Category: Approfondimenti

  • L’Odissea (e Odysseus): da Francesco Guccini a Chrostopher Nolan

    L’Odissea (e Odysseus): da Francesco Guccini a Chrostopher Nolan

    Cantare (e filmare) il tempo

    Se non ci fosse la quasi assoluta certezza dell’impossibilità della cosa, si direbbe che Guccini (o chi per lui) abbia sfruttato l’hype dovuto all’uscita dell’Odissea di Nolan per organizzare la mostra1 che ripercorre la sua carriera.

    L’esposizione e la raccolta di canzoni pubblicata per l’occasione prendono in prestito il titolo dal verso «Canterò soltanto il tempo» del branoIl tema (1970), contenuto nell’album L’isola non trovata2.

    Il punto di contatto tra i due autori, in questo caso, non è un’isola difficile da raggiungere, bensì la tematica del tempo (poetica nolaniana per eccellenza), che nel brano risulta centrale, nonché anticipatoria di quello che diventerà uno degli argomenti cardine (in tutte le sue declinazioni) della carriera del “Maestrone” e del regista britannico.

    Scendendo nel dettaglio e analizzando il testo della canzone alla luce di quanto visto nel film, è difficile non notare delle analogie tra i versi utilizzati e la condizione di Odisseo sull’isola di Calipso, luogo fondamentale all’interno della pellicola, poiché origine dei ricordi e della ricostruzione degli eventi narrati.

    Frasi come: «dirò di pietre consumate, di città finite, morte e sensazioni»; oppure: «cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi», sono attribuibili ad un uomo confuso e preda dell’oblio, caratteristiche facilmente riconducibili al protagonista del film di Christopher Nolan.

    Nonostante appartengano a periodi storici differenti e nonostante utilizzino strumenti diversi per arrivare al loro pubblico, i due autori hanno diversi punti di contatto, tra i quali spicca l’opera omerica, che entrambi hanno affrontato di petto in un particolare momento della loro carriera.

    L’intera discografia di Guccini è colma di rimandi all’epica classica, così come la filmografia di Nolan è fondata sull’epica contemporanea e post-moderna.

    Nella raccolta di studi intitolata: L’epica dopo il moderno (1945-2015)3, più precisamente nel capitolo:“Eroi per caso? Riflessioni sull’epica cinematografica”, Marco Pistoia chiude parlando dell’allora imminente uscita di Dunkirkin questo modo: «[…] Christopher Nolan, già regista di supereroi, attraversati però da profonde linee d’ombra che li collocano in un post-post moderno che tuttavia non può fare a meno di confrontarsi con il classico e con l’antico».

    Rileggendo questa affermazione alla luce dell’ultimo lavoro del regista, è facile rendersi conto di quanto certi stilemi fossero radicati in tutti i suoi lavori precedenti, da Memento ad Oppenheimer, fino ad arrivare (tornare) al racconto epico per definizione.

    L’arte che riflette sé stessa

    Nel 2004 – mentre Nolan è impegnato col primo capitolo della trilogia del Cavaliere oscuro – Francesco Guccini pubblica Ritratti. Il disco arriva sul finire della carriera del cantautore modenese, tanto che per qualche anno si è pensato fosse l’ultimo.

    Composto da nove tracce, l’album racconta l’arte attraverso di essa, da quella letteraria a quella pittorica e musicale, oltre ad essere la summa della poetica gucciniana.

    Già dalla copertina si può intuire l’intento del cantautore. L’immagine, infatti, è ispirata dall’opera di David Teniers L’arciduca Leopoldo Guillermo nella sua galleria di quadri a Bruxelles del 1647 (una delle quattro varianti sul soggetto, tutte dipinte tra il 1647 ed il 1651), conservata al Museo del Prado di Madrid.
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    Il discorso metapittorico è forte, non banale, e stratificato: la grafica realizzata da Giuseppe Spada omaggia un dipinto che a sua volta raffigura altri quadri, mettendo l’accento sul significato (e sull’importanza) della riproduzione più che sul contenuto della stessa.

    Nel brano intitolato Una Canzone, Guccini usa la musica per parlare di musica, di come nasce e dei significati che può avere e trasmettere. L’incipit è esplicativo: «La canzone è una penna e un foglio, così fragili fra queste dita». L’autore riflette sullo strumento che utilizza.

    Ancora una volta è il processo di creazione ad essere privilegiato, in quello che è di fatto una riflessione metamusicale sulla composizione.

    Questa concezione dell’arte, che sia quella musicale o cinematografica, non va intesa come un semplice esercizio di stile, bensì come un modo di elevare il mezzo a scopo, per tornare all’essenziale.

    L’Odissea di Nolan è un ritorno all’origine utilizzando il poema origine, è un tornare sui propri passi attraverso le tappe fondamentali di una filmografia che viene spogliata del superfluo mantenendo il fondamentale.

    Memento, oltre ad essere il titolo del film, è anche il termine latino per indicare un oggetto utilizzato per ricordarsi di qualcosa, esattamente come la spilla di Atena per l’Odisseo di Nolan. Ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno, Bane è una macchina da guerra dietro ad una maschera e, come Agamennone, muore poco dopo averla tolta. In Oppenheimer, la bomba atomica è l’arma con cui un moderno (e umano) Prometeo sfida Zeus, così come il cavallo di Nolan non è il simbolo dell’ingegno di un uomo, ma uno strumento di morte e un affronto agli Dei.

    Il discorso metacinematografico del regista inglese non è semplice citazionismo o un’operazione auto-referenziale, è un modo concreto di concepire un’arte e di metterla al centro, così come Guccini fa con la musica e la letteratura, dando alla struttura ed al linguaggio utilizzato l’importanza che meritano.

    Odysseus e Odysseus

    «Forse una delle migliori canzoni che mi siano uscite». Chiosa così Francesco Guccini in una delle molte interviste4 della sua carriera, quando gli viene chiesto di parlare di Odysseus, brano d’apertura di Ritratti.

    Da ascoltatori è difficile essere lapidari su una canzone come l’autore che l’ha concepita, soprattutto quando bisogna scegliere in mezzo ad un repertorio così vasto. È sicuramente più semplice immaginare il perché di un’affermazione del genere.

    Infatti, Odysseus racchiude in sé molta della poetica del cantautore: i riferimenti alla montagna come luogo di storia e concretezza (come nel brano Radici); il mare, che per Guccini può essere incognita e paura (come in Bisanzio), oppure un modo per raggiungere il sublime (come in Canzone della bambina portoghese); il viaggio, che può essere una partenza verso l’ignoto (come in Cristoforo Colombo, altro brano di Ritratti), oppure un ritorno attraverso di esso, come appunto in Odysseus.

    La canzone si apre con Odisseo che ricorda la sua vita prima della partenza: «c’era l’anima mia che è contadina». Si descrive come un uomo di terra, di montagna (il riferimento autobiografico dell’autore è palese), simile al protagonista nolaniano che viene mostrato come cacciatore. Il mare, per entrambi i personaggi, è una linea di confine e un limite ignoto.

    Il desiderio di scoperta arriva proprio tramite l’isola, descritta nei versi successivi quasi come un’onda che ne nasconde altre: «ma se tu guardi un monte che hai di faccia, senti che ti sospinge a un altro monte». L’obbligo della partenza sembra offuscato dalla curiosità rivolta a qualcosa di sconosciuto.

    Nelle prime due strofe, Odisseo è preoccupato per quello che lo attende: «il mare trascurato mi travolse. Senza futuro era il mio navigare», Il primo impatto è complicato e descrive il neo-capitano alle prese con qualcosa di grande e pericoloso, distante dalla tranquillità della sua vita fino ad allora.

    Nella terza strofa (più breve delle precedenti), Guccini interrompe la narrazione degli eventi per inserire dei versi carichi di dubbio, quasi a svelare l’inaffidabilità del suo narratore: «ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente, ti esalta l’acqua e al gusto del salato, brucia la mente». Ancora una volta, l’affinità all’Odisseo di Nolan risulta evidente. La difficoltà nel ricordare è comune ad entrambi i personaggi, cosa che toglie concretezza agli eventi narrati per concentrarsi sulle sensazioni.

    Nella strofa successiva riprende la narrazione degli eventi fino ad arrivare alla guerra, citata in un solo verso, per poi passare direttamente al viaggio di ritorno: «andare come spinto dal destino, verso una guerra, verso l’avventura. E tornare contro ogni vaticino, contro gli Dei e contro la paura».

    Va aperta una parentesi riguardante la scelta del nome utilizzato, sia da Guccini che da Nolan (purtroppo non nella versione doppiata del film), per riferirsi all’eroe omerico. Il termine «Odysseus», di origine greca, ha un significato diverso rispetto ad Ulisse, di origine latina. Il verbo da cui è tratto significa infatti “odiare”, cosa che fa diventare Odysseus “colui che è odiato” oppure “colui che odia”. Odiato dagli Dei (Poseidone) e odiatore dei Proci, ma non solo. Nel film Odisseo è in aperto contrasto con le divinità, divinità in cui crede ma che combatte, subordinando il loro volere al suo, nonostante la paura, esattamente come nel testo di Guccini.

    La canzone prosegue raccontando le tappe del confuso viaggio verso Itaca, ancora una volta dal punto di vista di un uomo che non ha certezze in quello che racconta: «la memoria confonde e dà l’oblio». 

    Odisseo ripercorre gli eventi in maniera disordinata, anteponendo gli ultimi approdi  (Nausicaa) a quelli iniziali (Polifemo), fino ad arrivare ai momenti di solitudine, quando gli viene chiesto il totale abbandono per poter tornare finalmente a casa: «i remi mutai in ali al folle volo5, oltre l’umano».

    Il protagonista descritto e mostrato da Guccini e Nolan è lontano dall’eroe astuto e sinonimo di intelligenza del poema. Nel brano le sue vittorie non vengono menzionate, mentre nel film sono portatrici di senso di colpa e crisi esistenziale.

