Category: serie tv

  • AFTER LIFE – RICKY GERVAIS E LA DELICATEZZA DI UNA TRAGEDIA

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    La terza stagione di After Life, il capitolo conclusivo della serie creata, diretta, prodotta e interpretata da Ricky Gervais è disponibile su Netflix dal 14 gennaio. Così come per le altre due stagioni (e come tipico delle serie del comico britannico) anche stavolta vi è una divisione del racconto in sei episodi, ognuno dalla durata di circa mezz’ora.

    Con una sensibilità fuori dall’ordinario, Gervais prosegue la storia di Tony nel suo percorso di ripresa dopo la perdita precoce di sua moglie Lisa. Un tema malinconico, difficile da rendere senza scadere da un lato nella rappresentazione straziante di un dolore insormontabile e dall’altro nella banalità del riuscire a risollevarsi troppo facilmente. In After Life ciò non accade mai. Vi è un equilibrio perfetto tra l’empatia che si prova per Tony e per la sua perdita e la leggerezza della narrazione nel delineare la sua angoscia in modo sempre delicato, ma allo stesso tempo schietto e a tratti brutale. Specchio in un certo senso del carattere del protagonista, che pur mostrando a chiunque lo frequenti una facciata esterna di cinismo e sarcasmo nasconde in sé gentilezza e una grande bontà. 

    LA RAPPRESENTAZIONE DEL DOLORE: ARMONIA TRA IL DRAMMA E LA COMMEDIA

    All’inizio della prima stagione Tony viene mostrato al suo punto più basso: privo di una ragione di vita, senza fiducia nel prossimo e nel futuro, arriva a credere che ogni giorno trascorso senza porre fine alla sua esistenza sia solo “del tempo in più” che può interrompere, suicidandosi, quando vuole e che la sua indifferenza verso il mondo sia una sorta di superpotere. Le sue giornate sono tranquille e ripetitive (ma senza mai risultare noiose allo spettatore) nella pittoresca città britannica di Tambury e si compongono del suo lavoro al giornale gratuito locale, di visite al cimitero e all’ospizio per far compagnia a suo padre. Ciò che lo salverà, convincendolo dell’errore che avrebbe commesso togliendosi la vita, sarà l’interazione con diversi personaggi che incontrerà in questi contesti. Essi gli proporranno occasioni di riflessione sul valore della vita, sul senso che avrebbe potuto attribuirle e sulla miglior maniera di impiegarla.

    Inizia così un percorso che si snoda attraverso vicende quotidiane e confronti con amici e parenti, i quali come lui hanno a che fare con i propri problemi e a modo loro sono insoddisfatti della propria vita. Due personaggi in particolare saranno fondamentali per lui: Emma, l’infermiera che si occupa di suo padre all’ospizio, e Anne, un’anziana signora anche lei vedova, conosciuta al cimitero. Quest’ultima in particolare sarà per Tony una figura di grande conforto e sostegno, nonché ispirazione. Mantenendo sempre un’eleganza e un contegno tipicamente inglesi, lei gli parlerà di come lui possa ritrovare quella speranza persa, del modo in cui odio e noncuranza non siano un superpotere e gli spiegherà che trovare qualcuno con cui non essere più soli non significhi sostituire la sua Lisa. Per questo ultimo aspetto si rivelerà importante la presenza di Emma, che prima di essere un suo potenziale nuovo amore sarà in primis una grande amica.

    L’ONESTÀ COMMOVENTE DELLA TERZA STAGIONE

    La fine della seconda stagione aveva lasciato presupporre uno sviluppo in senso sentimentale con l’infermiera, grazie alla quale Tony avrebbe superato questo grande dolore e sarebbe finalmente andato avanti. Nella vita vera, però, non sempre va in questo modo, soprattutto non in così poco tempo. E After Life è estremamente aderente alla realtà, tanto da rinunciare alla scelta più scontata per mettere in risalto un messaggio ancor più profondo: anche di fronte alle sofferenze più grandi, la forza di tornare a vivere viene da noi stessi e non dalle altre persone, per quanto il loro affetto possa essere importante. In questo caso Tony ha le idee chiare, dopo un primo momento di confusione. È ancora innamorato di Lisa e lo sarà sempre. Ciononostante, la vita deve continuare e nella confortevole realtà della sua cittadina può ancora trovare delle ragioni per stare bene. Nel mettere in scesa questi concetti Ricky Gervais non è mai didascalico o melanconico, ma autentico e contemporaneamente fine e morbido.

    Questa onestà è da apprezzare soprattutto nel mostrare come il percorso di guarigione del protagonista non sia lineare, ma caratterizzato da momenti di crisi, insicurezza, ricadute. Non smette di sentire la mancanza di sua moglie, e a volte questo vuoto è preponderante. Gli può risultare ancora difficile uscire a bere qualcosa con Emma, magari preferisce ancora invitarla da lui per sentirsi protetto dall’accoglienza di casa. Ma ormai Tony ha superato il momento peggiore, e si rende apertamente conto di essere stato malato in passato. Ora pur non sentendosi mai davvero felice ha momenti di sincera contentezza e non contempla più il suicidio.

    Il finale sarà estremamente commovente, ma senza risultare stucchevole. La conclusione perfetta per il messaggio che si vuole mettere in risalto: la vita è degna di essere vissuta, sempre. A volte le persone che amiamo potranno abbandonarci prima del previsto, ma si possono trovare altre motivazioni per continuare a percorrere la strada che abbiamo intrapreso fino a quando poi, un giorno, non sarà il nostro turno.

    AFTER LIFE È BASATA SU UNA STORIA VERA?

    Vi sono una tale discrezione e armonia nel rappresentare eventi così drammatici che ci si chiede se la vicenda non sia stata vissuta in prima persona da Ricky Gervais. Non è così, come il comico ha dichiarato durante un’intervista al podcast Series Linked, ma parte della serie è ispirata a storie reali. Nel primo episodio della prima stagione, ad esempio, Tony e Lenny fanno visita ad un anziano che per il suo ottantesimo compleanno aveva ricevuto cinque biglietti d’auguri uguali. Situazione realmente accaduta nel 2013 ad un uomo chiamato Brian, nella città di Exeter.

    Inoltre Gervais ha spiegato come il personaggio di Tony sia semi-autobiografico, come tutti i ruoli da lui interpretati, e sembra essere anche quello che più si avvicina alla sua vera personalità.

    LA COLONNA SONORA

    Una colonna sonora d’eccezione accompagna alcuni dei momenti più belli della stagione. Il primo episodio si apre con The things we do for love dei 10cc, e nelle puntate successive possiamo ascoltare Let down dei Radiohead, The Wind di Cat Stevens, per finire con Both Sides Now di Joni Mitchell. I brani anche sono contestualizzati, citati per raccontare episodi della vita di Lisa sottolineando come siano stati importanti per lei.

    Non sono una novità in After Life delle scelte musicali in grado di colpire gli spettatori e incorniciare perfettamente le vicende narrate. Ricordiamo Lovely Day di Bill Withers, Kids Will Be skeletons dei Mogwai, Rocket Man di Elthon John e Lady Marmalade di Patti Labelle nella prima stagione, Can you hear me di David Bowie e And so it goes di Billy Joel nella seconda.

    La serie è tra le più belle degli ultimi tempi e tra i prodotti firmati Netflix più raffinati e toccanti, After Life si chiude riconfermandosi uno dei lavori migliori di Gervais, mettendo in risalto una grande profondità e sensibilità del comico, filtrate da un umorismo nero e spiazzante che sempre lo accompagna.

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  • CINQUE SERIE TV DA VEDERE PER EVADERE DALLA REALTÀ QUOTIDIANA

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    Sono a malapena passate le prime settimane di gennaio, universalmente conosciuto come il mese più lungo di tutto l’anno, e già il sentimento condiviso dalla maggioranza è quello di stanchezza e bisogno di staccare il cervello da tutte le preoccupazioni quotidiane. Per aiutarci in questo ecco cinque serie tv, uscite tra il 2020 e il 2021 e di generi diversi fra loro, che possono venirci in aiuto per evadere dalla realtà quotidiana. Non sono fra le più conosciute o blasonate, ma hanno la capacità di distaccarsi straordinariamente dalla banalità quotidiana, per diversi motivi ed essendo composte da una o due stagioni al massimo non saranno troppo impegnative da seguire. Una meritata breve parentesi in un altro mondo che almeno non è quello che siamo costretti a vedere tutti i giorni.

    THE UNDOING & NINE PERFECT STRANGERS 

    Dopo il grande successo di Big Little Lies, piccolo gioiello targato HBO, il produttore e sceneggiatore David E. Kelley è tornato a collaborare ben due volte quest’anno con l’attrice Nicole Kidman, provando a riproporre la formula che aveva portato al successo della serie precedente. Da questo che ormai sembra un sodalizio consolidato sono venuto fuori altri due prodotti che probabilmente non raggiungono il livello della loro capostipite, ma che ancora di più ci propongono mondi narrativi totalmente diversi dalla nostra realtà quotidiana, estremamente patinati e che lasciano nell’angolo problemi sociali e di attualità, per concentrarsi esclusivamente sul dramma. 

    La prima, The Undoing, che ha avuto una discreta fama anche qui in Italia per la partecipazione dell’attrice Matilda De Angelis, è una miniserie di genere giallo e thriller con protagonisti Nicole Kidman e Hugh Grant, marito e moglie appartenenti all’alta società newyorkese, i quali vengono coinvolti nelle indagini per l’efferato omicidio di Elena Alves, interpretata appunto da De Angelis. Oltre che dalla trama sostenuta dai cliffhanger che chiudono ogni episodio, e dal personaggio misterioso di Elena Alves che costituisce un infiltrato destabilizzante in un mondo di super ricchi, il senso di evasione dalla realtà è accentuato dall’ambientazione in questo mondo estraneo fatto di case e vestiti stupendi, su tutti i cappottini che Nicole Kidman sfoggia con nonchalance nel freddo inverno newyorkese. Menzione d’onore a Donald Sutherland, perfetto nella parte del patriarca un po’ mefistofelico.

