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  • LAURA DERN E IL SUO SPLENDIDO LAVORO IN BIG LITTLE LIES

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    Oggi una delle attrici più importanti della nostra epoca compie 50 anni!  

    Laura Dern è senza dubbio uno di quei nomi che non può mancare nella cinematografia mondiale: le sue collaborazioni con David Lynch in Velluto blu (1986), Cuore selvaggio (1990) e Inland Empire – L’impero della mente (2006) sono diventate iconiche, così come l’interpretazione del personaggio di Ellie Sattler nell’ormai classico Jurassic Park di Steven Spielberg (1993). Laura è nota per lo stile unico con cui riesce a interpretare caratteri forti e più che mai sfaccettati, con una bravura che nel 2020 è stata ufficialmente riconosciuta con un Oscar come miglior attrice non protagonista per il ruolo dell’avvocato divorzista Nora Fanshaw in Marriage Story di Noah Baumbach (2019). L’Academy non è tuttavia l’unica istituzione ad aver premiato l’attrice, che vanta anche, tra altri premi minori, 5 Golden Globe, un BAFTA e un Emmy.

    Quest’ultimo riconoscimento, il più importante a livello televisivo, le è stato assegnato per la serie televisiva Big Little Lies (in Italia arrivata con il sottotitolo Piccole Grandi Bugie e distribuita da Sky), prodotta da David E. Kelley per HBO nel 2017: approfittiamo della ricorrenza per consigliarvi uno dei prodotti televisivi migliori degli ultimi tempi!

    BIG LITTLE LIES: LA VERITÀ VERRÀ A GALLA?

    Sullo sfondo bluastro di Monterey, una piccola cittadina della California, si svolgono vicende piene di segreti, torbide come l’acqua dell’oceano che prima o poi porterà a galla tutta la verità. Tratta dal romanzo omonimo di Liane Moriarty, Big Little Lies ha un cast prevalentemente al femminile, con attrici di una bravura straordinaria riconosciuta in tutto il mondo, che interpretano donne forti e complicate, come se ne possono trovare in ogni città. Nicole Kidman è Celeste, una madre che ha rinunciato alla propria carriera per prendersi cura dei figli, sposata con un marito possessivo e violento (Alexander Skarsgård); Reese Witherspoon è Madeline, sposata con il suo secondo marito e madre di due figlie, alle prese con la crescita della maggiore che sta attraversando quella fase “ribelle” dell’adolescenza; Shailene Woodley è Jane, appena arrivata a Monterey nel tentativo di ricostruirsi una vita dopo aver avuto un bambino a seguito di una violenza sessuale da parte di uno sconosciuto; e infine Laura Dern, solita interpretare personaggi particolarmente risoluti, è Renata, un’imprenditrice di successo e madre di una bambina. Il personaggio di Renata si rivelerà molto importante nella seconda stagione (dove viene approfondito), dimostrando come la sua apparente cattiveria sia in realtà una risposta al fatto che la vita non abbia mai smesso di metterla alla prova. Nella seconda parte della serie compaiono poi anche Meryl Streep, che interpreta la suocera di Celeste, e Zoë Kravitz nel personaggio di Bonnie, nuova moglie del primo marito di Madeline.

    La serie parte da un evento che coinvolgerà tutte le donne e l’intera cittadina di Monterey: il figlio di Jane viene accusato di aver provato a strangolare la figlia di Renata ma, nonostante la piccola continui ad incolpare il coetaneo, questo evento non ci viene mai mostrato, lasciando a noi l’arduo compito di fare ipotesi e continuare nella visione per poter giungere alla soluzione del mistero. Abbiamo poi in ogni puntata alcune scene che mostrano interrogatori della polizia sulla morte di qualcuno; il pubblico non conosce né di chi si stia parlando né a cosa si faccia riferimento in queste brevi scene (forse anticipazioni?), per cui l’unica cosa da fare è continuare nella visione tra segreti, misteri e verità non dette, sperando che la soluzione possa prima o poi venire alla luce.

    Il racconto è quindi costruito su un fitto intreccio di intrighi e bugie che vengono scoperti man mano nel corso della narrazione e ciò consentono di comprendere le molteplici sfaccettature dei personaggi.

    LE DONNE DI MONTEREY: TRA MADRI, NEMICHE E COMPAGNE DI VITA

    Le protagoniste di Big Little Lies sono tutte accomunate dall’essere madri, ognuna con una situazione familiare differente e sempre delicata: i loro bambini stanno imparando a conoscere il mondo e ogni evento che colpisce i figli colpisce anche le loro madri. Ognuna di queste donne ha conosciuto e conosce la paura e l’insicurezza, sia nell’essere madre sia nell’essere donna all’interno di una società che continua a metterle costantemente alla prova. I rapporti tra le protagoniste sono costellati di bugie e spesso rancore: sono amiche e nemiche, sullo sfondo di una cittadina che non perde neanche un momento per parlare e mettere in circolo voci non veritiere. Madeline, Jane, Celeste e Renata sono collegate tra loro da eventi e ricordi che tornano come fantasmi, e ognuna li affronta con la molteplicità di sfaccettature che lo spettatore ha modo di conoscere andando avanti nel racconto.

    Il personaggio di Renata, come già detto in precedenza interpretato da Laura Dern, è quello che spicca tra gli altri per la sua competitività nei rapporti umani. È una donna in carriera che si mostra molto sicura di se stessa, quando in realtà è una madre apprensiva, un’amica quasi ostile, e le sue più grandi paure vengono mostrate mano mano che si inizia a conoscere a fondo la storia della sua vita. Nonostante non sia stata ancora confermata una terza stagione, noi di Frames Cinema ci teniamo assolutamente a consigliarvi di vedere questa serie, per soffermarsi su alcuni aspetti del quotidiano che spesso non vengono trattati con uno sguardo adeguato.

    Insieme ai tutti suoi iconici personaggi, Laura Dern è oggi una delle attrici più talentuose e influenti nel panorama cinematografico mondiale. È stato inoltre di recente dichiarato il suo ritorno nel mondo di Jurassic Park, che rappresenta il decollo della sua carriera nel ruolo di Ellie Sattler, nel sesto capitolo della saga Jurassic World Dominion, la cui uscita nel cinema italiani è stata fissata al 9 giugno 2022.

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  • NOMINATION OSCAR 2022 – LISTA COMPLETA E COMMENTO

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    TRIONFANO JANE CAMPION E RYŪSUKE HAMAGUCHI. DELUSIONE PER LADY GAGA, MENTRE SORRENTINO È IN CORSA.

    Nella giornata di oggi sono state annunciate le candidature alla 94ª edizione degli Oscar, la cui cerimonia si terrà domenica 27 marzo 2022. 

    Come da pronostici, i film più nominati sono stati Il potere del cane di Jane Campion, con 12 nomination (di cui due nella categoria miglior attore non protagonista), e Dune di Denis Villeneuve, con 10 (tra cui però manca, a sorpresa, la candidatura per la miglior regia). A seguire, West Side Story di Steven Spielberg e Belfast di Kenneth Branagh sono riusciti entrambi ad infilare l’accoppiata miglior film-miglior regia (cosa che, ultimamente, non appariva affatto scontata) e concorrono ciascuno in 7 categorie, anche se sorprende l’esclusione del veterano Michael Kahn dalla rosa dei migliori montatori per il suo sublime lavoro sul musical spielberghiano. 

    Molto bene è andato anche l’acclamato Licorice Pizza del grande Paul Thomas Anderson, a cui i favori della critica hanno garantito 3 candidature pesantissime: miglior film, regia e sceneggiatura originale. È difficile che si traducano in vittorie, ma è indubbio che l’autore losangelino si stia imponendo sempre di più come il più grande regista della sua generazione. 

    La vera sconfitta di queste nomination, invece, è indiscutibilmente Lady Gaga che, dopo mesi di campagna Oscar e dopo aver ottenuto candidature in tutte le altre premiazioni della Awards Season, non ce l’ha fatta a entrare nella cinquina per la miglior attrice. La ricezione polarizzata di House of Gucci, probabilmente, non l’ha aiutata e il film, peraltro, ha ottenuto una sola candidatura per il miglior trucco e acconciatura. 

