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  • ALICE DI JAN ŠVANKMAJER – SOGNI DI BAMBINA E IMMAGINI DI MORTE

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    L’adattamento di Alice nel Paese delle Meraviglie di Jan Švankmajer non salta subito alla mente quando si parla degli adattamenti di Lewis Carroll, eppure è tra quelli più interessanti e fedeli -almeno nello spirito- al libro dello scrittore inglese.

    Uscito nel 1988, Alice è il primo lungometraggio di Jan Švankmajer, autore già di numerosi cortometraggi in cui il cineasta ceco unisce sperimentazioni nell’animazione in stop-motion ad interpretazioni di attori che interagiscono con gli oggetti inanimati. Švankmajer non crea un adattamento completamente fedele del testo letterario, ma si ispira ad esso nei personaggi e negli episodi raccontati -non a caso il titolo originale Něco z Alenky letteralmente significa Qualcosa di Alice- per creare qualcosa di assolutamente innovativo e originale.

    ALICE NELLA CASA

    Il Paese delle Meraviglie immaginato da Jan Švankmajer è un mondo allo stesso tempo familiare e alieno: alieno rispetto alle varie interpretazioni che se ne sono fatte nel corso del tempo dai vari adattamenti cinematografici, ma alieno anche rispetto alle aspettative che sono state create dagli adattamenti stessi di un mondo colorato e divertente, popolato da personaggi buffi e simpatici.

    L’introduzione ambientata sulla riva di un ruscello, in cui Alice sfoglia le pagine di un libro e viene immediatamente redarguita dall’adulto (la madre o la sorella maggiore), è l’unica scena ambientata nel mondo “esterno”: da quel momento e con rare eccezioni, l’inconscio di Alice la fa navigare in un Paese delle Meraviglie racchiuso nelle mura domestiche, fatto di stanze ingombre di mobili o dipinte come teatri di marionette; stanze che hanno ben poco di rassicurante e sembrano un paesaggio, appunto, alieno ma familiare allo stesso tempo.

    Ma la differenza tra il Pese delle Meraviglie “in interni” e il mondo esterno e reale rappresentato dalla scena con il personaggio adulto -di cui non si vede il volto- è in realtà pretestuosa: il ritmo del viaggio e degli di Alice è quello del sogno, che giustappone azioni e ambientazioni senza una logica narrativa e senza una morale, che confonde esterno ed interno, vita e morte, realtà e fantasia.

    Finora tutti gli adattamenti di Alice l’hanno presentato come una fiaba, ma Carroll ha scritto il libro come fosse un sogno. Mentre una fiaba ha in sé un aspetto educativo […], il sogno è espressione del nostro inconscio, dei nostri più segreti desideri, senza considerazione per le inibizioni razionali e morali, perché guidato dal principio del piacere. Il mio Alice è un sogno realizzato.

    (Jan Švankmajer)

    IL LATO MACABRO DEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

    E così è la fantasia di Alice ad animare gli abitanti di questo Paese delle Meraviglie in miniatura, qui “interpretati” da scheletri, pupazzi, marionette, animali impagliati e oggetti di uso quotidiano che si trasformano nel Bianconiglio, nella Lepre Marzolina e nel Cappellaio Matto, spinti da un’irrazionale ed eccessiva aggressività nei confronti di Alice -insolita per gli altri adattamenti ma sempre presente nel testo di Carroll-.

    È un idea del Paese delle Meraviglie indissolubilmente legata alla morte e allo scorrere delle cose, ma anche al cibo, altro tema del cinema di Jan Švankmajer che assume una connotazione inquietante (come il Bianconiglio che, essendo impagliato, si ingozza di segatura che riversa poi per terra a causa di uno strappo nella cucitura sull’addome). È un film di continue trasformazioni: dall’inanimato all’animato e viceversa tramite la tecnica dello stop-motion, ma anche la “morte” e rinascita di Alice che si trasforma a sua volta in bambola e viene intrappolata in una bozza per poi rinascere come persona “adulta” che agisce invece di subire.

    Ma per quanto popolato da figure inquietanti, o forse proprio per questo, l’adattamento di Jan Švankmajer è forse uno dei pochi davvero ad altezza di bambino: se la maggior parte degli adattamenti del libro di Carroll si limita a riproporre, con alterni risultati, il folle immaginario del suo autore e i suoi stravaganti personaggi con una patina adatta ai bambini, lo sguardo di Švankmajer si immedesima fino in fondo nello sguardo infantile che trasforma la quotidianità in qualcosa di meraviglioso, spaventoso, inquietante e perturbante.

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  • RECENSIONE THE BOYS 3 – FINE ATTO PRIMO

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    Dopo lo scoppiettante blocco composto dai primi tre episodi approdato sulla piattaforma di streaming Amazon Prime Video il 3 Giugno (di cui trovate le prime impressioni qui), la terza stagione di The Boys, adattamento del fumetto omonimo creato da Garth Ennis e Darick Robertson, è poi continuata settimanalmente fino all’ 8 Luglio per un totale di otto episodi. Arrivati ad un totale di ormai ventiquattro episodi, di certo non era un’impresa semplice rimanere sempre saldi sul trono di “serie più scorretta di sempre” e non cadere rovinosamente; purtroppo ad oggi possiamo dire che non tutto è andato proprio come previsto.

    “EROEGASMO” ED ALTRE BUGIE DI HYPE

    Con un tantino di amarezza si arriva a dire come anche The Boys, uno degli ultimi fari luminosi nell’oscuro mare di produzioni televisive di basso livello, sia infine caduto in una trappola da lui stesso creata: l’eccesso. Che si trattasse della violenza fisica estrema, del linguaggio scurrile alla massima potenza o delle vere e proprie sequenze fuori di testa, il pubblico affezionato alla serie era sempre ben conscio che prima o poi, magari non nell’episodio corrente ma in quello successivo, ci sarebbe stato qualcosa che li avrebbe fatti sussultare o addirittura sconvolti. 

    Questo sembrano averlo capito bene i creatori della serie, tanto da pubblicizzare la loro sesta puntata dal titolo Herogasm (o “Eroegasmo” per noi italiani) come “la puntata più scandalosa di sempre” secondo le parole di Eric Kripke – ideatore della serie – ed effettivamente non si è trattato di una puntata così tradizionale, con un folto gruppo di eroi riuniti in una gigantesca orgia, ma viene da chiedersi se per il loro pubblico era davvero qualcosa di così scandaloso, memore di nazisti, persone squartate, falli giganti, stupri, uso e abuso di droghe, teste esplose e la lista sarebbe ancora lunga. 

    Una sensazione che sa quasi di scam, di fregatura, alla costante ricerca di quella cultura dell’hype che, come spesso succede, finisce per produrre l’effetto opposto creando una delusione e questo, oltre che per l’episodio sei nello specifico, si può applicare in generale a tutta questa terza stagione, partita in pompa magna ma che alla fine sembra aver raccontato tutto e niente.

