“History of the World – part I” (trd. “La pazza storia del Mondo- parte 1”) di Mel Brooks è un film comico del 1981, girato tra l’America e l’Inghilterra. La pellicola parte da un’idea semplice: raccontare la storia dalla realtà, senza basarsi sui libri, e provare ad accettarla per ciò che è. Mel Brooks immagina che si debba dare avvio alla narrazione proprio da dove inizia la storia, dunque da qualche parte nella preistoria, durante l’alba degli uomini. Allora si chiede quello che forse ognuno di noi si è domandato almeno una volta nella propria vita: “come vivevano? Cosa si dicevano? Cosa mangiavano? Quando apparve il primo artista?. Per rispondere a ciò, il regista lascia che siano le immagini a parlare, a ridere di sé stesse, restituendo agli spettatori una pellicola satirica che non ha peli sulla lingua.
Strutturato come una successione di episodi ambientati in diverse epoche storiche, il film attraversa la preistoria, l’antica Roma, la rivoluzione francese e l’inquisizione spagnola, smontando i grandi miti della civiltà occidentale attraverso il paradosso, l’assurdo, ma soprattutto la stessa storia del cinema. Per raccontare gli eventi, infatti, Mel Brooks si prende beffa dei grandi capolavori dell’industria hollywoodiana classica come “The Ten Commandments” (1956) di Cecil B. De Mille e “Quo Vadis?” (1951) diretto da Mervyn LeRoy. Brooks non mira a ricostruire fedelmente gli eventi, ma a restituire una loro dissacrazione in veste di parodia, servendosi di anacronismi, doppi sensi e riferimenti alla cultura contemporanea. La Storia, anziché essere celebrata, viene così trasformata in uno spazio di estrema libertà comica in cui profeti, imperatori, vestali, re e rivoluzionari perdono ogni aura mitica e sacrale per diventare piuttosto oggetto di scherno.
La pazza storia del Mondo narrata attraverso il Cinema
Venti milioni di anni fa una creatura simile alla scimmia abitava la terra. E le scimmie si levarono in piedi e divennero… uomo.
– Intro narrata da Orson Welles
Più che narrazione enciclopedica del Mondo ci si trova davanti a una pellicola che vuole ripercorrere la storia dell’uomo attraverso i generi classici partendo dal documentario, per poi attraversare il maestoso Kolossal e giungere sino al patinato musical. Il citazionismo appare evidente tanto nell’incipit, chiaro riferimento alla prima sequenza di “2001: A Space Odyssey” (1968) di Stanley Kubrick, quanto nel motivo musicale, orecchiabile e raccapricciante di Torquemada e dei suoi inquisitori, scritto a quattro mani con Ronny Graham, oltreché nella coreografia acquatica e dissacrante delle suore in bikini. Quello di Torquemada è un balletto in stile “Busby Berkeley” che costò 1 milione di dollari e fu curato in tutto e per tutto da Alan Johnson, con il quale Brooks aveva già collaborato sia il numero Putting on the Ritz di “Frankenstein Junior” (1974) sia per Springtime for Hitler del primissimo film brooksiano “The Producers” (trd. “Per favore, non toccate le vecchiette”) del 1968 con un giovane Gene Wilder. Un esordio che l’anno seguente gli valse l’Oscar per la migliore sceneggiatura. Come si è detto, i riferimenti classici vengono dunque presi da Mel Brooks e ribaltati completamente o ancor più svuotati della loro aura. Si veda, ad esempio, la scena in cui Mosè spalanca le braccia per aprire le acque, un evidente richiamo alla celebre sequenza di De Mille, salvando così i protagonisti in fuga. Si tratta, tuttavia, di un gesto del tutto fortuito: il profeta, infatti, stava semplicemente subendo una rapina da parte di un ladro.
In questa operazione dissacrante, la scelta di scritturare Orson Welles appare cruciale. Da qui, la volontà di lasciare che sia il Cinema stesso a raccontare la (propria) Storia attraverso una verità filmica che, come sottolinea Mel Brooks alla fine della pellicola, rimane pur sempre magia! Rispetto alla lavorazione, il regista racconta che Welles fu scritturato per una settimana, ma che riuscì a terminare il lavoro nel giro di una giornata, con tanto di pause pranzo e spuntini vari. Tutto al first take. La voce monumentale di Welles rafforza la narrazione, conferendo ulteriore comicità alle immagini “storiche” nelle quali la compagnia di Mel Brooks si aggira esponendo tutta la verità, vera o falsa che sia.
Quando la Storia ride persino di sé stessa
Persino nell’uomo primitivo il bisogno di ridere era vitale per la sua sopravvivenza emotiva. – La pazza Storia del Mondo
Ogni episodio ha una struttura ricorrente: un’introduzione narrata da Welles, che presenta i personaggi coinvolti e gli spazi in cui si svolge la vicenda, e poi una serie di sketch comici che si susseguono in rapida successione. L’azione si svolge generalmente all’interno di una piazza, trasformata in un palcoscenico sul quale i protagonisti si muovono come se si trovassero all’interno di un teatro di Broadway, anziché nel palazzo dell’imperatore Nerone o al cospetto di Gesù e i dodici apostoli. Per tale ragione, si può asserire con certezza che il tema preponderante è sicuramente quello della risata, giacché viene riproposto in tutti i capitoli sin dalla preistoria. Emblematico, in tal senso, è l’episodio ambientato nell’Antica Roma, nel quale Mel Brooks esprime pienamente il proprio talento comico attraverso uno stile che richiama l’umorismo dei fumetti di Asterix e Obelix, creati dall’estro di René Goscinny e dalla matita di Albert Uderzo. Si veda l’impiego di elementi della modernità come le tubature al posto degli acquedotti e l’uso di nomi parlanti che descrivono l’occupazione, il ruolo o una caratteristica fisica o psicologica dei personaggi. Un esempio significativo è rappresentato dall’imperatrice Nympho, ovvero la seducente e insaziabile consorte di Nerone, o ancor più Comicus che, con l’indimenticabile sorriso di Brooks, si definisce un “filosofo da Cabaret”, mentre viene accusato dagli altri di essere un “venditore di fuffa”. Emerge, quindi, una comicità surreale di matrice anarco/yiddish che si accompagna alla volontà di spettacolarizzare ogni cosa, spernacchiandola; persino la morte viene descritta in modo grottesco attraverso la canzone dell’inquisitore spagnolo Torquemada, mentre tortura selvaggiamente gli ebrei e gli eretici.
L’umorismo di Brooks si contraddistingue dai numerosi i giochi di parole, gli sketch no sense, i dialoghi serrati e di una rapidità che farebbe applaudire persino Billy Wilder, il ribaltamento delle convenzioni linguistiche e i continui sguardi in macchina, che non solo sottolineano una rottura della quarta parete, ma rimandano al mondo della Stand Up Comedy, al quale Brooks appartiene sin da quando si esibiva al fronte per i propri commilitoni. Tutto questo fu possibile grazie allo straordinario cast composto da popolari volti della comicità statunitense quali Madeline Kahn, Gregory Hines, Dom DeLuise, infine Rudy De Luca e Shecky Greene. In particolare, questi ultimi due, che nell’episodio dell’impero romano interpretano rispettivamente Marcus Vindictus e il capitano Mucus, raccontano un aneddoto significativo per chiarire l’approccio di Mel Brooks sul set. De Luca ricorda infatti come il regista fosse rimasto entusiasta di un loro goffo balletto, accompagnato dal grido “Lindas!” ed eseguito in costume da centurioni, al punto da costringerli a ripeterlo più volte, nonostante la crescente stanchezza di Shecky Greene. La risposta di Brooks alle loro continue lamentele fu tanto lapidaria quanto esilarante: “One more time!”
Come sottolinea Mel Brooks in un intervento per il New York Times, “Beneath every funny movie that I write, I need to be catalyzed by some conviction, some true passion about the bravery of mankind”. Da ogni singolo episodio, sebbene mascherato da commedia, traspare infatti quello che è un po’ il sentimento di fondo di molti suoi film, ovvero che i deboli non erediteranno mai la terra. Vi sono, tuttavia, degli esempi di coraggio che si rivedono nel personaggio di Comicus e nel capitolo sulla rivoluzione francese. Quest’ultima viene sfruttata per spiegare la differenza tra il ricco e il povero attraverso i personaggi di re Luigi XVI e del “piss boy”, speculari persino nella loro differenza. In questo episodio risiede una delle più popolari battute di Mel Brooks, pronunciata guardando direttamente in camera mentre indossa i panni di un Luigi XVI insaziabile e decisamente poco regale che sembra provenire, a detta del regista, più da Williamsburg Brooklyn che da Versailles. Ne risulta un re che è differente dagli animali solo perché talvolta si alza su due zampe.