    Veniamo infine alla categoria miglior film internazionale, che ci riguarda, dal momento che il nostro Paolo Sorrentino ha ottenuto la candidatura per il suo bellissimo È stata la mano di Dio, che di recente ha persino incassato un sentito endorsement da parte di Robert De Niro. È difficile, tuttavia, che per il regista napoletano si concretizzi una seconda vittoria, specie perché il vero trionfatore di queste nomination agli Oscar 2022 è proprio lo straordinario film giapponese Drive My Car che, oltre alla nomination scontata nella categoria miglior film internazionale, ha ottenuto altre 3 pesantissime candidature: miglior film, regia e sceneggiatura non originale. Questo successo, oltre a segnalare un’attenzione sempre maggiore dell’Academy nei confronti del world cinema più autoriale, impone il film di Ryūsuke Hamaguchi come il principale contendente all’Oscar per il “film straniero”. In questa categoria, peraltro, è da segnalare anche la presenza del norvegese La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, che ha ottenuto anche la candidatura come miglior sceneggiatura originale. È difficilissimo che Sorrentino riesca a sgominare una tale concorrenza, ma  i giochi sono più che mai aperti e la Awards Season 2022 è solo all’inizio…

    TUTTE LE NOMINATION

    Miglior film
    Belfast
    CODA
    Don’t Look Up
    Drive My Car
    Dune
    King Richard
    Licorice Pizza
    La fiera delle illusioni – Nightmare Alley
    Il potere del cane
    West Side Story

    Miglior film internazionale
    Drive My Car (Giappone)
    Flee (Danimarca)
    È stata la mano di Dio (Italia)
    Lunana: A Yak in the Classroom (Bhutan)
    The worst person in the world (Norvegia)

    Miglior regia
    Paul Thomas Anderson – Licorice Pizza
    Kenneth Branagh – Belfast
    Jane Campion – Il potere del cane
    Steven Spielberg – West Side Story
    Ryûsuke Hamaguchi – Drive My Car

    Miglior attore protagonista
    Javier Bardem – Being the Ricardos
    Benedict Cumberbatch – Il potere del cane
    Andrew Garfield – Tick, Tick … Boom! 
    Will Smith – King Richard
    Denzel Washington – Macbeth

    Miglior attrice protagonista
    Jessica Chastain – Gli occhi di Tammy Faye
    Olivia Colman – La figlia oscura
    Penélope Cruz – Madres paralelas
    Nicole Kidman – Being the Ricardos
    Kristen Stewart – Spencer

    Miglior attore non protagonista
    Ciaran Hinds – Belfast
    Troy Kotsur – CODA
    Jesse Plemons – Il potere del cane
    J.K. Simmons – Being the Ricardos
    Kodi Smit-McPhee – Il potere del cane

    Miglior attrice non protagonista
    Jessie Buckley – La figlia oscura
    Ariana DeBose – West Side Story
    Judi Dench – Belfast
    Kirsten Dunst – Il potere del cane
    Aunjanue Ellis – King Richard

    Miglior colonna sonora
    Don’t Look Up 
    Dune 
    Encanto 
    Madres paralelas
    Il potere del cane

    Migliori costumi
    Cruella
    Cyrano
    Dune
    La fiera delle illusioni – Nightmare Alley
    West Side Story 

    Miglior sceneggiatura originale
    Belfast
    Dont’ look up
    King Richard
    Licorice pizza
    The worst person in the world

    Miglior sceneggiatura non originale
    CODA
    Drive My Car
    Dune
    La figlia oscura
    Il potere del cane

    Miglior sonoro
    Belfast
    Dune
    No Time to Die
    Il potere del cane
    West Side Story

    Miglior canzone originale
    “Be Alive” — Beyoncé Knowles-Carter & Darius Scott (King Richard)
    “Dos Oruguitas” — Lin-Manuel Miranda (Encanto)
    “Down to Joy” — Van Morrison (Belfast)
    “No Time to Die” — Billie Eilish & Finneas O’Connell (No Time to Die)
    “Somehow You Do” — Diane Warren (Four Good Days)

    Migliori effetti visivi
    Dune
    Free Guy
    Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings
    No Time to Die
    Spider-Man: No Way Home

    Miglior fotografia
    Dune
    La fiera delle illusioni – Nightmare Alley
    Il potere del cane
    Macbeth
    West Side Story

    Miglior montaggio
    Dont’ look up
    Dune
    King Richard
    Il potere del cane
    Tick, Tick… Boom!

    Miglior scenografia
    Dune
    La fiera delle illusioni

    Il potere del cane
    Macbeth
    West Side Story

    Migliori trucco e acconciature
    Coming 2 America
    Cruella
    Dune
    Gli occhi di Tammy Faye
    House of Gucci

    Miglior documentario
    Ascension
    Attica
    Flee
    Summer of Soul
    Writing with fire

    Miglior film d’animazione
    Encanto
    Flee
    Luca
    I Mitchell contro le macchine
    Raya e l’ultimo drago

    Miglior cortometraggio documentario
    Audible
    Lead Me Home
    The Queen of Basketball
    Three Songs for Benazir
    When We Were Bullies

    Miglior cortometraggio
    Ala Kachuu — Take and Run
    The Dress
    The Long Goodbye
    On My Mind
    Please Hold

    Miglior cortometraggio animato
    Affairs of the Art
    Bestia
    Boxballet
    Robin Robin
    The Windshield Wiper

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  • L’AMICA GENIALE – LA SERIE ITALIANA CHE DOVRESTE VEDERE

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    Superata la settimana di Sanremo, la programmazione RAI riprende col botto: infatti, oggi saranno trasmesse, dopo essere state rilasciate su Rai Play due giorni fa, le prime due puntate della nuova stagione de L’amica geniale, serie tratta dal ciclo di romanzi della misteriosa autrice Elena Ferrante

    I romanzi, ambientati in un ampio lasso di tempo che copre sei decenni (dai primi anni ‘50 al 2010) raccontano le vite di due amiche, Lenù (Elena) e Lila (Raffaella), napoletane di nascita. Le loro traiettorie di vita divergono totalmente già a partire dalla prima adolescenza, nel momento in cui a Lenù viene concesso di continuare a studiare e Lila deve, invece, iniziare a rendersi utile nell’attività di famiglia, sprecando una straordinaria intelligenza. Lenù ripercorre la storia del suo rapporto conflittuale con la figura quasi mitica di Lila, e le loro vite parallele, in un afflato epico degno dei migliori drammi generazionali

    I romanzi hanno avuto un successo immenso, non solo in Italia ma a livello globale, con 10 milioni di copie vendute in 40 paesi. Ad oggi i quattro romanzi delle Neapolitan Novels (così sono chiamati all’estero) sono i lavori più famosi di Ferrante, e hanno contribuito a dare più visibilità anche ai precedenti libri dell’autrice, la quale pubblica sotto pseudonimo dal 1992, anno di uscita del suo romanzo d’esordio L’amore molesto. Esistono, soprattutto nelle università anglofone, interi corsi dedicati allo studio dei suoi scritti. 

    Parte di questo amore all’estero viene probabilmente da diversi elementi che rendono la lettura de L’amica geniale particolarmente utile per conoscere e capire l’Italia: la serie intreccia sapientemente le vicende delle sue protagoniste a quelle del nostro paese, raccontandoci attraverso gli occhi di entrambe eventi fondamentali come i moti comunisti e femministi e gli anni di piombo. Oltre a ciò, è uno spaccato vivido, allo stesso tempo splendente e crudele, di Napoli e del rione in cui si svolge buona parte della serie, dipinto come immobile nel trascorrere degli anni, sottoposto alle leggi violente di una società ancora fortemente patriarcale e attraversato da una piaga che, col procedere dei romanzi, diventa sempre più pervasiva: la mafia. Altre città italiane vengono inoltre descritte nel trascorrere dei decenni, diversi ambienti culturali come quello della Normale di Pisa degli anni ‘60, o della Firenze colta degli anni ‘70, luoghi in cui Lenù si rifugia per scappare dal primitivismo della sua infanzia. Tuttavia, il richiamo del rione rimane sempre più forte, e Lenù si trova sempre a tornare ad esso… e a Lila.

    Ai macro temi del tempo e dello spazio, Ferrante aggiunge altri micro temi: la letteratura e l’istruzione, visti come unici mezzi per scappare dal rione; i diversi tipi di intelligenza, rappresentati da Lenù, pratica di letteratura, e Lila, iper critica di una realtà corrotta. Ma soprattutto, ciò che interessa all’autrice è la donna, in tutte le sue diverse condizioni: la donna nell’ambiente accademico e le sue difficoltà nell’affermarsi a fianco dei colleghi maschi; la donna vittima di violenza; la donna incapace di provare piacere nella vita domestica; la donna impegnata nella lotta per i propri diritti; la donna stuprata, la donna vittima di calunnie, la donna rovinata da uno scandalo. Nel rione, l’affermazione del sé è difficile, e quasi tutti i personaggi maschili si fanno più o meno consciamente prosecutori di un sistema che vuole la donna moglie perfetta, madre perfetta e vittima perfetta. 

    I libri della Ferrante hanno attirato l’attenzione di diversi registi, anche stranieri. È il caso di Maggie Gyllenhaal, che ha adattato per il suo debutto alla regia La figlia oscura. Ad oggi sembra che Netflix abbia in programma una serie basata su La vita bugiarda degli adulti, e prima dell’allontanamento dal progetto da parte della protagonista, Natalie Portman, era in programma un adattamento de I giorni dell’abbandono.

    Curiosamente, visto il team prevalentemente italiano che lavora alle sue spalle (attori, registi e sceneggiatori tutti italiani), anche L’amica geniale è un progetto che nasce dall’estero. Infatti la serie è stata creata non solo per la RAI e il servizio di streaming TIMvision (il quale si è ritirato dopo la prima stagione dall’accordo), ma anche per il network HBO. Sì, proprio quello di Game of Thrones.

    Alla regia delle prime due stagioni, che adattavano la prima metà della quadrilogia di romanzi, c’è stato Saverio Costanzo, regista de La solitudine dei numeri primi e della serie In treatment, con una piccola “intromissione” di Alice Rohrwacher per due episodi della seconda stagione (a mio umile giudizio, due dei migliori). 

