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  • RECENSIONE GOMORRA 5 – LA FINE DI UN’ERA

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    Il 17 Dicembre è andato in onda su Sky il finale di serie di Gomorra – La serie, che sancisce, al tempo stesso, il finale definitivo di un’epopea iniziata nel 2006 con la pubblicazione del romanzo “Gomorra” di Roberto Saviano, che ha poi portato alla nascita prima di un film omonimo diretto da Matteo Garrone e successivamente alla serie tv prodotta da Sky e Cattleya di cui discutiamo qui la stagione finale, con protagonisti gli ormai iconici Genny Savastano e Ciro Di Marzio, interpretati rispettivamente da Salvatore Esposito e Marco D’Amore, con quest’ultimo che si destreggia sia nel ruolo di attore sia nella regia alternandosi al veterano della serie Claudio Cupellini.

    Le vicende si aprono con una sequenza di arresti uno dietro l’altro, dimostrando fin da subito lo stato di decadenza in cui troveremo la criminalità organizzata per tutto il corso della stagione. Genny, aiutato da ‘O Maestrale ed altri nuovi volti, procede ad eliminare i suoi avversari cercando di non attirare su di sé le mire dei procuratori, finché scopre che il vecchio amico Ciro, da lui creduto morto, è vivo e si trova a Riga. Tra sentimenti di tradimento ed odio il rapporto tra i due si sgretola, portandoli ad una guerra civile che avrà poi luogo nei quartieri di Secondigliano, lì dove tutto è cominciato.

    Risulta quasi inutile sottolineare la cura con cui i due protagonisti ed avversari siano stati scritti per questo epilogo. Una perfetta chiusura di un arco narrativo aperto ormai otto anni fa, fatto di amicizia, amore, fratellanza, tristezza ed odio che si conclude perfettamente in un finale da molti sicuramente immaginato, ma che, probabilmente, lascerà basita la maggior parte degli spettatori e degli appassionati. 

    Ma forse ancora meglio dei protagonisti (con le dovute limitazioni) sono i personaggi secondari. Contando i pochi superstiti dalla scorsa stagione, come i restanti Levante, Capaccio o la ormai risicata banda di Sangue Blu, e presentando qualche grande ritorno, la maggior parte dei comprimari sono volti nuovi, su cui campeggiano il già citato ‘O Maestrale (Domenico Borrelli), nuovo fedele braccio destro di Genny e boss di Ponticelli assieme alla moglie Luciana (Tania Garribba); ‘O Munaciello (Carmine Paternoster), uno dei capi piazza di Secondigliano, che si dimostra estremamente intelligente ed un abile manipolatore, ed infine ‘O Galantommo (Antonio Ferrante) e la moglie Nunzia (Nunzia Schiano), anziani boss di un paese sulle pendici del Vesuvio che, come reso chiaro dal nome di lui, hanno basato tutta la loro “carriera” sul rispetto della parola data. Volti nuovi che già da subito riescono ad attirare l’attenzione e l’amore (se così si può definire) dello spettatore, grazie all’unione, ancora una volta, di un’ottima caratterizzazione in grado di renderli simili ma al tempo stesso estremamente diversi tra loro e di un’interpretazione eccellente. Unico neo della sceneggiatura risulta in una (forse) eccessiva velocità che la trama prende sul finale, portando tutti gli archi narrativi verso una conclusione che, nonostante sia soddisfacente, potrebbe apparire a tratti confusionaria.

    Come per le stagioni precedenti, anche qui la produzione si dimostra essere a livelli altissimi, con scenografie, musiche, costumi, effetti visivi ed effetti speciali estremamente curati, il tutto accompagnato da un’ottima regia sempre calzante e che riesce a costruire adeguatamente momenti di pathos e tensione. Anche la rappresentazione della morte, ormai marchio di fabbrica della serie, nonostante il rischio di diventare eccessiva o macchiettistica, risulta al contrario sempre veritiera.

    Dulcis in fundo, non si può non nominare la recitazione di D’Amore ed Esposito. Se infatti il primo si dimostrava già un ottimo attore sin dagli inizi e si mantiene su alti livelli fino alla fine, è il secondo dei due la vera sorpresa. Visionando le sue prime scene e facendo un fast travel fino a questa stagione, risulta palese come le doti recitative di Salvatore Esposito siano migliorate a vista d’occhio, riuscendo a donare al personaggio di Genny una mimica facciale caratteristica ma mai stereotipata, raggiungendo proprio nell’ultimo episodio i momenti migliori del personaggio.

    CONCLUSIONI

    Dopo otto anni anche Gomorra – La serie ha raggiunto la sua fine. Un viaggio lungo e tutt’altro che semplice, che culmina in una quinta stagione baluardo di tutto ciò che di buono era stato fatto in precedenza. Che si tratti di volti noti o nuove facce, ci si ritrova a seguire le vicende di personaggi scritti con grandissima cura ed interpretati magistralmente dai loro interpreti. Alti standard sono anche quelli mantenuti per il lato tecnico, con una regia, musiche e scenografie curatissime. Nonostante una leggera velocità nel chiudere il tutto, questa quinta stagione dona ai fan il finale perfetto che faticosamente ci si è meritati.

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  • IL NATALE AL CINEMA

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    Ogni anno nel periodo natalizio si incrociano film cult ormai diventati un appuntamento fisso e nuovi film che raccontano in maniera sempre inedita questo magico periodo dell’anno, ma qual è stato il primo film natalizio di sempre?

    I PRIMI FILM NATALIZI DELLA STORIA

    Il primo film dedicato al Natale fu Santa Claus e risale al 1898. Fu opera di George Albert Smith e dell’omonima casa di produzione, che ha realizzato un cortometraggio di un minuto e diciassette in cui i bambini (interpretati dai figli del regista Dorothy e Harold), una volta messi a letto dalla governante (interpretata dalla moglie, Laura Beyley), ricevono la visita di Babbo Natale che scende per il camino e lascia dei regali ai piccoli.  Oltre ad essere il primo film dedicato al cinema, detiene un altro primato: è il primo cortometraggio in cui due azioni si svolgono in una sola inquadratura in contemporanea.

    Nel 1908, una pellicola muta di 15 minuti propone il primo adattamento cinematografico di A Christmas Carol (1843), il celebre romanzo di Dickens. Purtroppo ad oggi la pellicola è andata perduta e il nome del regista non è stato riportato. Ad ogni modo, numerosissimi adattamenti si sono succeduti. Tra questi, il film del 1971 di Richard Williams vinse persino il Premio Oscar come Miglior cortometraggio d’animazione nel 1972. Il più recente è la biopic su Dickens L’uomo che inventò il Natale (Bharat Nalluri, 2019), che racconta come l’autore, dopo il fallimento dei suoi ultimi tre libri, rilancia la sua carriera grazie all’opera A Christmas Carol. L’adattamento ad oggi più celebre è senza dubbio il film diretto da Robert Zemeckis (2009) con Jim Carrey nei panni dello scorbutico Ebezener Scrooge e Colin Firth nei panni del nipote Fred Scrooge.

    Nella seconda metà del ‘900 la produzione di film a tema natalizio conosce un incremento nella cinematografia sia statunitense sia italiana. La vita è meravigliosa (1946) è un capolavoro della storia del cinema e un’intramontabile pellicola natalizia firmata Frank Capra. Si tratta di uno dei film di Natale più visto in America e nel mondo. Inoltre, nel 1998 una giuria di accreditati esperti lo ha inserito all’undicesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi. Il protagonista George Bailey, un uomo estremamente generoso che tira avanti servendo gli altri e trascurando se stesso, la vigilia di Natale decide di togliersi la vita quel giorno a causa del susseguirsi di eventi funesti. Grazie a Clarence, un angelo di Natale mandato dalla Provvidenza Divina per dissuaderlo dall’insano gesto, gli mostra come sarebbe stata la vita dei suoi cari se lui non fosse mai nato. Acquisisce così la preziosa consapevolezza che la vita di ognuno confina con la vita di tanti altri e se non ci fosse creerebbe un vuoto terribile.

