Category: Archivio

Tutti gli articoli usciti su Framescinema in questi anni

  • 5 DOCUMENTARI (+1) SUI GRANDI DELLA MUSICA

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    In occasione dell’uscita della miniserie The Beatles – Get Back (disponibile su Disney+ e di cui potete leggere la nostra recensione qui), vi proponiamo altri 5 documentari che raccontano altrettanti gruppi o artisti di fama internazionale

    IT MIGHT GET LOUD

    It might get loud (di Davis Guggenheim) è un documentario del 2008 che racconta e mette a confronto tre chitarristi con personalità molto diverse: Jimmy Page, The Edge e Jack White. Il film vede i tre musicisti in dialogo, in un confronto aperto tra generazioni e scene artistiche differenti (vuoi per gli anni, vuoi per il contesto geografico). 

    Il punto di partenza è il rapporto con Lei, la chitarra, l’approccio ad essa, il percorso di conoscenza e corteggiamento tra strumento e musicista

    Inizialmente di una nostalgia un po’ stucchevole (probabilmente anche a causa del fastidioso doppiaggio imposto), il documentario prosegue in crescendo – così come le carriere che documenta -, muovendosi lungo i tre percorsi artistici a partire dai luoghi originali dello svezzamento musicale, delle prime sperimentazioni e della nascita delle tre band. Interessante scoprire i diversi approcci allo strumento, al suono e al processo creativo delle linee melodiche.

    It might get loud è disponibile su Amazon Prime.

    GIMME DANGER 

    Diretto da Jim Jarmusch, Gimme Danger segue il percorso di una delle band che maggiormente hanno influenzato lo sviluppo del genere punk rock: gli Stooges. Il documentario del 2016 parte dal disfacimento della band per poi ripercorrere dall’inizio tutta la sua storia.

    Una vera e propria narrazione cronologica sviluppata sotto forma di intervista mischiata a materiali dell’epoca. La band di Iggy Pop si apre in un onesto racconto della follia dei primi anni di carriera: dagli insuccessi ed eccessi di quel periodo di fermento musicale e culturale che sono stati gli anni ‘60/’70, fino ad arrivare agli anni della reunion e delle ultime esibizioni. Attraverso le loro voci, oltre ad immergerci nelle loro sonorità arrabbiate e nelle loro esibizioni più che esagerate, è possibile esplorare la scena musicale statunitense e le diverse anime che la popolavano da est a ovest.

    Gimme Danger è disponibile su RaiPlay.

    AMY

    Moltissimo materiale d’archivio, interviste alle amiche, ai genitori, a produttori e manager compongono Amy, documentario del 2015 diretto da Asif Kapadia. Un racconto intimo della debolezza e della forza di un’artista, Amy Winehouse, che è stata al centro dell’attenzione mediatica fin dei primissimi anni della sua carriera, iniziata a soli 18 anni e finita, tragicamente, nemmeno 10 anni dopo. Circondata da persone ma immersa nella solitudine, Amy viene raccontata nella complessità della sua vita artistica ma ancor più in quella della sua vita privata, le quali sono, inutile a dirsi, intrinsecamente legate. Dall’amore per il jazz allo status di star “commerciale”, è spesso la voce di Amy (tramite registrazioni audio e video originali) a raccontare alcune tappe salienti di un percorso di distruzione. Tra rapporti tossici e drammi sentimentali, il film mostra un overview della scena musicale londinese dei primi anni 2000, così come tutte le pressioni e aspettative che spesso si legano alla fama improvvisa, fagocitante e – delle volte – non ricercata.

    Amy è disponibile su Amazon Prime.

    THE VELVET UNDERGROUND

    Del regista statunitense Todd Haynes, The Velvet Underground è stato presentato al Festival di Cannes nel luglio di quest’anno. Più che un vero documentario sul gruppo, il film è un viaggio culturale, un omaggio per suggestioni sonore e visive al mondo delle arti dei mid-sixties statunitensi.

    Il materiale originale è inframmezzato da interviste ai membri sopravvissuti, a collaboratori e parenti, ma il risultato è molto lontano dall’essere didascalico o esplicativo, anche grazie a un importante e particolare uso del montaggio. Volti, frequenze e colori formano un collage narrativo sullo sfondo della città di New York e della Factory di Andy Warhol, vero motore propulsore della scena artistica newyorkese di quel periodo.

    Gli insuccessi, l’evoluzione, l’arrivo di Nico, i dissapori, lo scioglimento, fino alla reunion degli anni ‘90: il documentario è per certi versi ipnotico, ma risulta poco intimo e sicuramente a tratti complesso se non si ha un minimo di familiarità con la band di Lou Reed.

    The Velvet Underground è disponibile da ottobre su Apple TV+.

    ROLLING THUNDER REVUE: A BOB DYLAN STORY BY MARTIN SCORSESE

    Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese. Probabilmente tutto quello che c’è da sapere è già contenuto nel titolo, ma proveremo a spendere due parole anche per questo film del 2019, il secondo che Scorsese dedica alla figura di Bob Dylan, dopo averlo già omaggiato nel 2005 con No Direction Home.

    Si tratta di un viaggio dentro al viaggio, un flusso di coscienza fatto di immagini d’epoca inframmezzate da rari spezzoni di interviste – contemporanee e d’archivio – che racconta, appunto, del Rolling Thunder Revue Tour del 1975. Un tour lunghissimo e con molte tappe che ha impegnato Dylan e un’enorme carovana di artisti per due anni.

    Quasi un film-concerto, 142 minuti di racconto di fatti veri mescolati a finzione filmica che sviscerano non solo la figura di Dylan in questa sua seconda parte della sua carriera, ma anche una miriade di altri personaggi dell’epoca, finendo pure per toccare diverse questioni di quel particolare e delicato periodo della storia politica statunitense.

    Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese è disponibile su Netflix.

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  • COME DECIDERE CHE FILM GUARDARE

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    Anche se i siti di streaming come Netflix o Disney+ sono pieni di film, documentari o serie tv a volte decidere cosa guardare può essere estenuante. Può capitare che dopo aver scrollato decine, se non centinaia, di opzioni si finisca con il constatare che non ci sia niente da vedere, oppure che una tranquilla serata in compagnia si trasformi in un vero dramma sul mettersi d’accordo nello scegliere il film giusto per tutti. Per fortuna il web propone diverse soluzioni che ci vengono in aiuto in questi momenti di sconforto nei labirinti dei cataloghi infiniti dei servizi di streaming. Qui ve ne presentiamo due.

    Movie Matcher

    Movie Matcher è un’idea tanto allegra quanto geniale: basta discussioni su cosa vedere! Ritroviamo un po’ di sintonia sul divano decidendo un film insieme. È molto semplice, si accede al sito web e una volta inserito il proprio nome ci vengono proposte due scelte: “Match with a Mate” o “Match with a Movie Star”.

    Match with a Mate ci offre un link da condividere con l’altra persona, la quale, una volta effettuato l’accesso, potrà esprimere attraverso delle semplici domande le proprie preferenze in termine di mood, genere e decade di uscita. Una volta completato il questionario, vi verranno mostrate le risposte di entrambi e un titolo che rientra nelle preferenze di entrambi. Se lo avete già visto o non vi convince, potete cliccare su “seen it” e ottenere un altro suggerimento. 

    Match a Movie Star vi permette di ottenere un suggerimento condividendo la scelta con star del calibro di Harry Potter, Bruce Lee e il mio preferito: Shrek. Sia voi che la “Star” esprimerete le preferenze sui generi che vi vanno oppure che non volete vedere e su quanto indietro negli anni volete andare.

    Esistono tantissimi altri siti che catalogano e aiutano a scegliere in tanti modi diversi quali film o serie tv guardare, questi due per me rappresentano alcune delle migliori. E voi, come scegliete cosa vedere? Fatecelo sapere nei commenti!

    TasteDive

    TasteDive è un sito che offre tantissima scelta su film o programmi televisivi da vedere, ma non solo! Offre anche tantissimi consigli utili su musica, libri e podcast. Il sito web si presenta in prima pagina con le copertine dei film più visti e piaciuti agli utenti, le recensioni più recenti e delle “liste” create per racchiudere più film che rientrano in un determinato genere oppure che sono più adatti a come ci sentiamo in quel momento. Registrandosi sul sito è possibile esprimere i propri pareri e le proprie preferenze e creare delle “playlist” di film e programmi secondo i propri gusti personali. Ed ecco che in un attimo utilizzando la barra di ricerca in cima possiamo trovare film per i cuori infranti, fantascienza anni ‘70, B movie CinoJamaicani e quant’altro la nostra fantasia possa esprimere. È un ottimo sito per ridurre l’incertezza del momento ma anche per scoprire nuovi titoli che potrebbero sfuggirci, e perché no condividere playlist di film, musica e libri che per noi stanno bene insieme perché hanno qualcosa di speciale in comune.