    Il cast è composto principalmente da attori alle prime armi o non particolarmente conosciuti, con tantissimi giovani interpreti napoletani al primo ruolo per dare vita al variegato gruppo di amici che circonda Lila e Lenù (solo alcuni nomi degni di nota: Giovanni Amura, Francesco Serpico, Eduardo Scarpetta, Giovanni Buselli e Rosaria Langellotto). Nella parte delle due protagoniste, due giovani che sono diventate note: Margherita Mazzucco (Lenù) e Gaia Girace (Lila), da molti considerata la vera rivelazione dello show. Per le prime due puntate della serie, le due sono state interpretate dalle attrici bambine Elisa Del Genio e Ludovica Nasti rispettivamente. Il lavoro di casting si è dimostrato egregio, in quanto le somiglianze con le loro controparti adolescenti è davvero impressionante. Lo stesso discorso, ad ogni modo, vale per ogni membro dell’immenso cast, ricco di personaggi che sembrano balzare direttamente fuori dalle pagine della Ferrante.

    La fedeltà ai romanzi è uno degli innumerevoli elementi che rende questa serie un prodotto decisamente valido, se non eccellente: se gli eventi raccontati dall’autrice funzionano su carta, funzionano ugualmente riproposti sul piccolo schermo. 

    La penna della Ferrante non fa sconti a nessuno e non si spaventa nel parlare di temi controversi come il mancato rapporto affettivo tra madre e figlia, la forza schiacciante della famiglia e della sua eredità, l’assenza di piacere nel sesso, l’abuso. Soprattutto, la Ferrante non ha paura nel rovesciare le nostre aspettative e nel descriverci i lati più oscuri di personaggi, su cui potremmo cambiare radicalmente idea nel passaggio da un volume all’altro. La stessa Lenù, la voce narrante che seguiamo per tutti e quattro i libri, è un personaggio moralmente ambiguo, che fa spesso scelte con cui i lettori potrebbero trovarsi in totale disaccordo.

    L’amica geniale si è dimostrata, sin dalla primissima puntata, non impaurita all’idea di mostrare ciò che c’è di più violento e “sconveniente” nel testo dell’autrice, con una scena che mostra la defenestrazione della piccola Lila ad opera di suo padre, durante una lite. La crudezza di elementi presenti nei romanzi risulta ancora più intensa in forma visiva che non scritta, tanto che in RAI una scena particolarmente forte è stata prontamente censurata (è stata invece trasmessa in chiaro sulla HBO: evidentemente dopo Game of Thrones nessuno si sorprende più di nulla).

    Rispetto ai romanzi di Ferrante, scritti in una prosa principalmente italiana, riflettendo l’educazione di Lenù, la serie vira invece maggiormente sull’uso del dialetto napoletano (con sottotitoli). Questa scelta permette non solo di entrare di più nella storia e nell’atmosfera generale, ma anche di sviluppare uno dei temi principali della serie: la disparità nell’istruzione. Solitamente, i personaggi che fanno maggior uso del dialetto sono anche i meno istruiti. Il napoletano si usa in contesti informali, familiari, e ha una forza corrosiva adatta alle realtà più scomode della vita; l’italiano è riservato a situazioni istituzionali, alla scuola, alle conversazioni dotte (ma sterili). Con questo piccolo accorgimento L’amica geniale fotografa la situazione di un’Italia all’alba di una rivoluzione culturale, ma in cui la maggioranza della popolazione è ancora troppo incolta per comprenderla.

    Altrettanto degna di nota la ricostruzione della Napoli degli anni ‘60, dove sono ambientate le prime due stagioni. Il rione è stato ricreato a Caserta, in un set di sette ettari (compresi teatri di posa). Molti degli oggetti di scena sono inoltre d’epoca. Ulteriore dettaglio che rivela la cura della messa in scena: la sigla della seconda e della terza stagione è stata realizzata con una cinepresa Super 8, prodotto della Kodak datato 1965 usato principalmente da operatori dilettanti. 

    Manca l’idealizzazione che spesso si mette in atto in queste storie d’epoca: le case delle protagoniste sono sporche e malandate, il rione grigio. Le uniche puntate che sfruttano la bellezza di Napoli sono quelle ambientate lontano dal quartiere principale, come ad esempio gli episodi di Ischia. 

    Degna di nota anche la colonna sonora, composta da un nome decisamente poco italiano: Max Richter, autore delle musiche di La chiave di Sara e Ad Astra. La colonna sonora di Richter contiene sia brani originali sia suoi pezzi precedentemente composti (uno dei più famosi è il remix di Primavera di Vivaldi). Si aggiungono inoltre canzoni italiane dell’epoca, che contribuiscono a ricreare l’atmosfera dell’Italia che fu. Piccola avvertenza: probabilmente avrete Vivere ancora di Gino Paoli in testa per diverso tempo.

    La seconda stagione della serie, Storia del nuovo cognome, è andata in onda all’incirca due anni fa, e la produzione è entrata in un lungo hiatus a causa della pandemia tuttora in corso. 

    Questo lungo tempo d’attesa si è accompagnato ad alcuni cambiamenti che certamente alzeranno l’asticella delle aspettative per molti fan. In primis, da questa terza stagione, Storia di chi fugge e di chi resta, avremo un cambio alla regia: Saverio Costanzo, pur rimanendo alla sceneggiatura, ha passato lo scettro a Daniele Luchetti, regista di Mio fratello è figlio unico e Lacci, alla sua prima regia televisiva. Sono rimasti, invece, gli interpreti delle prime due stagioni, nonostante inizialmente si fosse pensato a un recasting, dal momento che nel terzo libro i personaggi dovrebbero arrivare più o meno ai 30 anni. Vedremo col trascorrere delle puntate se la scelta di vedere crescere gli interpreti su schermo si rivelerà vincente, o se non sarà possibile nascondere la loro giovinezza (il cast è molto variegato in termini di età, ma solo per fare un esempio emblematico: al momento Margherita Mazzucco ha 19 anni, Gaia Girace 18). 

    Vedremo se queste scelte pagheranno. Per ora, i commenti online a seguito dell’anteprima su Rai Play sono molto positivi. Si spera che anche il resto della stagione non deluda, riconfermando questa serie come la più… Geniale presente sul palinsesto RAI. 

    Lascia un po’ l’amaro in bocca, comunque, pensare che quello che è probabilmente il prodotto italiano migliore del momento non sia totalmente italiano. Forse ci conviene semplicemente goderci lo show, alzare le spalle e ringraziare L’amica geniale alla Stanis La Rochelle: “Thank you for being so not Italian”.

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  • RECENSIONE GLI OCCHI DI TAMMY FAYE – UN DRAMMA SOPRA LE RIGHE

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    Adattamento dell’omonimo documentario di Fenton Bailey e Randy Barbato datato 2000, Gli occhi di Tammy Faye racconta la vita e la carriera di due dei telepredicatori più famosi degli Stati Uniti. Diretti da Michael Showalter, Jessica Chastain e Andrew Garfield interpretano Tammy Faye e Jim Bakker, i Barbie e Ken del tele-evangelismo americano, la coppia che tra gli anni ‘70 e ‘80 riuscì a costruire un vero e proprio impero televisivo e commerciale di matrice -quanto meno di facciata- cristiana.

    La pellicola, presentata nel 2021 al Toronto International Film Festival e in seguito alla Festa del Cinema di Roma come film di apertura, narra in maniera piuttosto lineare la vita di Tammy Faye: dalle origini umili all’incontro con il marito Jim, dall’ascesa della coppia – il cui programma The PTL (Praise The Lord) Club arrivò a contare venti mila telespettatori – fino alla rovinosa caduta a seguito di frodi, scandali e accuse di vario tipo.

    ECCESSI E CARICATURE DEL MONDO TELEVISIVO

    Forza vera di questo biopic è il cast. Jessica Chastain è a tratti irriconoscibile sotto quintali di trucco e parrucche sempre più cotonate, e funziona a meraviglia nell’interpretare un personaggio che è una caricatura vivente, eccessiva e strabordante fin da ragazza e ancora di più con l’avanzare dell’età e della fama.

    L’intenzione, ha dichiarato l’attrice, era quella di mettere proprio lei al centro del racconto, di mostrare la donna al di là del suo rapporto di coppia e televisivo con il marito, di inquadrare la determinazione e la voglia di autoaffermazione della predicatrice proprio attraverso il sipario delle sue stratosferiche ciglia finte.

    Ad attribuire maggiore spessore all’interpretazione della protagonista, contribuisce la prima prova canora di Jessica Chastain sul grande schermo, che dimostra avere anche uno spiccato -e finora inedito- talento per il canto.

    Accanto a lei, nei panni del marito Jim Bakker, un Andrew Garfield in forma che, dopo l’ottima interpretazione nel musical Tick, Tick… Boom!, conferma di essere uno dei volti del cinema contemporaneo da seguire con maggiore attenzione, con un’interpretazione volutamente plastica e sopra le righe.

    Menzione d’onore anche per il personaggio della burbera madre di Tammy, qui interpretato da Cherry Jones, che indossa una maschera di severità per tutto il film ed è quanto di più lontano si possa immaginare dal mondo esuberante e kitsch della figlia.

    Proprio la ricostruzione di questo sfarzoso mondo dell’intrattenimento televisivo è uno degli aspetti migliori della pellicola. Trucco, costumi, scenografie e fotografia: tutti gli elementi dell’impianto visivo concorrono a ricreare l’opulenza e il lusso quasi pacchiano della coppia mediatica più discussa dell’epoca, regalando ambienti straripanti di colori e dettagli esagerati proprio come il personaggio mediatico della protagonista, riuscendo a costruire dei bei contrasti visivi anche nei momenti più drammatici.