    «Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.»  (La vita è meravigliosa)

    PANORAMA ITALIANO

    Anche il cinema italiano non ha affatto trascurato il tema, anzi si registra una produzione piuttosto prolifica sin dagli anni ’30, quando Eduardo De Filippo fu tra i primi a cogliere le emozioni che queste feste sono in grado di suscitare nel cuore della gente. Nasce così Natale in casa Cupiello (1931), un’opera teatrale tragicomica che verrà riproposta nel 1962 in una trasposizione della Rai. 

    L’anno successivo, Pietro Francisci propone una rappresentazione del Natale italiano in Natale al campo 119 (1947). La storia viene ambientata nel 1945, quando gli italiani erano ancora internati nei campi statunitensi e in racconti intrisi di nostalgia evocano i momenti trascorsi con i propri cari. Successivamente l’attenzione si sposta verso il lato vacanziero e consumistico e nel 1958 arriva l’antenato dei “cinepanettoni” dei nostri giorni: Vacanze d’Inverno (Camillo Mastrocinque). Con Alberto Sordi e Vittorio De Sica, il film racconta le avventure di personaggi bizzarri nella località sciistica di Cortina d’Ampezzo. 

    DAGLI ANNI ’40 AD OGGI

    Con il passare degli anni l’attenzione si rivolge sempre di più ai bambini, che d’altronde sono i veri protagonisti del Natale e i film vogliono portare loro gioia durante le feste (e perché no, anche un po’ di spensieratezza agli adulti).

    Miracolo nella 34ª strada (Les Mayfield, 1994), remake dell’omonimo film del 1947 di George Seaton, è considerato il film di Natale per eccellenza. Racconta la storia di un maturo signore che viene ingaggiato per impersonare Babbo Natale, con la particolarità che si immedesima talmente tanto da convincersi di esserlo davvero. La prima versione del 1947 esce dopo poco tempo dalla fine della Seconda guerra mondiale e la sua forza risiede nell’aver saputo mettere in scena una vita fuori dallo spettro della guerra, l’american way of life tanto desiderato dalla gente. A ciò, Seaton aggiunge la speranza che Babbo Natale davvero esista.

    Nel 1966 arriva il primo adattamento televisivo animato de Il Grinch (1957) del Dr. Seuss: Il Grinch e la favola del Natale!. Un burbero personaggio con un cuore “di due taglie più piccolo” che, stufo di questa festa, decide di travestirsi da Babbo Natale e rubare il Natale. Nonostante avesse rubato dalle case le decorazioni, i regali e il cibo, non sente grida di disperazione come si sarebbe aspettato; è allora che capisce che il vero senso della festa prescinde dai beni materiali. Ad oggi la versione più celebre è il film diretto da Ron Howard (2000) e con Jim Carrey nel ruolo del Grinch. Dietro Mamma, ho perso l’aereo (1990), il secondo film natalizio con il maggiore incasso di tutti i tempi, finché entrambi non sono stati superati nel 2018 dal terzo adattamento cinematografico de Il Grinch (Yarrow Cheney e Scott Mosier).

    Dagli anni Settanta in poi, la proliferazione di film a tema natalizio è piuttosto abbondante. Un titolo che riproposto immancabilmente è Una poltrona per due (John Landis, 1983), una commedia in cui il regista critica un capitalismo privo di scrupoli. Laura Casarotto (direttrice di Italia 1) spiega che il film è riuscito a diventare un appuntamento fisso e rassicurante perché ai bambini si parla di Babbo Natale e, allo stesso tempo, gli adulti hanno la loro storia comica (ma con delle celate riflessioni sociali). 

    Non è Natale senza Mamma, ho perso l’aereo (1990): uno dei film natalizi più amato dagli italiani. Il piccolo Kevin viene accidentalmente lasciato a casa mentre il resto della famiglia pare per Parigi; da solo Kevin dovrà proteggere la casa dall’attacco dei malviventi Harry Lime e Marv Merchants. 

    Al 1994 risale l’ultimo film della coppia Bud Spencer e Terence Hill: Botte di Natale (Terence Hill). Si tratta di un revival del fortunato filone del Western all’Italiana. Purtroppo il film fu un fiasco e il progetto di un possibile ritorno della coppia venne accantonato. Il che era prevedibile, poiché l’era dei grandi incassi cinematografici della coppia erano terminati da diversi anni.

    Nel corso degli anni non sono mancati anche film natalizi sui generis e meno tradizionalisti. È il caso di Gremlins (Joe Dante, 1984), una commedia fantastica con delle venature horror in cui Rand Peltzer, mentre è alla ricerca di un regalo di Natale per il figlio, si imbatte in una strana creatura, un animaletto capace di pronunciare alcune parole. Quando però le istruzioni non vengono rispettate e questo viene infastidito, dal suo corpo nascono altri piccoli animaletti pericolosi ed aggressivi che daranno filo da torcere a tutta la città. Sul versante opposto troviamo anche la versione più ammiccante nel Tv movie Santa Baby (Ron Underwood, 2006), in cui la figlia di Babbo Natale sostituisce il papà che si ammala in prossimità delle feste.

    CONCLUSIONI

    Si conclude qui il nostro percorso alla scoperta dell’evoluzione del tema natalizio nel cinema. Tra flop e grandi successi, la produzione negli anni è diventata sempre più abbondante e variegata. Molti film sono di diritto diventati dei cult che, anno dopo anno, non ci stancheremo mai di riguardare.

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  • RECENSIONE DIABOLIK – UN CINECOMIC ATIPICO

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    Approda finalmente al cinema uno dei film italiani più attesi dell’anno, la seconda pellicola ad alto budget dopo il recente e bellissimo Freaks Out di Gabriele Mainetti. I Manetti Bros, dopo il successo di pubblico e critica della loro opera Ammore e malavita (2017), continuano il loro percorso artistico volto a realizzare e incentivare – insieme alla loro casa di produzione Mompracem – il cinema di genere in Italia, realizzandolo in maniera personale e senza compromessi. In questa occasione accettano la sfida di adattare il fumetto Diabolik, creato dalle sorelle Giussani e già portato sul grande schermo in versione pop dal grande Mario Bava, in particolare il terzo albo della serie originale, L’arresto di Diabolik.

    Il film è ambientato nello stato immaginario di Clearville, alla fine anni degli ’60. Dopo aver messo a segno un altro colpo, Diabolik riesce a sfuggire alla polizia dopo un inseguimento. L’ispettore Ginko, con la sua squadra, sta facendo di tutto per prenderlo ma fino a questo momento i suoi tentativi sono andati a vuoto. Intanto in città è arrivata Eva Kant, una ricca ereditiera che ha con sé un diamante rosa, un gioiello dal valore inestimabile.