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  • ADATTAMENTO HOMECOMING – QUANDO LA VOCE SI FA IMMAGINE

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    PODCAST

    Se in passato sembravano prestarsi ad una trasposizione cinematografica soprattutto i libri, ci si è resi conto di quanto i podcast rappresentino un importante campo di sperimentazione e di innovazione di linguaggi e contenuti. Inoltre,  i podcast sono generalmente pensati e strutturati a puntate, quindi hanno una struttura affine a quella delle serie tv. Per questi motivi sempre più spesso molti podcast vengono adattati a video

    Certamente questa trasposizione comporta anche dei rischi. Basandosi unicamente sull’aspetto sonoro, il podcast invita lo spettatore ad immaginare. Il rischio è quello di non presentare un’immagine all’altezza delle aspettative o troppo diversa da come lo spettatore l’aveva pensata.

    La serie tv Homecoming è tratta dall’omonimo podcast di Eli Horowitz e Micah Bloomberg (anche collaborati per la sceneggiatura della serie), prodotto da Gimlet Media e riconosciuto come una delle migliori realtà a livello mondiale in questo ambito. 

    Il podcast racconta la storia di un assistente sociale, un veterano e una struttura sperimentale di riabilitazione attraverso 12 episodi carichi di mistero e suspense. Le puntate vengono portate avanti attraverso una serie di dialoghi, telefonate e conversazioni. Non c’è un narratore esterno ma non servono altre spiegazioni per restare coinvolti nella storia.

    Il regista Sam Esmail non si è limitato ad adattare i contenuti del podcast in video, ma ha reinterpretato quanto raccontato nella serie audio, prendendo concetti e idee differenti sul personaggio di Heidi per fare qualcosa di nuovo. 

    LA SERIE 

    I fan del podcast non sono gli unici a essersi resi conto del potenziale della serie: Amazon Prime Video lo ha, infatti, trasformato in una serie tv, il cui debutto risale al novembre 2018. 

    La serie ruota attorno a un mistero da scoprire. Heidi (Julia Roberts) è una consulente/ terapista che gestisce l’Homecoming Transitional Supporter Center, una struttura che nasce con l’obiettivo di accogliere i reduci di guerra, così da aiutarli a superare i traumi del passato e reinserirsi nella società. Nello specifico, Heidi si occupa di intrattenere colloqui giornalieri con i propri pazienti al fine di verificare come procede il loro percorso di reinserimento, sotto la supervisione di Colin Belfast (Bobby Cannavale), il suo capo. 

    Tutte le scene ambientate all’interno della struttura sopracitata, altro non sono che un flashback, che si alterna con il presente (ambientato nel 2022) in cui vediamo Heidi lavorare come cameriera in un ristorante. Un agente del Dipartimento di Difesa, Thomas Carrasco, irrompe nella sua vita per indagare sul caso Homecoming.

    La serie è stata spesso definita hitchcockiana, poiché la gestione dei tempi, delle inquadrature, dei ritmi e degli elementi della trama fanno pensare ai grandi classici cinematografici del thriller, in cui la tensione è palpabile grazie a quello che viene nascosto, non a quello che viene mostrato. In effetti, lo spettatore possiede quasi solo informazioni date ad Heidi ed è costretto a vivere con lei nell’incertezza costante e nel dubbio di quello che succederà dopo. 

    Sam Esmail stesso ha dichiarato che, sentendo il podcast, ciò che lo ha colpito maggiormente è stata l’atmosfera oppressiva di paranoia che lo permeava e il fatto che si concentrasse più sui personaggi che sull’intreccio narrativo. Ha aggiunto anche di essersi ispirato ai thriller degli anni ’70 ed in particolare a registi come Brian De Palma e Alan J. Pakula. Da grande fan, dunque, Esmail ha cercato di realizzare Homecoming trasportando su schermo le stesse atmosfere angoscianti del podcast. 

    TECNICISMI  

    La serie è un ottimo lavoro non solo dal punto di vista narrativo, ma anche tecnico.

    La regia alterna inquadrature orizzontali e verticali, scelta funzionale alla narrazione in quanto rappresenta l’alternanza tra passato e presente. Per fare un esempio: la prima sequenza si svolge nel 2018 ed è presentata in un normale formato widescreen; la seconda linea temporale, cioè il presente, usa il formato quadrato 1:1, dando così l’impressione di vedere scene registrate dal telefono di qualcuno. 

    Di grande importanza risulta anche la scelta fatta per la durata: gli episodi durano 30 minuti ciascuno, sono secchi ed essenziali. Una scelta funzionale alla narrazione, in quanto permettono di mantenere alto il ritmo e la tensione. 

    I colori sono molto cupi, al fine di far percepire allo spettatore un certo alone di mistero che permea l’intera serie. Anche per questo aspetto visivo gli showrunner si sono ispirati ai classici del genere degli anni ’70. Inoltre i colori risultano fondamentali anche per distinguere le due linee temporali: le sequenze nel 2018 sono più colorate, mentre quelle nel 2022 sono più piatte e spente, proprio per accrescere la sensazione che manchi qualcosa. 

    Particolare anche la scelta di utilizzare lo split-screen, quindi di dividere lo schermo in due parti, durante le conversazioni telefoniche, dando così la sensazione di essere capitati su una intercettazione che non avremmo dovuto sentire. Il regista ha dichiarato che per girare quelle scene hanno fatto realmente delle telefonate: i due si trovavano in stanze diverse e a volte tramite dei monitor vedevano quello che succedeva nell’altra stanza, altre volte ne erano all’oscuro.  

    La colonna sonora della serie è ripresa da alcuni famosi film come Vertigo, Tutti gli uomini del Presidente e Fuga da New York. La musica è qui un elemento fondamentale per creare un clima ansiogeno e paranoico. 

    CONCLUSIONE

    Il regista Sam Esmail, dopo Mr. Robot, ha creato uno dei prodotti seriali migliori degli ultimi anni, dal punto di vista sia narrativo che tecnico. Inoltre vanta anche un cast d’eccezione, con Julia Roberts come protagonista che fa così il suo esordio nel piccolo schermo passando per Bobby Cannavale e Stephan James.

    La serie ha ricevuto tre nomination ai Golden Globe nel 2019: candidatura per migliore attore in una serie tv drammatica a Stephan James e per migliore attrice a Julia Roberts; ma candidatura come migliore serie tv drammatica. 

    Il nostro consiglio, dunque, non può che essere quello di recuperare la serie, facilmente reperibile su Prime Video.

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  • RECENSIONE CARO EVAN HANSEN – UN FILM MANIPOLATORIO

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    “Caro Evan Hansen” è l’ultimo film del regista, sceneggiatore e scrittore Stephen Chbosky, basato sul musical di Broadway omonimo, con musiche di Benj Pasek e Justin Paul (autori delle musiche di “La La Land” e “The Greatest Showman”) e libretto di Steven Levenson.

    Al centro della storia c’è Evan Hansen (Ben Platt, primo interprete del personaggio a Broadway), un adolescente all’ultimo anno di liceo che soffre di ansia e depressione. Su richiesta del proprio psicologo il ragazzo scrive quotidianamente delle lettere a sé stesso, con l’intestazione “Caro Evan Hansen”. Una di queste lettere cade inavvertitamente nelle mani di Connor Murphy, il ragazzo “problematico” della scuola. Successivamente Connor si toglierà la vita, e la lettera di Evan verrà trovata nel suo cappotto. I suoi genitori, credendo che sia il biglietto di addio del figlio, si convincono che Connor ed Evan fossero amici. Evan, spaventato all’idea di deluderli, asseconda le fantasie loro e della loro secondogenita, Zoe, per cui ha una cotta. Presto però la situazione evolverà in qualcosa di più grande di lui.

    In America, il film è stato accolto da critiche estremamente negative e una serie di controversie. Ad esempio Ben Platt, ora decisamente troppo vecchio per la parte (ha 27 anni), è stato accusato di nepotismo essendo il figlio di uno dei produttori. In Italia il film è stato distribuito dal 2 dicembre con la colonna sonora adattata e ridoppiata, dopo essere stato mostrato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, in coproduzione con Alice nella città. 

    Da un punto di vista meramente registico, il film di Chbosky non presenta grandi sprazzi creativi: la camera è per lo più frontale, i personaggi centrati, con un approccio realistico. Grandi vittime di questo modus operandi sono i numeri musicali, quasi tutti eseguiti in uno stile dimesso che vede l’esecutore cantare in solitaria, oppure rivolgersi in forma di canzone ad altri personaggi che ascoltano in silenzio. Se a teatro questa soluzione funziona perché è già implicito nel mezzo un certo margine di sospensione dell’incredulità, al cinema è fondamentale catalogare sin da subito i numeri musicali come diegetici (interni al mondo narrativo) o extradiegetici (esterni al mondo narrativo). Questo perché i musical in sé si basano su un “assurdo”, ovvero che i personaggi si esprimano attraverso delle canzoni, un assurdo che nel cinema è più difficile accettare e va quindi giustificato. Essendo il film ambientato in un mondo che ci viene sin da subito mostrato come simile al nostro, e venendo a mancare indicazioni che distinguano i numeri come più o meno extradiegetici (la loro regia è uguale a quella del film nel suo complesso), l’istanza “assurda” del musical viene a cozzare con l’istanza naturalistica che si cerca di portare avanti. 