    I BINARI DEL BIOPIC CLASSICO

    Tutta questa ricchezza visiva è accompagnata da una regia che, forse anche per scelta, non brilla per estro e originalità, ma si muove su binari piuttosto classici, così come del resto tutta la struttura narrativa. Questa linearità, stilistica ed espositiva, a tratti fa perdere di ritmo al racconto, oltre ad andare a discapito di alcune tematiche che restano, purtroppo, solo accennate: è il caso del tema della compenetrazione e influenza reciproca di media e politica, così come di quello degli interessi sociali di Tammy. La scelta netta è invece quella di concentrarsi sul meccanismo autodistruttivo dell’impero Bakker-Faye e sulla ricerca incessante di conferme e riscatto da parte della protagonista, tagliando sugli aspetti meno personali della vicenda. I due sono a tutti gli effetti dei personaggi, e per buona parte del film l’effetto è quello di essere veramente degli spettatori di un Jim and Tammy Show, tant’è che al pari dei veri spettatori dell’epoca anche noi assistiamo al disfacimento del grande baraccone mediatico tramite i notiziari e le interviste che ricorrono per tutto il film e che gli attribuiscono una valenza quasi metacinematografica.

    In conclusione, Gli occhi di Tammy Faye è un biopic classico e ben confezionato, un dramma che si veste con i lustrini della commedia e che, complici anche le prove attoriali dei due protagonisti,  merita sicuramente una visione.

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  • LIBRI SUL CINEMA: I 10 SCRITTI DAI REGISTI

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    Non ho risposte semplici. il genio del cinema si racconta.
    di Stanley Kubrick

    Stanley Kubrick è sicuramente tra i registi più amati e studiati della storia dell’arte cinematografica. I nostri consigli, dunque, non potevano che iniziare da questo libro -edito da Minimum Fax- che raccoglie numerose interviste fatte al compianto cineasta statunitense. 335 pagine per entrare nel fantastico mondo di Kubrick, tra retroscena, aneddoti personali e analisi dei suoi capolavori. Un libro che racconta un uomo schivo e riservato, e per questo ancora più interessante.

    Lo potete trovare qui

    C’era una volta il cinema. I miei film, la mia vita.
    di Sergio Leone

    Altro libro di interviste, stavolta a uno dei più grandi (il più grande forse?) registi del nostro paese: Sergio Leone. Edito da Il Saggiatore, nelle sue 225 pagine scoprirete molti retroscena non solo dei film del Maestro, ma anche di tutto il mondo del cinema italiano degli anni d’oro: anche qui si sprecano gli aneddoti e le curiosità, raccontati con l’amara ironia e sincerità schietta che contraddistingueva il regista romano. Da accompagnare alla visione dei suoi film.

    Lo potete trovare qui.

    Io vedo me stesso. La mia arte, il cinema, la vita.
    di David Lynch

    Terzo libro, terza raccolta di interviste. Stavolta al centro dell’opera c’è David Lynch, “il regista più importante di quest’epoca” secondo il The Guardian. Anche questo edito da Il Saggiatore, con le sue 450 pagine si presenta come un’imponente saggio sul cinema. Il regista del Montana ci racconta le sue opere, le sue ossessioni e la sua visione del mondo, commentando non solo il suo lavoro da filmmaker, ma anche la sua opera di pittore. Un viaggio in tutta la sua carriera, tra successi e insuccessi, sempre con lo stile che lo caratterizza e lo ha reso noto al pubblico.

    Lo potete trovare qui.

    Fare un film.
    di Federico Fellini

    Fellini è, insieme a Sergio Leone, il regista italiano più apprezzato di sempre, anche a livello internazionale. In questo libro, edito da Einaudi, l’autore riminese racconta se stesso, la sua arte e la sua peculiare creatività, riempiendo le pagine di aneddoti e curiosità, tra cui anche l’incontro con la sua compagna di vita: Giulietta Masina. Un’opera che non può mancare nelle librerie di chi ama e apprezza il cinema nostrano.

    Lo potete trovare qui.

    A proposito di niente.
    di Woody Allen

    Il libro più “giovane” di questa lista porta la firma dell’autore comico più importante degli ultimi decenni: Woody Allen. Nelle 400 pagine di questo volume – edito da La nave di Teseo – il regista Newyorkese racconta la sua vita, i suoi amori, la sua arte; il tutto condito con la sua solita comicità e pungente ironia. Un viaggio nella vita di un autore sagace e pungente. Da non perdere!

    Lo potete trovare qui.

    La mia autobiografia.
    di Charlie Chaplin

    Chi non conosce Chaplin? Il genio della commedia muta, un autore unico nel suo genere che ha portato sul grande schermo tematiche ironiche, ma allo stesso tempo di critica sociale impersonando il famoso vagabondo Charlot. Visti oggi, i suoi capolavori non hanno perso un briciolo della loro incredibile ironia e leggerezza. In questo libro Chaplin si racconta a 360 gradi, fornendo inoltre moltissimi spunti su un’epoca fondamentale per la settima arte: il passaggio dal muto al sonoro e tutto quello che ne conseguì. La vita di uno dei più grandi artisti della storia in poco più di 500 pagine. Cosa volere di più?

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    Il nome sopra il titolo.
    di Frank Capra

    La storia di un uomo che, partendo dal nulla, realizza i suoi sogni e mette in schermo storie che ancora oggi fanno scuola. Uno dei registi più importanti di sempre, purtroppo poco conosciuto, che racconta la sua vita e l’ambiente che gli sta intorno. Un viaggio alla scoperta di un grande artista.

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    Lanterna magica.
    di Ingmar Bergman

    Autobiografia di uno dei più importanti registi europei, autore di capolavori quali Persona e Il settimo sigillo. Quello che Bergman scrive è un ritratto onesto della sua vita e della sua carriera; un’opera molto personale che non nasconde sincere autocritiche e che ci accompagno in un viaggio autentico nella sua filmografia, nelle sue passioni e nelle sue debolezze. 250 pagine, edito da Garzanti. Una lettura imperdibile e appassionante.

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    Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema.
    di Andrej Tarkovskij

    Un altro genio del cinema europeo racconta la sua e la nostra passione per il cinema, con un saggio imprescindibile. Una vera lezione di cinema e di arte, con un focus dettagliato sui suoi lavori da regista. Da recuperare per scoprire il regista sovietico e arricchire le proprie conoscenze in materia.

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    Tutto a posto e niente in ordine. Vita di una regista di buonumore.
    di Lina Wertmüeller

    Lina Wertmüeller è stata una delle più importanti registe della storia del cinema. Le sue opere sono sincere e ironiche. La sua autobiografia non poteva essere altrimenti, una lettura leggera ma ricca di spunti interessanti sulla sua vita e su come questa sia stata influenzata dal cinema. Una storia mai banale, come i film della compianta regista romana.

    Lo potete trovare qui.

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  • RECENSIONE ENNIO – NELLA MENTE DI UN MAESTRO

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    Un metronomo che segna il tempo, in sottofondo. Un uomo anziano che entra in una stanza e comincia a fare esercizi. Voci e immagini di persone note, alcune delle quali se ne sono già andate, che ci raccontano questo Maestro. L’uomo seduto al tavolo, intento a buttare giù alcune note su un pentagramma. E poi, la musica che esplode. Il Maestro Ennio Morricone che dirige, nel proprio studio, un’orchestra invisibile mentre le sue note riempiono il cinema.

    Così si apre Ennio, ultimo film di Giuseppe Tornatore, documentario dedicato al compositore Ennio Morricone con cui il regista ha collaborato dal 1988, con Nuovo Cinema Paradiso, fino al 2016, per il film La corrispondenza. I due, oltre ad avere uno stabile rapporto professionale, avevano in precedenza partecipato ad un altro progetto comune, ovvero la stesura del romanzo Ennio, un maestro, uscito nel 2018. Anche in questo caso, oggetto del lavoro erano la vita e l’opera del Maestro Morricone, che ci ha lasciato durante la pandemia, il 6 luglio 2020. È quindi evidente come sia proprio Tornatore l’unico in grado di raccontare, nella maniera il più completa possibile, questo grande artista: lo stesso Morricone accettò di parlare di sé solo a condizione che a fare un documentario su di lui fosse il collaboratore di lunga data.

    Il film è stato presentato in anteprima il 29 e il 30 gennaio e sarà distribuito su ampia scala il 17 febbraio, dopo essere stato presentato al Festival del Cinema di Venezia lo scorso settembre. La versione presentata alla Biennale, per ammissione dello stesso regista, era ancora grezza. La pellicola, infatti, verrà rilasciata con 12 minuti in meno rispetto a ciò che è stato mostrato a Venezia, pur mantenendo il corposo minutaggio di  due ore e mezza. Tagli richiesti dai produttori e dai distributori, a detta di Tornatore, che d’altronde ha sempre avuto, sin dal già citato Nuovo Cinema Paradiso, problemi di distribuzione con i suoi film dalle durate “mostruose”.

