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  • Recensione Una battaglia dopo l’altra – Il film della nostra epoca

    Le due righe di sinossi con cui viene presentato sul web Una battaglia dopo l’altra (One battle after another) non sono in grado di rendere giustizia all’originalità con cui si sviluppa questo film. Paul Thomas Anderson è tornato sul grande schermo con un film d’azione dal ritmo serrato, costellato di caricature estremamente comiche e taglienti, mai troppo sopra le righe. I toni sono molto diversi da quelli del coming of age Licorice Pizza (2021), tuttavia i due film hanno in comune alcuni dei punti di forza: il direttore della fotografia è di nuovo Michael Bauman, che qui fa un lavoro di notevole bellezza, e la colonna sonora è composta da Jonny Greenwood dei Radiohead, alla sua sesta collaborazione con Thomas Anderson.

    Questa produzione inoltre ha potuto contare su un budget decisamente più alto: circa 150 milioni di dollari, contro i 40 milioni per Licorice Pizza. I temi principali sono ispirati al romanzo Vineland di Thomas Pynchon (1990), adattati al contesto contemporaneo.

    Giovani e vecchi soldati

    Ci troviamo in California del sud, dove opera il gruppo rivoluzionario French 75. Pat Calhoun, detto “Ghetto Pat” (Leonardo Di Caprio), e Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor) sono amanti. In seguito a eventi di cui non vogliamo rovinarvi la sorpresa, Pat cresce la figlia Charlene (Chase Infiniti) da solo nella città-santuario di Baktun Cross, sotto le false identità di Bob e Willa Ferguson. Tenta disperatamente di tenerla lontana dalla militanza e da qualunque legame con il passato, fino al giorno in cui il capitano Steven Lockjaw (Sean Penn), nemico storico del gruppo, torna a cercarli. I membri superstiti del French 75 intervengono con il piano di emergenza concordato sedici anni prima, ma Bob/Pat ha, per usare un eufemismo, alcune difficoltà a rientrare con efficacia nel suo vecchio ruolo.

    Intorno ai protagonisti si avvicendano una serie di personaggi che rappresentano praticamente qualunque comunità sia stata oggetto di dibattito negli USA di recente, dai coetanei queer di Charlene/Willa al Sensei Sergio (Benicio Del Toro), che ospita in casa propria le famiglie migranti. Meritano una menzione a parte le suore e i membri della setta suprematista “Christmas Adventurers Club”, nel doppiaggio italiano “Pionieri del Natale”. Se la sensazione che vi dà questo nome è di star guardando le truppe del Sergente Hartman marciare sulla sigla di Topolino, avete colto lo spirito.

    L’ironia, che non risparmia nessuno e nessuna parte politica, serve ad offrire alcuni apprezzatissimi momenti di leggerezza e dare spessore a quella che è in realtà una constatazione molto amara riguardo il clima di violenza contemporaneo, le ideologie che riprendono piede e la reale condizione delle cittadine statunitensi lungo il confine messicano. La tensione è continua: la fuga personale del protagonista si intreccia con quella dell’intera comunità durante un raid della migra, la polizia di frontiera, e il lungometraggio rispetta tutti i canoni dell’action thriller. Ci sono gli scontri, i plot twist, il climax e anche un paio di classicissimi inseguimenti in macchina, resi spettacolari dalla qualità della fotografia. L’energia scorre fin dalla prima scena e rimane costante, fatto non scontato per una pellicola che dura quasi tre ore. Perfidia, che è il primo personaggio a comparire, incarna tutte le declinazioni di questa energia: la rabbia ma anche la determinazione, l’imprevedibilità del caos, il desiderio.

    In che anno siamo?

    Dentro a questa cornice si sviluppa a mò di filo rosso il commovente rapporto padre-figlia tra i protagonisti. Non si arriva mai a una particolare introspezione, che in una sceneggiatura di questo tipo naturalmente non trova spazio, ma sia il conflitto interiore di Pat/Bob che il percorso di scoperta di lei traspaiono perfettamente in ogni scena. La ragazza passa dall’avere un’idea distorta delle proprie origini, al mettere insieme i pezzi e poi a prendere in mano attivamente la propria storia, senza cadere mai nel didascalico. Questo ha sicuramente contribuito alla coesione del prodotto finale e alla carica emotiva delle ultime scene. Mentre il padre arranca letteralmente dietro Charlene/Willa, Una battaglia dopo l’altra rivolge anche al pubblico le domande in codice che i personaggi si ripetono in più occasioni: Che ore sono? Chi sei? Ovvero in che anno siamo, cosa sta succedendo, chi vuoi essere davvero tra tutti questi personaggi possibili. Thomas Anderson sembra aver intercettato perfettamente le motivazioni del risentimento dei più giovani davanti al caos che pervade quest’epoca, insieme al senso di impotenza di tutti. Il più grande incubo di un padre ex rivoluzionario non è il fallimento, è crescere una figlia nel mondo che viene dopo.

    Paul Thomas Anderson con questo film dimostra ancora una volta una innegabile abilità tecnica ma anche la capacità di continuare a evolvere il proprio linguaggio. Una battaglia dopo l’altra finora è il suo esempio migliore di entrambe.

    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Recensione La valle dei sorrisi – Stabilire un nuovo standard

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    Noi italiani eravamo maestri del film di genere. Quante volte abbiamo sentito questa frase, tra chiacchere da bar, live su Twitch o discussioni sui vari forum online? Nessuno può negarlo ed anzi a testimoniarlo, qualora ce ne fosse il bisogno, ci hanno pensato numerosi registi contemporanei di fama internazionale che continuano a citare come loro fonti di ispirazione Leone, De Feo, Bava, Fulci e la lista continua. Allora per quale motivo ancora capita di sedersi in sala e udire di sfuggita la coppia seduta dietro di noi commentare come “il cinema italiano ormai è andato, è anni che un buon film non arriva in sala”? Difficile trovare una risposta, o ancor meglio è difficile riuscire ad esporla nel poco spazio che abbiamo qui a disposizione, soprattutto perché distoglierebbe l’attenzione dal vero protagonista di queste pagine, La valle dei sorrisi, opera terza di Paolo Strippoli che anzi ci aiuta proprio a contrastare l’affermazione di poco sopra come, in realtà, hanno già fatto diversi autori e le rispettive opere negli ultimi anni.

    Con questa pellicola Strippoli, però, non solo dimostra che il cinema italiano di genere è più vivo che mai, ma centra talmente tanto l’obiettivo da costruire una nuova base: cinema horror italiano, we are so back!

    Remis, la pace dei sensi

    “Ma che c’avete tutti quanti in questo paese?

    Siamo solo felici. È una cosa bella, no?”

    Un veloce lavoro di supplenza di appena tre mesi: solo questo conduce Sergio Rossetti a Remis, piccolo paese tra le montagne nel quale però, fin da subito, sembra essere un pesce fuor d’acqua. Non è soltanto la sua provenienza dal sud Italia, quanto un dolore profondo che non riesce a nascondere e che stona fortemente con l’atmosfera pacifica e spensierata della cittadina. Ovviamente non è solo l’aria di montagna o l’acqua fresca, ma qualcosa di ben più contorto ed inquietante a rendere tutti così felici e sorridenti.

    Non vogliamo approfondire oltre, non tanto perché il mistero in sé che ben presto il film comincia a svelare scena dopo scena, quanto piuttosto per non rovinare la sorpresa del trovarsi di fronte un horror che in 122 minuti – durata leggermente sopra la media nel genere – costruisce una storia che riesce a narrarsi a pieno, senza momenti morti ma prendendosi tutto il tempo necessario a presentare e raccontare pochi personaggi caratterizzati magnificamente (chi più in profondità e chi meno). Tanto del film si mostra attraverso piccoli gesti: uno sguardo di sbieco, un abbraccio dalla stretta eccessiva, una lacrima che scorre sulla guancia, un movimento bizzarro del capo, un sorriso a troppi denti, tutti elementi che, più di mille parole, raccontano tanto dei personaggi e della loro vita passata e presente, oltre che degli innumerevoli sottotesti presenti nel racconto che, affiancandosi alla tematica principale, costruiscono un microcosmo ben definito e circoscritto, ma che facilmente può essere esportato ed applicato a innumerevoli situazioni del mondo reale.