    Il prologo si apre con l’inseguimento di Diabolik da parte di Ginko, messo in scena in maniera efficace, a tratti come uno spot pubblicitario dedicato alla mitica Jaguar del criminale, sulle note della canzone La profondità degli abissi scritta appositamente per il film da Manuel Agnelli. Dopo questo dinamico inizio il film adotta un ritmo decisamente più pacato, in cui ci vengono introdotti i vari personaggi. Al Diabolik di Luca Marinelli e al Ginko del bravo Valerio Mastandrea si unisce un parterre di attori feticci dei Manetti, da un non troppo convincente Alessandro Roia a un’ottima e disperata Serena Rossi fino a uno spassoso cameo di Claudia Gerini, oltre alla gemma dell’intera pellicola nonché vera protagonista del film, la Eva Kant di Miriam Leone. Il film ruota interamente attorno all’incontro tra il super criminale e la ricca ereditiera, ed è quest’ultima che, oltre ad avere in totale un maggiore screen time, ha una vera evoluzione durante l’intera pellicola. I Manetti in ogni inquadratura cercano di risaltare la bellezza del personaggio e il suo fascino, nonché la sua intelligenza e intraprendenza, doti che la rendono la perfetta partner del supercriminale.

    I Manetti Bros nell’approcciarsi a questo film adottano un’estetica molto precisa e decisamente anticommerciale, decidendo di catapultare lo spettatore direttamente in un fumetto degli anni ‘60 ambientato in città perfette e sospese nel tempo. La recitazione a tratti teatrale dei personaggi, i dialoghi irrealistici, i silenzi, tutto è realizzato in funzione di questa precisa estetica retrò, un vintage che è estremamente raro vedere in un film di oggi e che difficilmente verrà apprezzato dalle giovani masse di spettatori. Questa scelta estremamente coraggiosa simboleggia la volontà di essere il più possibile fedeli al materiale originale, di creare un noir puro senza compromessi, e se a primo impatto lo spettatore può trovare il tutto respingente, i Manetti hanno la bravura di farci immergere con delicatezza in questo mondo facendoci superare le nostre diffidenze.

    Dal punto di vista tecnico è necessario segnalare un ampio uso di long take e di panoramiche di 180° gradi, sfruttati in maniera intelligente per costruire i movimenti fuori campo di Diabolik, oltre a un grande impiego del montaggio parallelo e alternato, che raggiunge picchi notevoli: il primo durante la scoperta dell’identità di Diabolik da parte di Eva Kant e del personaggio di Serena Rossi; e il secondo durante la sequenza finale, che viene realizzata anche con un sapiente uso di split screen e di transizioni tra le varie sequenze andando a creare un perfetto crescendo. Molto apprezzabile anche la fotografia che sposa l’estetica anni ‘60, con la composizione di inquadrature iconiche caratterizzate da ombre proiettate sul volto di Luca Marinelli per far intuire l’alter ego del suo personaggio.

    Passando ai lati negativi, al netto di qualche calo di ritmo eccessivo nella prima metà, il problema principale del film è il personaggio stesso di Diabolik, portato in scena da un Luca Marinelli. Il personaggio viene infatti diretto in totale sottrazione, in modo da rispettare il carattere del protagonista dei fumetti, ma le sue caratteristiche di impassibilità, freddezza e mistero sono estremizzate, e risultano essere poco compatibili con il grande schermo, rendendolo di conseguenza estremamente piatto. Grazie tuttavia alla scelta di rendere Eva Kant la vera protagonista, l’equilibrio del tutto viene salvato.

    In conclusione i Manetti Bros ci regalano un film atipico, lontanissimo dai parametri a cui ci hanno abituato gli attuali cinecomic, creando un film coraggioso e un universo in cui potremo nuovamente immergerci grazie ai due seguiti che stanno realizzando al momento, indipendentemente dagli incassi di questa prima pellicola che, anche a causa di un rilascio suicida in un periodo ingolfato di blockbuster, temiamo possano essere estremamente bassi.

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  • RECENSIONE SPIDERMAN NO WAY HOME – COME NON SCRIVERE UN FILM SULL’UOMO RAGNO

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    Parlare di questo Spiderman: No Way Home è tutt’altro che semplice, come lo è allo stesso modo portare, ancora una volta, sullo schermo una pellicola il cui protagonista è l’amichevole arrampicamuri di quartiere. Ben 19 anni fa usciva infatti Spiderman diretto da Sam Raimi, un film che sarebbe presto divenuto un cult dei cinefumetti, portando alla consacrazione di un supereroe già famoso e da quel momento vera e propria icona di milioni di bambini e ragazzi. Il successo portò, come tutti ben sappiamo, prima a due seguiti diretti sempre da Sam Raimi, con un secondo capitolo quasi ai limiti della perfezione ed un terzo invece di una qualità nettamente inferiore, e successivamente ad un reboot della saga, intitolato Amazing Spiderman, con Andrew Garfield protagonista e Mark Webb dietro la macchina da presa. Una nuova trilogia che venne però interrotta al secondo capitolo, ritrovandosi sulle spalle il peso di aver raccontato una storia che, nonostante i vari aspetti positivi, sapeva di già visto (abbiamo di nuovo le origini, con Peter morso dal ragno e la successiva morte di zio Ben; a questo si aggiunge una costruzione dei villain tutt’altro che impeccabile). Contemporaneamente nasce e si sviluppa il Marvel Cinematic Universe, che comincia a spopolare portando alla ribalta eroi già conosciuti al cinema (come Hulk) ed altri che nessuno pensava potessero funzionare su pellicola. La soluzione si palesa davanti agli occhi di Sony (produttrice e distributrice dei film sull’uomo ragno): una collaborazione con i Marvel Studios, facendo gestire a quest’ultimi il personaggio di Spiderman. Arriviamo così ad oggi, con l’ultimo capitolo della nuova trilogia dell’Uomo Ragno, questa volta diretta da Jon Watts e con Tom Holland nei panni del protagonista, di cui non vediamo le dirette origini quanto piuttosto la crescita ed il suo diventare, passo dopo passo, un vero supereroe. Qualcosa, però, è andato decisamente storto.

    FANSERVICE CONFUSO

    Riprendendo direttamente da dove la post credit di Far From Home si era interrotta, la pellicola comincia con il dramma della svelata identità di Spiderman, con immediate conseguenze e problematiche sia per Peter stesso, che per la sua famiglia ed amici, portando così il diciassettenne a chiedere aiuto allo stregone Doctor Strange. Il personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch, infatti, convinto a modificare un incantesimo più volte nel corso dell’esecuzione, perde il controllo, aprendo dei portali che attirano, da altre dimensioni, tutti coloro che sono a conoscenza dell’identità segreta del supereroe. Così il film motiva la presenza di ben cinque supercattivi, arrivati direttamente dalle precedenti pellicole di Spiderman mantenendo le stesse fattezze, tranne nel caso dell’Electro interpretato da Jamie Foxx. Già qui l’enorme castello di carte messo su da Sony e Marvel comincia a crollare.

    E’ necessario, però, soffermarsi prima sull’unico aspetto positivo della pellicola: la recitazione. Partendo da Holland e passando per Zendaya e Marisa Tomei, fino ad arrivare ai villain di Dafoe, Molina, Foxx e compagnia, ci si ritrova davanti a personalità che sanno fare il loro mestiere e riescono ad interpretare ottimamente i loro personaggi, il tutto nonostante la scricchiolante caratterizzazione dei loro alter ego, su cui ci si soffermerà più avanti. Se per i grandi nomi ciò era una garanzia, la vera sorpresa della pellicola è proprio Tom Holland, che mette il cuore nella sua interpretazione del personaggio e che dimostra un palese salto di qualità rispetto alle precedenti interpretazioni.