    Bisogna comunque sottolineare come vengano portate avanti diverse tematiche importanti, su tutte quella del razzismo e dell’uso di droghe, ma soprattutto delle varie storyline dei personaggi che incontrano tutti una continua evoluzione dall’inizio alla fine. Tra i personaggi secondari è l’approfondimento su MM (con un’interpretazione magistrale di Laz Alonso) a dimostrare quanto impattanti siano le azioni anche più insignificanti dei Super a poter cambiare la vita delle persone “normali”; vengono poi messi in scena vari intrecci mediatici e politici tra i Sette ed i capi di Stato, in una continua partita a scacchi con il rischio che uno dei due giocatori uccida però brutalmente l’avversario prima dello Scacco Matto, ed ancora tutto l’approfondimento del qui introdotto Soldier Boy, parodia del famoso eroe a stelle e strisce americano e che qui rappresenta tutto tranne che virtù e positività. 

    Si presenta però allo stesso tempo quella sensazione di fretta in alcuni frangenti, soprattutto nel finale e nella chiusura di alcune sottotrame, come quella di Queen Maeve, Abisso, A-Train ma anche Kimiko e Black Noir, quasi tutte rimaste aperte per una futura ripresa, ma che portano comunque a chiedersi se non sarebbe stato possibile concluderle in maniera più netta e decisa.

    L’UNICO UOMO NEL CIELO

    Forte rimane comunque la satira e la riflessione su diversi elementi tipici del mondo dei supereroi, inseriti e raccontati in questa stagione dall’ormai iconico Homelander, definito già da molti come uno dei migliori villain della storia, e dal novello (ma solo per screen time) Soldier Boy, ed il merito della riuscita dei personaggi, oltre che del team di sceneggiatori, sta soprattutto nelle eccezionali interpretazioni dei rispettivi Antony Starr e Jensen Ackles, entrambi capaci di donare ai loro personaggi espressività ed emotività in ogni sequenza rendendoli delle vere icone. Assieme a loro si potrebbe nominare la quasi totalità del cast da Karl Urban a Jack Quaid, passando per il già citato Laz Alonso, ma anche per Karen Fukuhara e Tomer Kapon, tutti capaci di donare ai loro personaggi una loro personalità ed iconicità.

    A livello tecnico la serie si mantiene poi su livelli sempre molto alti, mischiando in maniera intelligente inserti in CGI con elementi tangibili, con anche una buona fotografia e regia certamente evolute dagli esordi della prima stagione e capaci di donare alle varie sequenze d’azione, decisamente più numerose che in passato, la giusta dose di adrenalina ed epicità. Manca forse però quel quid in più, che permetterebbe alla produzione una ulteriore evoluzione, ma di certo non possiamo lamentarci eccessivamente di ciò che alla fine abbiamo avuto.

    CONCLUSIONI

    Conclusa anche questa terza stagione di The Boys ci si è ritrovati davanti ad un prodotto certamente di alto livello, con una recitazione veramente ottima ed un ottimo comparto tecnico, affossata però da una scrittura che, se nella prima parte riesce ad inscenare in maniera attenta ed intelligente le varie tematiche e sottotrame, subisce sul finale un’accelerata eccessiva che porta alla conclusione affrettata delle sottotrame di diversi personaggi ed allo stop quasi improvviso di quelle dei rimanenti, lasciando così gli spettatori a bocca asciutta nell’attesa della stagione successiva. Se a questo si aggiunge poi una campagna marketing forse troppo ambiziosa che invece di generare hype ha portato all’effetto opposto si arriva qui: una buona produzione, che però è evidente che poteva dare di più, con un finale che sembra la fine di un primo atto e per il cui continuo bisognerà aspettare ben più di qualche minuto.

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  • RECENSIONE GOLD – ZACK EFRON CERCA IL RISCATTO

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    Nell’opera prima dietro alla macchina da presa dell’attore Anthony Hayes (War Machine, The Light Between Oceans, The Slap), Zack Efron ci prova. Tenta il riscatto. Non vuole più essere il divo dei teenager, vuole crescere. Vuole dimostrare una volta per tutte di essere un attore fatto e compiuto e cerca di divincolarsi dal suo ruolo stereotipico di macho hollywoodiano. Vuole mettere la pietra tombale sulla sua immagine di calamita per adolescenti in preda a esplosioni ormonali.

    Allora ecco Gold, che dovrebbe costituire quello che per Di Caprio è stato Django Unchained: l’attore cerca una mutazione dell’immagine divistica che Los Angeles gli ha affibbiato durante la sua carriera. Prima o poi, per ogni attore arriva sempre il momento di voltare pagina, di rompere quegli schemi prestabiliti che Hollywood sembra incollare loro addosso come fossero fatti tutti con lo stampino.

    C’è un problema: Gold è tutto ciò che i survival movie ci hanno già mostrato sin dalla loro nascita e l’interpretazione di Efron è una delle più caricaturali e forzate che ci siano capitate sott’occhio nell’ultimo decennio.

    UN SURVIVAL MOVIE COME TANTI

    Questa dovrebbe essere la parte di recensione in cui si dovrebbe dire “peccato, perché le basi per un buon film c’erano tutte”. No, purtroppo le basi non ci sono, perché l’idea di partenza è una delle metafore più scontate e già viste dalla notte dei tempi: in un futuro prossimo non ben identificato e dall’aura distopica, nel bel mezzo di un deserto troviamo Virgil, uomo giovane e taciturno proveniente da ovest e diretto al confine verso una meta anch’essa non ben definita, dove dovrebbe trovare un nuovo lavoro. Keith, uomo più anziano e dal carattere burbero, accetta di fornirgli un passaggio sul suo pick-up ma tutto si complica quando i due scoprono un enorme masso d’oro, che potrebbe dare una svolta alla loro vita. Keith si offre di tornare indietro per recuperare uno scavatore mentre Virgil resta a guardia del masso: non ha fatto i conti con gli animali selvatici, le allucinazioni causate dall’insopportabile arsura e un’insolita visita da parte di una donna misteriosa.

    Come anticipato nella premessa, c’è ben poco d’innovativo in Gold. Nel bel mezzo del deserto, dove il macigno d’oro dovrebbe rappresentare una (ideale) sagace critica al capitalismo e all’eccessiva importanza di cui investiamo il denaro, si esplorano i territori dei film di sopravvivenza già largamente conosciuti dal grande pubblico: quelli che inseriscono il protagonista in un mono-contesto all’interno del quale dovrà mettere in campo tutto il suo ingegno per non cadere nelle mefistofeliche braccia della morte.

    Un sottogenere il cui solco è stato tracciato partendo da Prigionieri dell’oceano di Hitchcock, passando per Cast Away di Zemeckis o Alive – Sopravvissuti di Frank Marshall, fino ad arrivare a 127 ore di Danny Boyle o Buried – Sepolto di Rodrigo Cortés, per citarne alcuni. Ancor più di recente abbiamo avuto il bellissimo Sopravvissuto – The Martian di Ridley Scott, ma anche il gradevole Crawl – Intrappolati di Alexander Aja: insomma, un panorama estremamente saturo dove –  a causa delle sue particolari modulazioni narrative – è difficile inserirsi e uscirne illesi; per non sfociare facilmente nella noia – mettendo in scena un unico e monotono immaginario visivo, che circoscrive a pochi metri lo spazio d’azione dei protagonisti – i survival movie necessitano di sceneggiature travolgenti, che riescano a mantenere alta l’attenzione dello spettatore e che tratteggino un protagonista dal carattere forte, il cui ingegno – tramite inaspettati escamotage risolutivi – sia capace di trasmettere al pubblico tutta la sofferenza della sua impresa. In questo, Gold commette un errore davvero ingenuo: il Virgil di Zack Efron è un personaggio unicamente passivo che subisce, che sopporta, che patisce, che non si ribella, che non si oppone, che non si sforza di cercare una via di fuga dalle spinose situazioni in cui s’imbatte. Lui vuole quell’oro e sarà disposto a rischiare la sua vita per ottenerlo. Peccato che in tutto ciò il film si dimentichi di intrattenere lo spettatore e di dipingere un personaggio in cui il pubblico si possa immedesimare, perché nessuno sa nulla di Virgil, ci viene concesso giusto qualche piccolissimo accenno a una sua vita passata, ma il racconto inizia già in medias res e finirà senza che nessuno sappia niente di più sul personaggio o sul movente che l’ha spinto fino a lì, privandolo di qualsivoglia caratterizzazione.