    Tuttavia, in questo caso la difficoltà dell’impresa di riduzione del materiale di base (a detta di Tornatore il montaggio del film è durato due anni) risulta ben comprensibile. Infatti, alle spalle di Ennio c’è una quantità immane di materiale scartato, di ore di girato che sono state raccolte dal regista nel corso degli ultimi anni. L’intervista a Morricone, che è il fil rouge di tutto il racconto, è avvenuta infatti ben sette anni e mezzo fa, ed è durata undici giorni. A questa già spropositata quantità di materiale si sono aggiunte poi diverse interviste, fatte nel corso degli anni, a persone che hanno collaborato con il Maestro o a estimatori della sua musica particolarmente illustri. Alcune di queste persone, come i registi Bernardo Bertolucci e Lina Wertmuller, sono addirittura morte nel tempo intercorso tra la loro intervista e l’uscita del film. Si conti poi la selezione che è stato necessario effettuare sull’immenso catalogo di film musicati da Morricone (ha lavorato a ben 500 colonne sonore), oltre che sulle sue composizioni estranee al mondo del cinema e alle canzoni arrangiate. Per non parlare poi dei progetti mai andati in porto, come la collaborazione con Kubrick per Arancia meccanica (silurata da Sergio Leone) o la colonna sonora per La Bibbia di Huston.

    Altro punto di difficoltà, nel maneggiare questa gran quantità di materiale, è stato il fatto che l’intenzione di Tornatore era quella di seguire l’ordine cronologico del racconto, in una costruzione che ci permette di seguire anche la parabola del nostro cinema e dei grandi registi che ne hanno fatto la storia. Il documentario diventa dunque, oltre che celebrazione del compositore, anche celebrazione dell’arte del cinema italiano, dei suoi giganti di ieri e di oggi, alcuni immortalati per sempre nelle immagini di questo film come, d’altronde, lo stesso Maestro Morricone. 

    Il tempo di lavorazione è stato tanto lungo che questo tributo si è trasformato, inaspettatamente, in un monumento post mortem che, tuttavia, non ci ricorda mai la scomparsa dell’artista a cui è dedicato: il decesso di Morricone resta forse il più grande non detto che aleggia su tutto il film. Piuttosto, Tornatore sembra voler eternare l’opera del Maestro: egli stesso ha ammesso di essere apparso molto poco nel documentario, nonostante abbia lavorato con Morricone per quasi trent’anni, proprio perché non voleva che diventasse un racconto del loro rapporto professionale. Che anche questa scelta di non chiudere il film con un epitaffio, com’è uso comune per i documentari biografici, sia dettata dalla stessa volontà di non allontanare il focus dalla sua storia? O che si tratti invece di un residuo della natura di questo progetto, cominciato quando il Maestro era ancora in vita? Difficile a dirsi. Resta il fatto che il pubblico, molto probabilmente, già sa, e che Tornatore ne è ben conscio: pur nella sua forma necessariamente ridotta, Ennio resta un’enorme bibbia sulla sua musica.

    Infatti, come affermato da Tornatore, ciò che gli interessava di più era “raccontare” la musica di Morricone. Ogni film che ha costituito una tappa fondamentale nella sua carriera diventa occasione per il compositore e per chi ha lavorato con lui di spiegare le sottigliezze e le vicende di un dato brano. Scopriamo così divertenti aneddoti, come l’odio di Morricone per l’arrangiamento di In ginocchio da te, o interessanti soluzioni, come l’inserimento nelle sue colonne sonore di estratti di musica classica, l’improvvisazione sulle immagini del film e l’uso di oggetti per l’arrangiamento di canzoni popolari come Il barattolo, o ancora la sua ispirazione a elementi del reale, ad esempio i cori del Sessantotto che hanno dato il La al tema di Sostiene Pereira

    Questo documentario è dunque l’ennesima (e definitiva) occasione per Morricone di rovesciare la vergogna, raccontataci nel film, provata nel “nascere” come compositore di musica classica sporcatosi nel comporre colonne sonore: raccontandoci la perizia tecnica del proprio mestiere e spiegandoci cosa si nasconde dietro le proprie composizioni il Maestro può riscattare la “vergogna” dell’essersi allontanato dalla musica “pura” e dimostrare come sia riuscito a elevare quella che fino ad allora era considerata musica di serie B. 

    Nonostante la durata, il film mantiene comunque un buon ritmo, soprattutto grazie alla quantità di storie raccontate – che riescono a ravvivare l’attenzione dell’appassionato – e al perfetto connubio della musica con le immagini mostrate su schermo. Poter sentire i più famosi brani di Morricone che riempiono la sala cinematografica è un’esperienza che certamente vale il prezzo del biglietto. Gli unici momenti in cui il film sembra dilungarsi troppo sono quelli in cui si susseguono le lodi per il Maestro che, seppur meritate, risultano come l’ennesima ripetizione. 

    Alcune trovate di montaggio appaiono poi ingenue, soprattutto l’uso esasperato e visibile della slow motion in alcune sequenze. Ma la solennità della messa in scena e del contesto è tale e tanta che la commozione sorge spontanea, e a un film di due ore e mezza così attentamente costruito si può senz’altro perdonare qualche secondo di slow motion di troppo o qualche sottotitolo non proprio aderente alla controparte inglese. 

    Ennio è un tributo sentito e intenso all’arte della musica per il cinema e al mestiere di un Maestro e, in definitiva, risulta come il suo più grande riscatto su se stesso e su un sistema che per troppo tempo ha sminuito i suoi lavori.

    Resta la curiosità per quelle ore e ore di girato che sono state scartate, per quel film che non è nel film, per quei personaggi che non abbiamo avuto modo di vedere e quelle storie che non abbiamo avuto modo di sentirci raccontare. Chissà che, in un futuro, Tornatore non rimetta mano ai suoi reperti, ora così potenzialmente preziosi, e ne tragga una qualche testimonianza scritta o una director’s cut

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  • MAESTRANZE – LOCATION MANAGER

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    Un ruolo significativamente importante per la scelta dei luoghi in cui effettuare le riprese di prodotti televisivi e cinematografici, così come di videoclip musicali o di spot pubblicitari, è quello del location managerCome si può evincere dal termine inglese, coloro che svolgono questa professione hanno il ruolo di trovare e gestire possibili location da cui far partire la fase centrale di lavorazione del prodotto, detta anche shooting.
    È un compito pieno di responsabilità, che prevede la collaborazione con i reparti di regia, sceneggiatura e scenografia, senza dimenticare il consenso e il parere della produzione stessa.

    La prima fase è quella di pre-parazione: durante questa fase il location manager discute con i reparti citati in precedenza circa i luoghi descritti nella sceneggiatura, le necessità del reparto regia rispetto alle riprese da effettuare e le eventuali modifiche scenografiche da apportare, nonché i costi che ne conseguiranno. É in questa fase che si imposta una prima bozza e un piano generale delle riprese.

    La seconda fase, tra le più importanti e difficili, consiste nella ricerca, una vera e propria attività di scouting, che deve tener conto all’epoca, delle ambientazioni ideali e allo stesso tempo di aspetti ambientalistici e stilistici del film o prodotto in questione.
    I location manager più noti e abbienti si avvalgono dell’aiuto di alcuni collaboratori durante questa fase, in quanto il raggio in cui operano sul territorio può essere molto ampio.

    Successivamente viene fatta una lista delle location più valide e conformi alle richieste o possibilità della produzione, e ha inizio la terza fase, ovvero quella dei sopralluoghi: una serie di incontri con i proprietari delle strutture o le amministrazioni pubbliche per verificare la loro idoneità, sotto differenti aspetti, stilando una lista con il numero di set da organizzare.

    Segue la preparazione effettiva che, a differenza della prima fase, non guarda il piano generale ma la stipulazione di contratti e concessioni con chi detiene i diritti di proprietà delle location, gli eventuali permessi con le forze dell’ordine e con enti o ministeri competenti in materia, nonché la risoluzione di problemi logistici quali strumentazioni tecniche o parcheggi per la troupe. A tal proposito viene effettuato un ultimo sopralluogo con tutti i capi reparto.

    Quando è tutto pronto, comincia la fase di ripresa, in cui il location manager continua il suo lavoro, svolgendo altre mansioni importantissime, come coordinare il traffico con le forze di polizia, procedere ai pagamenti delle location, vigilare sulla sicurezza interna dell’ambiente lavorativo e garantire un clima sereno e stimolante a tutte le maestranze. Questa risulta essere una delle fasi più stressanti in quanto il libero professionista deve avere occhi e orecchie dappertutto, non dando mai segnali di debolezza e mostrandosi sempre energico e attivo.

    Infine vi è la fase di ripristino: lasciare le location nelle stesse condizioni della fase antecedente le riprese, se non meglio. Pena eventuali risarcimenti e costi a cui dovranno far fronte la produzione e la compagnia assicurativa. Per questo impiego, non esistono veri e propri corsi di laurea specifici o accademie, occorrerebbe lavorare all’interno di qualche studio televisivo o cinematografico e seguire un vero e proprio mentore da cui apprendere tramite l’esperienza diretta sul campo. Sarebbe inoltre utile avere conoscenze di strategy plan ed event management, riguardo ai quali è possibile trovare moltissimi corsi online o libri/manuali su cui studiare.

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  • IL CINEMA E L’IDENTITÀ CULTURALE – TRE FILM A CONFRONTO

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    Al pari degli altri mezzi di espressione artistica, il cinema è ed è sempre stato uno strumento di rappresentazione del Sé, un modo per riflettere sulle dinamiche umane più intime, per conoscersi meglio e studiare il proprio modo di essere. Parallelamente a ciò, il mezzo cinematografico si è spesso speso nella narrazione di ciò che è esterno al Sé, che è Altro da noi, che sembra diverso e a tratti insondabile.