    Il vestito è diverso ma il risultato è lo stesso per Nine Perfect Strangers. Qui Nicole Kidman interpreta Masha, una sorta di santone enigmatico ed etereo che gestisce un losco resort benessere di lusso chiamato “Tranquillum House”, che promette di trasformare e far guarire dalla sofferenza i suoi ospiti accuratamente selezionati. In una situazione un po’ alla Agatha Christie, in cui persone sconosciute vengono messe in un luogo completamente isolato dalle influenze esterne, siamo portati a indagare fra le pieghe più o meno oscure di questi personaggi e a vedere come interagiscono fra di loro nel progressivo instaurarsi di curiosi legami, il tutto anche qui condito da un’estetica patinatissima che non vi può far staccare gli occhi dallo schermo. Disponibile su Prime Video. 

    ONLY MURDERS IN THE BUILDING 

    Piccolo gioiellino disponibile sulla piattaforma Disney+, Only murders in the building mescola il giallo alla commedia in maniera intelligente e non banale. Ideata da Steve Martin, che interpreta anche uno dei tre protagonisti insieme a Selena Gomez e Martin Short, è ambientata all’Arconia, un condominio di lusso di New York, abitato da inquilini alquanto curiosi e che ad un certo punto viene scosso dall’apparente suicidio di uno di questi. I tre protagonisti, uniti dalla solitudine e dalla passione per i podcast di genere crime, convinti a ragione che si tratti di un omicidio, cominciano ad indagare sull’accaduto producendo un podcast chiamato appunto Only murders in the building, che li porterà a vivere strane avventure e a scoprire fra di loro una bizzarra e curiosa amicizia. Divertente e coinvolgente per la vicende narrate, e quindi perfettamente godibile, è però anche una riflessione meta-televisiva sulla nostra ossessione per le storie e sul bisogno di essere parte di una storia, nel senso più ampio del termine, per uscire dalla banalità quotidiana. 

    EMILY IN PARIS

    Creata da Darren Star, già conosciuto per la serie cult Sex and the City, Emily in Paris è stata bistrattata e criticata, la maggior parte delle volte a ragione, ma per qualche motivo tutti la conoscono e l’hanno vista. La prima stagione, uscita nel 2020, ha avuto un grande successo ed è oggettivamente poverissima di qualsiasi sviluppo narrativo, a tratti quasi irritante ed eccessivamente stereotipata, ma per qualche motivo non si riesce a staccare gli occhi dallo schermo. La seconda stagione, da poco disponibile su Netflix, fa però un piccolo salto in avanti, e per quanto riproponga tutti gli elementi che già ne avevano fatto il successo, ha la qualità di proporre finalmente una qualche forma di problematicità che è il motore di qualsiasi storia che si voglia chiamare tale, e a tratti sembra più prendere in giro sé stessa, e il modo in cui gli americani vedono stereotipicamente l’Europa e gli europei, piuttosto che il contrario. Insomma un perfetto guilty pleasure e comunque un curioso prodotto di intrattenimento

    THE FLIGHT ATTENDANT 

    The Flight Attendant è una sorta di thriller alla Hitchcock di Intrigo Internazionale, ma dal sapore molto più camp e over-the-top, da cui però non riuscirete a staccare gli occhi fino alla fine. La protagonista, Cassie Bowden, è un’assistente di volo dalle abitudini sregolate che una mattina si sveglia a fianco del cadavere sgozzato dell’uomo con cui era stata la notte precedente, della quale non ricorda quasi niente. Incapace di ricostruire l’accaduto, si ritrova coinvolta in un intrigo molto più grande di lei, abitato da personaggi cartooneschi che sembrano prendere in giro sé stessi e svolte narrative assolutamente improbabili e irrealistiche. A suo modo interessante, vi assorbirà totalmente.

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  • UNA STORIA CHIAMATA GOMORRA – LA SERIE

    “Nessuno credeva davvero nella possibilità di fare una serie […] E lui [Riccardo Tozzi, N.d.R.] finì l’incontro dicendomi << No, la facciamo. Non c’è bisogno di aspettare. Si fa. >> Da quel momento in poi è stata una fatica di Sisifo.               

    (Roberto Saviano)

    Il 6 Maggio 2014 va in onda su Sky Atlantic in prima visione una scommessa. Una scommessa fatta da Stefano Sollima (già regista di quel Romanzo Criminale – La serie che molti ritengono il punto più alto mai raggiunto dalla serialità televisiva italiana), dagli sceneggiatori Giovanni Bianconi, Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi e Maddalena Ravagli, dai produttori Riccardo Tozzi (fondatore di Cattleya), Nils Hartmann (Senior Director della produzione degli originali Sky) e Gina Gardini, nonché dallo scrittore Roberto Saviano, il cui romanzo è la fonte principale d’ispirazione. Una scommessa chiamata Gomorra – La serie, una serie che racconta la malavita, le organizzazioni criminali a tutto tondo, in tutti gli elementi che le compongono e con tutte le sfaccettature che comportano.

    Si trattava di una scommessa perché fino a quel momento sembrava impossibile realizzare in Italia una serie di questo tipo. Certo, dal romanzo era già stato tratto un film omonimo diretto nientemeno che da Matteo Garrone (che aveva inoltre ottenuto un successo ed  un numero dei premi e candidature eccezionale) e la criminalità organizzata italiana è famosa in tutto il mondo ed era stata trattata già da tantissimi romanzi, film, serie, spettacoli teatrali, ma questa serie fa qualcosa di diverso: non romanza. Le storie dei personaggi e le vicende che noi seguiamo (un po’ come fece Eggers con il suo The VVitch utilizzando diari e fonti storiche) sono sì inventate, ma traggono tutte ispirazione dalla realtà e da fatti realmente accaduti. Una delle fonti principali è, ovviamente, il romanzo del già citato Saviano, dal quale la serie pesca a piene mani dal capitolo 4, “La guerra di Secondigliano”, per quanto riguarda le vicende (come dice il titolo stesso) di scontri e guerra tra clan e boss, mentre da tutti gli altri capitoli prende personaggi ed episodi e li inserisce all’interno di un contesto falso, ma nel quale si respira verità da tutti i pori.

    Piccola premessa: l’articolo ripercorre tutta la serie, analizzando nello specifico alcuni elementi e passaggi dei vari episodi. Saranno quindi inevitabilmente presenti degli spoiler di tutta la serie, si sconsiglia quindi la lettura per tutti coloro interessati al prodotto ma che ancora non l’hanno recuperato.

    LA STRUTTURA DELLA SERIE

    L’enorme successo della serie comporta la produzione di cinque stagioni, con gli ultimi due episodi in onda in data 17 Dicembre 2021. In ogni stagione seguiamo le vicende dei vari personaggi che popolano l’attività criminale di Scampia e Secondigliano, andando a proporre una tematica di base differente per ogni iterazione.

    ATTO I: CADUTA

    Protagonista assoluta della prima stagione è la faida tra la famiglia Savastano (capitanata da Don Pietro assieme alla moglie Imma ed al figlio Gennaro) ed il clan di Salvatore Conte. Oltre ad introdurre i re e le regine sulla scacchiera, ci viene introdotto anche Ciro Di Marzio detto “L’immortale”, apparentemente pedone dei Savastano ma pronto a tutto pur di scalare i ranghi e ottenere il potere che tanto brama fin da ragazzino. Già con i primi episodi la serie ci mostra un mondo crudo e violento, in cui vivere è tutt’altro che semplice, dove la morte è dietro l’angolo e dove vige l’animalesca legge del più forte. La tematica centrale di questa stagione è però la caduta: innanzitutto di Don Pietro, che viene arrestato ed incarcerato, di Gennaro, che dal suo lucido piedistallo cade rovinosamente in un mondo che non risparmia nessuno, di Imma, donna sola contro il mondo, dello stesso clan Savastano, che sperimenta una guerra interna tra la vecchia e la nuova scuola, ma soprattutto decadono i concetti di famiglia, di rispetto, di onore, tutto ciò che caratterizza quel mondo civilizzato che lo spettatore vive e che deve invece abbandonare addentrandosi assieme a Ciro in un mare di morte e dolore.

    La caratteristica che rende la prima stagione così speciale sono gli episodi stessi e le singole storie che racchiudono. Ogni puntata racconta infatti la vita di diversi personaggi secondari, le cui trame si intrecciano con quelle dei protagonisti e che finiscono faccia a faccia con il mondo in cui vivono che si tratti di “essersela andata a cercare” o di essere “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Che siano i volti, i dialoghi o le azioni commesse, qualcosa ti rimane inevitabilmente dentro, stazionata in quella parte più oscura di te che risale quando sei solo e ti poni quelle domande esistenziali che tanto fanno male.

    “Accidere è ‘na strunzata.” (Gennaro Savastano)

    ATTO II: LIBERTA’

    “Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost.” (Don Pietro)

    La complicata situazione della famiglia Savastano (con un Don Pietro latitante, un miracolato Genny che prende le distanze da Napoli e una donna Imma morta e sepolta al cimitero) porta una ventata di aria fresca e di libertà a Secondigliano, portando i vari boss grandi e piccoli a volersi prendere tutti un pezzo di torta, risultando nella creazione dell’Alleanza, in cui ognuno è sullo stesso livello, senza padroni e schiavi, di cui i principali esponenti sono i già noti Ciro e Salvatore Conte ed a cui si aggiungono Scianel, O’ Nano, O’ Principe, O’ Mulatto e O’ Zingariello. Facciamo la conoscenza anche di Patrizia, nipote di Malammore, che diventa prima tramite e poi braccio destro di Don Pietro durante la sua latitanza nel suo nascondiglio, dove si ritrova a fare i conti con tutto ciò che gli è stato rubato e con il burrascoso rapporta che sviluppa con il figlio.

