Category: Rubriche

  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 1

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    JANE CAMPION

    Neozelandese, classe 1954, è una delle maggiori registe e sceneggiatrici viventi e ad oggi resta l’unica donna ad aver ottenuto la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

    Nel corso della propria filmografia ha raccontato le donne, la loro sensualità e il loro indomito fuoco interiore.

    Esordì negli anni ’80, ma nel decennio successivo raggiunse la notorietà mondiale e firmò i suoi capolavori: Un angelo alla mia tavola (Leone d’argento a Venezia 1990), ma soprattutto Lezioni di piano (1993) e il troppo sottovalutato Ritratto di signora (1996, uno dei film più belli degli anni ’90 secondo P. Mereghetti).

    Lezioni di piano, in particolare, è un film romantico di straordinaria potenza e bellezza. È la storia dell’indomita gentildonna scozzese Ada (una indimenticabile Holly Hunter) che, trasferitasi in Nuova Zelanda per un matrimonio combinato, è contesa tra il marito designato e un maori a cui insegna a suonare il pianoforte. Resta uno dei melodrammi più sensuali, misteriosi e visivamente avvolgenti mai realizzati, amatissimo da grandi registi contemporanei come Xavier Dolan e celebre per le struggenti musiche di Michael Nyman. Il film vinse 3 Oscar e trionfò a Cannes.

    La Campion non dirige un film dal 2009 (Bright Star), ma ha firmato l’acclamata serie TV Top Of The Lake e ha dichiarato che al momento preferisce lavorare in televisione, dove secondo lei regna massima libertà creativa ed è più semplice abbattere tabù narrativi.

    SUSO CECCHI D’AMICO

    Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, la coppia Age & Scarpelli, Tonino Guerra, Cesare Zavattini… Questi i nomi di alcuni tra i più celebri sceneggiatori della storia del cinema italiano. Tutti uomini. Ma in questa lista manca almeno un nome fondamentale, irrinunciabile: Suso Cecchi D’Amico, classe 1914, la regina indiscussa della sceneggiatura in Italia.

    Nata a Roma, da ragazza compie soggiorni all’estero in Svizzera e nel Regno Unito, a Cambridge. Fin da giovanissima traduce opere di Hardy e Shakespeare, affiancata dal padre Emilio, critico letterario.

    Poi inizia a lavorare nel cinema e per 60 anni firma pellicole di importanza capitale, lasciando il segno in generi cinematografici diversissimi tra loro e nelle opere di registi mitici del nostro cinema.

    Negli anni ’40 e ’50 firma capolavori del Neorealismo, tra cui “Ladri di biciclette” di De Sica: sua l’idea del tentato furto della bicicletta nel finale, nonché la solida struttura in 3 atti all’americana di quel capolavoro, che dopo oltre 70 anni non ha perso nulla della sua forza drammaturgica. Negli anni ’50 sceneggia con il duo Age & Scarpelli e Monicelli forse la più celebre commedia all’italiana: I soliti ignoti. Ma soprattutto, a partire dal 1951, firma quasi tutti i copioni di Luchino Visconti, da Bellissima a Senso, da Rocco e i suoi fratelli a Il Gattopardo fino a L’innocente.

    Nel 1994 ha ottenuto il Leone d’oro alla carriera a Venezia, coronamento di una carriera prolifica, punteggiata da assoluti capolavori. Nel 1999 ha lavorato con Martin Scorsese per il documentario Il mio viaggio in Italia, in cui il regista newyorkese racconta con passione infinita proprio quel cinema che la Cecchi D’Amico per decenni ha contribuito a forgiare.

    Si spegne a Roma il 31 luglio del 2010, un faro nel buio per tutte le sceneggiatrici di ieri oggi e domani.

    KATHRYN BIGELOW

    Sapevate che alcuni dei più importanti film d’azione degli ultimi trent’anni sono stati diretti da una donna? Questo è un genere tradizionalmente (ed erroneamente) associato alla mascolinità, un genere in cui Kathryn Bigelow, classe 1951, è riuscita a trasporre tutta la sua dirompente personalità. Californiana, fin da giovane appassionata di avanguardie artistiche, studia cinema alla Columbia University di New York e esordisce al lungometraggio nel 1981 con The Loveless con protagonista Willem Dafoe.

    Il successo arriva però nel decennio successivo con il cult Point Break – Punto di rottura (1991), con due giovanissimi Patrick Swayze e Keanu Reeves, e soprattutto con Strange Days (1995), film di capitale importanza, punto di non ritorno per il postmoderno cinematografico: una pellicola in cui, in un futuro non troppo lontano, la droga più diffusa tra gli uomini sono le memorie e le esperienze di altri uomini rivissute in prima persona, come un film in home-video e tramite un apposito dispositivo. Le immagini (e quindi il cinema) come droga, dunque, messe in scena a loro volta con uno stile ipercinetico e delirante, che fanno di Strange Days uno dei film espressivamente più audaci degli anni ‘90.

    Dopo alcuni film meno brillanti, nel 2008 arriva la consacrazione definitiva con The Hurt Locker. Pellicola di guerra ambientata in Iraq e sceneggiata dal giornalista Mark Boal (ora compagno della Bigelow). è una meditazione sulla guerra che diviene droga e disumanizza chi la combatte, impedendogli qualsiasi ritorno ad una vita normale e anzi costringendolo ad alzare sempre la posta in gioco sul campo di battaglia, in un crescendo di tensione e orrore. Film duro, ambientato in un Iraq misterioso e quasi astratto, in un conflitto in cui è impossibile comprendere appieno le parti in causa. Il film vince 6 Oscar, inclusi quelli per il miglior film e la miglior regia, per la prima volta nella storia andati ad una donna (quest’anno Chloé Zhao ha vinto l’Oscar alla miglior regia e per il miglior film).

    Negli ultimi anni ha diretto i bellissimi Zero Dark Thirty, storia della caccia ad Osama Bin Laden e indimenticabile saggio di cinema dell’ossessione, e Detroit. È, inoltre, l’ex moglie di James Cameron (battuto agli Oscar 2010 dalla stessa Bigelow quando lui concorreva con Avatar), che le produsse diversi film e sceneggiò Strange Days. Fu un sodalizio breve ma straordinario, troppo poco ricordato, tra due dei maggiori innovatori del cinema d’azione moderno.

  • Oscar 2021 – I vincitori

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    Che belli questi Oscar 2021 che ci sorprendono con un premio inaspettato a Sir Anthony Hopkins che, ottantatreenne, conquista il suo secondo premio come miglior attore protagonista per The Father dopo quello ottenuto nel 1992 per Il silenzio degli innocenti. Siamo molto felici per lui che era indubbiamente il migliore della cinquina dei candidati. Hopkins, che non ha potuto partecipare alla cerimonia, ha rilasciato un video di ringraziamento sul suo profilo Instagram, in cui ha anche omaggiato Chadwick Boseman. Per il resto tutto è più o meno andato come da pronostici, con il trionfo di Nomadland : le sorprese più significative sono state il premio alla miglior canzone andato a Fight For You di Judas and the Black Messiah e il premio alla miglior fotografia, vinto da Mank invece che dal favoritissimo film di Chloé Zhao. Per quanto riguarda l’accesa competizione nella categoria miglior attrice in definitiva ha prevalso Frances McDormand che, vera trionfatrice della serata, conquista ben due Oscar (ha vinto anche quello per il miglior film in quanto produttrice di Nomadland) e arriva a un totale di quattro premi vinti in carriera. Noi avremmo forse preferito Carey Mulligan, eccellente protagonista di Una donna promettente e fresca promessa per il futuro, ma alla fine, come spesso accade nelle competizioni molto incerte, ha prevalso la conservazione. Viva comunque la McDormand che in Nomadland ci regala una delle prove più belle e commoventi della sua carriera. “See you down the road”.

    MIGLIOR FILM

    Nomadland di Chloé Zhao
    Una donna promettente di Emerald Fennell
    The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller
    Judas and the Black Messiah di Shaka King
    Mank di David Fincher
    Minari di Lee Isaac Chung
    Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin
    Sound of Metal di Darius Marder

    MIGLIOR REGIA

    – Chloé Zhao (Nomadland)
    – Lee Isaac Chung (Minari)
    – Emerald Fennell (Una donna promettente)
    – David Fincher (Mank)
    – Thomas Vinterberg (Un altro giro)

    MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

    – Anthony Hopkins (The Father – Nulla è come sembra)
    – Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Riz Ahmed (Sound of Metal)
    – Gary Oldman (Mank)
    – Steven Yeun (Minari)

    MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

    – Frances McDormand (Nomadland)
    – Viola Davis (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Andra Day (The United States vs. Billie Holiday)
    – Vanessa Kirby (Pieces of a Woman)
    – Carey Mulligan (Una donna promettente)

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

    – Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah)
    – Sasha Baron Cohen (Il processo ai Chicago 7)
    – Leslie Odom Jr. (Quella notte a Miami…)
    – Paul Raci (Sound of Metal)
    – Lakeith Stanfield (Judas and the Black Messiah)

    MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

    – Yoon Yeo-jeong (Minari)
    – Maria Bakalova (Borat – Seguito di film cinema)
    – Glenn Close (Elegia americana)
    – Olivia Colman (The Father – Nulla è come sembra)
    – Amanda Seyfried (Mank)

    MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

    Una donna promettente (Emerald Fennell)
    Judas and the Black Messiah (Shaka King e Will Berson)
    Minari (Lee Isaac Chung)
    Sound of Metal (Darius Marder e Abraham Marder)
    Il processo ai Chicago 7 (Aaron Sorkin)

    MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

    The Father – Nulla è come sembra (Christopher Hampton e Florian Zeller)
    La tigre bianca (Ramin Bahrani)
    Borat – Seguito di film cinema (Sasha Baron Cohen, Anthony Hines, Dan Swimer, Peter Baynham, Erica Rivinoja, Dan Mazer, Jena Friedman, Lee Kern)
    Quella notte a Miami… (Kemp Powers)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE

    Un altro giro di Thomas Vinterberg (Danimarca)
    Collective di Alexander Nanau (Romania)
    The Man Who Sold His Skin di Kaouther Ben Hania (Tunisia)
    Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić (Bosnia ed Erzegovina)
    Shàonián de nĭ di Derek Tsang (Hong Kong)

    MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

    Soul di Pete Docter e Kemp Powers
    Onward – Oltre la magia di Dan Scanlon
    Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria di Glen Keane
    Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Il film di Will Becher e Richard Phelan
    Wolfwalkers – Il popolo dei lupi di Tomm Moore e Ross Stewart

    MIGLIOR FOTOGRAFIA

    Mank (Erik Messerschmidt)
    Nomadland (Joshua James Richards)
    Judas and the Black Messiah (Sean Bobbitt)
    Il processo ai Chicago 7 (Phedon Papamichael)
    Notizie dal mondo (Dariusz Wolski)

    MIGLIOR MONTAGGIO

    Sound of Metal (Mikkel E.G. Nielsen)
    Il processo ai Chicago 7 (Alan Baumgarten)
    The Father – Nulla è come sembra (Giōrgos Lamprinos)
    Una donna promettente (Frédéric Thoraval)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    MIGLIOR SCENOGRAFIA

    Mank (Donal Graham Burt e Jan Pascale)
    Notizie dal mondo (David Crank e Elisabeth Keenan)
    Tenet (Nathan Crowley e Kathy Lucas)
    The Father – Nulla è come sembra (Peter Francis e Cathy Featherstone)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Mark Ricker, Karen O’Hara e Diana Stoughton)

    MIGLIORI COSTUMI

    Ma Rainey’s Black Bottom (Ann Roth)
    Emma. (Alexandra Byrne)
    Pinocchio (Massimo Cantini Parrini)
    Mulan (Bina Daigeler)
    Mank (Trish Summerville)

    MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA

    Ma Rainey’s Black Bottom (Sergio Lopez-Rivera, Mia Neal, Jamika Wilson)
    Pinocchio (Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti)
    Elegia americana (Eryn Krueger Mekash, Matthew Mungle, Patricia Dehaney)
    Emma. (Marese Langan, Laura Allen, Claudia Stolze)
    Mank (Gigi Williams, Kimberley Spiteri, Colleen LaBaff)

    MIGLIORI EFFETTI SPECIALI

    Tenet (Andrew Jackson, David Lee, Andrew Lockley e Scott Fisher)
    L’unico e insuperabile Ivan (Nick Davis, Greg Fisher, Ben Jones e Santiago Colomo Martinez)
    Mulan (Sean Faden, Anders Langlands, Seth Maury e Steve Ingram)
    The Midnight Sky (Matthew Kasmir, Christopher Lawrence, Max Solomon e David Watkins)
    Love and Monsters (Matt Sloan, Genevieve Camilleri, Matt Everitt e Brian Cox)

