Category: Cinema italiano

  • Recensione Leonora Addio – Il Requiem Pirandelliano

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    Dopo esattamente dieci anni dallo shakespeariano Cesare deve morire, Paolo Taviani torna al Festival Internazionale di Berlino ma, questa volta, senza il caro fratello Vittorio.

    “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. […] Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.”

    Queste le ultime parole testamentarie di Luigi Pirandello.

    Pirandello: trentotto anni dopo Kaos (1984), il regista – qui, purtroppo, in veste solitaria – torna sull’autore siciliano non più limitandosi a prendere in prestito le sue novelle, ma con un trattato grottesco e riflessivo sulla (sua) morte. Dopo un filmato d’archivio della consegna del Nobel per la letteratura nel 1934, permane il bianco e nero per trovare lo scrittore a letto poco prima della sua scomparsa, in una camera dai contorni tanto stilizzati quanto (quasi) metafisici; si avvicinano pian piano i suoi tre figli, dapprima infanti ma sempre più maturi ad ogni passo. Pirandello morirà dopo che anch’essi saranno invecchiati, prima che riescano a dargli il sentito addio. Bisogna rispettare il volere del poeta: la sua urna cineraria deve essere trasportata da Roma ad Agrigento, ma qui sorgono gli imprevisti di percorso: l’aereo non può partire per la scaramanzia dei passeggeri e del pilota che non vogliono viaggiare con un morto a bordo. Spostata su un treno, la cassa contenente l’urna viene rubata e usata come campo da gioco per una partita di tresette. Recuperate le ceneri, il prete non vuole benedirle perché l’urna è greca (pagana), potrà farlo solo se inserita all’interno di una bara per bambini, derisa poi dai cittadini perché simile a quella contenente un nano. Giunte le ceneri in Sicilia, passeranno quindici anni prima che possano finalmente essere sepolte nella rozza pietra, e nemmeno tutte: l’urna finale è troppo piccola, bisogna lasciarne fuori un po’. A questo punto, lo schermo si colorisce a piccoli passi e veniamo catapultati a Brooklyn, dove nella trasposizione de la novella Il chiodo viene tolta la vita a una ragazzina, per mano del chiodo arrugginito del giovane immigrato siciliano Bastianeddu.

    Il protagonista, interpretato da Fabrizio Ferracane, con le ceneri di Pirandello

    Amare e meste, le parole testamentarie di Pirandello, ma in fin dei conti anche umili e sincere. Parole del Premio Nobel per la letteratura che, in letto di morte, rigetterà la celebrazione delle sue esequie preferendo una dipartita solitaria, appartata e silenziosa.

    Perché? Dove sta il senso? Proprio queste sono le domande alla base del film che Paolo Taviani, raggiunta la veneranda età di novant’anni, firma con estrema lucidità in onore del fratello Vittorio, venuto a mancare nell’aprile 2018.

    Perché? Se lo sente ripetere molte volte Bastianeddu. Perché la morte? E la vita vissuta? Perché uno dei più illustri letterati d’Italia avrebbe scelto delle onoranze funebri così scarne e insignificanti? Perché il giovane immigrato ha ucciso la ragazzina senza alcuna motivazione? La risposta di Taviani, per voce di Pirandello, è grottesca – così come l’intero film: “nella vita, il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata“.

    La novella “Il chiodo”

    Ecco allora che Leonora addio – titolo che riprende l’omonima novella del drammaturgo siciliano a cui i Taviani si erano già avvicinati con il già citato Kaos – assume le forme di un requiem pirandelliano: una tragicomica riflessione sulla morte, sul cinema italiano – sprazzi de Il sole sorge ancora (1946), Paisà (1946), Estate violenta (1959), L’avventura (1960) – e sull’insensatezza del vivere.

    Il canto del cigno stanco di esistere, ma cosciente di quanto in realtà valga la vita, quella che per Taviani è completa simbiosi con l’arte cinematografica del passato, cui di diritto compongono un (non piccolo) tassello anche le opere sue e del fratello. Un canto che, tuttavia, a novant’anni non accenna ad esaurirsi, visto l’acume con cui è stato scritto Leonora addio, opera che chissà, forse assurge a – metaforico e poetico – volere testamentario dello stesso regista.

    Le ceneri in partenza da Roma

    Taviani ci immerge in un requiem grottesco che è simulacro dell’unico atteggiamento con cui affrontare la morte: ripiegati su sé stessi, certo, ma con la consapevolezza che qualcosa di buono c’è stato. Il film si apre e si chiude con un teatro e gli applausi del pubblico: abbiamo assaporato il dolce di una gloria il cui prezzo non potrà mai essere ricompensato.

    Il regista toscano porta a termine una pellicola con la consapevolezza che, probabilmente, oggigiorno non ha un vero e proprio pubblico di riferimento; poco importa: guarderemo sempre con un sorriso nostalgico e malinconico al sentito omaggio al fratello Vittorio, come coronazione e atto d’amore verso una carriera lunga più di cinquant’anni. 

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  • RECENSIONE ENNIO – NELLA MENTE DI UN MAESTRO

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    Un metronomo che segna il tempo, in sottofondo. Un uomo anziano che entra in una stanza e comincia a fare esercizi. Voci e immagini di persone note, alcune delle quali se ne sono già andate, che ci raccontano questo Maestro. L’uomo seduto al tavolo, intento a buttare giù alcune note su un pentagramma. E poi, la musica che esplode. Il Maestro Ennio Morricone che dirige, nel proprio studio, un’orchestra invisibile mentre le sue note riempiono il cinema.

    Così si apre Ennio, ultimo film di Giuseppe Tornatore, documentario dedicato al compositore Ennio Morricone con cui il regista ha collaborato dal 1988, con Nuovo Cinema Paradiso, fino al 2016, per il film La corrispondenza. I due, oltre ad avere uno stabile rapporto professionale, avevano in precedenza partecipato ad un altro progetto comune, ovvero la stesura del romanzo Ennio, un maestro, uscito nel 2018. Anche in questo caso, oggetto del lavoro erano la vita e l’opera del Maestro Morricone, che ci ha lasciato durante la pandemia, il 6 luglio 2020. È quindi evidente come sia proprio Tornatore l’unico in grado di raccontare, nella maniera il più completa possibile, questo grande artista: lo stesso Morricone accettò di parlare di sé solo a condizione che a fare un documentario su di lui fosse il collaboratore di lunga data.

    Il film è stato presentato in anteprima il 29 e il 30 gennaio e sarà distribuito su ampia scala il 17 febbraio, dopo essere stato presentato al Festival del Cinema di Venezia lo scorso settembre. La versione presentata alla Biennale, per ammissione dello stesso regista, era ancora grezza. La pellicola, infatti, verrà rilasciata con 12 minuti in meno rispetto a ciò che è stato mostrato a Venezia, pur mantenendo il corposo minutaggio di  due ore e mezza. Tagli richiesti dai produttori e dai distributori, a detta di Tornatore, che d’altronde ha sempre avuto, sin dal già citato Nuovo Cinema Paradiso, problemi di distribuzione con i suoi film dalle durate “mostruose”.

    Tuttavia, in questo caso la difficoltà dell’impresa di riduzione del materiale di base (a detta di Tornatore il montaggio del film è durato due anni) risulta ben comprensibile. Infatti, alle spalle di Ennio c’è una quantità immane di materiale scartato, di ore di girato che sono state raccolte dal regista nel corso degli ultimi anni. L’intervista a Morricone, che è il fil rouge di tutto il racconto, è avvenuta infatti ben sette anni e mezzo fa, ed è durata undici giorni. A questa già spropositata quantità di materiale si sono aggiunte poi diverse interviste, fatte nel corso degli anni, a persone che hanno collaborato con il Maestro o a estimatori della sua musica particolarmente illustri. Alcune di queste persone, come i registi Bernardo Bertolucci e Lina Wertmuller, sono addirittura morte nel tempo intercorso tra la loro intervista e l’uscita del film. Si conti poi la selezione che è stato necessario effettuare sull’immenso catalogo di film musicati da Morricone (ha lavorato a ben 500 colonne sonore), oltre che sulle sue composizioni estranee al mondo del cinema e alle canzoni arrangiate. Per non parlare poi dei progetti mai andati in porto, come la collaborazione con Kubrick per Arancia meccanica (silurata da Sergio Leone) o la colonna sonora per La Bibbia di Huston.

    Altro punto di difficoltà, nel maneggiare questa gran quantità di materiale, è stato il fatto che l’intenzione di Tornatore era quella di seguire l’ordine cronologico del racconto, in una costruzione che ci permette di seguire anche la parabola del nostro cinema e dei grandi registi che ne hanno fatto la storia. Il documentario diventa dunque, oltre che celebrazione del compositore, anche celebrazione dell’arte del cinema italiano, dei suoi giganti di ieri e di oggi, alcuni immortalati per sempre nelle immagini di questo film come, d’altronde, lo stesso Maestro Morricone. 

    Il tempo di lavorazione è stato tanto lungo che questo tributo si è trasformato, inaspettatamente, in un monumento post mortem che, tuttavia, non ci ricorda mai la scomparsa dell’artista a cui è dedicato: il decesso di Morricone resta forse il più grande non detto che aleggia su tutto il film. Piuttosto, Tornatore sembra voler eternare l’opera del Maestro: egli stesso ha ammesso di essere apparso molto poco nel documentario, nonostante abbia lavorato con Morricone per quasi trent’anni, proprio perché non voleva che diventasse un racconto del loro rapporto professionale. Che anche questa scelta di non chiudere il film con un epitaffio, com’è uso comune per i documentari biografici, sia dettata dalla stessa volontà di non allontanare il focus dalla sua storia? O che si tratti invece di un residuo della natura di questo progetto, cominciato quando il Maestro era ancora in vita? Difficile a dirsi. Resta il fatto che il pubblico, molto probabilmente, già sa, e che Tornatore ne è ben conscio: pur nella sua forma necessariamente ridotta, Ennio resta un’enorme bibbia sulla sua musica.