    Costruire l’orrore

    Strippoli non è al suo esordio e tutto ciò che ha imparato con A Classic Horror Story e Piove si presenta qui, ma senza mai dare l’impressione di un copia e incolla quanto piuttosto di una vera maturazione artistica. L’orrore messo in scena da Strippoli non cede mai al jumpscare o allo spavento facile, preferendo invece una costruzione dalla forte tensione che spesso sfocia in sequenze estremamente ansiogene e inquietanti, capaci di costruire un forte senso di disagio nella spettatore mantenendo però costante l’interesse voyeuristico: più la pellicola procede e più le stranezze aumentano, più lo spettatore si ritrova coinvolto in un orrore da cui è praticamente impossibile distogliere lo sguardo.

    Non tutto è perfetto, soprattutto avvicinandosi ad una conclusione che a molti potrebbe sembrare scontata o poco interessante e, seppur comprendendo l’idea estremamente interessante di fondo, non possiamo che chiederci se non ci fosse un modo leggermente diverso per concludere il tutto senza questa piccola scivolata, che rimane però pur sempre più soggettiva che oggettiva. Al tempo stesso risulta impossibile lasciarsi condizionare da un finale imperfetto rispetto ad una costruzione precedente e di contorno così ottima: le scenografie, i costumi, la fotografia, la recitazione, le musiche ed il sound design, perfino gli effetti visivi si mantengono sempre su un livello estremamente alto, tanto che risulta quasi impossibile commentare con il canonico “per essere un film italiano comunque è fatto bene”. Perché ne La valle dei sorrisi niente mostra il fianco e tutto anzi aiuta ad immergersi completamente in una storia che, una volta conclusa, si vuole subito rivedere, ma certamente non perché quanto visto non sia abbastanza quanto per il livello incredibile raggiunto.

    Conclusione

    Quasi ironico che il tema centrale de La valle dei sorrisi siano i miracoli, perché l’opera stessa di Strippoli ha inevitabilmente del miracoloso: mai negli ultimi anni ci si è ritrovati davanti ad un horror italiano così ben costruito in tutto, dalla narrativa agli aspetti più tecnici. Strippoli incanala quanto imparato con le precedenti opere per costruire un racconto ricco di spunti narrativi e di personaggi interessanti, con momenti immediatamente iconici e numerosi rimandi al passato.

    Poco importa un finale (forse) non perfetto, perché davanti all’opera completa risulta inevitabile affermare come non solo Strippoli abbia confezionato l’horror italiano (e probabilmente non solo) dell’anno ma soprattutto abbia dimostrato, ancora una volta, l’enorme valore del cinema di genere in Italia. Un nuovo standard è stato stabilito, ora bisogna solo riuscire a mantenerlo.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Bearcave – Intervista a Krysianna Papadakis e Stergios Dinopoulos

     

    Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Krysianna Papadakis e Stergios Dinopoulos, registi di Bearcave, film vincitore del Premio Europa Cinemas Label alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia
    A Tirna, un villaggio che sorge su una montagna in Grecia, Argyro è una contadina energica, mentre la sua migliore amica Anneta è la ragazza più popolare del paese e lavora come manicure. Quando Anneta le rivela di essere incinta e di avere intenzione di seguire il suo fidanzato poliziotto abbastanza sfigato, Argyro la sfida a intraprendere un’avventura: trovare la mitica grotta dell’orso. Però, prima che Argyro abbia la possibilità di dichiarare il suo amore, Anneta parte per la sua nuova vita nella grande città. Argyro è a pezzi. Intanto, nella sua nuova casa, con la suocera che le sta sempre attaccata, Anneta comprende che il suo destino è altrove.
    Parliamo dei vostri inizi. Come avete iniziato a fare film insieme? Cosa vi ha fatto incontrare e quali temi vi hanno spinto a fare film insieme? 
    Stergios: Io e Krysianna frequentavamo la stessa università negli Stati Uniti e siamo tornati in Grecia durante la pandemia. Avevamo entrambi interesse nel realizzare qualcosa, soprattutto nella scrittura cinematografica. Le ho fatto conoscere il mio paese, Tirna, per fare escursioni e immergerci nella natura, da qui sono nate alcune idee: due amiche che fanno escursione nei boschi, si perdono nella notte, succede qualcosa di drammatico e misterioso, …e così è nata l’idea del corto originale.
    Krysianna: l’idea di creare un lungometraggio è venuta dopo, immaginando la vita dei nostri personaggi prima e dopo la loro vita nel corto, i loro desideri, le loro aspettative, tutto è divenuto sempre più reale molto in fretta. Eravamo già sul luogo per girare il corto e nel frattempo scoprivamo le nuove location, parlavamo con le persone del posto e il lungo si è scritto man mano, in maniera organica ma anche esplosiva.
    Il film affronta vari temi: la maternità, la maturazione emotiva e sessuale, il rapporto con i luoghi d'origine e la natura. Avete detto che è stato proprio quest’ultimo a dare il via al film. Quanto invece il contesto del piccolo paese, che, se vogliamo può essere anche crudele, ha influito sulla creazione dei personaggi?
    K: più che sulla crudeltà ci siamo concentrati sulle aspettative che appesantiscono ogni persona, anche perché i personaggi attorno alle nostre protagoniste potrebbero essere molto più crudeli di così. Non volevamo rappresentare il paese in una maniera banale o prevedibile, e volevamo rappresentare il disagio delle nostre protagoniste in una maniera più intima e diversa da quelle a cui il pubblico è abituato. Ogni personaggio è diverso, le aspettative di uno nei confronti dell’altro non sono nemmeno necessariamente sbagliate. Il conflitto è anche nelle diverse risposte che le due protagoniste danno a queste aspettative.
    S: E non volevamo nemmeno rendere questo il fulcro del film. Un pochettino lo spettatore si aspetta una popolazione di campagna bigotta e conservatrice, non sentivamo il bisogno di mostrarlo più di troppo. Ci interessava molto di più mostrare la storia d’amore, e come si sviluppa dentro e fuori il paese.

    "Bearcave" mi ha fatto tornare in mente due film, molto diversi tra loro: "Picnic a Hanging Rock" (anche qui abbiamo giovani ragazze nei pressi di una roccia con una sorta di enrgia sovrannaturale) e "Speriamo che sia Femmina" (film sempre al femminile, ambientato in campagna, in cui l’uomo è assente, o vecchio e malandato, oppure semplicemente scemo). Sono stati effettivamente una ispirazione per il film? Se no, quali sono i riferimenti?
    K: In realtà questi film non li abbiamo visti (ridendo), e abbiamo preso da molti film ma è difficile identificarne alcuni in particolare.
    S: Credo che stessimo cercando di resistere alla tentazione di guardare troppe cose. C'è un po' di Ritratto della Giovane in Fiamme di Celine Sciamma, nel sapore un po’ sovrannaturale, e di Moonlight di Barry Jenkins: La struttura temporale, i capitoli, il sentimento somatico, intimo e sentito. Volevamo dare l’idea sì di un dramma sentimentale incentrato sui personaggi ma con un ritmo e dei toni più rarefatti.
    K: Moonlight anche nell’idea di soli due personaggi a portare avanti una storia, anche quando non sono insieme, nella presenza forte della musica, nell’aria talvolta spettrale. Volevamo dare al film anche un po’ il tono fiabesco, dei ricordi infantili, c’è anche un po’ di Alice insomma. 
    Quindi le idee sono venute più dalla vita reale, dalla natura e dalle vostre esperienze?
    K: Forse non strettamente dalle nostre esperienze. Spesso ho la sensazione che, quando parliamo del film, la gente pensi che abbiamo vissuto esattamente quello che hanno vissuto i personaggi. Ma penso anche che semplicemente derivi dal fatto che conosciamo certe dinamiche di vita, non ci siamo basati su persone specifiche ma più su tutto ciò che abbiamo visto: nelle feste, nella musica che ascoltavamo con gli amici, e poi su cose meno quotidiane ma non per questo meno reali o impattanti, come la morte degli animali.
    S: Penso anche che ci sia un sentimento molto profondo e universale, molti di noi hanno avuto un amore giovanile nel loro posto di origine e volevamo rappresentarlo, e rappresentare anche cosa comporta il doverlo abbandonare. Questo è stato sicuramente motivante. 