    MIGLIOR COLONNA SONORA

    Soul (Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste)
    Da 5 Bloods – Come fratelli (Terence Blanchard)
    Minari (Emile Mosseri)
    Notizie dal mondo (James Newton Howard)
    Mank (Trent Reznor e Atticus Ross)

    MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

    Fight For You (musiche di H.E.R. e Dernst Emile II, testo di H.E.R. e Tiara Thomas) in Judas and the Black Messiah
    Speak Now (musiche e testo di Leslie Odom Jr. e Sam Ashworth) in Quella notte a Miami…
    Hear My Voice (musiche di Daniel Pemberton, testo di Daniel Pemberton e Celeste Waite) in Il processo ai Chicago 7
    Husavik (musiche e testo di Savan Kotecha, Fat Max Gsus e Rickard Göransson) in Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga
    Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) in La vita davanti a sé

    MIGLIOR SONORO

    Sound of Metal (Nicolas Becker, Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Phillip Bladh)
    Soul (Ren Klyce, Coya Elliott e David Parker)
    Mank (Ren Klyce, Jeremy Molod, David parker, Nathan Nance, Drew Kunin)
    Greyhound – Il nemico invisibile (Warren Shaw, Michael Minkler, Beau Borders e David Wyman)
    Notizie dal mondo (Oliver Tarney, Mike Prestwood Smith, William Miller, John Pritchett)

    MIGLIOR DOCUMENTARIO

    Il mio amico in fondo al mare di Pippa Ehrlich e James Reed
    El agente topo di Maite Alberdi
    Collective di Alexander Nanau
    Crip Camp: disabilità rivoluzionarie di Nicole Newnham e Jim LeBrecht
    Time di Garrett Bradley

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

    Due estranei di Travon Free e Martin Desmond Roe
    The Present di Farah Nabulsi
    Feeling Through di Doug Roland
    The Letter Room di Elvira Lind
    White Eye di Tomer Shushan

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D’ANIMAZIONE

    Se succede qualcosa vi voglio bene di Michael Govier e Will McCormack
    Genius loci di Adrien Mérigeau
    Ja-Folkid di Gìsli Darri Halldòrsson
    Opera di Erick Oh
    La tana di Madeline Sharafian

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

    Colette di Anthony Giacchino
    A Love Song for Latasha di Sophia Nahli Allison
    A Conerto Is a Conversation di Kris Bowers e Ben Proudfoot
    Do Not Split di Anders Hammer
    Hunger Ward di Skye Fitzgerald

    PREMIO UMANITARIO JEAN HERSHOLT

    – Tyler Perry
    – Motion Picture & Television Fund

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  • Tony Montana – Un Macbeth ‘Pop’

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    “Che sprone ha il mio disegno?

    L’ambizione, non altro.

    L’ambizione che da sola,

    saltando troppo in alto sulla sella,

    si disarciona”

    Macbeth, Atto I, Scena VII 

    1983, Brian De Palma firma Scarface, remake dell’omonimo film del ’32 di Howard Hawks, mettendo in scena la scalata e la successiva caduta del narcotrafficante Tony Montana.

    Il personaggio, figlio della sceneggiatura di Oliver Stone, è certamente una delle figure più importanti e conosciute dell’intera produzione Gangster Movie hollywoodiana (al pari solamente di Don Vito Corleone e dei Goodfellas di Scorsese) ed è entrato di diritto nell’immaginario Pop cinematografico e non.

    Antonio “Tony” Montana, però, rappresenta molto di più dell’arroganza da malavitoso, delle armi, della cocaina e della ricchezza ostentata che lo hanno reso Cult per il pubblico mainstream. Il gangster cubano, se analizzato più approfonditamente, risulta essere un personaggio estremamente drammatico, come in una trasposizione moderna di una tragedia classica.

    Il personaggio di Al Pacino è chiaramente un anti-eroe, spinto da un’ambizione insaziabile e smisurata. Ma da dove nasce questo istinto?

    Un fenomenale Al Pacino nei panni di Antonio “Tony” Montana.

    Una chiave di lettura per comprendere la personalità di Montana è prendere in considerazione il suo passato: già dalla primissima scena è palese, infatti, come il suo sia un vissuto di povertà e violenza, fatto di galera e criminalità. La fuga negli Stati Uniti è dunque la rappresentazione del Sogno Americano, ovvero la possibilità di ricominciare da capo e costruire qualcosa con le proprie mani.

    Proprio per questo motivo l’ambizione di Tony ha origine  nella necessità, quasi morbosa, di raggiungere un  riscatto sociale ed economico dopo una vita di privazioni, sentimento che è radicato molto profondamente in lui e che si trasformerà presto in una bramosia senza fine. Sono molte, infatti, le scene in cui Montana si afferma fieramente come unico fautore della propria fortuna, come per dimostrare e far vedere a tutti che ce l’ha fatta, che è partito da zero ed è riuscito a prendersi il mondo e tutto quello che c’è dentro, senza accontentarsi mai. Oltre a ciò la volontà di essere superiore, di controllare tutto e tutti e non avere nessuno a cui dover rendere conto, sono il vero stimolo che muove ogni azione del protagonista. Egli è insofferente all’autorità proprio perché l’esistenza stessa di un’autorità significa che lui vi è inferiore.

    In quest’ottica il suo rapporto con Elvira è estremamente significativo: la donna infatti è la moglie del Boss, simbolo del potere e della posizione alla quale Montana aspira.

    Riuscendo a farla sua Tony afferma, metaforicamente, la sua superiorità nei confronti di Frank Lopez, scoprendo però così la superficialità dei suoi sentimenti verso il personaggio della Pfiffer che si rivela essere solamente l’oggetto desiderato che, una volta ottenuto, non risulta più interessante e non dà nessun tipo di soddisfazione.

    Michelle Pfeiffer nei panni di Elvira Hancock Montana, moglie di Tony.

    Nel mondo di Tony, infatti, tutto è possedimento, tutto è oggettificato e il rapporto con Manolo è significativo in quest’ottica: l’amico infatti, dopo aver percorso insieme a lui tutta la scalata verso il potere, viene visto e trattato come un semplice dipendente, un uomo al suo servizio sul quale egli  ha diritto di vita e di morte. Nella percezione distorta del protagonista anche la stessa sorella Gina gli appartiene e nel momento in cui lei e Manny si sposano, Montana si sente come derubato di una sua proprietà e, accecato dal suo delirio di onnipotenza, arriva a uccidere l’amico, segnando così ormai definitivamente la caduta del personaggio di Al Pacino.

    Tony Montana (Al Pacino) con Manny Ribera (Steven Bauer) agli inizi della loro “carriera” malavitosa.

    Ampliando l’analisi e facendo un paragone letterario la parabola di Tony ha moltissimi punti in comune con la figura di Macbeth. Nella tragedia di Shakespeare infatti, così come in Scarface, la tematica centrale è la ricerca smodata e insaziabile di potere che corrode e corrompe l’animo umano.

    È fondamentale notare come, in entrambe le opere, il raggiungimento della vetta porti i personaggi alla distruzione di loro stessi. Nel momento in cui Tony riesce finalmente ad avere il mondo ai suoi piedi e a ottenere tutto ciò che ha sempre desiderato,  eliminando fisicamente ogni ostacolo sul suo cammino, perde il controllo su sé stesso e inizia a dubitare di chiunque lo circondi, vedendo anche nelle persone a lui più vicine una possibile minaccia al suo potere. Vivendo in questo clima di paranoia costante entrambi i personaggi arrivano a distruggere con le proprie mani tutto ciò che hanno creato e proprio come Macbeth arriva a uccidere Banquo, suo amico e compagno d’armi, Montana uccide Manny in  un delirio di onnipotenza ormai irrefrenabile.

    Una delle scene più significative di tutto il film.

    Si potrebbe quasi dire che questi personaggi “ambiscano ad ambire”. Tony, infatti, più volte nel film dimentica da dove è partito ed essendo incapace di provare soddisfazione per ciò che ha ottenuto, può trovarne solamente nell’idea di raggiungere qualcosa che ancora gli manca, nella creazione ideale e malsana di un’ambizione ancora più grande. L’incapacità di accontentarsi di Montana, così come quella di Macbeth, è la vera e propria origine della spirale autodistruttiva che porterà il protagonista alla rovina.

    Proprio come il personaggio Shakespeariano che impazzisce e rimane solo, roso dal senso di colpa per ciò che ha dovuto fare per ottenere il potere, nelle ultimissime scene della pellicola il protagonista si trova a fare i conti per la prima volta con la sua vita. Nello sguardo vuoto di Tony si legge chiaramente la consapevolezza che il prezzo per il mondo che ha conquistato è stato il sacrificio di tutto ciò che di più caro aveva.

    L’inquadratura finale del corpo del Boss morto ai piedi della statua con la celebre frase “The World is Yours”, infatti, rappresenta simbolicamente la chiusura della parabola discendente di Tony, che, quasi come un Icaro moderno, volendo volare più in alto di tutti finisce per schiantarsi rovinosamente al suolo.

    The Lament for Icarus, Herbert Draper.

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  • Perché amiamo gli Oscar?

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    7 motivi per cui è il premio più importante e seguito al mondo

    Denigrati, bistrattati, talvolta persino insultati. Parliamo degli Oscar, a cui i cinefili più intransigenti spesso riservano un trattamento ingeneroso, che ne ignora la storia e i meriti. Sì, perché tra gaffe clamorose ed errori epocali, gli Academy Awards – soprannominati Oscar da Margaret Herrick che, vedendo la statuetta dorata, affermò somigliasse a suo zio Oscar – hanno segnato la storia del cinema e l’hanno punteggiata di momenti memorabili, entrati a far parte dell’immaginario collettivo. D’altronde la awards season di cui gli Oscar sono il coronamento è forse il momento dell’anno in cui si registra un maggior interesse generalizzato verso il mondo del cinema.

    Oggi proveremo a spiegare – in 7 punti – perché gli Oscar restano il premio cinematografico più importante al mondo, nonché il più amato e seguito.

    1. Perché la storia degli Oscar è la storia del cinema

    Questo è un punto essenziale. Scorrere l’albo d’oro dei premiati agli Oscar è davvero come fare un viaggio nella storia del cinema. Per quanto infatti l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (l’istituzione che attribuisce il riconoscimento) abbia sempre o quasi posto al centro delle proprie premiazioni il grande cinema americano, gli Oscar sono stati anche capaci di abbracciare alcune tra le principali correnti artistiche mondiali e hanno spesso segnato grandi cambiamenti industriali, che avrebbero rivoluzionato il modo di fare cinema.

    Pensiamo a quando nel 1948 venne istituito un Oscar speciale (in seguito trasformatosi in quello come Miglior film straniero) per premiare Sciuscià, capolavoro neorealista di Vittorio De Sica. L’Academy si rese conto che qualcosa stava accadendo in Italia: un nuovo modo di intendere il cinema e il suo linguaggio stava nascendo. Solo due anni dopo, peraltro, venne premiato anche Ladri di biciclette, sempre diretto da De Sica.

    Vittorio De Sica con uno dei quattro Oscar vinti nel corso della sua carriera.

    L’Academy, infatti, già negli anni ‘40 e ‘50 guardava con interesse all’Europa, fucina di talenti e di correnti artistiche molto lontane dal gusto hollywoodiano, che ormai si era codificato nel linguaggio del cinema americano classico. Gli Oscar furono tra i primissimi a riconoscere il talento dello svedese Ingmar Bergman, del giapponese Akira Kurosawa e dell’italiano Federico Fellini, poi divenuti il simbolo delle proprie cinematografie nazionali. I film di questi artisti vinsero più volte la statuetta dorata per il miglior film straniero (3 volte Bergman, 2 Kurosawa, 4 Fellini), ma i registi stessi furono candidati addirittura nelle ambite categorie di miglior film e miglior regia.

    Gli Oscar, inoltre, riconobbero spesso i talenti di grandi dive straniere (Ingrid Bergman, Anna Magnani, Sophia Loren, per citarne alcune), premiandole e cercando così di attrarle nella grande industria cinematografica americana. L’Academy, insomma, si guardava intorno e costruiva la sua personale storia del cinema, fondata sì sullo strapotere del cinema hollywoodiano, ma anche su ciò che di più interessante aveva luogo nel contesto cinematografico globale.

    A partire dagli anni ‘70, poi, fu l’Academy stessa a segnare la fine definitiva del cinema classico statunitense (già sul viale del tramonto dalla metà degli anni ‘60), quando iniziò a premiare i giovani registi della New Hollywood, che avrebbero dominato lo scenario degli Oscar per molti anni: William Friedkin (premiato per Il braccio violento della legge nel 1972), Francis Ford Coppola (per Il padrino e Il padrino – Parte II, rispettivamente nel 1973 e nel 1975), Woody Allen (Io e Annie nel 1978) e Michael Cimino (Il cacciatore nel 1979). Martin Scorsese, Robert Altman e Steven Spielberg, peraltro, raccolsero in quegli anni infinite candidature con i loro film.