    In entrambi i casi, è il mezzo (il mare) a restare impresso nella mente di Odisseo. Nel film, una volta tornato ad Itaca e sconfitti i pretendenti, ha come primo pensiero quello del viaggio, questa volta cercato e desiderato senza imposizioni esterne. Anche nella canzone non c’è una parola nei confronti di ciò che ha ritrovato, ma solo nostalgia per l’avventura.

    L’epilogo delle due opere è l’ennesimo punto di contatto tra i due autori e i loro protagonisti. Tutti e due sono prossimi ad un nuovo viaggio, che sia letterale o figurato.

    L’Odisseo di Nolan, prima di partire, spera che gli aedi (o bardi6) tengano vivo il ricordo di ciò che è stato, in modo da scongiurare il ripetersi degli orrori che ha vissuto. Una speranza vana, come abbiamo visto in Oppenheimer.

    Nel testo di Guccini invece, Odisseo esce dal contesto narrativo e prende coscienza del suo ruolo di personaggio, sperando di continuare il suo viaggio attraverso le opere di chi racconterà la sua storia: «… donandomi però un’eterna vita, racchiusa in versi, in ritmi, in una rima, dandomi ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima».

    Chissà cosa penserebbe il navigatore omerico della canzone di Guccini e del cinema di Nolan.

    Senza dubbio, va dato merito ad entrambi per aver concesso nuovi porti ad un grande personaggio, così che il suo viaggio possa continuare.

    Federico Rigamonti

    Redattore

    1.  Allestita allo Spazio Gerra di Reggio Emilia, dal 18 aprile fino al 18 ottobre 2026.
      ↩︎
    2.  Il titolo dell’album omaggia la poesia La più bella di Guido Gozzano.
      ↩︎
    3.  Edito da Pacini Editore, 2017.
      ↩︎
    4. Contenuta nella raccolta Se io avessi previsto tutto questo – Gli amici, la strada, le canzoni, edito da Universal Music, 2015. ↩︎
    5.  Riferimento alla Divina Commedia di Dante Alighieri (Inferno, XXVI, 100-142).
      ↩︎
    6. Travis Scott nei titoli di coda è identificato come bardo, possibile riferimento a “Omero nel Baltico” di Felice Vinci, in cui l’autore sosteneva che gli eventi narrati nell’Odissea si fossero svolti nell’Europa settentrionale. I bardi erano infatti gli antichi cantori celtici. Inoltre, alcune delle scene del film sono state girate in Islanda e in Scozia. ↩︎

  • Tra mondi differenti – Intervista a Signe Baumane

    Tra mondi differenti – Intervista a Signe Baumane

    Il cinema d’animazione di Signe Baumane viaggia su binari paralleli. Binari tecnici, innanzitutto: le sue storie, sempre personali e sincere, immergono in un mondo di carta soggetto a trasformazioni, umori e voli surrealisti che prendono forma animata su sfondi fisici, tra illustrazione e ricostruzione scenica concreta . Ma anche il doppio binario dell’impressione personale e della Storia, della verità personale e della cronaca. Un mondo di tensioni, di contraddizioni e di scoperta, mutevole, imprevedibile, sempre profondamente affascinante.

    Artista, autrice di corti e lungometraggi (Rocks in my Pockets e My love affair with marriage, più uno attualmente in produzione Karmic Knot), ci ha parlato della sua concezione di Cinema d’animazione, del suo lavoro tra Europa e Stati Uniti, del suo mondo.

    Il tuo prossimo lungometraggio si intitola Karmic Knot: puoi anticiparci qualcosa?

    Al momento siamo nel pieno della produzione tra Lettonia, Germania e Stati Uniti, con la casa di produzione mia e del mio socio Sturgis [Warner, ndr], The Marriage Project llc. Stiamo raccogliendo fondi in questo paese per la parte produttiva. Abbiamo anche un compositore italiano, Kristian Sensini, con cui ho collaborato nei miei due precedenti lungometraggi d’animazione.

    Per me, il film parla della fine. Ho vissuto il crollo di un Paese, l’Unione Sovietica, e ho osservato come crolla a partire da queste piccole cose, come il contratto sociale, le piccole cose che tengono unito un paese, come i semafori, le regole del traffico, essere gentili con le persone per strada, o trattare i vicini in un certo modo. Tutte queste cose stavano crollando.

    In una piccola nazione di circa 2 milioni di persone, 50.000 se ne sono andate subito dopo che la Lettonia ha ottenuto l’indipendenza. E pensi: “Beh, l’indipendenza della Lettonia è una cosa positiva, quindi perché la gente non è rimasta?”. Il mio film cerca proprio di rispondere a questa domanda: “Perché non restiamo?“. Sai, quando succede qualcosa di buono o di cattivo, cosa ci spinge ad andarcene? Alcune persone restano, altre se ne vanno. E questo film è la storia di una famiglia che vive queste fasi di collasso e sopravvive. Una famiglia molto apolitica: non gliene frega niente del resto, vogliono solo sopravvivere. Vogliono adattarsi.

    Perché ci sono dei leader, persone che hanno promosso l’indipendenza, e ci sono persone che si limitano a seguire. Facciamo sempre film su persone che sono leader: la maggior parte delle persone pensa: “Oh, ci adatteremo e basta”. Vuoi sapere il mio elevator pitch per il film?

    Certo!

    Sai cos’è il karma, vero? Il karma è quando continui a fare cazzate, più e più volte. E poi impari la lezione e raggiungi il nirvana, e il karmic knot, il nodo karmico: una situazione che costringe un gruppo di persone a stare insieme, e non sono felici insieme, ma non possono separarsi. Un esempio è la famiglia. Come se foste legati insieme e non lo foste davvero.

    I tuoi precedenti lungometraggi sono influenzati da questo contesto più generale, ma anche dalla tua storia personale. Come si rimane fedeli alla propria storia nella versione animata?

    Per me, il desiderio di realizzare film personali nasce dalla convinzione che gli eventi della vita reale siano più potenti di quelli che si possono inventare. Credo che interiormente noi esseri umani siamo molto simili, c’è qualcosa di universale che ci unisce.

    Il mio primo film parlava di depressione, e il mio background di depressione è unicamente mio e legato a un trauma generazionale personale. Ma credo comunque che una persona, diciamo in Africa, potrebbe guardare il mio film e capire e provare le stesse emozioni, anche se non si tratta della sua particolare esperienza storica o personale. Ora, quanto c’è delle mie esperienze personali in queste storie? È una domanda diversa, perché non credo che raccontare fatti sia di per sé una storia. E non credo che rimanere fedele alla storia significhi rimanere fedele ai fatti. È come quando ho mostrato in Lettonia Rocks in My Pockets, il mio primo lungometraggio d’animazione sulla depressione, e alcuni membri della mia famiglia l’hanno visto e hanno detto: “No, non è andata così”. Ma non posso rimanere del tutto fedele ai fatti quando non mi aiutano a raccontare l’essenza di ciò che sento essere il senso della storia. E il modo in cui voglio raccontare la storia vuole spingere il pubblico a ridere di se stesso, di me, dell’assurdità della vita.

    I tuoi film uniscono animazione 2D e scenografie fisiche. Da dove ha origine questa unione?

    Ho passato tutta la vita a realizzare questi film in 2D, e non riuscivo a immaginare di farli diversamente. Ma un giorno ho ricevuto un’email da un amico in Italia che diceva: “Ho mostrato il tuo lavoro allo stilista Aspesi, e ha detto che gli piace molto il tuo lavoro e che vorrebbe che tu realizzassi un murale per il suo negozio”. Così sono andato a Milano e ho realizzato questo murale nel suo negozio, per Natale. Aspesi è una personalità interessante, ama l’arte e gli artisti. Mi ha detto: “Puoi realizzare delle sculture in cartapesta?”. Non ne avevo mai fatte, e dovevano essere a grandezza naturale. E sono rimasta sbalordita dal fatto di non sapere di poterlo fare nel modo giusto. Sono tornata a New York e ho pensato, voglio davvero fare qualcosa del genere per il mio lavoro. Ma come? Così all’improvviso mi è venuto in mente che avrei potuto fotografare questi spazi scultorei tridimensionali e poi disegnarci e animarli sopra. Ho cominciato a sperimentare nel 2010, e nel 2021 abbiamo iniziato la produzione di Rocks in My Pockets, che è stato il mio primo film in cui abbiamo usato questa tecnica. Mi sono resa conto che c’è qualcosa di veramente affascinante in questo tipo di tecnica visiva, sai, perché, tipo, apri il tuo pubblico non solo a chi ama l’animazione, ma anche a chi ama le riprese dal vivo. Ed è per questo che presto molta attenzione al compositing, ovvero al processo di post-produzione.

    E poi c’è anche un altro aspetto particolare. Da un lato, tutta questa animazione 3D perfetta che è apparsa negli ultimi 20-25 anni, e con i lavori di questo tipo che vediamo sempre più spesso, e ora con l’intelligenza artificiale, con tutte queste incredibili capacità tecnologiche per creare qualcosa di perfetto e fluido. Dall’altro, artisti come Bill Plimpton lasciano evidente il loro processo creativo. Bill è bravissimo a fare un disegno e poi a lasciare le linee di schizzo, in modo che lo spettatore possa vedere: “Oh, ecco cosa stava pensando, poi ha cambiato la posizione del personaggio, ma ha lasciato queste linee”. Quindi, quando vedi le sue linee di schizzo, pensi: “È fatto a mano”. C’è qualcosa di straordinario in questo, sai, nel percepire il tocco umano e il processo creativo. E così, quando creiamo qualcosa con le mani, ha quella imperfezione, quella sensazione di artigianalità.

    A questo proposito, un esempio recente nel cinema italiano è Orfeo di Virgilio Villoresi, dove attori veri recitano con pupazzi, stop-motion e animazione più tradizionale. Un segno che l’animazione più fisica può ancora trovare un suo pubblico?