    Quanto sono state “selvagge” le riprese di Bearcave?

    S: abbiamo vissuto in due case, quella di mia nonna e quella di suo fratello, in 20 persone. Facevamo tutto insieme come in una grande comune, cucinavamo e subito dopo andavamo ad ispezionare le location, facevamo le riprese dentro casa e sulle montagne circostanti. Era un po’ come vedere un gruppo di ragazzini fare un film vivendo nello studio, 
    K: avevamo energia, fame di avventura e ambizione. Eravamo contenti di essere in Grecia ma in mezzo alla natura e non in una città grande o turistica. Normalmente quando si lavora sul set sei in mezzo agli studi, in qualche zona periferica, noi pranzavamo tranquillamente nel giardino di casa e mentre qualcuno sistemava l’attrezzatura, qualcun altro dava da mangiare ai cani o qualcosa del genere. Tutto questo ci ha unito e motivato allo stesso tempo, eravamo quasi tutti al nostro primo lungometraggio, Insomma è stato tutto davvero unico.
    S: Il programma di riprese, quello sì che era selvaggio. Giravamo con pochissime camere e allestimenti, perché la luce era prevalentemente naturale. E c'erano pochissime riprese, quindi ci spostavamo da una location all'altra sulla montagna, come se stessimo girando la scena senza sosta. 

    Quanto del film è stato scritto in fase di montaggio?

    S: Abbiamo giocato e sperimentato molto ma alla fine ci siamo attenuti molto allo script originale, abbiamo avuto incidenti felici, emozionandoci davanti ai paesaggi che dovevamo riprendere ma volevamo rimanere molto rigorosi nella gestione delle diverse linee narrative.
    K: Sicuramente col montaggio abbiamo cercato di dare al film una forma più omogenea, limando le transizioni tra le tre parti, ma avevamo girato molto anche in previsione di questo. Un esempio molto specifico possono essere quelle serie di zoom lenti e inquadrature che si ripetono all’inizio di ogni capitolo. Teniamo presente anche che eravamo limitati sia dal clima (caldo di giorno e freddo di notte) sia dalla luce naturale. Volevamo anche evitare di sprecare non solo il tempo e le energie delle persone, ma anche la bellezza dei paesaggi ripresi.
    Parliamo di uno dei miei personaggi preferiti del film, la madre di Giorgos. Un personaggio quasi estraneo alle dinamiche degli altri e forse l’unico personaggio visibile completamente solo. Lo avete scritto immaginando un possibile futuro per le donne che compiono scelte di quel tipo?
    K: Possiamo vederla così: ogni donna che compare nella vita di Anetta rappresenta un diverso percorso di vita possibile.
    S: Sicuramente lei la vede così, ed è per questo che compie la sua scelta, vedendo una potenziale versione futura e provando anche un certo affetto per questo personaggio sì invadente e irritante ma con cui condivide un legame fortissimo. Sono un po’ come due animali intrappolati, non hanno altro che la casa e il figlio/fidanzato che però non c’è mai. Sophia, l’interprete, è riuscita sicuramente a darle un aspetto tridimensionale e una certa aurea di tristezza e rimpianto.

    Eccoci all’ultima domanda: quali temi che avete introdotto in questo film vorreste esplorare nei vostri prossimi progetti? E quali nuovi?
    S: Sicuramente il folklore. Penso che siamo entrambi molto interessati al folklore greco, ma e soprattutto a come si manifesta nel presente. Adoro le storie d'amore, il tipo di dinamica che più mi appassiona. Una bella storia d’amore è una storia perfetta
    K: Magari la natura, soprattutto nei suoi aspetti più politici. Metà del paese è minacciato dai cambiamenti climatici e questo si ripercuote nella vita di tutti i cittadini, che stanno anche rispondendo alle difficoltà riscoprendo la natura, soprattutto la montagna, anche come via di fuga dal turismo di massa
    Bearcave è stato presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, vincendo il premio Europa Cinemas Label. La sua anteprima negli Stati Uniti avrà luogo al NewFest37 il 18 ottobre. L'uscita italiana sarà confermata a breve.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline dal Lido, giorno 8: Remake, Barrio triste, En el camino

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    Remake, di Ross McElwee – Fuori Concorso

    A cura di Alberto Faggiotto 

    Nel 2016 il regista Ross McElwee ha perso il figlio Adrian per overdose e Remake è il film che gli ha dedicato: assistiamo così a tutti gli home footage raccolti da Ross lungo la vita di Adrian, dalla sua infanzia fino alla tossicodipendenza fatale, così come a estratti di vita del regista lungo la sua carriera da documentarista, al suo rapporto con la famiglia e con gli amici di lunga data. Il documentario è accompagnato dalla voce di Ross che parla al figlio in prima persona, aprendo riflessioni sulla morte, sulla memoria (mortale e quindi umana, ma anche digitale e quindi inestinguibile), sulla responsabilità (dei genitori nell’accudire i figli e dei figli nell’intercettare quanto di buono c’è nei genitori) e ovviamente sul senso dell’immagine documentale. È difficile parlare lucidamente di un progetto come questo quando il carattere così intimista e personale – ogni aggettivo pietista rischierebbe la stucchevolezza – ci travolge dal primo frame, però si può attestare come Ross riesca nel miracolo di evitare qualsiasi sensazionalismo, anzi, addirittura interrogandosi sulla sua responsabilità nella tragedia, domandandosi quanto l’ossessione del registrare quotidianamente la vita di Adrian possa aver influito sui suoi disturbi adolescenziali e se ci sia l’effettiva possibilità che la vita di Adrian continui a vivere nei filmati.

    Perché Remake ribadisce la preziosità dell’home footage anche anni dopo progetti come As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty di Jonas Mekas, con la stessa potenza e lo stesso devastante struggimento. In più ci sono anche tutte le vicissitudini divertentissime dell’adattamento del suo lavoro Sherman’s March, durante le quali possiamo tirare un respiro di sollievo, il contraltare perfetto al dramma in corso e soprattutto che calza a pennello con l’umorismo di Ross. L’umorismo che non perde nemmeno di fronte a tragedie come questa, aprendo il suo cuore a tal punto da lasciare sconvolti, con le lacrime agli occhi. Remake è un dialogo padre-figlio che valica tempo e immagini, è un capolavoro inestimabile.

    Barrio Triste, di Stillz – Orizzonti

    A cura di Riccardo Fincato

    Per il terzo anno consecutivo approda al lido veneziano un film – e questa volta si può parlare a tutti gli effetti di film – targato EDGLRD, la compagnia di sviluppo di contenuti multimediali e di tecnologie fondata nel 2023 da Harmony Korine. Dopo i due precedenti passaggi nella sezione Fuori Concorso con Aggro Drift (2023) e Baby Invasion (2024), entrambi firmati dal regista californiano, Barrio Triste viene presentato nella sezione competitiva di Orizzonti. Korine è accreditato solo come produttore, la regia e la sceneggiatura sono di Stillz, noto autore di molti videoclip di Bad Bunny e Rosalia.Il film si svolge a Medellin, nel quartiere che dà il titolo all’opera, e si apre con due reporter arrivati sul posto per indagare su uno strano fenomeno di luci. Non fanno in tempo a cominciare le riprese che un gruppo di adolescenti del posto li aggredisce, rubando loro la macchina da presa. Comincia così un (finto) documentario sulla vita criminale dei giovani colombiani, messo in scena dai criminali stessi.