    Più tardi, negli anni ‘90, persino alcune vittorie discutibili come quella di Shakespeare in love possono essere definite storiche e significative per l’evoluzione della storia del cinema. In quel caso, per la prima volta, grazie alla campagna promozionale instancabile di Harvey Weinstein e Lisa Taback (ora stratega Oscar di Netflix), un film di uno studio indipendente (la Miramax) riuscì a prevalere su pellicole prodotte e distribuite da grandi major (Salvate il soldato Ryan, ad esempio). Si trattò, innegabilmente, di un premio collegato a una mutazione industriale capitale e a una ridistribuzione del potere tra grandi attori dello scenario hollywoodiano, che avrebbe poi continuato a lasciare il segno negli anni successivi.

    La controversa premiazione di Shakespeare in Love, vincitore di 7 Oscar.

    Gli Oscar, per concludere, con le loro scelte hanno rappresentato e influenzato alcune tra le principali tendenze artistiche e industriali della storia del cinema.

    2. Perché hanno premiato infiniti capolavori

    Quante volte si sente dire che gli Oscar non premiano la qualità? Può darsi che sia così: gli Academy Awards, in fondo, sono una gigantesca (auto)celebrazione industriale in cui la qualità dei singoli prodotti è tutto sommato secondaria. Eppure non dobbiamo dimenticare che gli Oscar hanno premiato infiniti capolavori con la C maiuscola. Da Accadde una notte a Via col vento, da Casablanca a Eva contro Eva, da L’appartamento a Lawrence d’Arabia, da Il padrino a Il cacciatore, passando per Qualcuno volò sul nido del cuculo. Solo negli ultimi vent’anni hanno vinto film eccezionali come Il signore degli anelli – Il ritorno del re, Million Dollar Baby, Non è un paese per vecchi, The Hurt Locker. E si potrebbe continuare. Certo, nel mezzo sono stati riconosciuti anche film più mediocri, ma sono tanti i capolavori che possono vantare la vittoria del premio più importante del mondo.

    Billy Wilder con i 3 Oscar vinti per “L’appartamento”, uno dei suoi capolavori.

    3. Perché agli Oscar sono stati pronunciati discorsi indimenticabili

    Uno dei motivi principali per cui la cerimonia degli Academy Awards attira ogni anni milioni di telespettatori è rappresentato dai celebri acceptance speeches – i discorsi con cui i premiati accettano il riconoscimento attribuitogli. Molti di essi sono diventati celebri ed entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Pensiamo al nostro Bernardo Bertolucci, unico italiano riuscito a conquistare l’ambita statuetta come miglior regista per L’ultimo imperatore nel 1988, che quando ricevette il premio affermò che “se New York è la Grande Mela (the Big Apple), per me Hollywood stanotte è il grande capezzolo (the big nipple)”, suscitando le risate della platea.

    Anche Federico Fellini tenne un magnifico discorso quando nel 1993 ritirò l’Oscar alla carriera: ricordò commosso di appartenere a una generazione e a una cultura per cui l’America e i film rappresentavano più o meno la stessa cosa (“I come from a country and I belong to a generation for which America and movies were almost the same thing.”): un universo quasi astratto, lontanissimo dall’Europa devastata dai conflitti mondiali che caratterizzarono la giovinezza di Fellini. Il grande regista riminese, in quel momento, riconobbe di essere davvero riuscito a conquistare il mondo intero con i suoi capolavori e affermò di sentirsi “a casa” nel tempio del grande cinema americano, il Dolby Theater di Hollywood, che quella notte tributò un sentito applauso e una lunga standing ovation a uno dei più amati artisti del ‘900.

    Un altro memorabile discorso, nonché un autentico modello di sportività, fu quello tenuto da Ingrid Bergman nel 1975, quando ottenne il suo terzo Oscar per Assassinio sull’Orient Express. La grande attrice svedese, infatti, rimase alquanto sorpresa dal premio e si scusò con l’italiana Valentina Cortese, nominata per Effetto notte di François Truffaut, per averla privata di una vittoria che a suo dire avrebbe meritato. “Perdonami Valentina, non l’ho fatto apposta.” (“Please forgive me, Valentina. I didn’t mean to.”)

    Tra i discorsi recenti, uno tra i più bizzarri è stato quello di Matthew McConaughey, vincitore nel 2014 dell’Oscar come miglior protagonista per Dallas Buyers Club. L’attore texano, dopo aver ringraziato il cast del film e l’Academy, si lanciò in uno spericolato monologo che divertì e commosse la platea. Disse che nella sua vita ha bisogno di tre cose: un modello a cui guardare (something to look up to), un obiettivo a cui puntare (something to look forward to) e qualcuno da inseguire (someone to chase). Ringraziò dunque nientepopodimeno che Dio (il modello a cui guardare) per le mille opportunità della vita, la propria famiglia (l’obiettivo a cui puntare) e infine il proprio eroe: il se stesso del futuro, ossia l’ideale di uomo migliore che non cesserà mai di inseguire, pur certo di non riuscire mai a raggiungerlo.

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    4. Perché la storia degli Oscar è la storia dei cambiamenti socio-culturali degli Stati Uniti

    Gli Oscar hanno sempre avuto un legame fortissimo con la politica e le mutazioni socio-culturali in atto negli USA. Basti pensare a quando nel 1940 premiarono come miglior attrice non protagonista Hattie McDaniel, prima persona di colore a ricevere l’Oscar, in un’epoca in cui la segregazione razziale negli Stati Uniti era ancora feroce (la McDaniel, peraltro, vinse il premio per la sua interpretazione della domestica Mami in Via col vento, film che narra con tono struggente la fine dell’America sudista e schiavista).

    Hattie McDaniel, la prima persona di colore a vincere un Oscar (nel 1940).

    Un altro episodio significativo da questo punto di vista fu la premiazione di Marlon Brando come miglior attore protagonista per Il padrino nel 1973. L’attore decise di non prendere parte alla premiazione e inviò a ritirare il premio al suo posto l’attrice Sacheen Littlefeather, nativa americana Apache. La donna lesse parte di un discorso di Brando, in cui l’interprete di Don Vito Corleone protestava contro la rappresentazione dei nativi americani nel cinema statunitense. L’audience del Dolby Theater si divise tra fischi e applausi, ma indubbiamente gli Oscar divennero, ancora una volta, un grande palcoscenico per le battaglie culturali delle minoranze.

    Un altro episodio celebre dal punto di vista delle battaglie politiche portate sul palco degli Oscar ebbe luogo durante la cerimonia del 2003, quando Michael Moore, vincitore del premio al miglior documentario per Bowling a Columbine, si scagliò contro l’allora presidente americano George W. Bush e contro la guerra in Iraq: “Noi amiamo ciò che non è fiction, ma viviamo in tempi fittizi. Viviamo in tempi di elezioni fittizie che eleggono presidenti fittizi. Viviamo in tempi in cui un uomo ci manca in guerra per ragioni fittizie. […] siamo contro questa guerra, signor Bush. Vergogna. E ogni volta che hai il Papa e i Dixie Chicks contro vuol dire che è finita.” (“We like nonfiction, but we live in fictitious times. We live in the time where we have fictitious election results that elects a fictitious President. We live in a time where we have a man sending us to war for fictitious reasons. […] we are against this war, Mr. Bush. Shame on you, Mr. Bush. And any time you’ve got the Pope and the Dixie Chicks against you, your time is up.”)

    Questo discorso, accolto da un misto di applausi e grida di disapprovazione, divenne un simbolo dell’opposizione all’amministrazione Bush e al conflitto iracheno.

    5. Perché gli Oscar sono l’apoteosi hollywoodiana

    Perché gli Oscar sono così importanti per Hollywood e per la sua storia? Perché l’Academy Award è un premio industriale. L’Academy stessa, in effetti, non è una giuria ristretta sul modello festivaliero, bensì un gigantesco insieme di persone (circa 9000 attualmente) che lavorano nel mondo del cinema e a Hollywood in particolare (attori, registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, ecc.): gli Oscar, quindi, rappresentano Hollywood che premia se stessa, i suoi successi, i suoi autori maggiori, le sue istituzioni. È una gigantesca autocelebrazione industriale.

    Questo certifica l’importanza di questo premio: vincere l’Oscar non vuol dire aver realizzato il film più bello (ammesso che esista un criterio oggettivo per effettuare valutazioni di questo tipo), ma indica bensì l’appartenenza a un’industria culturale e a una tra le più importanti comunità di creativi del pianeta: è l’industria che riconosce i suoi migliori “dipendenti”, se così si può dire.

    Ecco perché un grande regista come Martin Scorsese, autore di capolavori immani che hanno radicalmente innovato il linguaggio della settima arte, prima del suo premio alla regia nel 2007 confidò a Spike Lee che si sarebbe sentito un fallito qualora non avesse mai conquistato la statuetta: l’Oscar è una questione di appartenenza e di riconoscimento. E soprattutto per gli americani questo è tremendamente importante.

    Un Martin Scorsese felice dopo aver ottenuto un proprio Oscar, coronamento di una fantastica carriera.

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    6. Perché gli Oscar sbagliano…ma rimediano

    Gli Oscar, nel corso della loro storia, hanno compiuto molti errori, ignorando grandi film e importanti artisti che avrebbero meritato di essere riconosciuti. L’Academy, tuttavia, resasi conto dell’ingiustizia, ha più volte rimediato agli sbagli del passato, consegnando premi alla carriera e tributando grandi applausi a molte celebrità del cinema.

    Le premiazioni tardive di alcuni geni della settima arte hanno dato vita a momenti indimenticabili, tra i più emozionanti nella storia degli Oscar.

    È il caso dell’Oscar alla carriera attribuito nel 1972 a Charlie Chaplin che, commosso da un applauso infinito, non riuscì a trattenere la commozione: il grande artista, infatti, non solo non era mai stato premiato dagli Oscar come miglior regista, ma non tornava negli USA dagli anni ‘50 quando, a causa delle sue idee progressiste, era stato allontanato in seguito alle persecuzioni maccartiste. L’Academy riaccolse Chaplin nell’industria cinematografica statunitense e lo presentò come uno dei più grandi registi della storia del cinema.

    Anche il grande Robert Altman, nominato agli Oscar 7 volte nella sua carriera, non riuscì mai a conquistare un premio alla miglior regia. Gli Oscar, però, gli tributarono un riconoscimento alla carriera nel 2006 e il regista di capolavori come Nashville e America oggi apparve particolarmente toccato dall’accoglienza trionfale che gli venne riservata alla cerimonia.

    Un altro grande autore cui l’Academy ha recentemente tributato l’Oscar alla carriera, dopo tre nomination andate a vuoto, è David Lynch. Nel 2020 il grande regista, circondato dai collaboratori di una vita Kyle MacLachlan, Laura Dern e Isabella Rossellini, ha accettato il suo premio e ha pronunciato uno degli acceptance speeches più brevi di sempre (nemmeno 50 secondi) in cui, rivolgendosi alla statuetta dorata, si è limitato a dire:“Hai un volto molto interessante.” (“You have a very interesting face.”)

    David Lynch accetta l’Oscar alla carriera (2020).

    7. Perché agli Oscar sono state fatte infinite gaffe

    Sulle gaffe commesse agli Oscar si potrebbero scrivere libri interi e molte di esse hanno contribuito alla fama del premio. Proviamo a ricordarne qualcuna.

    Il grande regista italo-americano Frank Capra fu protagonista di un buffo episodio agli Oscar del 1934, quando era nominato per Signora per un giorno. Capra, infatti, racconta nella sua autobiografia Il nome sopra il titolo (edita da Minimum Fax: un libro che qualsiasi appassionato di cinema dovrebbe leggere) che si aspettava di vincere e che quando udì il presentatore Will Rogers assegnare il premio della regia a un certo “Frank”, convinto di aver trionfato, si alzò in piedi e si diresse verso il palcoscenico, salvo poi accorgersi che il vincitore era il realtà Frank Lloyd, regista di Cavalcata.

    Capra racconta così quel momento:“L’applauso si fede assordante mentre il riflettore scortava Frank Lloyd alla pedana, dove Will Rogers lo accolse con un abbraccio e una calorosa stretta di mano. Rimasi lì al buio, pietrificato e incredulo, finché una voce arrabbiata dietro di me, urlò:«Seduto, lì davanti!» Quel percorso di ritorno in mezzo alle celebrità che applaudivano e mi gridavano «Seduto! Giù! Seduto!» perché coprivo la visuale, fu la più lunga, la più triste e la più sconvolgente camminata della mia vita.”