    È interessante perché lavoro con molti giovani, persone che si sono appena diplomate, e vedo che molti di loro sono molto interessati all’aspetto pratico, materiale. Dicono: “Non vogliamo il digitale, vogliamo la pratica”. Vedo che questo interesse per la stop-motion e l’animazione con marionette è in aumento, non accenna a diminuire. L’animazione con marionette è molto difficile da realizzare bene e il pubblico non è sempre ricettivo. Credo che nell’animazione con marionette succeda questo: gli animatori la trovano affascinante, ma i risultati non sono sempre ottimi, perché ci sono innumerevoli cose da considerare, come le luci, i dettagli, tutte cose importantissime affinchè lo spettatore medio potrebbe pensare “Oh, mi ero dimenticato che fosse animato”. Ma il punto è che un lavoro straordinario inizia a tentativi, e più persone si interessano alla stop-motion e all’animazione, più è probabile che in futuro avremo film in stop-motion straordinari, perché le persone scopriranno modi sempre migliori per realizzarli. Sono molto ottimista riguardo a questa tendenza, sono convinta che non scomparirà.

    Il tuo lavoro va dalla Lettonia all’Europa e agli Stati Uniti. Che differenza c’è nell’animazione tra due contesti? Come viene recepita?

    Prima di tutto, il pubblico degli Stati Uniti viene conquistato da queste grandi aziende, Quindi, fin dalla tenera età, al pubblico viene fatto credere che l’animazione sia un genere unico, riservato ai bambini, anche perché ha uno stile uniforme, sai, Disney, Pixar, DreamWorks, eccetera. All’inizio la Laika poteva essere più sovversiva, ma onestamente, per me, i film della Laika sembravano generati in 3D, con un certo aspetto, per integrarsi con il resto degli stili offerti sul mercato. E così, negli Stati Uniti, il pubblico associa l’animazione a un solo tipo di film. E se vuoi qualcosa di più ribelle e anticonformista, allora vai per gli anime, che sono un altro grande ammasso di stili. Come se fosse uno stile che rappresenta determinate storie. Ma questi sono i due blocchi principali. E poi i film americani sono per un pubblico più giovane. Quando dici: “Beh, il mio film è diverso”, loro dicono: “Oh, è per adulti, non ci interessa”. C’è stato un enorme successo di Persepolis negli Stati Uniti, ma è stato 20 anni fa. Da allora forse giusto Flow ha avuto successo, ma anche quello: è per tutti, è in 3D, e loro dicono: “Ok, oh, questo è diverso”.

    In Europa c’è un maggiore supporto per le storie indipendenti, per le storie personali. C’è un ecosistema più diversificato per i film d’animazione. E le persone in Europa sono più esposte a stili diversi. So che anche in Europa le persone associano ancora l’animazione ai film per bambini, sono le stesse tendenze, ma almeno c’è più diversità. E c’è più supporto non solo nella creazione di film diversi, ma anche nella ricerca di un pubblico, ad esempio attraverso i festival. Le persone che vanno ai festival sanno sicuramente che l’animazione è una forma di narrazione molto interessante. Negli Stati Uniti, la maggior parte di noi riesce a realizzare giusto cortometraggi in modo regolare. Bill Plimpton è l’unico che riesce a realizzare un lungometraggio dopo l’altro. Oppure Chris Sullivan, che ha appena presentato il suo nuovo film ad Annecy, intitolato The Orbit of Minor Satellites. È disegnato a mano, a matita su carta, molto ponderoso, diverso, strano. Con lui, condividiamo la stessa frustrazione per come l’animazione venga fraintesa dal pubblico mainstream negli Stati Uniti. Ma Chris Sullivan è completamente folle perché il suo ultimo film ha richiesto 11 anni di lavorazione, come il suo film precedente. Penso che il pubblico abbia bisogno di un’esposizione a stili e storie diversi. E in questo momento stiamo andando nella direzione sbagliata. E nel nostro mondo sempre più complesso, il pensiero semplicistico non ci salverà. È la capacità di pensare in modo complesso; e penso che l’arte, l’arte complessa e stratificata, ci aiuterà a sviluppare un differente modo di pensare.

    Se vi interessa conoscere e supportare il nuovo progetto di Signe Baumane, Karmic Knot, lo trovate qui!


    Valentino Feltrin

    Caporedattore

  • Settant’anni di Totò Peppino e… la malafemmina

    Settant’anni di Totò Peppino e… la malafemmina

    Un comfort movie è un prodotto rassicurante che suscita familiarità in chi lo guarda: è un ritorno a casa, una coperta di Linus, una stanza piena di volti conosciuti. I personaggi diventano quasi dei parenti, le parole che stanno per pronunciare sono già attese e si percepisce un’impressione di consuetudine appagante. Tra i titoli che mi danno questa sensazione c’è sicuramente Totò, Peppino e… la malafemmina. Non ricordo esattamente la prima volta in cui l’ho visto, perché rappresenta per me una certezza, una personale categoria dello spirito.

    Il lungometraggio, nel 1956 stroncato dalla critica e acclamato dal pubblico, trae ispirazione dalla celebre canzone composta dal principe della risata sul retro di un pacchetto di sigarette e dedicata alla moglie Diana Rogliani. Il brano è interpretato nel film da Teddy Reno, al quale furono affidate diverse esibizioni canore. Non possiamo parlare di musicarello, ma l’utilizzo ricorrente della melodia classica napoletana conferisce ad alcune scene l’atmosfera di quel sottogenere cinematografico.

    Quest’anno l’iconica pellicola diretta da Camillo Mastrocinque compie 70 anni e, malgrado il tempo trascorso, si conferma un’irresistibile commedia che si lascia guardare e di cui probabilmente si parla troppo poco.


    La ripetizione e l’equivoco

    In un paesino di campagna nei pressi di Napoli due uomini si muovono su un calesse e intonano a gran voce “na femmena busciarda m’ha lassato”, lanciando pietre sul vetro dell’abitazione del vicino e scappando come dei bambini felici. La marachella si ripete più volte, perché il motore che alimenta il divertimento è la reiterazione. Lo scheletro della comicità si costruisce, sequenza dopo sequenza, attraverso la caratterizzazione dei fratelli Caponi che si presentano allo spettatore grazie alla continua riproposizione di gag e battute, spesso avvalorate da un contatto fisico (la frusta, la ruota, l’incidente con il trattore).

    Antonio (Totò) e Peppino (De Filippo) ci palesano immediatamente i loro tratti distintivi: il primo si prende gioco della parsimonia e dell’ingenuità del secondo, millantando conoscenze della vita che in effetti non ha.
    La sorella (Vittoria Crispo) invece, molto più vispa e sensibile dei due, viene relegata a una posizione di subordinazione che non le appartiene e sarà infatti l’unica a comprendere i malintesi che si avvicenderanno. L’altra costante sono appunto gli equivoci, la narrazione è coadiuvata dal continuo fraintendimento alimentato dall’atteggiamento approssimativo dei protagonisti. Tutti galleggiano su una verità semplice che non sono in grado di conoscere in profondità ed è proprio la genuinità a produrre l’umorismo.


    La comunicazione

    La parola scritta è fondamentale: è un biglietto inviato da una ragazzina gelosa a innescare la trama e soprattutto è una lettera sgangherata a rendere memorabile l’intera vicenda. Ettore Scola (allora aiuto regista) diede l’idea, i due attori improvvisarono e il resto è storia.

    Totò scandisce solenne le frasi in un italiano arrangiato e Peppino le riporta su un foglio con estrema difficoltà, sudato e stanco per l’impegno profuso. La punteggiatura è per loro sinonimo di abbellimento retorico e quindi perché non usarla in eccesso? D’altronde bisogna convincere la soubrette Marisa (Dorian Gray) a lasciare il nipote Gianni e la sola somma di denaro a lei destinata non basterebbe. La valenza simbolica di tale momento ha dato origine a numerose reinterpretazioni, una fra tutte quella indimenticabile di Troisi e Benigni in Non ci resta che piangere.

    La comunicazione è il fulcro del racconto e le barriere linguistiche si impongono nell’istante dell’arrivo a Milano. La parte opposta dell’Italia è percepita come un territorio straniero, nel quale la lingua è differente e il clima si suppone sia rigido a prescindere dalle stagioni (è necessario indossare il colbacco malgrado il calore). Il milanese è un alieno e prima di partire occorre istruirsi con chi ha varcato il “confine”. Ci sarà la nebbia? Quanti giorni impiegheranno? Gli abitanti del posto avranno lo stesso modo di camminare?

    Gli ostacoli dell’interazione verbale generano la battuta, causano ilarità. Il divario tra il nord e il sud è evidente, ma si trasforma in un pretesto spiritoso. Così l’improbabile richiesta a un vigile urbano (“noio volevan savuar”) rimane impressa sullo schermo, è l’istantanea di un’epoca in cui il progresso tardava ad arrivare in alcune zone della nazione, nonostante il boom economico.

    Lo stereotipo, usato in chiave ironica, mitiga quelle differenze tangibili e diviene motivo di unione. Qualcuno direbbe che si tratta di una raffigurazione semplicistica della realtà, ma il cinema può tutto e chi siamo noi per impedirglielo?


    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • Approfondimento: Cosa dobbiamo aspettarci dall’Odissea di Christopher Nolan

    Approfondimento: Cosa dobbiamo aspettarci dall’Odissea di Christopher Nolan

    Cantami o Musa dell’uomo dal multiforme ingegno

    Manca poco all’uscita di Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan e uno dei titoli più attesi dell’anno. Dopo l’Oscar per l’epica a stelle e strisce Oppenheimer, Nolan “torna” al racconto ancestrale per eccellenza, all’origine della cultura occidentale. 