Sfortunatamente, la pellicola si rivelò un insuccesso al momento della sua uscita, tanto da essere candidata come peggior film dell’anno ai Stinkers Bad Movie Awards del 1981. Con il passare del tempo, tuttavia, l’opera ha conosciuto una progressiva rivalutazione, fino a diventare un cult sempre più apprezzato.
A questo punto vale la pena porsi questa domanda: E la parte due?
Mel Brooks ha risposto così: “No. Maybe a Part 4, never a Part 2!. Si tratta, evidentemente, di una battuta, poiché non era previsto alcun sequel al momento della realizzazione originale. Lo scherzo, tuttavia, cela anche un riferimento storico: “The History of the World” è infatti il titolo dell’opera monumentale che il corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh scrisse durante il suo “soggiorno” nella Torre di Londra. Raleigh riuscì a completare soltanto il volume I prima che la testa gli venisse staccata dal collo nel 1616. Un episodio che, per il suo carattere paradossale, sembra infatti provenire da un film dello stesso Brooks. Il regista, però, ribalta ancora una volta le aspettative del suo pubblico: il caso vuole infatti che un seguito sia stato effettivamente realizzato nel 2023, a quarantadue anni di distanza dalla prima parte, sotto forma di serie per il piccolo schermo.
Che dire? Alla soglia dei 100 anni Mel continua a ridere di tutti noi.
Dicono che le ore del sonno sono tutte tempo rubato alla vita. Io posso essere d’accordo, ma… ma se uno non se ne va a letto, che fa? Come arriva fin all’indomani mattina? – Don Annibale
Fantasmi a Roma (1961)è una commedia fantasy “all’italiana” diretta da Antonio Pietrangeli e tratta da un soggetto originale di Ennio Flaiano, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola, Ruggero Maccari e Sergio Amidei. Un’opera troppo poco conosciuta che vanta un cast straordinario con alcuni tra i più grandi nomi del cinema e del teatro italiano, tra i quali Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Eduardo De Filippo, Tino Buazzelli e infine Sandra Milo. Le scene sono arricchite dalla colonna sonora di Nino Rota, dall’uso del brillante del technicolor e da una fotografia calda e chiaroscurale curata da Giuseppe Rotunno.
Il film, a detta dello stesso regista, si propone di raccontare “il più elegantemente possibile, con continui ammiccamenti ad un certo mondo culturale e a certi dati della storia italiana, una specie di favola da cui venisse fuori la singolare e tanto romanesca idea dei fantasmi che danno i numeri al lotto ed entrano nelle case per respirare il profumo della pasta e fagioli”. La pellicola, di chiara derivazione teatrale, utilizza la tematica crepuscolare dei fantasmi e il linguaggio della commedia all’italiana per lanciare una riflessione sul fenomeno della speculazione edilizia, scaturito dal boom economico degli anni Sessanta, che contribuì a ridisegnare il profilo urbanistico della Capitale.
Il cinema fantastico incontra la commedia teatrale
Flora: Ma perché quando uno muore, piangono tutti? Io non capisco. Fra’Bartolomeo: Credono solo nella vita e pensano di stare meglio di noi.
Il film si apre all’interno del decadente palazzo del solitario principe di Roviano, il quale vive il proprio privilegio nobiliare come fosse cristallizzato in una Roma papalina che non c’è più da molto tempo. Le scenografie del film sono state affidate alle esperte mani di Mario Chiari e Vincenzo Del Prato, che hanno saputo dare vita a questa Roma trasognata, dove passato fantastico e presente frenetico si incontrano e si influenzano a vicenda. Eduardo De Filippo è l’attore scelto per incarnare il loquace principe Annibale e la sua presenza all’interno del film sembra ammiccare alla celebre commedia Questi fantasmi!, scritta e interpretata nel 1954 dallo stesso De Filippo. Non è dunque casuale la scelta di un monologo teatrale in apertura, che il protagonista sembra rivolgere a sé stesso in preda alla follia, dal momento che non siamo ancora entrati in contatto con quei fantasmi che abitano nella sua dimora polverosa. Quattro sono gli spettri suoi coinquilini: frate Bartolomeo (Tino Buazzelli, ridoppiato da Giuseppe Rinaldi) ossessionato dal buon cibo delle trattorie romane; il libertino e cavaliere “senza scarpa” Reginaldo di Roviano (Marcello Mastroianni) che non perde occasione per corteggiare le donne vive e ignare della sua presenza; la svampita donna Flora (Sandra Milo) che si diletta nel sospirare d’amore, spiando gli innamorati e facendo lunghi bagni notturni nel Tevere che le causano continui raffreddori; infine il piccolo Poldino, fratello maggiore del Principe, che aiuta i bambini con i compiti scolastici e veglia suo fratello sino alla fine. Si scopre presto che don Annibale, pur non essendo in grado di vedere i fantasmi come tutti i vivi, li conosce uno ad uno come se fossero suoi inquilini.
Affascinante è la scelta dei costumi dei fantasmi, caratterizzati da abiti d’epoca con colori perlati, tendenti al bianco, all’oro e all’argento, e arricchiti da lunghi mantelli velati che fluttuano nell’aria al loro passaggio. Questo loro estetica, accentuata dall’uso frequente della sovrimpressione, sottolinea una natura onirica e conferisce agli spettri un aspetto quasi pittorico. La Roma dei fantasmi è la stessa dei vivi con tutte le complicazioni quotidiane. Gli spettri hanno imparato a comunicare con loro attraverso burle più o meno innocenti, consigli e persino baci e carezze fugaci. I fantasmi sono legati ai vivi, spesso loro parenti, li sostengono e si preoccupano per loro, come fossero degli angeli custodi. Tutte le presenze che infestano il palazzo, rivela il Principe, sono decedute per morte violenta: Flora suicida per amore, il piccolo Poldino bruciato da una castagnola, il frate avvelenato da alcune polpette, Reginaldo precipitato nel tentativo di fuggire dal balcone di un’amante e infine il pittore Caparra morto in un incendio – ma di lui ancora non sappiamo nulla. E’ questa specifica condizione ad impedir loro di trovare pace, costringendoli a vagare tra le vie di Roma, talvolta ammoniti da un roboante tuono celeste ogni volta che ne dicono una di troppo.Nessuno sfugge al rimprovero divino, tranne lo spergiuro Caparra, per il quale il Padre Eterno pare aver ormai rinunciato a ogni speranza di redenzione.
La resistenza dei fantasmi romani all’avanzata del cemento
“Quando io morirò, tu portami il caffè, e vedrai che io resuscito come Lazzaro!” – Il principe Annibale di Roviano
L’uso del Technicolorenfatizza ancor più il genere fantastico cui Fantasmi a Roma aderisce pienamente, a metà tra sogno onirico e ritratto vivido della quotidianità romana degli anni Sessanta. I fantasmi sono ciò che rende davvero viva Roma in un contesto in cui la modernità vuole privarla della sua memoria storica, in nome di garage e centri commerciali.
La denuncia contro l’urbanizzazione caotica di quegli anni è un tema cardine del film, come anche la corruzione e il capitalismo sfrenato, incarnato dalla figura dell’attricetta Eileen, nonché compagna di Federico di Roviano, nipote del Principe, sempre interpretato da un Mastroianni con una nobiliare R moscia. Dopo la tragica morte di don Annibale, il nipote “mastroianni-forme” eredita la dimora e decide di venderla agli speculatori, sotto consiglio della fidanzata arrivista. A questo punto, i nostri fantasmi si trovano costretti a ingaggiare una lotta contro una grande società che vuole demolire la loro casa. Nel tentativo di salvare la situazione, gli spettri chiedono aiuto allo spergiuro Giovan Battista Villari (Vittorio Gassman), detto “il Caparra”, maestro pittore, che compare nelle Vite del Vasari, dal grande ego e dalla scarsa fama riconosciuta – noto solo per chiedere in anticipo i soldi ai suoi committenti. Come loro, il Caparra è stato più volte costretto a cambiare casa, giacché l’ignoranza spinge i vivi a buttar giù tutto quello che reputano “passato”: il suo palazzetto a Montecavallo fu “sbattuto giù” da quel marchigiano di Sisto V, poi ci si mise anche il governatore di Bonaparte, successivamente perse la casa a Porta Pia per colpa dei piemontesi e infine ci si mise anche Mussolini che spianò tutto per costruire via della Conciliazione. Da quel momento, Giovan Battista Villari decise di ritirarsi in campagna, dove in quegli anni pasciavano solo le pecore. A detta del pittore, costoro hanno l’abitudine di demolire le antiche dimore dei fantasmi poiché le considerano, per citare le parole di Gassman, “ruderi fatiscenti senza alcun valore storico”. Al loro posto stendono, invece, “mari di cemento”, privi di anima e utili a soddisfare le loro smanie consumistiche.Roma è il set all’aperto ideale per questo film di spettri un po’ bricconi e tra le numerose location scelte si possono riconoscere distintamente: palazzo Gambirasi in via della Pace, convertito nel palazzo dei principi Roviano, e la Torre del Quadraro in piazza dei consoli, ovvero la dimora dell’inquieto pittore. Il sanguigno Caparra, sebbene compaia solo nell’ultima parte della pellicola, buca lo schermo contribuendo ancor più a rendere evidente quella meta teatralità che caratterizza tutto il film di Pietrangeli. L’accordo col Caparra è semplice: egli potrà trasferirsi da loro a patto che realizzi un affresco che possa ostacolare la vendita e dunque la demolizione dell’edificio. Nel proporre ciò, i fantasmi tentano un ultimo disperato tentativo sfruttando le leggi di tutela, la risonanza della stampa e, di conseguenza, attribuendo ulteriormente un valore artistico a quel palazzo storico che i vivi si rifiutano di cogliere.