    Capra in realtà si rifece negli anni successivi, in cui vinse ben 3 premi Oscar alla miglior regia per Accadde una notte (1934), È arrivata la felicità (1936) e L’eterna illusione (1938).

    Frank Capra con uno dei suoi tre Oscar.

    Nel 1938 ebbe luogo un’altra celebre gaffe, questa volta a sfondo giallo: Alice Brady, infatti, vinse come miglior attrice non protagonista per L’incendio di Chicago di Henry King ma al suo posto sul palco salì un uomo che affermò di essere stato incaricato di ritirare il premio. Tutti gli credettero, ma in seguito venne scoperto che si trattava di un impostore che voleva rubare la statuetta (che è ricoperta da una lamina di oro a 24 carati).

    L’anno seguente l’Oscar al miglior attore andò a Spencer Tracy per La città dei ragazzi di Norman Taurog, ma sulla statuetta venne inciso il nome sbagliato: “Dick Tracy”.

    Un altro episodio buffo si verificò nel 1974 quando Robert Opel, un attivista del movimento gay, fece irruzione completamente nudo sul palco degli Oscar, dove David Niven non riuscì a trattenere una grassa risata.

    David Niven con l’uomo nudo che fece irruzione sul palco degli Oscar nel 1974.

    Anche negli ultimi anni le gaffe non sono mancate. Nel 2013 un momento di ilarità si verificò quando Seth MacFarlane, irriverente presentatore di quell’edizione, eseguì un numero musicale intitolato We saw your boobs – letteralmente: abbiamo visto le vostre tette –, in cui elencò diverse attrici presenti alla cerimonia e ricordò i film in cui si erano mostrate senza veli, suscitando l’imbarazzo generale.

    Inutile ricordare l’ultima e più celebre gaffe: l’errore nella consegna del premio al miglior film nel 2017, passato prima per le mani dei produttori di La La Land, dichiarato vincitore per sbaglio, per poi essere ceduto a Moonlight di Barry Jenkins, destinatario finale del riconoscimento.

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  • IMAX – Il modo migliore di girare un film

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    UNA BREVE INTRODUZIONE

    Nella storia del cinema la qualità di immagine ha avuto sempre, come ovvio, un ruolo fondamentale. Per questo i produttori di pellicole hanno sempre ricercato la massima qualità sperimentando nuove tecniche e formati per permettere di ottenere nitidezza, gamma dinamica e palette di colori che rispecchiassero l’estro artistico dei direttori della fotografia. Tra tutti i formati sviluppati l’apice è rappresentato dall’IMAX (Image Maximum) che mostra immagini e video con una risoluzione nettamente superiore ai sistemi tradizionali di ripresa e proiezione.

    Fu sviluppato dagli ingegneri Ferguson, Kroitor, Kerr e C. Shaw alla fine degli anni ‘60 e venne utilizzato per la prima volta all’EXPO di Osaka nel 1970 per il cortometraggio Tiger Child. L’aumento di qualità nelle immagini fu ottenuto grazie a un formato di pellicola di 70mm, quindi superiore al classico 35mm, che garantiva una risoluzione 3 volte maggiore e teoricamente equivalente al 12K.

    Utilizzare un negativo così grande ha però anche degli svantaggi. La pellicola è davvero molto grande rispetto a quella classica e, a 24fps, si muove a una velocità di 102,7 metri al minuto rispetto ai classici 27,4 di una pellicola standard. Anche le videocamere risultano decisamente pesanti, ingombranti e costose. Sono addirittura dotate di un sistema ad aria compressa per permettere alla pellicola di girare molto velocemente e di rimuovere l’eventuale polvere che potrebbe danneggiare la qualità di immagine.

    Christopher Nolan è uno dei registi che predilige questo sistema di ripresa e grazie a lui la sua diffusione ha raggiunto i produttori cinematografici più importanti. Notevoli sono le scene girate con questo supporto ne Il cavaliere oscuro (circa 28 minuti) e Il cavaliere oscuro – Il ritorno (72 minuti). Il regista londinese si è tuttavia superato nei suoi ultimi due film Dunkirk e Tenet abbandonando completamente la pellicola standard e girando soltanto in IMAX o, nel caso questo non fosse possibile, con pellicola 65mm a scorrimento verticale. Tra i film più recenti possiamo trovare la scena di apertura di First Man di Chazelle e alcune riprese di Wonder Woman 1984.

    Una cinepresa dotata di tecnologia IMAX.

    LA SALA E IL PROIETTORE

    Una pellicola così particolare e con una qualità di immagine nettamente superiore alle altre necessita di una sala e di un proiettore all’altezza. Il primo cinema a dotarsi di una sala permanente per la proiezione del formato IMAX fu il Cinesphere in Ontario, Canada. Venne costruito nel 1971 e furono commissionati diversi film tra cui North of Superior di Graeme Ferguson prodotto nello stesso anno. All’epoca i film erano perlopiù documentari dato l’alto costo di produzione e proiezione, solo nel nuovo millennio Hollywood avrebbe portato questa tecnologia nei cinema di tutto il mondo.

    La sala di un cinema IMAX rispetto a quelle normali dispone di un proiettore molto più grande e costoso, viene utilizzata una lampada allo Xenon da 15Kw contenuto ad una pressione di 25 atm e la pellicola viene messa in contatto con la lente per la proiezione grazie al vuoto. Raggiunge quasi le 2 tonnellate di peso ed è circa 178cm di altezza e 195cm di lunghezza.

    Per controllare tutto il calore generato durante la proiezione si utilizza il raffreddamento a liquido e ad aria compressa. La maggior risoluzione dell’immagine permette di posizionare il pubblico molto più vicino allo schermo e le poltrone vengono inclinate fino a raggiungere i 23 gradi per rivolgere lo sguardo direttamente verso lo schermo. Le dimensioni dello schermo standard sono di 16×22 metri ma esistono sale con schermi di dimensioni superiori ai 30 metri.

    Cinesphere è il primo cinema al mondo dotato di IMAX in maniera permanente. Si trova in Toronto, Canada.

    L’AUDIO

    Spesso ci soffermiamo solo sulla qualità di immagine ma anche l’audio è altrettanto importante per un’esperienza cinematografica completa. Anche in questo settore l’IMAX rispetto ad una pellicola standard offre una qualità superiore. Nel tempo si è passati dall’utilizzo di nastri magnetici a sei piste fino ad arrivare ad Hard Drive che contengono tutto l’audio del film in formato non compresso e fedele all’originale.

    EVOLUZIONE E FUTURO

    Come ben sappiamo le tecnologie sono sempre in continua evoluzione e anche l’IMAX ha subito una serie di innovazioni e trasformazioni che hanno portato alla creazione di cineprese e sistemi di proiezioni sempre più performanti. Negli anni è stato sviluppato L’IMAX 3D, l’IMAX HD (con una velocità di ripresa e proiezione di 48fps), infine l’IMAX Digitale e Laser. Possiamo dire che negli ultimi 5 anni le cineprese digitali come la tedesca ARRI ALEXA IMAX hanno portato sul mercato una qualità d’immagine superiore alle stesse macchine di alcuni anni fa. Questo garantisce nuovi orizzonti per la creatività e l’immaginazione permettendo di sfruttare appieno le potenzialità di questi strumenti. La qualità e il fascino della pellicola restano ancora inarrivabili ad oggi, purtroppo però i costi di ripresa e di proiezione risultano molto svantaggiosi rispetto a una produzione digitale.

    Il BFI IMAX di Londra, cinema con il più grande schermo IMAX del Regno Unito.

    IMAX IN ITALIA

    Anche in Italia abbiamo la fortuna di avere delle sale capaci di proiettare questo formato, le sale IMAX attive tutt’ora (pandemia a parte) sono quelle di: Sesto San Giovanni presso il Notorius Cinema, Afragola nel multisala Happy MaxiCinema, negli UCI Cinemas di Pioltello, Orio al Serio, Campi Bisenzio e Roma. Purtroppo l’unica sala che proiettava nativamente la pellicola era quella di Riccione che ha chiuso nel 2013, mentre le altre proiettano l’IMAX digitale in 2k e 4k.

  • Il nuovo cinema Horror italiano

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    5 FILM INDIPENDENTI DI REGISTI ITALIANI DA TENERE D’OCCHIO

    Negli ultimi anni risulta innegabile la “rinascita” a cui il cinema italiano è andato incontro, grazie soprattutto a diversi cineasti e ad opere che non hanno avuto paura di puntare su qualcosa di diverso. Abbiamo Sorrentino, i fratelli D’Innocenzo, Mainetti, Garrone, Virzì e si potrebbe andare avanti ancora, sinonimo del fatto che il cinema italiano è tutt’altro che morto e riesce a regalare ottimi prodotti, slegandosi anche dai classici stereotipi dei “film italiani solo sulla mafia o solo cinepanettoni”.

    Anche l’horror, genere che tra gli anni ’50 e gli anni ’80 ha reso l’Italia famosa in tutto il mondo grazie a registi come Argento, Avati, Fulci o Bava per dirne alcuni, negli ultimi anni sembra aver dimostrato di poter uscire da quel baratro incontrato verso la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Pupi Avati è, per esempio, tornato nel 2019 al genere con il riuscitissimo Il Signor Diavolo e Luca Guadagnino ha diretto il particolare remake di Suspiria. Ma se si scava più a fondo, lasciando un attimo da parte le grandi produzioni, si trovano tantissimi titoli e registi indipendenti ed è proprio tra questi che spesso si nascondono piccole gemme, forse un po’ grezze, ma comunque degne di nota. Partiamo allora alla scoperta di 5 titoli poco conosciuti ma che meritano una visione e dei registi che si presentano con essi, per affermare ancora una volta che il cinema horror italiano è tutt’altro che morto.

    Suspiria di Luca Guadagnino, remake del capolavoro di Dario Argento.

    THE WICKED GIFT

    Con questa opera prima, il giovane regista tarantino Roberto D’Antona infarcisce un prodotto molto classico: Ethan (interpretato dallo stesso D’Antona) è un ragazzo affetto da insonnia a causa di terribili incubi, con i quali sembra prevedere la morte di alcune persone a lui vicine geograficamente; da qui, assieme al suo migliore amico (Francesco Emulo) ed una medium (Annamaria Lorusso), comincia una vera e propria discesa all’inferno per Ethan costellata di fantasmi, demoni ed incubi terrificanti.

    Anche se apparentemente ci appare tutto molto classico, è il tocco di D’Antona a rendere questo film unico e degno di nota. La sceneggiatura pesca a piene mani dai grandi del genere, rimanendo però al tempo stesso godibile e nuova, rendendo così la visione molto interessante anche per gli spettatori più avvezzi. La recitazione è buona, nonostante in alcuni punti si senta molto l’origine teatrale degli attori, e la regia riesce a garantire una buona immedesimazione con anche alcuni picchi molto gradevoli.

    Il punto di forza del film è sicuramente l’atmosfera che riesce a costruire, alternando alcuni momenti più tranquilli dai tratti anche comici a momenti di altissima tensione, favoriti da una colonna sonora riuscitissima e ad una fotografia di buonissimo livello.

    Roberto D’Antona è un po’ il regista che si nasconde dentro tutti noi fin da bambini, quando ci immaginavamo storie fantastiche assieme ai nostri amici, ed è su questo concetto che ha poi basato tutta la sua cinematografia.

    Dopo The Wicked Gift  il regista e sceneggiatore ci ha infatti deliziato a cadenza annuale con altre opere degne di nota (Fino all’inferno, Gli ultimi eroi, Caleb), con le quali affronta volta per volta i vari ambiti del genere, passando dai demoni agli zombi, alle streghe fino ai vampiri.

    Tanta varietà, insomma, in tutte le produzioni originali del cinema di D’Antona, capace di portare sullo schermo i vari archetipi che hanno reso famoso e popolare il genere ma lo fa con un suo modo caratteristico che ritorna in ogni produzione e che, diciamocelo, funziona sempre.

    Tutti i suoi film sono visibili su Amazon Prime Video.

    OLTRE IL GUADO – ACROSS THE RIVER

    Con questo film del 2014, il regista Lorenzo Bianchini, già famoso per altre sue opere, è divenuto quasi istantaneamente un regista di culto per gli appassionati del genere. Il film presenta un’ambientazione composta di grandi boschi e vecchi villaggi abbandonati e lo fa con una storia all’apparenza semplicissima: Marco (Marco Marchese), un etologo, studia il comportamento degli animali e finisce con il rimanere bloccato in un vecchio villaggio abbandonato che nasconde inquietanti segreti. La storia come detto risulta molto basica, ma riesce comunque  a tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la durata del film, grazie soprattutto ad alcuni momenti estremamente inquietanti e di grande tensione.