    È risaputo che prima di affidargli la trilogia del Cavaliere Oscuro, Warner Bros avesse considerato Nolan per la regia di Troy. Perciò Omero è un ritorno (come quello di Ulisse) a topoi che in realtà il regista ha sempre frequentato per tutta la sua carriera: il ritorno, il rapporto tra padri e figli, il viaggio, la mitologia intesa come esaltazione delle icone dei tempi, la missione dell’eroe, la fatalità dei ruoli femminili, il racconto che procede in modo non cronologico. Non da meno, inciderà il suo universo visivo e narrativo, con un’estetica moderna, spogliata e “metallica”, montaggio narrativo complesso e spettacolari scene d’azione

    Come verranno espresse queste istanze nel film? In che modo verrà distribuita la materia narrativa ed epica già insita nel racconto originale? Si incrociano due universi: la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata, e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Proviamo a interrogarci su qualche aspetto, in particolare sulla possibile struttura temporale della narrazione e sull’adattamento culturale operato da Nolan, per capire cosa dobbiamo aspettarci da Odissea. 

    La promessa: tempo come struttura 

    L’Odissea di Omero, composta come collezione di canti orali nell’VIII secolo a.C., è stata codificata in 12 libri. Dal I al IV si svolge la Telemachia, ovvero il viaggio di Telemaco, il figlio di Ulisse che era appena bambino quando il padre partì per la guerra; ora ha circa 20 anni e la reggia di Itaca è tormentata dai Proci, che vorrebbero che Penelope scegliesse uno di loro come nuovo marito; Telemaco parte per cercare informazioni del padre e Menelao gli rivela che si trova sull’isola di Calipso. Dal V all’VIII libro Ulisse riesce a partire da Ogigia, l’isola di Calipso, e viene accolto nella terra dei Feaci. Durante un banchetto un cantore narra della caduta di Troia, e per le sue lacrime Ulisse viene riconosciuto e invitato a raccontare la propria storia. Dal IX al XII libro c’è una grande analessi-flashback in cui Ulisse narra le sue peregrinazioni dopo Troia: lotofagi, il ciclope Polifemo, il dio del vento Eolo, Lestrigoni cannibali, Circe, Aldilà, Sirene, Scilla e Cariddi, la mandria del sole e infine Calipso. Dal XII al XXIV libro si racconta il rientro di Ulisse a Itaca, non riconosciuto, che viene aiutato dal porcaio Eumeo, vari incontri e agnizioni, e infine la strage dei Proci e il ricongiungimento con Penelope.

    Si potrebbe quasi dire che Omero sia l’inventore del montaggio narrativo complesso di cui Nolan si è reso maestro nella modernità, e comunque sarà affascinante vederlo alle prese con una storia già di per sé tanto strutturalmente ricca. È ovvio che la materia narrativa sarà abbondante, tanto da riempire facilmente le circa tre ore di durata del film. Ma come si incroceranno le vicende? Dalle interviste promozionali pare che il regista abbia ritenuto di narrare l’Odissea come una storia familiare incentrata sulle tre linee narrative di Ulisse, Penelope e Telemaco, coerentemente con il poema che dedica a ciascuno uno spazio specifico. E anche la semplice trattazione lineare degli eventi dell’originale consentirebbe uno svolgimento “alla Nolan”. 

    L’adattamento indugerà particolarmente sulle scene spettacolari della caduta di Troia, che tecnicamente non sono parte del racconto, e su altri grandi sequenze: la caverna di Polifemo, le tempeste, il canto delle Sirene, ecc.. È anche possibile che il film insisterà maggiormente sul viaggio sacrificando in parte la tensione e la solennità riservate all’epilogo su Itaca, scene che tuttavia potrebbero benissimo reggere un’ampia narrazione (come visto in Itaca: il ritorno di Uberto Pasolini con Ralph Fiennes). Nei trailer si è vista anche l’alternanza tra Argo cucciolo e anziano, il cane di Ulisse che spira appena dopo aver riconosciuto il ritorno a casa del padrone (XVII libro): questo dettaglio implica la possibilità che nel film saranno presenti anche scene precedenti alla partenza per Troia, oppure in qualsiasi caso un uso disinvolto di flashback anche in altri momenti del film.

    La svolta: tempo come cultura 

    Ogni trailer di Odissea è stato accompagnato da una polemica diversa sulle criticità nell’adattamento, chissà all’uscita del film cosa accadrà. A parte le questioni di fedeltà storiografica riguardanti elementi scenografici e di abbigliamento, sono state contestate diverse scelte di casting, in primis quella di Lupita Nyong’o come Elena di Troia, la donna più bella del mondo antico. E poi il rapper Travis Scott nei panni di un aedo, l’antico cantore che farà da ponte fra la tradizione della poesia orale dell’antica Grecia e il moderno hip hop. Si è chiacchierato anche della problematicità di Elliot Page nei panni di Achille, l’invincibile guerriero di Troia reso noto con le sembianze di Brad Pitt in Troy. Benché sia stato poi accertato che Page interpreterà il prigioniero greco Sinone, sarebbe stato ironicamente più interessante vederlo nei panni di Achille, che è una figura assai più sfumata della percezione binaria moderna: secondo il mito, infatti, prima di recarsi a Troia, Achille venne mandato dalla propria madre alla corte di Sciro travestito da donna per sfuggire al reclutamento e alla morte ineluttabile. Questo antefatto sfuggirebbe sicuramente dagli episodi dell’Odissea, ma il casting di Elliot Page sarebbe stato, nel caso, perfettamente calzante.

    Qualunque considerazione si voglia fare sul casting (e poi Tom Holland è la scelta più adeguata per Telemaco? E Matt Damon per Ulisse?), ormai a Hollywood sovente si scelgono i nomi di richiamo a prescindere dall’appartenenza al possibile typecast dei ruoli, e infatti il discorso si potrebbe estendere anche ad altre produzioni (vedi i Beatles di Sam Mendes). Più che l’aspetto, verrebbe da interrogarsi sui contenuti: quando Telemaco nel trailer dice “My dad is coming home” può stonare, ma può avere un senso. Ulisse per Telemaco dovrebbe essere chiamato, in versione più filologica, come “Father” / “Padre”, un ruolo sociale e istituzionale: “Dad” / “Papà” invece veicola una relazione affettiva, che probabilmente è uno scopo non involontario dell’adattamento di Nolan. Sembra che l’autore si sia basato su una traduzione dall’Odissea di Omero pubblicata nel 2017 da Emily Wilson, la prima donna della storia ad aver tradotto il poema in inglese. Questa versione enfatizza la dimensione psicologica dei personaggi, in particolare illuminando alcune mentalità femminili altrimenti solitamente lasciate funzionali sullo sfondo (Penelope, Elena di Troia, Circe, le Sirene). È una scelta discutibile? D’altra parte, il pubblico non sarebbe disorientato ad osservare un adattamento documentaristico e più vicino alla sensazione libresca dell’opera?

    È pur vero che, al di là della fedeltà storiografica, ci sono elementi culturali confusi. La nave di Ulisse e i suoi sembra una Drakkar vichinga (e lo è, in effetti: si tratta della Draken Harald Hårfagre, una vera nave vichinga moderna affittata per le riprese). Polifemo ha un aspetto da Gollum, glabro e mefistofelico, mento piccolo e fronte bassa, come una creatura cinematografica fantasy, molto distante dall’apparenza barbuta e abbruttita tipica delle rappresentazioni di Polifemo e della barbarie tipica invece dell’iconografia greca (basandosi sulle fonti contemporanee ai Greci, ossia, essenzialmente, i vasi dipinti). Il mostro, la nave e anche i colori della pelle, alla fine, non sono un problema tanto di fedeltà storiografica, ma semmai di de-culturalizzazione della cultura greca, che si diluisce in una generica rappresentazione di passato hollywoodiano, senza particolare riverenza a nessuno, nemmeno al contesto del poema che fa da base del racconto. 

    Nonostante la potenziale aspettativa che Odissea di Christopher Nolan fosse una sorta di adattamento definitivo, totale e perfetto dell’Odissea di Omero per i tempi moderni, in realtà, invece, (come per quasi tutti i film che trattano materia storica, più o meno verosimile che sia) sarà semplicemente una rappresentazione dell’Odissea, una delle tante possibili. È offerta a questi tempi di generale ricerca di uguaglianza in cui le differenze culturali vengono piallate sull’altare della parità, e ne sono risvolti la spettacolarizzazione e l’appiattimento della profondità. In ciò, evidentemente, sarà comunque un adattamento perfetto dell’Odissea per il momento esatto in cui sarà uscita.

    Il prestigio: tempo come Nolan 

    Curiosamente, benché l’Odissea omerica sia uno dei raconti fondativi dell’occidente, l’Odissea di Nolan è stata chiacchierata molto per le caratteristiche tecniche dell’IMAX e per le pruriginosità culturali. Sembra che il contenuto sia meno importante del contenitore, almeno nella narrazione preventiva dell’opera. Forse dipende anche, appunto, dalla difficoltà ad immaginare l’incontro fra la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Potrebbero offrire alcuni spunti di previsione plausibile le ultime opere del regista del Cavaliere Oscuro.