    Infatti, come affermato da Tornatore, ciò che gli interessava di più era “raccontare” la musica di Morricone. Ogni film che ha costituito una tappa fondamentale nella sua carriera diventa occasione per il compositore e per chi ha lavorato con lui di spiegare le sottigliezze e le vicende di un dato brano. Scopriamo così divertenti aneddoti, come l’odio di Morricone per l’arrangiamento di In ginocchio da te, o interessanti soluzioni, come l’inserimento nelle sue colonne sonore di estratti di musica classica, l’improvvisazione sulle immagini del film e l’uso di oggetti per l’arrangiamento di canzoni popolari come Il barattolo, o ancora la sua ispirazione a elementi del reale, ad esempio i cori del Sessantotto che hanno dato il La al tema di Sostiene Pereira

    Questo documentario è dunque l’ennesima (e definitiva) occasione per Morricone di rovesciare la vergogna, raccontataci nel film, provata nel “nascere” come compositore di musica classica sporcatosi nel comporre colonne sonore: raccontandoci la perizia tecnica del proprio mestiere e spiegandoci cosa si nasconde dietro le proprie composizioni il Maestro può riscattare la “vergogna” dell’essersi allontanato dalla musica “pura” e dimostrare come sia riuscito a elevare quella che fino ad allora era considerata musica di serie B. 

    Nonostante la durata, il film mantiene comunque un buon ritmo, soprattutto grazie alla quantità di storie raccontate – che riescono a ravvivare l’attenzione dell’appassionato – e al perfetto connubio della musica con le immagini mostrate su schermo. Poter sentire i più famosi brani di Morricone che riempiono la sala cinematografica è un’esperienza che certamente vale il prezzo del biglietto. Gli unici momenti in cui il film sembra dilungarsi troppo sono quelli in cui si susseguono le lodi per il Maestro che, seppur meritate, risultano come l’ennesima ripetizione. 

    Alcune trovate di montaggio appaiono poi ingenue, soprattutto l’uso esasperato e visibile della slow motion in alcune sequenze. Ma la solennità della messa in scena e del contesto è tale e tanta che la commozione sorge spontanea, e a un film di due ore e mezza così attentamente costruito si può senz’altro perdonare qualche secondo di slow motion di troppo o qualche sottotitolo non proprio aderente alla controparte inglese. 

    Ennio è un tributo sentito e intenso all’arte della musica per il cinema e al mestiere di un Maestro e, in definitiva, risulta come il suo più grande riscatto su se stesso e su un sistema che per troppo tempo ha sminuito i suoi lavori.

    Resta la curiosità per quelle ore e ore di girato che sono state scartate, per quel film che non è nel film, per quei personaggi che non abbiamo avuto modo di vedere e quelle storie che non abbiamo avuto modo di sentirci raccontare. Chissà che, in un futuro, Tornatore non rimetta mano ai suoi reperti, ora così potenzialmente preziosi, e ne tragga una qualche testimonianza scritta o una director’s cut

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  • RECENSIONE ATLANTIDE DI YURI ANCARANI – LA VENEZIA SOMMERSA

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    L’AUTORE

    Un ragazzo steso sull’attracco dei vaporetti veneziani, con lo sguardo perso ma sempre fisso sul cellulare e la musica trap che lo accompagna. Una giornata estiva dove puoi sentire il calore dei raggi solari che si imprime sulle tegole di legno sopra cui corrono scalzi dei giovani divertiti, intenti a tuffarsi nell’acqua fresca della laguna. In sottofondo una strumentale elettronica, prima dal suono ovattato e poi dalle vibrazioni sempre più alte, fino al comparire del nome di Sick Luke. Si possono riassumere nella sequenza d’apertura le sensazioni che entrano sottopelle durante tutto Atlantide, di Yuri Ancarani, presentato alla passata 78a edizione della Mostra cinematografica di Venezia.

    Regista poco conosciuto al grande pubblico ma molto apprezzato dalla critica. Ravennate classe 1972 che da sempre ammette di aver subito il fascino della telecamera, seppur – inizialmente perlomeno – senza aver mai pensato  al grande schermo. Gli studi in arti visive lo introducono alla video-arte, raggiungendo importanti traguardi come la la 55a Biennale di Venezia o il Guggenheim Museum di New York. Quando Ancarani si accorge che la cinepresa e la telecamera da monitor sono diventate pressappoco uguali, si avvicina al cinema frequentando vari festival coi suoi primi cortometraggi, attratto non dall’idea di trovare finanziamenti per progetti di maggior durata, ma ammaliato dall’idea di un forte contenuto racchiuso in un breve spazio di tempo. I 69 minuti di The Challenge (2016 – sulle gare di falchi in Qatar) e i 60 di Ricordi per moderni (2009 – insieme di 13 video registrati nel corso dei precedenti nove anni lungo tutta la riviera romagnola), sono i minutaggi che più si avvicinano all’ipnotizzante ora e tre quarti di Atlantide.

    Tutti i suoi lavori hanno un fil rouge: il racconto di realtà non ancora emerse, o affiorate da talmente tanto tempo che stanno ormai affondando di nuovo, ai lati di una realtà che cerca di tenerle nascoste con un sottile sipario d’indifferenza. Nelle sue opere assistiamo al dietro le quinte del mondo come lo conosciamo, nonché alla definizione più pura di regista: colui che indaga, che si pone domande, che spinto dalla forza motrice della curiosità si imbarca – letteralmente, nel caso di Atlantide – alla scoperta del non detto e del non visto, sia per capirne di più del mondo che abitiamo, sia per marcare un sunto del modo in cui abbiamo vissuto fino ad oggi, e di quali siano stati i frutti del nostro vivere.

    Il ritratto di una generazione.

    INDAGARE PER ARRICCHIRSI

    Era il 2008 quando a Venezia l’attenzione di Yuri Ancarani fu attirata da un ragazzino in piedi su una barca, incuriosito da una flebile musica che rimbombava da un mangianastri a bordo. Non la gondola a cui ogni occhio turistico è ormai abituato, ma una barchetta a motore più piccola e neanche troppo ben messa. Avvicinatosi e scambiando due battute, finì per pagare un pieno alla barchetta del ragazzo come gesto d’affetto per la confidenza concessagli. Quel breve incontro fece sorgere nel regista un dubbio: chissà quanti altri ragazzi come questo ci saranno in laguna? Chissà come vivono i pochi adolescenti autoctoni che non vogliono confondersi nel fiume di turisti di cui è gremita La Serenissima?

    Per dare una risposta dobbiamo fare un salto temporale di dieci anni, nel 2018: è dopo la vittoria del Locarno International Film Festival e del DocAviv Film Festival per The Challenge (2016), che Ancarani si butta in questo nuovo ambizioso progetto che prenderà il nome di Atlantide. Inizia un periodo di ricerca nella laguna di Venezia, frequentando le isole e tutti luoghi di ritrovo dei giovani veneziani. Si trasferisce sull’isola di Sant’Erasmo e inizia a vivere la realtà quotidiana di San Francesco del Deserto, permettendo ai ragazzi di prendere confidenza e aprirsi pian piano in ogni singolo aspetto della loro vita. Ancarani capisce presto che la realtà dei giovani si compone di due soli elementi: musica e barchette. Non c’è punto d’incontro senza musica. Non c’è punto d’incontro senza barche. Se non va a fondo in queste loro grandi passioni non potrà mai avere un dialogo; non sono solo passioni: sono l’unica cosa che hanno.

    L’unico spazio di libertà: la lagune e la barche.

    IL FILM

    Il regista aveva chiaro sin da subito che un lungometraggio sarebbe stato il mezzo che avrebbe dato maggior dignità e immediatezza di immedesimazione alla vita lagunare, e che i protagonisti – seguendo il suo personale mix di arte visuale e documentaristica – sarebbero stati gli stessi ragazzi non attori. Tuttavia, come strutturarlo? L’idea iniziale era un film sulla psichedelia che trasmettesse un senso di vertigine allo spettatore; un’avventura psichedelica narrata tramite immagini e sonoro. Nel progetto finale è rimasto questo imprinting ma culminando in un film a metà fra cinéma vérité e d’avanguardia: in 104 minuti  si “narra” tramite immagini e strumentali techno e trap, la realtà quotidiana della vita lagunare dei pochi ragazzi autoctoni rimasti a Venezia. Invisibili ai più, se non a coloro che hanno sguardo accorto e oculato per notare una realtà che senza quest’opera sarebbe rimasta celata e nascosta al grande pubblico.

    Il risultato è un film allucinante e allucinogeno, che grazie alle musiche di Jacopo Torcellan (in arte Sick Luke) e il già collaudato Lorenzo Senni (da sempre collaboratore di Ancarani) proietta lo spettatore in un vortice senza uscita tanto affascinante quanto infernale, alla pari della vita dei ragazzi in scena. Non è difficile notare negli occhi persi e rassegnati di Daniele Barison, il ritratto di una generazione che il film proietta nel microcosmo veneziano: la generazione Z (o, comunque, quella a cavallo fra gli ultimi Millennial e i nativi digitali) cresciuta da un’educazione scolastica disinteressata e distante, affiancata da quella genitoriale distaccata e incapace di accorgersi e di affrontare l’alienazione che colpisce i loro figli.

    A questo punto, non vale più la pena nemmeno domandarsi se sia giusto o sbagliato scaraventare il monitor di un pc in testa all’insegnante o sfrecciare ai 90 km/h in zone di laguna dove il limite si attesta sui 7 km/h. I ragazzi di Atlantide sono destinati ad andare a fondo – proprio come  la mitologica città richiamata dal titolo – in un mondo che si muove attorno a loro e li trapassa indifferente, mentre le loro barche – uniche ancore a cui aggrapparsi – vanno in fiamme. Barche e musica: forse il genere a cui più assomiglia l’esperimento di Ancarani è proprio il musical; Sick Luke (chi altri sennò) e Lorenzo Senni, assieme ai loro 60 mesmerizzanti minuti di musica, si fanno portavoce di questo stato giovanile portando sotto gli occhi di tutti la forza coesiva delle note, unica vera passione che possa far breccia nelle loro emozioni.

    Atlantide: disagio e povertà umana nella città italiana per antonomasia fastosa e ricca di cultura.