    Il film presenta giusto un paio di personaggi, con le loro storie che finiranno per legarsi ma senza che questi si incontrino mai. Questo comporta una quantità estremamente limitata di dialoghi, con un film che punta di conseguenza tutto sulle inquadrature e sulla magistrale prova attoriale di Marchese, che riesce a reggere egregiamente tutto il film sulle sue spalle. Il binomio Bianchini-Marchese si dimostra quindi qualcosa di eccezionale.

    Dopo Oltre il guado, il regista si è preso un periodo di pausa dai lungometraggi, puntando invece sulla creazione di una webserie. Aspettiamo quindi con ansia un suo nuovo film, sicuri che ancora una volta sarà in grado di creare una piccola gemma.

    Il film è visibile su Amazon Prime Video.

    THE PERFECT HUSBAND

    Lucas Pavetto, classe ’82, riprende una tendenza che sembrava essere ormai andata a scomparire. Molti importanti registi horror dei decenni passati hanno infatti spesso utilizzato attori americani nelle loro produzioni (basti pensare a quanti film di Argento presentano protagoniste/i di nazionalità non italiana) e Pavetto fa lo stesso con il suo The Perfect Husband, remake del suo precedente Il marito perfetto.

    La storia segue Viola (Gabriella Wright) e Nicola (Bret Roberts), un coppia in crisi che decide di passare un weekend in un isolato chalet di montagna, ma il tutto si trasformerà sempre più in un incubo.

    L’inizio lento che serve a presentare i protagonisti riesce a non stancare, ma anzi a coinvolgere lo spettatore grazie ad una buona regia e ad una coppia di attori calati perfettamente nella parte. Ma è la seconda parte del film, quella puramente horror, che riesce a dare il meglio di sé. Tantissimo sangue e tantissimi richiami al cinema di genere anni ‘70/’80 rendono il film un prodotto da recuperare assolutamente per ogni amante del genere, contando anche lo stupendo finale che non può lasciare indifferenti.

    Purtroppo dopo questo riuscitissimo film, il regista e la coppia Wright – Roberts si sono cimentati in Alcolista, film invece che presenta diversi problemi soprattutto nella scrittura e nella gestione dei tempi. Nonostante ciò, non possiamo non sperare che si sia trattato soltanto di un piccolo inciampo e che presto questo binomio registico attoriale ci riproponga un altro horror degno di essere ricordato.

    Entrambi i film di Pavetto sono visibili su Amazon Prime Video.

    FABULA

    Parlare di Fabula non risulta mai semplice. Questo perché ad una prima visione può risultare il film meno godibile tra quelli qui nominati soprattutto per un pubblico più generalista, tuttavia non posso esimermi dal definirlo il mio preferito di questa lista. Ma andiamo con ordine.

    Davide (interpretato dal regista del film Denis Frison) è un ex ispettore di polizia che si trasferisce nella piccola città natale della sua ragazza. Qui si ritroverà a voler far luce sul misterioso “killer delle favole”, tornato ad uccidere dopo diversi anni di pausa.

    Risulta palese un forte rimando agli horror anni ’80, ma è proprio su questo che il film punta senza nascondersi. Questo, infatti, è un prodotto estremamente citazionista ed il suo intento sembra proprio essere quello di presentare nel 2020 un “nuovo Argento”.  La sceneggiatura è senza dubbio il punto forte di questo prodotto, riuscendo infatti a creare una storia che per più di due ore riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo, coniugando superbamente gli elementi da film giallo con le sequenze puramente horror (caratterizzate tra l’altro dall’utilizzo di una colonna sonora chiaramente ispirata alla OST dei Goblin).

    Anche la regia si mostra in maniera adeguata, senza picchi ma capace di fare il suo dovere, soprattutto nella gestione della tensione nelle scene più concitate. L’elemento più debole, quello che potrebbe portare molti spettatori ad abbandonare preventivamente la visone, è la recitazione: purtroppo la mancanza di professionisti del settore porta molti momenti ad essere difficilmente godibili, soprattutto da parte di uno spettatore sporadico, abituato a standard qualitativi più alti.

    Questo è l’esempio perfetto di cinema indipendente: un film tutt’altro che perfetto, ma che, se riesce a prenderti, diventerà probabilmente uno dei tuoi preferiti.

    Se si riesce infatti ad abituarsi alla recitazione mediocre (che riguarda comunque principalmente i personaggi secondari, in quanto gli attori protagonisti si dimostrano comunque bravi), il film riesce con la sua sceneggiatura e le sue atmosfere horror a trascinare lo spettatore all’interno di un prodotto estremamente grezzo, ma che dimostra come Frison abbia tutte le carte in regola per creare ottimi prodotti di genere.

    Fabula è recuperabile su Amazon Prime Video.

    THE END? L’INFERNO FUORI

    Non si può, forse, considerare The End come una produzione indipendete tanto quelle citate sopra. Tuttavia, si tratta comunque di un film con un budget molto ridotto, prodotto dalla casa di produzione dei Manetti Bros e girato dall’esordiente Daniele Misischia.

    Il film segue Claudio (Alessandro Roja), un operatore finanziario che deve recarsi ad un importante appuntamento di lavoro, rimanendo però bloccato in un ascensore. Quella che all’apparenza può sembrare un episodio sfortunato si rivela essere la sua salvezza, visto che nel frattempo è appena scoppiata un’epidemia di zombie. Il film precede quasi completamente all’interno dell’abitacolo dell’ascensore, il tutto condito da una regia spaziale e mai noiosa ed una prova attoriale di Roja favolosa che riesce a reggere il film praticamente da solo in un’unica ambientazione. Vengono presentati anche alcuni personaggi secondari durante il film, ma a farla da padrone sono soprattutto gli zombie, curatissimi visivamente e che riescono, grazie alla regia di Misischia, a spaventare e a far salire la tensione alle stelle.

    La parte forse più debole di questo prodotto è proprio la sceneggiatura, mai capace di presentare qualche picco e rimanendo abbastanza piatta e prevedibile.

    Un altro prodotto quindi tutt’altro che perfetto, ma che introduce egregiamente il Daniele Misischia regista che vedremo tra non molto con Il mostro della cripta, speranzosi di ottenere un prodotto che migliori quello che di buono si è già visto in questo film.

    The End? L’inferno fuori è disponibile alla visione su Netflix.

    Questi erano cinque film che secondo noi vale la pena recuperare. Li avevate già visti? Se sì cosa ne pensate?

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  • La pelle che abito e l’importanza dell’arte come rifugio

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    Un’oscillazione tra il geniale e il disturbante è ciò che caratterizza “La pelle che abito”, l’opera di Pedro Almodòvar del 2011.
    Ricco di riferimenti al mondo dell’arte, il film non soltanto lo richiama ma se ne avvale come elemento indissolubile della narrazione.

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    Trama

    Il racconto presentato mostra Berto, un chirurgo di eccezionale precisione, restare segnato dalla perdita della moglie, rimasta precedentemente sfigurata da ustioni. Il trauma della morte di lei porterà sua figlia ad avere problemi al punto da rendere necessario il ricovero in un istituto psichiatrico. Una condizione che culminerà con il suicidio della ragazza in seguito allo stupro da parte di un ragazzo ad una festa, proprio quando sembrava star recuperando il senno.
    La volontà di vendicare sua figlia morta diverrà il motore delle azioni di Berto, che vorrà mettere lo stupratore nelle condizioni di chi invece subisce la violenza. Dopo averlo rapito effettuerà su di lui interventi per anni fino a renderlo completamente una donna.
    Un confine labilissimo separa questa prima fase di operazioni ed esperimenti su quella che diverrà a tutti gli effetti una sua creatura, da un secondo momento, in cui andando ben oltre i limiti della bioetica già da tempo valicati Berto darà a Vicente/Vera il volto di sua moglie prima di sfigurarsi.

    Un atto di perversione, sintomo della perdita di vista del suo obiettivo principale. Il fatto che attribuisca al violentatore di sua figlia, causa del suo suicidio, il volto della persona che aveva amato, mostra come non si tratti più ormai di una vendetta ma della ri-creazione di ciò che aveva perduto, rendendolo intimamente proprio.

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    L’importanza dell’arte

    L’arte del guardare domina gli sviluppi narrativi.

    Con un monitor Berto tiene rigorosamente sotto controllo Vera nella stanza in cui è rinchiusa: la vede disegnare, praticare yoga, leggere. Un richiamo esplicito alla Venere di Urbino di Tiziano emerge nella costruzione di molte inquadrature, ed è confermato dai diversi dipinti del tema della Venere pudica affissi nella casa.

    Il chirurgo osserva la sua creatura proprio come lo spettatore maschio ammirava la dea dell’amore e della bellezza offrirsi a lui sensualmente pur mantenendo un certo decoro e dolcezza. Vera giungerà ad essere talmente traviata dall’uomo che l’aveva strappata alla sua precedente vita da pregarlo di iniziare un rapporto, poiché terminati gli esperimenti, lei non era “nient’altro che sua. Una sua creatura”.

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    La Venere di Urbino, Tiziano

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    Una scena del film in cui la posizione del corpo della protagonista si rifà al dipinto di Tiziano. Interessante anche la contrapposizione tra la posizione dei corpi dell’osservatore e dell’osservata.

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    L’arte come rifugio

    In una situazione traumatica di tale portata, la più grande violenza corporea possibile, Vicente/Vera sente i confini di sé completamente trasgrediti. Uno sconosciuto si è appropriato del suo corpo e senza consenso ne ha cambiato il genere, causando chiaramente una serie di conseguenze anche sul piano psicologico. A cosa fare riferimento allora quando ogni certezza su se stessi viene meno?

    Importante è per Vera la scoperta dello yoga su un canale televisivo. Con la meditazione cerca di raggiungere un posto dove non vi sia nessun altro, la sua mente. Ma è la mente di un maschio o di una femmina? Come si percepisce adesso Vera?

    La vediamo nel corso della sua prigionia sfogliare un libro sull’artista francese attiva negli anni ’60 Louise Bourgeois.

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    l’artista francese Louise Bourgeois.

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    L’arte di quest’ultima si basa, per via di traumi a causa di suo padre, sui concetti di danno e riparazione, certamente fondamentali nella vicenda narrata da Almodòvar.

    Le sue prime opere sono visibili nel film, presentate come create da Vera: si tratta delle Donne case, che rappresentano il nudo femminile come esposto, spesso violato, con una casa al posto della testa: l’unico rifugio quando il corpo è in balia delle violenze altrui è proprio la mente, lo stesso in cui si nasconde la ragazza intrappolata, meditando.

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    Le “donne case” di Louise Bourgeois.

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    Le “donne case” riproposte da Vera, protagonista del film.

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    Altre delle opere di Louise, come La fanciulla, mostrano l’ambivalenza dei generi maschile e femminile.

    Sono presenti nella sua produzione anche statuette compatte e raggruppate. Ricordiamo Distruzione del padre, in cui viene ripreso il tema del rifugio ma trasfigurato in aggressione, la vittima diviene il cacciatore.

    Significativo è allora il fatto che Vera riproduca anche sculture molto simili a Distruzione del padre, considerando che arriverà a uccidere il suo genitore “artificiale” proprio nel letto di lui, in quello che sarebbe dovuto essere un suo rifugio ma, proprio come nell’arte appena analizzata, vi è un ribaltamento dei termini di luogo-protezione e luogo-aggressione.

    In grado tanto di affascinare quanto di turbare, “La pelle che abito” riesce quindi in molti modi a rappresentare lo sconvolgimento interiore della protagonista, nel momento in cui diventa vittima innocente e non più meritevole di punizione. Un film minuziosamente equilibrato ma allo stesso tempo diretto e cruento, certamente espressione di genio.

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  • Roy Batty in Blade Runner – Un Lucifero Cyberpunk

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    Come mai sei caduto dal cielo,
    Lucifero, figlio dell’aurora?
    Come mai sei stato steso a terra,
    signore di popoli?

    Eppure tu pensavi:
    Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
    mi farò uguale all’Altissimo

    E invece sei stato precipitato negli inferi,
    nelle profondità dell’abisso!”

    Isaia 14, 12-15

    Blade Runner, 1982, capolavoro di Ridley Scott e della storia del cinema che ha cambiato per sempre l’immaginario fantascientifico moderno.

    La trama la conosciamo tutti: Los Angeles, 2019, un gruppo di Replicanti ribelli e pericolosi fugge dall’Extra Mondo per raggiungere il loro creatore, il Dottor Eldon Tyrell, nel tentativo di eliminare il loro limite di vita programmato e liberarsi dunque dalla loro condizione di schiavitù. Sulle loro tracce si metterà Rick Deckard, ormai ex poliziotto, che avrà il compito di scovare Roy Batty e compagni e ritirarli.

