Category: serie tv

  • RECENSIONE STAR WARS VISIONS – ANTOLOGIA ANIMATA DELLA GALASSIA LONTANA

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    Star Wars: Visions è un progetto dall’interesse molto più alto rispetto alle altre serie animate di Star Wars. Le visioni del titolo sono le prospettive offerte da sette studi d’animazione giapponesi sull’universo creato da George Lucas: nove cortometraggi che esplorano ciascuno storie e personaggi diversi dagli Skywalker o dai Palpatine di turno, uniti solo da alcuni elementi narrativi che condividono con i film.

    Dopo più di quarant’anni di vita del franchise, sembra quasi un cliché ricordare l’enorme e dichiarato debito nei confronti del cinema di Akira Kurosawa, in particolare I Sette Samurai e La Fortezza Nascosta, senza i quali non esisterebbe lo Star Wars che conosciamo. Tuttavia, nonostante l’ispirazione del cinema del Maestro sia cosa ormai nota, sono state anche curiosamente rare le esplicite incursioni del franchise in questo preciso immaginario cinematografico, relegato forse soltanto ad alcuni episodi di The Mandalorian, dato che gli autori di Star Wars hanno preferito ricorrere al più familiare -per gli spettatori occidentali, si intende- genere western. Questa premessa non è per affrontare una complessa questione di generi e influenze che meriterebbe uno spazio più ampio, ma solo per dire che il richiamo al cinema di Kurosawa è più esplicito che mai nel primo episodio, Il duello, che è anche il migliore della stagione. In bianco e nero, con qualche accenno di colore e pure l’effetto pellicola ad aggiungere un fascino vintage, la storia del rōnin che protegge un villaggio dalle prepotenze di una guerriera sith possiede sia il respiro epico di una classica storia di Star Wars che quello di un film di genere jidai-geki.

    Ma questo non vuole dire che l’intera stagione di Visions richiami questo genere fondante del cinema giapponese. Il cortometraggio successivo va in una direzione molto più familiare e rassicurante: se Il duello riveste una storia familiare di un abito nuovo -rispetto al franchise di Star Wars- Rapsodia su Tatooine richiama ambientazioni e personaggi familiari (su tutti Boba Fett, antagonista principale dell’episodio) per una classica storia di riscatto e amicizia. L’episodio ancora successivo, I gemelli è una storia di tradimento e legami di sangue con uno stile iper-dinamico e semplice.

    Questi sono solo i primi dei cortometraggi che compongono la prima stagione di Star Wars: Visions. Nonostante siano concettualmente molto vicini, siamo lontani dal contemporaneo What If…? di casa Marvel Studios: gli episodi di Visions non sono tasselli della storia più ampia della Saga ma, appunto, visioni, suggerimenti creativi di nuove storie, nuovi volti, nuove estetiche. Non a caso, i nove corti sono stati realizzati da sette diversi studi di animazione, per garantire delle visioni più originali e diverse possibili.

    La qualità dei disegni e delle animazioni è sempre ottima, e la varietà di stili è di certo il pregio maggiore di questa stagione, dai personaggi stilizzati di Akakiri e T0-B1 alla ricchezza di dettagli di Lop & Ocho e del già citato Il duello. Per quanto riguarda le storie, invece, la qualità è un po’ più discontinua: nel complesso le storie sono discrete, anche se la durata breve degli episodi gioca forse a svantaggio di alcuni di questi.

    Trascurate del tutto le preoccupazioni circa la -non esistente- canonicità delle storie, la domanda riguarda il metro di giudizio ideale per valutare questa raccolta di cortometraggi all’interno del brand Star Wars. Quali sono i migliori, quelli più fedeli all’estetica della Saga oppure quelli che intraprendono una strada più originale? La risposta non è così semplice e dipende da ciò che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, gusto personale. Dipende cioè in larga parte dalla capacità del singolo, fan di Star Wars o meno, di abbandonare l’aspettativa, creata da decenni di film e serie tv, su ciò che Star Wars dovrebbe o non dovrebbe essere; o, in parole povere, dalla capacità di lasciarsi stupire dalle reinterpretazioni di una storia arcinota.

    Star Wars: Visions è difficile da valutare proprio per l’estrema varietà, nel bene e nel male, dei cortometraggi proposti: ma, anche per la sua natura eccentrica all’interno di un franchise che ha corso numerose volte il rischio di ristagnare in un riciclo di idee trite e situazioni abusate, il giudizio di chi scrive è positivo. È una sperimentazione molto relativa: il marchio Disney è sempre ben presente, e in molti casi l’approccio family-friendly della casa del Topo stride con il respiro epico di alcune storie che avrebbero giovato di una libertà ancora maggiore. Nonostante Star Wars: Visions difficilmente rappresenterà il primo passo per una maggiore creatività nella gestione del brand Star Wars, è comunque una interessante divagazione rispetto alla galassia lontana lontana cui siamo abituati e per una volta è consigliata anche a chi non è già fan della Saga, ma vorrebbe cominciare a comprendere il fascino che esercita su milioni di spettatori in tutto il mondo.

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  • RECENSIONE SEX EDUCATION – STAGIONE 3

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    Seppur con alterne vicende, uno dei generi su cui Netflix ha puntato di più, e di conseguenza ottenuto alcuni dei suoi più grandi successi, è proprio il teen drama, e fra i vari titoli di spicco che la piattaforma di streaming offre c’è sicuramente Sex Education. Giunta ormai alla sua terza stagione, disponibile dal 17 settembre, la serie ha attirato da subito molta curiosità e riscosso molto successo, per il fatto di affrontare apertamente e senza taboo il tema del sesso, specialmente dal punto di vista degli adolescenti ma non solo. Questa idea di fondo ha portato ad una serie allora stesso tempo frizzante e profonda, che racconta il mondo dei ragazzi e dei giovani in maniera autentica e mai superficiale o manichea, riuscendo però anche ad avere un afflato didattico e informativo insieme puntuale e poco invadente. 