    Ancarani realizza un progetto coraggioso e raro – come testimonia il finale, che dà finalmente spazio d’interpretazione allo spettatore –, un prezioso unicum che il nostro cinema deve custodire gelosamente e valorizzare in ogni modo possibile. Un lavoro che lascia stregati, sbalorditi e attoniti.

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  • BIANCA DI NANNI MORETTI – UNA VISIONE

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    Di quell’ex marine reduce del Vietnam e ora tassinaro; di quell’anziano e solitario dottor Borg in viaggio da Stoccolma a Lund per essere insignito di un’onorificenza accademica; di quel personaggio di Joaquin Phoenix – redattore di lettere altrui – e del suo rapporto romantico con una semplice voce; di Sam Bell, protagonista di Moon (2009), unico vivente della base lunare Sarang ma prossimo al rientro sulla Terra; di quel Charlie Kaufman reduplicato, esasperato dalla difficoltà di trasformare Il ladro di orchidee nella sceneggiatura di un film; di quel Titta Di Girolamo e del suo eremitaggio quasi decennale in un’anonima camera d’albergo. Dell’oceano di immagini della solitudine (ri)prodotte dal cinema contemporaneo poche possiedono, tuttavia, il fascino dolceamaro che contraddistingue Michele Apicella, protagonista di Bianca (1984).

    Pellicola anomala di un Cinema anomalo, quello di Nanni Moretti, che con il suo quarto film torna a vestire i panni del suo alter ego Michele, questa volta declinati in quelli di un professore di matematica del surreale liceo Marilyn Monroe in cui è appena stato assunto. Surreali sono i luoghi: la scuola, tappezzata di riferimenti pop culturali con jukebox nelle aule, piste di macchinine telecomandate in sala professori, poster di Dean Martin e Jerry Lewis alle pareti; surreali sono gli insegnanti, che sostituiscono Gino Paoli alla Grande Guerra o che recitano i propri sonetti ad alunni contestatori. Reale è forse solo Michele, con la sua inadeguatezza, le sue idiosincrasie, le sue nevrosi che sfociano in follia.

    “Comunque, lo vuol sapere il mio problema? Non mi piacciono gli altri.” Il problema con l’Altro: così difforme, così complesso nelle sue motivazioni, così ridicolmente altro da sé da non poterlo esaurire al primo sguardo. E lo sguardo che Michele estende sulla realtà è totalizzante, ma guidato e filtrato da schemi rigidissimi: gabbie interpretative che spesso restituiscono un’immagine distorta del reale, sortendo l’effetto di isolarlo da tutto il resto. Questo Michele, infatti, al contrario di quanto accadeva nei film precedenti (da Io sono un autarchico a Sogni d’oro), non è in contatto con la società che lo attornia: gli stessi personaggi felliniani che animano la scuola vengono descritti in maniera funzionale, attraverso le loro stranezze individuali, allo scopo narrativo di far risaltare la figura schiva di Michele. 

    I tentativi di apertura verso l’Altro non mancheranno all’inizio, ma risulteranno maldestri, al limite del grottesco. Michele su una barca al laghetto di Villa Borghese, leggendo Proust con l’obiettivo di apparire interessante a qualcuno, a chicchessia, indistintamente. Un approccio approssimativo (suggeritogli dal vicino di casa Siro Siri) che si conclude con un nulla di fatto. Anche la scena immediatamente successiva è indicativa: davanti a Michele si materializza una spiaggia gremita di coppiette, tante e tali da pensare possano essere frutto della visione distorta del personaggio; quand’ ecco una ragazza, sola al sole, unica. Michele le si avvicina, controlla le altre coppie come per assicurarsi di imitarle correttamente, e si sdraia su di lei. 

    Il quadro che Moretti delinea è quello di un personaggio chiuso, perso in sé stesso, e che proprio per questo tende – non riuscendo a trovare risposte nella propria interiorità – a inserirsi costantemente nelle vite degli altri, con l’obiettivo di indirizzarle, di migliorarle, secondo una rigida logica del sentimento. Tentare di produrre un cambiamento nella sua cerchia di amici e alunni è l’unico espediente con cui Michele crede di poter agire sulla propria situazione esistenziale: la soluzione al suo problema è ricercata unicamente all’esterno. Ma le sue aspettative sulla realtà sono folli, al limite con la perfezione. Questo continuo tentativo, quest’ansia di perfezione irrealizzabile, lo rendono un individuo tormentato, eternamente insoddisfatto. E di conseguenza, ogni comportamento delle persone che lo circondano è considerato deludente.

    L’incapacità di comprendere gli altri sfocerà in tentativi di controllo, come quando, fattosi invitare a una cena di famiglia da una coppia di suoi alunni, estenderà le sue manie su tutti i presenti, appuntando e correggendo ogni gesto dei convitati: dal comportamento indisciplinato dei ragazzi, alla mancanza di preparazione del padre di famiglia nel servire il Montblanc.

    Sono sequenze brevi, autoconclusive, che tuttavia costituiscono i punti di vibrazione del film, i nodi – spesso enigmatici – da sciogliere al fine di entrare completamente nel mondo di fantasie e nevrosi del protagonista.

    La totale incomprensione del mondo che lo circonda e le ossessive ritualità del professore affascineranno tuttavia Bianca, nuova insegnante di francese, figura fantasmatica all’interno del film che sembra poter decifrare la solitudine di Michele. Essa in effetti si offre come la possibilità di risolvere quello iato tra Io e Mondo che Michele non riesce in alcun modo a colmare, come un provvidenziale mediatore che, accettando e apprezzando le stranezze del professore, le rivela per quelle che sono e lo sollecita a quel cambiamento cui sembra tanto refrattario.

    LA NUTELLA: SEQUENZA ONIRICA?

    Durante la notte Michele si sveglia, è agitato. La macchina da presa lo riprende a mezzo busto e in un lento movimento a retrocedere svela anche la presenza di Bianca, addormentata nel letto. Hanno passato la notte insieme, ma Michele, dapprima, sembra stupito di vederla lì; tenta di abbracciarla ma scopre che in quella posizione starebbe scomodo, si rigira ancora nel letto senza trovare pace, e spazientito si alza ed esce dall’inquadratura i cui confini sono diventati quelli della stanza stessa. Qui segue una breve ellissi temporale e ritroviamo Michele, ancora nudo, seduto al tavolo in cucina, affiancato da un immenso vaso di Nutella cui attinge per spalmarla su grandi fette di pane tostato che divora con aria malinconica.

    Nonostante abbia trovato in Bianca la comprensione e l’affetto che cercava, Michele resta inquieto e nuovamente solo con sé stesso. La mancanza di una risposta razionale a questo sentire è sublimata e deformata nel gigantesco barattolo di Nutella. Sempre nel film (come anche nel resto della filmografia di Moretti) i dolci sono l’oggetto dell’ossessione nevrotica, il luogo della razionalizzazione del reale: ci vuole metodo per tagliare il Montblanc, così come per accostare i gusti in una coppa gelato. L’esigenza patologica di un ordine totale e di una confortante immutabilità, mal si adatta alla natura di qualsiasi relazione: Michele è incapace di scendere a compromessi, anche quando in gioco è la ritrovata felicità, che misconosce.   

    Formalmente, la scena è riportata attraverso un’inquadratura fissa, con un unico e quasi impercettibile movimento di macchina. Mentre in Sogni d’oro le parentesi oniriche venivano manifestate da rapide inquadrature descrittive (Michele che si addormenta o si risveglia dopo un incubo), in questa sequenza l’intento sembra essere quello di svuotare la scena dalla patina onirica. Non si tratta di un semplice sogno ma di una concreta rappresentazione della realtà così come la percepisce Michele: distorta. Il risultato di una realtà messa in crisi non è tuttavia formalizzato da un’inquadratura soggettiva, bensì da un’oggettiva. Questa scelta genera un cortocircuito linguistico che rende la scena straniante, inquietante, interpretabile.

    La solitudine di Apicella è esasperata da una alterità che non riesce a comprendere né a condividere moralmente. Rifiuta Bianca, e con lei quella possibilità di comprensione dell’Altro, allo scopo di difendersi da una relazione imperfetta, che temendo di perdere, preferisce negarsi: “La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora se c’è deve essere assoluta”“[…] perché tutto questo dolore? Ti sembra giusto? Io mi devo difendere”.

    Michele stabilisce così i confini di una solitudine inviolabile, costruita da uno sguardo rigido, incapace di sciogliere la complessità del mondo, inadatto a leggere la stratificata realtà che sempre muta senza chiedere il permesso alle nostre istanze interpretative.

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  • RECENSIONE AMERICA LATINA – UN CINEMA PERSONALE

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    Dopo il grande successo di Favolacce c’era indubbiamente grande interesse attorno alla nuova opera dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, intitolata America Latina e presentata alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Questo thriller, ambientato a Latina e retto sulle spalle da un bravo Elio Germano, narra la storia di Massimo Sisti, un dentista molto professionale sia con i pazienti che con le sue collaboratrici. Ha una bella famiglia (moglie e due figlie che sono al centro della sua vita), una villa molto ampia e immersa nel silenzio. In definitiva è un uomo socialmente arrivato grazie al proprio senso del lavoro e alla propria serietà professionale. In questo contesto, in un giorno qualsiasi, Massimo scende nel suo grande scantinato, in cui incontra l’assurdo.

    Il titolo del film, “come un bellissimo Frankenstein, unisce l’America – che da quando siamo fanciulli rappresenta il sogno, quello che immaginiamo – e Latina, quella terra bonificata che è il nostro contatto reale. America Latina è lo sposalizio tra reale e sogno”, spiegano i registi. 

    L’ALIENAZIONE DELL’UOMO DI PROVINCIA

    La pellicola si apre con una sequenza di immagini della provincia di Latina, alla cui desolazione viene contrapposta la silenziosa e raffinata villa di Massimo, che sin dall’inizio viene dipinto come un padre di famiglia perfetto, capace di piangere per la bellezza delle note suonate da sua figlia al pianoforte, amico generoso e il datore di lavoro che tutti vorrebbero avere. Ed è dopo i primi 5 minuti di film che avviene il colpo di scena su cui viene costruito l’intero film. Da qui in avanti la vita di Massimo viene pian piano stravolta in una discesa verso l’inferno, un viaggio sia fisico che mentale, pervaso da una tensione costante e messo in scena dai registi con una spirale di eventi caratterizzati da un’impronta grottesca sempre più marcata fino alla risoluzione finale. 