    La regia che predilige campi larghi per suggerire la desolazione del deserto e la fotografia che valorizza il giallo delle rocce sabbiose, non bastano per costituire delle idee solide che imprimano quel guizzo artistico atto a differenziare il film dal filone che lo precede.

    Fiacco, spento e tedioso: il deserto messo in scena da Gold è lo stesso in cui è destinato a perdersi il nome del film negli anni a venire, in una sterminata e desolata landa d’indifferenza spettatoriale.

    Il riscatto di Zack Efron è rinviato a data da destinarsi.

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  • RECENSIONE THOR: LOVE AND THUNDER – CONFUSIONE IN CASA MARVEL

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    Mentre su Disney+ si avvicinano alla conclusione le (dis)avventure della giovane Kamala Khan, conosciuta con il nome da eroina di Ms. Marvel, ed assieme a lei giunge alla propria fine l’ennesimo prodotto seriale di casa Marvel con lo scopo di allargare il loro universo condiviso – che forse sarebbe ormai più corretto definire con il termine Multiverso – introducendo nuovi personaggi ed approfondendo quelli già conosciuti, le sale dopo che nel mese di maggio si erano tinte di rosso con Doctor Strange nel Multiverso della Follia (Sam Raimi, 2022) tornano ad illuminarsi con un altro cinecomic tratto dai fumetti creati dalla mente di Stan Lee e Steve Ditko, più precisamente con i colori sgargianti ed accesi del quarto film dedicato al dio del tuono, dal titolo Thor: Love and Thunder.

    PAROLA D’ORDINE: ECCESSO

    Dev’essere stato effettivamente questo che si sono detti alla riunione del team di sceneggiatori – composto da Jennifer Kaytin Robinson e dall’anche regista della pellicola Taika Waititi – perché, fatta eccezione per la scena introduttiva il cui scopo è quello di introdurre Gorr e la motivazione per cui durante il film è conosciuto come il “macellaio degli dei”, dopo i classici titoli di testa con logo Marvel la pellicola spinge fin da subito l’acceleratore sul mettere in scena sequenze decisamente assurde, piene di momenti al limite del no sense e che, usando un termine in voga su internet, molti definirebbero cringe. Anche senza aver recuperato tutta la cinematografia del regista, sicuramente molti si siederanno in sala popcorn e bibita alla mano con alle spalle almeno la visione di Thor: Ragnarok, consci quindi almeno parzialmente dello stile di Waititi e consapevoli che con lui al timone non si sarebbe trattato certo di un film dai toni seri, ma qui sembra davvero che nella realizzazione del film non siano stati posti paletti di alcun tipo, portando il tutto a risultare presto anche fastidioso per un pubblico più facilmente stancabile.

    La trama è stata strutturata seguendo stilemi molto classici, quasi da fiaba, con Thor (Chris Hemsworth) che lascia la formazione post-Endgame dei Guardiani della Galassia per andare a salvare Asgard, aiutato da vecchi amici come Korg (interpretato da Waititi stesso) e Valchiria (Tessa Thompson) ma anche dal ritorno inaspettato di Jane Foster (Natalie Portman) ora, per motivi che si scopriranno durante il film, nei panni di un secondo Thor, tutti uniti con lo scopo di fermare Gorr (Christian Bale) salvando così i bambini da lui rapiti ed impedendogli di sterminare l’intero pantheon di divinità. Qui si presenta forse il grande scoglio a cui si va incontro guardando il film, perché se da un lato sembra essere stata messa in scena una storia il cui target è di età decisamente ridotta, con una narrazione semplice, a tratti anche stupida e piena di battute, è proprio su quest’ultimo punto che il film passa da capre urlanti e spaccate da ninja a mezz’aria a giochi di parole decisamente spinti, richiami alla sfera sessuale e tanta volgarità verbale, spostando quindi l’asticella verso un pubblico decisamente più maturo. Bisogna però sottolineare come, a differenza di Ragnarok in cui si presentavano momenti comici e seri completamente mescolati tra loro e portando confusione nello spettatore che non sapeva se dovesse ridere o piangere, qui si presenta uno stile più amalgamato, con momenti seri decisamente tali che si evolvono poi nella sequenza più comica e ricominciando così il circolo da capo.

    UNO SPETTACOLO VISIVO

    Se c’è un elemento che invece convince del film è quello tecnico. Il lavoro di regia fatto da Taika Waititi è incredibile, aiutato da un comparto fotografico da urlo e da costumi e scenografie pazzesche che, unendo il tutto, portano davanti allo spettatore uno dei film Marvel senza dubbio più belli da vedere dell’intera saga, con una regia delle scene d’azione evoluzione diretta di quella già ottima del capitolo precedente e che sfocia in un epico scontro sul finale completamente in bianco e nero, ad esclusione di alcuni elementi particolari andando a ricordare quanto fatto per esempio con Sin City, e dalla costruzione decisamente epica.

    Sul lato attoriale si riconfermano un Hemsworth decisamente a suo agio nei panni di un Thor bamboccione e decisamente meno serio rispetto a quello dei primi film e che riesce a mantenersi su standard già collaudati, senza però mai splendere su uno schermo che viene invece rubato in tutte le sue apparizioni dal Gorr di Bale, forse uno dei villain meglio interpretati dell’intero MCU e pieno di carisma che risulta però affossato da una caratterizzazione, come ormai tipica per la Marvel, non sempre al top, e, quando invece quest’ultimo non è presente, dalla sempre brava Natalie Portman che riesce a trasporre un personaggio forse un po’ sopra le righe in alcuni passaggi ma che risulta interessante nel suo essere combattuto ed in costante rischio di collasso, indecisa sul futuro e su come affrontarlo al meglio. Ottimi risultano anche Waititi e Tessa Thompson che interpretano a dovere le spalle e compagni d’avventura degli eroi principali, anche se su quest’ultima non sarebbe dispiaciuto un maggiore approfondimento che probabilmente arriverà in futuro, forse proprio in una delle tante serie su Disney+. Bello anche il cameo di Russel Crowe, che interpreta uno Zeus decisamente macchiettistico e sopra le righe purtroppo decisamente troppo poco impattante ai fini del racconto.