    Quello che era stato uno dei motori narrativi principali delle prime due stagioni, ovvero la “clinica del sesso” clandestina messa su dal protagonista Otis e dall’amica Meave, della quale lui è innamorato, viene meno in questa terza stagione, per l’allontanamento dei due causato da Isaac in chiusura della seconda stagione, evento chiacchieratissimo da tutti i fan della serie. Se da un lato questa scelta era in qualche modo obbligata e scontata, per evitare di spremere e logorare eccessivamente questo meccanismo serializzante più di quanto fosse possibile, dall’altro lascia un vuoto, che viene quindi colmato da una ulteriore focalizzazione sui personaggi, le loro storie e le relazioni che instaurano fra loro. Per il momento la scelta premia e sembra funzionare grazie al grande attaccamento che gli spettatori hanno sviluppato nei confronti dei personaggi, indubbiamente ben costruiti, e con il merito di coprire una vasta gamma di identità diverse con uno sguardo intersezionale e mai banale. Resta da vedere però se in vista della quarta stagione –che sembra per ora confermata – questo taglio dato alla vicenda non vada anch’esso ad esaurirsi. Infatti questo inizio di stagione partiva forte di numerose trame aperte e che aspettavano uno sviluppo e una risposta: il triangolo fra Otis, Meave e Isaac, il rapporto fra Eric e Adam, e l’inaspettata gravidanza di Jean Milburn, solo per nominarne alcune; la sensazione è che invece questi nuovi episodi lascino ai loro successori molto meno materiale da cui ripartire.

    Il liceo Moordale, che nel frattempo si è guadagnato la nomea di “scuola del sesso”, vede così una nuova preside Hope Haddon, incaricata di ridare prestigio alla scuola e riportarvi l’ordine, con metodi via via sempre meno ortodossi. In questo contesto si consuma uno scontro culturale e generazionale fra la preside stessa e un nuovo personaggio che viene introdotto nella serie, ovvero Cal, persona non-binaria che di fronte alla rigida classificazione di genere che la preside vuole portare avanti nella scuola si batte per i suoi diritti. Questo filone della trama ha il merito di porre l’attenzione su un tema decisamente di attualità nel dibattito culturale contemporaneo, ovvero lo scontro fra un certo tipo di femminismo della seconda ondata, rappresentato da Hope, che sotto una apparente patina progressista è invece estremamente coercitivo, moralista e inquadrato in una visione del genere rigidamente binaria, e invece una più aggiornata visione intersezionale e non-binaria che si è progressivamente affermata soprattutto fra i più giovani. La serie ha il merito di far capire chiaramente come la vita quotidiana delle persone transgender e non binarie, ma non solo, possa essere negativamente influenzata da questo tipo di chiusura mentale e discriminazione, ma allo stesso tempo, dipingendo la preside in maniera così spudoratamente negativa, con tratti quasi macchiettistici, rischia di far pensare che autoritarismo e discriminazioni avvengano nel mondo reale in maniera così scopertamente classificabile, quando in realtà il metodo utilizzato è spesso molto più sottile e subdolo, difficile da individuare, e quindi, in definitiva, più pericoloso. 

    Come anche nelle precedenti stagioni parte del fascino della serie poggia su una curatissima estetica retrò e pop declinata in tutti gli aspetti, dalla fotografia alla colonna sonora, la quale rinuncia ai successi del momento per attingere a piene mani dalla musica dagli anni ’60 agli anni ’90, e su un montaggio veloce e frizzante in certi momenti, ma che sa rallentare nelle numerose scene di maggiore intensità emotiva.

    In conclusione Sex Education si conferma un prodotto ben costruito e che, seppur abbia inevitabilmente perso un po’ l’aura di novità che aveva inizialmente, continua ad essere interessante e coinvolgente, a patto che nel futuro sappia fornire una conclusione naturale della vicenda senza trascinarla troppo per le lunghe, rischio che pende sempre sulle serie di grande successo come questa.

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  • RECENSIONE MODERN LOVE (STAGIONE 2)

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    Lo scorso 13 agosto è uscita, dopo una lunga attesa, la seconda stagione di Modern Love, serie televisiva antologica targata Prime Video, che si promette di indagare le varie sfaccettature dell’amore nel mondo contemporaneo, prendendo spunto dalle storie pubblicate sull’omonima rubrica del New York Times.

    Vedere la prima stagione di Modern Love in pieno lockdown può aver contribuito ad evidenziare tutte le caratteristiche positive della serie: quell’accorpare scampoli di vita quotidiana, abbastanza originali da catturare l’attenzione per una caratteristica particolare, a volte un nucleo narrativo curioso e inusuale, o, ancora più spesso, per una maniera alternativa di raccontare una storia altrimenti uguale a tante altre, il tutto accomunato da una patinatissima estetica indie e da una malinconica leggerezza che in quel momento sapeva tanto di vita.

    Il secondo atto di questa serie antologica risulta invece parzialmente deludente.  L’idea di base vorrebbe rimanere la stessa, ma si scontra con una mancanza cronica di storie un minimo originali o di idee forti su come raccontarle. Se il primo e l’ottavo (ed ultimo) episodio della stagione si salvano puntando sul sentimentalismo e sul dramma, e le lacrime scorrono copiose, la maggior parte degli altri episodi sono più che altro inconsistenti. Il secondo episodio, La Ragazza Notturna incontra un Ragazzo Diurno, va avanti per trentacinque minuti senza che al suo interno succeda praticamente niente, mentre i due episodi dedicati all’amore adolescenziale e giovanile sono banali e simili a tanti altri teen drama, ma privi di qualsiasi tensione, sviluppo o possibilità di attaccamento nei confronti dei personaggi, vista la durata limitata. Il terzo episodio, Estranei su un treno (Per Dublino), vede protagonista le fasi iniziali della pandemia da coronavirus, che mette i bastoni fra le ruote ad un amore sbocciato durante un breve viaggio in treno, quasi fossero altri tempi; è divertente e ben scritto ma il finale talmente aperto da non essere un finale lascia l’amaro in bocca. Una parziale eccezione è rappresentata dal settimo episodio, Come mi ricordi, breve ed efficace nel ripercorrere, nel tempo di un fugace incontro in strada, gli stadi iniziali di una frequentazione fra due ragazzi mai trasformatasi in relazione vera e propria, alternando in stile Rashomon il punto di vista dell’uno e dell’altro protagonista, in quello che è l’episodio che più riesce a ripercorrere il solco della prima stagione.