    Comunemente le trame dei film applicano una fabula, ovvero un ordine cronologico degli eventi, ad un intreccio, ossia il racconto specifico dell’opera secondo la struttura cronologica scelta. Christopher Nolan è maestro nella manipolazione di intreccio e fabula, fino all’esperimento estremo di Tenet di raddrizzare l’intreccio al servizio della fabula e della sua inversione. Odissea potrebbe cercare di far convergere le tre linee narrative e temporali di Ulisse, Penelope e Telemaco con un sontuoso montaggio alternato che raggiunge per tutti e tre la medesima destinazione. La struttura in tre atti è già tipica di Nolan, si veda in The Prestige (promessa, svolta e prestigio) e nella trilogia di Batman. E ciascuno dei personaggi verrebbe a rappresentare un moto specifico dell’agire umano: Penelope è la tenuta, Telemaco la scoperta, e Ulisse il compimento della missione, incastrandosi come quando Murph e Cooper scoprono di esistere nello stesso istante in Interstellar

    Suona macchinoso? Eppure Christopher Nolan è un regista della tecnica e dell’ingranaggio, parla sempre di scienza e di un incastro che si aggancia e si sgancia. Cosa succede alla tecnica nell’era della pre-tecnica, arena dell’Odissea? Quale motore o ingranaggio, concreto o metaforico, viene attivato (o disattivato) per aprire le porte di Troia e per acciecare il ciclope? Come tenderà Ulisse l’arco per annientare i Proci? In Oppenheimer lo scopo principale del protagonista è costruire la bomba atomica, tuttavia tale processo è il cuore ma non il fine ultimo del film: come si applicherà la stessa formula in Odissea? Qual è lo scopo principale del personaggio Ulisse? Probabilmente il ritorno a Itaca, fatto che nel poema originale avviene nel XIII di 24 libri, a metà: così l’atto di rientrare in patria è il cuore ma non il fine ultimo del film, esattamente come in Oppenheimer, dove si raccontano le conseguenze della missione dell’eroe.

    Il poema omerico è diviso simmetricamente in due: metà viaggio, metà casa per il compimento dell’opera. L’intenzione spettacolare, inevitabilmente, prediligerà le scene d’azione monumentali della prima metà: l’assalto di Troia, l’inganno del cavallo di legno, le grandi scene di navigazione per l’oceano, le lotte con i giganti, la caverna di Polifemo, il canto obnubilante delle Sirene, l’attacco di Scilla e Cariddi. Gran parte di queste sequenze, in verità, si svolge perlopiù in silenzio, siccome Ulisse e i suoi devono tacere per contrastare la minaccia, o sono scene d’azione nel quale non c’è spazio per dialoghi. Più che la parola, in quelle scene ci sarà rumore. Mare e rumore, pochi dialoghi, ricordano Dunkirk: un film blindato, rigoroso nell’impostazione cronologica; allo stesso tempo intriso di umanità ma asciutto di qualsiasi contatto di umanità; immersivo ed esperienziale, tanto più con l’IMAX, poco narrativo. Che Odissea segua quello stesso binario, di un viaggio dentro la pancia del cavallo, tra i flutti del mare, esasperantemente coinvolgente, ma altrettanto silenzioso, asciutto, strumentale, tecnico?

    L’attesa della risposta a tutti questi interrogativi è di per sé materia di speculazione infinita. I primi commenti parlano di un film sontuoso con una grande regia, scene d’azione indimenticabili, interpretazioni eccezionali, ecc. Resta il dubbio di come tutto questo sarà presentato: in che ordine, con quali valori, secondo quale indirizzo. E non da meno, che forma avranno l’inizio e la fine della storia, spesso formulaici e intrecciati nelle narrazioni di Christopher Nolan. L’incontro tra l’opera millenaria e l’autore contemporaneo sembra così naturale, a compimento di una carriera di ricerca nei temi del ritorno, della missione-ossessione e della predestinazione. Si potrà essere più o meno soddisfatti delle scelte di adattamento, ma è difficile immaginare un’ambizione alternativa a quella di Nolan per cimentarsi in una storia tanto grossa e tanto capitale, quasi come se fosse il regista stesso a sovrapporsi al protagonista della sua opera.

    Cantami o Musa dell’uomo dal multiforme ingegno

    Edoardo Borghesio

    Capo-redattore

  • Detachment – Il distacco di chi sente troppo

    Detachment – Il distacco di chi sente troppo

    “So quanto sia importante avere una guida, Poter avere una persona che ti aiuti a capire e ad accettare la complessità del mondo in cui viviamo. Io, quel qualcuno, non l’ho mai avuto.”

    Alcune persone sperimentano dolori talmente forti da fare esperienza di un vero e proprio distacco emotivo. Ma si può offrire aiuto a qualcuno per lenire questa sofferenza?

    È ciò che tenta di fare il Professore Henry Barthes quando viene chiamato come supplente in una scuola superiore frequentata da adolescenti con alle spalle delle storie difficili.

    È questo il concept del film “Detachment – Il distacco“, diretto nel 2011 da Tony Kaye, dopo il debutto alla regia nel 1998 con American History X

    La pellicola affronta tematiche molto complesse riguardanti le relazioni umane, la ricerca di una vita migliore e il tentativo di salvare chi non vuole essere salvato. La psicologia e il cinema si intrecciano in questo film che mette al centro l’importanza della pedagogia in contesti particolarmente complessi.


    Il disagio dell’essere

    Henry Barthes (Adrien Brody, anche produttore esecutivo) è un supplente che, in quanto tale, cambia molto spesso scuola e alunni. Il nuovo incarico gli viene affidato da una scuola i cui studenti riportano spesso scarsi risultati scolastici e in cui non è raro assistere ad episodi di bullismo. Il primo approccio con la classe non è dei migliori: i ragazzi lo maltrattano come hanno fatto con gli altri supplenti che lo hanno preceduto, ma riesce pian piano a farsi rispettare e guadagna la loro fiducia. 

    La vita di questo timido e introverso professore si intreccia con i destini di due ragazze: Meredith ed Erica. Meredith è una studentessa appassionata di fotografia, ma è vittima di bullismo. Convive con pensieri suicidi e si sente incompresa dai suoi genitori che non supportano le sue aspirazioni. Trova rifugio nella fotografia e nel rapporto con Henry, di cui si era invaghita.
    Erica, invece, è una giovanissima prostituta conosciuta casualmente sul bus mentre veniva maltrattata da un cliente. La incontra una seconda volta e la invita a restare da lui qualche giorno, per toglierla dalla strada e farle capire che un futuro migliore è possibile.
    Ed è proprio questa la missione che aveva colto anche con i suoi alunni. In quanto supplente sente che il suo dovere non è insegnare loro delle semplici nozioni, ma aiutare dei giovani a “venir fuori dall’implacabile disagio che ci accompagna”.


    Il distacco

    “Il distacco è avvenuto nel suo cuore quando era bambino e non poteva rendersene conto”

    “Il distacco” del titolo si riferisce ad un complesso meccanismo psicologico, che può assumere la funzione di autoregolazione o al contrario di un meccanismo difensivo. Quest’ultima è la condizione a cui vanno incontro i protagonisti del film, compreso il Professor Barthes.  Si manifesta tramite un’incapacità di relazionarsi, manifestare i propri sentimenti e connettersi con quelli altrui. La causa risiede in traumi passati e, più in generale, nell’incapacità di gestire emozioni troppo intense. La conseguenza è la percezione di un profondo vuoto interiore e continua insoddisfazione, una chiusura emotiva che è in realtà un meccanismo di protezione per evitare di soffrire di nuovo.
    I ragazzi di fronte a cui si trova il professore hanno tutti vissuto esperienze molto dure: sogni repressi a causa di un futuro che ritenevano irraggiungibile, droghe, abusi, povertà e indifferenza della società. 

    Lungo la narrazione si delineano tre filoni narrativi: la storia della studentessa Meredith, della giovanissima prostituta Erica e del nonno del Professor Barthes. Se Henry vuole aiutare queste giovani ragazze, è perché ha sperimentato il distacco in prima persona
    Per comprendere al meglio ciò che anche lui ha vissuto è necessario analizzare anche il terzo filone narrativo: la storia del nonno. Il nonno rappresenta l’unico filo che lo lega alle sue origini, all’amor che generalmente unisce una famiglia, ma anche a quel senso di inquietudine che lo perseguita sin da quando era bambino, sentimento di cui il nonno si sente responsabile. Quando aveva sette anni, Henry aveva ritrovato la madre morta per overdose e sospettava che in quegli anni il nonno avesse abusato sessualmente di lei. Quando Henry viene informato della morte del nonno, si sente sopraffatto dagli eventi e si rende conto di non poter aiutare in prima persona Meredith ed Erica. Si allontana dalla prima e affida la seconda ai servizi sociali.

    Le storie delle due ragazze rappresentano i due possibili scenari di quando ci si implica nella vita di qualcuno per salvarlo: per una delle due ragazze arriva il lieto fine e la speranza di rivalsa, per la seconda invece la resa di fronte alla possibilità di un futuro migliore.
    Se la missione di Henry in quando professore è non limitarsi a trasmettere conoscenze ma farli sentire ascoltati e compresi, arriva a sue spese a comprendere che è necessario non lasciarsi coinvolgere troppo emotivamente e mantenere il distacco pedagogico insito nella relazione docente-alunno.


    Conclusione

    Il coraggio del Professore di fare un passo indietro, ci ricorda inoltre che per aiutare gli altri, è necessario innanzitutto risolvere sé stessi. Il distacco diventa adesso una condizione necessaria e imprescindibile per analizzare con lucidità il proprio dolore e quello altrui, per cogliere il grido di aiuto soffocato di una generazione disorientata e in cerca di punti di riferimento.

    Il film si conclude con un estratto del racconto di Edgar Allan Poe “La caduta della casa degli Usher” in cui il protagonista, volgendo lo sguarda alla casa degli Usher, si sentì invaso da un insopportabile senso di abbattimento. Il Professor Barthes commenta: “a quanti è successo di sentire un peso che schiaccia il petto? a me si, a tutti quanti, Poe ha scritto un racconto su questo e da come lo descrive si può capire che la casa degli Usher non è solo un decrepito edificio, malandato e abbandonato a se stesso, ma soprattutto uno stato d’animo”.