Giunti nel palazzo del Principe, il piano viene messo in atto e il pittore costretto a dipingere. La comicità della scena nasce sia dalla scelta di usare fra’ Bartolomeo in abiti da femmina e Flora come modelli per l’affresco “Giove che seduce Venere travestito da lavandaia”, sia dagli sproloqui volgari e dottissimi del pittore. Giovan Battista Villari si scaglia contro tutti alla maniera di Cecco Angiolieri: le donne, Caravaggio, i preti, il Padre eterno, Guido Reni, i conventi e non si salva neppure quel santissimo uomo del suo maestro, il Cavalier d’Arpino che, a differenza sua, riposa in cielo:
“lo muro dello affresco ha da essere asciuttissimo, levigatissimo et senza asperitate alcuna, onde essere ugualmente ricoperto dall’intonaco di calce, preferibilmente grassa, sulla quale lo pittore stenderà poscia lo suo affresco […] a parole siamo tutti bravi, vero cavaliere? Ma quando lo pittore deve stendere lo affresco su un muro che sembra fatto a forza di pallate di gesso e non ha intonaco di calce né grassa né magra, allora è un altro paio di brache”.
Il Caparra, un po’ come gli altri fantasmi, ma in modo decisamente più eccessivo, si diverte a provocare i vivi, a minacciarli e persino a mettere loro le mani addosso – come nel caso dello storico d’arteRandoni (Mario Maresca) che, per una seconda volta e dopo una serie di equivoci e mazzette, attribuisce il suo affresco a Caravaggio, conferendogli ancor più valore di quello di partenza. Come conseguenza di ciò, Randoni cade improvvisamente dalle scale sotto lo sguardo sconvolto dei presenti. Alla fatidica domanda dei fantasmi su chi sia stato a spingerlo, Caparra risponde: “il Caravaggio!”.
Con non poca fatica, i fantasmi possono finalmente tornare alla loro tranquilla dimora, a quella Roma di cui sono custodi devoti, ma al tempo stesso prigionieri. Alla fine, l’unico a trovare una vera redenzione è Federico che, grazie all’aiuto dei suoi evanescenti coinquilini, arriva a comprendere l’importanza di tutelare la memoria storica della sua famiglia.
Le ultime imprecazioni colorite del Caparra al grido di “Al fuoco, al fuoco! La fiaccola dell’ignoranza ha dato fuoco al mondo!” sembrano fare da contraltare al finale amaro, affidato a una vecchia prostituta di nome Regina che sembra portare rispetto solo al Principe, tanto in vita quanto nella morte. Nel chiedere l’elemosina dentro l’osteria, Regina passa accanto al tavolo preferito dal Principe, dove è seduto Federico, in compagnia di tutti i fantasmi, compreso quello di Don Annibale. Per una frazione di secondo la donna sembra accorgersi di lui ( o del nipote?) e si lascia sfuggire un “è entrato il Principe, ha salutato la Regina, la Regina se ne va!”, prima di trascinarsi fuori gridando a gran voce:
Siete tutti su ‘a lista! La lista di Regina. Mì madre era una battona e semo tutti fratelli.
L’allusione finale all’inno nazionale, altro non è che il grido di unaRoma decadente, un tempo magnifica e ora abbandonata alle polveri del tempo o sepolta da tonnellate di cemento. La denuncia rabbiosa, senza peli sulla lingua, contro un paese che sembra aver smarrito il senso della bellezza e l’importanza della memoria nella definizione dell’identità nazionale e collettiva. La morale di Fantasmi a Roma si può ricercare tanto nelle frasi allucinate di Regina quanto nelle parole malinconiche di don Annibale: “quando una cosa è vecchia, bisogna lasciarla com’è. Perché se uno cerca di modernizzarsi, rischia di non piacere più”.
La bella che guarda il mare lalala lalala lalala | ha un nome che fa paura libertà libertà libertà!
Quando si tratta di Magni e di Roma vale il detto: non c’è due, senza tre. Nell’anno del Signore (1969) è infatti il primo capitolo della trilogia “risorgimentale” di Luigi Magni, composta da In nome del Papa Re (1977) e de In Nome del Popolo Sovrano(1990). Il film è composto da un cast di primo piano con grandi nomi italiani del calibro di Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Alberto Sordi, ma anche internazionali come Britt Ekland, Renaud Verlay e infine Robert Hossein. Durante un’intervista sul set, un giornalista chiese a Magni perché avesse scelto ancora una volta Roma come protagonista di un suo film. Il regista rispose: “Io ritengo che ognuno debba raccontare il mondo che conosce, le cose che sa e nella lingua che parla. Questa è la ragione, non c’è una ragione particolare se non che io sono romano. Lo spirito del film è uno satirico, ironico, anche se su argomenti importanti, su temi nobili come quello della Libertà.” E’ questa ironia sotterranea a caratterizzare sempre le sue pellicole, da lui definite cimiteriali per la capacità di finire spesso in tragedia e di unire dramma e ironia attraverso la tradizione romana “dei padri”. Il tutto sostenuto da un linguaggio romano stanco, ma consapevole – e forse per questo in grado di ridere amaramente di ciò che è stato, quasi senza volerlo. Nell’anno del Signore è ambientato nella Roma papalina pre-repubblicana del 1825, quando sul trono pontificio sedeva l’intransigente Leone XII e il cardinale Rivarola dava la caccia ai carbonari consommo gaudio. In questo clima di repressione politica e religiosa, la statua del Pasquino spernacchiava aspramente le massime autorità del tempo e il Popolo, ancora poco cosciente del proprio ruolo storico, ne rideva beatamente.
La rivoluzione dei carbonari, delle statue parlanti e del clero
Frate: Vi sembrerà un’eresia, ma io mi sento libero solo quando obbedisco! Leonida: Anch’io; chi crede obbedisce.
Come in molti film di Magni, anche in Nell’anno del Signore la storia si intreccia con la finzione, dando vita a un prodotto filmico che è opera presente e passata al tempo stesso, ma sempre rispettosa delle fonti d’epoca – nonostante le numerose differenze con la realtà dei fatti. Alla base delle pellicole storiche di Magni vi è una massima dell’imperatore Marco Aurelio: “se non sai da dove vieni, non sai dove stai andando e non sai dove sei”. Da qui l’importanza di preservare la memoria e ancor più di comprendere il passato per riuscire a decifrare e affrontare il presente. Nell’anno del Signore è stato scritto in un momento estremamente rivoluzionario per la storia del nostro paese, quella dei moti studenteschi del ’68, delle rivolte operaie e delle manifestazioni femminili per i diritti civili. Il tempo che Magni definisce “dall’immaginazione al potere”. Questo spirito rivoluzionario pervade l’intero film, nato dal bisogno di interrogarsi sulle radici di quei desideri di cambiamento e rinnovamento di un mondo percepito sempre più autoritario e spietato. In questo caso, ci troviamo poco più di vent’anni prima dei moti del ’48 e dell’esperienza della Repubblica Romana, in un’epoca in cui gli ideali liberali cominciavano a mettere radici nella borghesia e ad affiorare, ancora con esitazione, tra le classi popolari. Il film trae la sua storia da un fatto realmente accaduto, ovvero il processo e la successiva esecuzione di due carbonari, Leonida Montanari e Angelo Targhini, per mano del celebre boia Mastro Titta. All’epoca, il sacrificio dei due divenne un simbolo rivoluzionario e una vicenda piuttosto eclatante al punto che sulla falsa autobiografia di Mastro Titta viene così descritto il momento dell’esecuzione capitale dei carbonari:
[…] Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhini prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. — Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza — rispondevano invariabilmente.