    Tocca ora parlare del problema più grande della pellicola: la scrittura. In questo film, infatti, non torna nulla. Se ad una prima occhiata il plot di partenza può sembrare interessante, si dimostra già dopo poco insulso e pieno di problemi, portando ad una sequenza di eventi che sembrano legati tra di loro da un filo sottilissimo in procinto di spezzarsi. Spiderman si comporta come un ragazzino egoista ed ingenuo, andando a rendere vano tutto ciò che era stato fatto nei capitoli precedenti; Strange è completamente istupidito e reso ridicolo rispetto alle versioni mostrare in precedenza; i villain della storia, venduti dalle interviste come l’apice della scrittura dei loro personaggi, sono in realtà la pallida ombra di ciò che erano nelle loro pellicole d’origine; aggiungiamo inoltre una comicità eccessiva messa in bocca a tutti i personaggi secondari, che riesce sì a strappare qualche risata, ma che risulta soverchiante e finisce per distruggere i momenti di pathos. 

    Proprio su quest’ultimo punto va inoltre detto qualcosa: questo film infatti non ha colpi di scena, o meglio li ha per uno spettatore candido, che non ha mai visto un film in vita sua, poiché solo in quel caso i plot twist non sarebbero riconoscibili fin da subito. Ma è proprio qui che il film crolla ancora una volta su sé stesso, perché questa non è una pellicola per novizi, ma per la vecchia guardia, per chi è cresciuto con quei vecchi Spiderman, con le ragnatele organiche di Maguire ed il discorso di zio Ben o con il dolore della morte di Gwen. 

    Se da un lato si ha quindi una scrittura piatta e banale, che punta soltanto all’effetto nostalgia, dall’altro si ha un lato tecnico disastroso. Se si salva la computer grafica, che riesce comunque a fare la sua ottima figura (anche se le vere braccia meccaniche di Octavius degli originali saranno sempre un gradino sopra), non si può assolutamente dire lo stesso della regia di Watts, confusa e tremolante, che rende incomprensibili e da mal di testa la quasi totalità delle scene d’azione, dove si palesa un montaggio mal realizzato. 

    CONCLUSIONI

    Costruita come un’opera di puro fan service, questo No Way Home si dimentica che non basta riportare sullo schermo le fattezze dei personaggi che hanno popolato i film passati, ma che c’è anche la necessità di costruire una storia che funzioni e di caratterizzare nel modo giusto i personaggi. Tutte cose che le precedenti pellicole, chi più chi meno, riuscivano a fare diversamente rispetto a questa, che caratterizza con un’eccessiva comicità tutti i personaggi pur volendo raccontare una storia toccante, non riuscendo però nemmeno a creare la giusta epicità nelle scene d’azione a causa di una regia ed un montaggio disastrosi. 

    Un’occasione sprecata, crollata sotto il peso di voler necessariamente soddisfare i fan senza far quadrare il tutto, che rimangono però per primi amareggiati da questo prodotto pieno di buchi di trama e problemi. Non ci resta che sperare che ciò sia soltanto un episodio isolato, puntando ora i nostri occhi sul seguito di quel Into the Spider-Verse che tanto fece battere il cuore dei fan ed in arrivo nel 2022.

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  • RECENSIONE HOUSE OF GUCCI – L’OPERA BUFFA DI RIDLEY SCOTT

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    All’inizio di House of Gucci, ventisettesimo film per il cinema dell’ottantaquattrenne Ridley Scott, vediamo la giovane Patrizia Reggiani (Lady Gaga), figlia adottiva di un piccolo imprenditore del settore dei trasporti via terra, giungere all’azienda paterna. Vestita di tutto punto, percorre come in una sfilata di moda alcuni metri dalla sua automobile agli uffici dove lavora, sotto gli avidi sguardi di un branco di camionisti. È una bella introduzione per l’ambiguo personaggio della futura vedova nera che, in bilico tra sfrenata ambizione economica e travolgente sentimento narcisista, nel 1978 conosce a una festa il giovane Maurizio Gucci (Adam Driver), rampollo della celebre famiglia di imprenditori di moda fiorentini. In breve tempo, la vitalità e risolutezza di Patrizia conquistano l’impacciato Maurizio che, contro la volontà del padre Rodolfo (Jeremy Irons), la sposa. È solo l’inizio di una storia d’amore che, a poco a poco, volgerà in tragedia e si legherà a doppio filo al crollo della dinastia Gucci, segnato dalle vicende tragicomiche dell’esuberante zio Aldo (Al Pacino) e di suo figlio Paolo (Jared Leto), e alla perdita del controllo dell’azienda di famiglia, assediata da acquirenti esteri desiderosi di mettere le mani sul marchio di alta moda più celebre di sempre.

    Basato su un libro di Sara Gay Forden e sceneggiato da Becky Johnston e Roberto Bentivegna (il cui copione si prende molte libertà rispetto agli eventi realmente accaduti), il film di Scott è un ampio affresco famigliare che, fondendo i toni del melodramma a tinte forti con un sublime (cattivo?) gusto per l’eccesso e la caricatura, parte come una sorta di opera buffa che parla di ricchi con problemi da ricchi. E nella prima parte della pellicola tutto questo funziona molto bene. La seduzione di Maurizio da parte di Patrizia è sviluppata con dovizia di dettagli e non è mai chiaro se e quando la donna sia mossa da un reale interesse amoroso piuttosto che da una gelida brama di elevazione sociale. I duetti tra Lady Gaga e Adam Driver sono deliziosi e anche la figura dell’austero e raffinato Rodolfo Gucci, interpretato da un bravissimo Irons in versione vampiresca, regala al film alcuni tra i suoi momenti più alti. Allo stesso modo, sono molto forti l’introduzione e l’arco narrativo dei personaggi di Aldo e Paolo Gucci. Il primo è il patriarca della famiglia, nonché colui che, su spinta di Patrizia, introduce Maurizio all’attività della Gucci. Al Pacino gli infonde una debordante vitalità italica che, a poco a poco, comincia a scemare con il sopraggiungere dei guai finanziari e la perdita del controllo sull’azienda: quello di Aldo è un destino di consunzione e sconfitta, poiché egli rappresenta l’ingrigirsi di un sogno dinastico che proprio lui, colto da impeti mitopoietici, amava far risalire addirittura ad antenati pellai operanti nel Medioevo (mentre è noto che l’attività dei Gucci nel settore sia iniziata solo nel 1921). Paolo, al contrario, è l’incarnazione della mediocrità, il segno dell’infecondità irreparabile di una stirpe sull’orlo del baratro, uno stilista mancato abitato da uno spirito creativo che partorisce solo aborti: Jared Leto – che nel film cammina quasi danzando e parla quasi cantando, come un cantante lirico castrato desideroso di gridare al mondo la sua esistenza – ne fa il piagnucolante buffone di una corte in declino. Tutto questo è messo in scena da Scott con la solita perizia tecnica (fotografia, costumi e scenografie sono da mille e una notte) e un gusto per il divertissement che si rivela soprattutto nelle sequenze in cui la natura buffa e operistica del film si fa più esplicita: si pensi in particolare alla godereccia scopata in ufficio tra Patrizia e Maurizio, con in sottofondo Libiamo ne’ lieti calici da La Traviata (per poi passare direttamente al solenne matrimonio allietato da Faith di George Michael), e alla fallimentare sfilata di Paolo, in cui Jared Leto pare sospingere le modelle in passerella come rapito dall’impeto della mozartiana aria Der Hölle Rache, tratta dal Flauto Magico. Tutti questi elementi danno vita a una prima parte di film molto efficace, coinvolgente e divertente, in cui le varie linee narrative, legate ai vari personaggi e al destino dell’azienda, trovano il giusto spazio e uno sviluppo minuzioso. 