    Altro elemento che rende questa seconda stagione più debole della prima è la mancanza dell’elemento unificante di New York come setting e sfondo di tutte le storie precedentemente raccontate, che nella città si intrecciavano, e che l’avevano resa l’ulteriore e onnipresente protagonista della serie, in una maniera che ricordava un po’ il ruolo assunto dalla stessa città nel classico delle commedie romantiche Harry ti presento Sally. La mancanza di questo filo conduttore toglie alla seconda stagione un ulteriore elemento caratteristico, rendendo i vari episodi una raccolta di mediometraggi privi di qualsiasi elemento che li unifichi fra loro.

    Si cerca quindi di riprendere i fattori che avevano fatto il successo della prima stagione, ma la mancanza di alchimia generale fra di essi non fa scoccare quella scintilla che tanto ci aveva fatto emozionare, e lo spettatore raramente riesce ad accedere a quella strana evasione nella malinconia che probabilmente si aspettava di trovare.

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  • RECENSIONE EVANGELION: 3.0+1.0 THRICE UPON A TIME – LA FINE DI UN VIAGGIO

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    Parlare di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time non è un impresa facile e soprattutto non è possibile farlo senza tirare in ballo il mondo intero di Neon Genesis Evangelion, creato da quel folle visionario di Hideaki Anno. Un mondo, limitandoci alle sole opere cinematografiche/seriali, costituito dalla serie originale di 26 episodi, due film di cui uno dedicato alla conclusione della serie e 4 film che compongono la Rebuild, una nuova storia, che parte dallo stesso incipit della serie e poi devia in un nuovo percorso narrativo che culmina con la pellicola di cui andiamo qui a parlare, che risulta essere impossibile da comprendere senza la visione dei film precedenti, essendone un seguito diretto. Il concetto di finale per i fan di Evangelion è sempre stato problematico: se il finale della serie risultava essere estremamente astratto a causa anche del minimo budget a disposizione, il film The End of Evangelion (adorato dal sottoscritto) non era riuscito a soddisfare la maggior parte del pubblico, a causa anche in questo caso del delirio psichedelico messo in scena e scaturito dalla mente visionaria di Anno. Si arriva dunque dopo 26 anni dalla serie originale a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, il finale della Rebuild, film lungamente atteso e di lunghissima gestazione a causa anche della crisi personale di Anno che ha portato ad un rigetto verso l’animazione e verso il mondo stesso di Evangelion.

    Si riparte dunque da dove eravamo rimasti alla fine del precedente Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo.  In seguito al Fourth Impact, rimasti senza i loro Evangelion, Shinji, Asuka, e Rei cercano rifugio nei desolanti e rossi resti di Tokyo-3. Ma il pericolo della fine del mondo è ancora lontano dall’essere scomparso. Un nuovo Impact sembra arrivare all’orizzonte e sarà quello che porterà alla vera fine di Evangelion.

    Il film  si presenta quasi subito come diverso rispetto agli altri componenti della tetralogia, prima di tutto nella durata, decisamente più lunga, e nel ritmo, molto più rilassato nella prima metà, con atmosfere più serene e a tratti bucoliche, lontano dalla frenesia che ha sempre caratterizzato tutto il mondo di Evangelion. La pellicola, realizzata con un misto tra CGI e tecnica di disegno tradizionale, raggiunge una magnificenza visiva mai ottenuta in nessun altro prodotto legato a questo brand e riprende dai film precedenti il gusto per le scene di azione esagerate e altamente spettacolari, caratterizzate da una regia estremamente dinamica e mai così ispirata, eliminando la messa in scena confusionaria riscontrata a tratti negli altri capitoli della tetralogia. Anno, da buon cinefilo, omaggia apertamente numerose pellicole, come Matrix, PaprikaThe Truman Show, e registi come Cronemberg e Kubrick, con alcune sequenze psichedeliche ispirate direttamente a 2001: Odissea nello spazio, o addirittura pittori come Magritte, aprendosi sul finale anche al metacinema. Visivamente omaggia anche il vecchio ciclo di Evangelion, con inquadrature riprese esattamente dal folle The End of Evangelion, e lo stesso finale della serie originale, con intere scene realizzate con bozze di disegni, che nel passato erano state utilizzate per mancanza di budget e in questo caso vengono trasformate in un mezzo cinematografico per rappresentare i ricordi, vaghi e meno dettagliati esattamente come nelle nostre menti, o per rappresentare il concetto stesso di creazione, di genesi del mondo, similmente al processo creativo con cui avviene la realizzazione di un’opera d’arte.