Se In nome del Popolo sovrano è l’intera umanità protagonista della rivoluzione, qui la ribellione si fa a scompartimenti. Nella Roma papalina del 1825 di Luigi Magni, i primi movimenti carbonari attiravano l’attenzione delle fasce alto borghesi, la chiesa cercava deliberatamente di tenere la popolazione imbrigliata e dormiente, mentre la vera voce del popolo era affidata alla statua parlante di Pasquino.In questa circostanza, il potere temporale del papa viene preso da Magni come esempio di un potere terribile e autoritario.Non si tratta, tuttavia, di un attacco anticlericale, quanto piuttosto della volontà di mettere in luceil ruolo cruciale della Chiesa nello scenario pre-unitario: a volte come ostacolo ai moti rivoluzionari, altre – come nel caso di padre Bassi in In nome del Popolo Sovrano – come figura di sostegno e partecipazione attiva al cambiamento. Per quanto riguarda Nell’Anno del Signore, si aggiunge anche il desiderio di raccontare la storia di due carbonari, decapitati in piazza del Popolo durante il giubileo, intrecciando ad essa la condizione degli ebrei romani nel ghetto, i quali subivano un’altra forma di oppressione, quella religiosa. Accanto alla rivoluzione dei grandi ideali, vi è quella personale di Giuditta (Claudia Cardinale), basata sulla liberalizzazione sessuale, l’emancipazione femminile e la libertà religiosa, ma soprattutto quella di Cornacchia (Nino Manfredi), silenziosa eppure vivacissima. Giuditta e Cornacchia sono i veri uomini e donne del popolo: lei ebrea, e per questo emarginata, mentre lui un povero ciabattino analfabeta di Trastevere con il naso dappertutto, e non sempre per sua volontà. Cornacchia è un personaggio estremamente complesso, misterioso e cucito a pennello sulla personalità di Nino Manfredi. Alla domanda “per quale ragione ha accettato di fare film con Magni”, Nino Manfredi rispose con quella parlata dialettale e ironica che lo ha sempre contraddistinto: “prima di tutto perché è mi’ fratello e poi perché ho letto un testo molto bello. C’ho fatto pure la rima! Siccome io vado in cerca dei film di successo ho capito subito che era un film di successo. Ho fatto una sfida al produttore: “il testo è bello… io lo faccio questo film! E’ strano che non lo facciano anche altri attori importanti come Sordi, Tognazzi, la Cardinale, Enrico Maria Salerno…etc”. Dopo un mese l’ha portati tutti. Io ho dovuto accetta’ questo film”. Nino Manfredi aveva visto lungo sul destino di questa pellicola poiché Nell’Anno del Signore riscosse al botteghino un successo straordinario, registrando incassi da record.
Buonanotte, Popolo!
Cornacchia: Fatte conto che li rimandassero liberi. Che direbbe ‘sto popolo de còre? “Il padrone è buono; ti tira un po’ le orecchie quando fai il matto, si capisce… ma, all’ultimo, è come un padre che perdona!” […] Invece i morti pesano. Morti così, senza delitto, con una burla de processo, pesano più peggio, e, col tempo, diventano la cattiva coscienza del padrone…
Il Popolo di Nell’Anno del Signore non è ancora la massa rivoluzionaria di In Nome del Popolo sovrano che partecipa attivamente alla costituzione della Repubblica Romana e alla difesa armata della stessa, ma è in attesa di risvegliarsi. Questa condizione di torpore è speranza per i due carbonari, aspirazione dolorosa per Giuditta, scuotimento di testa per Cornacchia, timore per il Frate e sdegno per il cardinale Rivarola. Se infatti il clero guarda il popolo con sufficienza, ritenendolo ignorante, al contrario i due carbonari hanno fiducia sino al taglio della loro testa che il loro gesto estremo condurrà al risveglio e alla presa di coscienza popolare.
Leonida Montanari: Chi fa la rivoluzione non si deve porta’ niente appresso! Amori… affetti… tutte palle di cannone legate al piede! Il rivoluzionario è come il santo: lascia tutto, invece della croce pija il coltello e si incammina.
Angelo Targhini: E dove va, da solo?
Leonida Montanari: Noi non siamo soli! Se il popolo… se il popolo si sveglia all’improvviso…
Le grida del Frate (Alberto Sordi) durante l’assalto popolare di Castel Sant’Angelo fanno, invece, da contraltare ai discorsi illuminati dei due condannati a morte, ponendo allo spettatore un ulteriore punto di vista:
Frate: Popolo, ma che te sei messo in testa? Ma che vuoi? Vuoi comanna’ te? E chi sei? Sei papa? Sei cardinale? O sei barone? Ma se non sei manco barone chi sei? Sei tutti l’altri! E tutti l’altri chi so’? Rispondi! Rispondi a me, invece di assalta’ i castelli! So’ li avanzi de li papi, de li cardinali, de li baroni, e l’avanzi che so’? So’ monnezza! Popolo, sei ‘na monnezza! E vuoi mette’ bocca? Ma se non c’è nessuno che ti dice, quando t’alzi la mattina, quello che devi fa’, dove sbatti la testa? Che ne sai? Sei andato a scuola? Sai distingue’ il pro e il contro? Tu non sai manco qual è la fortuna tua, perché sei ‘na monnezza!
In una Roma col coprifuoco sancito da un colpo di cannone, un umile oste si fa portavoce del pensiero di molti in merito alla condanna dei due e della repressione di quegli anni:
“Be’ so ragazzi, e poi si capisce, so’ risentiti però pure sto papa, benedett’omo, che fa mette li cancelli a l’osterie…dice – er vino se serve de fori, così nun se ‘n’vischiano ar chiuso per trama’ contro er governo – ma chi è che trama? qui se cantava, se rideva… certo, quarche vorta ce scappava il morto, ma mica pe’ ribellione, sempre pe’ futili motivi, allegramente!”
Luigi Magni rappresenta con affetto questo Popolo che fatica a reagire, ma che cova dentro di sé una scintilla che si esprime attraverso i discorsi da osteria e si concretizza negli scritti di Pasquino. È il Popolo che ride per non piangere e che spesso antepone la sopravvivenza agli ideali. Un Popolo che non è ancora pronto, ma che presto lo sarà.
Come già accennato, il vero protagonista popolare è la statua parlante delPasquino, alla quale venivano affisse le satire del popolo romano. A prescindere dall’identità misteriosa che si cela dietro il poeta, Pasquino è il vero ribelle della storia. Non si fa martire degli ideali romantici, ma preferisce scrivere versi pungenti e satirici contro il potere pontificio e le nefandezze politiche della Roma della prima metà dell’ottocento. Nel film di Magni, Pasquino è anche il nemico pubblico numero uno, l’inafferrabile autore di scritti sovversivi che le autorità – dal colonnello Nardoni al cardinale Rivarola – cercano invano di identificare e arrestare. Per un momento, nel film, sembra quasi che siano riusciti a catturarlo, ma il misterioso scrittore, come sempre, riesce ad ingannarli e a svignarsela. Pasquino è un simbolo che si passa di bocca in bocca, di grafia in grafia, sempre incarnato da qualcuno e per questo voce del Popolopriva di corpo, ma estremamente colta nel suo sbeffeggiare. La sua identità è tuttora un mistero, ma le sue parole taglienti sono state ovunque, tra le strade romane e all’interno delle curie, mantenendo sempre un tono autocritico, pungente e per questo scomodo. Nel fare ciò, Pasquino ha parlato per quattro secoli liberamente e senza peli sulla lingua. Per tale ragione, come sottolinea Magni, è difficile dire “chi era e chi non era” e in fondo è giusto così perché Pasquino è un simbolo diuna Roma che non piega la testa e che di lì a pochi anni scriverà la storia della Libertà.
“Il rettangolo dello schermo dev’essere caricato di emozioni”, con questa frase riassuntiva del suo modo di fare Cinema, il maestro della suspense termina il secondo travolgente capitolo del celebre saggio intervista Il cinema secondo Hitchcock. François Truffaut, insieme ai critici dei Cahiers du Cinéma, è stato il primo a considerare Hitchcock un autore, a tirarlo fuori dalla massa di registi esecutori del periodo d’oro hollywoodiano e dai collezionisti di Oscar. Nel corso delle pagine di quella brillante scambio, Truffaut incalza e punzecchia il regista britannico per far emergere il profilo di Hitchcock e la sua completezza in artistica, sancita dal suo essere uno specialista di ogni immagine, di ogni scena e di ogni inquadratura. In virtù del suo mettere bocca sempre su tutto, persino sulle campagne pubblicitarie dei propri film, Hitchcock può vantare una cinematografia che spazia dallo sperimentale al commerciale, senza troppe difficoltà. Tuttavia, l’argomento che nel corso degli anni ha acceso numerose discussioni riguarda il singolare rapporto tra Hitchcock e i suoi attori. Un rapporto che sembra mettere in secondo piano l’immagine glamour delle star hollywoodiane, fondamentale per incidere positivamente sul box office. Quegli stessi attori elogiati dal pubblico, dalle majors e dalla stampa, sono stati amabilmente definiti da Hitchcock “bestiame”.