    Il racconto del poeta statunitense è perfettamente in linea con il tema del decadimento che attraversa il film. Il protagonista, Roderick Usher, è dotato di una sensibilità fuori dal comune: percepisce la realtà attraverso sensi esasperatamente amplificati, ma vive questa capacità non come un dono, bensì come una condanna, all’origine del suo profondo disagio esistenziale. In Detachment la stessa condizione sembra riflettersi negli studenti di Barthes, adolescenti vulnerabili e ricettivi, travolti da un contesto sociale e familiare che li porta a percepire il mondo come ostile e insopportabile. La loro sensibilità, proprio come quella di Usher, appare inizialmente un peso che li espone maggiormente alla sofferenza. Tuttavia, il film suggerisce anche una possibile via d’uscita: quando questa capacità di sentire intensamente viene riconosciuta, compresa e guidata, può trasformarsi da elemento di fragilità a dono.


  • La storia del Mondo secondo Mel Brooks

    La storia del Mondo secondo Mel Brooks

    «IN MEL WE TRVST»

    Tagline del film

    History of the World – part I (trd. “La pazza storia del Mondo- parte 1”) di Mel Brooks è un film comico del 1981, girato tra l’America e l’Inghilterra. La pellicola parte da un’idea semplice: raccontare la storia dalla realtà, senza basarsi sui libri, e provare ad accettarla per ciò che è. Mel Brooks immagina che si debba dare avvio alla narrazione proprio da dove inizia la storia, dunque da qualche parte nella preistoria, durante l’alba degli uomini. Allora si chiede quello che forse ognuno di noi si è domandato almeno una volta nella propria vita: “come vivevano? Cosa si dicevano? Cosa mangiavano? Quando apparve il primo artista?. Per rispondere a ciò, il regista lascia che siano le immagini a parlare, a ridere di sé stesse, restituendo agli spettatori una pellicola satirica che non ha peli sulla lingua.


    Strutturato come una successione di episodi ambientati in diverse epoche storiche, il film attraversa la preistoria, l’antica Roma, la rivoluzione francese e l’inquisizione spagnola, smontando i grandi miti della civiltà occidentale attraverso il paradosso, l’assurdo, ma soprattutto la stessa storia del cinema. Per raccontare gli eventi, infatti, Mel Brooks si prende beffa dei grandi capolavori dell’industria hollywoodiana classica come “The Ten Commandments” (1956) di Cecil B. De Mille e “Quo Vadis?” (1951) diretto da Mervyn LeRoy. Brooks non mira a ricostruire fedelmente gli eventi, ma a restituire una loro dissacrazione in veste di parodia, servendosi di anacronismi, doppi sensi e riferimenti alla cultura contemporanea. La Storia, anziché essere celebrata, viene così trasformata in uno spazio di estrema libertà comica in cui profeti, imperatori, vestali, re e rivoluzionari perdono ogni aura mitica e sacrale per diventare piuttosto oggetto di scherno.

    La pazza storia del Mondo narrata attraverso il Cinema 

    Venti milioni di anni fa una creatura simile alla scimmia abitava la terra. E le scimmie si levarono in piedi e divennero… uomo. 

    Intro narrata da Orson Welles

    Più che narrazione enciclopedica del Mondo ci si trova davanti a una pellicola che vuole ripercorrere la storia dell’uomo attraverso i generi classici partendo dal documentario, per poi attraversare il maestoso Kolossal e giungere sino al patinato musical. Il citazionismo appare evidente tanto nell’incipit, chiaro riferimento alla prima sequenza di “2001: A Space Odyssey” (1968) di Stanley Kubrick, quanto nel motivo musicale, orecchiabile e raccapricciante di Torquemada e dei suoi inquisitori, scritto a quattro mani con Ronny Graham, oltreché nella coreografia acquatica e dissacrante delle suore in bikini. Quello di Torquemada è un balletto in stile “Busby Berkeley” che costò 1 milione di dollari e fu curato in tutto e per tutto da Alan Johnson, con il quale Brooks aveva già collaborato sia il numero Putting on the Ritz di Frankenstein Junior (1974) sia per Springtime for Hitler del primissimo film brooksiano “The Producers” (trd. “Per favore, non toccate le vecchiette”) del 1968 con un giovane Gene Wilder. Un esordio che l’anno seguente gli valse l’Oscar per la migliore sceneggiatura. Come si è detto, i riferimenti classici vengono dunque presi da Mel Brooks e ribaltati completamente o ancor più svuotati della loro aura. Si veda, ad esempio, la scena in cui Mosè spalanca le braccia per aprire le acque, un evidente richiamo alla celebre sequenza di De Mille, salvando così i protagonisti in fuga. Si tratta, tuttavia, di un gesto del tutto fortuito: il profeta, infatti, stava semplicemente subendo una rapina da parte di un ladro.

    In questa operazione dissacrante, la scelta di scritturare Orson Welles appare cruciale. Da qui, la volontà di lasciare che sia il Cinema stesso a raccontare la (propria) Storia attraverso una verità filmica che, come sottolinea Mel Brooks alla fine della pellicola, rimane pur sempre magia! Rispetto alla lavorazione, il regista racconta che Welles fu scritturato per una settimana, ma che riuscì a terminare il lavoro nel giro di una giornata, con tanto di pause pranzo e spuntini vari. Tutto al first take. La voce monumentale di Welles rafforza la narrazione, conferendo ulteriore comicità alle immagini “storiche” nelle quali la compagnia di Mel Brooks si aggira esponendo tutta la verità, vera o falsa che sia.

    Quando la Storia ride persino di sé stessa

    Persino nell’uomo primitivo il bisogno di ridere era vitale per la sua sopravvivenza emotiva.
    – La pazza Storia del Mondo 

    Ogni episodio ha una struttura ricorrente: un’introduzione narrata da Welles, che presenta i personaggi coinvolti e gli spazi in cui si svolge la vicenda, e poi una serie di sketch comici che si susseguono in rapida successione. L’azione si svolge generalmente all’interno di una piazza, trasformata in un palcoscenico sul quale i protagonisti si muovono come se si trovassero all’interno di un teatro di Broadway, anziché nel palazzo dell’imperatore Nerone o al cospetto di Gesù e i dodici apostoli. Per tale ragione, si può asserire con certezza che il tema preponderante è sicuramente quello della risata, giacché viene riproposto in tutti i capitoli sin dalla preistoria. Emblematico, in tal senso, è l’episodio ambientato nell’Antica Roma, nel quale Mel Brooks esprime pienamente il proprio talento comico attraverso uno stile che richiama l’umorismo dei fumetti di Asterix e Obelix, creati dall’estro di René Goscinny e dalla matita di Albert Uderzo. Si veda l’impiego di elementi della modernità come le tubature al posto degli acquedotti e l’uso di nomi parlanti che descrivono l’occupazione, il ruolo o una caratteristica fisica o psicologica dei personaggi. Un esempio significativo è rappresentato dall’imperatrice Nympho, ovvero la seducente e insaziabile consorte di Nerone, o ancor più Comicus che, con l’indimenticabile sorriso di Brooks, si definisce un “filosofo da Cabaret”, mentre viene accusato dagli altri di essere un “venditore di fuffa”. Emerge, quindi, una comicità surreale di matrice anarco/yiddish che si accompagna alla volontà di spettacolarizzare ogni cosa, spernacchiandola; persino la morte viene descritta in modo grottesco attraverso la canzone dell’inquisitore spagnolo Torquemada, mentre tortura selvaggiamente gli ebrei e gli eretici.

    L’umorismo di Brooks si contraddistingue dai numerosi i giochi di parole, gli sketch no sense, i dialoghi serrati e di una rapidità che farebbe applaudire persino Billy Wilder, il ribaltamento delle convenzioni linguistiche e i continui sguardi in macchina, che non solo sottolineano una rottura della quarta parete, ma rimandano al mondo della Stand Up Comedy, al quale Brooks appartiene sin da quando si esibiva al fronte per i propri commilitoni. Tutto questo fu possibile grazie allo straordinario cast composto da popolari volti della comicità statunitense quali Madeline Kahn, Gregory Hines, Dom DeLuise, infine Rudy De Luca e Shecky Greene. In particolare, questi ultimi due, che nell’episodio dell’impero romano interpretano rispettivamente Marcus Vindictus e il capitano Mucus, raccontano un aneddoto significativo per chiarire l’approccio di Mel Brooks sul set. De Luca ricorda infatti come il regista fosse rimasto entusiasta di un loro goffo balletto, accompagnato dal grido “Lindas!” ed eseguito in costume da centurioni, al punto da costringerli a ripeterlo più volte, nonostante la crescente stanchezza di Shecky Greene. La risposta di Brooks alle loro continue lamentele fu tanto lapidaria quanto esilarante: One more time!

    Come sottolinea Mel Brooks in un intervento per il New York Times, “Beneath every funny movie that I write, I need to be catalyzed by some conviction, some true passion about the bravery of mankind. Da ogni singolo episodio, sebbene mascherato da commedia, traspare infatti quello che è un po’ il sentimento di fondo di molti suoi film, ovvero che i deboli non erediteranno mai la terra. Vi sono, tuttavia, degli esempi di coraggio che si rivedono nel personaggio di Comicus e nel capitolo sulla rivoluzione francese.  Quest’ultima viene sfruttata per spiegare la differenza tra il ricco e il povero attraverso i personaggi di re Luigi XVI e del “piss boy”, speculari persino nella loro differenza. In questo episodio risiede una delle più popolari battute di Mel Brooks, pronunciata guardando direttamente in camera mentre indossa i panni di un Luigi XVI insaziabile e decisamente poco regale che sembra provenire, a detta del regista, più da Williamsburg Brooklyn che da Versailles.  Ne risulta un re che è differente dagli animali solo perché talvolta si alza su due zampe.


    Sfortunatamente, la pellicola si rivelò un insuccesso al momento della sua uscita, tanto da essere candidata come peggior film dell’anno ai Stinkers Bad Movie Awards del 1981. Con il passare del tempo, tuttavia, l’opera ha conosciuto una progressiva rivalutazione, fino a diventare un cult sempre più apprezzato.

    A questo punto vale la pena porsi questa domanda: E la parte due?