    La trasformazione di Massimo, scaturita dalla sua psiche completamente distrutta, viene messa in scena sul piano mentale grazie a un uso sapiente delle luci e dell’ambientazione, partendo dalla luminosità  delle location iniziali e virando verso luci al neon rosse e verdi e scene in notturna, a sottolineare il buio della ragione, con scelte estetiche indubbiamente derivative dal cinema di David Lynch e Nicolas Winding Refn. Il colpo di scena iniziale è realizzato in maniera impattante e ricorda a tratti la prima comparsa del mostro di Martyrs, il piccolo gioiello del cinema horror contemporaneo diretto da Pascal Laugier. Il tono grottesco viene pienamente giustificato dal filtro che Massimo applica alla realtà provinciale che lo circonda, dove paranoia, insicurezze ed egoismo vengono amplificati dall’assunzione di alcol e farmaci. A livello fisico i registi sono bravi a lavorare sul corpo di Elio Germano, ridotto col passare dei minuti a uno stato larvale, con movimenti e pose fisiche tipici di un infante in un corpo da adulto.

    IL DUALISMO TRA SOGNO E REALTA’

    L’intera pellicola è costruita sul concetto di dualismo, di confronto con se stessi e con gli altri, il tutto sottolineato da numerose inquadrature costruite sulle immagini riflesse da vetri, specchi o dall’acqua di una piscina. Durante il film ci sono continui parallelismi tra vita perfetta e mostruosità, ricchezza e povertà, lo scontro tra padre e figlio e i personaggi interagiscono quasi sempre a coppie e mai in maniera collettiva, anche quando più persone condividono la stessa inquadratura. Alla bellezza della silenziosa villa di Massimo vengono contrapposte le immagini della provincia di Latina, spoglia e arida come i personaggi di questa pellicola, personaggi profondamente soli e alienati, il tutto accompagnato dalle musiche dei Verdena che a tratti ricordano alcuni temi composti da Angelo Badalamenti per David Lynch.

    Sulla scia di quanto realizzato in Favolacce, anche in quest’opera i registi, insieme al direttore della fotografia Paolo Carnera, danno sfoggio di tutte le loro capacità registiche, con inquadrature ardite, piani sequenza caratterizzati da movimenti di macchina elaborati e transizioni tra campi lunghi e primi piani. Questa regia estremamente invadente e potente, tuttavia, non è supportata dalla storia raccontata: la narrazione, infatti, è scarnificata fino all’eccesso e non risulta essere altrettanto efficace. La risoluzione finale, inoltre, manca di coraggio, andando a fornire tutte le risposte, come se i registi non si fidassero delle capacità deduttive dello spettatore ed eliminando quell’ambiguità di fondo che era stata la forza del film fino a quel momento e che, in precedenza, aveva contribuito alla riuscita  di Favolacce.

    Se il risultato complessivo non può che risultare parzialmente derivativo, bisogna tuttavia riconoscere che i fratelli D’Innocenzo siano gli unici in Italia a portare avanti un certo tipo di cinema, coerente a livello sia visivo sia narrativo: sono dunque davvero definibili come due autori. A conti fatti America Latina risulta essere una buona pellicola: un ulteriore tassello nella crescita artistica dei gemelli, di cui aspettiamo con interesse il prossimo film, in cui ci auguriamo siano in grado di affiancare alla sontuosa messa in scena una sceneggiatura di pari livello.

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  • RECENSIONE SUPEREROI – IL NUOVO FILM DI PAOLO GENOVESE

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    “Il tempo non esiste”.

    Così diceva Einstein e così viene spesso ripetuto da Marco nel film, che non a caso interpreta un fisico. Eppure passato e futuro si intrecciano lungo la visione, intramezzata da continui salti temporali al fine di mostrare allo spettatore l’evoluzione di una coppia, gli ostacoli da loro affrontati, i dubbi che li attanagliano, le perplessità e i momenti più felici vissuti insieme. Questo è Supereroi, l’ultimo film di Paolo Genovese, ben noto al pubblico italiano per film come Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti e Immaturi.

    Genovese sceglie due attori affermati per questi personaggi altamente complessi, entrambi vincitori di almeno un  David di Donatello nella loro carriera. Anna, interpretata da Jasmine Trinca, è una vignettista con il sogno di realizzare un fumetto: il nome stesso del film si ispira a questo suo sogno. Per Anna i supereroi sono le coppie, quelle che riescono a rimanere insieme nonostante i problemi, le incomprensioni, nonostante tutto. Ogni numero dei suoi fumetti rappresenta un ostacolo quotidiano che ogni coppia deve affrontare nel corso di una relazione. Anna è dunque una creativa, un’artista; Marco (Alessandro Borghi), al contrario, è un razionale insegnante di fisica. I due vedono il mondo e la vita in modo completamente differente -razionalità da un lato e instabilità ed emotività dall’altro- motivo per cui queste due personalità non riescono sin da subito a convivere l’una con l’altra, affrontando numerose difficoltà ma trovando, alla fine, un equilibrio.

    Alessandro Borghi si conferma un attore talentuoso e con grande carisma, ormai una certezza nel panorama italiano. Jasmine Trinca non è da meno, riesce ad emozionare, commuovere ma anche a farci arrabbiare quando il suo personaggio, com’è umanamente comprensibile, sbaglia.

    Le personalità di Anna e Marco  ricalcano quella che è, ormai, una peculiarità costante dei personaggi di Paolo Genovese, umani, né bianchi né neri, non idealizzati ma reali, con i loro difetti e le loro imperfezioni, apparentemente fantastici ma con qualche scheletro nell’armadio. I protagonisti del film riescono a mettersi in gioco ed a mostrare la sfera emotiva di un individuo, ogni stato d’animo e forma di cambiamento all’interno di un rapporto.

    Durante la visione, si ha quasi la sensazione che non venga omesso o censurato nulla, che la finzione sia piuttosto fedele ad un ritratto della realtà: nessuna frase fatta, nessun comportamento irreale, tutto è impressionantemente realistico e credibile, caratteristica di cui pochi film di questo genere possono vantare.

    La Regia non emerge tantissimo come i precedenti film di Genovese; in compenso, però, si apprezza l’originalità del soggetto nonché la costruzione della storia, i dialoghi inseriti in sceneggiatura, non sempre scontati o banali, ad eccezione di qualche cliché tipico della cinematografia italiana degli ultimi anni.

    Il montaggio appare un tantino confusionario per via dei timeskip ma si riesce a comprendere dove ci troviamo grazie all’ottimo lavoro fatto da truccatori e costumisti; l’aspetto dei personaggi, ma anche l’ambiente circostante, sono infatti fondamentali per capire il contesto di ogni scena.

    Supereroi è un film dal carattere prettamente drammatico, con pochissime sfumature comiche e tanto romanticismo, tradizionale e innovativo allo stesso tempo. Non si tratta di una semplice storia d’amore, ma di come e cosa affronta una coppia nella costruzione di un rapporto lungo e duraturo come quello di Marco e Anna, fatto anche di sacrifici, compromessi e cadute.

    Per gran parte del film ci viene ribadito come tutto sia predeterminato e vengono portate avanti teorie fatalistiche sul come, quando e perché si incontra qualcuno: è frutto del destino o di una serie di casualità e coincidenze? Una domanda che troverà risposta solo nell’epilogo di quest’opera di Genovese, che riesce a non deludere le aspettative e a farci commuovere.

    Il tempo esiste e lo notiamo quando viene a mancare, non è vero che tutto è determinato, nulla è certo.”

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  • IL CINEPANETTONE DALLA A ALLA Z – DIZIONARIO SEMISERIO

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    Un giro turistico per voci tematiche nelle storiche vacanze di Natale targate Filmauro, senza pregiudizi e senza peli sulla lingua, tra miti, tormentoni e personaggi dei film più odiati e bistrattati dalla critica ufficiale. 

    DEFINIZIONE 

    CINEPANETTONE: Film comico di pura evasione, basato su una comicità molto dozzinale, spesso volgare, che punta sulla popolarità degli attori e la generosa esibizione delle grazie femminili (dall’incipit di Super vacanze di Natale, Filmauro, 2017) 

    A – ALAN O’LEARY 

    Irlandese, professore all’Università di Leeds, nostra guida spirituale e dispensa di appunti per la discesa nei gironi cinepanettonari. Sua la Fenomenologia del cinepanettone (Rubbettino, 2013): il primo – ma anche l’unico – studio critico sistematico, mediale, socio-antropologico sulla materia. Opinabile, ma mai spicciolo né intellettualoide. Brillante e ragionato, punti e numeri alla mano (dell’audience, soprattutto). Senza livore e paraocchi ideologici, né finti entusiasmi e complicità ammiccante. Ci voleva uno straniero trapiantato nel Belpaese – per giunta un accademico – per gettare il guanto di sfida all’esegesi del cinepanettone, ampliandone la ricezione oltre i confini dell’italiano medio troglodita dell’ultimo banco.

    B – BOLDI, MASSIMO 

    Da Luino (Varese). La testa d’uovo di Colombo: nel cognome(n omen), più volte ricorrente nei suoi personaggi, la vocazione al prototipo (e allo stereotipo) del goffo, inetto e pasticcione cumenda milanese di mezza età. L’ultracorpo comico, grottesco, dirompente, fracassone, generoso – aperto ed esposto all’invasione in ogni orifizio (O’Leary dixit). Incontenibile e incontinente («mi sto cagando addossooo»), almeno negli anni d’oro. La mina vagante che esplode sulla faccia di gomma, nella guizzante linguacciona protesa, tra le squillanti grida e i versi a mitraglietta tachicardica. Sempre in bilico tra il lessico e lo slang dell’industriale lumbard, la mimesi gergale romanesca («e non guardà li mani guarda lì bracci», «na spremuta de sangue!») e l’improvvisata traduzione dei dialetti da tutto il globo (tra il «porca putt!» da boemo di Romenia e lo zulù aeroportuale). Perennemente fuori posto e fuori contesto, come uno sdrucciolevole monsieur Hulot del varesotto sulle scale mobili del cinema bassoventrale. Calamita per ogni catastrofe e calamità naturale a valanga (mitologiche la scena della doccia e la discesa libera col water sulla neve in Vacanze di Natale ’95, tra Oldenburg, John Scatman e Magritte: n’est pas un pirla, al Massimo merda d’artista). Passaporto per ogni zona erogena della gag e cartoonesco passepartout in carne e ossa infilato ovunque, persino nella portiera dell’auto (Merry Christmas, 2001). 