    Una libertà e un cambiamento attraverso cui i personaggi cercano di cambiare le cose, di destrutturare le fondamenta di un gioco che però non vuole cambiare e di cui i giocatori stessi si rendono presto conto di non poter convivere con quell’ideale di uguaglianza che l’Alleanza richiede, poiché tutti vogliono inevitabilmente avere quel qualcosa in più e finiscono per schiacciare gli altri. Proprio mentre il desiderio di potere porta all’omicidio di Salvatore Conte, creando così i primi problemi interni all’unione, Don Pietro comincia a sferrare i suoi colpi ma rimanendo nell’ombra e facendo così scoppiare una guerra civile tra i vari boss. La vendetta ed il sangue scorrono ancora per le strade di una Secondigliano devastata e spietata di cui vediamo la piena rappresentazione nel finale. Un Ciro Di Marzio vuoto e che rinuncia al potere finalmente ottenuto una volta resosi conto del prezzo pagato, uccidendo prima la donna amata e vedendosi poi strappata via la figlia, unica ancora pura di salvezza da quel mondo marcio e sporco nel quale finisce per sprofondare e che abbandona con un ultimo terribile atto, l’uccisione a sangue freddo del suo peggior nemico, quel Don Pietro che sembrava essere riuscito a riottenere tutto ciò che voleva e che finisce invece per morire orribilmente sulla tomba della moglie. Qui la serie inserisce un’altra lezione di vita da ricordare in quel mondo: la famiglia è una debolezza ed infatti proprio mentre Don Pietro muore, Genny, vero mandante dell’assassinio del padre, diventa papà del suo unico figlio che chiamerà, con non poca ironia della sorte, proprio Pietro. Mentre un Pietro Savastano lasciava questo mondo, un altro cominciava a respirare la sua aria.

    “A fin r’o juorn sta tutta ccà.” 

    “Sta tutta ccà.” 

    (Scambio di battute finale tra Don Pietro e Ciro)

    ATTO III: RIVALSA

    “A pat’m nun l’ha accis Ciro Di Marzio. L’ha accis o’ velen ca tenimm tutt quant n’cuorp. Nuje o sapimme ca ce sta, ma nun o putimme sputà for.” (Genny)

    Eliminato il padre e fatto arrestare il suocero, Genny elimina gli ultimi ostacoli aiutato da Ciro che, svolto il suo compito, viaggia per l’est Europa stanco e volenteroso di cambiare vita. Il nuovo giovane re dei Savastano ha quindi il controllo di Secondigliano e dell’impero degli Avitabile, aiutato nel primo campo da Patrizia e Scianel e nel secondo dalla moglie Azzurra. Ma se Gomorra insegna qualcosa è che il potere è tutt’altro che stabile: Ciro, trasferitosi in Bulgaria decide, dopo aver creato inevitabilmente scompiglio, di tornare a Napoli ed allearsi con la new entry Enzo “Sangue Blu” e la sua banda, mentre Genny paga le spese di aver cercato di ingannare il suocero Giuseppe che, scoperte le malefatte, elimina i restanti “guaglioni del vicolo” e toglie a Genny tutto ciò che aveva ottenuto. Tornato a Secondigliano senza potere e senza famiglia è quindi costretto a tornare da Ciro, unico amico rimasto e decide di affiancarsi alla ricerca di potere di Sangue Blu dichiarando guerra ai Confederati. Una stagione il cui tema è facilmente riassumibile da quella iconica frase pronunciata da Don Pietro nella stagione precedente, quel “riprendiamoci tutto quello che ci appartiene” che caratterizza tutto il viaggio di Gennaro in un primo momento verso la moglie ed il figlio e successivamente del tanto agognato potere e che rappresenta appieno anche lo scopo di Enzo, nipote di un vecchio boss a cui era stato tolto tutto e figlio di un padre che non ha nemmeno potuto seppellire. Pecora nera della storia è proprio Ciro, che torna non con l’obiettivo di diventare il più forte ma con il desiderio di aiutare, diventando il “fratm”, il braccio destro dietro le quinte di cui i due giovani boss necessitano per ottenere quello che tanto desiderano.

    Con Giovannesi e Sollima che abbandonano la cabina di regia (quest’ultimo rimarrà comunque come direttore artistico), sono Cupellini e la Comencini a gestirsi alternativamente la regia dei dodici episodi, riuscendo comunque ad ottenere un ottimo risultato e a non far perdere lo stile caratteristico della produzione, dove a farla da padrone è proprio la caratterizzazione dei personaggi ed il loro barcamenarsi cercando in tutti i modi di ottenere ciò che cercano e ciò viene elevato ulteriormente da una interpretazione sublime di tutti gli attori, in cui tra i già noti Esposito, Lotito, Gallo, si aggiunge un bravissimo Arturo Muselli e su cui spicca tra tutti proprio Marco D’Amore toccando elevate vette di emotività, soprattutto nel finale. Qui bellezza di scrittura e bravura attoriale si mescolano nel sacrificio di Ciro che si fa carico degli errori commessi da Gennaro, costretto ad uccidere l’amico proprio da Enzo. Una scena toccante, ricca di emotività e che conclude alla perfezione il percorso di Ciro Di Marzio, l’Immortale di nome ma infine, come tutti gli altri, non di fatto. Forse.

    “Dint’â vita contano doje cose: ‘a sorte e ‘e cumpagne.” (Sangue blu)

    ATTO IV: ABIURA

    “Chell ca m’e fatt ‘ngopp a chella barca, nun m’o scordo cchiù.” (Genny)

    Inevitabilmente, nella vita di una persona si presentano alcuni avvenimenti che finiscono per minare le fondamenta stesse di tutto ciò che si ha creato e fatto fino a quel momento. La morte di Ciro è devastante per Gennaro (superando tutte quelle da lui vissute finora, comprese quelle dei genitori), tanto da portarlo a riflettere su cosa la vita criminale rappresenta e significa davvero. Si apre quindi così la quarta stagione di Gomorra, con un Gennaro che lascia Secondigliano nelle mani di Patrizia, che gestirà quindi la vendita di droga ed i rapporti con tutti i restanti membri dei clan. L’ultimo sopravvissuto dei Savastano abbandona la vita criminale, la rinnega e apre un progetto edilizio per la costruzione di un aeroporto in Campania, ma di certo non è una scelta destinata a durare.

    A Secondigliano, seguendo alla lettera il proverbio “quando il gatto non c’è, i topi ballano”, scoppia il caos. Tradimenti continui e inganni minano l’impero che Donna Patrizia tenta di portare avanti, sfociando nella morte di diversi personaggi chiave della storia, come  quella di Valerio detto “ ’O Vocabulà”, amico fidato di Enzo, quella di Nicola, braccio destro di Patrizia, o quella di “ ‘O Crezi”. Gennaro non può stare a guardare e, mentre nel suo progetto edilizio le cose si mettono sempre peggio con la questura che si fa sempre più invadente, si rende conta che di quella vita lui ne ha bisogno, che non può farne a meno. Si assiste quindi sul finale all’al contempo agognato e doloroso ritorno del Savastano a Secondigliano, che mette subito le cose in chiaro mostrando chi comanda veramente, arrivando ad uccidere addirittura Patrizia per evitare di far trapelare informazioni alla polizia, e gettando le basi per un gigantesco impero a cui potrà comandare, però, soltanto dopo aver abbandonato la famiglia.

    “Chest’ è, Gennà?”

    “Chest’ è, Patrì.”

    (Scambio di battute finali tra Patrizia e Genny)

    ATTO IV (PARTE 2): RISURREZIONE

    “Tu ‘o ssaje pecché a Ciruzzo ‘o chiammano L’Immortale?”

    Conclusa la quarta stagione e lasciato Gennaro chiuso in un bunker latitante per sfuggire alle forze dell’ordine, non è passato molto tempo perché i fan tornassero nel mondo della criminalità organizzata di Secondigliano. Questo perché a Dicembre dello stesso anno arrivò in sala l’attesissimo L’Immortale, coronazione di un Marco D’Amore regista e attore e che mostra il ritorno di Ciro Di Marzio, sopravvissuto miracolosamente ai colpi a lui inferti da Genny su quella barca. Viene salvato da alcuni pescatori ed inviato poi da Don Aniello (vecchia conoscenza sua e dei fan) lontano da Napoli e dagli amici, nascondendo la verità a Riga, in Lettonia, dove gestisce uno scambio di droga per conto dei russi.

    Questa pellicola è, oltre all’occasione per riportare in vita uno dei personaggi più amati dei fan, anche quella di approfondire la sua etica ed il suo passato, di un personaggio che si è sempre fatto da sé, divenuto orfano da neonato e costretto a vivere e sopravvivere facendosi strada nella malavita, creandosi questa figura quasi ultraterrena, immortale, ma che in realtà risulta estremamente umana, forse più di tutti gli altri e che mostra tutti i carismi e le emozioni di una persona di quel calibro.

    Una buona regia ed un’ottima interpretazione accompagnano quindi questo ritorno, amato ed odiato allo stesso tempo da molti fan, con una sceneggiatura forse non così potente come le controparti televisive, ma abbastanza solide da far comunque apprezzare questo suo spezzone di vita, in attesa della “resa dei conti” della quinta ed ultima stagione.

    “Si vuo’ campà mmiez ‘a via ‘e ‘a stà semppre ‘nu passo annanz’ rispetto a chi te sta ‘ncuoll” (Ciro Di Marzio)

    ATTO V: ODIO

    “Stamm’ i e te, ‘nziem, fin ‘a fin.”

    La fine, inevitabile, arriva anche per i protagonisti di Gomorra. Schivata la morte fino a questo punto, Genny continua la sua scalata cercando di ottenere sempre più potere, anche grazie all’aiuto di ‘O Maestrale, suo nuovo braccio destro. Ma la scoperta della sopravvivenza di Ciro ed il comprendere che quello che per lui era “fratm” l’aveva abbandonato e lasciato solo con il senso di colpa fa tremare le basi della vita stessa di Genny, portando i due ad uno scontro senza esclusione di colpi. Si presenta quindi un ulteriore guerra, l’ennesima a Secondigliano, a cui partecipano sia i pochi rimasti della vecchia guardia sia molte new entry, a rimostranza del fatto che questa vita, volenti o nolenti, è l’unica cosa che gli abitanti di quei luoghi possono avere. Ulteriore rimarcazione di ciò è la figura della Legge, impersonata dal magistrato Walter Ruggieri, che cerca di fare l’impossibile per fermare la criminalità organizzata e Gennaro in primis, ma fallendo e diventando lui stesso parte (suo malgrado) di quella macchina di morte.