    CONCLUSIONE

    Taika Waititi torna a dirigere il Dio del tuono norreno, mantenendo la vena umoristica già presente in Ragnarok che qui viene inserita in un ciclo continuo sicuramente più solido ma che finisce comunque per creare confusione allo spettatore, sballottato attraverso una storia semplice da situazioni assurde e no sense tipiche dei prodotti per i più piccoli a battute e siparietti comici decisamente più spinti per un pubblico più adulto. Dove la narrazione e la sua gestione mostrano quindi il fianco a numerose critiche e problemi, il lato tecnico si dimostra invece ancora una volta di altissimo livello con un Waititi decisamente abile soprattutto nelle scene più movimentate ed affiancato da un ottimo comparto fotografico e scenografico. 

    Una pellicola con due animi che non riescono però a conciliarsi tra loro e che portano a domandarsi se non sarebbe quindi il caso di affidare, per un futuro progetto su Thor, la scrittura ad un diverso team relegando perciò Waititi alla sola (ottima) regia, oppure semplicemente mettendogli qualche paletto.

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  • RECENSIONE STRANGER THINGS STAGIONE 4 – PARTE 2

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    C’è voluto quasi un mese di attesa per scoprire come si sarebbe conclusa la quarta e penultima stagione di Stranger Things, rilasciata da Netflix in due tranche definite in campagna di marketing come due parti ben distinte, scelta a cui non corrisponde tuttavia una giustificazione narrativa dato che nel complesso le differenti puntate dimostrano di essere narrativamente estremamente compatte. Questi ultimi due episodi, il secondo della durata monstre di 150 minuti che contribuisce alla sensazione di brodo allungato già percepibile nelle puntate precedenti, si ricollegano all’inizio e alla fine della prima parte di stagione (di cui potete trovare la recensione qui).

    RUNNING UP THAT HILL

    Questi ultimi due capitoli confermano i pregi e i difetti che hanno caratterizzato tutta questa quarta avventura ad Hawkins: se da una parte i Fratelli Duffer sono stati capaci negli anni di creare dei personaggi funzionanti e genuinamente interessanti con cui lo spettatore è in grado di empatizzare, dall’altra parte le vicende raccontate seguono una trama speculare a quella già messa in scena nelle stagioni precedenti, con le stesse dinamiche e lo stesso tipo di risoluzione del conflitto. Se la fortuna di Stranger Things è stata anche costruita sul continuo citazionismo e omaggio, che torna in questo caso con riferimenti ad Halloween e Aliens, siamo ormai giunti al punto in cui la serie cita se stessa, creando un cortocircuito che risulta inevitabilmente nell’ennesima storia già vista e raccontata, semplicemente con un nemico diverso e con battaglie sempre più su larga scala. Il pesante didascalismo che aveva caratterizzato la prima parte ritorna in questa occasione anche se in maniera più diluita, mentre i celebri momenti emotivamente toccanti, marco di fabbrica della serie, in questo caso risultano essere meno incisivi, a causa nuovamente della ripetizione di dialoghi incentrati sull’amore e l’importanza dell’amicizia scritti in maniera poco originale e ormai decisamente stucchevole.

    Oltre a ciò la scrittura mostra il fianco a una certa pigrizia nello sviluppo narrativo, con troppe combinazioni casuali di avvenimenti che capitano esattamente nel momento giusto al posto giusto, oltre a dimenticarsi dei personaggi non presenti ad Hawkins ad eccezione di Eleven, che risultano essere la grande vittima sacrificale di questa stagione a livello di sviluppo psicologico. Fortunatamente non mancano momenti riusciti, come la schitarrata di Eddie sul proprio camper nel Sottosopra sulle note di Master of Puppets dei Metallica o il momento da gladiatore di Hopper, e in generale si apprezza il tentativo da parte dei Duffer di dare un background coerente ai diversi villain incontrati nel Sottosopra durante le diverse stagioni. Dall’altra parte è inevitabile non notare come la gestione dei poteri di Eleven sia uscita parzialmente dal loro controllo, essendo un personaggio che continua ad agire da deus ex machina in maniera sempre più marcata, riducendo anche la credibilità delle difficoltà che i protagonisti si trovano ad affrontare e togliendo pathos al tutto.

    Nel periodo intercorso tra la prima e la seconda parte della stagione, online si era scatenata una vera campagna in tutto il mondo per il totomorto, che ha coinvolto anche diversi youtuber nostrani, inspirata dal tono sempre più cupo della serie e dalle parole degli stessi Duffer che in un’intervista avevano rimarcato la possibilità della presenza di più morti nel finale di stagione. Anche in questo occasione i fratelli registi si dimostrano troppo affezionati ai  personaggi principali per riuscire a compiere delle scelte importanti e creare dei veri twist narrativi, confermando la generale mancanza di coraggio da parte di Stranger Things nel compiere scelte che vadano contro il favore del pubblico.

    IL SOLITO STRANGER THINGS, NEL BENE E NEL MALE

    Dal punto di vista tecnico è riscontrabile un notevole miglioramento degli effetti visivi, qua finalmente quasi sempre realistici pur con qualche sbavatura, che contribuiscono alla creazione del Sottosopra, rendendo gli scontri sempre più epici e creando immagini di indubbia potenza visiva su livelli mai visti nella serie, in attesa della guerra finale che arriverà nella quinta e ultima stagione. Dall’altro lato le musiche di pregevole fattura si fanno sempre più carpenteriane e allo stesso tempo risultano a tratti invadenti ed eccessivamente martellanti, non riuscendo a creare sequenze magnifiche come quella con protagonista Max e la canzone di Kate Bush Running Up That Hill vista nel quarto episodio, che resta il migliore di questa stagione. 

    In conclusione questi ultimi due capitoli confermano il giudizio dato alla prima parte di stagione, rimarcando come Stranger Things sia una serie di assoluto livello tecnico e di grande intrattenimento che tuttavia non riesce ancora ad avere il coraggio di compiere scelte importanti contro i propri protagonisti e cadendo di conseguenza nella prevedibilità.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – THE BLUES BROTHERS

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    Siamo in missione per conto di Dio!

    Questa volta, nella notte del 3 luglio 2022, la missione è stata quella di chiudere la 36a edizione del Cinema Ritrovato. Un’edizione di (ri)scoperte, restauri, grandi classici, aperta il 25 giugno dall’inno alla pace de Il Grande Dittatore e che non poteva non concludersi con un inno alla musica, alla comicità esplosiva, un inno alla vita: The Blues Brothers – I fratelli Blues.

    E’ stato lo stesso regista John Landis, ospite d’onore del festival, a introdurre il film con la sua solita verve comica e dissacrante di fronte alle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Maggiore, a cui ha riservato praticamente un sipario di stand up comedy di trenta minuti. Quando si dice che le vere opere autoriali rispecchiano la personalità dell’autore…

    Unico per i tempi comici, irripetibile per la chimica fra gli attori, irraggiungibile per il carisma recitativo che si tramuta in irriverente imperturbabilità attoriale, inimitato e inimitabile. Anzi, in realtà è stato lo stesso Landis a tentare una replica con il sequel del 1998, Blues Brothers – Il mito continua, dove si è provata la sostituzione del compianto John Belushi con l’ottimo John Goodman, pur non riuscendo neanche lontanamente ad avvicinarsi al successo e all’iconicità del primo capitolo.