    C – COMPRIMARI 

    Dietro il successo della formula magica, ci sono, anche, i caratteristi azzeccati: ingredienti ben dosati col misurino, uvetta e canditi che aggiungono – ma non sempre – sostanza e sapori alla portata principale. I più nobili: l’austero – ma ipocrita – avvocato Giovanni Covelli di Riccardo Garrone (Vacanze di Natale, 1983), che con una memorabile sentenza si consegna ai posteri levandoci per sempre e a futura memoria il Natale dalle palle («se lo semo levato…»); e il paterno Alberto Sordi, cameriere attempato e crepuscolare di Vacanze di Natale ’91, che fa passare il testimone tra l’eleganza di un passato caciarone ma genuino e il ricco cafonal moderno che “se magna” tutto alle tavole imbandite di un piatto misto di arroganza e cialtroneria. I comici che battono il registro regionalistico: la rutilante cazzimma partenopea di Biagio Izzo, che sfila più volte en travesti dicendo la sua sul gender fluid in anticipo sui tempi, con trucco, parrucco e collant femminili. Il coatto venerabilissimo e torpignattaro Enzo Salvi: alias Er cipolla («mamma mia comme stoo!»), forse l’unico che senza risparmiarsi, con personalità debordante, in un pugno di scene assurte al culto (la lezione su come respingere i fan all’assalto in Bodyguards (2000), i duetti col suocero Cipollino e la sgolatissima caccia a Santa Clauuusss! nei grandi magazzini di Merry Christmas) riesce a rubare la scena ai mattatori principali, insidiando la sacra unità della coppia d’assi verso un triumvirato ufficioso (Boldi – De Sica – Salvi) pienamente riconosciuto dai fan. Quindi le grandi guest star d’oltreoceano: il compianto Luke Perry, idolo da diario teenager, Big Babol adolescenziali e prime maliziose paginette di Cioè (Vacanze ’95); il divo bamboleggiante di Beautiful Ron Moss in Christmas in Love (2004), dove c’è stato persino Danny De Vito, doppio freak di Boldi (non bastasse l’originale…). E poi la statuaria Megan Gale (Vacanze di Natale 2000, 1999) direttamente dalla galassia Omnitel (per chi ne ha memoria), in attillatissima tuta da sci, finita a letto – udite udite – con tal Gianmarco Rocco di Torrepadula (rampollo di nobiltà bolognese scomparso dalle scene dopo l’unico, insuperato zenit artistico). Infine i più dimenticati e dimenticabili: Nino D’angelo, Annamaria Barbera, I Fichi D’India, questi ultimi legati al grande successo televisivo di Zelig, che ricordano tempi dove in Italia si rideva (?) per freddure stitiche come: «Lei ha vinto un soggiorno sul Nilo per due persone!» «Un soggiorno? E come facciamo a portarlo a casa?» Sigh.

    D – DE SICA, CHRISTIAN 

    Da Roma. Figlio d’arte messa da parte a favore della pura comicità. Il mascellone aitante e mascalzone della coppia d’oro formata con l’impiastro ambulante Boldi (sua nemesi fisica e caratteriale). L’altra metà del cielo sopra Cortina. L’insostituibile colonna portante della serie, percorsa fin dalle fondamenta da principe designato (Vacanze di Natale, 1983) e proseguita da Re Mida incontrastato delle feste, dividendo lo scettro di un regno ventennale con Boldi prima e Massimo Ghini poi, fino a una serena abdicazione senza eredi (Vacanze di Natale a Cortina, 2011). Per la causa, mette a punto e perfeziona, con instancabili doti di improvvisatore a schema libero, un personalissimo linguaggio comico fatto di tic e smorfie di una formidabile e mobilissima maschera facciale, unite a una funambolica parlantina schizofrenica, dove la scurrilità più spinta emerge a mezze frasi dietro la finta affettazione di un eloquio forbito e mossette “deligatissime”. Se si fa il folle esperimento di guardare un suo cinepanettone sottotitolato in italiano, si scopre quanto spesso la trascrizione non riesca a “stargli dietro”, non riuscendo a coprire tutta la sottigliezza della sua irrefrenabile verve. Infinito il repertorio – anche canoro, talvolta – di battute, inviti a pijassella anderc…, gag da mandare a memoria, situazioni imbarazzanti – apparentemente senza uscita – da cui riesce a cavarsi fuori con mirabolanti e surreali performance. Ricordiamo la sveltezza nello sfuggire al doppio femminile nell’ascensore di Merry Christmas, o al pianoforte di Natale a New York (2006). A volte ripetitivo e sovente in overacting, ma a suo modo inarrivabile. 

    E – ESTETICA 

    Piatta, dozzinale, becera, televisiva, macchiettistica. La vulgata vuole i cinepanettoni girati in fretta e male, montati alla bell’e meglio, puntando ai sicuri incassi garantiti dai faccioni in locandina. Sarà. Eppure, l’estetica della bassa definizione a ogni livello, l’assenza di uno specifico cinematografico – che pur a volte viene esibito, come nel freezing dell’immagine nel finale di Natale a New York – sono le carte vincenti che continuano a garantire la sopravvivenza e il propagarsi virale delle scene cult, (vedi alla voce INSTANT MOVIE) con la stessa semplicità fruitiva delle gag di Stanlio & Ollio. 

    F – FEMMINILE 

    La rappresentazione svilente, reificata, degradata e degradante della donna-trofeo, come sostengono da sempre i detrattori più acerrimi. La grande pietra dello scandalo – insieme alla volgarità esibita e alla vocazione parolacciara – su cui più hanno insistito polemiche, custodi della morale e discorsi sociali. Rivista oggi, l’innegabile passerella disinvolta di bonazze extralusso e nudità assortite fa quasi sorridere per ingenuità (come fosse una vecchia rivista soft-core dal barbiere), a confronto con la pornificazione imperante dell’era digitale, dell’ipertrofia sex-oriented con cui poser e influencer vari accalappiano gusti e bassi istinti dei follower. Qualche maligno vedrebbe un legame tra il “cattivo seme” della Filmauro – preso in guisa di estensione del pattume della tv commerciale – e la sua volgare, diretta discendenza nei media contemporanei. Opinioni legittime, ma a cui va dato lo stesso credito delle associazioni di mamme che incolpano horror e videogame per la violenza nel sociale… 

    G – GUILTY PLEASURE 

    La forma mentis con cui disporsi alla visione dei cinepanettoni. Per non rischiare di prenderli sul serio. O di prenderli sul serio nel modo sbagliato, come una macchia inaccettabile sulla fedina cinefila. Si può al più goderne nel modo giusto, in leggerezza. Chi non ne ha voglia, semplicemente, si nega un piacere oggi nemmeno più così proibito. 

    H – HARAKIRI 

    Anno 2005: il grande crac, la coppia che scoppia. Nel dopo Natale a Miami, Massimo Boldi rompe il giocattolo Filmauro e tronca di netto – per motivi mai troppo chiariti – il ventennale sodalizio con il partner storico De Sica, all’inseguimento della gloria da solista sotto l’egida di Medusa Film, in una sfilza di asfittiche e indigeste commedie di rimatrimonio che ne appannano vis e tempi comici, aprendo alla fase più stanca e meno ispirata della sua carriera. A conti fatti, un harakiri appunto, parzialmente sconfessato nel 2018 con la celebratissima reunion di pacificazione in Amici come Prima, a cui farà seguito l’odissea spaziale In vacanza su Marte (2020). Come riservato solo alle vere rockstar.

    I – INSTANT MOVIE 

    Il fast-film che si mastica, digerisce ed espelle senza pretese come un hamburger; il dolce già insipido e stopposo la sera di Natale; la pellicola autocombustibile da assorbire assuefatti e imbambolati, dimenticata per sempre una volta finita. Almeno, così ci hanno raccontato. Basta invece farsi un giro su web, social, fansite, meme e gruppi Facebook per rendersi conto che la tribù del cinepanettone è più viva e attiva che mai (qualcuno se ne dispiacerà pure, ma pazienza…). La struttura a clip, il frammento breve, la gag estemporanea e sconclusionata poggiata sul tormentone dell’attore (vedi alla voce T), insomma tutto ciò che si è sempre visto affibbiare il marchio infamante dell’inconsistenza più deperibile, diventa nell’archeologia digitale del clic istantaneo il perfetto format(o) di conservazione e fruizione dei reperti cinepanettonari, per la diffusione – e l’imitazione – del culto tra millennials e tiktokers, nemmeno nati all’uscita del primo Vacanze di Natale. Alla faccia dell’instant movie per famiglie scaduto dopo le feste…

    L – LINGUE STRANIERE 

    Oltre la linguaccia sporgente di Boldi, i rovinosi e biascicati misunderstanding di De Sica, gli innumerevoli casi di lost in translation occorsi al duo nei ripetuti tragitti transnazionali (dall’ansiogena befana tedesca in volo all’italiana in spiaggia a Rio abbordata da De Sica in uno stentato portoghese), c’è una domanda più sottile: è un fenomeno squisitamente italico, il cinepanettone? Se ne discute dall’alba dei tempi. Se è vero che l’uscita natalizia ha sempre mantenuto i crismi dell’immancabile appuntamento nazionalpopolare con i nostri stereotipi linguistici, sul versante produttivo – prima ancora che nelle ambientazioni da tour operator – non va dimenticata la sinergia logistica e organizzativa con enti, film commission e maestranze autoctone dei tanti Paesi battuti in trasferta da Neri Parenti e soci. Con la scelta strategica della destinazione di turno che indirizzava la sceneggiatura e la scrittura delle gag nella writing room (mai il contrario), secondo un iter produttivo consolidato con pochi eguali, che ha fatto le fortune della longevità della serie. Da segnalare la coproduzione internazionale di Natale sul Nilo (2002), distribuito anche in lingua spagnola, al ritmo trainante dei balletti delle Las Ketchup. 