    La dicotomia inscindibile Io-L’Altro si presta a innumerevoli spunti interpretativi, ognuno dei quali balla sul filo di confini più o meno tangibili, da quelli psicologici a quelli geografici e culturali. Questa tematica chiama e si lega alla tematica dello diverso, figura declinata spesso nel personaggio dello Straniero e sono innumerevoli i film che si inseriscono a pieno titolo in questo filone, dalle più classiche messe in scena Disneyane (si pensi al classico Pocahontas, ma anche per certi versi a Tarzan e al più recente Luca), all’acclamato Avatar, fino a quello che è forse uno dei pilastri della trattazione tematica, Balla coi lupi.

    INCONTRI CULTURALI: SCHEMI INTERPRETATIVI ED ELEMENTI UNIVERSALI

    A metà 1900, nel saggio Lo straniero, il sociologo austiraco Alfred Schütz teorizzava che ciascuno di noi, nel suo agire, si basa su significati e valori condivisi con le persone che vivono nello stesso spazio e nello stesso tempo, costruendo quindi il mondo che ci circonda per mezzo di schemi interpretativi e significati appresi dal proprio gruppo di appartenenza. Chiunque provenga dall’esterno di questo gruppo, lo straniero appunto, non condivide gli stessi presupposti di base e fatica a orientarsi al suo interno.

    Tra i numerosi film che mostrano il processo di adattamento sociale che lo straniero è costretto a mettere in atto c’è sicuramente Anna and the King (Andy Tennant, 1999), terzo adattamento cinematografico del libro Anna and the King of Siam di Margaret Landon, che racconta la storia di un’istitutrice inglese (nel film Jodie Foster) che a metà del 1800 si reca in Siam per diventare l’insegnante di corte degli oltre 50 figli del re.  Catapultata  in un nuovo contesto culturale e imbrigliata dalla rigida etichetta di corte, Anna si trova a doversi scontrare con modelli interpretativi e significati che non le appartengono e che per lei sono non solo privi di valore ma spesso anche sbagliati. Al fascino e il fasto della corte Siamese, infatti, si accompagna un pacchetto di costumi e tradizioni così lontani dalla cultura di riferimento della giovane donna inglese da apparire barbari e incomprensibili. Le sue mappe cognitive (per usare la terminologia di A. Schütz), così ancorate ai modelli della società britannica, non le permettono di orientarsi in un Siam scosso da tensioni politiche e complotti internazionali e anzi la pongono spesso in situazioni imbarazzanti, se non in impasse diplomatici. 

    Allo stesso modo i figli del re – in particolare il giovanissimo erede al trono – tramite le lezioni della nuova insegnante vengono introdotti a una lingua (l’inglese) e a un insieme di schemi e significati culturali a tratti totalmente opposti a tutto quello che fino ad allora erano stati abituati a dare per scontato, a considerare giusto e indiscutibile a priori. Questo innestarsi di input culturali esterni genera sì spaesamento, ma nel film (in cui i fatti storici e politici non sono storicamente veri) viene mostrato come la base di un processo di trasformazione e apertura del sistema di governo del paese. 

    Altra pellicola emblematica per la rappresentazione del rapporto con l’Altro è District 9, sci-fi movie del 2009 diretto da Neill Blomkamp, che immagina un 2010 in cui centinaia di alieni si ritrovano da oltre vent’anni profughi nella città di Johannesburg, ammassati in un campo (il Distretto 9) e prossimi a essere trasferiti in un’altra zona lontana dalla città. Il film, che nasce con gli inusuali tratti del mockumentary, pone al centro del discorso interculturale quello che forse è l’Altro nel senso più assoluto che ci sia: il non umano, l’alieno. 

    In questo caso l’incontro con l’altro non porta ad alcuna possibilità di comprensione o conoscenza e anzi, allo straniero (l’alieno) vengono attribuiti di default i caratteri di inciviltà e  inferiorità. Soltanto con il progredire del film, quando il protagonista Wikus Van De Merw, incaricato di supervisionare il trasferimento del campo, si trova anch’egli costretto a vivere da profugo (se non da fuggitivo) all’interno del Distretto, l’interazione forzata con gli extraterrestri fa emergere ancor più che le differenze le somiglianze tra culture e origini apparentemente agli antipodi. Quella che doveva essere un’alleanza di comodo tra Wikus e l’alieno Christopher Johnson diventa, infatti, il pretesto per mostrare gli elementi universali condivisi a prescindere dalla cultura di appartenenza. Pregiudizi e speranze, diffidenza e fiducia, il bisogno di una comunità e l’amore genitoriale: tratti di vicinanza che vanno al di là delle differenze di cultura, linguaggio e specie, e che anzi sembrano conferire all’alieno, il non-umano, un’umanità di cui forse l’uomo stesso si dimostra a tratti carente. Un’iperbole narrativa forse non così azzardata.

    L’IBRIDISMO CULTURALE E LA DISTRUZIONE DELL’IDENTITÀ

    Altra tematica centrale all’interno di District 9 è senza dubbio quella della perdita di identità culturale. Wikus Van De Merw, espulso dal suo gruppo di appartenenza a causa di una metamorfosi fisica che lo sta portando ad assumere sembianze aliene, si trova non solo privato della sua identità fisica, ma anche della sua identità culturale (fatta di relazioni e senso di appartenenza) di origine. Wikus è un ibrido, una somma di identità diverse che non gli consente di identificarsi pienamente in nessuna comunità e che crea all’interno di entrambi i gruppi (umani e alieni) diffidenza e sospetto verso di lui.

    Il discorso sull’ibridismo culturale può essere ripreso, in maniera quasi analoga, in tutti quei casi di persone immigrate di seconda generazione.

    Tra i film che mostrano questa dinamica di confusione riguardo la propria identità, Come see the Paradise (Alan Parker, 1990) porta a esempio la storia di tutte quelle persone di origine giapponese che vivevano negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale. Nel raccontare la storia di una famiglia di origini nipponiche che, a seguito dell’attacco a Pearl Harbor, viene internata in un campo di prigionia insieme a migliaia di altri cittadini statunitensi di origini giapponesi, il film mostra una pagina di storia vera ma poco conosciuta e nonostante il focus prettamente romantico della storia, permette di conoscere il senso di profondo smarrimento di tutta una fascia di popolazione divisa tra due modelli culturali in un periodo storico in cui diventa per loro impossibile aggrapparsi all’identità americana e allo stesso tempo pericoloso riconoscersi in quella giapponese. Proprio come Wikus in District 9 viene buttato fuori dal suo gruppo di riferimento, anche qui i protagonisti della vicenda si ritrovano ad essere reietti nello stato in cui sono nati e cresciuti, privati della fiducia della nazione e additati come nemici interni, come traditori. La mancanza di una patria e di una nazionalità in cui riconoscersi si traduce nella perdita dei riferimenti identitari o, in altri casi, nella nascita di odi ed estremismi indotti dalle circostanze.

    I temi dell’incontro-scontro tra culture, delle dinamiche di gruppo e della relazione con l’Altro si prestano, come si è visto, a numerose trattazioni e interpretazioni da parte di diverse discipline e generi cinematografici. Dal dramma alla fantascienza, dallo storico all’animazione, non importa la prospettiva del racconto, in qualsiasi caso vedere e conoscere l’Altro è un modo per vedere meglio noi stessi, per riflettere sulle nostre storture e su quelle del nostro gruppo di riferimento principale.

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  • 3 FILM INGIUSTAMENTE SOTTOVALUTATI

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    Sottovalutare v. tr. [comp. di sotto- e valutare] – Considerare una persona o una cosa meno di quello che  effettivamente vale. 

    Nel discorso cinematografico contemporaneo le parole “sottovalutato” e “sopravvalutato”  vengono molto spesso utilizzate a sproposito per riflettere un’opinione soggettiva. L’errore in cui di norma si cade è quello di non specificare chi effettivamente sottostima o sovrastima il prodotto in questione: un film può, infatti, essere valutato in maniera fredda dalla critica specializzata, che magari si accanisce in maniera esagerata nei confronti di una pellicola; può venire ignorato dal pubblico che non riconosce un’opera di qualità che, dunque, floppa al botteghino; oppure può scivolare ai margini, se non sparire completamente, dal dibattito cinefilo sulle piattaforme web dedicate. 

    Laddove molte pellicole subiscono un trattamento simile a ragion veduta, ricevendo critiche negative su più fronti, è altrettanto vero però che esistono prodotti che vengono sottostimati da una o più parti in maniera ingiusta e che meriterebbero una rivalutazione, oppure una maggiore attenzione da parte dell’opinione cinefila.

    In questo articolo verranno presentati tre film di tre grandi registi che – secondo la soggettività di chi scrive – vengono, in qualche modo, sottostimati da critica, pubblico o dalla comunità web e che, appunto, meritano di essere riscoperti e rivalutati. 

    BLACKHAT (MICHAEL MANN, 2015)

    Michael Mann è, senza dubbio, uno dei cineasti più importanti degli ultimi 40 anni, avendo al proprio attivo una filmografia che comprende pellicole incredibili come Collateral, Insider e Strade Violente, oltre che un capolavoro indiscusso della storia del cinema come Heat – La Sfida

    Nonostante ciò Blackhat, ultimo lavoro del regista, datato 2015, è stato un flop su tutti i fronti: in primis ha fatto segnare una perdita economica disastrosa, con un passivo di circa 50 milioni di dollari a fronte di un budget di 70, denotando un generale disinteresse del pubblico nei confronti del film. Oltre a questo primo fattore, la critica specializzata ha riservato opinioni molto contrastanti all’uscita, per poi stabilizzarsi su valutazioni generalmente sotto la sufficienza (come testimonia il Metascore del film, fermo a 51 punti su 100), visione confermata anche dal web, dove il film è ormai uscito dal dibattito e viene considerato il meno riuscito di Mann (5,5/10 su IMDb; 2,9/5 su Letterboxd).