    La narrazione si appiattisce e lo spettatore si perde in un flusso di immagini che solo in un primo momento richiama le precedenti sperimentazioni di Harmony Korine: il culto della guerra di quartiere, con tanto di dettagli sulle cicatrici e l’esibizione spavalda delle armi cariche, oltre alla glorificazione della violenza come unico mezzo di sopravvivenza in quella giungla urbana. A marcare la vera, notevole differenza tra Barrio Triste e le altre due opere degli anni scorsi è il momento in cui la glorificazione svanisce: l’emotivo si impone sulle dinamiche videoludiche, la violenza genera una ricaduta sui protagonisti e il film si trasforma in un desolante racconto di ragazzi allo sbando, condannati alla violenza fin dalla nascita. Il senso di solitudine e abbandono diventa dominante, complice la colonna sonora di Arca, che accompagna costantemente le riprese spaziando dai toni di una sorta di metal industriale fino ad arrivare a toccanti note di pianoforte, ribadendo il ruolo fondamentale della musica per il cinema. Meno orientato alla pura sperimentazione visiva, ma con diversi elementi che confermano l’influenza dell’ultimo Korine, Barrio Triste trova la sua forza nell’utilizzo di un’estetica non convenzionale al servizio di un racconto sociale e umano di grande intensità.

    En el camino, di David Pablos – Orizzonti

    A cura di Alberto Faggiotto

    Dopo La vida después (2013), il David Pablos torna per la seconda volta a Venezia, ancora una volta nella sezione Orizzonti, con un lavoro in cui sceglie di raccontare la violenza e la solitudine della provincia messicana: Veneno (Victor Prieto), un giovane vagabondo senza radici, trova rifugio tra i camionisti del nord del Messico e convince un autista solitario, Muñeco (Osvaldo Sanchez), ad accoglierlo nel suo viaggio. Lungo la strada, tra soste notturne e territori inquieti, la loro solitudine e il loro desiderio si intrecciano in modo inevitabile, dando vita a un road movie che restituisce tutta la durezza di un ambiente sociale segnato da machismo e sopraffazione.

    Se il contesto è quello di un viaggio immerso nei paesaggi brulli del Messico settentrionale, è soprattutto nelle interpretazioni che En El Camino trova uno dei suoi punti di forza: i protagonisti riescono a incarnare con grande credibilità personaggi lacerati da ferite interiori e da un vissuto mai pacificato, affidando gran parte del loro racconto non tanto alle parole, quanto a sguardi e silenzi che trasmettono una tensione costante. La violenza, infatti, non è mai immediata, ma si intuisce spesso negli occhi, in quell’attimo sospeso che precede l’esplosione e proprio per questo assume un’intensità ancora maggiore quando irrompe improvvisamente in scena con tutta la sua brutalità. A differenza di quanto accade con il sesso (moltissimo), che è sempre rappresentato in maniera diretta, esplicita e mai mediata, innescando una dialettica tra desiderio e sopraffazione che ricorda da vicino alcune delle soluzioni stilistiche dell’ultimo cinema di Nicolas Winding Refn, soprattutto per l’uso espressivo dei colori e per quella tensione accumulata nei giochi di sguardi che improvvisamente si scioglie in atti feroci e spietati. Accanto a questa superficie fatta di corpi, violenza e intimità, il film cela però anche una riflessione più profonda sulla paternità e sulla ricerca di figure di riferimento maschili, un tema che attraversa il percorso di Veneno, il quale si porta dietro la perdita del padre e, lungo il suo cammino, incontra diversi sostituti possibili, come il padre putativo Muñeco (in spagnolo “pupazzo” o “giocattolo”: in contrapposizione dunque al ruolo paterno del personaggio, dal momento che sarà Veneno a fargli scoprire, talvolta imponendosi, la sua attrazione verso i maschi). Il film di Pablos prende così le sembianze di un ritratto crudo e allo stesso tempo profondamente umano della periferia messicana, restituendo un mondo in cui la ricerca di intimità e di appartenenza si scontra inevitabilmente con la durezza di un contesto dominato dalla prevaricazione e da una visione ipermaschile delle relazioni.

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    La redazione.
  • Cartoline dal Lido, giorni 6 e 7 – Portobello, The Testament of Ann Lee, The Smashing Machine, Marc by Sofia

     

    Portobello (Ep 1-2), di Marco Bellocchio – Fuori Concorso

    A cura di Silvia Strambi

    Per due generazioni di italiani, i nomi ‘Portobello’ ed ‘Enzo Tortora’ riporteranno alla mente allegri ricordi di serate trascorse di fronte alla televisione in compagnia di rubriche e personaggi variopinti, in attesa che un pappagallo verde ripetesse una parola magica. Altrettante persone ricorderanno lo scandalo mediatico legato a Tortora, mattatore di quello strano circo che era il programma Portobello, accusato di legami con la Camorra e detenuto ingiustamente per anni.
    Dopo averci raccontato la vicenda Aldo Moro in Esterno notte, Marco Bellocchio torna con una nuova serie assieme all’attore protagonista Fabrizio Gifuni. Gifuni è Tortora, affiancato nel cast da Lino Musella nel ruolo del suo accusatore principale, Giovanni Pandico, e da Romana Maggiora Vergano (C’è ancora domani) nei panni della sua amante, Francesca. I primi due episodi della serie sono stati presentati alla Mostra del Cinema di Venezia in questi giorni, in attesa dell’uscita della serie completa, prevista nel 2026 su HBO Max.
    Quello che si vede dalle prime puntate è decisamente promettente. Il primo episodio ci lascia più in compagnia di Pandico che di Tortora, introducendoci ai conflitti interni alla Camorra e alle turbe mentali del Pandico per farci comprendere le motivazioni alla base della sua denuncia. Ciò che riguarda Tortora, nel primo episodio, diventa uno specchio doloroso nel secondo: amato dal pubblico e dal suo staff, investito della carica di Commendatore, la fama e l’amore che riceve dalle telecamere si trasforma in condanna e pubblico lubridio all'alba dell’arresto.
    Dal poco che possiamo vedere, sembra che il discorso sulla responsabilità dei media nei casi mediatici proseguirà per il resto della serie. Allo stesso modo, possiamo ipotizzare un interesse nei riguardi della successiva carriera politica di Tortora e un commento attorno alla crasi tra figure del mondo dello spettacolo e della politica.
    Quello che abbiamo visto finora è comunque promettente e decisamente interessante e, ci permettiamo di dire con un po' di malizia, un’ottima strategia da parte di HBO Max per accalappiare abbonati.

    The Testament of Ann Lee, Mona Fastvold – In concorso 

    A cura di Eva Sternai

    Mona Fastvold, regista di The World to Come (2020) e co-sceneggiatrice del più recente The Brutalist (2024), Leone D’Argento all’81 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, regala un biopic musicale maestoso ma non sorprendente.
    La voce narrante accompagna lo spettatore attraverso le fasi della vita di Ann Lee: leader del movimento religioso degli Shakers, diffusosi con reticenza nel XVIII secolo prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti in lotta per l’indipendenza.
    La fede viene professata lavorando duramente, astenendosi dall’avere rapporti sessuali e attraverso riti  di liberazione dell’anima visivamente coinvolgenti. I canti, elemento centrale della pellicola, sono riadattati dal compositore Daniel Blumberg (The Brutalist, The World to Come, Sotto le Nuvole) a partire dagli originali. Le coreografie, curate da Celia Rowlson-Hall (X, VoxLux), coordinano un turbinio di corpi liberi, grotowskiani, che riempiono in estasi lo schermo.
    Amanda Seyfried, che aveva già collaborato con Fastvold in The Crowded Room (2023), si cala completamente nel ruolo stremante di Mother Ann, la seconda figlia di Dio. L’opera, girata in 70mm, celebra una donna forte, ribelle e dimenticata, fondendo il genere musical a quello del film in costume e restando fedele ai canoni. È forse proprio a causa di questo rispetto dei canoni e della riproposizione di schemi già sperimentati che l’ambizioso progetto risulta essere meno impattante di quanto avrebbe potuto.