“Gli attori sono bestiame”
Tutto parte da quella celebre citazione provocatoria, attribuita al maestro. Queste parole sono passate alla storia nel definire e riassumere il suo rapporto con gli attori, da molti spesso frainteso. Per Hitchcock la direzione degli attori è secondaria rispetto all’espressività dell’immagine, così come sono secondari il tema e i personaggi. Il critico cinematografico Jacques Aumont chiarisce con puntualità che l’attore hitchcockiano è solo un elemento costitutivo dell’immagine, alla quale deve piegarsi sempre e comunque. All’interno dell’industria hollywoodiana, il rapporto tra immagine e attore/divo è sempre stato piuttosto complesso e influenzato dalle leggi del botteghino. Gli attori cinematografici erano merci, prodotti che vendevano la propria immagine in movimento – anzi, un istante riproducibile della loro carriera – al pubblico pagante, alla massa. Rispetto allo status degli attori, il produttore David O’ Selznick si è espresso in modo piuttosto netto:
“La presunzione che gli attori sappiano tutto della sceneggiatura è ridicola. Se solo facessero il loro lavoro con una buona prestazione sarebbe già abbastanza. Questo è tutto ciò che devono fare e per cui sono strapagati”.
Tra il 1955 1962 Alfred Hitchcock rimescola le carte dello Star System con la serie tv Alfred Hitchcock Presents, in cui presenta una serie di film brevi più o meno macabri, accomunati da un unico elemento: il crimine. Nell’introduzione Hitchcock mette tutto sé stesso, il suo modo di raccontare, il suo humor britannico cinico e il suo volto che diviene presto un’icona divistica inconfondibile. Nel fare ciò, Hitchcock trasforma sé stesso in un personaggio, una maschera stereotipata e piuttosto caricaturale. Un’ operazione già iniziata anni prima con la ricorrente presenza di suoi camei all’interno dei film. La serie raggiunse, infatti, una straordinaria popolarità e incrementò ulteriore la visibilità autoriale del regista. Da quel momento, Hitchcock decise di “metterci la faccia” non solo continuando ad apparire nelle pellicole, ma anche prendendo parte attivamente alle campagne pubblicitarie, ricche di indizi e suggestioni utili per interpretare le sue opere.
All’interno della discussione dei Cahiers du Cinéma, il maestro britannico viene considerato un autore, nonostante la sua collocazione nell’industria hollywoodiana. Hitchcock, infatti, pur essendo un cineasta di intrattenimento, è sempre riuscito a conciliare le esigenze industriali della fabbrica dei sogni sia a dare sfogo al suo estro creativo e alla propria visione delle cose, tracciando uno stile personale ben caratterizzato e tematiche costanti. In virtù di questo, Hitchcock attuava un controllo minuzioso dell’intero processo filmico, arrivando persino a realizzare inquadrature in funzione del montaggio, impostate su uno storyboarddettagliato di ogni singola scena e sequenza. Per tale ragione, dal momento che l’attore è uno strumento nelle sue mani, non c’è spazio per l’improvvisazione. Nel corso di questo complesso rapporto, Hitchcock assumeva il ruolo di burattinaio, dirigendo i propri attori a distanza, come fossero dei modellini plastici. Come sottolinea J. Aumont, per Hitchcock dirigere gli attori significava inquadrarli e ridurre i loro corpi a una figura all’interno di un’immagine più ampia. Parlando di Sabotage (1936), Hitchcock esprime uno degli elementi cardine nella sua visione dell’attore:
”Secondo me l’attore di un film deve essere molto più docile e, in verità, non deve fare assolutamente niente. Deve avere un atteggiamento calmo e neutrale – cosa che non è così semplice come appare, e deve consentire a essere utilizzato e completamente inserito nel film dal regista e dalla macchina da presa. Deve lasciare alla macchina da presa il compito di sottolineare le diverse sfumature e i punti più drammatici”
– A. Hitchcock, il Cinema secondo Hitchcock
A questo proposito, sottolinea James Naremore nel suo saggio Filmguide to Psycho del 1973: “I metodi di Hitchcock sono inusuali, si pone di fronte alle sue opere con la competenza di un costruttore di modelli”. Nel fare ciò, Hitchcock esorcizzava quella che è una delle paure più frequenti tra i registi “cerebrali”, ovvero che i personaggi, incarnati dai corpi degli attori, siano altro da ciò che i creatori hanno in mente. Da qui la sua propensione, quasi ossessiva, al controllo delle proprie “bestie”, senza mai lasciarsi intimorire dalla loro apparenza di stelle. D’altronde come rivela Hitchcock stesso a Truffaut in merito alla sua propensione all’ordine:
“Sono uno molto pauroso. Ho fatto il possibile per evitare ogni genere di difficoltà e di complicazioni. Mi piace che attorno a me tutti sia limpido, senza nubi, perfettamente calmo. […] Questo senso dell’ordine va di pari passo in me con una netta ripugnanza per ogni complicazione”
– A. Hitchcock, il cinema secondo Hitchcock
A questa citazione di Hitchcock, si accorda l’impressione che Truffaut riportò nell’introduzione dell’intervista: “poco alla volta ho notato il contrasto tra l’immagine dell’uomo pubblico, sicuro di se stesso, volentieri cinico, e quella che mi sembrava la sua natura: un uomo vulnerabile, sensibile ed emotivo, che sento profondamente la sua carriera, i suoi colpi di fortuna e di sfortuna, le difficoltà, le ricerche, i dubbi, le speranze e gli sforzi”. In conclusione, nel cinema di Hitchcock la vera diva è l’immagine filmica, la sua costruzione minuziosa, la sua espressività emotiva. L’attore altro non è che uno strumento nelle mani del regista attraverso il quale caricare lo schermo di emozioni e agire sullo spettatore. In merito all’espressione “gli attori sono bestiame”, comparsa come titolo di un articolo del 1941 di Kate Holliday, pubblicato sull’ Hollywood Magazine, nel giugno del 1972 Alfred Hitchcock ha puntualizzato ulteriormente il suo rapporto con gli attori attraverso il suo inimitabile senso dell’umorismo:
“Naturalmente può essere accaduto perché una volta mi è stato attribuito un paragone tra attori e bestie. E ho detto che non sarei mai capace di dire una cosa così insensibile e scortese sugli attori. Ciò che probabilmente ho detto è che tutti gli attori dovrebbero essere trattati come bestie“
E’ proprio negli anni dieci del Novecento che il cinema italiano inizia a prosperare grazie ai film Kolossal. La cinematografia epica italiana, a differenza di quella americana, non è proiettata verso il futuro né si fa portavoce di una “cronocrazia” ossessiva, come sottolinea il critico Gian Piero Brunetta; piuttosto è un cinema che celebra il mito rivitalizzato, agendo al tempo stesso a sostegno ideologico del presente. Da qui l’attenzione per un passato antiquario, nel quale l’esaltazione della storia nazionale si coniuga a trame avventurose e passionali in grado di valorizzare non solo il patrimonio culturale italiano, ma anche quello paesaggistico. I film “colossali” contribuiscono, inoltre, a rafforzare le radici identitarie della nazione all’interno di un quadro politico internazionale caratterizzato dalla ridefinizione delle potenze europee.
Sin dagli albori, il cinema italiano epico è fortemente radicato nella contemporaneità e ambisce da subito al mercato internazionale, stupendolo con effetti speciali all’avanguardia, comparse di massa e scenografie maestose.