    Una delle forze principali del mondo di Evangelion è sempre stata la costruzione della narrazione sulla base di argomenti complessi, dalla religione alla psicologia, alla crescita di ragazzi a cui è stata rubata la naturale maturazione da adulti egoisti, uniti con il puro cinema di intrattenimento. Questo ha sempre portato con sé una notevole dose di spaesamento nello spettatore, in quanto la narrazione e lo sviluppo del mistero non avveniva mai in maniera perfettamente comprensibile, con la chiarezza espositiva spesso sacrificata sull’altare della spettacolarità visiva. Quest’ultima pellicola continua in questo percorso, facendoci perdere in questo enorme e complesso mondo costruito da Anno. Ed è proprio in questo che, secondo il sottoscritto, sta la chiave di lettura dell’intero progetto di Evangelion e che i fan più accaniti probabilmente non accetteranno mai: dopo 26 anni, possiamo tranquillamente affermare che ad Anno non interessa più di tanto far capire agli spettatori per filo e per segno tutte le informazioni con cui vengono bombardati. La cosa più importante di questa meravigliosa storia non è (esattamente come in Lost) il mistero su cui viene costruita la vicenda, ma i personaggi, i suoi meravigliosi e iconici personaggi. Tutto questo mondo non è altro che l’involucro della crescita di Shinji, Asuka, Rei (la cui parabola in questo film è da lacrime) e Misato, vero mastice che tiene insieme con forza questo mix di esplosioni, botte da orbi, angeli, Dio e Freud.  Lo stesso Gendo, il villain finale, viene umanizzato e approfondito rispetto alla storia originale e finalmente ci viene regalato il tanto atteso confronto con il figlio Shinji. 

    Questa saga Rebuild è stata una nuova occasione per tutti, per i personaggi e per Anno, che in 26 anni è cambiato come persona e come artista, ha attraversato un periodo di depressione ed è rinato, cresciuto, come il protagonista Shinji, mettendo tutto sé stesso in questa nuova epopea in qualche modo autobiografica. I Children hanno finalmente trovato il loro posto nel mondo e Anno con loro, entrando definitivamente nella storia del cinema di animazione e del cinema in generale con una delle opere più ambiziose mai realizzate. Congratulazioni Anno!

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  • RECENSIONE STAR WARS THE BAD BATCH – UNA GALASSIA FIN TROPPO FAMILIARE

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    Quello di Dave Filoni è un nome che, nel bene e nel male, è sulla bocca di tutti i fan di Star Wars: co-autore di tutte le serie d’animazione ambientate nella galassia lontana lontana (The Clone Wars, Rebels e Resistance), nonché produttore esecutivo, sceneggiatore e regista per The Mandalorian, negli ultimi anni il suo lavoro nell’universo creato da George Lucas si è concentrato sulle serie televisive in cui ha creato alcuni dei personaggi più amati del franchise.

    The Bad Batch è il proseguimento ideale di The Clone Wars, la cui eccellente stagione finale uscita nel 2020 stabiliva le basi per questo spin-off con l’introduzione dell’omonima Bad Batch, una squadra altamente specializzata di quei cloni soldato introdotti in L’attacco dei Cloni. La serie prende le mosse dall’Ordine 66 visto in conclusione della trilogia prequel: i cavalieri Jedi sono stati eliminati, Palpatine è diventato imperatore e la Repubblica sta venendo smantellata in favore dell’Impero Galattico. La Bad Batch, finita la Guerra dei Cloni, deve decidere per quale causa combattere e affrontare il tradimento di uno dei loro.

    Sul lato estetico, è tra i punti più alti mai raggiunti in una serie d’animazione occidentale. L’ultima stagione di The Clone Wars aveva già lasciato a bocca aperta per l’altissima qualità della CGI e delle animazioni, ma The Bad Batch va oltre: gli establishing shots che introducono i pianeti raggiungono livelli di dettaglio che non sfigurerebbero affatto in uno dei film Pixar degli ultimi anni. Questo aspetto non è secondario, men che meno in un franchise che fa dell’impatto visivo elemento imprescindibile del proprio world-building. Anche in questo la serie non delude: ogni pianeta presenta uno stile unico che lo rende interessante e diverso dagli altri, ed è ricco di personaggi secondari e specie aliene uniche. L’atmosfera avventurosa di Star Wars, insomma, si respira appieno.

    Ciò che lascia a desiderare sono i personaggi e le storie raccontate in questa stagione. Non perché la serie sia carente in caratterizzazioni o nello sviluppo della trama, ma perché non si prende nemmeno dei rischi nel portare avanti questa nuova ramificazione della saga.

    È una difficoltà insita nell’introdurre una nuova serie e nuovi protagonisti, e nemmeno The Clone Wars e Rebels sono riusciti a evitarla nelle loro prime stagioni, ma in The Bad Batch risulta particolarmente fastidiosa. Il potenziale di questo capitolo della Saga viene sfruttato solo in alcuni episodi, non a caso i migliori -nello specifico in apertura e in chiusura di stagione-: solo in questi viene esplorata appieno l’epoca di transizione, idealmente dall’epica guerriera dei prequel alle influenze western di Una Nuova Speranza, e viene pure accennata l’origine degli iconici stormtroopers visti per la prima volta nel suddetto film. Per il resto, invece, la serie si accontenta di riproporre situazioni e personaggi talmente archetipici da diventare stereotipati, a partire dalla squadra di protagonisti. 

    Non è una novità né, come si diceva, una colpa esclusiva di The Bad Batch: Star Wars, da sempre è una saga che fa delle ripetizioni mitiche uno dei suoi aspetti fondativi. Il famigerato “È come una poesia, con le sue rime” detto da George Lucas, la concezione dei film (e delle serie) come un grande poema epico fatto di rime e ricorsi della storia, è ciò che rende affascinante questo universo fantasy travestito da fantascienza. Da parte degli autori di Star Wars, tuttavia, questo mandato diventa spesso e volentieri una cattiva abitudine che fa scadere il fascino dell’archetipo nell’assenza di originalità, gli omaggi alla Saga nel fanservice fine a sé stesso. E purtroppo The Bad Batch, con tutti i suoi innegabili pregi, non fa eccezione in questo.

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  • RECENSIONE LEGION: NON IL SOLITO SUPEREROE

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    A partire dai primi 2000, il genere cinecomic ha visto un vero e proprio rinascimento cinematografico: il genere aveva già conosciuto adattamenti di successo come Superman di Richard Donner e Batman di Tim Burton, ma è con a X-Men di Bryan Singer, Spider-Man di Sam Raimi e Batman Begins di Christopher Nolan che il genere ha saputo raggiungere un equilibrio tra autorialità e grandissimo successo di pubblico nel nuovo millennio.