    Cos’è che rende ancora oggi The Blues Brothers il capolavoro cult che (quasi) nessuno capì all’epoca? Non deve sorprendere infatti che alla sua uscita, nel 1980, il film fu quasi unanimemente affossato dalla critica oltreoceano: Los Angeles Times, Washington Post e Variety distrussero il film definendolo chi un “disastro”, chi un “imbecille stramberia” e chi un film “dall’humor elementare e dal divertimento momentaneo”. Era lo stesso anno in cui falliva il capolavoro I cancelli del cielo di Michael Cimino che, oltre al danno, ebbe anche la (enorme) beffa: se il film di Landis poteva almeno vantare degli incassi in positivo (147 milioni contando anche il mercato home video, su un budget di 27,5), Cimino (al netto dell’inflazione) si trovò davanti a una perdita 135 milioni di dollari, portando anche al fallimento della storica casa di produzione United Artists e alla stroncatura della sua carriera

    Con i suoi soliti toni fuori dagli schemi, pochi giorni prima della proiezione in Piazza Maggiore Landis ha raccontato al pubblico dell’Arena del Sole di Bologna un aneddoto sul flop dei Fratelli Blues: Belushi lesse la recensione del New York Times da parte di un’importante critica cinematografica del tempo che definiva il film una “saga presuntuosa”. Non esitò a chiamare subito Landis per chiedergli “John, per caso ti sei scopato quella tipa?”: il perfetto manuale su come affrontare con sarcasmo demenziale l’insuccesso di un lavoro tanto sentito. Il regista e gli attori erano davvero come li vediamo sul grande schermo. Certo, sempre con i loro difetti e le loro disavventure personali: è passata ormai alla storia la dipendenza da cocaina di Belushi che portò non pochi problemi sul set. Sempre all’Arena del Sole, Landis ha citato un episodio di totale incoscienza dell’attore, rimasto chiuso a chiave nella sua stanza d’appartamento. Fu lo stesso regista a sfondare la porta e a portarlo all’ospedale perché i soccorsi tardavano ad arrivare, ma la mattina seguente Belushi era già sul set. Tuttavia, come affermato da Landis sul palco di Piazza Maggiore “il John che vediamo nel film era un John al 50%… chissà cosa sarebbe riuscito a tirare fuori se fosse stato al 100% delle sue potenzialità”. Belushi morì appena due anni dopo, il 5 marzo 1982.

    Nonostante tutto, oltre ai suoi travagli produttivi (aggiungiamoci anche il budget iniziale sforato di 10 milioni di dollari per via dei continui ritardi delle riprese), non ricordiamo The Blues Brothers soltanto come uno dei classici casi di film incompresi – il cui ingiustificato flop di critica funge oggi da cassa di risonanza -, ma per il suo essere un esperimento mediale che assume i caratteri di un vero e proprio spettacolo musicale. Non sottovalutiamo la sua valenza politica e culturale, in un’America che non colse minimamente il monito di Landis sui prodromi del governo Reagan, aggiudicatosi la vittoria alle elezioni dell’anno seguente: la cornice-celebrazione della black music a suon di rhythm’n’blues (James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway e John Lee Hooker), fa da contorno al tripudio di detonante comicità anticonformista (e slapstick, sulla scia di Buster Keaton) unita a un’azione spettacolare e irrefrenabile (nella sequenza d’assedio al Daley Center furono disposti 100 agenti della polizia e 200 uomini della Guardia Nazionale su 50 volanti, decine di cavalli, 3 carri armati, 3 elicotteri e 3 autopompe).

    Il capolavoro di John Landis è una bomba audiovisiva la cui onda d’urto si propaga ancora a distanza di 42 anni e che, quando avvertita, non può non farci alzare in piedi per ballare e cantare a squarciagola l’indimenticabile colonna sonora – nel 2004 dichiarata dalla BBC come la più bella della storia del cinema -, proprio come ha fatto tutta Piazza Maggiore nella scatenata serata del 3 luglio 2022, nella chiusura del festival cinefilo bolognese simulacro di un patrimonio culturale nazionale da valorizzare e custodire gelosamente.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO: IL CONFORMISTA DI BERNARDO BERTOLUCCI

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    “Non capitava per tutti i film… ma sul set de Il Conformista io, Bernardo e Jean-Louis avvertivamo la sensazione di star girando qualcosa di grandioso”.

    Con queste parole e con le lacrime agli occhi Stefania Sandrelli, ospite d’onore del Cinema Ritrovato di Bologna, ha inaugurato la prima serata in Piazza Maggiore di questa 36a edizione, davanti alle migliaia di persone che hanno affollato la piazza per assistere alla versione restaurata in 4K de Il Conformista (1970) di Bernardo Bertolucci.

    E’ disarmante l’attualità, ancora dopo cinquantadue anni, del capolavoro firmato dal regista parmense e tratto dall’omonimo romanzo di Moravia: la storia di Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant:), neo-spia della polizia politica fascista, che si reca a Parigi per una finta luna di miele come copertura – all’insaputa della moglie Giulia (Stefania Sandrelli) – per l’assassinio di un suo ex professore (Enzo Tarascio) ora antifascista, è capace ancora oggi di dialogare pienamente con la contemporaneità.

    Raramente nel cinema italiano – ma anche mondiale – si sono raggiunti picchi di estasi estetica di tale livello, con la fotografia sopraffina di Vittorio Storaro (e non dimentichiamo il montaggio di Franco Arcalli) che per rispecchiare continuamente gli stati d’animo dei protagonisti passa con grande nonchalance dall’espressionismo della sequenza d’inizio ai puri quadri erotico – rossastri del famoso viaggio in treno. La cifra stilistica di Bertolucci, composta da inquadrature sghembe che lasciano spazio a piani sequenza interrotti poi da sprazzi di camera a mano, è qui al suo apogeo di perfetta simbiosi con le tematiche ricorrenti nel suo cinema: la sessualità contorta, i totalitarismi, l’omosessualità, Parigi, la crisi esistenziale.

    Terribile ancora oggi il finale che corona il discorso di Bertolucci sul conformismo: Marcello scoprirà che l’episodio che l’aveva segnato e che era stato il filo trainante del suo conformismo durante tutta la vita, in realtà non era mai avvenuto.

    Se voleste approfondire la filmografia, la poetica, le idee e il modus filmandi del maestro Bertolucci, lasciamo di seguito cinque titoli che non potete lasciarvi sfuggire:

    “Bernardo Bertolucci”, di Stefano Socci, Il Castoro (aprile 2008): volume immancabile per chi conosce e colleziona la collana “Il Castoro”, la guida d’approfondimento di facile consultabilità strutturata su una prima parte di citazioni del regista, seguita dalla monografia con trama e commento per ogni film e conclusa dalla filmografia completa con le schede delle opere.

    “Il dolce rumore della vita. Giuseppe Bertolucci tra cinema, teatro, televisione e poesia”, di Franco Prono e Gabriele Rigola, Cineteca di Bologna (novembre 2021): volume che ha l’obiettivo di studiare alcuni degli aspetti salienti della sua attività, proponendo nella prima parte l’analisi dei suoi film, le tematiche, e gli attori. Nella seconda parte sono inserite invece le testimonianze e i ricordi dei suoi attori, sceneggiatori e artisti a lui vicini. In allegato c’è anche un DVD, il documentario Evviva Giuseppe di Stefano Consiglio.

    “Cinema la prima volta. Conversazioni sull’arte e la vita”, di Bernardo Bertolucci, Minimum Fax (novembre 2016): autobiografia dello stesso regista che racconta anche le sue idiosincrasie cinefile.