    The Smashing Machine, di Benny Safdie – In concorso

    A cura di Nicolò Cretaro 

    Arriviamo al film con i comprensibili pregiudizi. Dwayne Johnson, una delle personalità più potenti dello star system vuole costruirsi una solida credibilità artistica, e la ricetta è servita. La storia di un lottatore a richiamare la precedente carriera nel wrestling di The Rock, la presenza a Venezia dove aveva trionfato The Wrestler dando un ultimo sussulto di gloria a Mickey Rourke, il logo A24 all'inizio del film (non accolto dai consueti e sinceramente stancanti applausi), la mano di Benny Safdie.
    Nel film mancano i due elementi che si davano per scontati: l'Oscar Moment e la classica struttura da film sportivo, e forse il bello è proprio questo. The Rock è sorprendentemente sotto traccia per la maggior parte del film, interpretando un personaggio che trova la sua solidità emotiva nel momento in cui perde quella agonistica, nonostante le spalle gigantesche sempre inquadrate. Cerca una virilità che forse lui stesso non ha mai dato per scontato, contrastato da una Emily Blunt mai stata più esuberante. Forse l'apparente mancanza di lotta ci conduce verso l'equilibrio del protagonista. Ci è cresciuto dentro nelle ore successive, e i premi non sono un miraggio.

    Marc by Sofia, Sofia Coppola – Fuori Concorso

    A cura di Silvia Strambi

    Lo stilista Marc Jacobs organizza una sfilata di moda. La regista e sua amica di lunga data Sofia Coppola riprende il processo creativo.
    Basta questo per raccontare il nuovo documentario Marc by Sofia, non fosse che la regista è, appunto, Sofia Coppola. I due parlano dell’ispirazione creativa di Jacobs, della sua storia come stilista, dei suoi dubbi di artista. Ma dello stile distintivo di Coppola, nonostante la sua presenza fisica e di voce fuori campo che fa domande, non c’è nulla se non una singola inquadratura sul finale che ricorda il suo debutto e le sue ‘Vergini Suicide’. Così com’è, Mark by Sofia è un documentario alquanto semplice che svolge il suo lavoro bene, ma a mo' di compitino scolastico.
    Redazione.
  • Recensione Un anno di scuola – Da Stuparich a Samani, un secolo di scuola

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    A quattro anni dall’esordio al Festival di Cannes con il suo Piccolo Corpo, Laura Samani approda nel concorso veneziano di Orizzonti con Un anno di scuola, adattamento del libro omonimo di Giani Stuparich, già portato sul piccolo schermo nel 1977 con una miniserie Rai. Se il testo letterario attingeva a piene mani dal vissuto del suo autore, ambientando il racconto a Trieste nel 1909, questo nuovo adattamento cinematografico viene trasportato nel 2007, anno in cui la regista frequentava l’ultimo anno delle scuole superiori, proprio nell’istituto presente nel film.
    È evidente, quindi, il tentativo di instaurare una continuità tra il testo di partenza e il suo adattamento, cercando di coglierne i punti nevralgici piuttosto che realizzare una letterale trasposizione dalla carta al grande schermo. Fondamentale, perciò, in questa operazione è far calare lo spettatore in quegli anni, farlo ripiombare in tutte quelle dinamiche adolescenziali impulsive e immature, al tempo stesso tenere e problematiche, che hanno caratterizzato la vita dei giovani nei decenni che separano il racconto di Stuparich e il film di Samani. 

    Fred è una ragazza svedese iscritta all’ultimo anno di scuola all’Itis Marie Curie: è appena arrivata in Italia con il padre, il quale è stato assunto presso un’azienda locale con il ruolo di “tagliatore di teste”. L’inizio di questo nuovo, e ultimo, anno di scuola è per lei traumatico in virtù della diversità che incarna. Se lo scoglio linguistico complica in partenza le possibilità di farsi nuove amicizie, il fatto di essere l’unica ragazza in un istituto prevalentemente maschile sembra rendere impossibile un rapporto sano con l’altro sesso che, vista l’immaturità, il contesto e una generale mancanza di empatia, non esita a perpetrare comportamenti molesti incoraggiati da quell’attitudine animalesca e “da branco” tipica degli adolescenti delle scuole superiori. 

    Nonostante gli ostacoli, Fred è una ragazza matura, sveglia, sul pezzo, forse proprio perché proviene da un paese dall’atteggiamento meno provinciale del nostro. O, forse, per la propria storia individuale, che potrebbe averla costretta a rapportarsi con le difficoltà della vita molto presto. Questa sua spigliatezza la spinge a reagire: risponde a tono ai commenti sessisti, cammina a testa alta e, infine, riesce a instaurare un rapporto con Antero, un compagno di classe che, pur avendo un gruppo di amici fumantini – Pasini e Mitis – sembra più interessato alla letteratura che ad aderire a delle dinamiche in cui non si riconosce del tutto. Il gruppo di tre amici accetta progressivamente Fred e ne nasce un’amicizia intensa ma delicata, proprio per via di queste quattro vite che si incrociano. Vite che bramano libertà, pervase dal desiderio di fare esperienze, ma anche ossessionate dal trovare un senso e un motivo per andare avanti.
    Laura Samani mette alla prova questi ragazzi facendogli vivere situazioni che, inevitabilmente, gli adolescenti non sono in grado di gestire, sia che le bramino, sia che le temano in tutta la loro terrificante e desolante concretezza.

    Il rapporto che si crea tra i protagonisti e lo spettatore è simbiotico. Samani comprende che, per rappresentare una categoria diversa da quella di appartenenza bisogna assumerne il punto di vista. Per questo motivo è fondamentale, ed efficace, il cambiamento dell’epoca di ambientazione, perché permette alla regista di mettere in scena personaggi e dinamiche reali e riconoscibili senza far mai percepire il peso della sceneggiatura, la quale invece che scandire meccanicamente gli eventi, lascia che questi accadano e generino conseguenze in autonomia. Apparentemente un piccolo film, un coming of age non particolarmente innovativo, ma che cela nello storytelling – perfetto come lo era in Piccolo Corpo – il talento di una regista che mette il cinema davanti a tutto il resto.

    Per il tipo di storia che racconta, Un anno di scuola avrebbe potuto contenere quelle forzature, quei dialoghi impostati e finti, che servono a veicolare in maniera inequivocabile il senso del film. Invece la regista decide di dare piena centralità al racconto e ai personaggi, senza soffermarsi inutilmente su facili riflessioni da offrire allo spettatore. Non che il film sia complicato, anzi, ma è tutt’altro che un film da vedere e archiviare come “un film carino che si lascia vedere”: la storia, così naturalmente raccontata, e i personaggi, così verosimili nella messa in scena, rimangono in mente grazie a una forza cinematografica mai esibita ma sempre presente e alle interpretazioni dei quattro protagonisti, tutti attori esordienti, così credibili anche perché, stando alle parole della regista, i ruoli sono stati assegnati sulla base delle loro reali personalità.

    Finito il film, ciò che resta è la sensazione di un cerchio che si chiude: il piano sequenza che lo aveva aperto viene percorso a ritroso, nascondendo il futuro verso cui ci si avvia, ma con lo stesso entusiasmo percepito all’inizio, a cui si aggiunge la consapevolezza di una maturità raggiunta.

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    Riccardo Fincato,
    Redattore.
  • Recensione Frankenstein – Difettoso, ma commovente

    Questa recensione contiene spoiler del libro Frankenstein.

    Dopo la sua versione ‘revisionista’ di Pinocchio ambientata nell’Italia fascista, il regista Guillermo del Toro prosegue la sua collaborazione con Netflix e sbarca a Venezia con un altro adattamento: quello di Frankenstein di Mary Shelley.

    La storia è nota ormai a tutti, sia che sia stata sperimentata attraverso il romanzo originale, i primissimi film di James Whale che ‘fissarono’ per sempre l’iconografia del mostro, il remake di Kenneth Branagh con Robert De Niro, o la parodia esilarante di Mel Brooks. Il dottor Victor Frankenstein (Oscar Isaacs) si convince, dopo la perdita dell’amata madre, di potere avere il sopravvento sulla morte. Riesce infine a costruire, recuperando parti di diversi cadaveri, un uomo e a dargli la vita, salvo poi abbandonare la sua Creatura (Jacob Elordi) alle crudeltà del mondo. La Creatura riesce a rintracciare il suo creatore e minaccia le persone che ama, a partire dalla sua fidanzata Elizabeth (Mia Goth).