    Anche il piccolo schermo è stato mezzo di storie di supereroi interessanti, soprattutto dopo la nascita del Marvel Cinematic Universe. Se la differenza di budget tra cinema e tv è vistosa, le serie tv di supereroi non hanno niente da invidiare per originalità e diversità alle loro controparti cinematografiche: ottimi prodotti tra cui la miniserie di Watchmen, sperimentazioni di successo come Daredevil e The Boys e storie più tradizionali come il franchise televisivo dell’Arrowverse, solo per citarne alcuni, dimostrano la capacità del medium televisivo di attingere a piene mani dai fumetti per creare serie di qualità.

    Creata da Noah Hawley, già creatore e showrunner della serie Fargo, Legion è l’esempio perfetto di come si possa sperimentare con personaggi e topoi del genere supereroistico ottenendo risultati sorprendenti.

    La storia segue David Haller (Dan Stevens), giovane paziente di un istituto psichiatrico che soffre di schizofrenia; nell’istituto in cui è prigioniero conosce Sydney Barrett (Rachel Keller), ragazza con fobie da contatto con cui instaura una relazione romantica. Ciò che lui stesso crede siano allucinazioni, tuttavia, scopre essere frutto di immensi poteri che vengono alla luce in circostanze tragiche: quando viene rivelata la sua vera natura di mutante, David diventa vittima di un braccio di ferro tra una sinistra agenzia governativa e un’organizzazione guidata da Melanie Bird (Jean Smart), terapista con un tragico passato che si prefigge di aiutare i mutanti come David.

    Se questa premessa vi sembra familiare non c’è da stupirsi: la serie è imparentata con il filone narrativo degli X-Men, creati da Stan Lee e Jack Kirby nel 1963 e portati al cinema con successo da Bryan Singer. Nonostante le analogie tematiche (la paura per il diverso, la frattura insanabile tra singolo e società) e nonostante sia a sua volta una co-produzione Marvel Television e Fox, tuttavia, Legion non fa parte del medesimo franchise e condivide con i fumetti solo alcuni personaggi, tra cui lo stesso David (creato da Chris Claremont e Bill Sienkiewicz nel 1985) e suo padre, il professor Charles Xavier (interpretato da Harry Lloyd nella terza stagione). Inoltre Legion segue fin da subito una strada originale, preferendo alle storie corali dei film una narrazione psicologica ricca dalle tinte surreali. Il pilot è una dichiarazione d’intenti: i primi minuti seguono la crescita di David e rendono chiaro che la serie esplora il suo punto di vista, immerge lo spettatore nella sua psiche.

    La forma della storia diventa anche il suo contenuto: allo smarrimento di David e dello spettatore contribuisce una narrazione fatta di flashback ingannatori, montaggio disorientante e pure improvvisi numeri musicali fuori contesto dall’estetica di un videoclip. Una scelta (che solo ogni tanto sfocia in un certo virtuosismo compiaciuto) accattivante e soprattutto vincente nel restituire il punto di vista frammentario e confuso di David, in un modo che spesso richiama Se mi lasci ti cancello (fonte d’ispirazione dichiarata) ed efficace anche nell’arricchire l’atmosfera surreale della serie con improvvise sferzate orrorifiche.

    Anche da un punto di vista puramente visivo la confusione viene espressa dall’assenza di precise coordinate temporali: costumi e ambientazioni sono un mix impazzito tra passato e futuro, asettiche scenografie futuristiche si mescolano a tecnologie retrò. L’utilizzo di oggetti di scena dall’estetica retrofuturistica è comune anche in altre serie cinecomic come Loki o Doom Patrol, ma in Legion la scelta è doppiamente efficace proprio perché cozza con un’ambientazione sci-fi così pulita e colorata.

    Anticonvenzionale è pure nel delineare il suo contraddittorio e affascinante protagonista: David è un mutante potentissimo ma inerme, spesso in balia di eventi che lui stesso scatena inconsapevolmente.

    Legion è quindi una serie televisiva unica, non solo nel suo genere: un pastiche di fantascienza, horror e classica storia di supereroi, che si inserisce in modo coerente nella corrente narrativa degli X-Men ma guadagnandosi una propria identità, tanto che potrebbe addirittura piacere anche ai non appassionati di cinecomics. Non resta che aspettare di vedere se Noah Hawley, dopo questo e Fargo, riesce a replicare il miracolo con la sua già annunciata serie su Alien

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  • RECENSIONE NAOMI OSAKA – LA DOCUSERIE NETFLIX

    Il nuovo documentario targato Film 45, coprodotto dalla Uninterrupted di Lebron James e Maverick Carter, uscito su Netflix lo scorso 16 luglio, ci parla della vita di Naomi Osaka, prima persona asiatica a raggiungere il primo posto nel ranking mondiale di tennis, attualmente al numero 2 del ranking WTA. Strutturato in 3 episodi (Rise, Champion Mentality e New Blueprint) tutti diretti da Garreth Bradley, si sofferma sul biennio 2019-20 dell’atleta, che inizia da campionessa in carica dell’Australian Open. 
    Il documentario si prende notevolmente i suoi tempi, accompagnato dalla colonna sonora firmata Devonté Hynes (Blood Orange). La narrazione appare dilatata, piena di silenzi, lontana dal caos e dall’energia continua presente ad esempio nei documentari sportivi creati secondo lo schema All or Nothing, e anche dai toni eroici e agiografici tipici nei ritratti dei singoli campioni. Il documentario cerca dei momenti di pace, così come li cerca Naomi, in fin dei conti solo una ragazza poco più che ventenne, timida e non del tutto a proprio agio davanti a obiettivi e telecamere che, nonostante i suoi atteggiamenti rimessi, cerca anche di essere un’icona di stile, riuscendoci in un modo assolutamente personale.
    Attorno a lei vediamo pochissime persone: i genitori, la sorella che lei stessa definisce come “una sua copia che si veste molto meglio” e il rapper Cordae, suo fidanzato. C’è Kobe Bryant, certamente una figura ispirazionale ma in alcuni momenti anche una sorta di fratello maggiore per Naomi. Figura di cui certamente la nostra protagonista sentirà la mancanza negli anni successivi. C’è Colin Kaepernick, detonatore e incarnazione a livello sportivo della lotta per i diritti civili degli afroamericani, colui che per primo si inginocchiò durante l’inno nazionale nel 2016, dando una svolta assolutamente radicale alla sua carriera e alla sua vita. 
    Gli eventi seguiti all’omicidio di George Floyd il 25 Marzo 2020 avranno un forte impatto su Naomi come persona e come atleta. Lei, nata nel 1997 ad Osaka da madre giapponese e padre haitiano conosciutisi a New York, dove la famiglia si è trasferita di nuovo nel 2000. Lei, che come la sorella porta il cognome di sua madre per via della diffidenza della società giapponese verso gli stranieri. Lei che ha scelto di rappresentare il Giappone al posto degli USA, e per questo è stata aspramente criticata dalla comunità afroamericana che cominciava a vederla come un nuovo emblema, ma come dice la stessa Naomi, non si è neri in un solo paese.