    Non si può, purtroppo, dire lo stesso della seconda parte della pellicola. Laddove infatti nella prima metà le componenti sono ben bilanciate e il ritmo è quello lento e arioso delle grandi saghe famigliari, nella seconda il film si ritrova a dover fare i conti con moltissime vicende ancora da narrare e linee di racconto da chiudere. Questo fa sì che parte delle buone basi poste in precedenza finisca per essere sperperata in risoluzioni frettolose e non all’altezza delle premesse. A soffrirne maggiormente è proprio la linea narrativa riguardante il rapporto tra Patrizia e Maurizio: la separazione dei due coniugi è liquidata in un paio di sequenze di tensione domestica; il ruolo di Paola Franchi, nuova fiamma del rampollo Gucci, è marginale; e soprattutto spazio eccessivamente ridotto è dedicato a spiegare come Patrizia arrivi a sviluppare il desiderio omicida nei confronti del marito. La frettolosità con cui tutte queste vicende vengono sviluppate fa sì che molti eventi appaiano quasi repentini, laddove alla loro base vi sono decisioni e consapevolezze maturate nel tempo (non aiuta il fatto che Pina Auriemma – amica e confidente di Patrizia, qui interpretata da Salma Hayek e rappresentata come una bizzarra cartomante – sia relegata a un ruolo marginale, laddove tutte le cronache ne sottolineano la centralità negli sviluppi drammatici della vicenda). Il film avrebbe probabilmente necessitato di un minutaggio ancora maggiore rispetto ai 157’ del cut cinematografico, per entrare in profondità nelle ragioni delle svolte narrative della seconda parte: in generale, vi è la netta sensazione che vi siano stati dei tagli in fase di montaggio, anche perché il personaggio di Patrizia, pressoché onnipresente nella prima parte, lo è molto meno nella seconda. Altri segmenti narrativi, tuttavia, trovano chiusure più felici: Aldo e Paolo vedono compiersi in maniera abbastanza convincente il loro rovinoso destino e il passaggio della Gucci da azienda famigliare a sussidiaria di grandi gruppi internazionali è raccontato in maniera piuttosto dettagliata, come anche l’affermazione della direzione artistica di Tom Ford che, con le sue collezioni sfavillanti e trasgressive, abbatte la sacralità del marchio, rendendolo pop: sono ormai lontani i tempi in cui l’anziano Rodolfo affermava che i capi di Gucci fossero degni di musei più che di centri commerciali. 

    House of Gucci, nel complesso, è un’occasione sfruttata a metà: pone delle ottime premesse che non giungono a una conclusione all’altezza. Non è tuttavia, come molti hanno scritto, un film che si accontenti della mediocrità: è anzi una pellicola non priva di momenti esaltanti (specie nella prima parte) e di scelte di messa in scena forti e coraggiose. Non è Tutti i soldi del mondo (2017), per far riferimento a un’altra pellicola di ambientazione italiana diretta da Scott: è un film con ambizioni ed esiti di tutt’altro livello, che si prende i suoi rischi, pur mancando di una sceneggiatura in grado di risolvere in maniera convincente il denso magma narrativo proposto dalla prima parte della pellicola. Ottimo, comunque, l’intero cast di attori: e anche qui non mancano le scelte coraggiose (e rischiose), visto che in particolare la debordante performance di Jared Leto ha diviso e continuerà a dividere pubblico e critica benché, a parere di chi scrive, sia perfettamente organica al personaggio che deve animare. Lady Gaga, infine, se la giocherà fino all’ultimo agli Oscar e merita le acclamazioni ricevute: riesce a dar vita all’ennesima donna forte del cinema di Ridley Scott. Dopo le indomite Thelma e Louise, la leggendaria Ripley e, più recentemente, la determinata Lady Marguerite de Carrouges di The Last Duel, la Patrizia Reggiani di Lady Gaga è una donna volubile e inarrestabile, pronta a tutto pur di coronare il proprio totalizzante desiderio di ricchezza e potere, coerente fino alla fine nel non voler rinunciare, neanche di fronte alla condanna, al nome Gucci e allo status che esso le garantisce.

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  • RECENSIONE I FRATELLI DE FILIPPO – CHI RIDE ULTIMO

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    L’interesse per l’opera di Eduardo de Filippo non si è mai spento: oltre a Natale a Casa Cupiello, il suo dramma più popolare e riproposto continuamente in nuove versioni (tra cui una con Sergio Castellitto trasmessa da Rai nel 2020), le sue opere continuano a esercitare un grande fascino in Italia e all’estero. È per questo che, nell’ultimo anno, sono usciti ben due film dedicati alla storia di due delle più grandi famiglie di attori, i Scarpetta e i De Filippo; a pochi mesi di distanza da Qui Rido Io di Mario Martone, che si concentra sulla figura di Eduardo Scarpetta è uscito in sala I fratelli De Filippo, diretto e co-sceneggiato da Sergio Rubini, che con il film di Martone condivide solo alcune scelte narrative, rappresentandone, per il resto, quasi l’antitesi.

    La storia comincia e finisce a teatro, alla prima di Natale a Casa Cupiello e cornice della storia dei fratelli Titina (Anna Ferraioli Ravel), Eduardo (Mario Autore) e Peppino (Domenico Pinelli). Figli non riconosciuti di Eduardo Scarpetta (Giancarlo Giannini, che ruba la scena nelle poche sequenze che gli sono dedicate), dal padre – star del teatro dialettale – ereditano “solo” lo smisurato talento nel calcare le scene; in particolare Eduardo, attento alle novità del teatro italiano nel Novecento (in primis Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello). Il carattere difficile dei fratelli, però, rischia sempre di spezzare il legame formatosi dall’infanzia, il prestigioso cognome di Scarpetta si rivela una maledizione per i suoi tre figli illegittimi mentre, tra alterne fortune, i fratelli De Filippo escono dall’ingombrante ombra del padre e si guadagnano un posto nella storia.

    L’approccio di Sergio Rubino alla regia è l’opposto di quello di Martone: se il secondo sottolinea il realismo dei personaggi e dell’ambientazione, resa con frugalità e poche pennellate di colore, la regia di Sergio Rubini abbraccia un ampio spazio geografico (si va da Napoli a Milano alla Sicilia rurale), trasfigurandolo all’insegna dell’anti-realismo e di una maggiore empatia nei confronti dei personaggi e della storia. Ansioso di catturare tutte le sfumature di una città e della sua popolazione, con uno sguardo indubitabilmente sincero e forse troppo affettuoso, il regista regala immagini da cartolina di una Napoli splendida, contrapposta a un Nord cupo, nebbioso e inospitale. A rimarcare questo dualismo contribuisce anche la fotografia solare e colorata, piacevole all’occhio e funzionale a dipingere un ambiente fiabesco -anche grazie alla musiche di Nicola Piovani- a confine tra realtà e finzione scenica, ma che rendono, anche per questo, il disegno di una città e della sua popolazione fin troppo oleografico.

    Di per sé la regia è buona ma non particolarmente significativa: rimane per tutto il tempo “ad altezza di personaggio”, con qualche guizzo e alcune buone idee ma senza andare troppo in là di un basilare servizio alla storia e al buon cast, soprattutto il trio di attori protagonisti (quasi) esordienti e tutti e tre molto intensi (in particolare Anna Ferraioli Ravel, la migliore del trio).