    L’unico numero con una certa creatività è “Sincerely me”, durante il quale Evan e il suo compagno Jared scrivono delle finte mail per convincere i genitori di Connor della genuinità del loro rapporto. Il numero è immediatamente catalogabile come extradiegetico, visto che Connor è presente dopo la sua morte, e mostra scenari inesistenti. Inoltre sfrutta il mezzo filmico per fare ciò che a teatro non si può fare: dare dinamicità alla scena con la macchina da presa. Peccato che, per quanto questo numero risulti decisamente più intrattenente rispetto agli altri, spicchi e stoni a livello tonale, essendo l’unica occasione di leggerezza all’interno di “Caro Evan Hansen”. 

    Infatti un altro punto a sfavore di questa impostazione così calata nella realtà è la pesantezza del film: le canzoni sono tutte quante concentrate sui sentimenti dei personaggi, raramente portano avanti la trama, e non sempre le interpretazioni degli attori bastano a sopperire alla messa in scena statica e ripetitiva. 

    Di certo l’aspetto più positivo di “Caro Evan Hansen” sono gli attori. In particolar modo, tutti i membri della famiglia Murphy spiccano per le ottime interpretazioni: Colton Ryan (Connor) appare poco ma trasmette l’idea di un ragazzo che nasconde in sé una profondità inesplorata; Amy Adams (sua madre Cynthia), Kaitlyn Denver (Zoe), e Danny Pino (il suo patrigno) creano personaggi pieni di personalità, ognuno rappresentante una faccia diversa del lutto. Julianne Moore, nella parte della madre di Evan, Heidi, pur essendo poco presente riesce a tratteggiare un personaggio accorato, quasi eroico nella sua “banalità” di genitore single. Nik Dodani interpreta Jared, l’unica spalla comica. Il suo potenziale non viene sfruttato fino in fondo, visto che “scompare” appena esaurisce la sua funzione narrativa, e gran parte delle sue battute si limita a commentare su quanto sembri che Connor ed Evan abbiano avuto una relazione. Amandla Stenberg partecipa nel ruolo di Alana, una studentessa molto attiva in campo sociale, che per il film ha un solo tutto suo, “The Anonymous Ones”.

    La grande eccezione, che purtroppo trascina tutto il film in basso, è proprio il protagonista. Ben Platt interpreta Evan in una maniera che sarebbe adatta a teatro, con gesti e movimenti degli occhi e del viso gigioneschi per essere visti anche dall’ultima fila. Oltre a ciò, i “trucchi” che si sono adottati per farlo sembrare più giovane ottengono l’effetto opposto: l’acconciatura scelta, il viso spalmato di crema e la schiena costantemente ingobbita lo fanno spiccare in mezzo a un cast di attori passabili per studenti del liceo, creando, in abbinamento coi suoi innumerevoli tick, un effetto a tratti inquietante.

    In generale, il personaggio di Evan è il più grande problema del film. Infatti, il difetto più grande di “Caro Evan Hansen” è che cerca di estorcere una risposta emotiva allo spettatore, manipolandolo nel tentativo di fargli provare simpatia verso il protagonista. 

    A conti fatti, Evan è una persona orribile: mente per mesi a una famiglia in lutto arrivando perfino ad inserirsi al suo interno; fabbrica prove di un’amicizia inesistente dando voce a un ragazzo morto che neppure conosceva; approfitta di un forte momento di instabilità emotiva per “sedurre” Zoe (che, intuiamo dalla canzone “If I Could Tell Her”, stava spiando da mesi); non apprezza la madre e i sacrifici che sta facendo per crescerlo da sola, e anzi prova risentimento nei suoi riguardi. Nonostante ciò, sembra che lo spettatore debba provare simpatia per questo personaggio, e giustificare ogni suo errore per via della sua malattia. Il suo malessere psicologico può essere una motivazione, ma non può certo essere strumentalizzato per assolverlo di tutte le sue azioni nocive. 

    Ultimo punto a sfavore di questo film: tratta argomenti molto sensibili in maniera semplicistica e a tratti dannosa. 

    Sappiamo sin dall’inizio che Evan soffre di depressione ed ansia e sappiamo che va da uno psicologo ed assume pillole. Non vedremo mai il personaggio parlare con suddetto psicologo, né, dopo la parte iniziale, lo vedremo più assumere medicinali, implicando forse che abbia smesso di prenderli in toto, una pratica pericolosa dal momento che potrebbe portare a crisi di astinenza. In una scena del film, inoltre, Evan stesso si lamenta di dover sottostare a questo trattamento (fortunatamente viene ripreso e rimproverato subito dalla madre). Implicitamente, si toglie importanza a due prassi che sono fondamentali nella terapia per le malattie mentali, e che troppo spesso sono demonizzate all’interno dei media. 

    Una simile rappresentazione in un film che si autopubblicizza come adatto ad aprire una conversazione e a rendere consapevoli, rivolto a un pubblico composto principalmente da adolescenti, potrebbe ottenere l’effetto contrario, cioè alimentare le miscredenze già esistenti sulla malattia mentale e sul processo terapeutico. 

    Anche la maniera in cui si parla di suicidio è decisamente inadeguata. Questo non solo perché viene mostrato su schermo il tentato suicidio di un personaggio, ma anche per il trattamento riservato al personaggio di Connor. Infatti l’immagine che sia i media sia i genitori del ragazzo recepiscono, dopo la sua morte, è quella creata ad hoc da Evan, non quella reale. In questa maniera il ragazzo viene ridotto a una bugia, una bugia che alla fine viene definita da uno dei protagonisti “necessaria” e non viene mai questionata: l’importante, sembra dirci il film, è che qualcosa di lui sia rimasto, non importa se sia veritiero o meno.

    Un appunto legato all’edizione italiana: nonostante il talento dei doppiatori, l’adattamento opta per una traduzione quasi letterale che purtroppo a volte presenta sillabe in più nei versi delle canzoni e un labiale non sempre in sincrono, un problema che può distrarre durante la visione.

    In conclusione, “Caro Evan Hansen” è un prodotto tra il mediocre e l’attivamente dannoso, con una buona colonna sonora ma una storia fintamente edificante, un protagonista per cui è difficile fare il tifo e una regia piatta e realistica che non si adatta al mezzo di riferimento. Peccato, perché avrebbe potuto essere un ottimo thriller. 

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  • MAESTRANZE – MAKE UP ARTIST

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    Una professione fondamentale per rendere credibile il volto di un attore o di un’attrice è quella del make up artist, la quale necessita di un accurato studio e di una completa conoscenza dei volti e della fisionomia umana, in tutte le sue ampie sfaccettature.

    Da sempre truccatori e truccatrici hanno lavorato all’interno dei set cinematografici: fin dagli albori del cinema nei primi anni del ‘900, infatti, queste figure erano sempre pronte a passare prima cerone e poi fondotinta agli interpreti.

    IL TRUCCO CINEMATOGRAFICO NELLA STORIA

    Nella tradizione teatrale era previsto un uso massiccio del cerone e di altri prodotti simili, al fine di enfatizzare i tratti del volto degli attori, così da essere visibili anche agli spettatori seduti nei posti più lontani.

    Nel XIX secolo, con l’introduzione delle luci a gas, un tale Ludwig Leichner creò una linea di ceroni color pelle, i quali, però, quando venivano impressionati dalla macchina da presa cambiavano tonalità: le tonalità calde in grigio scuro o nero, e quelle fredde in grigio chiaro o bianco. A causa di questi problemi si cominciò ad utilizzare nuove tecniche: Max Factor crea il primo trucco per il cinema, il Supreme Greasepaint: fondotinta chiari e semiliquidi, facilmente applicabili, con un risultato decisamente più naturale del cerone.

    Inoltre, le attrici, al fine di ottenere sguardi “magnetici”, utilizzavano il rossetto scuro sulle labbra e ombretti scuri leggermente sbavati, ma anche mascara e ciglia finte.

    Dunque, in breve, nell’era del cinema in bianco e nero la tipologia di trucco utilizzata dipendeva dal formato della pellicola, dalla tonalità dei grigi e dalle luci utilizzate sul set. Quando, a cavallo tra anni 50 e 60, arriva l’avvento del formato a colori, si comincia ad utilizzare tecniche differenti, basate maggiormente sulla valorizzazione dei visi degli attori/attrici e sulle mode o tendenze del momento.