    E agli US Open 2020 l’obiettivo è stato il raggiungimento della finale più che la vittoria, in ogni caso conquistata. Sette match, sette volte lo stadio vuoto, sette mascherine nere con scritte bianche, sette nomi di vittime della violenza razzista della polizia statunitense.
    La struttura della docuserie, tre episodi tutti sotto i 45 minuti, forse può risultare insufficiente a raccontare due anni di vita di un’atleta di questo calibro, soprattutto con un ritmo così lento. Ma la vita di Naomi che ci viene mostrata è questa: una continua ricerca del rifugio, nella famiglia, nelle poche persone fidate, per far riposare una furia che esplode nella racchetta.
    Naomi vince, ma i suoi affetti, i suoi mentori, fotografi, giornalisti, avversarie, sono poco più che uno sfondo. Nel tennis si vince e si perde da soli, si vive da soli. Questo vale soprattutto per chi, come Naomi, riserva tutte le proprie energie e il proprio carisma per il campo, e nella vita quotidiana non ha paura di essere una ragazza solitaria e riservata, con la peculiarità di avere un talento sconfinato e di essere tra le pochissime donne presenti nella classifica dei 100 sportivi più ricchi al mondo secondo Forbes.

    Nicolò Cretaro

  • RECENSIONE PRIDE – DOCUSERIE SU DISNEY+

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    Giugno, il mese del Pride, è ormai finito, ma le battaglie per i diritti della comunità LGBTQ+ non si fermano e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare la nostra parte nel campo che ci riguarda, quello della comunicazione audiovisiva. Proprio questo sembra essere lo sforzo di Pride, una docuserie disponibile sulla piattaforma in streaming Disney+. Composta da 6 puntate, Pride ci fa viaggiare attraverso 60 anni di storia della comunità LGBTQ+, dandoci uno spaccato approfondito e interessante sull’evoluzione della comunità stessa e sulle battaglie per i diritti, la visibilità e la celebrazione delle persone queer. Si parte quindi dagli anni ’50, ovvero il decennio considerato un po’ la “preistoria” del movimento LGBTQ+ fino ad arrivare agli anni 2000, con la lotta per il matrimonio egualitario negli Stati Uniti. La prospettiva adottata è infatti quella strettamente riguardante l’ambito nazionale statunitense e non si spinge ad analizzare la situazione in altri paesi, che siano quelli europei e ancora meno il resto del mondo. 

    Il percorso all’interno della comunità è effettuato prevalentemente attraverso le voci di attivistə che vengono intervistati e invitati a raccontare, a partire della loro esperienza, un pezzo di storia e di lotte della comunità. Tuttavia non sempre sono chiari i mezzi formali attraverso cui la serie vuole portare avanti il racconto: l’intervista diretta è prevalente, ma è utilizzata anche la ricostruzione di scene di finzione e l’animazione, e non è chiaro quale sia la funzione di questa mescolanza di mezzi e di stili che non sembrano avere un diretto collegamento con quello che si sta dicendo o raccontando, e piuttosto danno solo una sensazione di caos mal gestito. Questa è una delle pecche che saltano più agli occhi per una docuserie che fornisce una prospettiva davvero interessante sulla comunità. Infatti, decostruendo un senso comune molto radicato, si mostra la progressiva emancipazione delle persone LGBTQ+ non solo come un percorso lineare. Ogni decennio viene analizzato nella specificità del suo contesto, con i suoi aspetti positivi e negativi. Veniamo così a sapere che, per fare un esempio, la Seconda Guerra Mondiale è stata un momento di grande presa di coscienza per la comunità, poiché il movimento in tutti gli Stati Uniti di un grande numero di uomini e donne ha portato molte persone a rendersi conto di non essere le uniche ad essere diverse rispetto alla norma eterosessuale, e che gli anni ’50, oggi universalmente visti come periodo oscurantista per eccellenza, in realtà, prima dell’affermazione del maccartismo, sono stati per la comunità LGBTQ+ un periodo di relativa spensieratezza o comunque non totalmente oscuro, come invece per esempio lo sono stati gli anni ’80, complice l’epidemia di AIDS

    Altro elemento di contenuto davvero importante è lo spazio che viene dato al discorso sull’intersezionalità nelle lotte sociali, secondo cui le discriminazioni devono essere studiate nel loro intersecarsi e sovrapporsi, e la serie da spesso la voce ad alcune delle categorie storicamente più marginalizzate anche all’interno della comunità, a partire dalle persone nere e transgender. Proprio a questo proposito una piccola nota sul doppiaggio italiano non può che saltare agli occhi e sorprendere: le donne transgender sono costantemente doppiate da voci maschili, come già successo per il personaggio interpretato dall’attrice trans Laverne Cox nel film Una donna promettente, episodio che ha giustamente scatenato una grossa polemica. Si sperava che all’interno di un prodotto di questo tipo, che tratta proprio di questi temi, un simile errore non dovesse capitare. 