    Il “matrimonio” tra il regista conosciuto per le sue atmosfere cupe e il gusto per l’orrore e il libro, capostipite della letteratura gotica, sembra assolutamente perfetto. E in effetti, da un punto di vista puramente visivo, gli ambienti e i costumi realizzati per il film di Del Toro sono perfettamente in linea con l’estetica personale del regista stesso e con quella della storia. Ciò in cui il film tristemente si perde sono alcune scelte narrative.

    Che del Toro non avrebbe seguito pedissequamente il romanzo di Shelley c’era d’aspettarselo, visto il lavoro svolto sul Pinocchio di Collodi. E in realtà, la fedeltà in un adattamento cinematografico non è dovuta: nessuno degli adattamenti usciti finora è totalmente fedele al romanzo, neppure quello di Branagh che pure rivendica nel titolo, Mary Shelley’s Frankenstein, una presunta aderenza alla visione dell’autrice. Tuttavia, alcuni cambiamenti risultano deleteri alla costruzione della storia.

    Nella prima parte del film, precedente alla creazione della Creatura, Frankenstein viene affiancato da un benefattore (Christoph Waltz) non presente nel romanzo, zio di Elizabeth. Il ruolo di questo personaggio, totale invenzione di del Toro, è confinato a questa sezione e non ha ripercussioni sul resto del film, risultando un ‘oggetto’ eccessivo per un’arte come il cinema fondata sull’economia e la necessità di ogni sua parte.

    Triste la decisione di modificare gli eventi legati alla creazione della sposa della Creatura, se non altro perché rende molto più frettolosa sia la decisione di Victor sia la successiva, inevitabile escalation di violenza. Ma più importante è il cambiamento apportato alla conclusione della vicenda della Creatura in casa del vecchio cieco, momento topico che nel libro rappresenta la fine della sua fiducia verso il genere umano e lo spinge a cercare il suo creatore per chiedergli una compagna.

    Ma è proprio nella Creatura e nell’evidente amore che del Toro, paladino dei reietti e di tutti i ‘mostri’, nutre verso di lei, che il film trova la sua misura e la sua forza.

    Con Frankenstein del Toro sembra proseguire il discorso cominciato in Pinocchio su una paternità complicata, piena di sentimenti contrastanti, rigettata, alla quale si accompagna un essere figli non voluti, non conformi alla volontà dei genitori e abbandonati a sé stessi per questo motivo. Un tema già presente anche nel romanzo che qui diventa il centro emotivo e pulsante dell’intera vicenda, a partire dalla prima apparizione della Creatura e la prima parola che pronuncia e ripete, ossessivamente: ‘Victor’, come un bambino che impari per prima cosa la parola ‘Papà’. Creatore e Creatura si fanno a pezzi, fisicamente e psicologicamente, per tutta la durata della storia. Il gusto di del Toro per il body horror è risaputo e qui è perfettamente in linea con le origini della Creatura: nata da pezzi diversi di persone diverse, figlia di una violenza cominciata ancora prima della sua nascita.

    Come in Pinocchio, poi, tornano i riferimenti religiosi (presenti d’altronde anche nel romanzo di Shelley) e le connessioni affatto sottili tra il reietto della situazione e Gesù, martire e vittima di un sistema ingiusto.

    Non c’era regista migliore di del Toro per sviscerare quanto di più umano c’è nel romanzo di Shelley: il rigetto della società di ciò che è Altro dal momento in cui nasce. Un sentimento che Shelley, donna letterata in una società dominata da uomini, doveva comprendere; un sentimento che anche James Whale, regista dei primi Frankenstein, doveva comprendere in quanto uomo gay ostracizzato da Hollywood per la sua sessualità. 

    Non è allora un caso che la prima persona a comprendere istintivamente la Creatura sia proprio Elizabeth, unico personaggio femminile della vicenda. Ed è sempre nell’ambito del legame con Elizabeth, per quanto poco scandagliato, che del Toro dimostra di aver fatto i compiti e di conoscere i suoi predecessori. Il regista riprende un’immagine iconica dei film di Whale (il Mostro con in braccio Elizabeth in abito da sposa) e la ribalta di significato, trasformandola da momento di orrore a scena drammatica in cui la Creatura è eroe, non antagonista: una dichiarazione d’intenti forte e chiara.

    E allora ecco che in maniera coerente anche il finale, che qui non riveleremo, prende una piega diversa rispetto al romanzo, lasciandoci con amarezza ma anche con una speranza in più per la Creatura… e, probabilmente, con gli occhi lucidi.

    Nella sua decostruzione del romanzo, Frankenstein risulta un film meno riuscito e meno compatto di Pinocchio: alcuni cambiamenti apportati alla vicenda la penalizzano, i temi vengono a volte enunciati anche con eccessiva chiarezza e la composizione delle inquadrature non è sempre all’altezza dei singoli elementi inquadrati. Ma grazie alla sceneggiatura e alle interpretazioni di Isaacs e in particolare Elordi, che sorprende nei panni della Creatura, riesce comunque ad offrire abbastanza momenti di sincera e onesta connessione emotiva da commuovere nonostante tutto. Certo, non può non spiacere un po’ per quel ‘di più’ che il film sarebbe potuto essere.

    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • Cartoline dal Lido, giorni 4 e 5: Milk Teeth, Rose of Nevada, The Last Viking

    Milk Teeth, di Mihai Milcan – Orizzonti

    A cura di Alberto Faggiotto

    Tre anni dopo l’opera prima To The North, arriva nella sezione Orizzonti il nuovo film del regista rumeno Mihai Milcan, la cui idea è nata dalla lettura di un documento della polizia segreta rumena risalente agli ultimi mesi del regime di Ceaușescu. Ambientato nel 1989, in un contesto di provincia segnato dall’isolamento e dall’incertezza politica, il racconto segue Maria, una bambina di dieci anni (Emma Ioana Mogos) che si trova a fare i conti con la misteriosa scomparsa della sorella maggiore, di cui è stata l’ultima testimone. La vicenda diventa così un viaggio interiore in cui il dolore e la paura si intrecciano al difficile passaggio dall’infanzia a una maturità precoce e forzata.

    Milcan costruisce un racconto che si muove tra il dramma intimo e la dimensione politica, cercando di mostrare come l’infanzia nella Romania di fine secolo scorso fosse segnata da una duplice costrizione: da un lato l’obbligo di aderire a un rigido nazionalismo (con grande enfasi sui motti e formule insegnati ai cittadini sin dall’infanzia), dall’altro il senso di smarrimento generato da un Paese sull’orlo dell’esodo, dove la popolazione non sa come affrontare le ondate migratorie nate dopo la caduta del regime e i figli sembrano essere lasciati soli dagli adulti, di fronte a scelte più grandi di loro. A questa cornice sociale il regista tenta di affiancare suggestioni di realismo magico, con inserti che in alcuni momenti flirtano con l’horror (la coincidenza narrativa con il recente Weapons è quasi beffarda) ma senza mai dare vita a una crasi solida fra atmosfere e intreccio, restando intuizioni isolate. Il film porta con sé infatti le fragilità tipiche di un cinema d’autore ancora acerbo: l’attenzione quasi esclusiva alle atmosfere lascia in secondo piano la struttura del racconto, ma quando la trama può essere riassunta in poche righe diventa essenziale che il resto sappia reggere il peso, cosa che qui non avviene. La protagonista, ridotta a un mutismo che dovrebbe rispecchiare il clima sospeso e rarefatto, resta più un espediente che una vera risorsa narrativa, perché invece di dare profondità al personaggio finisce per irrigidire ancor di più un racconto segnato indelebilmente da una sensazione di immobilità che non diventa mai sostanza.

    Rose of Nevada, di Mark Jenkin – Orizzonti

    A cura di Silvia Strambi

    In un grigio paesino, una barca dispersa in mare ormai 30 anni prima ritorna in porto. Due ragazzi del luogo, Nick (George McKay) e Liam (Callum Turner), vengono assunti a bordo come pescatori, senza che gli venga rivelata la natura della barca.

    Inaspettatamente, una volta che i due tornano dalla loro prima uscita in mare, scoprono di essere tornati indietro nel tempo, precisamente all’anno in cui la barca è scomparsa, e di aver assunto le identità delle persone che vi sono morte a bordo.