    Nella contemporaneità, oltre al lavoro dei make up artist si fa spesso un uso massiccio di effetti speciali o tecniche CGI, purtroppo non sempre efficaci come il caso del trucco su Robert de Niro in The Irishman (2019, Martin Scorsese).

    LA PROFESSIONE IN BREVE

    Quella del make up artist è una professione tra le più antiche, ha le sue origini nel teatro e si evolve nel corso del tempo, tra moda e cinema. Non esiste e non è mai esistito un solo ed unico modo di truccare i performer: tutto dipende, in principio, dal contesto, ambientazione e dalle caratteristiche che si vogliono dare ai personaggi, ma anche dalla mission del regista. La domanda a cui si deve rispondere, dunque, è: come si vuole far apparire questo personaggio? Cool e alla moda, trascurato o indifferente? I tratti del volto possono suggerire tanto allo spettatore, considerando l’estrema importanza dei close up (primi piani),  spesso effettuati in determinate scene proprio per dare maggiore enfasi ed emozionare lo spettatore.

    Dunque, occorre definire innanzitutto la caratterizzazione del personaggio confrontandosi col regista e, in un secondo momento, osservare attentamente i lineamenti dell’interprete selezionato in fase di casting, così da lavorare anche con delle bozze all’eventuale trucco da effettuare.
    Sicuramente è molto utile avere anche una cultura sulla storia del trucco, cinematografico e non solo, conoscere le varie tecniche di make up e soprattutto i prodotti da ordinare e utilizzare, siano essi fondotinta, creme, skincare, ecc…

    Infine, mi sembra corretto dar credito ad alcuni tra i make up artist più famosi e importanti della storia del cinema, dai più remoti ai più contemporanei:

    Lorella De rossi, truccatrice molto nota nel contesto internazionale, ha collaborato con registi del calibro di James Cameron e David Lynch. Specializzata nell’applicazione di protesi facciali e nell’invecchiamento degli attori/attrici.
    -Jack Pierce, noto per aver truccato la mummia, per aver dato il volto all’uomo lupo ma soprattutto al mostro di Frankenstein.
    -Michèle Burke, truccatrice irlandese, naturalizzata canadese, due volte premio Oscar per La guerra del fuoco e Dracula di Bram stoker, ha realizzato anche il trucco di Vanilla sky, Minority Report, Mission impossible III.
    -Richard “Rick” Baker, a lui si deve l’Oscar per miglior trucco, istituito dall’Academy nel 1981. È specializzato in trucchi per effetti speciali, come Men in Black, Il Grinch o il video musicale Thriller di Michael Jackson.
    Alessandro Bertolazzi, infine, è tra i nomi di punta nel panorama dei make up artist cinematografici, soprattutto dopo aver vinto il premio Oscar nel 2017 per il miglior trucco grazie al suo lavoro in Suicide Squad, tra i film a cui ha collaborato si ricordano Il testimone dello sposo, Il fantasma dell’Opera, Malèna, Babel, Gomorra, Angeli e Demoni, J. Edgar, Skyfall, The Impossible e Fury.

    Per chi fosse interessato/a alla professione ci sono tantissime scuole di trucco cinematografico in tutta Italia, una delle migliori sicuramente l’accademia nazionale di cinema di Bologna, che tra i vari corsi di formazione propone la qualifica in Make up artist cinematografico.

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  • RECENSIONE SCOMPARTIMENTO N. 6 – IN VIAGGIO CON IL DESTINO: IL FASCINO DELLA SOLITUDINE E DELL’INASPETTATO

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    Si fa attendere, Juho Kuosmanen, come i grandi registi (fra i quali è già entrato di diritto): sono passati cinque lunghi anni dalla sua opera prima, La vera storia di Olli Mäki (2016), un Toro scatenato in salsa finlandese, presentato in Italia nella sezione Festa Mobile del 34° Torino Film Festival e vincitore del Premio Un Certain Regard di Cannes 2016. Per gli occhi accorti non era stato difficile cogliere sin da subito il particolare talento di Kuosmanen nel descrivere, senza troppi artifizi o mezzi dispendiosi, la spontaneità (soprattutto attoriale) e il realismo di certe situazioni del mondo del pugilato di Helsinki.

    Il talento del regista quarantaduenne si riconferma in Scompartimento n.6 – In viaggio con il destino (tratto dal fortunato romanzo omonimo di Rosa Liksom), vincitore del Grand Prix a Cannes 2021 ex aequo con Un eroe di Farhadi e scelto per rappresentare la Finlandia nella categoria miglior film internazionale ai premi Oscar 2022.

    Laura (Seidi Haarla) è un’aspirante archeologa finlandese che studia a Mosca, dove ha in affitto una stanza di proprietà dell’amante Irina (Dinara Drukarova); insieme vogliono recarsi a Murmansk per godere dal vivo dei petroglifi (incisioni rupestri scavate nella roccia dalle popolazioni primitive). Irina, tuttavia, è trattenuta nella capitale russa per impegni di lavoro mentre Laura, a malincuore e un po’ amareggiata, sale da sola sul treno, dove dovrà inaspettatamente condividere lo scompartimento numero 6 con il giovane e rude operaio Ljoha (Yurij Borisov), dal passato tanto sbiadito quanto quello della donna. Il primo approccio fra i due non è dei più teneri, ma sotto le vesti volgari e scorbutiche di Ljoha si nascondono tratti pienamente umani che si manifesteranno in un reciproco (e sincero) scambio di battute e affetto.

    L’HIC ET NUNC DELL’INASPETTATO

    Echi di Linklater, ovvio: Prima dell’alba è dietro l’angolo. Ma c’è dell’altro. Il capolavoro con protagonisti Ethan Hawke e Julie Delpy, oltre che da Rohmer, andava a pescare in una tradizione cinematografica drammaturgica-sentimentale ben precisa, dove le colonne portanti erano il magnetismo fra i due e l’alchimia di dialogo che pian piano andava strutturandosi sempre più intimamente. Nella seconda opera di Kuosmanen siamo da tutt’altre parti. Se la struttura narrativa può sembrare simile al film di Linklater, il regista finlandese affida più alla regia che alla sceneggiatura il compito di indagare l’intricato e (inizialmente) conflittuale rapporto fra la studentessa e l’operaio.

    I personaggi sono costantemente pedinati (come nel recente La scelta di Anne) da intensi primi piani a camera a mano (anche per suggerire l’idea del vagone in movimento), laddove sono gli sguardi e il non detto ad essere più eloquenti di mille parole. Ci troviamo certamente dalle parti di Drive my car (2021) di Ryûsuke Hamaguchi, altro film a bordo di un mezzo di locomozione (una Saab 900), che – allo stesso modo dello scompartimento numero 6 – con il suo viaggiare invitava i protagonisti ad approfondirsi vicendevolmente. I silenzi e il lungo errare accomunano il film finlandese a quello tratto da Murakami: è importante il viaggio, non la meta. Sono entrambi film di prospettive ed orizzonti – sebbene rinchiusi in una macchina o in un vagone -, perché non ci è dato sapere quale sarà il futuro di Laura e di Ljoha. Il nocciolo del film sta piuttosto nel fascino dell’inaspettato e dell’imprevedibile (che la regia riflette molto bene nella forma, attraverso bruschi stacchi di montaggio e rapidi movimenti di macchina), che l’imperversante solitudine può spesso modellare in armi a suo vantaggio.

    I personaggi del film sono soli, abbandonati a una vita che, probabilmente, non li soddisfa appieno. Eppure, l’opera finlandese non si proietta mai verso il futuro, tesa verso chissà quali misteriose mete, ma è valida nel cogliere l’istante, il presente, i momenti e i piccoli sguardi propri dell’anima dei due protagonisti, che solo a difficoltà riescono ad emergere. Cosa significano per Laura le incisioni rupestri verso cui si sta dirigendo? Sono forse un passato che non la soddisfa e da cui non si riesce a distaccare? La mansione di operaio è davvero la vita che Ljoha avrebbe voluto scegliere? Secondo Kuosmanen, a volte bisogna – temporaneamente – mettere da parte questi dubbi amletici che attanagliano la mente: dobbiamo vivere hic et nunc, qui e ora, e senza indugi (filosofia rispecchiata anche dal suo modus operandi sul set, dove cerca di realizzare meno ciak possibile).

    Alla fine, anche dei petroglifi apparentemente insignificanti potrebbero diventare il simbolo suggellante di un’imprevista amicizia (o relazione?), eliminando, almeno temporaneamente, qualsiasi rancore o ruggine, e riportandoci metaforicamente alla meravigliosa cavità nel muro del monastero in rovina di Angkor Wat della toccante chiosa finale di In the mood for love (2000).