    “Il mistero del cinema”, di Bernardo Bertolucci, La nave di Teseo (marzo 2021): altro volume in cui Bertolucci ricostruisce la sua vita artistica tra cinema e ricordi.

    “Un’aspirina e un caffè con Bernardo Bertolucci. Regista e attori si raccontano”, di G.Alviani, Mimesis (11 febbraio 2015): più particolare dei testi precedenti, poiché non più il regista, ma i suoi attori e collaboratori, raccontano la vita e le opere del maestro.

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    Fotografie di Lorenzo Burlando

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  • RECENSIONE MEMORIA – L’ODISSEA SONORA DI APICHATPONG WEERASETHAKUL

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    Il cinema di Apichatpong Weerasethakul richiede l’accettazione del mistero, ossia l’accettazione della certezza che nella realtà ci sia un sottofondo spirituale al quale dobbiamo fare appello se vogliamo vivere profondamente, concretamente e in maniera identitaria – cioè appartenendo profondamente a noi stessi – questa stessa realtà.

    Massimo Causo

    Apichatpong Weerasethakul, regista thailandese classe 1970, è uno tra i più bizzarri e personali cineasti contemporanei. Salito alla ribalta internazionale nel 2010, grazie alla Palma d’Oro vinta per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, ha sviluppato uno stile complesso e unico nel suo genere, che gli ha fatto meritare la nomea di Autore. I suoi film – tra i più belli vale la pena ricordare almeno Tropical Malady (2004) e Cemetery of Splendour (2015), oltre al già citato Zio Boonmee – sono spesso poco parlati, rarefatti nelle atmosfere, animati da una dimensione spirituale potentissima, che sovente si esplicita nell’incontro con misteriose presenze fantasmatiche che dimorano nella giungla thailandese. Con Memoria, tuttavia, Weerasethakul ha abbandonato il proprio paese natio per realizzare una coproduzione internazionale girata in Colombia, con la presenza nel cast di una grande star come Tilda Swinton. Quella dell’Autore che abbandona il proprio paese per realizzare un ambizioso progetto all’estero è ormai una pratica diffusa tra i grandi registi del nostro tempo: si pensi, per fare solo qualche nome, a Paolo Sorrentino con This Must Be The Place, Bong Joon-ho con Snowpiercer, Park Chan-wook con Stoker, Asghar Farhadi con Tutti lo sanno e Kore-eda Hirokazu con Le verità. Cambiano gli addendi, ma lo schema resta simile. Nel caso di Memoria, poi, i paesi coinvolti sono ben undici – Colombia, Thailandia, Regno Unito, Francia, Germania, Messico, Cina, Taiwan, Stati Uniti, Qatar e Svizzera – e tra le decine di coproduttori e produttori associati che si possono leggere nei titoli di coda figurano grandi nomi dell’establishment cinematografico internazionale: il cinese Jia Zhangke, la colombiana Cristina Gallego, persino Danny Glover (!). Tutto questo permette di avere un’idea su come avvenga la produzione e il finanziamento di pellicole di questo tipo: attraverso un’autentica “chiamata alle armi” degli ammiratori di Weerasethakul, che sfruttano la propria influenza per raccogliere i finanziamenti necessari e sostengono il film nella sua circolazione globale.

    Memoria, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2021, inizia a Bogotà, dove la scozzese Jessica, donna d’affari in ambito floricolo, è svegliata una notte da un potente rumore sordo. Il giorno successivo, la donna si reca all’ospedale a fare visita alla sorella Karen e scopre che, nei pressi della struttura, stanno avendo luogo degli scavi archeologici che stanno portando alla luce diversi scheletri antichissimi. Faticando a dormire la notte e continuando periodicamente a udire il rumore, Jessica si rivolge a un giovane ingegnere del suono, Hernán, per provare a ricrearlo digitalmente. I due, a poco a poco, diventano amici, forse persino qualcosa di più, ma un giorno lui scompare nel nulla, come non fosse mai esistito. Jessica, allora, parte per un viaggio nella Colombia rurale, in cerca di risposte. Lì incontra un altro uomo di nome Hernán, ma notevolmente più in là con gli anni, con cui stabilisce una connessione particolare.

    Prendere o lasciare: Apichatpong Weerasethakul è un regista a cui bisogna affidarsi. Anche nei suoi film thailandesi è oggettivamente difficile (anche, ma non solo, per distanza culturale) comprendere appieno il complesso immaginario mistico-religioso-animalesco-mostruoso-fantasmatico che li anima. Eppure, se si è in grado di lasciarsi andare e di farsi coinvolgere dall’affascinante universo visivo e sonoro che il regista sa evocare, le sue pellicole, nella loro disarmante e sonnolenta lentezza, sanno coinvolgere ed è possibile scoprire in esse dimensioni emotive rare a viversi altrimenti. Se ci si accosta a esso con concentrazione e pazienza adeguate, il cinema di Weerasethakul lascia un senso di profonda spiritualità e permette di ripensare i concetti di vita, morte e relazione umana sotto una nuova luce. Bene: Memoria non sovverte queste premesse, ma per altri versi è assai diverso dal cinema precedente del regista. Il mondo in cui Weerasethakul immerge la protagonista Jessica, interpretata da una Tilda Swinton che sa trasmettere tutto il senso di spaesamento del personaggio, è un universo di assoluta normalità, in cui a poco a poco si manifestano elementi di discontinuità, quasi dei varchi su un’altra dimensione: il misterioso rumore; l’inspiegabile apparente evaporazione del personaggio del giovane Hernán (i suoi colleghi ingegneri, improvvisamente, sostengono di non averlo mai conosciuto); i bizzarri sogni della sorella di Jessica, che attribuisce la causa del proprio malessere e del proprio ricovero ospedaliero prima a un cane, poi agli incantesimi di una sorta di una tribù indigena che vive nella giungla; la progressiva riemersione, durante gli scavi archeologici, di resti umani risalenti a migliaia di anni prima, testimonianze di una dimensione ancestrale che pare travalicare i limiti temporali della realtà. 

    Jessica si aggira in questo mondo così normale ed eppure così legato all’oltre come in uno stato di trance (più o meno la condizione in cui Weerasethakul vorrebbe indurre gli spettatori), interrogandosi sulle origini di tutto ciò e imbattendosi, grazie alla sua professione, in un ipertecnologico armadio per la conservazione dei fiori in cui “il tempo si ferma”. Ecco, il mondo di Memoria pare essere un po’ come quell’armadio: è un luogo in cui alcuni elementi paiono vivere in una dimensione propria, separata rispetto al normale flusso del tempo e della realtà. E – come si scopre durante la lunga scena del colloquio con il secondo Hernán, quello più vecchio (sorge chiaramente il dubbio che si tratti di una versione invecchiata del giovane uomo scomparso) – l’elemento che pare più resistente al tempo in questa “dimensione altra” sono i ricordi, la memoria del titolo. Jessica e Hernán, infatti, discutono di diversi temi (sogni, memoria, reincarnazione, vite passate) e, a poco a poco, paiono sempre più legati dalla condivisione della predisposizione a captare i segni della dimensione dei ricordi, della collisione tra diverse temporalità. Tra questi due personaggi, che odono il misterioso rumore, nasce la comunicazione: i due riescono a sintonizzarsi (letteralmente!) su una comune frequenza e fondono le proprie esperienze passate, presenti e future, dando vita a un’intima dimensione di compartecipazione degli (infiniti?) tempi delle proprie (infinite?) vite. Jessica e Hernán riescono così a sentirsi, ad ascoltarsi, a capirsi, forse. Ed emerge un rapporto umano fecondo, come nessun altro lo era stato nel corso di un film in cui spesso i personaggi comunicano con dialoghi bizzarri, sterili, ai limiti del grottesco. Il più grande difetto e limite di Memoria, paradossalmente, è che Weerasethakul – differentemente da quanto fatto in altri suoi film misteriosissimi ma, proprio per questo, affascinanti – senta, nel finale, l’esigenza di rivelare la fonte del rumore, con una trovata fantascientifica che non appare molto coerente con il resto della narrazione.