    Fino a qui niente di nuovo, ma se il personaggio di Harrison Ford non fosse il protagonista? Se fosse, per assurdo, l’antagonista? Analizzando i personaggi presenti in Blade Runner è chiaro come la figura più complessa, più sfaccettata e l’unica che compie, di fatto, un vero e proprio “percorso” (un ipotetico viaggio dell’eroe) sia appunto Roy Batty.

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    Un esempio dell’architettura distopica e futuristica di Blade Runner, uscito nel 1982 e ambientato nel 2019.

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    Il leader dei Replicanti è talmente interessante da un punto di vista simbolico e filosofico da poter essere paragonato a un Lucifero Fantascientifico, lui e il suo gruppo infatti fuggono dal Paradiso, rappresentato dall’Extra Mondo, cadendo ribelli in un luogo infernale e oscuro come la Terra che ci viene presentata da Scott (non è un caso se alcune tra le prime parole pronunciate da Roy siano proprio “Avvampando gli angeli caddero”).

    In effetti i Replicanti vengono descritti come una vera e propria razza superiore, più forti e più intelligenti degli umani, lo stesso Tyrell durante l’incontro con Batty lo ammira ed è orgoglioso di ciò che ha realizzato, la sequenza in questione è indubbiamente una delle scene più intense di tutto il film, il momento in cui Creatore e Creatura si trovano uno di fronte all’altro.

    Qui più che mai il parallelismo Dio-Lucifero è efficace: Roy chiama “Padre” l’uomo che lo ha creato e dal quale è considerato come un Figliol Prodigo, il prediletto e più amato tra tutti (altro evidente richiamo religioso). Egli infatti viene definito come l’essere perfetto, la luce più luminosa, che però bruciando più intensamente delle altre è destinata inevitabilmente a spegnersi più in fretta nella gloria della sua stessa perfezione.

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    L’opera di Alexandre Cabanel “The Fallen Angel” rappresentante Lucifero.

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    Tutto questo, però, non è sufficiente. Nonostante lui sia un Replicante, dipinto fino a quel momento come freddo e privo di sentimenti, è spinto dal più umano degli istinti, la voglia di vivere e l’affermazione di sé come individuo e non solamente come creatura, egli vuole infatti elevarsi sullo stesso livello del suo Creatore, vuole essere uguale a Dio e comprendendo che ormai è destinato a morire uccide Tyrell, cosicché almeno nella morte non ci sia più differenza tra Uomo e Macchina

    Il punto di svolta dell’evoluzione del personaggio di Roy è tutto qui, egli prende coscienza di sé e capisce che i suoi sentimenti non sono diversi da quelli degli umani, l’amore che prova per Pris è reale, la disperazione e il dolore per la sua morte lo colpiscono così come colpirebbero chiunque, dove sta quindi la differenza tra lui e gli uomini? La conclusione del film ci mostra chiaramente che questa distanza non esiste.

    Dopo il combattimento finale tra Batty e Deckard, il replicante si dimostra addirittura più umano degli umani salvando colui che ha ucciso tutti i suoi compagni e che avrebbe ucciso anche lui (di nuovo non è casuale che Roy appaia con una colomba tra le mani, simbolo biblico di purezza), capendo alla fine del suo percorso che ciò che è davvero importante non è la sua origine, non è l’artificiosità dei suoi ricordi, bensì ciò che egli ha provato nella sua vita, il timore di morire che sente in quel momento, la paura e la consapevolezza che tutto quello che ha visto e che ha fatto svanirà nell’oblio “come lacrime nella pioggia”.

    Al contrario Deckard, vero villain della storia in questa chiave di lettura, ci viene dipinto per tutta la pellicola come l’Umano, legittimato ad uccidere gli Androidi in quanto inferiori, nella scena d’amore con Rachel (anch’essa un Replicante) emerge infatti la sua convinzione atavica di essere superiore in quanto Uomo e la fa sua quasi contro la volontà della donna. Ironicamente l’ultima scena del film ribalta completamente tutto ciò su cui questa mentalità gerarchica si basa, Deckard stesso è solo una pedina, un angelo inconsapevolmente sottomesso a Dio, un assassino prigioniero delle sue convinzioni, convinto di un’umanità che non gli appartiene e che non gli è mai appartenuta.

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    Harrison Ford nei panni di Rick Deckard.

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    Il monologo finale di Roy Batty, interpretato da Rutger Hauer (che qui ha, in buona parte, improvvisato).

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  • Oscar 2021 – Dove vedere i film in gara

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    La cerimonia dei premi cinematografici più importanti e famosi del mondo, gli Oscar, si sta avvicinando (avete già letto l’articolo in cui diamo i nostri pronostici e facciamo le nostre analisi? Lo trovate qui). L’evento infatti si terrà nella notte tra il 25 e il 26 Aprile a partire dalle 2:00 (ora italiana). Quest’anno la premiazione avverrà al culmine di uno dei periodi più difficili della storia del cinema e, soprattutto, della sala cinematografica. A causa della pandemia da coronavirus, infatti, è ormai più di un anno che i cinema sono chiusi nel nostro paese (con una breve parentesi estiva di riapertura andata, purtroppo, non benissimo). A causa di tutto ciò, moltissime opere candidate agli Oscar quest’anno sono state rese disponibili da subito sui diversi servizi di streaming (che, mai come negli ultimi tempi, sono diventati fondamentali nell’industria cinematografica). Qui vi facciamo un riepilogo di dove poter trovare tutti i film che hanno ottenuto almeno una nomination, ordinati per piattaforma. Buona visione!

    FILM DA VEDERE SU NETFLIX

    • Crip Camp, di Nicole Newnham e Jim LeBrecht (1 nomination).
    • Da 5 Bloods, di Spike Lee (1 nomination).
    • Elegia americana, di Ron Howard (2 nomination).
    • Eurovision Song Contest – La storia dei The Fire Saga, di David Dobkin (1 nomination).
    • Love and Monsters, di Michael Matthews (1 nomination).
    • A Love Song for Latasha, di Sophia Nahli Allison (1 nomination).
    • Mank, di David Fincher (10 nomination).
    • Ma Rainey’s Black Bottom, di George C. Wolfe (5 nomination).
    • The Midnight Sky, di George Clooney (1 nomination).
    • Il mio amico in fondo al mare, di James Reed, Pippa Ehrlich (1 nomination).
    • Notizie dal mondo, di Paul Greengrass (4 nomination).
    • Over the moon, di Glen Kleane (1 nomination).
    • Pieces of a Woman, di Kornél Mundruczó (1 nomination).
    • Il processo ai Chicago 7, di Aaron Sorkin (6 nomination).
    • Se succede qualcosa, vi voglio bene, di Will McCormack, Michael Govier (1 nomination).
    • La tigre bianca, di Ramin Bahrani (1 nomination).
    • La vita davanti a sè (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU AMAZON PRIME VIDEO

    • Borat – seguito di film cinema, di Jason Woliner (2 nomination).
    • Quella notte a Miami…, di Regina King (3 nomination).
    • Sound of Metal, di Darius Marder (6 nomination).
    • Time, di Garrett Bradley (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU DISNEY+

    • Mulan, di Niki Caro (2 nominations).
    • Onward – oltre la magia, di Dan Scanlon (1 nomination).
    • Soul, di Pete Docter (3 nomination).
    • L’unico e insuperabile Ivan, di Thea Sharrock (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU PIATTAFORME A NOLEGGIO

    • Emma., di Autumn de Wilde, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Judas and the Black Messiah, di Shaka King, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (6 nomination).
    • Pinocchio, di Matteo Garrone, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Shaun vita da pecora: Farmageddon – il film, di Will Becher e Richard Phelan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (1 nomination).
    • Tenet, di Christopher Nolan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).

    FILM DA VEDERE SU ALTRE PIATTAFORME

    • Collective, di Alexander Nanau, disponibile su IWonderful e Iorestoinsala (2 nomination).
    • Colette, di Anthony Giacchino, disponibile su Theguardian e Youtube (1 nomination).
    • A Concerto is a Conversation, di Kris Bowers e Ben Proudfoot, disponibile su Youtube (1 nomination).
    • Do not Split, di Anders Sømme Hammer, disponibile su Vimeo (1 nomination).
    • Greyhound, di Aaron Schneider, disponibile su Apple Tv Plus (1 nomination).
    • Wolfwalkers, di Tomm Moore e Ross Stewart, disponibile su Apple TV Plus (1 nomination).

    FILM NON ANCORA DISPONIBILI

    • Un altro giro, di Thomas Vinterberg (2 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Better Days, di Derek Tsang (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Una donna promettente, di Emerald Fennel (5 nomination), in uscita il 29 aprile.
    • The Father, di Florian Zeller (6 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The Man Who Sold his Skin, di Kaouther Ben Hania, data di uscita non disponibile.
    • Minari, di Lee Isaac Chung (6 nomination), in uscita il 26 aprile al cinema.
    • Nomadland, di Chloé Zhao (6 nomination), in uscita il 30 aprile su Disney+ e al cinema.
    • Quo Vadis, Aida?, di Jasmila Žbanić (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The United States vs. Billie Holiday, di Lee Daniels (1 nomination), data di uscita non disponibile.

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  • Premi Oscar 2021 – Analisi e pronostici

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    Come ogni anno gli Oscar rappresentano il culmine della cosiddetta Awards Season, quel periodo dell’anno in cui l’industria cinematografica hollywoodiana (e non solo) assegna i principali riconoscimenti ai film più importanti della passata stagione. Quest’anno a causa della pandemia tutto è stato posticipato: i Golden Globe, ossia i premi che tradizionalmente aprono la Awards Season, sono stati assegnati il 28 febbraio (di norma, invece, la cerimonia si tiene nei primi giorni di gennaio) e gli Oscar, che la chiudono, sono stati rimandati a domenica 25 aprile. Anche dall’Italia, come ogni anno, sarà possibile seguire la cerimonia in diretta nella notte tra il 25 e il 26 aprile, in chiaro su TV8 oppure su Sky Cinema Oscar e Now.

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    Ma dunque chi vincerà la 93^ edizione degli Academy Awards? I pronostici per gli Oscar sono un autentico business e riviste come la statunitense Variety fondano buona parte del proprio prestigio sull’attendibilità delle proprie previsioni. Anche su Frames Cinema intendiamo proporre i nostri pronostici, per cercare di capire chi, con ogni probabilità, si porterà a casa la statuetta dorata nella notte delle stelle e soprattutto perché. Ma andiamo con ordine, categoria per categoria.

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    Miglior film

    Nominati:
    Una donna promettente di Emerald Fennell
    The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller
    Judas and the Black Messiah di Shaka King
    Mank di David Fincher
    Minari di Lee Isaac Chung
    Nomadland di Chloé Zhao
    Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin
    Sound of Metal di Darius Marder

    Chi vincerà (pronostico): Nomadland di Chloé Zhao.

    La categoria più ambita quest’anno è anche la più facile da prevedere. A meno di grosse sorprese (e c’è da dire che gli Oscar negli ultimi anni in questo senso hanno dato il meglio di sé, con ribaltoni come quello di Moonlight, riuscito a prevalere sul favoritissimo La La Land) Nomadland di Chloé Zhao dovrebbe ottenere il premio. Come è possibile affermarlo con tanta sicurezza? L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’istituzione che consegna i premi Oscar, è costituita da oltre 9000 professionisti del cinema che votano per tutte le categorie premiate. Tutte queste persone, però, non votano solo agli Oscar, ma molte di loro appartengono anche a giurie di diversi altri riconoscimenti assegnati nel corso della Awards Season. Dunque, studiando con attenzione i risultati delle altre premiazioni, è possibile fare ipotesi piuttosto circostanziate su come potrebbero essere distribuiti gli Oscar. Nel caso della categoria miglior film in realtà quest’anno è piuttosto semplice: Nomadland ha trionfato in tutte le principali premiazioni della stagione, dai Golden Globe (che in realtà non costituiscono un vero indicatore per gli Oscar, dal momento che sono assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association, che con l’Academy non ha alcun rapporto) ai BAFTA, dai Critics’ Choice Awards ai prestigiosissimi PGA (i riconoscimenti del sindacato dei produttori cinematografici statunitensi, che negli ultimi 31 anni ha premiato 21 volte pellicole poi risultate vincitrici agli Oscar). L’unico indicatore che non è dalla parte di Nomadland è la mancata nomination ai SAG Awards (i  premi del sindacato degli attori, la categoria più influente e numerosa all’interno della giuria dell’Academy) nella categoria miglior cast (che l’anno scorso venne vinta proprio dal successivamente “oscarizzato” Parasite). Il premio quest’anno è andato a Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin, che però non dovrebbe avere troppe chance agli Oscar, visto che non ha nemmeno ricevuto la nomination per la regia (normalmente un importante indicatore). Il film della Zhao, inoltre, potrebbe non aver fatto colpo sulla giuria dei SAG solo perché recitato in gran parte da attori non professionisti, mentre il film di Sorkin vanta un cast stellare. In ogni caso, gli indicatori sono chiari e, a meno di sorprese, Chloé Zhao e gli altri produttori di Nomadland dovrebbero portarsi a casa la statuetta senza troppe difficoltà.

