centrale del foglio: le prime occupano tutta la larghezza, i secondi sono disposti al centro e incorporati in un margine ridotto. Il modello all’italiana, usato molti anni fa, prevede  che il testo sia diviso in due parti disposte longitudinalmente: a sinistra la parte descrittiva, ovvero le didascalie, a destra i dialoghi dei personaggi; la pagina risulta sostanzialmente divisa in due colonne. Infine, il modello alla francese si colloca in una via di mezzo tra gli altri due, disponendo in alto al centro una parte descrittiva e in basso a destra la parte coi dialoghi. Per quanto riguarda i caratteri e i font, lo standard americano prevede il courier 12 e il formato della carta Us-letter; in Europa sono utilizzati caratteri diversi a seconda del paese di produzione, ciò che conta sapere è che viene utilizzato un formato di carta A4. In ogni caso è preferibile utilizzare programmi e applicazioni specifiche come Celtx, piuttosto che Word o simili, la macchina da scrivere non è più usata per comodità e rapidità, in quanto il formato digitale può circolare più rapidamente e ovviamente può essere stampato.

    CONCLUSIONI

    Concludiamo questo articolo ricordandovi alcune delle scuole di cinema presenti in Italia presso le quali è possibile studiare e formarsi come sceneggiatori professionisti: tra le più rinomate il Centro sperimentale di cinematografia e la Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè.
    Scrivere è un’arte tanto bella quanto complessa, è necessario avere molta immaginazione, ma soprattutto qualcosa da raccontare e da dire, così come questa rubrica, nata con lo scopo di divulgare informazioni e approfondimenti sulle professioni del cinema rendendo giustizia a quelle meno conosciute, ma non per questo meno importanti.

    La rubrica è giunta alla sua conclusione ma sarà sempre disponibile sul sito, con la speranza che possa appassionare, incuriosire o ispirare i nostri lettori. Per leggere tutti gli articoli di questa rubrica clicca qui.

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  • RECENSIONE GOMORRA 5 – LA FINE DI UN’ERA

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    Il 17 Dicembre è andato in onda su Sky il finale di serie di Gomorra – La serie, che sancisce, al tempo stesso, il finale definitivo di un’epopea iniziata nel 2006 con la pubblicazione del romanzo “Gomorra” di Roberto Saviano, che ha poi portato alla nascita prima di un film omonimo diretto da Matteo Garrone e successivamente alla serie tv prodotta da Sky e Cattleya di cui discutiamo qui la stagione finale, con protagonisti gli ormai iconici Genny Savastano e Ciro Di Marzio, interpretati rispettivamente da Salvatore Esposito e Marco D’Amore, con quest’ultimo che si destreggia sia nel ruolo di attore sia nella regia alternandosi al veterano della serie Claudio Cupellini.

    Le vicende si aprono con una sequenza di arresti uno dietro l’altro, dimostrando fin da subito lo stato di decadenza in cui troveremo la criminalità organizzata per tutto il corso della stagione. Genny, aiutato da ‘O Maestrale ed altri nuovi volti, procede ad eliminare i suoi avversari cercando di non attirare su di sé le mire dei procuratori, finché scopre che il vecchio amico Ciro, da lui creduto morto, è vivo e si trova a Riga. Tra sentimenti di tradimento ed odio il rapporto tra i due si sgretola, portandoli ad una guerra civile che avrà poi luogo nei quartieri di Secondigliano, lì dove tutto è cominciato.

    Risulta quasi inutile sottolineare la cura con cui i due protagonisti ed avversari siano stati scritti per questo epilogo. Una perfetta chiusura di un arco narrativo aperto ormai otto anni fa, fatto di amicizia, amore, fratellanza, tristezza ed odio che si conclude perfettamente in un finale da molti sicuramente immaginato, ma che, probabilmente, lascerà basita la maggior parte degli spettatori e degli appassionati. 

    Ma forse ancora meglio dei protagonisti (con le dovute limitazioni) sono i personaggi secondari. Contando i pochi superstiti dalla scorsa stagione, come i restanti Levante, Capaccio o la ormai risicata banda di Sangue Blu, e presentando qualche grande ritorno, la maggior parte dei comprimari sono volti nuovi, su cui campeggiano il già citato ‘O Maestrale (Domenico Borrelli), nuovo fedele braccio destro di Genny e boss di Ponticelli assieme alla moglie Luciana (Tania Garribba); ‘O Munaciello (Carmine Paternoster), uno dei capi piazza di Secondigliano, che si dimostra estremamente intelligente ed un abile manipolatore, ed infine ‘O Galantommo (Antonio Ferrante) e la moglie Nunzia (Nunzia Schiano), anziani boss di un paese sulle pendici del Vesuvio che, come reso chiaro dal nome di lui, hanno basato tutta la loro “carriera” sul rispetto della parola data. Volti nuovi che già da subito riescono ad attirare l’attenzione e l’amore (se così si può definire) dello spettatore, grazie all’unione, ancora una volta, di un’ottima caratterizzazione in grado di renderli simili ma al tempo stesso estremamente diversi tra loro e di un’interpretazione eccellente. Unico neo della sceneggiatura risulta in una (forse) eccessiva velocità che la trama prende sul finale, portando tutti gli archi narrativi verso una conclusione che, nonostante sia soddisfacente, potrebbe apparire a tratti confusionaria.

    Come per le stagioni precedenti, anche qui la produzione si dimostra essere a livelli altissimi, con scenografie, musiche, costumi, effetti visivi ed effetti speciali estremamente curati, il tutto accompagnato da un’ottima regia sempre calzante e che riesce a costruire adeguatamente momenti di pathos e tensione. Anche la rappresentazione della morte, ormai marchio di fabbrica della serie, nonostante il rischio di diventare eccessiva o macchiettistica, risulta al contrario sempre veritiera.

    Dulcis in fundo, non si può non nominare la recitazione di D’Amore ed Esposito. Se infatti il primo si dimostrava già un ottimo attore sin dagli inizi e si mantiene su alti livelli fino alla fine, è il secondo dei due la vera sorpresa. Visionando le sue prime scene e facendo un fast travel fino a questa stagione, risulta palese come le doti recitative di Salvatore Esposito siano migliorate a vista d’occhio, riuscendo a donare al personaggio di Genny una mimica facciale caratteristica ma mai stereotipata, raggiungendo proprio nell’ultimo episodio i momenti migliori del personaggio.

    CONCLUSIONI

    Dopo otto anni anche Gomorra – La serie ha raggiunto la sua fine. Un viaggio lungo e tutt’altro che semplice, che culmina in una quinta stagione baluardo di tutto ciò che di buono era stato fatto in precedenza. Che si tratti di volti noti o nuove facce, ci si ritrova a seguire le vicende di personaggi scritti con grandissima cura ed interpretati magistralmente dai loro interpreti. Alti standard sono anche quelli mantenuti per il lato tecnico, con una regia, musiche e scenografie curatissime. Nonostante una leggera velocità nel chiudere il tutto, questa quinta stagione dona ai fan il finale perfetto che faticosamente ci si è meritati.

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