    Avanzando con gli episodi (e nel pieno stile della serie che è però bene comunque sottolineare, facendo in questo modo notare il coraggio che sta dietro a queste scelte sicuramente non banali soprattutto al giorno d’oggi), il mondo criminale, il “veleno” come lo definiva Genny all’inizio della terza stagione, finisce per inghiottire tutti, nessuno escluso. Si assiste quindi ad una vera e propria scia di morte lasciata dai due schieramenti, partendo dai personaggi più secondari e procedendo in una vorticosa scalata verso i personaggi che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. ‘O Galantommo, Sangue Blu, ‘O Maestrale, ‘O Munaciello, Donna Luciana, Donna Nunzia, nessuno escluso fino all’atteso simbolico atto finale: davanti alla “new wave”, alla nuova leva di criminali, Genny dichiara che il tempo dei Savastano è finito ed ora comincia una nuova era. Ma da questa vita non scappi e nemmeno Genny e Ciro possono rompere questa regola. Uno scambio di sguardi. Lacrime di dolore e lacrime di odio. L’abbraccio ed il sacrificio. Così si conclude il viaggio dei protagonisti e così si conclude Gomorra – La serie, perché alla fine non esiste via di fuga.

    SCRIVERE DI CAMORRA

    “Per raccontare cose vere devi conoscere le cose vere. Siamo andati a Napoli tante volte, cercando di stabilire dei rapporti che ci consentissero di entrare in quei mondi.” (Stefano Bises, sceneggiatore)

    Peculiarità e status che Gomorra – La Serie ha sempre mantenuto durante gli anni e le stagioni è il “fattore verità”. Come accennato ad inizio articolo, infatti, le storie fittizie dei protagonisti sono in realtà ispirate da figure realmente esistenti.

    Il tutto parte da Roberto Saviano e dal suo libro, Gomorra, nel quale, a differenza di quanto molti credono, non si presenta una narrazione romanzata, bensì ci si ritrova davanti ad un vero e proprio romanzo d’inchiesta, con nomi, date, luoghi e dati precisi. Per la realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno preso diretta ispirazione dalla faida di Scampia avvenuta tra il 2004 ed il 2005. In questa guerra muove i propri passi un clan che si ritrova al centro dell’attenzione: il clan Di Lauro. Prese le caratteristiche principali, il team crea quindi il clan dei Savastano, di cui Pietro e Genny rappresentano rispettivamente Paolo e Cosimo Di Lauro, mentre Salvatore Conte è la rappresentazione del traditore e scissionista Raffaele Amato. Nella scrittura dei vari personaggi, però, è stato in realtà eseguito un miscuglio tra i vari esponenti del periodo: Pietro è infatti un mix tra Di Lauro, Misso e Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata; Genny possiede invece alcune caratteristiche di Francesco Schiavone detto “Sandokan”.

    Elemento però su cui la fantasia e la libertà di scrittura non hanno mai soprasseduto è la realtà degli avvenimenti: magari in circostanze diverse, in momenti della vita diversi, nei confronti di persone diverse tutto ciò che i personaggi compiono è accaduto realmente. Questo è stato possibile, oltre che dai resoconti giornalistici e popolari, anche dalle ordinanze di custodia cautelare, dai verbali degli interrogatori e dalle intercettazioni, permettendo così di avere dettagli precisi sugli avvenimenti, ma anche sul linguaggio utilizzato in quel mondo. Non si parla infatti del famoso dialetto napoletano, bensì di una sua variazione tipica di Scampia, permettendo così ai dialoghi una loro iconicità e spettacolarità senza però risultare macchiettistica o costruita.

    VIVERE SECONDIGLIANO

    Elemento cardine della creazione di una serie come Gomorra che spesso viene erroneamente lasciato in secondo piano è la scelta delle ambientazioni. Scampia, Secondigliano, le Vele, le piazze di spaccio, i bunker, i negozi fatti esplodere, le Chiese, i vicoli di Forcella fino al litorale di Ostia, i grattacieli di Londra, le campagne napoletane. L’ambientazione è forse la vera protagonista della serie, immortale e mutevole, ma sempre presente, sia per chi è protagonista della guerra sia per chi suo malgrado ci si trova invischiato. La prima stagione è stata girata con dei permessi soltanto per alcune zone molto limitate (una piazza, alcune strade, qualche vicolo e le Vele), che il team ha però scelto accuratamente proprio per la loro vera appartenenza a quel mondo. L’aggiunta di quel filtro tendente al verde, forse a ricordare ossessivamente ancora una volta quel veleno che attanaglia e rende quasi pestilenziali quei luoghi, e l’uso di una fotografia molto fredda e la colonna sonora, che si alterna tra brani originali creati appositamente per la serie dai Mokadelic e canzoni strettamente legate a quei luoghi (passando dal rap al neomelodico), permette allo spettatore di immergersi completamente e di vivere appieno quei luoghi che sembrano maledetti, tanti sono gli orrori a cui quei muri, quell’asfalto e quel cemento hanno dovuto assistere.

    Si aggiunge a tutto questo una regia studiata nel minimo dettaglio, con la cinepresa che passa dalle mani di Stefano Sollima e di Claudio Giovannesi delle prime due stagioni in quelle di Claudio Cupellini e di Francesca Comencini che si alternano la regia della terza, per poi vedere l’aggiunta di Marco D’Amore, Enrico Rosati e Ciro Visco nella quarta stagione e lasciando la chiusura nelle mani degli (ormai) esperti della serie Marco D’amore e Claudio Cupellini. Con stili diversi, la variazione ed il ricircolo dei registi dona alla serie un’anima propria, particolare e mai scontata su cui tutti però riescono a trovare un punto comune: la morte fa paura. Può sembrare una cosa scontata da dire nel mondo reale, ma nella miriade di produzioni sia cinematografiche sia televisive che puntano alla spettacolarizzazione dell’azione, degli omicidi e della morte, Gomorra si pone come un “bastian contrario” e propone una morte cruda, spaventosa, che non risparmia nessuno e che provoca, inevitabilmente, un brivido nello spettatore che si ritrova con questa serie, ancora una volta, sempre più vicino alla realtà.

    LA FINE DEL VIAGGIO

    Il 17 Dicembre 2021 sono andati in onda gli episodi finali della quinta ed ultima stagione di Gomorra – La Serie. Si è conclusa così l’ultima tappa di un viaggio iniziato ben prima della messa in onda dei primi episodi e che in questi anni ha dimostrato tanto. Tra “deux fritures” ed altre citazioni divenute iconiche e facenti parte del linguaggio quotidiano di molti fan, la serie è riuscita a parlare di realtà e a metterla davanti agli occhi di tutti, attraverso una finzione sempre attenta ai fatti, con cui la produzione dimostra tutto ciò che attualmente non funziona in particolari zone d’Italia. Abbiamo avuto un romanzo, un film ed ora anche una serie e con molta probabilità avremo ancora altri prodotti che parleranno di una situazione “vecchia come il mondo”, nella speranza che prima o poi qualcosa cambi veramente.


  • CAMERA CAFÈ – SEI PERSONAGGI IN CERCA DI UNA TORREFAZIONE

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    Fra le tante serie italiane andate in onda negli ultimi vent’anni poche hanno avuto la fortuna e i meriti di Camera Café. Rifacimento dell’omonima francese, apparsa in Mediaset nel 2003 (cinque stagioni), riemersa in Rai nel 2017, la serie è ormai entrata nell’immaginario pop-culturale italiano grazie ai personaggi che la abitano: stereotipi d’ogni tipo, tutti accomunati da una sola grande passione: il caffè. È infatti davanti ad una macchinetta del caffè, in un ufficio al diciassettesimo piano, che impiegati e dirigenti hanno deciso di far fronte a drammi e vicissitudini – lavorative o personali che siano – ognuno a suo modo ma, pare, ogni volta con il medesimo epilogo, comico e morale, in linea con i destini affatto dinamici delle maschere teatrali della commedia dell’arte.

    Allo spettatore che si limitasse alla lettura del copione di un qualsiasi episodio, tuttavia, il lato comico potrebbe decisamente sfuggire. All’interno della sitcom infatti troviamo, in sintetico ordine sparso: sessismo, bullismo, scatologia e conformismo, razzismo e moralismo. Atti continui di prevaricazione fisica e psicologica dei forti sui deboli, i quali a loro volta, raggiunti ruoli temporanei di maggior spessore nell’azienda, si trasformano nei peggiori carnefici senza alcuna remora. Episodi di omofobia, transfobia e body shaming; alcolismo, nonnismo e nepotismo; analfabetismo, elitismo e demagogia. E ancora, dirigenti dispotici e sindacalisti opportunisti; frodi fiscali, truffe, furti, ricatti e spilorceria, distruzione di beni privati, mogli e mariti fedifraghi, fornicazioni nei bagni e negli ascensori, paternalismi stucchevoli, molestie sessuali, bigottismo, ideologie spicciole, e perpetue e fantasiose violazioni del codice stradale.

    Un’azienda degli orrori che non risparmia nessun personaggio, e che tuttavia suscita, immancabilmente, il nostro riso. Il riso è un oggetto complesso, che sfugge ad ogni definizione filosofica. Molti grandi pensatori hanno, infatti, tentato di imbrigliare la sua essenza (da Aristotele a Kant, da Freud a Bergson, Hegel, Baudelaire, Kierkegaard, Lipps…) ma senza riuscirci fino in fondo, definendo ora il Comico, ora l’Ironia, il Sarcasmo, ecc. Tra questi anche Pirandello che nel suo saggio del 1908 tenta, attraverso i modelli teorici dei predecessori, di scandagliare l’Umorismo all’interno della letteratura italiana. 