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    Miglior Regia

    Nominati:
    – Lee Isaac Chung (Minari)
    – Emerald Fennell (Una donna promettente)
    – David Fincher (Mank)
    – Thomas Vinterberg (Un altro giro)
    – Chloé Zhao (Nomadland)

    Chi vincerà (pronostico): Chloé Zhao (Nomadland)

    Se per il premio al miglior film abbiamo un vincitore probabile, nella categoria miglior regia la questione pare ancora più definita: Chloé Zhao ha vinto tutto in questa Awards Season. Nessun premio significativo per la regia è andato agli altri registi candidati all’Oscar. La regista cinese ha vinto il Golden Globe, il BAFTA, il Critics’ Choice e sopratutto il DGA (il premio del sindacato dei registi) e nessun ostacolo concreto pare più separarla dall’Oscar. In caso di vittoria, la Zhao diverrebbe la seconda donna nella storia (dopo Kathryn Bigelow) a ottenere questo premio.

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    Miglior attore protagonista

    Nominati:
    – Riz Ahmed (Sound of Metal)
    – Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Anthony Hopkins (The Father – Nulla è come sembra)
    – Gary Oldman (Mank)
    – Steven Yeun (Minari)

    Chi vincerà (pronostico): Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom)

    La categoria miglior attore quest’anno vanta delle interpretazioni davvero notevoli. Anthony Hopkins, straordinario protagonista di The Father, ha recentemente vinto il BAFTA, che lo rende un serio contendente per l’Oscar. Le altre premiazioni della Awards Season, però, hanno tutte riconosciuto Chadwick Boseman, compianto protagonista di Ma Rainey’s Black Bottom. È quindi senz’altro lui il favorito, avendo anche ottenuto il SAG Award come miglior attore, normalmente il vero grande indicatore in vista degli Oscar. Dispiace per l’eccellente Riz Ahmed di Sound of Metal, sensibile interprete di uno dei film più belli dell’edizione 2021.

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    Miglior attrice protagonista

    Nominate:
    – Viola Davis (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Andra Day (The United States vs. Billie Holiday)
    – Vanessa Kirby (Pieces of a Woman)
    – Frances McDormand (Nomadland)
    – Carey Mulligan (Una donna promettente)

    Chi vincerà (pronostico): Carey Mulligan (Una donna promettente)

    Eccoci qua. La categoria miglior attrice protagonista rappresenta davvero il cuore di questi Oscar 2021. Perché? Perché non si sa chi vincerà. Ma ci sarà una favorita, direte voi. No. E non è mai successo negli ultimi anni che una categoria fosse tanto incerta. Ci sono stati colpi di scena (la mancata vittoria di Glenn Close per The Wife nel 2019) e grandi “duelli” (quello tra Jennifer Lawrence e Jessica Chastain nel 2013, ad esempio: la spuntò la prima), ma mai una tale incertezza. Persino gli espertissimi bookmakers di Variety ammettono, imbarazzati, di non sapere chi potrebbe vincere dal momento che la categoria non ha una vera e propria frontrunner. Ma andiamo con ordine ed esaminiamo tutte le candidate.

    Senz’altro le sfavorite sono due: Andra Day – vincitrice a sorpresa del Golden Globe, ma nemmeno candidata ai SAG Awards e protagonista di un film generalmente poco apprezzato – e, ahinoi, l’eccezionale Vanessa Kirby di Pieces of a Woman, per la quale le chance sono andate sciamando nel corso della Awards Season. È stata infatti candidata a qualsiasi premiazione ma non ha vinto sostanzialmente nulla. L’unico premio rilevante ottenuto dall’attrice resta la Coppa Volpi a Venezia 2020, prestigiosa ma certamente ininfluente per quanto riguarda la corsa all’Oscar.

    Ora invece concentriamoci sulle altre tre, che hanno tutte concrete possibilità di vittoria. Il problema nel prevedere l’esito della categoria miglior attrice sta nel fatto che nel corso della stagione dei premi si è assistito a una curiosa dispersione del consenso (mentre qualsiasi pronostico degli Oscar che si rispetti si fonda proprio sull’individuazione di un’unanimità di giudizio all’interno della Awards Season), suddiviso abbastanza equamente tra Viola Davis, Carey Mulligan e Frances McDormand.

    Quest’ultima ha dalla sua il fatto di aver vinto il BAFTA (dove, incredibilmente, né la Davis né la Mulligan né Andra Day erano nemmeno nominate!). A suo sfavore, se così si può dire, c’è il fatto di aver già ottenuto due Oscar come protagonista in carriera (Fargo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri), uno dei quali molto recentemente (2018). L’Academy potrebbe pensare di aver già riconosciuto a sufficienza il talento di questa attrice, anche considerando che in caso di vittoria la McDormand arriverebbe a pareggiare le tre statuette vinte in carriera da nientepopodimeno che Ingrid Bergman e Meryl Streep, due dive hollywoodiane di calibro superiore rispetto alla pur eccezionale protagonista di Nomadland (in caso di sconfitta, peraltro, la McDormand potrebbe comunque consolarsi con il probabile premio al miglior film, dato che è tra i produttori della pellicola di Chloé Zhao).

    Viola Davis invece può contare sulla vittoria ai SAG Awards, normalmente considerati il vero e proprio indicatore per l’Oscar. Anche lei ha già ottenuto una statuetta abbastanza di recente (2016), ma da non protagonista e comunque la Davis può certamente aspirare a un doppio Oscar.

    Infine eccoci alla Mulligan. Già candidata nel 2010 per An Education, la bionda protagonista di Una donna promettente ha vinto il Critics’ Choice Award, un premio importante ma in fondo inferiore al SAG. Dalla sua ha però il fatto di essere giovane: l’Academy potrebbe voler rilanciare la carriera di questa brava attrice proprio con l’Oscar (la Mulligan è reduce da un decennio non particolarmente brillante).

    E quindi? Chi vince? C’è ancora un fatto che non abbiamo considerato. In una competizione con tre nomi molto forti è sicuro che i voti si dividano (di nuovo: manca un consenso univoco). Questo, a ben vedere, potrebbe svantaggiare la Davis e la McDormand, due attrici “mature” che potrebbero spartirsi i voti di coloro che desiderano premiare una grande interprete affermata, mentre i giurati che volessero riconoscere un talento più fresco dovrebbero votare compatti per la Mulligan.

    Insomma, ce la giochiamo: per noi sarà Carey Mulligan a uscire vincitrice da questa agguerritissima competizione. Ma questa categoria è davvero un terno al lotto.

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    Miglior attore non protagonista

    Nominati:
    – Sasha Baron Cohen (Il processo ai Chicago 7)
    – Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah)
    – Leslie Odom Jr. (Quella notte a Miami…)
    – Paul Raci (Sound of Metal)
    – Lakeith Stanfield (Judas and the Black Messiah)

    Chi vincerà (pronostico): Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah)

    Se c’è una categoria in cui il vincitore è già scritto è questa. Daniel Kaluuya ha veramente vinto qualsiasi premio possibile e davvero nulla può impedirgli di ottenere anche l’Oscar: un premio meritato a un giovane attore fattosi molto notare negli ultimi anni, sin da Scappa – Get Out. Anche qui, però, spiace per il Paul Raci di Sound of Metal, meraviglioso interprete di alcune tra le scene più belle del film di Darius Marder.

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    Miglior attrice non protagonista

    Nominate:
    – Maria Bakalova (Borat – Seguito di film cinema)
    – Glenn Close (Elegia americana)
    – Olivia Colman (The Father – Nulla è come sembra)
    – Amanda Seyfried (Mank)
    – Yoon Yeo-jeong (Minari)

    Chi vincerà (pronostico): Yoon Yeo-jeong (Minari)

    Più combattuta rispetto alla sua controparte maschile è la categoria miglior attrice non protagonista, in cui solo recentemente si è affermata una favorita: la coreana Yoon Yeo-jeong di Minari. Fino a qualche tempo fa, infatti, pareva che la giovane attrice bulgara Maria Bakalova dovesse conquistare la statuetta per la sua irriverente performance nello splendido Borat – Seguito di film cinema, in cui l’interprete si è prestata, tra le altre cose, alla ormai celebre scena “incriminata” con protagonista Rudy Giuliani, avvocato di Donald Trump. In realtà la Bakalova è stata candidata in tutte le principali competizioni della Awards Season ma, a conti fatti, ha dalla sua solo la vittoria ai Critics’ Choice Awards. Significativa, certo, ma nulla se paragonata ai trionfi della Yoon che ha recentemente ottenuto il SAG e il BAFTA. Minari, per di più, è uno dei film più apprezzati della stagione, come testimoniato dalle 6 pesanti nomination ricevute agli Oscar, incluse quelle per miglior film e regia: siccome è improbabile che il film riesca a conquistare altre statuette, premiare la Yoon sarebbe anche un modo per riconoscere il forte gradimento della pellicola. Insomma: anche qui, a meno di sorprese da parte della Bakalova, i giochi dovrebbero essere fatti e la Corea del Sud, per il secondo anno consecutivo dopo la storica vittoria di Parasite, si confermerebbe una temibile fucina di talenti da Oscar.

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    Miglior sceneggiatura originale

    Nominati:
    Judas and the Black Messiah (Shaka King e Will Berson)
    Minari (Lee Isaac Chung)
    Una donna promettente (Emerald Fennell)
    Sound of Metal (Darius Marder e Abraham Marder)
    Il processo ai Chicago 7 (Aaron Sorkin)

    Chi vincerà (pronostico): Una donna promettente (Emerald Fennell)

    Il premio alla miglior sceneggiatura originale è uno tra i più importanti tra quelli attribuiti agli Oscar e spesso viene assegnato come “contentino” a un film che è stato estremamente gradito dall’Academy e che però non è stato riconosciuto nelle categorie principali di miglior film e miglior regia. È accaduto di recente con titoli di peso come Scappa – Get Out di Jordan Peele, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, Lei di Spike Jonze e Midnight in Paris di Woody Allen. La cosa dovrebbe ripetersi quest’anno, in cui la favorita per il premio è Emerald Fennell, sceneggiatrice e regista dell’acclamato Una donna promettente (nonché interprete di Camilla Parker Bowles in The Crown): il film ha ricevuto recensioni entusiastiche e rischierebbe di tornare a casa a mani vuote qualora Carey Mulligan non dovesse riuscire a vincere come miglior attrice (e dell’incertezza di quella categoria si è già ampiamente parlato). Per questo motivo è assai probabile che l’Academy decida di blindare il film attribuendogli almeno il riconoscimento alla miglior sceneggiatura originale. Peraltro la pellicola ha già vinto il premio del sindacato degli sceneggiatori (il WGA Award). Il possibile secondo contendente dovrebbe essere Aaron Sorkin per Il processo ai Chicago 7, già vincitore ai Golden Globe (che però, l’abbiamo detto, non sono un indicare per gli Oscar, dal momento che i giurati di quel premio non fanno parte dell’Academy), ma appare sfavorito da una scrittura troppo convenzionale e dalla mancata nomination nella categoria miglior regia. La Fennell, dunque, ha davvero il premio in pugno.