    Viene spontaneo chiedersi, dunque, se questa pellicola sia veramente così anonima e zoppicante e se il flop totale sia coerente con la qualità del prodotto. 

    La risposta, a parere di chi scrive, è no: Blackhat è un’opera che non è chiaramente esente da difetti – su tutti forse qualche lungaggine nella seconda metà – ma che mette in scena un’analisi socio-politica molto interessante di una contemporaneità iper-digitalizzata nella quale, ormai, le minacce sono spesso invisibili e si nascondono nel sottobosco informatico più oscuro e profondo. 

    Sarebbe sufficiente la bellissima scena iniziale in cui la macchina da presa “entra” all’interno di un circuito elettronico al ritmo di una squadra militare d’assalto per comprendere la riflessione di Mann intorno alla nuova guerriglia digitale del Terzo Millennio: in Blackhat i codici prendono il posto dei carri armati, i dati rimpiazzano i fucili (tranne per qualche rara scena) e i software diventano pericolosi come cacciabombardieri. 

    Oltre a questo elemento, già di per sé riuscitissimo, il regista allarga la questione a un contesto umano per parlare della sovrapposizione fra fisico e digitale, dell’incorporeità dell’essere umano nella società contemporanea. In questo senso è significativa la figura del cyber-terrorista a cui i protagonisti danno la caccia: egli, infatti, per quasi due ore di film appare soltanto sotto forma di messaggi digitali, di indirizzi IP, di conti bancari online, senza mai palesarsi fisicamente, restando una minaccia eterea, contemporaneamente onnipresente ed evanescente. Emblematica in questa lettura è la meravigliosa resa dei conti finale, la quale – in maniera ironica e geniale – avviene con un corpo a corpo serratissimo e “analogico”, in cui il dialogo tra i protagonisti risulta esemplificativo dell’intero ragionamento tematico del film. 

    Per concludere, oltre a questa complessità di fondo, la pellicola è notevole anche per la messa in scena tipicamente manniana, con scene d’azione strabilianti e contesti metropolitani fotografati e inquadrati come solo il regista di Chicago sa fare. 

    Un film, alla fine dei conti, ingiustamente sottovalutato, che merita di essere riscoperto e apprezzato per la sua bellezza visiva, oltre che per lo sguardo consapevole e maturo sulla contemporaneità, che lo rende – forse – il primo vero cyber-war movie.  

    MILLENNIUM – UOMINI CHE ODIANO LE DONNE (DAVID FINCHER, 2011)

    Se per film come Blackhat si parla di prodotti considerati mediocri, ma che in realtà hanno qualcosa di molto più interessante da dire di quanto appaia, esistono anche pellicole che ricevono il plauso della critica, ma che, nonostante ciò, vengono considerate dalla comunità cinefila come opere minori di grandi registi, come questo Millennium – Uomini che odiano le donne.

    Nonostante, infatti, una buona ricezione del pubblico – con incassi che hanno più che raddoppiato il budget di partenza – e un responso critico decisamente positivo, con una valutazione media che supera largamente la sufficienza abbondante (Metascore 71), dopo dieci anni dall’uscita nelle sale, questo film sembra non aver attecchito nel cuore degli appassionati, i quali molto spesso lo relegano tra le opere minori di Fincher. 

    Bisogna, ovviamente, riconoscere come il regista di Denver abbia firmato opere decisamente più cult e influenti, come Fight Club o Seven, ma al netto di ciò, è corretto considerare questa pellicola del 2011 come un prodotto dimenticabile della sua carriera? 

    Un’altra volta, la risposta è no: Uomini che odiano le donne è un’opera che vive dello stile cinematografico di Fincher in ogni inquadratura e che è perfettamente in linea con i prodotti più conosciuti della filmografia del regista. 

    Innanzitutto, il film è un tetrissimo thriller con ampie influenze noir, che sorprende grazie a una sceneggiatura di ferro, avvincente e intricata, oltre che a un ritmo narrativo perfettamente calibrato. Tutta la parte centrale dedicata all’investigazione è magistrale ed è gestita da Fincher con una sapienza incredibile: i tempi sono sempre quelli giusti, il lento svelarsi del mistero è molto affascinante e tiene lo spettatore incollato allo schermo nonostante il corposo minutaggio, fino ad arrivare all’efficacissimo e inaspettato colpo di scena finale, messo in scena dal regista in maniera notevolissima. 

    Oltre a ciò, lo stile visivo di Fincher trova in questo film una delle sue massime espressioni: la regia è glaciale e chirurgica; il montaggio (giustamente premiato agli Oscar del 2012) è semplicemente perfetto in ogni momento e riesce – da solo – a creare picchi di tensione altissimi; la fotografia (anch’essa candidata agli Oscar) gioca principalmente con i gialli, creando ambienti sporchi, quasi pastosi, che trasmettono il peso delle situazioni raccontate, oltre che con i toni freddi del grigio e dell’azzurro per le scene in esterna, come a sottolineare la freddezza morale del luogo in cui si svolge l’azione; per non parlare poi della colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, vero e proprio gioiellino dei due fidati collaboratori di Fincher. 

    Nonostante, quindi, questo film si renda notevole sia per l’efficace narrazione di un racconto violentissimo e crudissimo, fatto di ossessioni e di abusi, sia per un comparto tecnico decisamente al pari delle opere più famose del regista, ciò che veramente ruba la scena sono le interpretazioni degli attori, tra le quali un Daniel Craig che dimostra di essere un grande interprete e di poter dare moltissimo anche svestendo i panni di 007;  uno Stellan Skarsgard in parte – perfettamente a suo agio in un ruolo ambiguo e malevolo – e una Rooney Mara strepitosa, nella prova più importante della sua carriera, che veste i panni della vera protagonista della storia, ovvero Lisbeth Salander, un personaggio decisamente complesso ed estremo, reso con una maturità attoriale totale. 

    Una pellicola che ha, dunque, numerosissimi elementi interessanti e che, ancora una volta, meriterebbe più rilievo di quello che ha al momento, un’opera che dovrebbe essere riconosciuta, se non come una delle più importanti a livello di impatto culturale e cinematografico,  come una delle migliori pellicole del regista sul piano puramente filmico. 

    FUGA DA LOS ANGELES (JOHN CARPENTER, 1996)

    Per chiudere questo articolo, un film universalmente sottovalutato, non compreso da pubblico, critica e appassionati, ovvero Fuga da Los Angeles del grandissimo John Carpenter

    Pellicola che è, di fatto, un remake spacciato come sequel del capolavoro del regista, Fuga da New York (1981), e che ne riprende dinamiche narrative, critiche sociali e linguaggio visivo, allargando però in maniera geniale lo sguardo carpenteriano sulla realtà dell’epoca. 

    Proprio per questo motivo, forse, all’uscita il film non fu capito, portando a un flop clamoroso con incassi che non coprirono nemmeno la metà del budget, venendo stroncato dalla critica e condannando Carpenter al definitivo ostracismo di Hollywood e degli addetti ai lavori. 

    Nonostante negli ultimi anni la filmografia del regista sia stata fortemente rivalutata e riconosciuta come una delle più importanti della storia del cinema, questo Fuga da Los Angeles continua a essere considerato una pellicola di serie B, un prodotto quasi trash e poco ispirato, che copia il fratello maggiore newyorkese in una malriuscita operazione commerciale. 

    Se però, perfino lo stesso Carpenter dichiara di preferire questo film rispetto al predecessore, vedendolo come un progetto più ricco e maturo, perché Fuga da Los Angeles viene così largamente sottovalutato ancora oggi? 

    A prima vista quest’opera può effettivamente sembrare banale e addirittura pigramente messa in scena in termini visivi, ma se si guarda con più attenzione e si considerano le intenzioni carpenteriane dietro al progetto, ci si accorge facilmente della critica geniale che il regista muove verso il sistema hollywoodiano degli anni ’90: in primis la scelta di Los Angeles come prigione a cielo aperto è estremamente significativa, laddove in Fuga da New York, infatti, la città criminale era metafora della critica allo stile di vita Yuppie degli anni Ottanta, qui Carpenter applica lo stesso paradigma per spostare la sua satira pungente sul mondo del cinema e sullo star-system.

    Ecco allora che Snake Plissken, già protagonista iconico del film precedente, si trova ad incontrare personaggi sfigurati dipendenti dalla chirurgia estetica, imprenditori improvvisati e truffatori, ragazzine appena adolescenti iper-sessualizzate, senza dimenticare ovviamente la sede della Universal sommersa e la famosissima scritta HOLLYWOOD in fiamme. Un contesto estremamente grottesco, dunque, che ha fatto storcere il naso a molti, ma che è di fatto una rappresentazione lucida e palese del pensiero di un Carpenter ormai ai margini dell’industria dopo una serie di flop, dovuti in parte anche all’avvento del cinema muscolare americano a partire dagli anni ’80. Filone contro il quale il regista si scaglia con forza, realizzando scene d’azione con effetti digitali volutamente malfatti, come la famosissima e geniale scena del surf o l’arrivo in sottomarino di Plissken a L.A., in cui Kurt Russel pilota il mezzo tramite un joystick palesemente giocattolo, con l’obiettivo di ridicolizzare e prendere di mira l’uso ormai intensivo della nascente C.G.I.