    Un doveroso plauso, infine, alla scelta di Kuosmanen di girare Scompartimento n.6 in pellicola: pur dovendola trasporre su supporto digitale ai fini della proiezione, grazie alla collaborazione con il direttore della fotografia Jani-Petteri Passi e all’ispirazione di Le meraviglie di Alice Rohrwacher, il lungometraggio non perde una singola sensazione che potrebbe esserci donata dalla visione in pellicola.

    Se è innegabile che per molti minuti si respiri quell’aria da “film da festival” (termine affibbiato da molti anche al già citato La scelta di Anne), allora viva i festival e le loro opere!

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  • RECENSIONE CRY MACHO – L’ULTIMO RODEO

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    57 anni sono passati da quel lontano 1964, anno in cui uscì in Italia Per un Pugno di Dollari, film che avrebbe lanciato in maniera irrefrenabile la carriera di un giovane Clint Eastwood, oltre che quella di Sergio Leone, rendendolo una delle icone più importanti e riconoscibili del genere western. 57 anni dopo, appunto, il regista californiano torna dietro la macchina da presa per omaggiare le più profonde radici del suo cinema, con una pellicola come Cry Macho, che ha il sapore di un’ultima grande cavalcata verso il tramonto, di un addio sofferto ma non sofferente, con il sorriso e la consapevolezza di chi sa che è stato un lunghissimo – e meraviglioso – viaggio. 

    Non è quindi un caso che Eastwood, a 91 anni, decida di girare quello che potrebbe essere il suo ultimo film (perlomeno a livello attoriale)  creando un vero e proprio road movie classico, ma che nella sostanza presenta un linguaggio decisamente western, segnando un ritorno al genere che mancava nella filmografia del regista dal 1992 con Gli Spietati e che rappresenta, forse, il modo più romantico e personale per l’artista di congedarsi dal palcoscenico, tra gli applausi e le lacrime del pubblico. 

    La pellicola, in realtà, racconta una storia molto semplice: Mike Milo (Eastwood) è una vecchia stella del rodeo che vive ormai in solitudine tra vecchi ritagli di giornale, premi impolverati e ricordi di un passato di gloria, fino a quando il suo datore di lavoro non gli chiede di intraprendere un viaggio in Messico per recuperare il figlio, ormai adolescente, e portarlo in Texas per ricongiungersi e conoscere finalmente il proprio padre. Durante questa missione il vecchio Mike si troverà a dover affrontare sfide inaspettate e a riscoprire nella semplicità delle piccole cose sentimenti che credeva ormai dimenticati. 

    Dal punto di vista formale il film è totalmente in linea con il vocabolario cinematografico di Eastwood: la regia è quella classica del cineasta americano, priva di virtuosismi inutili, ma precisa, pulita e concreta. A 91 anni Clint non ha sicuramente l’intenzione di innovare e rivoluzionare il proprio stile con nuove soluzioni tecniche, ma ha dalla sua l’esperienza e la capacità – mai banale – di saper posizionare e muovere la macchina da presa nel modo giusto, al momento giusto, con una precisione che pochi possono vantare all’interno dell’industria cinematografica hollywoodiana.

    Anche la fotografia di Ben Davis (DoP di numerosi film di casa Marvel, qui alla prima collaborazione con Eastwood) si attesta su un livello notevole e regala inquadrature visivamente molto suggestive, specialmente durante le sequenze nel piccolo paese messicano, fatte di tagli di luce molto morbidi, di un sapiente uso del controluce e di magnifici campi lunghi sul deserto, riuscendo pienamente a rafforzare il senso di serenità e malinconia che permea tutta la pellicola. Molto coerente ed efficace anche la colonna sonora di Mark Mancina, così come convincenti sono i reparti di scenografia e costumi, che creano un contesto visivo fortemente legato al western classico, trasponendolo però in modo intelligente nella contemporaneità.  

    Ciò che delude maggiormente, però, è la sceneggiatura che risulta essere piuttosto debole e sconclusionata, con una gestione dei tempi narrativi non perfetta e con alcuni dialoghi assurdi, al limite del fuori luogo. La divisione in tre atti è netta e ben scandita, ma non efficace: il primo risulta decisamente troppo sbrigativo nell’introdurre i personaggi e nel dare il via all’azione, il secondo è sicuramente quello più riuscito, ma il cambio di ritmo è forse troppo marcato e crea uno scompenso evidente tra la parte iniziale e quella centrale. Il terzo atto, invece, soffre degli stessi problemi del primo, portando a una risoluzione fin troppo rapida della trama, che avrebbe necessitato probabilmente di un minutaggio leggermente maggiore (il film dura solamente 104 minuti) per dare più spazio a certe dinamiche. 

    Anche i personaggi soffrono di una scrittura non ottimale, risultando piuttosto stereotipati e poco approfonditi che molto spesso risultano essere semplici espedienti narrativi più che characters di spessore. Il co-protagonista Rafael, su tutti, appare come un elemento forzatamente imprevedibile, che vorrebbe rappresentare l’instabilità dell’età adolescenziale, ma che in fin dei conti risulta quasi fastidioso nel suo essere così macchiettistico (complice anche un doppiaggio quanto meno discutibile) e che sfigura persino di fronte al gallo da combattimento Macho, vero e proprio comic relief del film, inaspettatamente efficace. Eccezione doverosa va fatta, però, per il personaggio di Marta (Natalia Traven), ovvero la señora che ospita i due protagonisti in fuga e che, nonostante lo screentime abbastanza ridotto, ha le movenze e il volto giusto per il ruolo, oltre che una notevole intensità recitativa,  regalando l’unico personaggio veramente autentico e convincente, con un arco narrativo breve ma interessante, insieme a quello dell’intramontabile Clint Eastwood (qui decisamente in modalità con il cappello come direbbe Leone), il quale riesce a fornire, nonostante i 91 anni di età, l’ennesima interpretazione di livello della sua incredibile carriera. 

    Il Mike Milo di Cry Macho è un mix di grandi classici eastwoodiani, dagli occhi di ghiaccio del Texano Josey Wales, fino al ghigno rabbioso del Walt Kowalski di Gran Torino, passando per lo sguardo riflessivo del protagonista del più recente The Mule

    Proprio con quest’ultimo film è possibile trovare le analogie più forti ed interessanti, in quanto entrambe le opere trattano il tema della senilità e della necessità di guardarsi indietro e di tirare in qualche modo le somme  della propria vita, ma laddove Il Corriere – The Mule viaggiava su binari sicuramente più drammatici e dolorosi, questo Cry Macho offre un punto di vista molto più sereno, quasi famigliare. 

    Ciò appare evidente nella parte centrale della pellicola in cui il ritmo rallenta sensibilmente e la narrazione si ferma per lasciare più spazio agli sguardi e alle parole, al racconto delle piccole cose quotidiane che, giorno dopo giorno, costruiscono i rapporti e all’amore che si cela dietro ai gesti più impercettibili. Appare assai probabile, quindi, che i difetti di sceneggiatura siano dovuti, più che alla narrazione in sé e per sé, alla volontà di portare avanti un discorso intimista sulla meraviglia della vita nella sua semplicità, regalando momenti veramente toccanti e umani senza aver bisogno di sovrastrutture complicate. Eastwood, da grande regista qual è, dà grande spessore e importanza comunicativa all’immagine, prima che alla parola, riuscendo efficacemente a trasmettere l’intero spettro delle emozioni che intende far passare anche solo attraverso le sensazioni visive e, infatti, è sufficiente l’inquadratura di una mano che accarezza il muso di un cavallo al tramonto o di una coppia che balla nella penombra di un bar per percepire la serenità e il calore del momento. 

    In conclusione questo Cry Macho è sicuramente un film godibile; non è forse una pellicola perfetta ed è anzi colma di difetti di scrittura, ma nonostante ciò colpisce per la forza emotiva che porta con sé e per l’efficacia dei suoi momenti comici (Clint Eastwood che tiene in braccio un gallo da combattimento accarezzandolo entra di diritto nel novero delle cose più iconiche viste quest’anno). Il film, in definitiva, non si dimostra un capolavoro, ma comunque un’opera degna della filmografia del regista, che se si chiudesse qui avrebbe un ultimo capitolo certamente molto romantico e personale: un ultimo rodeo in sella al toro prima di appendere definitivamente il cappello e gli stivali. Se così fosse, grazie di tutto Clint, è stato un viaggio bellissimo e meraviglioso.

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  • RECENSIONE RESIDENT EVIL: WELCOME TO RACOON CITY – UN FILM PER I FAN

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    Correva l’ormai lontano 1996 quando Resident Evil sbarcava su PlayStation 1: sviluppato dalla casa di sviluppo giapponese Capcom, il gioco si presentava come un survival horror nel quale il giocatore vestiva i panni di due membri della squadra S.T.A.R.S. intenti a sopravvivere ad un esercito di famelici zombie con arsenale e munizioni limitate, il tutto all’interno di una inquietante e misteriosa villa piena di enigmi ed indovinelli da risolvere. Il gioco ottenne un enorme successo, tanto da portare allo sviluppo di altri due capitoli a distanza di (rispettivamente) due e tre anni sempre su PS1 per poi creare altri sequel fino all’ottavo sbarcato su console e PC proprio in questo 2021.