    Mel Brooks ha risposto così: No. Maybe a Part 4, never a Part 2!. Si tratta, evidentemente, di una battuta, poiché non era previsto alcun sequel al momento della realizzazione originale. Lo scherzo, tuttavia, cela anche un riferimento storico: “The History of the World” è infatti il titolo dell’opera monumentale che il corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh scrisse durante il suo “soggiorno” nella Torre di Londra. Raleigh riuscì a completare soltanto il volume I prima che la testa gli venisse staccata dal collo nel 1616. Un episodio che, per il suo carattere paradossale, sembra infatti provenire da un film dello stesso Brooks. Il regista, però, ribalta ancora una volta le aspettative del suo pubblico: il caso vuole infatti che un seguito sia stato effettivamente realizzato nel 2023, a quarantadue anni di distanza dalla prima parte, sotto forma di serie per il piccolo schermo.

    Che dire? Alla soglia dei 100 anni Mel continua a ridere di tutti noi.

    Benedetta Lucidi

    Redattrice

  • Sabbia e tè di sangue – Intervista a Christiane Cegavske

    Sabbia e tè di sangue – Intervista a Christiane Cegavske

    Artista, regista indipendente, animatrice, Christiane Cegavske è una creatrice di mondi unici, perturbanti, che sembrano scaturire dalla parte più oscura dei sogni. Una parte allo stesso familiare e rimossa, come un incubo fatto da bambini, sepolto da qualche parte nella tua memoria, ma sempre pronto a sbucare fuori.

    La sua fattoria di famiglia nell’Oregon da cui si collega per l’intervista nasconde ancora parte del mondo immaginato con il suo primo lungometraggio, la fiaba dark di culto Blood Tea and Red String, produzione indipendente uscita nel 2006 la cui lavorazione ha richiesto tredici anni e che tuttora riscuote un successo sotterraneo in proiezioni e festival di animazione e non solo. Abbiamo parlato di animazione indipendente, di arte e del suo nuovo lungometraggio, attualmente in produzione, Seed in the Sand.

    Ritratto di Christiane Cegavske (foto di Robin Loznak)


    Da quando hai lavorato al tuo primo lungometraggio Blood Tea and Red String a ora con Seed in the Sand, come sono cambiati il tuo lavoro e il tuo processo creativo?

    Dal punto di vista tecnico, avevo girato Blood Tea and Red String su pellicola 16 millimetri, praticamente senza alcun riferimento video, tranne per circa due minuti del film, le ultimissime cose che ho girato. Ora sto usando fotocamere DSLR e il software Dragonframe; ma quando giravo con la pellicola da 16 millimetri, giravo circa due minuti e mezzo per rullino, perché lasciavo sempre un po’ di pellicola in più perché non volevo rimanere senza a metà ripresa, quindi era piuttosto terrificante. Poi, quando mi sono trasferita da San Francisco, dovevo fare molte ore di autobus per andare a sviluppare la pellicola, perché non volevo spedirla. La tenevo addosso in un piccolo marsupio. Quindi pensavo che se fossi sopravvissuta al viaggio in autobus, anche la mia pellicola sarebbe sopravvissuta.

    All’epoca uscivo da una laurea in arti visive, avevo una formazione limitata quando ho iniziato a fare film. Ora, soprattutto dopo 12 anni di insegnamento, mi sono evoluta come narratrice e ho una maggiore comprensione della cinematografia, del linguaggio cinematografico e di tutto ciò che ne consegue. Quindi metto a frutto queste conoscenze, pur mantenendo la stessa base del mio approccio, che segue una sorta di logica onirica. Traggo ispirazione direttamente da questa. Non adatto in alcun modo ciò che faccio alle aspettative immaginarie di qualcun altro.

    Christiane Cegavske al lavoro sul set di Seed in the Sand

    La tecnologia è cambiata, ma il film mantiene l’aria fiabesca del precedente o è cambiata anche quella?

    L’atmosfera è diversa. Voglio dire, sembra comunque familiare, perché proviene dalla stessa mente creativa. Mentre Blood Tea and Red String è molto verde, ha un’ambientazione che ricorda la California del Nord e l’Oregon del Sud, Seed in the Sand proviene da un luogo molto più desolato, una terra dove non c’è acqua perché si è magicamente trasformata in sabbia.

    Quindi è tutto arido. È molto più vasto e mostra una desolazione molto maggiore, e, di conseguenza, anche la scenografia deve allargarsi. Ho finito tutte le scene interne, che erano piuttosto anguste, e poi la scena del prato, che è circondata da alberi. Quindi, a partire dalla scorsa estate, ho iniziato a dedicarmi seriamente alle ampie scene esterne. Quelle sono impegnative perché bisogna trovare uno spazio di lavoro che sia sufficientemente ampio.


    A proposito dei set, qual è la difficoltà nel costruire e mantenere i tuoi mondi?

    Con Blood Tea e Red String, ho lavorato per circa quattro anni per creare tutti gli oggetti di scena, le scenografie, i pupazzi. E poi ho iniziato a girare. E poi, poi la maggior parte dell’animazione è stata girata tra il 1996 e il 1999, e mi sono trasferito spesso in quel periodo, spostando i set tra magazzini, capanne abbandonate e la fattoria dell’Oregon dove sono ora, fino a quando, due settimane fa, con un’amica che è a sua volta presidente del Museum of Stop Motion Animation di Portland, li abbiamo recuperati, ormai rovinati e pieni di muffa, ma con dei prop ancora salvabili, come il carro, parti del giardino e i mobili.

    Con Seed in the Sand, tutto è molto più grande, come i set interni, come il prato senza vita degli abitanti del nido, L’ho finito, è materiale di circa due metri e mezzo per due metri e ho uno spazio di 6,7 metri per 6,7 metri, che ora ha due nuovi set, di cui sono molto entusiasta. Non ho idea di come farò a mantenerli una volta finiti, ma questa è un po’ la battaglia costante per chi realizza opere tridimensionali.


    Sei anche un’artista visiva. Qual è il legame tra la tua arte e il tuo cinema? Come si intrecciano, come interagiscono?

    Beh, sicuramente divergono l’una dall’altra, ma ci sono molti punti in comune. Credo che il filo conduttore sia nelle bambole, perché sto ancora elaborando il simbolismo delle bambole e quello della donna mascherata. Quindi, questo è un punto di incontro tra le due cose. Le piccole creature, quelle pelose con becchi e cose del genere sembrano essere principalmente confinate al lato cinematografico.

    Quando ho finito Blood Tea and Red String, mi sono immersa nella creazione di una serie di dipinti perché mi faceva sentire davvero bene realizzare cose che si potessero finire in un mese circa, invece che in anni. Quindi c’è anche quella soddisfazione nel semplice fatto di averle create. E per quanto riguarda la prossima grande serie di opere non cinematografiche, penso che arriverà dopo aver finito Seed in the Sand. E chissà di cosa si tratterà?


    Come hai accennato, questo è un elemento ricorrente sia nella tua arte che nei tuoi film. Per quanto riguarda la ricorrenza di elementi visivi e simbolici, da dove trai ispirazione per il tuo lavoro creativo e immaginativo?

    Non c’è una risposta univoca, ma posso dire che tutto è iniziato molto presto, quando dipingevo ancora alla scuola d’arte. All’inizio non si trattava di bambole: continuavo ad avere questa visione di come mi squarciassi il petto e corvi volassero fuori. Così, dopo averci pensato un po’, alla fine l’ho disegnato.

    All’inizio mi sembrava un po’ troppo grezzo e non è mai uscito dal mio quaderno di schizzi. Quindi, la prima volta che ho iniziato a dipingerlo è stato con una bambola con la testa di porcellana e il corpo di stoffa, e i corvi si facevano strada fuori da lì. È difficile districare alcune di queste cose; ma poi, da una prospettiva non auto-referenziale, può rappresentare il guscio della donna o la parte della donna che è osservata, la donna che è resa impotente o meno, o anche il contenitore; e poi la mia interpretazione è cambiata ulteriormente un po’ dopo aver avuto un figlio.

    Ma in Seed in the Sand, il simbolismo delle bambole si è spostato in modo che non siano passive; sono delle aguzzine, non sono confortanti. Quindi le donne mascherate potrebbero, in un certo senso, essere una sorta di avatar per me. Sono contenitori fertili, o aguzzine, o una sorta di guscio indifeso, o delle maschere.

    Foto di Rihannon Larson


    Vorrei chiederti di condividere la tua esperienza di animatrice indipendente, sia nella creazione che nella distribuzione del Suo film.

    Se vuoi essere una creativa indipendente, la cosa principale è continuare a farlo e non mollare, ma anche costruire una comunità che possa darti un buon feedback e supportarti, invitandoti a partecipare a mostre ed eventi dove puoi fare networking. Con Blood Tea and Red String, quando ho iniziato, ero molto sola. Mi ero laureata da poco in arti visive, non avevo una vera e propria comunità di animazione. Quindi, in un certo senso, stavo imparando da sola. Quindi, quando ho girato il mio primo rullino, quei primi due minuti e mezzo sono stati inseriti in questa mostra collettiva con musica dal vivo. Ed è stato fantastico, quella prima volta, sedermi con altre persone che erano già interessate all’animazione, la capivano e potevano darmi un feedback di un tipo completamente diverso.

    Non avevo particolari aspettative riguardo al film, volevo condividerlo perché mi piace condividerlo. Ho pagato l’iscrizione a 11 festival cinematografici, per essere poi selezionata in uno solo di questi. Ma dopo quel festival, ho ricevuto un articolo su Variety. E poi ho iniziato a ricevere inviti da tutto il mondo. Quindi direi che, solo perché il tuo film viene rifiutato da alcuni festival, non significa che non valga la pena vederlo. E anche se quello che fai non è per tutti i gusti, alla fine il tuo pubblico ti troverà.


    Per supportare il progetto Seed in the Sand, rinviamo al sito ufficiale del film.