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    Miglior sceneggiatura non originale

    Nominati:
    La tigre bianca (Ramin Bahrani)
    Borat – Seguito di film cinema (Sasha Baron Cohen, Anthony Hines, Dan Swimer, Peter Baynham, Erica Rivinoja, Dan Mazer, Jena Friedman, Lee Kern)
    The Father – Nulla è come sembra (Christopher Hampton e Florian Zeller)
    Quella notte a Miami… (Kemp Powers)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    Chi vincerà (pronostico): Nomadland (Chloé Zhao)

    Ben più complessa rispetto alla sceneggiatura originale è la situazione in questa categoria, in cui i contendenti forti sono ben tre. Borat – Seguito di film cinema ha vinto il WGA (premio del sindacato degli sceneggiatori): si tratta di un possibile indicatore, naturalmente, ma è anche vero quel premio ha un regolamento particolare e che spesso fa scelte che in definitiva non vengono confermate dall’Academy. Basti pensare, infatti, che ai WGA The Father e Nomadland nemmeno erano candidati! Agli Oscar, paradossalmente, proprio questi ultimi due titoli paiono i più forti. The Father ha dalla sua il fatto aver vinto il BAFTA, di essere l’adattamento di un’opera teatrale acclamata e che il film di Florian Zeller abbia ricevuto il plauso davvero universale della critica. Siccome è improbabile che Anthony Hopkins vinca come miglior attore o che il film ottenga altri Oscar, questa categoria potrebbe essere quella giusta per premiare una pellicola comunque molto gradita dall’Academy. Arriviamo infine a Nomadland: al di là del fatto che la sceneggiatura del film ha già vinto il Critics’ Choice Award, qui la questione si fa più tecnica. Non succede mai (è capitato solo una volta nel 1938 con L’eterna illusione di Frank Capra) che un film vinca miglior film e regia e non ottenga alcun altro premio. Non è una regola scritta, è vero, ma chi s’intende di Oscar sa che i due premi principali tendono a essere supportati almeno da una vittoria in un’altra categoria importante (spesso la sceneggiatura). Siccome abbiamo detto che Nomadland è assolutamente favorito nelle due categorie principali e siccome è tutto sommato improbabile che Frances McDormand venga eletta miglior attrice (anche se, come abbiamo detto, quest’anno lì davvero tutto è possibile!), è assai probabile che nella categoria miglior sceneggiatura non originale la spunti proprio Chloé Zhao, che andrebbe così a rafforzare la sua corsa nelle categorie principali con questo premio. In definitiva, questo è il nostro pronostico. In ogni caso il premio alla miglior sceneggiatura non originale resta uno dei più incerti della serata.

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    Miglior film internazionale

    Nominati:
    Un altro giro di Thomas Vinterberg (Danimarca)
    Collective di Alexander Nanau (Romania)
    The Man Who Sold His Skin di Kaouther Ben Hania (Tunisia)
    Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić (Bosnia ed Erzegovina)
    Shàonián de nĭ di Derek Tsang (Hong Kong)

    Chi vincerà (pronostico): Un altro giro di Thomas Vinterberg

    Qui, come si suol dire, les jeux sont faits. Un altro giro di Thomas Vinterberg non ha rivali. Acclamato fin dalla sua presentazione a Cannes 2020 (festival mai svoltosi in presenza), si era a lungo parlato persino di una candidatura a Mads Mikkelsen come miglior attore. Il film, peraltro, vanta una pesantissima nomination come miglior regia, che segnala un evidente apprezzamento per la pellicola da parte dell’Academy. L’unico altro contendente forte avrebbe potuto essere l’applauditissimo Collective di Alexander Nanau ma, trattandosi di un documentario, è più probabile che il film venga riconosciuto nell’apposita categoria, così da distribuire meglio i premi. Sarà una gioia vedere Vinterberg, fondatore con Lars von Trier del celebre Dogma 95, salire sul palco e ottenere finalmente un Oscar.

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    Miglior film d’animazione

    Nominati:
    Onward – Oltre la magia di Dan Scanlon
    Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria di Glen Keane
    Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Il film di Will Becher e Richard Phelan
    Soul di Pete Docter e Kemp Powers
    Wolfwalkers – Il popolo dei lupi di Tomm Moore e Ross Stewart

    Chi vincerà (pronostico): Soul di Pete Docter

    Eccoci a un’altra categoria su cui non val la pena spendere troppe parole: Soul, ennesima meraviglia PIXAR diretta da Pete Docter e Kemp Powers, vincerà. Non c’è alcun dubbio (ha ottenuto qualsiasi premio possibile e immaginabile).

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    Miglior fotografia

    Nominati:
    Judas and the Black Messiah (Sean Bobbitt)
    Mank (Erik Messerschmidt)
    Il processo ai Chicago 7 (Phedon Papamichael)
    Nomadland (Joshua James Richards)
    Notizie dal mondo (Dariusz Wolski)

    Chi vincerà (pronostico): Nomadland (Joshua James Richards)

    Una categoria nuovamente incerta è invece quella della miglior fotografia. Quel che è certo è che a giocarsi il premio sono Nomadland e Mank. Il primo, oltre ad aver già vinto il BAFTA e il Critics’ Choice, potrebbe trarre vantaggio dal discorso fatto prima per la categoria miglior sceneggiatura non originale: siccome la pellicola probabilmente vincerà miglior film e regia, è assai probabile che riceva almeno un altro premio. Potrebbe essere quello alla sceneggiatura, come già ipotizzato, oppure quello alla fotografia di Joshua James Richards. Oppure, perché no, entrambi. Mank ha invece dalla sua anzitutto lo splendido bianco e nero di Erik Messerschmidt, che è stato premiato proprio dal sindacato dei direttori della fotografia (l’ASC), e il fatto che a differenza del film di Chloé Zhao la pellicola di David Fincher dedicata allo sceneggiatore di Quarto potere con ogni probabilità uscirà dalla cerimonia a mani vuote o quasi. Il premio alla miglior fotografia potrebbe essere un “contentino” al film più candidato dell’anno. Ad ogni modo, secondo noi, alla fine la spunterà Nomadland.

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    Miglior montaggio

    Nominati:
    Il processo ai Chicago 7 (Alan Baumgarten)
    The Father – Nulla è come sembra (Giōrgos Lamprinos)
    Sound of Metal (Mikkel E.G. Nielsen)
    Una donna promettente (Frédéric Thoraval)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    Chi vincerà (pronostico): Sound of Metal (Mikkel E.G. Nielsen)

    Questa categoria era data per certa fino a pochi giorni fa. Sound of Metal era e tutto sommato rimane il contendente principale (ha ottenuto il BAFTA). Va tuttavia segnalato che ai premi Eddie (assegnati dal sindacato dei montatori e considerati un indicatore importante) ha vinto a sorpresa Il processo ai Chicago 7, che dunque insedia non poco la posizione favorita del film di Darius Marder. Difficile dire chi prevarrà in definitiva, anche se ci esprimiamo per Sound of Metal.

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    Miglior scenografia

    Nominati:
    Mank (Donal Graham Burt e Jan Pascale)
    Notizie dal mondo (David Crank e Elisabeth Keenan)
    Tenet (Nathan Crowley e Kathy Lucas)
    The Father – Nulla è come sembra (Peter Francis e Cathy Featherstone)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Mark Ricker, Karen O’Hara e Diana Stoughton)

    Chi vincerà (pronostico): Mank (Donal Graham Burt e Jan Pascale)

    In questa categoria Mank dovrebbe avere vittoria facile (ha già vinto il BAFTA). Si tratterebbe di un piccolo “contentino” per la probabile débâcle del film nelle categorie principali.

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    Migliori costumi

    Nominati:
    Emma. (Alexandra Byrne)
    Pinocchio (Massimo Cantini Parrini)
    Mulan (Bina Daigeler)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Ann Roth)
    Mank (Trish Summerville)

    Chi vincerà (pronostico): Ma Rainey’s Black Bottom (Ann Roth)

    In questa categoria è probabile la vittoria di Ma Rainey’s Black Bottom, già trionfatore ai BAFTA. Peccato per il nostro Massimo Cantini Parrini, responsabile dei bellissimi costumi di Pinocchio di Matteo Garrone (che, va segnalato, sta raccogliendo ottimi incassi e critiche negli USA).

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    Miglior trucco e acconciatura

    Nominati:
    Pinocchio (Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti)
    Elegia americana (Eryn Krueger Mekash, Matthew Mungle, Patricia Dehaney)
    Emma. (Marese Langan, Laura Allen, Claudia Stolze)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Sergio Lopez-Rivera, Mia Neal, Jamika Wilson)
    Mank (Gigi Williams, Kimberley Spiteri, Colleen LaBaff)

    Chi vincerà (pronostico): Ma Rainey’s Black Bottom (Sergio Lopez-Rivera, Mia Neal, Jamika Wilson)

    Anche qui Ma Rainey’s Black Bottom dovrebbe riuscire a vincere, merito del grande lavoro su Viola Davis, trasformata per l’occasione nella leggendaria cantante blues Ma Rainey. Peccato anche qui per Pinocchio, che sarebbe ben più meritevole. Chissà che l’Academy non decida di riconoscere il lavoro straordinario di Mark Coulier (già “oscarizzato” due volte), Dalia Colli e Francesco Pegoretti…

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    Migliori effetti speciali

    Nominati:
    L’unico e insuperabile Ivan (Nick Davis, Greg Fisher, Ben Jones e Santiago Colomo Martinez)
    Mulan (Sean Faden, Anders Langlands, Seth Maury e Steve Ingram)
    Tenet (Andrew Jackson, David Lee, Andrew Lockley e Scott Fisher)
    The Midnight Sky (Matthew Kasmir, Christopher Lawrence, Max Solomon e David Watkins)
    Love and Monsters (Matt Sloan, Genevieve Camilleri, Matt Everitt e Brian Cox)

    Chi vincerà (pronostico): Tenet (Andrew Jackson, David Lee, Andrew Lockley e Scott Fisher)

    Anche qui non paiono esserci dubbi: Tenet di Christopher Nolan è chiaramente il principale contendente al premio in un’annata povera di grandi blockbuster ricchi di effetti speciali. Il film del regista inglese, peraltro, è oggettivamente spettacolare e l’Academy ha già più volte dimostrato di apprezzare i trucchi vecchio stile dei film di Nolan, che di rado ricorre alla CGI.

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    Miglior colonna sonora

    Nominati:
    Da 5 Bloods – Come fratelli (Terence Blanchard)
    Minari (Emile Mosseri)
    Notizie dal mondo (James Newton Howard)
    Mank (Trent Reznor e Atticus Ross)
    Soul (Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste)

    Chi vincerà (pronostico): Soul (Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste)

    Un’altra categoria abbastanza sicura è quella della miglior colonna sonora, in cui dovrebbe essere premiato il gran lavoro svolto da Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste su Soul (il film ha vinto praticamente tutti i premi principali in tal senso: Golden Globe, BAFTA, Critics’ Choice…).

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    Miglior canzone originale

    Nominati:
    Fight For You (musiche di H.E.R. e Dernst Emile II, testo di H.E.R. e Tiara Thomas) – Judas and the Black Messiah
    Hear My Voice (musiche di Daniel Pemberton, testo di Daniel Pemberton e Celeste Waite) – Il processo ai Chicago 7
    Husavik (musiche e testo di Savan Kotecha, Fat Max Gsus e Rickard Göransson) – Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga
    Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) – La vita davanti a sé
    Speak Now (musiche e testo di Leslie Odom Jr. e Sam Ashworth) – Quella notte a Miami…

    Chi vincerà (pronostico): Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) – La vita davanti a sé

    Eccoci giunti a una categoria che ci riguarda da vicino. Sì, perché non solo è ormai sicuro che Laura Pausini si esibirà live agli Oscar domenica 25 aprile, ma la cantante romagnola e Diane Warren (già candidata 11 volte in carriera, senza mai vincere) paiono essere le super favorite per la vittoria. Non ci resta che incrociare le dita e sperare che Speak Now, canzone di Quella notte a Miami…, non riservi brutte sorprese.

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    Miglior sonoro

    Nominati:
    Sound of Metal (Nicolas Becker, Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Phillip Bladh)
    Soul (Ren Klyce, Coya Elliott e David Parker)
    Mank (Ren Klyce, Jeremy Molod, David parker, Nathan Nance, Drew Kunin)
    Greyhound – Il nemico invisibile (Warren Shaw, Michael Minkler, Beau Borders e David Wyman)
    Notizie dal mondo (Oliver Tarney, Mike Prestwood Smith, William Miller, John Pritchett)

    Chi vincerà (pronostico): Sound of Metal (Nicolas Becker, Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Phillip Bladh)

    Qui non c’è nemmeno da discutere: Sound of Metal non solo quasi sicuramente vincerà, ma merita alla grande la statuetta. Il lavoro sul sonoro del film di Darius Marder non è solo tecnicamente straordinario, ma svolge una fondamentale funzione narrativa nel film, alternando continuamente suoni soggettivi e oggettivi per meglio comunicare l’isolamento del protagonista Ruben.

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    Miglior documentario

    Nominati:
    El agente topo di Maite Alberdi
    Collective di Alexander Nanau
    Crip Camp: disabilità rivoluzionarie di Nicole Newnham e Jim LeBrecht
    Il mio amico in fondo al mare di Pippa Ehrlich e James Reed
    Time di Garrett Bradley

    Chi vincerà (pronostico): Collective di Alexander Nanau

    Infine eccoci giunti alla categoria miglior documentario, dove ritroviamo Collective di Alexander Nanau, acclamatissima pellicola romena candidata anche come miglior film internazionale. L’acclamazione critica universale e la doppia nomination dovrebbero garantire a questo splendido film la vittoria.

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    Eccoci giunti al termine di questo lungo viaggio negli Oscar 2021. Siete d’accordo con i nostri pronostici? Scriveteci un commento per farci sapere la nostra opinione!

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