L’Italia, la culla del cinema epico muto
Prima dell’affermarsi del dominio cinematografico di Hollywood, l’Italia conosce un periodo di successo internazionale che vede l’affermarsi dei film colossali tra il 1913 e il 1914. Tra le numerose pellicole che ottennero un discreto successo si ricordano L’Inferno (1911) di Padrovan e Bertolini, La caduta di Troia (1911) di Patrone, Spartaco (1913) di Vidali, Salambò (1913) di Gaido, Quo Vadis? (1913) e Marcantonio e Cleopatra (1913) di Guazzoni e infine Nerone e Agrippina (1914) di Caserini fino ad arrivare più tardi a film come La Gerusalemme liberata sempre di Guazzoni del 1917. Il Kolossal non può considerarsi un vero e proprio genere, indica piuttosto una tipologia di film di argomento vario e ad alto budget. Nonostante l’ambientazione storica spesso piuttosto variegata, vi sono tuttavia alcuni aspetti che definiscono un film colossale: una durata della narrazione solitamente fuori dall’ordinario; una recitazione drammatica ed enfatica che nel periodo del muto guarda ancora al teatro; spettacolari scene corali, caratterizzate da scenografie e costumi sfarzosi; trame complesse e ambientate in contesti storici popolari; una costruzione narrativa basata su una successione di quadri visivamente potenti; strategie pubblicitarie imponenti a supporto della distribuzione cinematografica, grazie anche all’utilizzo di tecnologie ed effetti specialiartigianali piuttosto avanzati per i primi del Novecento. Centri fondanti del cinema epico italiano sono Roma, Milano e Torino, dove iniziano a svilupparsi le prime case di produzione: l’Ambrosia e l’Itala torinesi, Milano films e infine le romane Latium e Cines. Poco prima dell’entrata in guerra, i film realizzati tra il 1912 e il 1914 sono affetti da una megalomania scenografica, molto più vicina alle rappresentazioni teatrali e alle maestose architetture sceniche delle opere liriche. Col genere storico si esalta il gusto per l’attrazione, mettendo da parte la registrazione della quotidianità tanto cara ai fratelli Lumière. Nella prima metà del Novecento questi film colossali possiedono, dunque, la finalità di attrarre un nuovo pubblicoborghese e di conseguenza ampliare il bacino d’utenza dei cinematografi. Nel fare ciò si cerca, inoltre, di conferire al cinema una legittimazione artistica. Da qui, l’idea di proporre argomenti noti ai più, molti dei quali radicati nella tradizione orale e popolare italiana. L’argomento storico assume ben presto un ruolo centrale all’interno della produzione cinematografica non solo per la presa che ha sul pubblico, ma anche per la sua capacità di coniugare il presente e il passato, di cui si rivendica trionfalmente una discendenza e di conseguenza l’eredità. I film Kolossal danno corpo alla celebre frase dello scrittore Giuseppe Prezzolini: “Non un attore! Tutta la nazione per scenario!”.
Diretta emanazione dell’affermazione di Prezzolini è Cabiria (1914), con regia di Giovanni Pastrone, didascalie liriche di Gabriele D’Annunzio e l’ouverture “La Sinfonia del Fuoco” di Ildebrando Pizzetti. In particolare, il poeta vate diede lustro artistico all’opera e contribuì a sponsorizzare la pellicola attraverso una straordinaria campagna promozionale, durante la quale il nome “Gabriele D’annunzio” è il protagonista assoluto dei giornali e delle locandine. Tale operazione, tuttavia, ha oscurato l’effettivo regista, al quale per anni non venne riconosciuto il merito artistico del film e che in quel periodo si firmava con lo pseudonimo di Pietro Fosco. La prima venne organizzata a Torino il 18 aprile 1914 al teatro Vittorio Emanuele e contemporaneamente a Milano al teatro lirico. L’aspetto principale dell’opera che fece leva sul pubblico, popolare e successivamente internazionale, è l’approccio di tipo estetico che investe su modellini per ricostruire l’eruzione dell’Etna e più in generale su scenografie monumentali in muratura, che andavano a sostituire i fondali dipinti delle prime pellicole mute. Non si tratta più di teatro filmato, ma di Cinema. Il film muto, prodotto dalla Itala film, è diviso in cinque episodi di lunghezza differente che mettono in una scena una trama epica complessa, incentrata sulla storia della piccola Cabiria e dello schiavo Maciste sullo sfondo della seconda guerra punica. A livello tecnico sono numerosi i meriti che vanno attribuiti al lavoro di Pastrone, in primo luogo l’utilizzo inedito del movimento di macchina attraverso il carrello in grado di restituire uno spazio in profondità e di esplorare una variazione nella scala dei piani. Il tutto si coniuga con un utilizzo espressivo della luce, improntato sui contrasti realizzati attraverso l’uso di lampade elettriche ad arco. Accanto ad attori già celebri, quali Italia Almirante e Umberto Mozzato, Bartolomeo Pagano fa il suo ingresso nell’olimpo grazie al ruolo del possente schiavo Maciste, acclamato dalla folla popolare e per questo successivamente protagonista di numerosi film epici. Come suggerisce Paolo Meneghetti, Cabiria è stata progettata sull’entusiasmo delle prime vittorie imperialiste, quali la conquista della Libia nel 1911, ed è portatore di una serie di valori storico-nazionalistici che in Italia sfruttano un nascente sentimento di identità nazionale e all’estero affascinano con le forme di un’antichità più immaginaria e suggestiva che reale.
Maciste: il possente schiavo che divenne superuomo
«Io insegno a voi il Superuomo. L’uomo è cosa che dev’essere superata. Che avete voi fatto per superarlo?»
Così parlò Zarathustra, Nietzsche.
Oltre a trasportare lo spettatore in epoche lontane, tra miti e eroi epici, i Kolossal sono uno strumento straordinario di propaganda. Nei primi del novecento si fanno, infatti, promotori dell’ideologia imperialista e successivamente di quella nazionalista che raggiungerà l’apice con l’affermazione delle dittature fasciste e naziste.
Il caso italiano vede una celebrazione di una romanità trionfante che coi film epici colossali assume tutt’altro significato e trascende la mera nostalgia per farsi, piuttosto, ideologia. I divi stessi, oltre alle sequenze delle parate monumentali, delle folle osannanti e dei fasci littori, diventano messaggi politici a servizio di una retorica nazionalista che mira a fornire l’immagine in movimento della grandezza italiana. Eroe popolare è Maciste, il cui volto squadrato è quello di Bartolomeo Pagano, un camallo genovese ed ex scaricatore di porto trovato un po’ per caso. Alcuni anni più tardi la figura possente di Maciste verrà presa a modello da Mussolini per creare l’immagine pubblica del Duce. L’iconografia divistica del Duce, con il petto in fuori, la mascella serrata, le pose plastiche e i muscoli tesi, si rifà direttamente alla fisicità possente di Maciste e trova rapidamente terreno fertile all’interno dell’immaginario collettivo.
Maciste, il gigante buono dotato di una forza sovrumana, incarna un nuovo modello di eroismo fisico e morale che anticipa l’ideale del superuomo fascista che porterà a compimento la rivoluzione. Una figura ideale tanto travisata dal concetto filosofico di Nietzsche, per il quale il superuomo era una prospettiva futura, piuttosto che un modello antropologico. Il cinema e i media, infatti, giocano un ruolo essenziale nella definizione del mito mussoliniano, trasformando il Duce in un vero e proprio divo della folla: se Maciste è l’eroe cinematografico del popolo, Mussolini si presenta come l’eroe politico della nazione, incarnazione vivente di quella nuova italianità fascista che il regime vuole imporre. Durante il ventennio il legame tra spettacolo e potere si fa più stretto, mostrando come il cinema epico non sia solo intrattenimento, ma uno strumento fondamentale per la costruzione del consenso. Nel dopoguerra, e più in particolare nel corso degli anni Cinquanta, gli eroi dei Kolossal tenteranno nuovamente di conquistare il pubblico nazionale e internazionale, seppur con minore ambizione rispetto al periodo d’oro delle grandi case di produzione torinesi e romane.
Certo, voi mette Scipione co’ ‘sti quattro ladroni che reggono la Repubblica? Ma Scipione è grande, invece le repubbliche, pe’ sta’ in pace, devono esse’ fatte di gente piccola.
Cosa accadrebbe se agli occhi del Senato romano uno dei più integerrimi e gloriosi generali della Repubblica si rivelasse in realtà un uomo piccolo, ladro dei pubblici beni e animato da grezzi istinti? Scipione detto anche l’africano è un film del 1971, scritto e diretto da Luigi Magni e con un cast internazionale d’eccezione composto da Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Woody Strode, Silvana Mangano e infine Ruggero Mastroianni. E’ una pellicola che il regista definisce sessantottina, in quanto utilizza la materia storica per tracciare un sottile filo rosso tra la Roma repubblicana di Catone il Censore e quella democristiana, prima sotto la guida del socialdemocratico Giuseppe Saragat e successivamente del democristiano Giovanni Leone. A questo proposto Magni afferma:
Era come se questa storia sugli Scipioni fosse raccontata da due ragazzi fantasiosi sulla scalinata della facoltà̀ di architettura. È venuto fuori un film che, pur non avendo riferimenti diretti al presente, aveva sotto traccia tutti i problemi che noi ci portavamo dietro, con una Repubblica un po’ affaticata […]. I giochi di potere, la lotta di classe, in quel caso tra patrizi e plebei, sono elementi che ci appaiono familiari.