    Il desiderio di spiegare, poi, va in controtendenza proprio rispetto alla natura dell’opera nel suo complesso. Enigmatico per natura, Memoria avrebbe beneficiato di una narrazione pienamente aperta, anche nei suoi esiti finali. A prescindere da ciò, comunque, l’ultimo film del regista thailandese non è certo per tutti: lo apprezzerà chi riuscirà, con pazienza, a farsi ipnotizzare dall’elaborata composizione delle inquadrature (Weerasethakul realizza molti piani sequenza a camera fissa) e dalla bellezza delle immagini (l’eccellente fotografia è del solito Sayombhu Mukdeeprom, divenuto frequente collaboratore anche di Luca Guadagnino), a farsi cullare dal raffinato tappeto sonoro e a farsi emozionare dal brivido della sintonizzazione di soggettività a opera di forze inspiegabili. L’autore di questa recensione, questa volta, ci è riuscito solo in parte. 

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  • ARIA DELL’ELBA E I MISTERI DI PORTO LONGONE – INTERVISTA A MATTEO SARDI

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    In occasione dell’uscita del cortometraggio I Misteri di Porto Longone, diretto da due giovani registi elbani, abbiamo intervistato Matteo Sardi, co-regista dell’opera insieme a Michael Monni.

    Ciao Matteo, da dove vogliamo iniziare?

    Matteo: Ciao, direi di partire dall’inizio. Ho conosciuto Michael Monni quando io avevo circa 12 anni. Eravamo entrambi cinefili incalliti e passavamo le giornate a parlare di cinema e a scambiarci i DVD. Lui, un paio di anni più grande di me, aveva già girato qualcosina, cose assurde come Sterminator. Poi insieme abbiamo realizzato alcuni corti. Ovviamente erano filmati agghiaccianti, con Michael inseguito da me vestito da mostro, e ormai sono andati tutti perduti, duravano tutti un quarto d’ora circa.

    E poi avete deciso di realizzare i vostri primi cortometraggi veri e propri?

    M: Circa nel 2012 abbiamo iniziato il progetto di No Way Out. Se prima giravamo improvvisando le scene stavolta avevamo scritto una vera e propria sceneggiatura, rigorosamente di notte in un giardino vicino casa di Michael. No Way Out era la storia (molto originale) di ragazzi che visitano una villa in cui uno scienziato pazzo conduceva esperimenti psichiatrici e che materializza le peggiori paure dei nostri protagonisti. La giravamo nei pomeriggi, dopo la scuola e ci abbiamo messo un anno a finirlo.

    Però ne è valsa la pena?

    M: Eh sì. Siamo stati messi in contatto con Paolo Chillè, penna piuttosto nota sull’Isola d’Elba, e certo due ragazzini di nemmeno sedici anni che girano un film intero su un’isola non passano inosservati.

    Il film è stato proiettato al cinema di Portoferraio, e vedere trecento persone che applaudono il tuo lavoro è stata una sensazione magnifica.

    E così non vi siete più fermati.

    M: Esatto, dopo No Way Out è arrivato Mad World, thriller horror che narra la storia di 4 cugini, due coppie di fratelli, che si riunivano per una gita nel bosco dopo che i loro padri avevano affrontato un duro litigio. Peccato che il bosco fosse oggetto di una tetra leggenda. Fu un bel passo in avanti a livello di costruzione della storia, ma il vero punto di svolta fu Quel maledetto Colpo

    Perché?

    M: Fu una vera impresa realizzarlo, durava più degli altri (un’oretta e un quarto contro i 40-50 minuti dei precedenti), un attore mollò durante le riprese. Michael a causa di uno sbalzo di corrente perse tutto il file del film quasi completo e abbiamo dovuto girarlo di nuovo dall’inizio. Alla prima proiezione, in cui i posti a sedere erano esauriti e molti spettatori erano in piedi, il film si bloccò, siamo corsi a casa tra gli applausi imbarazzati del pubblico per sostituire la copia, e tutto risolto in un quarto d’ora. Ma lì abbiamo capito che volevamo fare sul serio.

    Ed è arrivato Aria dell’Elba…

    M: La lavorazione di Quel Maledetto Colpo è durata tre anni, quindi da che eravamo praticamente dei bambini ci siamo trovati quasi ventenni. Volevamo realizzare qualcosa di più solido, e abbiamo scelto di scrivere un progetto di durata minore, per concentrare tempo e soldi, e per sfruttare di più il circuito dei festival. Gli altri film erano stati proiettati in serate benefiche e poi caricati sul web.

    Abbiamo conosciuto Nicola Parini, un giovane attore ora al Centro Sperimentale a Roma, e abbiamo deciso di costruire il protagonista sulla sua figura. La sceneggiatura la scrivevamo in videochiamata perché nel frattempo io mi ero trasferito a Londra. Siamo stati velocissimi perché eravamo davvero ispirati, tra gennaio e marzo del 2018 abbiamo scritto Aria dell’Elba e abbiamo girato in estate. La storia del giovane inventore Alfredo Ceccarini ha conquistato molti spettatori, girato molti festival e vinto alcuni premi, (Miglior Attore e Miglior Cortometraggio nella Categoria “Ambiente e Natura” al Cinefutura Fest di Roma, Miglior Regia, Miglior Film Indipendente e Miglior Sceneggiatura Originale ai New York Film Awards, Miglior Cortometraggio Indipendente  Los Angeles Film Awards, Miglior Cortometraggio Italiano  e Miglior Cortmetraggio di Ispirazione all’Oniros Film Festival. Ora siamo anche su Chili e sul catalogo Prime Video in inglese.

    E siete stati contattati per I Misteri di Porto Longone?

    M: Esatto, ed è la nostra prima esperienza con una produzione vera e propria, e con una sceneggiatura non nostra. I Misteri di Porto Longone è infatti tratto dal romanzo omonimo di Luca Colferai e Roberto Bianchin ed è ambientato proprio all’Elba, la sceneggiatura è stata adattata da Paolo Baiguera. È stata un’esperienza magnifica, avere una vera troupe, un vero reparto di fotografia, attrezzature professionali e attori professionisti. Un set vero in cui ogni persona si muove per realizzare lo stesso obiettivo, e stava a me e Michael decidere il risultato finale.

    E quale sarà il prossimo passo?