    La serie parla estesamente dell’importanza della rappresentazione mediale per promuovere la visibilità e delle esperienze di vita delle persone marginalizzate dalla società, e vuole essere un tassello in più in questo sforzo. In questo caso il limite non è tanto intrinseco al prodotto, quanto nella sua diffusione e porta all’attenzione un elemento importante del panorama televisivo e mediale contemporaneo. La televisione tradizionale basata sul sistema del broadcasting era infatti, nonostante i suoi limiti, un mezzo di diffusione di prodotti per un pubblico ampio e indifferenziato, ed era quindi un luogo di incontro con nuovi prodotti televisivi che il pubblico poteva scoprire. Con la moltiplicazione dei canali televisivi prima e la nascita delle piattaforme di streaming poi, il pubblico si è differenziato e frammentato sempre di più, e per la maggior parte ognuno consuma solo i prodotti audiovisivi pensati e rivolti specificamente per il proprio target: se questo permette che una docuserie radicale come Pride possa essere prodotta, allo stesso tempo il rischio è che si rivolga solo ad un pubblico ben specifico composto dalla comunità LGBTQ+ stessa e alle altre persone in qualche modo già informate su queste tematiche, perdendo così la sua potenziale funzione educativa di massa di cui mai come in questo periodo di polarizzazione e radicalizzazione delle opinioni si avrebbe disperatamente bisogno. 

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  • LO SPECIALE DI FRIENDS E L’IMPORTANZA DELLA SITCOM

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    Tutto ciò che è vecchio ritorna nuovo, e adesso, dopo la sbornia da anni ’80 durata diversi anni e in realtà non ancora conclusa, è arrivato il momento di ripescare a piene mani (anche) dal periodo tra fine anni ’90 e inizio anni 2000. Se Britney Spears tornata al centro del gossip e definitivamente assurta a icona pop non fosse un segnale abbastanza evidente, assistiamo adesso al ritorno, sotto diverse forme, di tre serie tv che hanno caratterizzato il periodo: lo speciale di Friends, prossimamente la nuova stagione di Sex and the city e il reboot di Gossip Girl. Tre prodotti diventati iconici in tempo record e che, forse non a caso, non appartengono esattamente al tanto osannato filone della “quality tv”, ma che evidentemente hanno piantato nella cultura pop radici più profonde di tanti show osannati dalla critica, ma oggi sulla via del dimenticatoio. A produrre e a rendere disponibili tutti e tre gli show sarà il canale via cavo HBO e la piattaforma streaming HBO Max, e, se un’emittente che verso la fine degli anni ’90 era pioniera di un nuovo tipo di serialità televisiva complessa si volge così tanto al passato, non si può fare a meno di pensare che questo sia un segno di forte crisi creativa e mancanza di nuove idee. 

    Lo speciale Friends: The Reunion (anche conosciuto come The One Where They Get Back Together, per riprendere gli iconici titoli della serie), andato in onda lo scorso 27 maggio, rientra pienamente in questa operazione nostalgia, ma sfiora appena la superficie di quello che si potrebbe dire, tralasciando aspetti che avrebbero potuto portare una nuova prospettiva su questa sit-com dallo straordinario successo ma abbastanza classica nella sua impostazione. Durante circa un’ora e quaranta di programma vediamo i sei protagonisti che tornano sui set originali della serie, rileggono assieme alcune parti dei copioni, portandoci a ricordare alcuni dei momenti più divertenti e famosi che costellano le varie stagioni, e soprattutto vengono intervistati dal conduttore televisivo James Corden di fronte all’iconica fontana che ha fatto da sfondo alla sigla dello show. Il tutto punteggiato da interventi di personaggi più o meno famosi di varia estrazione (andiamo da Malala Yousafzai a David Beckham, passando per Lady Gaga) che in poche parole spiegano per quale motivo Friends sia stato così importante per loro – inutile dire che alcuni sono almeno riusciti a sembrare più convincenti di altri. 

    Un segmento in particolare ci mostra alcuni video di ragazzi e ragazze comuni di varie parti del mondo, che spiegano per quale motivo questa sit-com sia stata così importante per loro, e sembra voler portare avanti una riabilitazione di tipo sociale e politico dello show presso le nuove generazioni di giovani, notoriamente più attive e attente da questo punto di vista. Friends però è una serie estremamente bianca dal punto di vista etnico e ricorre spesso a epiteti omofobici e transfobici, per cui questo tipo di difesa sembra debole e poco convincente. Ma allo stesso tempo porta in scena una coppia di donne lesbiche, una delle quali ha un figlio con Ross, e presenta quindi aspetti che, pur non essendo stati trattati nella maniera che gli verrebbe riservata oggi più di vent’anni dopo, sono decisamente progressisti. La sit-com dei network basata sul sistema del broadcasting, genere estremamente popolare e trasversale nella televisione americana e oggi un po’ in crisi, è straordinaria proprio per questo motivo, per essere un mezzo capace di comprendere più elementi diversi e per essere animato da spinte estremamente variegate. Nonostante, quindi, una tendenza così generalista che soddisfa tutti senza soddisfare pienamente nessuno, la sit-com, nella realtà dei fatti, ha storicamente portato alla normalizzazione progressiva, seppur in maniera imperfetta, della rappresentazione di varie categorie di persone e di dinamiche sociali marginalizzate. Lo stesso Joe Biden disse, ormai una decina di anni fa che “Will&Grace ha educato l’opinione pubblica americana sulle tematiche LGBT più di qualunque altra cosa”. Pur comprendendo che un discorso così approfondito sull’argomento sarebbe stato difficile da portare in televisione, risulta comunque evidente che sarebbe stato molto più interessante e di spessore, rispetto alla semplice operazione commerciale nostalgica che è stata adoperata con la Reunion di Friends

    La parte forse più interessante dello speciale è quella che, con i due autori principali dello show Marta Kauffman e David Crane, ne ripercorre i momenti di ideazione e di creazione. Dall’ispirazione dello show, venuta ai due sceneggiatori ripensando ai loro vent’anni, quel momento in cui “i tuoi amici sono anche la tua famiglia”, fino al processo di casting con alcuni aneddoti divertenti e più interessanti di gran parte del resto dello speciale.