    Non brilla la sceneggiatura, forse il principale punto debole: lungi dal voler ispirare alcuna riflessione sul ruolo vivo del teatro nella società, sul rapporto tra generazioni o anche dall’offrire uno sguardo originale sulla biografia dei fratelli de Filippo, si limita a seguire dissapori e vicissitudini in una storia di impianto pienamente tradizionale. Talmente tanto tradizionale che non manca un villain, trovato nel Vincenzo Scarpetta interpretato da Biagio Izzo che, nonostante la sua discreta interpretazione, viene relegato al ruolo di rivale macchiettistico, che non sfigurerebbe affatto in un film Marvel, nonostante i tentativi della sceneggiatura di renderlo complesso e sfumato. La necessità di trovare un antagonista dove non era necessario trovarlo è in realtà indice di una più ampia incertezza sul dove far andare a parare la storia: la presenza di una cornice narrativa non basta a garantire unità a una storia frammentaria, la maggior parte del film segue episodi all’incirca connessi da un filo narrativo che in realtà è più di facciata e che quando vuole far proseguire la storia segue dei binari fin troppo convenzionali.

    Anche solo per la ricostruzione storica e per l’affetto per i personaggi merita la visione e rimane un film superficialmente piacevole, ma visto l’argomento e il posto dei protagonisti nella storia e nella cultura italiana, avrebbe giovato una lettura un po’ più audace.

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  • RECENSIONE NOWHERE SPECIAL – UNA DOLOROSA STORIA D’AMORE

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    John ha trentatré anni, un lavoro come lavavetri, un figlio di quattro anni e una malattia in fase terminale. John divide le sue giornate tra il lavoro, le piccole attività quotidiane con suo figlio Michael e una ricerca che appare impossibile.

    Presentato nel 2020 alla 77ª Mostra internazionale di Venezia, Nowhere Special è la terza opera del regista italiano Uberto Pasolini e racconta – con struggente tenerezza – la storia vera di un padre single che trascorre gli ultimi mesi della propria vita alla ricerca di una famiglia perfetta alla quale affidare il figlio in vista della sua prematura scomparsa. Prima che il suo tempo si esaurisca, John si trova costretto a compiere la scelta più importante della sua vita, per assicurare al figlio un avvenire il più possibile sereno, lontano dalla solitudine e dall’incertezza che egli stesso ben conosce.

    Pasolini scrive e dirige un film che, di nuovo, si concentra sul tema della morte, ma lo fa, come il precedente Still Life (2013), con una dolcezza mai stucchevole e senza mai virare verso toni angosciosi. Il dramma della malattia non compare quasi mai esplicitamente sullo schermo, è tutto intuito tramite micro espressioni, gesti talvolta affaticati, rughe che chiamano stanchezza. Non è la malattia, infatti, ad essere al centro della narrazione visiva. Una storia d’amore, questo il sottotitolo italiano di Nowhere Special, e in effetti il film racconta proprio la più grande storia d’amore, quella tra un genitore – che si aggrappa ad ogni prezioso momento condiviso – e un figlio, che ancora vive l’amore in una maniera inconsapevole, ma non per questo meno potente. Ma come spiegare la morte? Come spiegare la morte a un bambino? La necessità di una nuova famiglia? Mentre John cerca queste risposte e si prepara a dire l’addio più doloroso – che non è certo quello alla vita – Michael lo accompagna a conoscere “nuovi amici”, le aspiranti famiglie adottive, quadri viventi delle più disparate condizioni ed estrazioni sociali, relitti di vite incomplete e infelici. E se durante questa ricerca a John appare sempre più chiara la vita che non sceglierebbe per sé e per suo figlio, è invece nei vetri delle sue giornate di lavoro che spesso scorge sprazzi di vite altrui, piccoli scrigni di felice e invidiata serenità.

    Un film sul dolore dell’addio, con una sceneggiatura snella ma non per questo banale o imprecisa. Inquadrature nitide e una fotografia densa di colori vivi accompagnano con gentilezza dei dialoghi efficaci pur nella loro semplicità, nell’inconsapevolezza di un bambino che candidamente sentenzia “Sei vecchio” mentre porge al padre una candelina di troppo, quella di un compleanno che non ci sarà. Come questo, sono molti i piccoli gesti che parlano, gesti di una banalità disarmante disseminati per tutta la vicenda: un acino d’uva accuratamente sbucciato, un piccolo pettine che cerca pidocchi tra i capelli fini, il tragitto verso la scuola con le falcate di padre e figlio che giocano a coordinarsi, un disegno sul braccio a imitare i tatuaggi.

    A portare tutto il peso emotivo del racconto sono James Norton, nei panni di John, e Daniel Lamont, al suo esordio cinematografico. Norton interpreta un padre che vive per il figlio, indossa la forza di chi porta un grande peso sulle spalle, ma la accompagna perfettamente con la fragilità liquida di occhi rassegnati, desolati. A detta dello stesso regista, l’attore britannico è in grado di “esprimere molte cose senza recitare, senza dialoghi, senza drammi, ed è capace di restituire una vita interiore”. Il piccolo Daniel, invece, è sorprendente nella compostezza della recitazione, e alterna gli sguardi sospettosi di chi intuisce ma ancora non può comprendere ai bronci di un qualunque bambino che vuole poche semplici cose: un cucciolo, il suo pigiama preferito, più tempo con suo padre. Tra i due interpreti traspare grande intesa, tant’è che sia nei piani sequenza, che nelle frequenti incursioni della camera a mano sui loro volti – a tratti duri, a tratti commossi e impauriti – è evidente l’intensità di un legame quasi reale.

    Casualmente il film è uscito nelle sale negli stessi giorni in cui anche Paolo Sorrentino, con È stata la mano di Dio, affronta il tema del (suo) lutto. Due riflessioni parallele, specchi di esperienze differenti. Da una parte lo strazio di un padre che si accusa di privare un figlio, ancora troppo piccolo, della sua famiglia e che cerca di prepararlo (e prepararsi) al commiato; dall’altra il dolore consapevole e quasi adulto di un figlio privato all’improvviso di quei punti di riferimento di cui, in realtà, aveva ancora  bisogno. 

    “Ho sempre pensato di conoscerlo bene, ma davvero lo conosco bene abbastanza per questo?” 

    Entrambi sono film che parlano della più grande e spesso scontata forma d’amore, di mancanze e futuri incompiuti, della nostalgia di qualcosa che ancora non si conosce e che non si conoscerà. 

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  • MAESTRANZE – FONICO

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    Nel 1927 la Warner Bros., ormai in crisi a causa di un dissesto economico, decise di produrre un film molto diverso dai suoi simili, con una peculiarità unica e originale: il sonoro.
    Il cantante jazz fu così il primo film sonoro della storia, anche se presentava principalmente numeri musicali più che dialoghi. Fu nel 1928 che uscì invece il primo film interamente parlato, ovvero Lights of New York, prodotto dalla medesima casa di produzione.
    L’introduzione del sonoro cambiò radicalmente il modo di concepire il cinema, e sin da subito tale cambiamento ebbe reazioni contrastanti: alcune case di produzione reagirono in modo ottimista, ma molte caddero nel panico più totale, in quanto tutto ciò avrebbe cambiato le sorti della settima arte.
    Il sonoro contribuì a numerose sperimentazioni e alla nascita di alcune tra le figure professionali più importanti legate al suono e alla costruzione della colonna sonora di un film: il fonico o tecnico del suono.
    Il fonico, a differenza delle altre figure professionali del mondo del cinema, non basa il suo lavoro sul “mostrare”, d’altronde si rifà all’udito e non alla vista, ma soprattutto non lascia tracce di sé, e infatti tanto più è bravo, tanto più risulta essere “invisibile” alle nostre orecchie.
    Tale invisibilità, spesso, non rende giustizia al suo lavoro, e per questo è corretto dare spazio anche a questa maestranza del cinema, dalla quale dipende la qualità del suono, ad oggi imprescindibile nella produzione di un film.