    Ispirandosi pesantemente ai film horror di serie B degli anni ’70/’80, era inevitabile che il mondo del cinema provasse a portare sul grande schermo la saga. Venne così affidato, nel 2002, il primo progetto a Paul W.S. Anderson, che realizzò un adattamento dal nome Resident Evil (la fantasia non mancava) e con protagonista Milla Jovovich nei panni di Alice, un personaggio originale introdotto nei film. La pellicola prendeva in realtà semplice ispirazione per alcuni elementi dal videogioco, andando a realizzare un prodotto che aveva ben poco dell’originale, se non il nome. Nonostante tutto ciò, il film ottenne un successo tale da portare alla creazione di altri cinque capitoli (di qualità discendente), portando i fan del videogioco a gettare la spugna e ad abbandonare le speranze di ottenere un buon adattamento. Fino ad oggi.

    Conclusa (non nel migliore dei modi) la saga di Anderson, Sony ha affidato al regista britannico Johannes Roberts il progetto di un reboot che ripartisse da zero, portando nuovamente le avventure della S.T.A.R.S e soci sullo schermo col tentativo di creare un prodotto valido. Finalmente, possiamo dirlo, ce l’hanno fatta.

    FAN SERVICE

    Dovendo proporre un lavoro differente da quello dell’adattamento del 2002, Roberts ha deciso di accorpare la storia del primo e del secondo capitolo, andando ad apportare delle obbligatorie modifiche ad alcuni eventi e passaggi di trama. Se nel videogioco le due storie si svolgevano ad un paio di mesi di distanza, nella pellicola avvengono in contemporanea, mostrando Chris Redfield (Robbie Amell), Jill Valentine (Hannah John-Kamen), Albert Wesker (Tom Hopper) e Richard Aiken (Chad Rook) esplorare Villa Spencer, mentre Claire Redfield (Kaya Scodelario) e Leon S. Kennedy (Avan Jogia) si ritrovano a sopravvivere nella stazione di polizia e lungo le strade di Raccoon City

    Nel mettere in scena gli eventi, la pellicola risulta in realtà estremamente più lenta di quello che ci si aspetterebbe, riuscendo in questo modo a costruire un’ottima tensione, anche grazie ad una messa in scena graduale della mutazione degli abitanti in zombie, che diventano lentamente sempre più mostruosi e spaventosi. Non mancano di certo le scene d’azione e sopra le righe, tipiche della saga videoludica e dei film di serie B (per citare una scena tra le tante: uno zombie in fiamme che entra camminando nella stazione di polizia con in sottofondo una canzone pop) e lo stesso vale nella caratterizzazione dei personaggi. Partendo dalla base monodimensionale presente nei videogiochi, la pellicola assegna ad ogni personaggio un ruolo specifico: la bella ragazza che si dimostra più tosta di quello che sembra, il poliziotto novellino, il comandante egoista ed opportunista, il mercenario che tradisce i compagni per soldi e così via. La caratterizzazione rimane però estremamente fedele ai videogiochi, portando sullo schermo i personaggi che i fan hanno sempre amato, approfondendone alcuni aspetti (come per Leon che va incontro ad una crescita durante la pellicola, mentre nel videogioco risulta una macchina da guerra sin dall’inizio) e modificandone altri (per esempio il passato dei fratelli Redfield o il personaggio di Wesker, che viene riscritto mantenendo però l’anima originale).

    La pellicola è inoltre piena di easter eggs e citazioni per i fan della saga, sia a livello visivo (i protagonisti indossano spesso abiti identici a quelli del videogioco e lo stesso vale per i nemici, che sono identici alle loro controparti videoludiche) che nei dialoghi (per la felicità dei fan torna infatti, il “Jill sandwich”).

    RICERCA VISIVA

    Oltre ai cambiamenti di trama, altro muro contro cui i fan storici potrebbero imbattersi è la scelta del cast: se si hanno infatti da una parte attori ai limiti della ricerca maniacale della similarità per Claire o il comandante Irons (interpretato da un Donal Logue estremamente in parte), il resto degli attori scelti non risulta particolarmente rassomigliante alle controparti del videogioco, i cui massimi esponenti sono, in Leon e Jill, diversi sia per carnagione che per pettinatura. Questo non risulta però un problema in quanto, come già detto, la caratterizzazione dei personaggi risulta perfetta a livello di scrittura e si evita inoltre l’ effetto cosplay delle rappresentazioni precedenti, a causa del quale i personaggi risultavano quasi imbarazzanti (lampante esempio di come ciò che funziona nei videogiochi non sempre funziona al cinema).

    Altro elemento che invece farà la felicità dei fan sono le ambientazioni: le stanze di Villa Spencer, la reception e le celle della stazione di polizia, l’orfanotrofio ed il laboratorio Umbrella sono state create con una cura quasi maniacale, inserendo anche con le dovute modifiche alcuni enigmi del gioco e l’uso delle chiavi colorate. Su questo punto si aggiunge anche un intento registico di ricreare alcune sequenze in maniera estremamente simile a quelle presenti nel gioco (esempio l’arrivo della S.T.A.R.S. sui monti Arklay o l’incontro con il primo zombi nella villa) e l’utilizzo di alcuni movimenti di macchina, come nei piani sequenza, e dei primi piani che arricchiscono e rendono la visione molto coinvolgente. 

    Ultimo elemento da sottolineare sono i mostri, fondamentali tanto nel videogioco quanto in questo adattamento. Quelli più presenti e su cui ruota la fama della saga sono proprio gli zombi, proposti qui con una tecnica che ripudia la realisticità degli adattamenti moderni alla The Walking Dead per preferire il trucco e le movenze tipiche degli zombi di Romero (a cui lo stesso videogioco si ispirava). Ma la saga presenta anche altri tipi di creature, generate da altri esperimenti biologici e virus come, ad esempio, un Licker creato con una computer grafica non perfetta ma comunque godibile ed una Lisa Trevor e un William Birkin creati con un mix di trucco e CGI.

    CONCLUSIONI

    Affidato il lavoro a Johannes Roberts, la saga di Resident Evil riesce finalmente ad ottenere un buon adattamento con una pellicola che, da un lato riadatta la storia inserendo dei cambiamenti, mentre dall’altro cerca di assomigliare il più possibile al videogame, inserendo ambientazioni e sequenze identiche alla controparte videoludica e mettendo in scena i personaggi con alcune modifiche ma sempre facendo attenzione a non snaturarli del tutto. Non si tratta di certo di un film perfetto, complice una CGI mediocre, un terzo atto leggermente veloce e diversi elementi assurdi tipici dei film di serie B a cui la saga si è ispirata fin dall’inizio. Una pellicola quindi che potrebbe non essere apprezzata da qualsiasi spettatore soprattutto se estraneo alla saga, ma che farà di certo innamorare i fan, grazie alla sua cura per i dettagli e alle numerose citazioni ed easter eggs.

    P.S. Appena conclusa la pellicola non scappate fuori dalla sala, in quanto è presente una scena a circa metà dei titoli di coda.

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  • ALEX DELARGE – IL VOLTO DI DIONISO

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    Un ragazzo stringe tra le mani un bicchiere di latte, sulla testa porta una bombetta nera a sovrastare un viso dai tratti delicati che, tuttavia, si distorcono in un sorriso crudele, feroce. Questo è il volto di Alex DeLarge, protagonista di Arancia Meccanica (Malcolm McDowell), il cui primo piano è noto pressappoco a chiunque, al punto che il suo occhio azzurro, incorniciato da lunghe ciglia finte, è ormai iconico e inconfondibile. Si può quasi dire che il suo occhio di ghiaccio sia il marchio di fabbrica del film, la sua firma.  Sarà per il suo costume peculiare ad opera della celebre costumista italiana Milena Canonero o forse per la sua personalità complessa e ambigua, Alex si è guadagnato lo status di personaggio tra i più amati e noti della cinematografia kubrickiana ma anche, più generalmente, del cinema stesso. E se il nostro amato drugo lo sapesse, probabilmente ne godrebbe come un bambino e ci regalerebbe uno dei suoi indimenticabili ghigni.

    ARANCIA MECCANICA: VIOLENZA GRATUITA O NECESSITÀ ESPRESSIVA?