    M – MULTIPLEX 

    L’antro della Bestia. Il luogo deputato ad officiare il rituale natalizio. La caverna di Platone che ipnotizza la platea massificata del greve cinema di consumo, stipata nella bolgia di bibliche code al botteghino: questa la narrazione di benpensanti d’essai e intellighenzie varie, puntualmente mobilitate al rifiuto delle crasse logiche commerciali. Vero solo in parte, vista la sopravvivenza del trash rimediata su altri canali (vedi alla voce INSTANT MOVIE) e il progressivo interesse di nuovi e insospettabili pubblici.

    N – NATALE 

    L’ombelico del mondo narrativo, l’asse portante della cosmogonia Filmauro, il core-business dell’immaginario del cinepanettone. Non solo in funzione strumentale, tra luci, pacchi regalo e alberelli, ma fulcro di una precisa strategia dell’evasione negoziata tra personaggi e spettatori. Lontano dai buoni sentimenti, è il tempo ciclico della rivalsa di classe, della resurrezione orgiastica degli istinti. Il tempo sospeso e provvisorio dell’eterna pochade e della mascherata discinta. Il carnevale fuori stagione dove tutto si scollaccia, i tabù si infrangono, regole e ruoli sociali si invertono e si annullano. Vince “la burla”, lo sberleffo, l’infingimento elevato a sistema. Prima del grigio rientro nella normalità. Aspettando la prossima esotica meta.

    O – OLDOINI, ENRICO 

    Traghettatore della serie, con quattro pellicole tra fine anni ’80 e la caduta della Prima Repubblica, prima dell’intermezzo vanziniano post-Tangentopoli di S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa. (1994), Oldoini ha il merito di affinare il potenziale della coppia comica Boldi-De Sica, forgiandone le prime scintille (già scoppiettanti nello Yuppies (1986) di Vanzina) in un quel canovaccio a orologeria che fungerà da scheletro per l’intera saga: tutto giocato sull’incrocio dei caratteri stridenti, sull’impatto esplosivo e imprevedibile dei due corpi comici (in Vacanze di Natale ’90, la spericolata gara in Ferrari sulle strade di Saint Moritz con successivo faccia a faccia – «da cazzo» – ha quasi il sapore di un’origin story). Oldoini abbandona presto l’unità di luogo del jet-set vacanziero (poi ripreso da Neri Parenti in Vacanze ’95 sulle nevi di Aspen) per allargare il range di personaggi e il registro comico a una serie di quadretti episodici, non sempre riusciti, sugli spettri politici, sociali e di costume (l’AIDS, la corruzione, lo scambismo ecc..) in voga nelle notti mondane e nelle turbolente cronache dei primi anni ’90. Sotto il suo operato, la prima, sovversiva trasformazione di Boldi e De Sica en travesti (in Anni ‘90).

    P – PARENTI, NERI 

    Regista vessato quant’altri mai, lui da par suo mite, sicuro e orgoglioso del suo mestiere di artigiano delle feste, senza complessi d’inferiorità (gustosissimo il racconto di aneddoti e curiosità dai set Filmauro raccolti nel libro Due palle… di Natale. Gli aneddoti e i retroscena dei miei cinepanettoni che non troverete su Wikipedia, Gremese, 2020). Infallibile shooter aziendalista e figura chiave della politique des auteurs cinepanettonara. Dopo l’apprendistato fantozziano, eredita i bozzetti agrodolci di vizi e virtù sociali da Vanzina e Oldoini e prende in consegna le redini della saga. Imprimendovi quella svolta verso la fisicità corporale e scatologica (via Massimo Boldi, in primis), il ritmo slapstick e arruffone, le comiche delle torte in faccia, l’elasticità fumettosa di un mondo-cartoon dove il trash, la commedia e il patinato si prendono a braccetto in grottesca assenza di gravità e di ogni falso pudore della verosimiglianza. C’è ancora chi, pur nell’era delle puntuali filmografie su Wikipedia, crede che molti dei suoi lavori li abbia girati Carlo Vanzina (e viceversa). In quel misto di diffidenza aprioristica e sufficienza distratta che ha sempre accolto l’uscita del prodotto di casa Filmauro. Sotto la sua guida, i più clamorosi successi economici del filone tra fine ’90 e primi 2000 (con l’exploit di Natale sul Nilo, 28 milioni di euro). Ritorna al timone degli appuntamenti natalizi, ma soltanto in streaming, con In vacanza su Marte. Ma i bei tempi sono ormai andati, insieme alle buone idee… 

    Q – QUOZIENTE INTELLETTIVO 

    Il mito, tutt’ora diffuso, dello spettatore-tipo del cinepanettone: decerebrato, poco istruito, di bassa alfabetizzazione generale e cultura cinematografica nulla, destrorso, razzista, sessista, omofobo, e chi più ne ha più ne metta (focus e profili puntualmente messi a verifica nel libro di O’Leary). Da par nostra, sorprende la visione semplicistica con cui si pensa a un soggetto vuoto, a quoziente zero, al quale somministrare immagini trash come in cura Ludovico, ottenendo in risposta bave pavloviane dei tontoloni di massa. C’è in parte del vero, ma è una visione fattasi limitante, per un prodotto ormai pienamente sdoganato in un’audience allargata e consapevole, disposta a divertirsi stando al gioco, ad amare gelosamente in privato ciò che pubblicamente disprezza.

    R- ROMANCE 

    Romanzo d’amor scortese. Un amor fou sui generi(s), quello dei cinepanettoni. In tutte le sue bizzarre declinazioni, segreti, derive, scoppiamenti, parossismi e proliferazioni extraconiugali (il Tri-vellone trigamo di Merry Christmas, per citare l’archetipo), da far invidia alla soap più sfacciatamente irreale: è il doppiofondo narrativo sotto il palcoscenico di recite e facce di bronzo stiracchiate fino al climax, in un girotondo impazzito e inesausto di fedifraghi, scappatelle, incontri ed incroci pericolosi, rivelazioni e fughe nell’armadio e sotto il letto. Dove la potenza del maschio è irrisa e frana ridicolmente sotto i colpi di un femminile non governabile. (vedi alla voce UOMINI)

    S – SCULT e STRACULT 

    (Con doveroso omaggio al fu programma di Marco Giusti e soci, che ci mancherà tantissimo). 

    Dove archiviare il cinepanettone, se non nella fitta sezione del controcanone? Non è questione di palati (per quelli, vedi alla voce G), ma dello storicizzare un fenomeno caratterizzante e duraturo nel giusto contesto, con gli opportuni parametri di riferimento. Inutile sfanculare con snobismo l’innegabile risibilità del cinepanettone, mettendolo a confronto con le grandi commedie e gli autori di rango, a difesa del “buon cinema di qualità”. Ne ha preso atto anche un’istituzione come Paolo Mereghetti, che nelle ultime edizioni del celebre dizionario dedica un’ampia scheda tematica ai cinepanettoni. Non si tratta di rivedere il giudizio, rivalutare, di “cominciare a parlare bene di”, come talvolta si sente dire (ciò che è brutto resta brutto, e il bello, per chi lo apprezza, si difende da solo). Ma di dare rilevanza, la giusta dimensione critica a qualcosa che, piaccia o meno, si è insinuato come sonda invasiva nella sfera intestina(le) degli ultimi trent’anni di cinema italiano. 

    T – TORMENTONI 

    Il sale sulla coda delle gag, la linfa vitale di ogni cinepanettone che si rispetti, il biglietto da visita per conquistare l’eternità nell’immaginario collettivo dell’Italietta, non per forza col turpiloquio d’ordinanza. Il tormentone è la livella, il collante democratico tra i cavalli di battaglia delle prime donne (il «me la ciulano, me la ciulanoo!» di Boldi) e le macchiette di ficcante esattezza antropologica assurte all’Olimpo in un tic d’orologio (l’immortale «Alboreto is nothing» del cumenda in pole position Guido Nicheli in Vacanze di Natale)

    U – UOMINI 

    Che fanno tutt’altro che una bella figura. Ha ragione o esagera, O’Leary, quando oltre il voyeurismo e le tentazioni scopofile sul femminile vede nei cinepanettoni una costante, manifesta crisi del maschio, la congenita inadeguatezza del suo corpo costantemente deriso, umiliato, spernacchiato? In effetti, il tanto vituperato celodurismo machista dei neo-vitelloni delle feste mai davvero trionfa, e quasi sempre s’ammoscia. Tra un Boldi corpo infantile e asessuato, inerme preda delle fosche perversioni della modernità e di umilianti sottomissioni (il face sitting che gli tocca subire dal wrestler Rikishi in Natale a Miami), e un De Sica che spesso penosamente fallisce nella «prestazione turgida e Maiuscola», frustrando il desiderio delle giovani amanti (paradigmatica la decadenza castrata dell’ex “mandrillone di Frascati” di Natale a Miami).

    V – VANZINA, CARLO 

    Il papà dei film dei film delle feste è anche colui che ha sempre rifiutato, con evidente fastidio, l’etichetta “cinepanettone” appiccicata ai suoi film nostalgico-sentimentali. Pur abbracciando l’intera parabola in una personale trilogia tra la fondazione (Vacanze di Natale), il sequel-aggiornamento a cavallo del millennio (Vacanze di Natale 2000, 1999) e la celebrazione testamentaria in disfacimento e fuori tempo massimo (Vacanze di Natale a Cortina (2011), solo sceneggiato e affidato alla regia di Parenti). È in definitiva a lui, e a suo fratello Enrico, che si deve la persistenza dell’immaginario dell’arci-italiano in vacanza ruspante, cinico, superficiale e irresponsabile. Ragion per cui restano ugualmente amati e osteggiati, senza mezze misure. 