    È una premessa interessantissima, quella di Rose of Nevada, accompagnata da una fotografia dai colori vividi che nella grana imita quella della pellicola cinematografica. Una premessa, tuttavia, che impiega un tempo troppo lungo a ingranare e che si perde poi diverse volte a causa di rallentamenti veramente troppo protratti, personaggi e rapporti poco sviluppati e un world building mai del tutto chiarito.

    Gli spunti interessanti ci sono, forniti soprattutto dai protagonisti e i dilemmi morali che pongono. Liam si adatta in fretta alla vita nel passato perché, in questa vita, ha una moglie e una figlia. Ma il suo inganno nei loro riguardi è giusto? Nick, al contrario, nel presente ha una famiglia ad aspettarlo, ma il suo desiderio di andarsene potrebbe portare alla rovina della comunità. Il peso di questo sacrificio e dell’importanza dei due pescatori per il paese è, tuttavia, un elemento che emerge più dalle dichiarazioni del regista che non dal film stesso, che anche su questo elemento che pure dovrebbe fornire l’urgenza di tutta la storia e il conflitto del nostro protagonista si limita ad accennare.

    The Last Viking, di Andersen Thomas Jensen – Fuori Concorso

    A cura di Lara Ioriatti

    C’è sempre un film, ogni anno, che scivola dentro il festival in punta di piedi, nascosto in una sala piccolina, magari alle tre del pomeriggio, quando fuori fa ancora caldo e dentro c’è quel silenzio ovattato di chi è venuto per amore, non per dovere.  Mi ricordo Competencia Oficial, era il 2021: una sala mezza addormentata e poi d’un tratto tutti a ridere con Antonio Banderas che gioca con il proprio ego come se fosse plastilina. Mezza Venezia rideva sotto la mascherina: un piccolo miracolo.

    Quest’anno, quel piccolo miracolo arriva dalla Danimarca. Si chiama The Last Viking, ed è una vera sorpresa comica, anche se sotto l’assurdità c’è qualcosa di tenero, di rotto e bellissimo.

    Mads Mikkelsen interpreta un personaggio impossibile da spiegare senza sembrare ubriachi: un cleptomane autistico che ruba cani, convinto di essere un Beatles. Ha un fratello maggiore appena uscito di galera e una banda di ex internati in un capanno in mezzo al nulla che cercano di mettere insieme una vita (e un gruppo musicale). Una follia dolce, tenera e umana, che ti fa sentire connesso agli altri folli intorno a te.  È un film che ricorda certi eccessi esilaranti di 100 litri di birra di Teemu Nikki, ma con un po’ più di gentilezza di fondo. Racconta la fatica e la gioia di essere se stessi, senza retorica, senza bisogno di spiegarti tutto. Ti fa ridere, poi ti lascia in mano un pensiero che non ti scrolli più. The Last Viking va visto in sala, perché ti fa uscire più leggero, quasi imbarazzato, e con quella voglia di raccontarlo subito a qualcuno. Non vincerà il Leone d’Oro, ma ha vinto la nostra simpatia più grande.

    Father Mother Sister Brother, Di Jim Jarmusch – In Concorso

    A cura di Gianluca Meotti

    Torna al lungometraggio Jim Jarmusch dopo 6 anni dal precedente The dead don’t die, e lo fa con un film sull’assurdità dei legami familiari e su come questi dettino la nostra esistenza, fino ai più piccoli manierismi. Sceglie di farlo ricorrendo ad una delle forme più collaudate del suo cinema, il film a episodi, formula che riprende dopo Tassisti di notte, Mistery Train e Coffee and Cigarettes. 

    Partendo dalla riunione di tre nuclei familiari in altrettante città, Jarmusch elabora un’opera in cui rende ancora più essenziale la sua scrittura già scarna, privandola di ogni possibile orpello che non fosse essenziale alla delineazione di ogni suo personaggio; lavorando sul tono, il ritmo del dialogo e le vere intenzioni celate da formule di circostanza, tratteggia interi microcosmi familiari, complessi ma identici, da Dublino a Parigi passando per il Midwest americano. Con la scrittura fa coincidere e contrastare un corollario di gesti, pose, smorfie e occhiate, in una messa in scena curatissima al cui interno succede sempre qualcos’altro oltre a quello che i personaggi dicono. Con la solita attenzione allo straniamento che può nascere nelle situazioni quotidiane di incontro con l’altro, Jarmusch realizza un film umanista e fragile. Uno dei suoi migliori.

    Redazione
  • Cartoline dal Lido, giorno 3: After The Hunt, No Other Choice

    After the Hunt, di Luca Guadagnino (Italia, Stati Uniti d’America) – Fuori Concorso

    A cura di Nicolò Cretaro

    Il regista italiano più apprezzato e stimato all'estero torna a Venezia scegliendo però di non andare in concorso. Cambia il suo approccio registico, lasciamo da parte sequenze oniriche ed elementi orrorifici o psichedelici. Lasciamo soprattutto da parte l'amore e il desiderio, che ci sono ma non sono mai sembrati così aridi e poco degni di fiducia. 
    Si parte da una confidenza: una molestia subita da una dottoranda (Ayo Edebiri) da parte un giovane e tanto attraente quanto mellifluo professore (Andrew Garfield) e confidata ad un'altra docente (Julia Roberts), amica e oggetto del desiderio di entrambi.
    Un legal drama in cui le aule dell'università di Yale sostituiscono i tribunali, in cui cui i ruoli della giustizia vengono annullati e mescolati, dove la razionalità viene dichiarata e considerata superiore all'emotività manon praticata, come se entrambi gli approcci fossero altrettanto inutili. 
    È difficile considerare uno qualsiasi dei tre personaggi protagonisti come vittima. Ci troviamo inevitabilmente davanti a tre bugiardi, scorretti, opportunisti incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie azioni, di essere all'altezza delle proprie aspettative, di saper rispettare la presenza dell'altro. La verità sembra evidente allo spettatore, così come i gradi di colpa, eppure non ci resta che provare ribrezzo per tutti, inclusi i due personaggi interpretati dagli attori feticcio del regista siciliano: un comprensivo ma flaccido e infantile Michael Stuhlbarg e una silenziosa e apparentemente marginale Chloë Sevigny. Si cercano le punizioni più semplici, immediate e crudeli, che effettivamente colpiscono ma solo nel breve termine. I tre balordi alla fine vincono tutti
    La stella polare di questo Guadagnino è il Woody Allen drammatico, da alcune scelte musicali (alternate ai soliti, magnifici Reznor & Ross) ai titoli di testa, passando per il milieu colto e alto borghese. Destinato a dividere più sul piano contenutistico e ideologico che su quello cinematografico, forse riuscirà a fare breccia nel cuore di più di un detrattori di Guadagnino.

    No Other Choice, di Park Chan-wook – In concorso

    A cura di Alberto Faggiotto

    "Sarà vero / dopo un brutto film di Park Chan Wook avremo un Papa nero" immagino avrebbero cantato oggi i Pitura Freska. Ma nonostante a Venezia 82 ci sia effettivamente un Papa nero, quello de La Grazia di Sorrentino, il regista coreano non accenna ad abbassare l'asticella qualitativa dei suoi film: No Other Choice, film che sposta l'attenzione dal dramma del desiderio e dell'incomunicabilità di Decision To Leave alla competizione (mortale) a cui spinge il sistema capitalista contemporaneo, è l'ennesimo progetto straordinariamente riuscito di Chan-wook. Man-su (Lee Byung-hun), esperto cartiere con una vita tranquilla tra famiglia e lavoro, viene licenziato all’improvviso. Dopo che tra colloqui frustranti e impieghi sottopagati la sua sicurezza crolla minacciando casa e famiglia, decide di prendere in mano la situazione con metodi drastici, forse ricorrendo persino alla violenza.
    Park ce lo dice senza mezzi termini e con la sua unica eleganza formale: nel sistema competitivo e deumanizzante in cui viviamo, qualunque cosa accada, qualsiasi cosa facciamo, siamo comunque spacciati. Possiamo competere tra di noi come esseri umani, ma le macchine sono sempre dietro l’angolo. Non c’è scampo: in ogni caso, scompariremo – letteralmente. E mentre il film procede inarrestabile come se fosse un Cold Fish di Sion Sono sotto vesti di commedia nera satirica, bisogna fare attenzione anche al lavoro sul sonoro, anch'esso veicolo del sottotesto (si citi soltanto il passaggio dal timbro caldo del violoncello suonato dalla figlia al frastuono alienante delle macchine in fabbrica: la speranza per il futuro dei figli si scontra con la rovina in cui si dibattono gli adulti), un utilizzo fra i più espressivi visti recentemente.