    Secondo Pirandello si ha il Comico nel momento in cui subentra una rottura delle convenzioni, il sentore che il fatto a cui si sta assistendo è contrario alla regolarità: Paolo Bitta, “l’uomo chiamato contratto”, primo venditore dell’azienda, che si chiede con quante ‘c’ vada scritto il nome dell’amico Luca Nervi, oppure la sua incapacità di completare il più semplice dei proverbi (chi la fa, la fa; chi non risica, non risica…). Constatare che una persona semianalfabeta ricopra un ruolo tanto importante per il funzionamento di un’azienda produce nello spettatore un sovvertimento delle aspettative, e lo distanzia dai fatti raccontati collocandolo in una posizione di superiorità. Ci si sente migliori davanti a questi personaggi e la narrazione è strutturata in modo da rendere agevole questo processo: servendosi di iperboli, infatti, pone lo spettatore ad un livello di moralità più alto. E di fronte alle infinite e surreali gaffe che mai potremmo commettere, e compreso l’errore altrui, ridiamo. Secondo Pirandello, giunti a questo punto, si passa ad un livello di analisi ulteriore in cui l’avvertimento del contrario può trasformarsi in sentimento del contrario. È il momento in cui si empatizza con il personaggio cercando di capire perché fa quello che fa (perché Paolo è un alcolizzato, perché educa i figli in quel modo…); rinunciando così al distacco e alla superiorità proviamo un senso di pietà (quello che accade ai personaggi, in misure differenti, potrebbe capitare anche a noi) e la risata sguaiata si tramuta in un amaro sorriso: ecco l’Umorismo.

    Questo secondo sguardo al fenomeno non legittima le azioni di impiegati e dirigenti, spesso deprecabili, ma ci aiuta ad accedere ad uno dei possibili significati della serie. Camera Café è uno specchio che consente, riconosciute le opportune distorsioni tipiche del linguaggio delle sitcom, di riflettere sui problemi culturali e sociali dell’Italia di oggi. Esacerbando situazioni e comportamenti quotidiani – e per questo forse sottostimati – li manifesta, allo scopo di renderli indesiderabili, e produce nello spettatore una forte reazione di denuncia della situazione sociale: è in questo una vera e propria sitcom civile.

    Non esiste personaggio puro in Camera Café, nessuno è esente da colpe e difetti, né viene giustificato – per quanti problemi economici, sociali o politici possa avere. La serie è studiata come un grande catalogo di modelli sbagliati, così risibilmente sbagliati da porre immediatamente lo spettatore in una posizione di superiorità morale. Ma i problemi sottesi alle azioni dei personaggi sono concreti, comuni; questo elemento fa sì che lo spettatore metta in discussione ciò che vede, la serie gli richiede un atteggiamento critico tale da non poter più dirsi indifferente.

    Molti programmi – televisivi e non – basano il loro potere attrattivo sulla proposta di modelli cui sentirsi superiori, ma al contrario di prodotti come Camera Café sono privi di quelle strutture sintattiche che permettano di mettere in discussione quello che si sta guardando: vi si ride e basta, non hanno altro scopo, e cullati da un facile guadagno morale si rimane immoti.

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  • RECENSIONE THE WITCHER 2 – IL FANTASY PURO

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    Torna su Netflix la serie che con la sua prima stagione aveva battuto ogni record della celebre piattaforma streaming, per raccontare le avventure dello strigo Geralt di Rivia, interpretato da un buon Henry Cavill, che si riconferma essere estremamente calato nella parte di uno dei personaggi letterari e videoludici da lui più amati.

    In questa seconda stagione, convinto che Yennefer sia morta nell’epica battaglia di Colle Sodden, Geralt di Rivia porta Ciri nel luogo più sicuro che conosce, la sua casa d’infanzia, Kaer Morhen. Mentre i re, gli elfi, gli umani e i demoni del Continente lottano per la supremazia fuori dalle sue mura, Geralt di Rivia deve proteggere la ragazza da qualcosa di molto più pericoloso: il misterioso potere dentro di sé.

    The Witcher 2 mostra sin dal primo episodio un netto miglioramento su tutti i fronti grazie alla presenza evidente di un budget più elevato rispetto alla prima stagione. La CGI raggiunge buoni risultati soprattutto nel design dei mostri e dei pochi personaggi realizzati in motion capture, mentre mostra ancora qualche problematica nelle ambientazioni che non reggono il confronto con gli scenari naturali. La fotografia e la regia si mantengono in generale di un buon livello e la serie è abile a mantenere gli alti standard della prima stagione riguardo alla messa in scena dei combattimenti, realizzati sempre con grandi coreografie e ralenti funzionali, senza risparmiare sangue e momenti di estrema violenza, con un lato gore sempre più marcato rispetto al passato. 

    Eliminando i diversi piani temporali che caratterizzavano la prima stagione, questi nuovi episodi espandono il mondo che ci è stato presentato, alzando la posta in gioco e mostrandoci numerose nuove ambientazioni tra cui la famosa Kaer Morhen già vista nell’anime The Witcher: Nightmare of the Wolf, uscito quest’anno sempre su Netflix.

    Se nella prima parte di questo nuovo ciclo di episodi si decide di puntare sulla vena horror della serie, ricreando le atmosfere della terza puntata, nonché la migliore della prima stagione, intitolata Luna traditrice, pur non raggiungendo i pregevoli livelli di tensione che erano stati ottenuti in quell’occasione, nella seconda metà il grosso dello sforzo narrativo si concentra sugli intrighi di potere e sulle lotte intestine del continente, ricordando nell’impostazione il Game of Thrones degli inizi. In queste puntate vengono introdotti nuovi personaggi ad ogni episodio, alcuni caratterizzati in maniera efficace come Visemir, protagonista dell’anime, Nivellen e Francesca, altri, come Djikstra, abbondantemente trascurati in attesa di futuri approfondimenti. 

    Se Geralt funziona perfettamente con i suoi soliti mugugni, alternati in questo caso a sorrisi che mostrano un candore e un lato umano suo e in generale dei Witcher inaspettato, le coprotagoniste della serie, Ciri e Yennefer, proseguono coerentemente il loro percorso di maturazione, mentre alcuni dei comprimari riescono a brillare, in particolare Fringilla, a cui viene dedicato un intero percorso narrativo e Cahir, molto più umanizzato rispetto al male assoluto che rappresentava nella prima stagione. Poco sfruttato invece il mitico Ranuncolo, ridotto ufficialmente a comic relief e senza una vera funzione nella trama. In generale tutti i personaggi vanno a porsi in un limbo realistico in cui non esistono in forma pura il bene e il male, in cui tutti hanno qualche scheletro nell’armadio, creando delle figure grigie spinte da un istinto di sopravvivenza e da sete di potere, in cui nessuno è disposto ad aiutare senza secondi fini, rivalutando quelli che ci si aspettava fossero gli antagonisti e introducendone di nuovi.  

    Viene dedicato anche ampio spazio agli elfi e al razzismo nei loro confronti, uno dei temi cardine della nuova stagione, che non ha paura di  prendersi maggiormente sul serio, richiedendo una visione attiva allo spettatore, tra nomi di regni, persone e la mancanza di informazioni che si fanno attendere, ma ricordandosi anche di essere una serie fantasy nella maniera più pura, con numerose creature e mostri a cui viene dato finalmente spazio, un ampio uso della magia e dell’occultismo, con numerose sequenze psichedeliche messe in scena nelle varie puntate, che mostrano un certo impegno nel voler realizzare qualcosa di leggermente diverso rispetto ai prodotti a cui siamo abituati. Inoltre si insiste molto sulla relazione tra padre e figli, naturali o adottati, tra Tissaia e Yennifer, Visemir e Geralt e tra Geralt e Ciri, con questi ultimi che costruiscono un rapporto di sincero affetto reciproco.

    La serie non è sicuramente esente da problemi, tra una certa confusionarietà negli sviluppi narrativi che però evitano inutili didascalismi, con risposte che arrivano, ma che si fanno a lungo attendere, e una certa pigrizia nella scrittura di alcuni passaggi di trama nella seconda metà, con eventi che si verificano per pura coincidenza ed esattamente nel momento opportuno. Inoltre il vero villain di questa stagione, la Madre Immortale, non riesce a convincere a causa della sua introduzione abbastanza arbitraria e la scarsa caratterizzazione, sebbene sia almeno sostenuta da motivazioni condivisibili.

    Nel complesso The Witcher 2 mostra un miglioramento su quasi tutti i fronti rispetto alla prima stagione che era caratterizzata da troppi alti e bassi e contribuisce a costruire un universo narrativo sempre più ampio, con una narrazione a conti fatti coerente e con protagonisti ben delineati e di cui aspettiamo con interesse le future avventure. 

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  • HAWKEYE LA SERIE – PRIME IMPRESSIONI

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    A tre mesi da What If…? e a due settimane da Eternals, che ha raccolto numerosi giudizi positivi di critica per poi spaccare a metà il pubblico, Marvel torna sulla sua piattaforma Disney+ pubblicando i primi due episodi di Hawkeye, serie incentrata sull’eroe omonimo e che avrà anche lo scopo di introdurre una nuova eroina al roster supereroistico del MCU.

    Parliamo in questo articolo quindi proprio di questi primi due episodi, analizzando gli elementi positivi e quelli negativi. Il tutto rigorosamente senza spoiler.

    BUDDY MOVIE NATALIZIO

    La serie si apre con un flashback ambientato nel 2012, dove vediamo una giovanissima Kate Bishop perdere il padre durante la battaglia di New York mostrata nel film The Avengers (Joss Whedon, 2012), per poi mostrare, attraverso dei bellissimi titoli di testa animati, la crescita della ragazza e la sua dedizione verso sport come il tiro con l’arco, scherma e difesa personale nelle quali vince numerosi premi e trofei. Si passa poi al presente (che ricordiamo essere il 2024, tenendo conto del salto di cinque anni avvenuto in Avengers Endgame), dove la serie ci mostra la situazione di partenza dei due protagonisti: la giovane Kate torna dall’università a New York in occasione delle vacanze natalizie, dove Clint Barton ha portato i suoi tre figli per una gita in città per un paio di giorni. I due finiscono ovviamente per incontrarsi, anche se in questi episodi introduttivi il loro rapporto risulta ancora molto acerbo e distaccato, nonostante l’intenzione da parte di Kate di avvicinarsi sempre di più al suo Avengers del cuore.

    I due sono infatti personalità molto diverse: Clint è “riservato e tenebroso”mentre Kate si mostra sempre pronta a fare battute per sdrammatizzare la tensione (qui si sente l’influenza vincente di un personaggio come Spider-Man) e a non guardare in faccia nessuno pur di ottenere ciò che vuole.