Sin dal titolo si può comprendere quale sia l’argomento principale di cui tratterà il film, ovvero il celebre condottiero romanoPublio Cornelio Scipione, che il 19 ottobre 202 a.C. sconfisse il cartaginese Annibale nella battaglia di Zama. A seguito di questa impresa, ma ancor più della vittoriosa campagna in Africa, a Scipione venne attribuito il cognomen ex virtute di “Africano”. Scipione detto anche l’Africano sin dal suo titolo fa dell’umorismo sul protagonista, allineandosi con il buffo enigma centrale sull’identità di un tale “Scipione A.” che ha scialacquato i 500 talenti, donati dal Re Antioco di Siria alla Repubblica romana come bottino di guerra. Questo è il dilemma mosso da Catone (Vittorio Gassman): si tratta di Scipione l’Africano (Marcello Mastroianni) o di suo fratello, Scipione l’Asiatico (Ruggero Mastroianni)? Non v’è alcun dubbio sull’identità del ladro e probabilmente è sufficiente soffermarsi sul titolo per comprenderlo: megalomane com’è, Scipione scrive il suo nome per esteso e talvolta gli sembra persino troppo breve. In aggiunta a questo, come afferma Catone in più occasioni, quello che conta davvero è Scipione l’Africano e non il fratello, nient’altro che una sua scadente imitazione. Malgrado il titolo, il film non celebra gli eroi del passato, piuttosto li osserva con occhio disincantato, mettendo in discussione il culto della loro grandezza. Il Senato repubblicano diventa il palcoscenico per una riflessione originale e moderna: è giunto il tempo “de li omini novi”, figure meno titaniche, più comuni, ma forse reali e più umane.
Il Peplum si fa inchiesta ambientata nell’antica Roma
Embé, che te credevi? Questa non è l’ideale Repubblica de Platone, è la città fangosa de Romolo.
Scipione detto anche l’Africano è un film anomalo nella sua originalità dal momento che riprende il sottogenere “storico” del Peplum per trasformarlo in un’inchiesta giudiziaria in toga. Nel corso della stesura della sceneggiatura, Magni si è preso diverse libertà e rischi, senzamai tradire la Storia, diversamente dal genere di riferimento, orientato più all’intrattenimento che alla fedeltà storica dei fatti narrati. L’opera di Magni è un tributo scanzonato, nonché una pellicola antitetica, al quasi omonimo Scipione detto l’Africano (1936) di Carmine Gallone, incentrato sulla figura del condottiero all’apice delle sue gesta gloriose. Citazione esplicita al film di Gallone è la presenza dell’attore Fosco Giacchetti, nelle vesti del senatore Aulio Gallo, che nella pellicola del 1936 aveva interpretato il sovrano Massinissa, qui in mano a un titanico Woody Strode – celebre per il ruolo del gladiatore Draba nel film Spartacus (1960) di Stanley Kubrick. A differenza del personaggio eroico di Annibale Ninchi e Carmine Gallone, lo Scipione di Marcello Mastroianni e Luigi Magni è un uomo stanco, deluso, solo, incorruttibile, carico di tristezza, ma ancora fortemente attaccato ai principi repubblicani e con un inattaccabile senso dell’onore nei confronti della sua amata patria. Scipione è, dunque, un uomo cristallizzato nel passato e ancor più nell’immagine fiera del proprio profilo, inciso sulla superficie di una moneta antica.
“Il personaggio di Scipione mi sembra particolarmente interessante, giacché racchiude in se e nella sua storia tutte le contraddizioni che caratterizzano la vita di un uomo, e quindi di una società; in ogni tempo, senza distinzioni di civiltà e di regimi politici. Scipione era stato indubbiamente un uomo importante, aveva salvato la Patria in un momento decisivo per le sorti di Roma, ma purtroppo come sempre accade, gli uomini importanti alla fine risultano scomodi, danno fastidio: uno stato come quello romano, aveva bisogno di Scipione per vivere e di eliminarlo per sopravvivere”. – Luigi Magni
La costruzione dei personaggi si basa su un gioco di somiglianze e di opposizioni:se l’onorevole sovrano Massinissa (Woody Strode) è il doppio dell’eroe epico Scipione, Catone è invece la sua nemesi, in quanto tesse gli intrighi nella speranza di gettare fango sulla fama imperitura dell’Africano. Sempre al Censore, infatti, è destinato il ruolo di avvocato dell’accusa, mentre il Senato diviene giudice del destino dello “sconosciuto” Scipione A. Similmente al protagonista, Catone è un uomo solo ma, a differenza dell’eroe, vive ancora con sua madre e trae piacere dalla compagnia di numerosi gattini – oltreché dagli strenui tentativi di incastrare Scipione. Un profilo, insomma, estremamente grottesco che mal si accorda con la raffinatezza di intelletto del celebre “Censore”. Scipione l’Asiatico, al contrario, incarna l’uomo nuovo decantato da Catone e dunque l’opposto del condottiero che sconfisse Annibale a Cartagine. Vigliacco, cinico, pragmatico e “sperperone”, l’Asiatico non risparmia battute taglienti del calibro di “’A Repubblica de li impicci” e non si fa problemi a mangiare a sbafo in compagnia degli schiavi. Questi ultimi si trovano comicamente a proprio agio nella loro condizione priva di libertà, al punto che hanno persino da ridire quando l’Africano decide di liberarli. Non è una casualità che il ruolo dell’Asiatico sia stato affidato a Ruggero Mastroianni, fratello minore di Marcello, celebre montatore e grande amico di Magni, che lo volle a tutti i costi, pur non essendo un attore. A proposito di questa esperienza cinematografica condivisa con il fratello, Marcello Mastroianni ironizzò in un’intervista:
“[Io e mio fratello] Una volta facemmo anche un film assieme. Il regista Gigi Magni lo volle a tutti i costi. Il film si chiamava Scipione detto anche l’Africano. E lui era Scipione detto l’Asiatico: un politicante ladrone. Del resto, son passati duemila anni, ma sempre lì stiamo. […] Quando Scipione detto anche l’Africano uscì, mia madre andò a vederlo. E mi disse: “Be’ Marcello, sì, tu sei bravo come sempre. Però il roscetto (sarebbe mio fratello Ruggero, che era rosso di capelli) – il roscetto è meglio di te!”. – Marcello Mastroianni
Si può dunque comprendere quanto Scipione detto anche l’Africano non sia il classico film epico in costume, ma una commedia cinica che svela le ipocrisie dietro ai giochi di potere e il lato decadente di una Repubblica in cui non c’è più posto per gli incorruttibili e gli onesti. D’altronde, come rivela Catone, questa non è la Repubblica ideale di Platone, ma quella fangosa di Romolo e Remo, nata in seguito a un fratricidio. Controparte umana di questa mitica vicenda è l’esilarante scambio tra i due fratelli lungo rive del Tevere. Questo momento tragicomico sembra alludere sinistramente alla morte di Remo per mano di Romolo.
Scipione[Porgendo il gladio al fratello]: Tie’. Scipione Asiatico: Che devo fa’? Scipione: … romanamente! Scipione Asiatico: No… ‘sti gesti saranno belli, ma io non li ho mai capiti. Scipione: Uno Scipione non sopravvive al disonore! Scipione Asiatico: Ma io sopravvivo benissimo a tutto!
Una Roma di ruderi e sognatori
“Me pare de esse’ un postero di me stesso. Ma nun me sarò sopravvissuto?”
Ulteriore elemento caratterizzante della pellicola è l’ambiente in cui si finge la scena, ovvero le rovine romane che divengono il palcoscenico dove gli attori recitano in tuniche colorate, toghe e calzari. Non si parla tanto di ruderi, quanto piuttosto di “una città vecchia, antica”, come afferma la scenografa Lucia Mirisola. La Roma di Scipione detto anche l’Africano è fatta “dal vero” e non dal cartone. E’ una Repubblica di pietre che respirano, specialmente nelle scene in Senato e nelle numerose sequenze notturne dedicate ai momenti intimisti di Scipione l’Africano e a quelli in cui Catone tesse gli intrighi. Nel corso del film, lo stesso spazio del Senato romano si trasforma nel palcoscenico di un teatro all’aperto con tanto di cavea dove siedono gli spettatori. Durante il processo, espediente impiegato spesso in ambito teatrale, i senatori assurgono al ruolo di coro, intervenendo e reagendo ai continui battibecchi tra Catone e Scipione.
“Sulla storia romana ho letto tanto, io facevo lettere all’università e mi sono sempre interessato alla storia, anche a quella contemporanea. C’è una frase di Marco Aurelio che mi piace molto: “Se non sai da dove vieni, non sai dove vai, ma non sai neanche dove sei”. Per questo in generale ritengo che conoscere la storia sia importante. Allo stesso tempo però in Scipione detto anche l’Africano ci siamo sbizzarriti con la ricostruzione di quella Roma tra scenografia e costumi. Lucia [Mirisola] ha inventato delle scenografie che si legavano bene ai ruderi archeologici. Infatti abbiamo girato pochissimo a Cinecittà, la gran parte del film l’abbiamo realizzata in varie zone tra Paestum, Pompei, la villa Adriana a Tivoli. Non volevamo fare la Roma di cartone, quella finta di tanti altri film, cercavamo una certa veridicità, tanto che a Pompei abbiamo ricostruito alcuni elementi architettonici e degli affreschi e i turisti gli facevano le foto scambiandoli per originali. Anche i costumi erano molto fantasiosi e colorati, quando di solito nei peplum classici si privilegiava, a torto, il bianco.”