    Redazione
  • Cartoline dal Lido, giorno 2: Bugonia,Jay Kelly, Megadoc, La grazia

    Bugonia, di Yorgos Lanthimos – In concorso

    A cura di Alberto Faggiotto

    Bugonia, presentato in concorso per il Leone d’oro, segna il ritorno di Yorgos Lanthimos dopo Kinds of Kindness con un’opera che conferma la fase più “leggera” della sua carriera. Si tratta del remake di Save the Green Planet! (2003) di Jang Joon-hwan, film di culto sudcoreano: la vicenda ruota attorno a due giovani ossessionati dai complotti (Jesse Plemons e Aidan Delbis) che rapiscono la potente CEO di una multinazionale (Emma Stone), convinti che sia in realtà un’aliena pronta a distruggere la Terra. Mantenendo i riferimenti tematici dell’originale, Lanthimos apre citando il rischio d’estinzione delle api e intreccia un discorso ecologista che diventa inevitabilmente riflessione sul destino della specie umana: forse non meritiamo il mondo in cui viviamo. A ciò si aggiunge la vena anticapitalista con la critica al potere incontrollato delle multinazionali e l’idea che, in questo spazio ambiguo, persino le teorie del complotto sembrano talvolta sfiorare una verità, come se il delirio fosse solo un’altra forma di rivelazione. Nonostante le suggestioni e l’impegno tematico, Bugonia è un film che si guarda con interesse ma senza alcuna sorpresa, tanto che la sua presenza in concorso a Venezia solleva dubbi inevitabili: se non ci fosse stata la firma di Lanthimos, forse saremmo di fronte a un titolo destinato a scivolare via come un esercizio di genere solo discreto, mediocre nel senso più letterale del termine.

    Jay Kelly, di Noah Baumbach-In concorso 

    A cura di Gianluca Meotti

    Jay Kelly è l’alter ego filmico di George Clooney? Jay Kelly è reale o esiste solo quando recita? Quanto il Jay Kelly attore è sovrapponibile al Jay Kelly uomo, e quanto invece è una creatura mitica e ibridata fra il manager Ron (Adam Sandler), il padre (Stacy Keach), le amanti, le figlie, gli amici traditi e i film fatti (unico filtro attraverso il quale riesce a ricordare i momenti della sua vita)? Non bastano più di due ore a Noah Baumbach per riuscire a capirlo, e va bene così. Il regista newyorkese non abbandona il canovaccio delle famiglie disfunzionali che ne hanno fatto la fortuna, ma sposta la sua attenzione su il singolo, uomo che ha raggiunto i massimi onori nel suo campo ma che vorrebbe interpretare finalmente sé stesso, dopo anni passati nei panni altrui. È la storia di un uomo a cui l’ambizione sfrontata della gioventù presenta il conto con la maturità, immergendolo in un viaggio fra i ricordi alla ricerca di ciò che è stato vero (poco). Fra Los Angeles, la Francia e un piccolo paesino in Toscana Baumbach costringe il suo protagonista a venire a patti con la sua vita non risparmiandogli confronti e pietismi spiccioli. Per il resto è il solito ottimo Baumbach: sceneggiatura acuta, equilibrio costante fra dramma e commedia, crisi e rivelazioni. Sul finale rovina sotto delle intuizioni metacinematografiche pesanti che sviliscono un po’ tutto ciò che era stato costruito finora, pur, fortunatamente, non giungendo ad una conclusione.

    Chi è Jay Kelly?

    Megadoc, di Mike Figgis-Venezia Classici

    A cura di Silvia Strambi

    Il regista Mike Figgis ha l’enorme onore\onere di essere, per sua stessa dichiarazione, la “mosca sul muro” durante la lavorazione del nuovo film di uno dei più grandi registi viventi. Il film è Megalopolis, il regista Francis Ford Coppola, che in questo progetto che culla da 30 anni ha investito soldi suoi.

    Se il caos produttivo legato a questa produzione e il successivo insuccesso di pubblico e critica sono fatti noti e facilmente reperibili, Figgis ci porta invece qualcosa di inedito: il dietro le quinte, il lavoro con gli attori e i capo reparto. Materiale, al di là della qualità del prodotto finale, prezioso in quanto sguardo nella mente di un artista e nel suo processo creativo. A più di 80 anni, Coppola chiede il meglio sia da se stesso sia dagli altri membri della troupe, sperimentando, cercando soluzioni pratiche, invitando gli attori a mettersi in gioco, creando un ambiente di caos (quasi) organizzato. Le interviste ai membri del cast e della troupe, inoltre, sono a loro volta tanto interessanti perché sguardo sul loro processo creativo quanto, in diversi casi, molto divertenti.

    Certo, Megadoc è anche uno sguardo di parte che soprassiede o minimizza alcuni degli elementi più potenzialmente controversi di questa produzione (le accuse di violenza domestica rivolte nel 2020 a Shia LaBeouf, interprete di Claudio) e guarda con generale simpatia ai metodi di Coppola, sfiorando solo, attraverso le parole del cast, il successivo insuccesso del film. Resta tuttavia, anche nella consapevolezza del flop, l’interesse del vedere far cinema da parte di uno degli indiscussi maestri della settima arte.

    La Grazia, di Paolo Sorrentino – In Concorso

    A cura di Riccardo Fincato

    Nella seconda giornata della Mostra del cinema di Venezia, il film di apertura del concorso, La Grazia di Paolo Sorrentino, approda nelle proiezioni aperte agli accreditati verdi. Anche Sorrentino, con questo film, sembra smussare parte dei suoi eccessi, nel tentativo di riappacificarsi con un pubblico che alla visione di Parthenope si era, comprensibilmente, diviso. La trama, al solito con Sorrentino, non è particolarmente elaborata: Mariano de Santis (Toni Servillo) è il Presidente della Repubblica alle prese con il suo semestre bianco. Soprannominato Cemento Armato, è la personificazione dell’istituzione che rappresenta; egli è infatti un giurista freddo, di stampo democristiano, e abilissimo nell’arte del prendere tempo su questioni controverse e impopolari. Questi ultimi sei mesi sono tutt’altro che una semplice attesa che il tempo scada, quando due richieste di grazia e un disegno di legge sull’eutanasia arrivano sulla sua scrivania. Qui emerge la capacità del regista di scrivere una sceneggiatura compatta, che sviluppa temi che si intrecciano per essere poi ricondotti alla vita privata del Presidente. Dal punto di vista stilistico Sorrentino asciuga: la regia, composta e più posata del solito, punta a mostrare l’interiorità del protagonista, tormentato da dubbi morali e ideologici, celati da una corazza che gli vale il soprannome. Più vicino a L’uomo in più che a Il divo, il film sorprende per la sensibilità con cui viene raccontato un uomo alle prese con i propri i drammi e quelli collettivi, fino ad arrivare a una vera e propria sovrapposizione sotto il leitmotiv “di chi sono i nostri giorni?”. Tuttavia, nonostante i pregi, siamo lontani dall’incisività del film d’esordio del regista partenopeo, in particolare nell’ultimo atto, in cui il film si incastra in un ridondante percorso di chiarificazione per lo spettatore, dove le riflessioni maturate durante la visione vengono ridotte a poche frasi iconiche, in puro stile sorrentiniano, ripetute in continuazione da personaggi che non sono necessariamente in relazione, quasi mancasse la fiducia nello spettatore per capire il tema del film, lasciando così poco più di alcuni spunti di riflessione, interessanti ma solo parzialmente esplorati.

    Redazione.