    Le interpretazioni dei protagonisti sono ottime, perfettamente calati nella parte sia per Jeremy Renner, che torna nel ruolo per (probabilmente) l’ultima volta, sia per Hailee Steinfeld, che riesce a donare una buona espressività e carattere al personaggio già in queste prime puntate. Altro nome da non tralasciare è quello di Vera Farmiga, che interpreta Eleanor, direttrice della Bishop Security e madre di Kate. Nonostante il suo ruolo (apparentemente) secondario, Farmiga è ormai una garanzia e non si può che applaudire nuovamente ad un’ottima interpretazione.

    Punto più alto della produzione è sicuramente la regia, curata da Rhys Thomas e che riesce a donare alla serie alcune delle sequenze d’azione migliori mai viste in una serie Marvel Studios, con movimenti di macchina fluidi ed emozionanti che permettono all’adrenalina di quelle scene di schizzare alle stelle.

    Non si può invece dire lo sesso della sceneggiatura, la quale si dimostra un po’ debole in questi primi due episodi. L’intenzione è palesemente quella di creare un buddy movie, come in Arma Letale o nei film di Bud Spencer e Terence Hill, inserendolo in un’atmosfera natalizia, ma per quanto riguarda questi primi episodi il tutto viene salvato soltanto dalla buona chimica tra i due attori. Parlando della scrittura, infatti, il tutto parte in maniera estremamente lenta e piatta, eccezion fatta, per l’appunto, per quanto riguarda le scene d’azione. 

    Non è però il caso di disperarsi, in quanto questo è soltanto l’inizio e la serie può tranquillamente ingranare la marcia negli episodi successivi, con la speranza di ritrovarsi di fronte ad uno di quei prodotti seriali che, avanzando con gli episodi, riesce a centrare il bersaglio.

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  • RECENSIONE ARCANE – IL TIE-IN PERFETTO

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    Nell’ambito del gaming competitivo si è vista l’ascesa, negli ultimi anni, di numerosi titoli di successo (basti pensare a Fortnite oppure Call of Duty Warzone), ma su tutti campeggia un nome, comparso nel 2009 e destinato a diventare un pilastro: League of Legends. Nato come mod di Dota e divenuto poi un IP vera e propria, il videogioco di casa Riot Games risulta ancora oggi uno degli MMO più giocati dagli utenti PC.

    Uno degli elementi più interessanti della produzione, oltre al gameplay (per i tempi) innovativo, sono i campioni: personaggi dalle sembianze umane, animali o mostruose, ognuno caratterizzato da abilità e da background differenti, portando alla creazione di un vero e proprio mondo da cui questi eroi e villain nascono ed agiscono. Era quindi solo questione di tempo prima che qualcuno si decidesse a creare un prodotto audiovisivo che seguisse le vicende di questi campioni ed è stata proprio Riot Games, in collaborazione con lo studio di animazione parigino Fortiche e la piattaforma di streaming Netflix, a portare alla creazione di Arcane, serie tv che conta 9 episodi, pubblicati in tre atti (ognuno da tre episodi) dal 6 al 20 Novembre.

    Due piccole premesse prima di partire: la recensione della serie prenderà in esame l’evoluzione delle vicende e dei personaggi attraverso i tre atti, comportando la necessità di dover parlare di alcuni avvenimenti considerabili spoiler (con la precisione nel passaggio tra il primo e secondo atto) e che potrebbero quindi rovinare l’esperienza per uno spettatore ancora ignaro dei fatti; inoltre, tutte le opinioni vengono espresse da un neofita del videogioco e della sua lore, ignorando quindi possibili riferimenti o easter egg presenti nella produzione.

    UN MONDO DI MAGIA E SCIENZA

    Piltover e Le Vie. Questi i luoghi in cui si svolgono le vicende della serie e che portano i vari personaggi che ci vengono presentati ad entrare in contatto tra loro, per accordarsi o scontrarsi, per stringere alleanze o dichiararsi guerra. Piltover è una città costiera, che fonda la propria ricchezza sulle rotte commerciali e le cui basi vantano le migliori scoperte scientifiche di tutto il continente, tralasciando però completamente tutto ciò che riguarda la magia (o Arcane, come viene definito nella serie); Le Vie sono invece un’intricata rete di edifici e passaggi sotterranei, costruiti proprio sotto Piltover ed utilizzati dai mercanti per i traffici illeciti ed illegali nella città “di sopra”.

    ATTO I: NASCITA

    Proprio nelle Vie crescono Vi e Powder, due sorelle rimaste orfane durante una precedente guerra tra le due città e cresciute dal mercante Vander, proprietario della locanda The Last Drop e “sindaco” della città sotterranea. Saranno loro le protagoniste della serie, che vediamo nel primo atto intente nel furto di alcuni oggetti di valore nella casa di Jayce Talis, giovane studioso dell’accademia alla ricerca di un modo per combinare scienza e arcane all’interno di alcune gemme, che durante il furto causano però un’esplosione, portando prima i ragazzi ad una incredibile fuga dai soldati e successivamente all’inasprimento dei rapporti tra le due città. Mentre le due ragazze ed i loro compagni rispondono delle proprie azioni a Vander e Jayce viene processato dal consiglio di Piltover, un nuovo personaggio tira di nascosto le fila delle Vie: Silco, vecchia conoscenza di Vander, è infatti un capo banda e produttore dello Shimmer, una sostanza capace di potenziare le prestazioni fisiche e la forza dei soggetti che ne fanno uso, creando in loro però una forte dipendenza ed alcune modifiche fisiche permanenti.

    La carne messa sul fuoco dal primo atto è parecchia ma la serie riesce sapientemente a dosare i tempi, presentando le origini dei personaggi in maniera eccezionale oltre ad introdurre con Silco uno dei villain meglio scritti in un prodotto di questo tipo. Con il finale del terzo episodio, la serie presenta due punti di svolta: nelle Vie scoppia una guerra, che si conclude con la morte di numerosi personaggi da parte di Silco e l’uccisione involontaria da parte della piccola Powder di alcuni suoi amici e del padre adottivo, avvenimento che porta all’aspra separazione delle due sorelle e all’avvicinamento di Powder verso Silco, che finirà per sostituire la figura paterna; nel frattempo a Piltover, Jayce con l’aiuto di un altro studioso di nome Viktor porta a termine i suoi esperimenti creando l’Extech, la perfetta e funzionante unione di scienza ed arcane.

    ATTO II: CONSEGUENZE

    Il secondo atto comincia presentando uno skip temporale di diversi anni, mostrando una Piltover estremamente più avanzata e arricchita grazie alla creazione di alcuni portali Extech, che rafforzano ulteriormente il ruolo della città nel commercio del continente, mentre le Vie, conosciute ora come lo Stato di Zaun, sono controllate da Silco ed i suoi uomini, tra cui spicca una Powder, ora conosciuta come Jinx, costretta a combattere i propri demoni e le conseguenze delle sue azioni. Le azioni del capo banda si espandono, però, a macchia d’olio anche nella città di sopra grazie alla corruzione di alcuni uomini di legge, portando disordini e scompiglio. Vengono qui introdotti i Firelights, gruppo criminale di Zaun che sembra contrastare le attività di Silco, e Caitlyn, vecchia conoscenza di Jayce, poliziotta con l’obiettivo di fermare le attività illecite della città e che decide di scarcerare Vi (finita precedentemente in prigione per alcuni furti) e di collaborare con lei per fermare Silco.

    In questo secondo atto l’azione, così presente nel primo, presenta un leggero calo in favore di una narrazione più personale (presentando comunque scontri mozzafiato nell’incipit della quarta puntata o sul finale della sesta), che esplora sempre più nel profondo le motivazioni e la morale dei personaggi rendendo palese la non presenza di una semplice (e limitante) divisione tra buoni e cattivi, ma rendendo invece palese la presenza di lati positivi e negativi presenti in ognuno di loro, creando un conflitto interno ai personaggi stessi che devono decidere quale strada seguire: il rimorso ed il dolore per Jinx, la ricerca di potere ed il controllo per Silco, la voglia di riscatto e l’istinto di protezione verso gli abitanti delle vie per Vi e si potrebbe continuare così per ogni personaggio presentato, andando a sottolineare ulteriormente la cura nella scrittura dei caratteri di questa serie.

    ATTO III: COLLISIONE

    Presentati i vari personaggi ed i loro obiettivi, il terzo atto è il punto di raccordo di tutte le linee narrative presentate finora, con Silco costretto al bivio tra il potere, da lui tanto bramato, e la “figlia” Jinx, quest’ultima che si ritrova a sua volta in un faccia a faccia con la sorella e con la scelta di chi vuole diventare veramente. Contemporaneamente Jayce, divenuto parte del consiglio di Piltover, deve scegliere tra la pace e la guerra, tra la stabilità del governo e le conseguenze  dei suoi esperimenti.

    Un atto che, se da un lato conclude in maniera impeccabile alcune linee narrative, ne apre anche di nuove per sfociare in un finale che (secondo il modello appena presentato) presenta la completa evoluzione di personaggi come Jinx e Vi e porta al termine l’arco narrativo di Silco, ma preparando al tempo stesso il terreno per le future stagioni, con una sequenza finale accompagnata dal brano “Goodbye” di Ramsey dall’alto tasso di epicità.

    UN RIUSCITO ESPERIMENTO VISIVO

    Ultimo elemento, ma sicuramente non per importanza, che eleva ulteriormente questa serie tra le varie produzioni animate della piattaforma di Netflix è proprio l’elemento visivo. Partendo da uno stile che può essere  accomunato ad una produzione come Spiderman: Into the Spider-Verse (Ramsey, Persichetti Jr. e Rothman; 2018), la serie presenta in realtà una ricerca visiva estremamente interessante e nuova, partendo in primis dalla modellazione dei personaggi, che presentano uno stile riconducibile ai trailer in computer grafica nell’ambito dei videogiochi, passando poi per l’utilizzo di luci al neon che donano alle ambientazioni quel mix di fantasy e steampunk, che si riflette poi anche nelle scene più movimentate e d’azione, con il viola dai tratti rosa shocking dello Shimmer ed il blu elettrico delle armi Extech, passando per le sfumature giallo-arancioni delle armi da fuoco e delle scintille e per il verde smeraldo degli hoverboard dei Firelights. 