    Z – SERIE Z 

    Ovviamente non titolato a sedere nel Grande Cinema di serie A, nemmeno troppo assimilabile a logiche e generi del sottobosco B-movie, il destino del cinepanettone è quello di bypassare l’intero alfabeto di rating, scivolando dritto in zona retrocessione, in serie Z, in fondo alla nostra guida. 

    Come postilla, facciamo dunque chiarezza su un’ultima cosa: più ancora che grottesche radiografie in diretta dell’evoluzione/involuzione dell’Italica stirpe – tasto un pò equivocato su cui battono gli autori stessi, sicuri d’aver descritto l’Italia e gli italiani meglio di un saggio storico – i cinepanettoni sono parodie surreali (ben prima che se ne accorgesse Boris e il suo Natale con la Casta). Non riflettono semplicemente il reale dal filtro comico, ma lo centrifugano e ripensano restituito in un pazzo mondo alternativo e platealmente inverosimile (pur colmo di product placement da scaffale consumista). Stanno al tessuto sociale e ai suoi (arche)tipi come i film di Scary movie stanno alla saga di Scream (1996): gioiosa e consapevole demenza metatestuale. “Senza paura. Senza vergogna. Senza cervello”. 

    Per una scorpacciata di cinepanettoni, su Prime Video sono disponibili Paparazzi (1998), Vacanze di Natale 2000 (1999), Merry Christmas (2001), Natale sul Nilo (2002), Natale a New York (2006), Natale a Beverly Hills (2009) e Vacanze di Natale a Cortina (2011)

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  • RECENSIONE DIABOLIK – UN CINECOMIC ATIPICO

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    Approda finalmente al cinema uno dei film italiani più attesi dell’anno, la seconda pellicola ad alto budget dopo il recente e bellissimo Freaks Out di Gabriele Mainetti. I Manetti Bros, dopo il successo di pubblico e critica della loro opera Ammore e malavita (2017), continuano il loro percorso artistico volto a realizzare e incentivare – insieme alla loro casa di produzione Mompracem – il cinema di genere in Italia, realizzandolo in maniera personale e senza compromessi. In questa occasione accettano la sfida di adattare il fumetto Diabolik, creato dalle sorelle Giussani e già portato sul grande schermo in versione pop dal grande Mario Bava, in particolare il terzo albo della serie originale, L’arresto di Diabolik.

    Il film è ambientato nello stato immaginario di Clearville, alla fine anni degli ’60. Dopo aver messo a segno un altro colpo, Diabolik riesce a sfuggire alla polizia dopo un inseguimento. L’ispettore Ginko, con la sua squadra, sta facendo di tutto per prenderlo ma fino a questo momento i suoi tentativi sono andati a vuoto. Intanto in città è arrivata Eva Kant, una ricca ereditiera che ha con sé un diamante rosa, un gioiello dal valore inestimabile.

    Il prologo si apre con l’inseguimento di Diabolik da parte di Ginko, messo in scena in maniera efficace, a tratti come uno spot pubblicitario dedicato alla mitica Jaguar del criminale, sulle note della canzone La profondità degli abissi scritta appositamente per il film da Manuel Agnelli. Dopo questo dinamico inizio il film adotta un ritmo decisamente più pacato, in cui ci vengono introdotti i vari personaggi. Al Diabolik di Luca Marinelli e al Ginko del bravo Valerio Mastandrea si unisce un parterre di attori feticci dei Manetti, da un non troppo convincente Alessandro Roia a un’ottima e disperata Serena Rossi fino a uno spassoso cameo di Claudia Gerini, oltre alla gemma dell’intera pellicola nonché vera protagonista del film, la Eva Kant di Miriam Leone. Il film ruota interamente attorno all’incontro tra il super criminale e la ricca ereditiera, ed è quest’ultima che, oltre ad avere in totale un maggiore screen time, ha una vera evoluzione durante l’intera pellicola. I Manetti in ogni inquadratura cercano di risaltare la bellezza del personaggio e il suo fascino, nonché la sua intelligenza e intraprendenza, doti che la rendono la perfetta partner del supercriminale.

    I Manetti Bros nell’approcciarsi a questo film adottano un’estetica molto precisa e decisamente anticommerciale, decidendo di catapultare lo spettatore direttamente in un fumetto degli anni ‘60 ambientato in città perfette e sospese nel tempo. La recitazione a tratti teatrale dei personaggi, i dialoghi irrealistici, i silenzi, tutto è realizzato in funzione di questa precisa estetica retrò, un vintage che è estremamente raro vedere in un film di oggi e che difficilmente verrà apprezzato dalle giovani masse di spettatori. Questa scelta estremamente coraggiosa simboleggia la volontà di essere il più possibile fedeli al materiale originale, di creare un noir puro senza compromessi, e se a primo impatto lo spettatore può trovare il tutto respingente, i Manetti hanno la bravura di farci immergere con delicatezza in questo mondo facendoci superare le nostre diffidenze.

    Dal punto di vista tecnico è necessario segnalare un ampio uso di long take e di panoramiche di 180° gradi, sfruttati in maniera intelligente per costruire i movimenti fuori campo di Diabolik, oltre a un grande impiego del montaggio parallelo e alternato, che raggiunge picchi notevoli: il primo durante la scoperta dell’identità di Diabolik da parte di Eva Kant e del personaggio di Serena Rossi; e il secondo durante la sequenza finale, che viene realizzata anche con un sapiente uso di split screen e di transizioni tra le varie sequenze andando a creare un perfetto crescendo. Molto apprezzabile anche la fotografia che sposa l’estetica anni ‘60, con la composizione di inquadrature iconiche caratterizzate da ombre proiettate sul volto di Luca Marinelli per far intuire l’alter ego del suo personaggio.

    Passando ai lati negativi, al netto di qualche calo di ritmo eccessivo nella prima metà, il problema principale del film è il personaggio stesso di Diabolik, portato in scena da un Luca Marinelli. Il personaggio viene infatti diretto in totale sottrazione, in modo da rispettare il carattere del protagonista dei fumetti, ma le sue caratteristiche di impassibilità, freddezza e mistero sono estremizzate, e risultano essere poco compatibili con il grande schermo, rendendolo di conseguenza estremamente piatto. Grazie tuttavia alla scelta di rendere Eva Kant la vera protagonista, l’equilibrio del tutto viene salvato.

    In conclusione i Manetti Bros ci regalano un film atipico, lontanissimo dai parametri a cui ci hanno abituato gli attuali cinecomic, creando un film coraggioso e un universo in cui potremo nuovamente immergerci grazie ai due seguiti che stanno realizzando al momento, indipendentemente dagli incassi di questa prima pellicola che, anche a causa di un rilascio suicida in un periodo ingolfato di blockbuster, temiamo possano essere estremamente bassi.

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  • RECENSIONE I FRATELLI DE FILIPPO – CHI RIDE ULTIMO

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    L’interesse per l’opera di Eduardo de Filippo non si è mai spento: oltre a Natale a Casa Cupiello, il suo dramma più popolare e riproposto continuamente in nuove versioni (tra cui una con Sergio Castellitto trasmessa da Rai nel 2020), le sue opere continuano a esercitare un grande fascino in Italia e all’estero. È per questo che, nell’ultimo anno, sono usciti ben due film dedicati alla storia di due delle più grandi famiglie di attori, i Scarpetta e i De Filippo; a pochi mesi di distanza da Qui Rido Io di Mario Martone, che si concentra sulla figura di Eduardo Scarpetta è uscito in sala I fratelli De Filippo, diretto e co-sceneggiato da Sergio Rubini, che con il film di Martone condivide solo alcune scelte narrative, rappresentandone, per il resto, quasi l’antitesi.

    La storia comincia e finisce a teatro, alla prima di Natale a Casa Cupiello e cornice della storia dei fratelli Titina (Anna Ferraioli Ravel), Eduardo (Mario Autore) e Peppino (Domenico Pinelli). Figli non riconosciuti di Eduardo Scarpetta (Giancarlo Giannini, che ruba la scena nelle poche sequenze che gli sono dedicate), dal padre – star del teatro dialettale – ereditano “solo” lo smisurato talento nel calcare le scene; in particolare Eduardo, attento alle novità del teatro italiano nel Novecento (in primis Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello). Il carattere difficile dei fratelli, però, rischia sempre di spezzare il legame formatosi dall’infanzia, il prestigioso cognome di Scarpetta si rivela una maledizione per i suoi tre figli illegittimi mentre, tra alterne fortune, i fratelli De Filippo escono dall’ingombrante ombra del padre e si guadagnano un posto nella storia.

    L’approccio di Sergio Rubino alla regia è l’opposto di quello di Martone: se il secondo sottolinea il realismo dei personaggi e dell’ambientazione, resa con frugalità e poche pennellate di colore, la regia di Sergio Rubini abbraccia un ampio spazio geografico (si va da Napoli a Milano alla Sicilia rurale), trasfigurandolo all’insegna dell’anti-realismo e di una maggiore empatia nei confronti dei personaggi e della storia. Ansioso di catturare tutte le sfumature di una città e della sua popolazione, con uno sguardo indubitabilmente sincero e forse troppo affettuoso, il regista regala immagini da cartolina di una Napoli splendida, contrapposta a un Nord cupo, nebbioso e inospitale. A rimarcare questo dualismo contribuisce anche la fotografia solare e colorata, piacevole all’occhio e funzionale a dipingere un ambiente fiabesco -anche grazie alla musiche di Nicola Piovani- a confine tra realtà e finzione scenica, ma che rendono, anche per questo, il disegno di una città e della sua popolazione fin troppo oleografico.

    Di per sé la regia è buona ma non particolarmente significativa: rimane per tutto il tempo “ad altezza di personaggio”, con qualche guizzo e alcune buone idee ma senza andare troppo in là di un basilare servizio alla storia e al buon cast, soprattutto il trio di attori protagonisti (quasi) esordienti e tutti e tre molto intensi (in particolare Anna Ferraioli Ravel, la migliore del trio).