    Al tempo della sua uscita nel 1971, ma anche negli anni successivi, Arancia Meccanica fu sottoposto a numerose operazioni di censura.  A seguito di numerose minacce, Kubrick stesso fece ritirare il film dalle sale inglesi vietandone la proiezione fino alla sua morte, avvenuta nel 1999.  Si tratta, infatti, di una pellicola “problematica” che, nel corso della sua storia, è stata spesso ritenuta pericolosa e traviante poiché, secondo molti, inneggia e giustifica l’uso di sostanze stupefacenti, il degrado urbano, lo stupro e, soprattutto, la violenza gratuita, nel film ancora più orribile in quanto messa in atto da ragazzini. Questi sono i prodotti di una società marcia nella quale conta più la scelta del singolo, la sua personale distinzione del bene e del male, piuttosto che i grandi valori universali quali la giustizia, l’uguaglianza, l’onestà, il bene e l’amicizia. A questo  proposito è necessario sottolineare che in numerose occasioni  Anthony Burgess, autore dell’omonimo romanzo da cui è tratto il film, e successivamente Stanley Kubrick hanno precisato di non aver mai avuto l’intenzione di mettere in scena una violenza fine a sé stessa, dal momento che questa è impiegata per analizzare una tematica estremamente filosofica quale il libero arbitrio che caratterizza fortemente il personaggio di Alex, le sue relazioni con il mondo esterno e il suo percorso interiore. Potremmo andare avanti all’infinito ad “arrovellarci il gulliver” su chi ha torto e chi ragione, sennonché la questione è, ovviamente, più complessa di così e cercheremo di sviscerarla proprio attraverso il protagonista, Alexander DeLarge.

    Scrive Kubrick:

    Alex è un personaggio che alla luce di ogni considerazione logica e razionale dovrebbe suscitare antipatia e anzi, con ogni probabilità, il pubblico dovrebbe aborrirlo. Eppure […] Alex ti trascina dentro la sua visione della vita. La storia produce questo effetto, che è per la mente del pubblico l’illuminazione artistica più piacevole e sorprendente. […] Alex simboleggia l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti.”

    Già dai primi minuti del film si comprende che la vita di Alex e dei suoi compagni è molto diversa da quella di qualsiasi malcico (“ragazzo” in nadsat) della sua età: trascorrono le loro serate a combattere la noia attraverso rapine, risse e violenze di ogni genere, che vanno dal picchiare un povero senzatetto indifeso al violentare devočke (“giovani donne” in nadsat). Alex ritiene, infatti, che la strada sia la vera ed unica insegnante e che la scuola, d’altro canto, non è che un luogo finalizzato a “danneggiare la loro educazione”. Alex sceglie personalmente di compiere queste azioni negative, consapevole delle loro conseguenze eppure incurante di esse. A differenza degli altri drughi, la violenza è per lui piacere puro, uno sfogo dei propri istinti, un momento in cui allentare i freni inibitori e lasciar parlare unicamente gli impulsi.

    “[…] Alex DeLarge è il diminutivo buffo di Alessandro il Grande, che si fece largo nel mondo a colpi di spada e massacri e lo conquistò. Ma è anche il nome di colui che alla fine è vinto, impotente e senza parole. Egli fu “A – lex”. La legge di se stesso, e diventò una creatura senza legge e senza lessico.”
    -Anthony Burgess

    Come avrete notato, i drughi comunicano utilizzando il nadsat, un particolare tipo di slang inventato dallo stesso Burgess. Il nadsat mischia l’inglese con il russo ed è una lingua molto fisica fatta di ripetizioni cantilenanti, parole inventate o provenienti da dialetti quali il Cockney e, infine, onomatopee. Un linguaggio che utilizzano solo loro e che finisce ancor più per ghettizzarli all’interno di una società distopica, fondata sulla sopraffazione, sulla meschinità e sull’uso della violenza, la quale diviene per loro una divinità da onorare ogni sera attraverso l’esercizio dell’amata “Ultraviolenza” che è facilitato dall’assunzione del latte+, una bevanda composta da latte mischiato ad alcune droghe mescaline e sostanze psicotrope.

    IL BIANCO, I COSTUMI E LE LORO ISPIRAZIONI: IL LAVORO DI MILENA CANONERO

    Il bianco troneggia nella prima parte del film: è il colore caratteristico del Korova Milk Bar, il loro punto di ritrovo, ma anche del latte+ e persino degli iconici abiti dei drughi, i quali indossano pantaloni, bretelle e camicie completamente bianchi, fatta eccezione per gli stivali e gli eleganti capelli neri che, insieme al bastone “da passaggio” di Alex, conferiscono loro un’aria quasi borghese. Il bianco si pone in contrasto con la brutalità dei protagonisti e, per tale ragione, perde la sua portata simbolica positiva poiché si pone in diretta relazione con il male o, come nel caso del latte+, spinge a compierlo. Allo stesso modo, il volto angelico di Alexander diviene l’incarnazione stessa del male, il volto di Lucifero, un angelo caduto e senza alcuna possibilità di redenzione. Inoltre, la costumista Milena Canonero ha dichiarato in un’intervista che l’ispirazione per il costume di Alex e dei suoi compagni sia derivata da un fenomeno sociale contemporaneo all’uscita del film: impossibile non cogliere le somiglianze tra lo stile dei drughi e la “divisa” tipica degli Skinheads, composta proprio da camicia, bretelle e anfibi con risvolto ai pantaloni. Il movimento degli Skinheads nasce in Inghilterra verso la fine degli anni ’70 ed è composto da giovani anticonformisti provenienti dalla classe operaia. In quegli anni, il movimento ha attirato numerosi pregiudizi dando luogo a incomprensioni a causa di correnti nazifasciste che si sono insediate nella sottocultura stravolgendola dall’interno e compiendo linciaggi e atti brutali contro minoranze etniche e religiose. Contemporaneamente, come reazione a questa appropriazione indebita, alcuni gruppi originali diedero vita a numerose fazioni antifasciste, antirazziste, anarchiche, apolitiche o comuniste, prendendo le distanze da quelle azioni orribili, ma ciò non bastò a far cambiare idea all’opinione pubblica che continuò per anni a guardarli con sospetto, etichettandoli come pericolosi e violenti. A questo punto non ci sorprende che il loro stile inconfondibile sia stato di ispirazione alla Canonero per il costume dei drughi.

    ALEXANDER DELARGE: VIOLENZA A RITMO DI MUSICA

    Alex è il leader del gruppo e ci viene presentato sin dalle prime sequenze come un giovane aggressivo, spietato ma anche come un esteta colto e astuto. Si diletta di musica classica e, in particolare, nutre un amore spropositato per Ludwig Van Beethoven, il cui ascolto suscita in lui immagini violente e al tempo stesso erotiche. La nona sinfonia del compositore lo scuote, lo eccita ed è una droga più potente della mescalina stessa, è l’ispirazione che lo sprona all’azione. La bellezza della musica, quindi, si fonde all’esercizio della violenza, anzi lo amplifica, ne è la fonte primaria. E’ proprio la musica a spingere e ad accompagnare Alex durante questi atti orribili, a liberare i suoi istinti primordiali, dionisiaci.  

    “[…] E d’un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione, e a quello che il buon Bog manda loro. La musica mi venne in aiuto. C’era una finestra aperta con uno stereo, e seppi subito che cosa fare”
    -Alex Delarge in A Clock Work Orange.

    Celebre è la scena dell’irruzione nella casa dello scrittore, scena drammatica nella quale i drughi distruggono parte dell’abitazione, si prendono beffe del proprietario e violentano la povera moglie.
    Questo momento del film è reso ancor più atroce dal motivetto che Alex canticchia mentre colpisce l’uomo: Singin In the Rain, la canzone pilastro del cinema classico hollywoodiano, tratta dall’omonimo film e cantata da uno spensierato e romantico Gene Kelly.
    Lo stesso tipo di spensieratezza risiede anche nel protagonista poiché i suoi impulsi famelici stanno per essere saziati da una bella dose di ultraviolenza.

    DALLA LEGGE DEL TAGLIONE ALLA CURA LUDOVICO

    A seguito del tradimento, anzi “ammutinamento”, dei suoi compagni inizia il declino del giovane drugo. Dopo un colpo finito male, Alex viene arrestato e costretto a scontare 14 anni con l’accusa di omicidio.

    La violenza, tuttavia, raggiunge il protagonista anche in carcere, dove è sottoposto a numerose umiliazioni, vessazioni, avances da parte dei detenuti e percosse delle guardie che sembrano obbedire solo alla legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente”. Alex in prigione perde la sua identità, diviene un numero, e l’unica cosa da cui sembra trarre godimento è la religione. Passa, infatti, ore a leggere le sacre scritture traendo piacere dai racconti di flagellazioni, uccisioni, stupri e torture.  È il suo unico modo per placare la sete di ultraviolenza che è sempre presente in lui.
    Nel momento in cui Alex viene scelto per la perversa “Cura Ludovico” inizia il suo vero inferno, e da carnefice diventa vittima.

    “Se prima non avessimo visto Alex agire come delinquente brutale e spietato, sarebbe stato fin troppo facile essere poi d’accordo sul fatto che lo Stato commette una colpa più grave nel privarlo della sua libertà di scelta tra il bene e il male.”
    -Stanley Kubrick, Da “Kubrick” di Micheal Ciment.