    La reunion di Friends non ci dice quindi di per sé troppe cose interessanti, ma piuttosto ci fa pensare a quello che di interessante avrebbe potuto dire. E anche che il comfort delle “risate in scatola”, tanto vituperate, in realtà un po’ ci manca.

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  • RECENSIONE HALSTON – SERIE NETFLIX CON EWAN MCGREGOR

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    In un momento di difficoltà storica per l’industria dello spettacolo, che, complice la pandemia e i conseguenti problemi produttivi, ha faticato a mantenere i ritmi a cui l’era della “peak television” ci aveva abituato, una delle poche eccezioni è rappresentata da Ryan Murphy. Quest’ultimo, infatti, fresco dell’accordo multi-milionario con Netflix, nell’ultimo anno ha dato alla luce un numero impressionante di progetti diversi fra loro, non sempre, bisogna dire, soddisfando le aspettative che ormai sono legate al suo nome. L’ultimo di questi è la miniserie Halston, che racconta, nell’arco di 5 puntate, l’ascesa e la caduta dell’omonimo stilista statunitense famoso negli anni ’70 nonché uno degli animatori e frequentatori più assidui della scena disco newyorkese che ruotava attorno al leggendario Studio 54.

    https://www.youtube.com/watch?v=yCgdWHwEnrg

    Questa miniserie è un ulteriore tassello di quello che, da un po’ di tempo a questa parte, sembra essere il programma narrativo e culturale di Ryan Murphy: partendo da spunti più o meno ancorati alla realtà (vedi Hollywood, Pose o American Crime Story) o ad altre narrative (ad esempio Ratched) vuole poi costruire un suo personale discorso, fornendo spunti di riflessione su svariate tematiche, fra cui in maniera preponderante il ruolo della comunità LGBTQ+ e delle altre minoranze. Nonostante in questo caso non curi personalmente la regia, affidata invece a Daniel Minhan, lo stile è comunque quello inconfondibilmente barocco che è ormai la cifra delle produzioni di Murphy, e che qui necessariamente esalta al massimo non solo i costumi, come ovvio che sia, ma anche gli ambienti, i quali, grazie anche ad un budget sicuramente molto alto, sono curati nei minimi particolari e risultano decisamente affascinanti e di impatto. Inoltre, come già si era visto in molte sue precedenti produzioni, Murphy non si pone apparentemente alcun problema nel portare sul piccolo schermo personaggi leggendari del mondo dello spettacolo statunitense, aspetto al quale altri, al suo posto, porrebbero molta più cautela. Ed ecco che nel corso dei cinque episodi troviamo, oltre ad Halston stesso, l’attrice e cantante Liza Minnelli, la celebre ballerina e coreografa Martha Graham, la designer Elsa Peretti e tanti altri animatori e frequentatori dello Studio 54. L’unico su cui si è mosso più prudentemente in questo caso è stato Andy Warhol, più volte nominato ma che non vediamo mai sullo schermo.

    Altro elemento riconoscibile che ritorna è una rappresentazione senza filtri del sesso, specialmente quello omosessuale, e dello sfrenato uso di droghe, quest’ultimo evidenziato molto bene, anche visivamente, nella sua ripetitività. Tutto ciò è oggi possibile grazie ai lavori di Ryan Murphy stesso ma anche di altri registi e produttori, i quali hanno portato allo sdoganamento di certe rappresentazioni sul piccolo schermo.

    L’aspetto che in questo caso risulta più tradizionale è probabilmente quello narrativo. La vita dello stilista infatti viene raccontata secondo il tipico schema di rise-and-fall  dell’antieroe, che, dopo una scalata vertiginosa verso un successo stratosferico, altrettanto vertiginosamente crolla, complice l’arroganza, la perdita dei punti di riferimento più fidati e il consumo smoderato di cocaina. Se questo rientrare in binari già prestabiliti rende la serie tutto sommato godibile, prevenendo alcuni scivoloni che in altri casi (di nuovo Hollywood oppure The Politician, ma soprattutto il musical The Prom) avevano rovinato progetti partiti con una premessa interessante, tuttavia ciò la rende anche prevedibile e non molto incisiva per quello che dovrebbe essere un prodotto di punta. Ci sono certo alcune riflessioni interessanti, come ad esempio lo scontro fra le ragioni del mercato, da cui lo stilista viene ad un certo punto travolto perdendo addirittura i diritti sul suo stesso nome, e quelle dell’arte, un fiore che dovrebbe essere coltivato e protetto con cura, perché fragile e prezioso, come le orchidee tanto amate dallo stilista – “bellissime ma senza nessun profumo”. Ma questi discorsi non vengono sviluppati ulteriormente, e si perdono, fini a sé stessi.

    Forse proprio quest’ultimo elemento disegna involontariamente un paragone con lo stesso Ryan Murphy, che nella sua produzione sovrabbondante forse ha perso la visione organica delle sue idee, a causa probabilmente di una mancata riflessione approfondito e di uno sviluppo coerente delle stesse. Non che l’aspetto commerciale sia un problema di per sé; la televisione soprattutto, ma anche il cinema, sono il caso più evidente di fusione fra arte, intrattenimento e necessità commerciali. Ma la differenza viene da come questi aspetti si compenetrano fra di loro in maniera organica e intelligente, sostenendosi a vicenda, e questa delicata alchimia non sempre negli ultimi tempi è venuta fuori nelle produzioni dello showrunner americano.

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