    Innanzitutto bisogna distinguere le diverse figure professionali che si occupano del suono:
    – il fonico di presa diretta
    – il fonico di doppiaggio
    – il fonico di missaggio
    – il sound designer 

    Il fonico di presa diretta (o rumorista) si occupa di registrare i suoni durante le riprese del film utilizzando apparecchiature di vario tipo, spesso ergonomiche e di ampia autonomia, che possono essere trasportate con una certa facilità.
    Dal fonico di presa diretta dipende la qualità dei dialoghi, a cui si accompagnano la gestione dei rumori dell’ambiente circostante e l’eliminazione di eventuali forme di disturbo o distrazione per gli attori sul set e di conseguenza per il risultato sonoro finale.
    I suoni vengono catturati dal microfonista, che si occupa di collocare i microfoni in vari punti sul set o di sostenerli personalmente o distribuendoli agli attori, posizionandoli ben nascosti sotto i loro indumenti (all’altezza del petto). Esistono a tal proposito diverse tipologie di microfoni, dai più piccoli ai più grandi, come ad esempio il boom, composto da un microfono direzionale, montato su un braccio e posizionato appena fuori dal telaio della telecamera.
    Il fonico di doppiaggio è responsabile di registrare invece i dialoghi o i rumori in sala di doppiaggio, durante la fase di post-produzione.
    Spesso sono presenti attori stranieri che vengono doppiati oppure alcuni attori che decidono di ri-doppiarsi nella stessa lingua: dunque qui ci riferiamo sia ad un doppiaggio relativo allo stesso paese di produzione del film, che relativo a paesi stranieri, per i quali sarà necessaria prima di tutto la fase di adattamento.
    Il fonico di missaggio deve invece ibridare i suoni sul set e quelli ricavati dalla sala di doppiaggio, cercando un’armonia sonora che possa far risultare il più naturale possibile.
    Il sound designer, infine, è colui che dirige l’impianto sonoro del film: lavora su timbri, sfumature, echi, risonanze. Il suo mestiere è paragonabile a quello di un compositore musicale: tutti i suoni a sua disposizione risultano come note, tramite le quali poter comporre una partitura.
    Quella del tecnico del suono è una professione molto incentrata sull’ascolto, dunque è necessario avere un buon udito, ma soprattutto adeguarsi a qualsiasi contesto (interno o esterno) e soprattutto alle più disparate condizioni climatiche. È fondamentale la collaborazione con le altre maestranze sul set e in particolar modo con microfonisti e operatori di ripresa, con cui si lavora a stretto contatto.
    Se siete interessati a questa professione, esistono tantissime accademie presso cui approfondire gli studi sul suono e applicarli in ambito cinematografico, e ovviamente non possiamo non menzionare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dal quale sono usciti e continuano a uscire alcuni tra i migliori fonici italiani.

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  • RECENSIONE SULL’ISOLA DI BERGMAN – UN INNO ALLA CREATIVITÀ E ALL’AMORE PER IL CINEMA

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    «Bergman era crudele nella sua arte come nella sua vita.»

    Durante il mio primo anno di università, l’insegnante di analisi del film ha iniziato il suo corso parlando delle immagini che costituiscono l’incipit del capolavoro di Bergman, Il Settimo Sigillo. Il cielo, la spiaggia, il mare mosso, il cavaliere e il suo scudiero che si fanno forza per intraprendere il cammino di ritorno a casa, l’apparizione della morte e la sua scacchiera: per dare inizio alla sua opera, Bergman ha scelto di inquadrare il cielo, con il sole ben visibile in alto a sinistra, perché è da quel punto che si inizia a scrivere, è da lì che iniziano tutte le storie. Certo, un’interpretazione particolare, magari anche forzata, ma tanto affascinante da essere rimasta nel mio cuore per ormai quasi tre anni. 

    Su una spiaggia (ci piace pensare la stessa) inizia anche la storia di cui parleremo oggi, l’avventura  che Mia Hansen-Løve ha scelto di raccontare nel suo Bergman Island, uscito in Italia il 7 dicembre con il titolo Sull’isola di Bergman. Chris (Vicky Krieps) e Tony (Tim Roth), una coppia di registi, decidono di stabilirsi per un’estate sull’isola di Fårö, storica residenza di Ingmar Bergman; i due protagonisti alloggiano e a percorrono luoghi in cui il regista svedese ha girato molte delle sue opere, che entrambi conoscono e amano profondamente. Ed è qui che la spiaggia de Il Settimo Sigillo inizia a tingersi dei colori dell’estate, il suo mare si fa più calmo, e gli splendidi paesaggi dell’isola scorrono davanti ai nostri occhi, grazie a una regia che predilige inquadrature molto ampie. Quello che per Chris e Tony sembrava un semplice viaggio alla ricerca di quiete per poter lavorare ai loro progetti e (magari) aggiustare ciò che pare essersi rotto nel loro rapporto, si trasforma in qualcosa di più, che ci porta a scoprire il viaggio interiore della mente di Chris. Il suo progetto per una sceneggiatura prende vita davanti ai nostri occhi, il racconto di un amore tanto intenso quanto distruttivo: entra in scena la storia di altri due personaggi, Amy (Mia Wasikowska) e Joseph (Anders Danielsen Lie), e le due narrazioni iniziano man mano ad intrecciarsi tra loro. La realtà arriva a fondersi con la fantasia, e forse è proprio l’isola di di Fårö, insieme allo spettro di Bergman, a permettere l’incantesimo.

    Mia Hansen-Løve ci regala quindi un’opera che mette al centro la creatività della persona e l’amore per il cinema dal proprio punto di vista, non senza darci la possibilità di riflettere su tematiche importanti. Si parla in particolare del rapporto tra famiglia e carriera, facendo riferimento a come nel corso della sua vita Bergman non avesse mostrato interesse né per le sue mogli né per i suoi figli e a come una donna potrebbe essere considerata se scegliesse di prendere una strada simile. Vediamo, infatti, che Chris è più toccata dal fatto di essere separata da sua figlia rispetto a Tony, che si dedica interamente al suo lavoro. Le differenze nella coppia emergono anche dal modo in cui esplorano il mondo di Bergman: lui preferisce guardare, mentre lei si getta a capofitto e sceglie di vivere completamente quei luoghi, accompagnata dallo spettro del regista che riesce sempre a far notare la sua presenza. Il mulino diventa così un posto sicuro, come era per Monet la casetta di Giverny, in cui hanno visto la luce i famosissimi dipinti delle ninfee: l’isola di Fårö è il luogo in cui il profondo amore di Chris per il cinema prende letteralmente vita.

    Bergman Island è un film luminoso e affascinante, in cui le cupe atmosfere svedesi de Il Settimo Sigillo o L’ora del lupo si tingono di colori estivi e accolgono ogni forma di amore, da quello per l’arte a quello più puro e autodistruttivo.

    «Guarda questo posto. L’isola, le case, i paesaggi, tutto è meno duro che nei suoi film.»

    Mia Hansen-Løve ci consegna un’opera dedicata al cinema e a tutti coloro che cercano l’arte come rifugio e conforto. L’arte si fonde con la realtà, prende il sopravvento e riesce a prendere forma davanti agli occhi dello spettatore. E insieme all’arte c’è anche Bergman, come un fantasma che infesta la sua isola e che non ha intenzione di andarsene.