    Non brilla la sceneggiatura, forse il principale punto debole: lungi dal voler ispirare alcuna riflessione sul ruolo vivo del teatro nella società, sul rapporto tra generazioni o anche dall’offrire uno sguardo originale sulla biografia dei fratelli de Filippo, si limita a seguire dissapori e vicissitudini in una storia di impianto pienamente tradizionale. Talmente tanto tradizionale che non manca un villain, trovato nel Vincenzo Scarpetta interpretato da Biagio Izzo che, nonostante la sua discreta interpretazione, viene relegato al ruolo di rivale macchiettistico, che non sfigurerebbe affatto in un film Marvel, nonostante i tentativi della sceneggiatura di renderlo complesso e sfumato. La necessità di trovare un antagonista dove non era necessario trovarlo è in realtà indice di una più ampia incertezza sul dove far andare a parare la storia: la presenza di una cornice narrativa non basta a garantire unità a una storia frammentaria, la maggior parte del film segue episodi all’incirca connessi da un filo narrativo che in realtà è più di facciata e che quando vuole far proseguire la storia segue dei binari fin troppo convenzionali.

    Anche solo per la ricostruzione storica e per l’affetto per i personaggi merita la visione e rimane un film superficialmente piacevole, ma visto l’argomento e il posto dei protagonisti nella storia e nella cultura italiana, avrebbe giovato una lettura un po’ più audace.

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  • RECENSIONE È STATA LA MANO DI DIO – RITRATTO DELL’ARTISTA DA GIOVANE

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    «In tutti i miei film, tranne questo che parla di esperienze note, c’è l’ossessiva ricerca di vedere delle cose, di conoscerle. Me lo sono detto tante volte. E anche la scelta stilistica degli incessanti carrelli era un modo di avvicinarmi a quelle cose. Ma in questo film i carrelli non ci sono, perché avvicinarmi a me stesso non aveva senso: mi conoscevo già. Però non averli potuti vedere [i genitori defunti, NdR.] è il mio trauma più grande. Mancando il congedo, il saluto, inconsciamente scatta l’abbandono. Ecco, se ne sono andati senza salutarmi» (Paolo Sorrentino intervistato da Paola Zanuttini su Il Venerdì di Repubblica, 22 ottobre 2021). 

    Meglio affidarsi alle dirette, inequivocabili parole di Paolo Sorrentino, per cogliere l’essenza e la (parziale) diversità del suo ultimo, bellissimo film autobiografico e confessionale, È stata la mano di Dio, Gran Premio della Giuria alla 78ª Mostra del Cinema di Venezia, accolto con entusiasmo nel tour di festival internazionali e infine scelto come candidato per l’Italia al Miglior Film Straniero nella prossima edizione degli Academy Awards. Una sincera dichiarazione di vulnerabilità, quella del regista. Una matura (ri)cognizione del dolore a lungo trattenuto e ora esternato e condiviso sullo schermo senza timori. Partendo da un rigenerante turnover della troupe titolare (il passaggio di testimone più significativo: la DOP Daria D’Antonio a sostituire lo storico sodale Luca Bigazzi). Da una consapevole e pacificata deposizione del proprio armamentario stilistico, in una generosità senza filtri e senza trucchi, che di rimando invita lo spettatore e il critico – che si trovino tra le platee adoranti o tra gli acerrimi detrattori – a lasciar cadere, per una volta, l’ingombrante cassetta degli attrezzi dell’analisi critica e dell’interpretazione delle stratificate superfici del suo cinema, a un tempo formalista ed esistenzialista. 

    La storia è quella del giovane Paol… ehm Fabietto (Filippo Scotti), studente al liceo classico, di amabile famiglia piccolo-borghese, che nella movimentata Napoli degli anni ’80 studia le incertezze della vita e il grande mistero della donna, ma soprattutto assiste estasiato alle imprese calcistiche dell’idolo Diego Armando Maradona, prima che l’inattesa quanto incomprensibile tragedia genitoriale arrivi a gettarlo in un desolante vuoto di prospettive, costringendolo a rincorrere le prime avvisaglie di un futuro ancora da mettere a fuoco, verso una felicità che sembra possibile solo nel grande, irraggiungibile sogno di fare il Cinema. «Voglio fare il regista di film… Anche se ne ho visti solo 3 o 4», tra cui spicca, sopra il vecchio televisore acceso col bastone paterno, la VHS dell’amato – e citato, si veda l’automobile old style dell’incipit – C’era una volta in America (1984). 

    Pur concentrato in una messinscena piana, adagiata sul groviglio dolceamaro di passioni e sentimenti coinvolti, in una chiarezza espositiva esemplare ed essenziale, lo sguardo inquieto, curioso e attento alla microfisica emozionale di Sorrentino – «Le emozioni sono tutto quello che abbiamo» diceva il regista Mick Boyle in Youth (2015) – non trascura la sua caratteristica eleganza fluida, la sua intima visionarietà. La magnetica costruzione dell’atmosfera (la Galleria Umberto I come magico setting memoriale che riporta echi di Storia e di Cinema) e la cura dell’inquadratura (la passeggiata con il fratello Marchino, che salda senza soluzione di continuità, all’incrocio della strada, i miti archetipici fondamentali, tra una conversazione su Fellini che svicola nella comparsa di Maradona), il gusto del dialogo curato (la riflessione sulla perseveranza con Maradona che tira punizioni a ripetizione in allenamento), e della frase ad effetto vera e solenne come un verdetto («La sigaretta: la parte migliore del sesso»). Dentro scene preziose, leggere o dolenti, in cui la mano del regista è immediatamente riconoscibile, regalando gesti, toccanti suoni onomatopeici (il fischio come richiamo amoroso dei genitori, il tuff dei motoscafi che infrangono le onde sotto i fuochi d’artificio) e bagliori di poesia cinematografica: dalla parentesi con un San Gennaro sui generis in codino e smoking al duro confronto tra le acque della grotta tra Fabietto e il regista Antonio Capuano (mentore spirituale e professionale di Sorrentino), dal seno abbagliante e felliniano di una sensualissima zia (Luisa Raineri), ammirata in un caldo tramonto mentre si aggiusta i capelli, al fascinoso femminile mondano che scorta lo sceicco bianco Khashoggi, sbattendo i tacchi nel silenzio notturno di una Capri deserta. Ma già la scena di apertura è, da sola, un grande pezzo di cinema: una panoramica aerea, acustica e maestosa – che ricorda la discesa sul Tevere nel finale de La grande bellezza (2013) – con cui Sorrentino plana sul luogo-culla delle origini, eternamente sospeso tra il reale, il fantastico e il fantasmatico. Tra suoni acusmatici che sovrastano l’azzurro immenso della distesa marina: il rombo delle pale di un elicottero memore di Apocalypse Now, a ventilare forse il messianico sbarco di Maradona a Napoli, del quale non esistono immagini ufficiali («Non è arrivato, è apparso. Non è sceso da un aereo, lo vedemmo sbucare dal nero degli spogliatoi del San Paolo»). E, avvicinandosi a riva, un respiro profondo ed enfatico diffuso dai finestrini di un’auto (che ricorda quello di Papa Lenny Belardo in una celebre puntata di The Young Pope, e quello del misterioso “Dio” di Loro 1).

    La prima parte è gioiosa, affettuosa, comica, buffonesca, perfino circense, in una caotica ronde parentale (gli enormi e fumosi pentoloni delle cucine, in un ricettacolo di volti e figure femminili come nella vasca vaporosa di (1963), tra il colore genuino e il calore contagioso dell’affollata schiera degli Schisa, che si sfidano a scherzi, battutacce e reciproche schermaglie: una galleria di ritratti umani e familiari di esattezza antropologica e sociale mai macchiettistica. Nella seconda parte domina invece lo sguardo smarrito e impietrito di Fabietto. Sullo sfondo di una Napoli velata di malinconia fattasi improvvisamente scura, plumbea, irriconoscibile, per lui che, privato improvvisamente di un centro, di un nido sicuro e confortevole, si trova ora a vagare solo in cerca di un nuovo appiglio su una realtà scadente, da riscattare con la sublime e salvifica distrazione del Cinema. 

    «Non mi guardare, non c’è niente da guardare»: con queste parole, ad occhi chiusi, la scurrile e tirannica signora Gentile ammonisce Fabietto (curiosamente, lo stesso invito fatto dal personaggio di Adam Driver nel finale di Annette di Leos Carax), instillando la spia di un’amara premonizione. Il cuore del film sta inscritto proprio dentro il trauma del non-visibile, del rimpianto per ciò che non si è potuto vedere («Me li dovete far vedere», urla Fabietto disperato ai medici che occultano le salme dei genitori), che si trasforma nel suo contrario, la latente pulsione scopica e registica del protagonista che inizia a muovere ossessivamente lo sguardo sul mondo intorno a sé. Per vedere più a fondo, per andare in cerca delle proprie immagini e cavarle dalla rimozione e dall’oblio del fuoricampo, che diventa la costante stilistica e concettuale del film, la condizione di esistenza appartata in cui dimorano – e dal quale si risvegliano – ricordi e memorie personali tratte in salvo col lavoro del cinema: il fuoricampo assoluto che elide le immagini della tragedia – dai coniugi Schisa (gli splendidi e amorevoli Toni Servillo e Teresa Saponangelo) ci si congeda con mirabile delicatezza prima che il peggio avvenga, con i due teneramente addormentati uno accanto all’altra; il fuoricampo immaginifico che contiene gli adorati miti dell’empireo cinematografico: l’occhio di Fabietto appena buttato oltre la soglia della stanza dei provini dell’invisibile Fellini (sola presenza vocale), su quel collage di nomi, volti e corpi femminili che riprende in mano i Block-notes di un regista (1969) filtrati nello sguardo desiderante di Fabietto; e infine il fuoricampo più contingente, quotidiano e divertito, da sit-com o baruffa domestica: la sorella Daniela che parla barricata dietro la porta del bagno, senza mai uscirne. E la scena geniale delle botte in salotto alla signora Gentile, con i parenti abbandonati fuori dall’inquadratura e l’immagine fissa sulla Tv che trasmette a vuoto – solo per i nostri occhi – il Gol del Secolo, il più incredibile gesto calcistico della Storia (la serpentina palla al piede di Maradona nella seconda rete all’Inghilterra ai Mondiali messicani). Dopo la provvidenziale Mano de Dios, ovviamente… 

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