    M: ora cercheremo di spingere il più possibile il film nel circuito dei festival, e completeremo la sceneggiatura di un lungometraggio che abbiamo in programma. Se non troveremo i finanziamenti per produrlo, beh, proveremo con un nuovo corto. Abbiamo ancora dei limiti come artisti, se guardo un film di Sorrentino penso che non sarò mai come lui. Ma magari ogni regista lo ha pensato guardando i suoi maestri, chissà.

    Sorrentino è una delle tue ispirazioni?

    M: assolutamente sì, come Woody Allen, i fratelli Coen, Wes e Paul Thomas Anderson, tarantino. Cerco di ispirarmi a loro anche attraverso l’ironia, col dovuto rispetto. Se magari molti registi traggono molte ispirazioni dalla letteratura o dalle arti, io vivo di puro cinema. Mi piace leggere e ascoltare musica ma mi limito a pochi artisti, mentre divoro ogni cosa che passa in sala. 

    Ed è proprio la sala il luogo in cui vuoi vedere i tuoi film?

    M: Sì, voglio che raggiungano il grande schermo e che non siano confinati in casa. Voglio immaginare persone che guardano il mio film tutte nello stesso luogo mentre io faccio altro. Con Michael abbiamo sempre condiviso ogni esperienza artistica e continueremo insieme come due calciatori che iniziano a giocare al campetto insieme e sognano di vincere i Mondiali insieme.

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  • RECENSIONE PLEASURE – IL PATRIARCATO PORNOGRAFICO

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    Scorrono i titoli di testa su uno sfondo completamente nero, gli unici suoni che avvertiamo sono i gemiti di piacere di una donna assieme a quelli maschili, sensibilmente più numerosi. É interessante da un punto di vista analitico la prima sequenza di Pleasure, perché è come se si andasse non tanto ad annullare la gaze theory del cinema (secondo cui nella grammatica degli sguardi sono incluse e rappresentate le sovrastrutture sociali, oltre alle dinamiche diegetiche), ma piuttosto si intendesse suggerirla attraverso le nostre suggestioni inconsce: il piano visuale è eliminato, non si può parlare di sguardo, ma da quello uditivo capiamo che il rapporto uomo-donna è impari, c’è uno squilibrio. Forse sta parlando proprio a noi spettatori.

    L’ALTRA ALTRA HOLLYWOOD

    Un incipit tutto fuorché casuale: se Boogie Nights – L’altra Hollywood di Anderson ci aveva “scorsesianamente” narrato la decadenza dell’industria pornografica d’inizio anni ‘80 tramite lo sguardo maschile di Dirk Diggler, il film di Ninja Thyberg cambia totalmente approccio.“Non volevo giudicare né psicoanalizzare nessuno, solamente comprendere i metodi” afferma Thyeberg dopo aver frequentato in prima persona i set pornografici di Los Angeles per cinque anni (dove ci sono giornate lavorative standard dalle 9 alle 17): non siamo più di fronte all’epica ascesa e caduta di un giovane talento del porno, ma vediamo riportate su grande schermo le logiche dell’industria filtrate da un approccio naturalistico, vicino al documentarismo.

    Con Pleasure stiamo parlando del lungometraggio d’esordio di Ninja Thyberg, adattamento dell’omonimo cortometraggio del 2013 sempre della regista, selezionato per l’edizione di Cannes 2020 e dal 17 giugno 2022 disponibile su MUBI, dopo una brevissima anteprima in Italia al Biografilm Festival (che si tiene a Bologna dal 10 al 20 giugno). 

    La storia parla della svedese Bella Cherry (Sofia Kappel, anche lei al suo esordio) e del suo approdo a Los Angeles guidato dal desiderio di diventare una giovane star del porno. La scalata nel “porno star system” non sarà facile come previsto.

    SGUARDO FEMMINILE

    Fetish, BDSM ed extreme sono i tre generi utilizzati da Thyberg per scandagliare le modalità di produzione e lavorazione del porno mediante un approccio lucido e privo di pregiudizi, tanto da chiamare davanti alla macchina da presa persino gli stessi attori conosciuti sui set lungo i cinque anni. É curiosa infatti la storia della regista oggi appena trentasettenne, inizialmente attivista anti-pornografia entrata poi in contatto con l’ambiente prettamente femminista studioso del female gaze (lo sguardo del cinema sul femminile: il cinema hollywoodiano ha da sempre codificato in espressioni formali ben definite la differenza sessuale nei film, dove la donna è quasi sempre in uno stato di subordinazione), che l’ha spinta a indagare – nel business più commerciale – le modalità con cui si riscontrano ancora oggi le principali problematicità sulla gestione del lavoro, soprattutto per quanto concerne il labile confine del consenso da parte delle attrici. Il lato malato del porno è esattamente lo stesso del pubblico che ne fruisce, essendo quest’ultimo il pilota del consumo e il porno specchio della mentalità imperversante nelle strutture sociali. Una società in cui uno strap-on può assurgere a simbolo di un’industria patriarcale, mascolina e tossica in cui violenza chiama violenza, e dove basta un fallo di gomma per divenire consapevoli della misoginia imperversante.

    Pleasure, tuttavia, ha due problemi principali: il primo è quello di essere stato ghermito dalla maledizione del Sundance Film Festival (dove è stato presentato nel 2021): senza generalizzazioni qualunquiste ma per motivazioni ben precise, come il trampolino di lancio che costituisce per molti esordienti, c’è spesso  nell’atteggiamento dei film presentati una certa incauta sfrontatezza che, anche a causa dei budget esigui, si traduce in schematicità narrativa, mancanza di originalità registica e assenza di una concezione di cinema davvero personale (uno dei casi più eclatanti dello scorso decennio era Excision di Richard Bates Jr). Il secondo è l’amaro in bocca che lascia per via dei suoi piedi in due staffe: chiamando sul set gli stessi attori conosciuti lungo i cinque anni (addirittura il produttore Spiegler – incredibilmente simile al Roger Alies di Bombshell –  interpreta sé stesso) risulta evidente un piede sull’acceleratore mai premuto, per via di una mediazione costretta e forzata che –  limitandosi a un (quasi) documentarismo osservativo –  potrebbe non chiudere tutte le implicazioni aperte (forse nemmeno pretendeva di farlo).

    LE REGOLE DEL PORNO

    La tesi di Pleasure, messa in scena da un’idea di cinema scolastica, resta interessante per come problematizza il problema del consenso (per esempio nella riuscita sequenza del rough sex: direttamente connesso alla diffusa eccitazione che il porno genera attraverso situazioni di abuso e di costrizione) e i problemi strutturali delle industrie pornografiche governate patriarcalmente dai “predatori sessuali”.

    Thyberg dichiara di aver intervistato tante ragazze aspiranti star nei set di Los Angeles, chiedendo con quanta frequenza si siano prestate a scene di rough sex o BDSM non consenzienti. Hanno risposto che dire di “no “è sempre possibile, ma nessuna di loro l’ha mai detto: se sei donna e vuoi fare strada nel mondo del porno cerca di creare meno problemi possibili. Cos’altro è questo precetto, se non lo specchio dell’educazione secolare impartita alle donne del dover essere brave ragazze e assecondare i desideri degli altri? Le regole sui set esistono, ma non sono sufficienti.

    In questo contesto, nonostante le problematiche di narrazione e di messa in scena, Pleasure potrebbe essere uno spunto di partenza e di riflessione.

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