    Un’ulteriore distinzione visiva è presente tra i tre atti: il primo sfrutta infatti uno stile di rappresentazione abbastanza classico, puntando sul (semi)realismo della computer grafica e presentando alcuni effetti visivi e di luce nelle scene in cui si presentano a schermo gli esperimenti sull’Extech e sullo Shimmer (con gli effetti sopra citati); il secondo atto, oltre a ripresentare i precedenti elementi, introduce la schizofrenia di Jinx, manifestata visivamente dalla comparsa improvvisa (creando un effetto tipico delle produzioni horror) di alcuni sketch di colore bianco che simulano quelli che si fanno sui propri diari segreti, come cuori attorno agli occhi o visi estremamente stilizzati e dalle curve taglienti; unendo questi elementi, il terzo atto introduce però anche alcune sequenze, proprie dei Firelights, in cui si presenta uno stile di disegno che ricorda quello dei graffiti di strada.

    Esempio della manifestazione della pazzia e delle paure di Jinx

    CONCLUSIONI

    A dodici anni dall’uscita del videogioco su computer, Riot Games si affida a Fortiche e a Netflix per realizzare una delle migliori serie animate degli ultimi anni. Partendo da una base interessante, la serie mette in scena personaggi ed eventi raccontati con una cura quasi straordinaria, senza contare la spettacolarità delle scene d’azione che trasudano epicità da ogni frame. Complice nel successo della produzione è anche lo stile grafico, che presenta una base di computer grafica di altissimo livello ed utilizza una commistione di stili differenti, costruendo una delle ambientazioni più belle ed uniche viste negli ultimi anni. In attesa di una (già annunciata) seconda stagione, non resta che sperare che una produzione di questo tipo faccia scuola, non solo nel campo della sperimentazione nell’animazione, ma anche in come si debba produrre un’opera cinematografica o televisiva tratta da un videogioco.

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  • RECENSIONE STRAPPARE LUNGO I BORDI – CHE FORMA POSSONO AVERE LE VITE DEGLI ALTRI?

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    “Pensavamo che bastasse strappare lungo i bordi e seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto sarebbe andato bene, perché avevamo diciassette anni e tutto il tempo del mondo.”

    Zero è un giovane romano con la passione per le merendine che nutre le sue ambizioni di diventare fumettista dando ripetizioni a ragazzini delle medie; il suo migliore amico è un armadillo, e non si separa mai dalla fedele maglietta nera con il teschio. Il lungo viaggio che dovrà percorrere verso Biella insieme ai suoi amici Secco e Sara, si offre a Zero come occasione per raccontarci di sé stesso, parlandoci del suo passato, dei suoi obiettivi, di Alice, a cui cerca di non pensare, di ciò che gli affolla la mente, e, soprattutto, per lamentarsi di quasi tutto ciò che lo circonda. Zero è logorroico, pensa troppo, ha la costante paura di cambiare, di fare un passo falso e distruggere quel fragile equilibrio che ha messo in piedi con fatica. I confini del suo mondo hanno la forma di una linea tratteggiata su un foglio, e noi non possiamo far altro che seguire le sue mani mentre strappano la carta per scoprire finalmente quale immagine ne verrà fuori.

    Uscita da pochi giorni su Netflix, Strappare lungo i bordi è una serie tv di appena sei puntate, scritta, disegnata e animata dal fumettista romano Zerocalcare. L’autore ha anche dato la voce a tutti i personaggi, ad eccezione dell’armadillo, doppiato meravigliosamente da Valerio Mastandrea. Per chi non dovesse conoscere gli splendidi albi a fumetti di Zerocalcare (che naturalmente vi invitiamo a recuperare il prima possibile), il protagonista di ogni storia è l’alter-ego dell’autore, Zero, accompagnato dall’armadillo, la voce della sua coscienza che, con una buona dose di sarcasmo e qualche battuta pungente, lo guida nel percorso della sua esistenza. I sei episodi si sviluppano secondo un tipo di narrazione molto cara all’autore: il viaggio di Zero con gli amici Sara e Secco lega tra loro come un filo conduttore tante piccole storie, distribuite lungo quella principale come i rami di un albero. Il tutto accompagnato da disegni e animazioni curati nei minimi dettagli, e soprattutto da una splendida colonna sonora, composta sia di brani conosciuti (abbiamo ad esempio Tiziano Ferro e gli M83) sia di tracce inedite, contenute nell’album Strappati lungo i bordi di Giancane.

    Il tasto “prossimo episodio” di Netflix non vi sarà mai così utile: Zerocalcare riesce a tenere incollati allo schermo gli spettatori, grazie a una narrazione coinvolgente, fatta di scene e personaggi indimenticabili, che si susseguono come farebbero dei piccoli aneddoti durante una chiacchierata con un amico di vecchia data. Non mancano sicuramente le risate, che sia per l’ironia graffiante tipica dell’autore o per le geniali citazioni alla cultura popolare; eppure si avverte costantemente un’atmosfera di malinconia, di nostalgia verso un passato in cui si era spensierati, mescolata a momenti in cui Zero riflette sul suo senso di inadeguatezza nei confronti del mondo. Perché siamo solo fili d’erba e al mondo non importa di noi, qualsiasi cosa facciamo “continua a girare con la frustrante placidità con cui è sempre girato”. Ed è nel finale che tutto ci colpisce, nel momento in cui avviene la realizzazione, come una coltellata alla schiena. Si ride, si riflette, ci si rivede in qualche parola, ma alla fine ci si commuove. Guardiamo la nostra vita, poi le vite degli altri e poi ancora la nostra, fino a trovarci qualcosa di sbagliato: il nostro foglio strappato non segue una logica, mentre quello degli altri sembra sempre formare una figura perfetta. E se non fosse così? Se in realtà anche i fogli degli altri fossero soltanto carta straccia pronta per essere lanciata nel cestino?

    Strappare lungo i bordi è il prodotto che ci si aspetterebbe da un autore come Zerocalcare: le pagine di un diario, un flusso di coscienza che si sposta tra il racconto di un viaggio e i pensieri invasivi di un giovane non ancora sicuro di essere abbastanza per il mondo che lo circonda. Zero, con le sue sopracciglia disegnate a pennarello e la maglietta con il teschio, non riesce a seguire la linea tratteggiata che gli si para davanti; invece continua a strappare a caso, a volte si ferma, per paura di rovinare tutto, a volte le sue mani si muovono sul foglio ad occhi chiusi. E la sua narrazione non può far altro che trasportarci tra risate e punti interrogativi, fino a lasciarci con un messaggio amaro, ma sotto sotto ricco di una speranza di cui ora più che mai abbiamo bisogno. Tenete da parte una vaschetta di gelato e magari un pacco di fazzoletti, Strappare lungo i bordi vi travolgerà con un vortice di emozioni inaspettate. Che dire, Zero, volevamo solo guardare una serie, mica fare psicoterapia!

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  • RECENSIONE SCENE DA UN MATRIMONIO – IL NUOVO FASCINO DEL GIÀ VISTO

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    Se non fosse già stato abbastanza evidente il fatto che l’industria cinematografica e televisiva degli ultimi anni punti moltissimo sul rifacimento e, più in generale, sul recupero in diverse forme di prodotti del passato, l’ennesima conferma arriva ora dalla nuova miniserie targata HBO Scene da un matrimonio, remake dell’omonima miniserie di Ingmar Bergman, emblema del cinema d’autore europeo. Esistente anche in una versione cinematografica e ispiratrice più o meno diretta di numerose opere, da parte della filmografia di Woody Allen fino al recente film di Noah Baumbach Storia di un matrimonio, passando per un altro remake italiano e un sequel diretto da Bergman stesso, Sarabanda, l’opera viene adesso ripresa con interpreti Oscar Isaac e Jessica Chastain, nei ruoli rispettivamente di Jonathan e Mira, marito e moglie che convivono da otto anni all’interno di un matrimonio apparentemente perfetto ma che vedremo collassare da lì a poco, con tutte le conseguenze del caso. 

    Attraverso cinque episodi, ognuno dei quali incentrato su una specifica situazione (le scene del titolo), quest’opera analizza, senza indicare colpevoli o vittime, la contorta storia d’amore fra i due coniugi, mettendo in primo piano la loro costante incapacità di comprendere i propri desideri, prima e dopo la rottura, e costruendo una storia che si basa su continue contraddizioni, vista l’enorme difficoltà dei protagonisti ad affrontare (e a sopravvivere) a quello che viene descritto – parafrasando –  come il secondo evento più traumatico che una persona possa vivere nella propria vita. Qui il merito della resa va, oltre che alla sceneggiatura di Hagai Levi, anche alle straordinarie interpretazioni dei due protagonisti, e in particolare di Jessica Chastain, il cui personaggio è forse il più complesso e contrastato fra i due, costantemente attraversato da tensioni opposte che è abilissima a far emergere in maniera spesso anche violenta ma mai a caso. 

    A differenza dell’originale del 1973, qui i ruoli sono in parte invertiti: in questo caso è Mira, la moglie, a rompere il matrimonio a causa della sua relazione extraconiugale, ma mantiene alcune caratteristiche professionali e di ruolo all’interno della coppia della Marianne dell’originale svedese. Ripercorrendo in modo abbastanza dettagliato la stessa trama, ma scambiando alcuni tasselli, si crea quindi qualcosa di nuovo. Mira è una donna realizzata professionalmente, guadagna molto più del marito eppure all’interno del matrimonio sembra sottomettersi alle sue idee e convinzioni da intellettuale un po’ snob, per poi cambiare quasi radicalmente e, oscillando fra vari estremi, affronta un percorso anche di crescita che la porta ad un parziale nuovo equilibrio, e alla consapevolezza, quantomeno, di non sapere rispondere a determinate domande. Jonathan invece segue un percorso che lo porta da una falsa sicurezza iniziale, distrutta dal divorzio, ad una nuova consapevolezza, che però sul finale è messa nuovamente in discussione mostrando, così, tutte le sue crepe e fragilità. La cifra della narrazione è quindi l’incapacità di dare risposte definitive alle domande e ai bisogni dei due protagonisti. Vengono costantemente aperti quesiti a cui non è possibile dare una risposta certa, rifuggendo l’idea che l’arte ci debba per forza fornire una giusta chiave di lettura e un indirizzamento sui temi che tratta. Piuttosto la grande lezione risiede nell’accettazione dell’incapacità di comprendere ciò che vogliamo e i nostri bisogni e che esista un modo giusto o sbagliato di affrontare qualsiasi sfida nella vita. La pace forzata e i sentimenti ben diretti e controllati sono al contrario tossici: se il conflitto c’è, è più sano, nonostante tutto, dargli lo spazio che merita.