    A questo interessante discorso quasi metacinematografico, Carpenter accompagna un sottotesto politico e sociale fortemente critico verso l’America del tempo – elemento caratteristico di tutta la sua produzione – dipinta come uno stato fascista e reazionario, xenofobo e bigotto, fino a un epilogo di un pessimismo disarmante, pieno di nichilismo e sfiducia verso il sistema statunitense. 

    Un film, quindi, carpenteriano fino al midollo, che fa dell’ironia, del grottesco e della satira i suoi punti di forza maggiori, un’opera coraggiosa, probabilmente troppo avanti rispetto ai tempi in cui uscì e che, ancora oggi, ha qualcosa da dare agli spettatori più attenti e che amano il grande cinema del Maestro.

    Proprio come quell’altro capolavoro incompreso di Grosso Guaio a Chinatown, ma questa è un’altra storia….

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  • RECENSIONE TRE SORELLE DI ENRICO VANZINA – ROM-COM AL SAPORE DI MARE

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    TUTTE LE DONNE D(E)I VANZINA 

    Il fitto e variegato universo cinematografico di Carlo ed Enrico Vanzina è popolato da sempre dalle turbolente vicende esistenziali di figure femminili indipendenti, inquiete e anticonformiste, in bilico tra slanci identitari e il rifugio dentro tic e stereotipi borghesi: dalla galleria dei nuovi costumi della donna moderna radiografati sullo sfondo della tentacolare Milano da bere degli anni ’80 (Via Montenapoleone (1986), I miei primi 40 anni (1987), Le finte bionde (1989), le incursioni nel torbido giallo-noir di Mystère (1983) e del fashion film-thriller Sotto il vestito niente (1985), fino alla prima reunion pop di un cast all-female in Quello che le ragazze non dicono (2000). Orfano dall’estate 2018 del compianto fratello Carlo, dopo aver sceneggiato, per Netflix, Natale a 5 stelle (2018) e Sotto il sole di Riccione (2020), e dopo aver esordito alla regia dell’instant (Covid)movie Lockdown all’italiana (2020), Enrico Vanzina con Tre Sorelle (dal 27 gennaio su Prime Video) riprende le fila di un nuovo discorso amoroso contemporaneo, adottando il registro lieve e vagamente canzonatorio della commedia sentimentale di gruppo al femminile. Al centro della vicenda, le tre sorelle Vigorelli del titolo – stesso padre, madri diverse -, rimaste disgraziatamente sole alla vigilia della partenza agostana per le vacanze (siamo nell’estate del 2019, in clima spensieratamente pre-pandemico), dunque radunatesi in una villa al Circeo per farsi compagnia e ritrovare se stesse: sono la raffinata benestante Marina (Serena Autieri), abbandonata dal consorte chirurgo sorpreso in effusioni con un altro uomo; la scatenata Sabrina (Giulia Bevilacqua), impenitente divoratrice di uomini col vizio di bere pesante, lasciata dal marito avvocato stufo dei continui tradimenti; e la procace, nevrotica e altezzosa Caterina (Chiara Francini), che si dà grandi arie del suo lavoro nel cinema ma da troppi anni “non batte chiodo” con un partner. A cui si aggregano la giovane massaggiatrice venezuelana Lorena (Rocío Muñoz Morales) e l’aitante scrittore di frivoli romanzetti Antonio Russo (Fabio Troiano), vicino di casa che porterà ulteriore scompiglio nei rapporti tra le donne. 

    MARINA E LE SUE SORELLE 

    Come padre nobile e lontana parente della storia delle sorelle Vigorelli, figlie ed eredi – nella finzione – delle spensierate tresche interclassiste del periodo Dolce Vita (vedi il brizzolato genitore trigamo Luca Ward, concierge playboy che dissemina mogli-amanti per tutti gli hotel Excelsior d’Italia), Vanzina ha in mente una certa brillante e malinconica commedia esistenziale alleniana, aggiornata alle trame chick lit, a pruriti e innocue scaramucce da soap opera in vetrina extralusso e alla mondana liquidità amorosa di un Sex and the City in trasferta al Circeo. Filtrata tra il girotondo di incroci intorno allo stesso uomo di Hannah e le sue sorelle, 1986 (con Troiano che cita Oscar Wilde a caso per sedurre, al posto delle poesie di Cummings portate in palmo da Michael Caine), e il terapeutico ritiro nella villa al mare di un Interiors (1978) spurio e depurato di gravitas e cupezza bergmaniane, per offrirsi come luminoso e rivitalizzante posto al sole per il rehab dei piaceri e una ritrovata joie de vivre. Parole d’ordine: divertire, commuovere, emozionare, come detto dallo stesso Vanzina. Tra voce over e magnifica presenza del manzo alfa Ward, che apre il racconto scansando Čechov e citando Tolstoj («Tutte le famiglie felici si somigliano. Ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo») e lo chiude con meta-orazione cerimoniale («Potrebbe quasi essere un happy end»), e personaggi che commentano guardando in macchina come un coro greco dialettale, le avventure procedono sui collaudati schemi dell’inversione scambistica e dell’equivoco sulla persona. Con la Marina-Cenerentola di Serena Autieri, fine e austera signora ultraborghese, «regina delle stronze» riconvertita in ciociara a servizio, che riaccende la passione dello scrittore per il mito del femminino mediterraneo della Loren e della Vitti. 

    VANZINA CINEMATIC UNIVERSE

    In filigrana c’è infatti, come sempre in Vanzina, l’affettuoso omaggio e l’orgogliosa rivendicazione del cinema italiano popolare, e dei suoi caratteristi storici (il Bombolo difeso da Sabrina), contro l’affettazione snobistica dell’autorialismo blasé che ha sempre schifato i V Bros. Il ricco corredo di cinefilia dispensata a piene mani, nel serbatoio di citazioni che da sempre nutre immaginari e repertorio vanziniano, non si fa qui vera materia d’azione e costruzione narrativa, limitandosi a un fuoco di fila – un filo isterico – di riferimenti a passato e presente dello showbiz, snocciolati a ripetizione come barzellette dalla costumista-chic, con pedigree aristocratico, interpretata da Chiara Francini, forse il personaggio sopra le righe più riuscito, che qua e là riesce a strappare qualche risata: come in ospedale a fianco dell’anziana spaesata che ignora Ivory, Wes Anderson e Milena Canonero, e che al cinema ci andava solo per i fastosi e rimpianti Natali di Boldi e De Sica. Per stare in tema, già da antologia dello scult Massimiliano Rosolino nel minuscolo ruolo del marinaio seduttore che si finge ricco signore sullo yacht, come in ogni mascherata vanziniana che si rispetti.

    SESSOMATTO E MATRIMONI (ALL’ITALIANA)

    Tra fughe escapiste e ritorni di fiamma, scappatelle in barca, cocktail dai nomi e colori improbabili, cene in terrazza e passeggiate sul corso, lo scrittore-socialite Enrico Vanzina è a suo agio nel tratteggio dei ritratti femminili sofisticati e disinvolti, appena incrinati da un velo di sofferenza e da un male di vivere inevitabilmente passeggero. Liti, equivoci, piccoli segreti e grandi confessioni in confezione da rassicurante fiction generalista, da salotto inclusivo e accogliente, soffuso in piena e piatta luce calda (come vuole la destinazione su piattaforma), con appena qualche barlume critico di coscienza sociale (il breve monologo della Muñoz Morales, un po’ maldestro, sulle condizioni dei lavoranti stranieri). Tuttavia, al netto del simpatico brio e della non disprezzabile alchimia tra le protagoniste, la volontà di attualizzare l’eterna battaglia dei sessi in senso più fluido e meno binario possibile, in (libera) uscita da stereotipi coniugali e affettivi dell’universo-donna, si fonda, semplicemente, sull’assunto di opporre alla serialità compulsiva e infantile del maschio fedifrago col radar sessuale sempre in funzione (un divertito Fabio Troiano che gioca al vacuo scrittore-narciso da salotto TV), uno speculare, parimenti ostinato e irrefrenabile female gaze che accumula, moltiplica e incrocia le occasioni di promiscuità. Pari e patta. Con finale rigurgito di uno stonato conservatorismo familista di ritorno, che rinsalda rapporti, sorellanze e legami generazionali in un assurdo matrimonio riparatore completamente intempestivo e avulso dalle storylines fin lì dipanate. A un certo punto, nel profluvio di note letterarie a piè di dialogo, si evoca addirittura Pirandello: «Un romanzo o lo si vive o lo si scrive», con annessa incertezza interpretativa («…che poi non ho mai capito che voglia dire», ammette Troiano). Un po’ lo stesso dubbio che coglie al termine della visione di Tre sorelle: se suoni tutto come un feel good movie troppo lezioso e imbellettato per risultare davvero empatico e credibile, o se talvolta sia proprio questa veracità popolare del cinema vanziniano, coi suoi cliché immarcescibili da pochade ammodernata e rom-com rosè, a vivificare spudoratamente una stucchevole realtà “da film”, per cui è meglio abbandonarsi al flusso imprevisto dei sentimenti e delle emozioni al calduccio dello schermo di casa. Così è, se vi piace… Tre Sorelle è disponibile gratuitamente in streaming su Amazon Prime Video dal 27 Gennaio 2022 

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