    Valentino Feltrin

    Caporedattore

  • Cartoline Ritrovate XL – Giorni 5 e 6

    Cartoline Ritrovate XL – Giorni 5 e 6

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    Giorno 5

    The Lady Eve, di Preston Sturgess – Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri

    Henry Fonda è un impacciato studioso di serpenti pieno di soldi e che a volte è meno scemo di quello che sembra (ma molto spesso lo è ancora di più), Barbara Stanwyck invece è furba quanto sembra, ma forse meno spregiudicata. Nasce cone truffa, diventa amore, torna truffa e forse finisce in amore

    The Lady Eve è una screwball comedy sentimentale, adorabile, amarissima nella sua dolcezza. Stanwyck che qui appare al naturale, senza parrucche bionde di sorta e può finalmente essere quella donna che prende e ribalta la situazione mille volte per i motivi più assurdi nel giro di pochissimi minuti. Ha una concezione tutta sua di affetto e rispetto, li dimostra fingendosi chi non è, e fortunata lei a trovare uno sufficientemente fesso per queste situazioni.


    No time for love, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen

    Mitchell Leisen è sicuramente uno dei cineasti meno celebrati nella storia di Hollywood, e a lui è dedicata la classica retrospettiva su un regista di mestiere all’interno del festival. In questo film vediamo una stramba storia d’amore a sfondo quasi sindacale tra una giornalista (Claudette Colbert) e un minatore (Fred MacMurray). Lui, solitamente in giacca e cravatta lo troviamo qui in canotta e casco da miniera, consapevole dei propri limiti ma non per questo meno orgoglioso. La sottotrama quasi socialista non morde più di troppo. Probabilmente non l’episodio più interessante delle loro carriere.


    Curses of the Witch (Noidan Kirot), di Teuvo Puro – I Cineconcerti

    La scoperta dell’anno è sicuramente questo film, l’origine dell’horror nordico ambientato tra le steppe gelide della Finlandia. Orrore, grottesco, folklore, xenofobia e superstizione si fondono in questa piccola perla che suona lucidissima a distanza di cento anni, mostrandoci come anche nell’angolo più sperduto del mondo la prevaricazione e la diffidenza possano trasformarsi nel peggiore dei mali. 

    E la proiezione, accompagnata dal vivo dai Cleaning Women, è semplicemente spettacolare.


    Giorno 6

    House of Usher, di Roger Corman – Ritrovati e Restaurati 

    Altro film di Corman tratto da Poe, che sceglie di mostrare ancora di più il lato artigianale (e il fondo cassa vuoto) ma che proprio per questo risulta molto più affascinante e memorabile. Facciamoci andare bene quello stile recitativo molto ampolloso e quelle piccole aggiunte di trama che servono giusto a sgrassare gli ingranaggi, e divertiamoci, stavolta senza risate di troppo.


    Young Man with ideas, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen

    Glenn Ford è di nuovo un middle man alle prese con una situazione più grande di lui. Un giovane avvocato Una moglie che lo ama ma che non è in grado di supportarlo nella maniera più fruttuosa, un lavoro che prima lo sfrutta, poi lo umilia, un trasferimento in California per tentare la scalata, una collega affascinata e affascinante, una paradossale deriva criminale. Il film ha troppa poca verve per poter essere la storia di un uomo piccolo che ribalta i torti e troppo posato per sfruttare il grande potenziale comico della situazione in cui il nostro si è andato ad infilare. Il vero elemento di interesse è il grande rapporto che si instaura tra la moglie, che nel privato si rivela molto più forte e intelligente di quando appare in pubblico, e la collega, forse il personaggio più coraggioso di tutti.


    Quo Vadis?, di Enrico Guazzoni – Ritrovati e Restaurati 

    Nuovo restauro filologico curato da Luigi Masi del monumentale film di Guazzoni del 1913. 100 minuti che all’epoca comportavano gli sforzi produttivi pari a quelli di un film da 4 ore attuale, Quo Vadis? è il grande classico del peplum, l’incendio di Roma ad opera di Nerone, le persecuzioni contro i cristiani e una serie di apparizioni cristologiche che oggi appaiono ridicole ma che sicuramente avranno scaldato molti cuori sul momento.


    Dracula in Istanbul, di Mehmet Mutar – Ritrovati e Restaurati

    Più che una perla nascosta, una pietruzza nelle scarpe, ma questo Dracula turco è il momento più volontariamente esilarante di questo Cinema Ritrovato. La prima apparizione audiovisiva della storia dei canini di Dracula è un campo-controcampo sballato e fuori fuoco, lo stacco sull’asse è solo uno strumento per la creatività del maestro Mehmet Mutar. E mentre Piazza Maggiore ascolta Liza Minnelli, noi siamo qui.

  • Cartoline Ritrovate XL – Giorno 4

    Cartoline Ritrovate XL – Giorno 4

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato.


    Il Pozzo e il Pendolo (Pit and the Pendulum), di Roger Corman – Ritrovati e Restaurati 

    Proviamo a dare un’occhiata anche alla retrospettiva su Roger Corman, il mago del budget, maestro indiscusso della serie b hollywoodiana nonché miglior talent scout di tutti i tempi, qui in uno dei suoi vari adattamenti da Edgar Allan Poe, con un technicolor da bottega e, nemmeno a dirlo, Vincent Price e Barbara Steele protagonisti.

    Uno dei suoi film più strutturati e ambiziosi, forse non il più audace ed interessante della sua carriera e sicuramente il solito retrogusto camp strappa qualche risata alla Sala B del Cinema Odeon (new entry del festival) che collide con la gravitas della storia.


    Eva, di Maria Plyta – Cinemalibero

    Interessante documento con un film diretto dalla prima grande regista nella storia del cinema greco. Eva è un film che mostra una donna imprigionata in un matrimonio infelice su un’isola greca (e qua la metafora è palese) invaghirsi di uno sconosciuto arrivato dal mare. È lei a volerlo e a sceglierlo, spinta più dalla noia che dal vero desiderio di autodeterminazione.

    È davvero incredibile la sincerità e la naturalezza con cui viene affrontato il tema della libertà femminile in quell’anno e in un cinema “periferico” e non industriale, in una Grecia post – seconda Guerra Mondiale minata dalle occupazioni dalla costante assenza degli uomini e dalle tracce delle occupazioni, con il produttore del film morto a causa di una mina inesplosa durante le riprese.


    Lo straniero (The Stranger), di Orson Welles – Ritrovati e Restaurati

    Il faccione di Orson Welles sovrasta la serata in Piazza Maggiore in uno dei suoi film meno personali (non è stato scritto da lui) e paradossalmente più di successo al momento dell’uscita. Lo Straniero è uno dei tanti noir realizzati in quel periodo con protagonisti dei crudeli nazisti che tentano di far disperdere le proprie tracce negli Stati Uniti. Chiaramente Welles, che in questo film è minaccioso ed erotico come non mai, è la punta di diamante del tutto, soprattutto nel monologo in cui il nazista interpretato da Welles spiega ai suoi commensali il motivo per cui i tedeschi non accetteranno mai la sconfitta.

    Ad anticipare il tutto, abbiamo visto una selezione di filmati casalinghi raffiguranti Alfred Hitchcock e i suoi affetti. Una piazza intera in stato di shock per due ragioni: anche Hitchcock aveva un cuore ma, soprattutto, anche Hitchcock ha avuto 29 anni.

  • Cartoline Ritrovate XL – Giorno 3

    Cartoline Ritrovate XL – Giorno 3

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato.


    Brian di Nazareth (Monty Python’s Life of Brian), di Terry Jones – Ritrovati e Restaurati

    Esistono persone più vicine alla parola Genio di questo scalcinato gruppo di plurilaureati inglesi, più quello zoticone di Terry Gilliam che aveva una sola misera laurea in una volgarissima università americana? La risposta che ci diamo è no.

    Il miglior film mai realizzato a tema biblico, posizione che difenderemo fino alla morte, è questa paradossale e per nulla consolatoria opera in cui Gesù è solo il più efficace dei mille predicatori volontari o involontari presenti all’epoca in quelle terre occupate, in cui ogni misero essere umano è alla ricerca di un messia solo per soffocare la propria mancanza di carisma e in cui alla morte e alla violenza si può rispondere solo con sorrisi e sotterfugi, spesso inefficaci. Il modo migliore per iniziare la giornata è vedere il cinema Europa cantare in gruppo Always look on the bright side of life.


    I Diavoli (Ken Russell’s The Devils), di Ken Russell – Ritrovati e Restaurati

    È il film più atteso di questo festival, ci è costato due ore di coda last minute e le aspettative non sono state deluse.

    Una delle opere audiovisive più devastanti, blasfeme e irricevibili mai realizzate (curioso averla vista dopo Life of Brian) diretta da un regista cattolico disperato a causa distribuzione originaria lacunosa e piena di tagli non approvati finalmente può apparire in tutta la sua dirompenza. I Diavoli sembra una rock opera dai toni pallidi, dopo cui è impossibile avere fiducia in una qualsiasi forma di potere. Speriamo che questo restauro realizzato da Warner Bros, pianificato per la dustribuzione ad ottobre, possa essere visto da più persone possibili.


    The Bounty Hunter 3D, di André de Toth – Ritrovati e Restaurati

    Il Cinema Ritrovato significa anche scegliere di disertare Piazza Maggiore per andare a vedere un filmaccio western degli anni 60 per due semplici ragioni: prima del film viene proiettato il corto Popeye, The Ace of Space ed entrambi i film sono in 3D.

    The Bounty Hunter è in fin dei conti un western di terz’ordine con il pilota automatico e pure qualche scena riciclata, le potenzialità del 3D si riducono ad una gag contata e nessun personaggio buca lo schermo particolarmente. Però abbiamo visto il Modernissimo esplodere quando Braccio di Ferro ha mangiato gli spinaci, e la giornata può dirsi conclusa.