    La società, sottoponendolo alla sperimentazione, lo priva della libertà di scelta, costringendolo al bene e privandolo della sua natura. Alex è, quindi, obbligato a reprimere la sua indole violenta nella convinzione sociale di essere finalmente “sano”, perché la violenza è una cosa malata e orribile. Si parla di una riabilitazione forzata, non spontanea né interiorizzata ma al limite della tortura. Dopo appena due settimane di cura, il “redento” ne esce trasformato e viene gettato nuovamente nella società, un mondo che oramai non lo accetta più e in cui non riesce più ad integrarsi né a difendersi.  Infatti, se Alex è stato rieducato e reso incapace di fare del male, la società invece ha conservato la sua malvagità, la sua sete di violenza e di vendetta. Una volta tornato in strada, Alex incontra coloro cui ha fatto un torto o recato dolore, come i suoi genitori, i compagni Dim e Georgie (divenuti pubblici ufficiali), il senzatetto e infine lo scrittore, ormai vedovo. Questi decidono di regolare i conti ma lui, ormai “guarito”, non può fare nulla per difendersi a causa del trattamento cui è stato costretto. Ad ogni tentativo di reazione una nausea lo scuote costringendolo all’immobilità. E, come se non bastasse, Alex non può né avere un rapporto sessuale senza provare repulsione né ascoltare la nona di Beethoven, poiché colonna sonora di quei filmati raccapriccianti che è stato costretto a guardare durante la cura che, non ha caso, si chiama “Ludovico” proprio in omaggio al suo amato compositore. Nel momento in cui Alex perde la sua libertà, diviene il modello del perfetto cittadino ma cessa di essere uomo.

    APOLOGIA DI UN VIOLENTO: IL TRIONFO DEL DIONISIACO SULL’APOLLINEO

    Nonostante la società pensi il contrario, risulta impossibile eliminare completamente l’aggressività di un singolo se non c’è volontà da parte dell’individuo, poiché si finisce con il castrarlo lasciandolo alla mercé della violenza altrui. E’ meglio che resti così, violento, brutale, piuttosto che un uomo privato della possibilità di scegliere tra il bene e il male. A conferma di ciò, il film si conclude con un Alex finalmente guarito dagli effetti della Cura Ludovico e che, ingessato e steso sul lettino dell’ospedale, si gode la sua gloria di “vittima dello stato”.

    Le ultime parole di Alex sanciscono la vittoria finale del Dionisiaco sull’Apollineo: la sua precedente redenzione è stata solo apparente in quanto non dettata da una scelta personale. La tendenza alla depravazione è rimasta, infatti, celata nel suo inconscio e neppure una cura perversa come quella è riuscita a sopprimere le sue bestiali pulsioni  dionisiache che continuano a manifestarsi nella sua testa,  sotto forma di immagini, e a gridare di essere soddisfatte, accompagnate dalle note della sua tanto amata nona di Beethoven.

    “Colui che è più ricco di pienezza vitale, il dio e l’uomo dionisiaco, non solo può concedersi lo spettacolo dell’orrore e della precarietà, ma perfino l’azione terribile e ogni lusso di distruzione, di dissolvimento, d’annientamento; malvagità, assurdità, deformità gli appaiono in un certo senso permesse in conseguenza di uno straripamento di forze generatrici e fecondanti che possono fare di ogni deserto ancora una contrada fertile ed ubertosa”
    – Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882

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  • RECENSIONE THE BEATLES GET BACK – LUNGA VITA AL MITO

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    A oltre cinquant’anni di distanza dal loro scioglimento, I Beatles sono più vivi che mai. Lennon, McCartney, Harrison e Starr affascinano i registi di oggi come quelli di ieri. Il materiale di partenza di The Beatles – Get Back arriva infatti dal lontano 1969, dalle riprese di Michael Lindsay-Hogg per il progetto multimediale Let it Be, che avrebbe dovuto includere anche uno spettacolo live e uno show televisivo che raccontasse il “dietro le quinte” del nuovo album dei Beatles. Il materiale ripreso da Lindsay-Hogg divenne un documentario (in italiano uscito come Let It Be – Un giorno con i Beatles), contestato dallo stesso Ringo Starr -che lo ha definito “infelice”-, che ritrae pulsioni creative e vita quotidiana di un gruppo prossimo allo scoglimento.

    A riesumare le cinquantasei ore di materiale video inedito (più centocinquanta di registrazioni audio) ci ha pensato Peter Jackson. Dopo la sua incursione di successo nel genere documentario con They Shall Not Grow Old sulla generazione spezzata dalla Prima Guerra Mondiale, la sua idea per un lungometraggio documentario è diventata una miniserie di 8 ore che ripercorre le settimane di fuoco in cui i Beatles lavorarono a uno dei loro ultimi progetti. Sotto l’occhio della macchina da presa di Lindsey-Hogg i Beatles pensano alle nuove canzoni, ricevono una serie di proposte per la location della loro esibizione live (che comprende un teatro a Londra, un antico anfiteatro romano a Tripoli e una nave), si confrontano mentre i tempi stringono sempre più e la data della loro prima esibizione live dopo anni si avvicina…

    Ciò che colpisce subito è quanto affettuoso sia lo sguardo di Jackson, da fan dei Fab Four prima che da registaIl film sembra sfatare il mito di un gruppo allo sbando, lacerato da contrasti inconciliabili e litigi: ciò che viene mostrato è un gruppo di amici di neanche trent’anni, consapevoli delle propria fragilità ma a loro modo ottimisti, che cercano di creare la musica migliore possibile a dispetto delle circostanze avverse. Una certa tensione tra i quattro c’è sempre, e si accumula nel corso delle due settimane: i membri della band devono confrontarsi, infatti, con l’abbandono temporaneo di uno dei loro, la mancanza di una vera guida dopo la prematura morte del manager storico Brian Epstein, la stanchezza e uno scioglimento che sembra sempre più una certezza piuttosto che un’eventualità. Ma la fine dei Beatles non assume tanto le dimensioni di una tragedia quanto di una conclusione logica e naturale del passaggio del tempo, che i quattro affrontano con spavalderia e spirito british.

    Questo percorso di crescita condivisa viene analizzato con il doppio sguardo dei due registi, Lindsay-Hogg e Jackson, che catturano ogni singolo tic dei quattro ragazzi; il susseguirsi di giornate del progetto Let it Be coincide con il flusso di pensieri che diventa processo creativo, che si trasforma a sua volta in opera d’arte. Un racconto che sembra perfetto per il regista neozelandese, abituato a narrazioni di ampio respiro e costruite in modo minuzioso -alcuni direbbero prolisso-: e la grande quantità di materiale filmato e registrato da Lindsay-Hogg gli permette di esplorare le dinamiche del gruppo nel suo consueto stile dettagliato che abbraccia voci e ambientazioni tra le più disparate. Non a caso Peter Jackson ha definito questa miniserie un “documentario su un documentario”: si pone in dialogo con le riprese (meravigliosamente restaurate) d’epoca, per raccontare quel capitolo della storia dei Beatles ma anche la propria visione personale e devota. Da fan, appunto.

    Gran parte del fascino di questa operazione nasce dall’eccitante “dietro le quinte” del fenomeno mediatico “più popolare di Gesù Cristo”, le cui canzoni nascono da giochi di parole, notizie di giornale, scherzi, citazioni e momenti di noia.

    L’idea, ovviamente, è di studiare l’artista dietro il mito e l’uomo dietro l’artista, ma c’è di più: il percorso interiore dietro Let it Be è anche rivolto alle origini del gruppo, a quella spontaneità forse perduta da tempo, mostrata nell’efficace introduzione che riassume il percorso artistico dei Beatles da Liverpool ai club di Amburgo ai palcoscenici di tutto il mondo. Non a caso, il cuore di questo delicato periodo dei Beatles è la composizione di Get Back, anch’essa nata quasi per caso, e resa famosa anche grazie ai 40 minuti dello storico concerto sul tetto della Apple Corps a Londra, climax della serie mostrato in split screen e con la doppia prospettiva del tetto e della strada. Concerto, come ben sappiamo, interrotto dall’arrivo della polizia chiamata dai vicini infastiditi: la fine di un’era che non ritornerà più.

    The Beatles – Get Back è un documentario imperdibile, e non solo per i fan dei Baronetti di Liverpool. La cura per i dettagli, la qualità del restauro delle immagini d’archivio, e soprattutto lo sguardo sincero e appassionato di Jackson lo rendono prezioso anche per il genere documentario, come forma di storytelling e come mezzo per indagare sentimenti reali, ripresi in diretta. La sua lunghezza potrebbe scoraggiare, ma ne vale la pena. Potete recuperare la serie su Disney+.

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