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  • RECENSIONE DON’T LOOK UP – UNA CONSACRAZIONE MANCATA

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    L’industria cinematografica hollywoodiana, si sa, vive di momenti, di mode e di tendenze che, in un attimo, possono catapultare un artista semisconosciuto nel mondo glitterato dello star system, davanti ai flash dei più importanti red carpet del mondo. Allo stesso modo, però, molto spesso la velocità dell’ascesa verso l’Olimpo del jet set è direttamente proporzionale alla rapidità della caduta nell’abisso del dimenticatoio e chi era divo ieri non può mai essere assolutamente sicuro di restare tale anche domani. 

    Un regista che, invece, ha saputo e sa cavalcare abilmente l’onda del successo, dimostrando di essere in costante ascesa da ormai quasi 7 anni, è Adam McKay, che dopo una serie di pellicole minori di carattere marcatamente comico, si guadagna i riflettori grazie a La Grande Scommessa nel 2015 e nel 2018 conferma la svolta artistica intrapresa con il film precedente con il meraviglioso Vice – L’Uomo nell’Ombra

    Dopo un dittico di questo calibro e ben 6 nomination agli Oscar (tra cui anche un premio per la migliore sceneggiatura non originale per La Grande Scommessa) l’attesa per l’ultimo progetto firmato McKay -ovvero questo Don’t Look Up- che sarebbe dovuto essere la definitiva consacrazione dell’artista, non poteva che essere alle stelle, visto anche il cast eccezionale annunciato mesi prima dell’uscita. 

    Il film racconta la storia del Dottor Randall Mindy (Leonardo Di Caprio) e della sua dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) che, durante un controllo astronomico di routine, scoprono un’enorme cometa che si dirige verso la Terra. Nel tentativo di salvare il mondo da questa Apocalisse annunciata, scopriranno che il vero scoglio da superare non è la cometa stessa, ma la società nella quale vivono. 

    Va detto fin da subito che Don’t Look Up appare come la naturale conclusione di un’ideale trilogia tematica: dopo aver trattato l’ambiente dell’alta finanza ne La Grande Scommessa e le sordide macchinazioni politiche in Vice, McKay presenta qui una commedia satirica che vuole essere una critica – nemmeno troppo leggera – al mondo della comunicazione mediatica e dei social network. 

    Laddove nei due film precedenti, però, la narrazione filmica rimaneva legata ad eventi reali e li utilizzava come solida base sulla quale applicare poi lo stile unico ed irriverente del regista, in questa pellicola il soggetto è totalmente originale e si basa su “Fatti realmente possibili” come da tagline del film. Questa mancanza di concretezza di fondo è, probabilmente, uno dei punti deboli più evidenti dell’opera che, purtroppo, presenta una storia apertamente didascalica nel suo essere grottesca e satirica, creando una narrazione che risulta fin da subito artificiale, finta e costruita. 

    Nonostante la sceneggiatura sia ben scritta, al netto di qualche problema di ritmo nel primo atto, si nota un cambio di rotta abbastanza importante rispetto ai due film precedenti, con un tono che si muove in un territorio di gran lunga più comedy se confrontato con Vice e La Grande Scommessa. Qui, infatti, i dialoghi appaiono spesso intenzionalmente grotteschi e divertenti e fanno perdere quella gravitas di base che era fondamentale nei progetti antecedenti. In questo Don’t Look Up, dunque, manca quell’equilibrio tra commedia e dramma che aveva caratterizzato gli ultimi due lavori di McKay, nei quali i momenti satirici e comici erano indubbiamente importantissimi, ma venivano meglio bilanciati all’interno della narrazione.

    Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, va sottolineato come lo stile estremamente peculiare di McKay sia assolutamente riconoscibile e presente, ma venga utilizzato in maniera sicuramente più contenuta e leggera: la regia è, al solito, tecnicamente impeccabile, ma manca forse dei guizzi geniali che avevano caratterizzato e reso unici La Grande Scommessa e Vice, incanalando il film su dei binari  largamente più classici rispetto ai precedenti. Mancano, o sono utilizzati molto poco, alcuni degli elementi più distintivi del vocabolario filmico del regista, su tutti l’uso delle didascalie, la rottura sistematica della quarta parete con la quale i personaggi si rivolgevano direttamente allo spettatore.

    Allo stesso modo il montaggio – altro grandissimo marchio di fabbrica di McKay – perde parte della sua centralità artistica e, nonostante sia assolutamente un editing di livello, non ha la portata e la potenza geniale che aveva invece nei film precedenti (basti pensare al famosissimo amo da pesca in Vice) e si “limita” a scandire un ritmo tutto sommato ben gestito, soprattutto nella seconda parte della pellicola. Totalmente convincente, invece, la colonna sonora che contribuisce enormemente a creare e mantenere l’atmosfera tipica e incalzante dei film di McKay, regalando anche una canzone già in aria di Oscar come Just Look Up di Ariana Grande.

    Uno degli aspetti più positivi del film è, sicuramente, il cast stellare presente e sapientemente diretto da McKay, già ormai largamente abituato ad utilizzare un gruppo di attori corale così vasto ed importante.

    Su tutti spiccano in maniera particolare l’eterna e magnifica Meryl Streep, la quale interpreta una presidente degli Stati Uniti totalmente grottesca e folle, caricatura non particolarmente velata del sentimento populista che ormai sembra aver preso piede nella politica contemporanea, e la coppia Leonardo Dicaprio – Jennifer Lawrence, che regalano delle interpretazioni notevoli di personaggi decisamente sopra le righe e stravaganti, ma che sono perfetta rappresentazione della impotenza della persona comune rispetto ai grandi poteri che governano la società.

    Molto convincenti anche le prove dei comprimari come Cate Blanchett, che interpreta la bellissima conduttrice di un notiziario TV e attraverso la quale McKay denuncia tutto il mondo dell’informazione mediatica contemporanea, che pure davanti alla certezza di un’Apocalisse imminente preferisce intervistare la cantante Pop del momento per aumentare l’audience, o Mark Rylance nelle vesti di un CEO di una multinazionale tecnologica che fa palesemente il verso a figure della contemporaneità come Elon Musk, criticando pesantemente la narrazione pionieristica-evolutiva con la quale questi individui si presentano e dietro alla quale si nascondono, in realtà, meri interessi economici.   

    Breve menzione anche per Jonah Hill, capo di gabinetto della presidente, nonché suo figlio, eccezionalmente comico nel suo piccolo ruolo di raccomandato totalmente incapace e non all’altezza della posizione che ricopre. 

    Per concludere, con questo Don’t Look Up, McKay firma un lavoro sicuramente interessante e che porta avanti in maniera coerente il percorso tematico del regista, ma che forse perde nel tono eccessivamente comico e satirico la forza critica e di denuncia socio-politica che era stata la pietra angolare dei due film precedenti. Per questo, nonostante sia un film estremamente godibile e ben riuscito nelle sue intenzioni, non ha il peso specifico de La Grande Scommessa e di Vice, risultando quindi il capitolo meno convincente di questa ideale trilogia, ma che offre comunque importanti spunti di riflessione su alcune dinamiche tipiche del mondo contemporaneo, che avrebbero meritato, però, più spazio e un focus più approfondito. 

    Per la definitiva consacrazione di McKay tra i grandissimi della sua generazione, dunque, bisognerà ancora aspettare, nella speranza che continui a portare avanti il proprio stile unico come ha fatto in questi anni, con l’ambizione e l’irriverenza che lo hanno sempre contraddistinto. 

    Quindi, Adam, Just Look Up: continua a guardare verso l’alto.

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