    Gli episodi si svolgono quasi interamente all’interno della casa dei due, dando alla serie un’impostazione teatrale da dramma alla Ibsen, con taglio psicologico che da centralità alla parola e alla recitazione nervosa dei due attori; una tipologia estremamente classica ma di cui si sentiva un po’ la mancanza in televisione. Prova del fatto che la miniserie sta diventando il nuovo formato di punta tale spesso da superare il cinema in sforzo produttivo e ricerca estetica, qui accuratezza e qualità sono esibite in maniera manifesta, a partire dai curiosi piani sequenza iniziali che ci portano attraverso il set fino al momento del ciak, in cui assistiamo alla trasformazione dell’attore in personaggio. 

    Scene da un matrimonio si dimostra quindi capace di reggere il confronto con l’originale, con un giusto equilibrio di fedeltà e innovazione che non stravolge ma nemmeno ricalca pedissequamente ciò che avevamo già visto. La sfida, ardua visto il capolavoro con cui necessariamente la serie si doveva confrontare, è stata superata con slancio e sicurezza.

  • THE HANDMAID’S TALE – OLTRE LA FINZIONE

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    La serie tv The Handmaid’s Tale sembra proprio essere una serie destinata a segnare quest’epoca, testimoni gli innumerevoli premi che ha vinto: due Golden Globale (2018 – Premio migliore attrice in una serie TV drammatica a Elisabeth Moss; 2018 – Premio migliore serie TV drammatica), un premio BAFTA (2018 – Premio miglio serie) e 11 Emmys (tra cui Migliore Attrice Drammatica: Elisabeth Moss, protagonista nel ruolo di Offred; Migliore Sceneggiatura; Migliore Serie Drammatica; Migliore “Guest Star” femminile: Alexis Bledel, nel ruolo di Ofglen; Migliore attrice non protagonista: Ann Dowd, nel ruolo di Aunt Lydia). 

    Potremmo dire che si tratta di una serie quasi inattaccabile, indipendentemente dai gusti, dalla scrittura fino alla colonna sonora. A ciò si aggiunge un cast eccezionale: da Elisabeth Moss, passando per Alexis Bledel e Yvonne Strahovski.

    DAL ROMANZO ALLA SERIE TV

    La serie è una trasposizione del romanzo Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood pubblicato nel 1985. Prima di diventare una serie tv, il romanzo era già stato oggetto di varie trasposizioni. La prima volta è stato a teatro, dove ha debuttato pochi anni dopo la pubblicazione, mentre nel 1990 è stata la volta del grande schermo, con un film di Volker Schlöndor. La serie tv The Handmaid’s Tale, disponibile su TimVision, è invece il primo adattamento televisivo de Il Racconto dell’Ancella.

    L’autrice del romanzo ha messo mano alla sceneggiatura della serie, ed eventuali modifiche o aggiunte sono quindi state approvate, se non scritte, direttamente da lei. Inoltre, l’autrice aveva il desiderio di partecipare a una puntata, e infatti nell’episodio pilot appare nei panni di una delle Zie, le donne anziane a cui è affidato il compito di gestire le ancelle.

    IL LINGUAGGIO VISIVO IN GILEAD

    La serie è ambientata in un futuro distopico ma che non sembra così lontano dalla realtà, in una nazione la cui la piaga peggiore è l’infertilità delle donne. La società viene riorganizzata da dei leader e divisa in nuove classi sociali. A Gilead le donne sono tremendamente sottomesse: è vietato loro leggere, lavorare, avere possedimenti in denaro o proprietà. Per ogni trasgressione alla legge sono previste tremende punizioni fisiche: la lettura per esempio comporta il taglio di un dito e, se il fatto si ripete, di una mano.

    La protagonista vede la sua vita cambiare radicalmente in pochi istanti: non è più June, madre, moglie, lavoratrice e donna libera, ma è Offred, Ancella di Fred Waterford. 

    L’organizzazione della società nella Repubblica di Gilead è chiara, i ruoli sono rigidi e facilmente riconoscibili. Le differenze tra i gruppi sono rappresentate sullo schermo prevalentemente mediante codici visivi e comportamentali, e tutti i personaggi sono sempre riconoscibili nel loro ruolo grazie agli abiti che indossano. Le Mogli, ad esempio, vestono di azzurro e hanno potere decisionale limitatamente all’ambito familiare. Le Marte sono vestite di verde e si dedicano ai lavori domestici. Le Ancelle portano un vestito rosso e un copricapo bianco, comprano il cibo e passeggiano, oltre a mettere a disposizione il proprio corpo per la riproduzione. Le Zie hanno abiti marroni e sono donne di età più avanzata che hanno il compito di educare le Ancelle (ruolo che svolgono con una severità militaresca).

    I guardaroba maschili sono invece più orientati ai colori scuri, basti pensare ai Capitani che indossano divise nere. Sono loro che hanno organizzato la rivoluzione e che detengono ora il potere politico ed economico. Le uniformi non hanno solo un valore distintivo, ma portano con sé significati ben precisi, come ha dichiarato in un’intervista la costumista Natalie Bronfman: il rosso delle ancelle rimanda alla fertilità, alla vita, alla passione e al tempo stesso al pericolo; il verde pacato delle Marte rimanda alla speranza, alla pace e alla tranquillità nell’arte cristiana, ma anche alla cura; infine, l’azzurro delle Mogli richiama in parte l’iconografia sacra, al colore del cielo, della spiritualità e della Madonna, che concepì senza compiere l’atto sessuale.

    Bisogna comunque notare che se le uniformi aiutano ad inquadrare il ruolo che il personaggio ricopre, in certi momenti di intimità tra i personaggi la serie è pronta a sorprenderci e a far emergere le diverse caratteristiche di ogni personaggio, dimostrando come in realtà si tratti di un ordine fisso e immutabile solo in apparenza.

    Margareth Atwood durante le riprese della serie tv

    DALLA FICTION ALLA REALTÀ

    Il romanzo aveva destato numerose polemiche per la durezza delle tematiche trattate, tanto che alcune scuole superiori americane ne avevano vietato la lettura. Tuttavia, l’autrice stessa ha affermato di non aver inventato nulla, ma che anzi le pratiche da lei descritte sono state realmente messe in atto contro le donne in vari periodi storici.

    Il contesto in cui è stata proposta la serie al pubblico ha sicuramente avuto un ruolo fondamentale nel suo successo. La serie è stata infatti trasmessa nel 2017, anno dell’elezione di Donald Trump. Già durante i suoi primi cento giorni di presidenza, alcuni diritti dati per acquisiti sono stati messi in discussione, e la coincidenza fra l’atmosfera connessa all’elezione del nuovo Presidente e la messa in onda della serie tv ha prodotto una serie di effetti nella lettura e nell’interpretazione delle vicende narrate. Proprio per questo, quella parte del movimento femminista statunitense che di solito si attiva contro i provvedimenti del governo ha trasformato immediatamente questa serie in un simbolo culturale di resistenza.  

    Il primo simbolo di lotta ispirato dalla serie è senza dubbio la divisa dell’ancella, basti pensare alle donne che hanno protestato contro la legge sull’aborto vestite da ancelle. La prima volta nel marzo 2017, in Texas, le donne sono entrate silenziosamente in senato per protestare contro una nuova legge che avrebbe limitato fortemente il diritto all’aborto, permettendo addirittura ai medici texani di mentire alle future madri in caso di malformazione del feto per impedirgli di ricorrere alla possibilità, in quel caso garantita, di interrompere la gravidanza. Di nuovo, il 13 Giugno 2017 hanno invaso il parlamento dell’Ohio manifestando contro un’altra proposta di legge tesa a rendere più difficile il ricorso all’aborto in quello stato. In questo caso le manifestanti hanno protestato in totale silenzio, lasciando che fossero i loro abiti a parlare. Il 17 Aprile 2021 è successo invece in Italia: duecento persone si sono trovate a manifestare contro la proposta del Piemonte di aprire sportelli di associazioni antiabortiste nelle Asl. 

    Sui social ha anche iniziato a circolare un hashtag che fa riferimento alla serie: #Nolitetebastardescarborundorum. Nella serie infatti la frase in latino Nolite te basterdes carborundorum (“Non lasciare che i bastardi ti schiaccino”) viene ritrova dal personaggio di Offred incisa nella sua camera, traccia di un’ancella che era stata lì prima di lei e che vuole spingerla a continuare la sua ribellione. Un messaggio che la conforta e la fa sentire meno sola, facendola riflettere su come stiano vivendo tutte la stessa situazione.

    Così, la divisa dell’ancella è entrata pian piano nell’immaginario collettivo, uscendo dai limiti della serie tv, tanto che in alcune manifestazioni, gruppi di donne che la indossavano hanno dichiarato di non aver mai guardato tutte le stagioni della serie o di non aver mai letto il romanzo.

    PROTESTE MA NON SOLO

    Nel 2019 Kylie Jenner ha organizzato una festa a tema per il compleanno della sua migliore amica, ispirato a The Handmaid’s Tale. “Welcome to Gilead” diceva festosa in una delle sue storie su Instagram. Tutto era curato nei minimi dettagli: le amiche in tuniche rosse, le cameriere in verde che servivano cocktail con nomi come Praise Be Vodka e Under His Eyes Tequila. Gli invitati maschi erano chiamati con l’appellativo di Commander (comandante), le donne con il composto “of” più il nome dell’accompagnatore, proprio come nella serie in cui ogni donna perde il proprio nome e deve derivarne uno dall’uomo che la possiede. Kylie Jenner fu fortemente criticata sui social, e la festa fu ritenuta inopportuna a causa delle tematiche trattate.

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