– Luigi Magni
Sono stati scelti numerosi set all’aperto come il perimetro della villa di Literno dove la famiglia degli Scipioni viene costretta agli arresti domiciliari per ordine di Catone. I resti della fortificazione sono situati nel comune di Itri, in provincia di Latina. Lo spazio del Senato, invece, si trova nell’area archeologica di Pompei, in Via del Tempio d’Iside. Inconfondibile è il Teatro Marittimo di Villa Adriana dove il generale Massinissa rivela a Lucio Cornelio Scipione “l’Asiatico” la verità su sua moglie Sofonisba, da lui assassinata. Numerose scene sono state girate a Villa Ada e negli studi di Cinecittà, dove le location originali sono state talvolta ricostruite e trasformate in set artificiali. In aggiunta a ciò, alcune pitture parietali sono state realizzate ex novo dagli scenografi e collocate all’interno dei monumenti. Il regista racconta che, all’epoca delle riprese, numerosi turisti scattarono delle fotografie, convinti che quelle opere fossero autentiche. La formula è la stessa che Magni ha adottato per scrivere la sceneggiatura: lafinzione incontra la realtà e si mescola con essa, o meglio, con la Storia. Accanto all’ambiente in cui si muovono i personaggi, un altro elemento caratterizzante dello stile di Magni è senz’altro l’utilizzo comico del romanesco popolare all’interno di una storia sofisticata e di materia storica. Il regista approfondisce questo aspetto nel corso di una conferenza dell’ANAC (Associazione nazionale autori cinematografici) sottolineando il peso che la popolazione ebraica ebbe nella diffusione del giudaico romanesco, parlato da tutti i personaggi di Scipione detto anche l’africano:
“Noi abbiamo ereditato da questo romanesco, fatto di molti vocaboli che non ci appartengono e sono giudaico romaneschi. Quel tipo di ironia e di satira viene dal giudaico romanesco. Gli ebrei vennero a Roma nel 200 a.c. e praticamente ai tempi di questa storia qua e loro hanno portato anche questo tipo di umorismo che è rimasto. Ridere delle disgrazie, ridere delle cose serie. Tutto si può ridere e questo è diventato anche una tradizione romana.” – Luigi Magni
In conclusione, Scipione detto anche l’Africano è un film comico che brulica di Vita, nonostante le rovine in cui è ambientato, il fatalismo intrinseco e lo sguardo disincantato dei suoi personaggi. E’ una pellicola, infatti, che si interroga sul momento in cui i grandi si rendono drammaticamente conto di essere diventati inutili alla loro contemporaneità. Per tale ragione, si conclude nel modo più comico e amaro possibile con uno Scipione non più in armatura scintillante e in groppa al suo destriero; vestito di abiti di tela e con un sacco da peregrino in spalla, il protagonista si allontanasopra un carretto al grido di: “ingrata patria, non avrai le mie ossa”. L’ultima parola è destinata a Giove capitolino (Turi Ferro) che sconsolato scuote la testa, mentre un latrato addolorato spezza il silenzio notturno: “zitta Lupa, che te piagni!”.
Viva l’anarchia! Urla Bartolomeo Vanzetti prima di sedere sulla sedia elettrica. Una battuta potente pronunciata dalla voce tonante di Gian Maria Volonté nelle ultime scene del film Sacco e Vanzetti (1971), capolavoro diretto Giuliano Montaldo e scritto dallo stesso regista, da Fabrizio Onofri e infine da Ottavio Jemma. Una frase incisiva che è stata tagliata dalla colonna sonora della versione diffusa in Rai per favorire la vendita sul piccolo schermo. Una battuta che, malgrado le contromisure, risuona comunque attraverso il muto movimento labiale di Volonté.
Il caso giudiziario tra storia e cinema
Sacco e Vanzetti è una pellicola del 1971 coprodotta da Italia e Francia e per questo con un cast piuttosto variegato: Gian Maria Volonté nel ruolo di Bartolomeo Vanzetti, Riccardo Cucciolla in quello di Nicola Sacco, ma anche Rosanna Fratello, Cyril Cusack, Milo O’Shea, William Prince, Marisa Fabbri, Sergio Fantoni e Armenia Balducci. La storia è ambientata nella Boston degli anni ’20 e ricalca la vicenda realmente accaduta che ha interessato i due anarchici italiani, Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, un pescivendolo e un calzolaio, i quali vennero arrestati il 5 maggio del 1920 in quanto trovati in possesso di alcuni manifesti di propaganda anarchica e delle armi. A seguito di ciò, ai due venne attribuita ingiustamente una rapina avvenuta il 24 dicembre del 1919 all’interno del calzaturificio locale di Bridgewater e conclusasi a South Braintree con un duplice omicidio. Nonostante l’alibi solido e la confessione di uno dei veri responsabili del crimine, nel 1921 il giudice Webster Thayer decise comunque di condannarli a morte, grazie al controverso operato del procuratore Frederik Katzmann. Al fine di comprendere la vicenda, appare necessario inquadrare il caso giudiziario all’interno del clima di violenta ostilità, risentimento e diffidenza, fomentato da pregiudizi xenofobi ed episodi razziali, che si respirava nell’America di Woodrow Wilson nei confronti degli immigrati italiani, degli anarchici e dei comunisti. Per tale ragione, il caso di Sacco e Vanzetti fece il giro del mondo, finendo sui quotidiani internazionali e alimentando numerose proteste che si mobilitarono per chiedere a gran voce la loro liberazione. La notizia raggiunse persino l’élite intellettuale al punto che numerose personalità di rilievo, come Bertrand Russell, George Bernard Shaw, Herbert George Wells e Albert Einstein, si schierarono dalla parte dei due imputati. Malgrado ciò, Sacco e Vanzetti vennero giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927. In quegli anni in Italia il fascismo era salito al potere da pochi anni e stava già dando sfoggio dei suoi strumenti repressivi contro i nemici dello Stato – solo a tre anni prima risaliva l’assassinio dell’onorevole Matteotti; eppure, il Corriere della Sera decise di dedicare un pezzo alla drammatica ingiustizia che coinvolse i due anarchici italiani. Una frase spiccava su quell’articolo di sei colonne: “Erano innocenti“.
Poco dopo loro morte, Sacco e Vanzetti divennero dei simboli di libertà e di resistenza contro le ingiustizie perpetrate dagli uomini nei confronti di altri uomini, giudicati pericolosi per l’ordine pubblico a causa della loro diversità razziale, etnica, politica e religiosa. La canzone “Here’s to you” con musica di Ennio Morricone e testo di Joan Baez è la colonna sonora del film di Montaldo, ma anche un inno struggente che consegna alla storia il loro sacrificio, esaltando il coraggio e l’umanità che Sacco e Vanzetti hanno dimostrato sino alla fine dei loro giorni:
«Here’s to you, Nicola and Bart Rest forever here in our hearts The last and final moment is yours That agony is your triumph.»
Le parole della canzone sono ispirate a una dichiarazione che Bartolomeo Vanzetti aveva rilasciato tre mesi prima dell’esecuzione al giornalista Philip D. Strong per il periodico Nord America Newspaper Alliance:
Se non fosse stato per queste cose, avrei probabilmente vissuto la mia vita là fuori, parlando agli angoli delle strade con uomini disprezzati. Sarei potuto morire trascurato, sconosciuto, un fallimento. Ora noi non siamo un fallimento. Questa è la nostra carriera e il nostro trionfo. Nella nostra intera vita non avremmo mai potuto sperare di realizzare una simile missione in favore di Tolleranza, Giustizia e Comprensione fra gli esseri umani come adesso stiamo facendo accidentalmente. Le nostre Parole – le nostre Vite – le nostre Pene – non hanno alcuna importanza. Il vero fine delle nostre esistenze – le vite di un buon calzolaio e di un povero pescivendolo – è aver fatto tutto questo! L’ultimo e definitivo istante ci appartiene – una tale Agonia è il nostro Trionfo!
Il film di Montaldo restituisce i fatti storici con scrupolosa fedeltà, arrivando persino a svelare i retroscena più scomodi. La narrazione filmica si sviluppa, infatti, lungo due direttrici, quella giudiziaria e quella politica. Nel primo caso ci si concentra principalmente sulla vicenda di Sacco e Vanzetti, all’interno della quale si esplicano le tematiche inerenti alla corruzione del sistema giudiziario americano, al razzismo e alla xenofobia insite nella società statunitense. Emerge chiaramente come il procuratore Katzman abbia strumentalizzato questi elementi per volgere la condanna a sfavore dei due imputati, giudicati colpevoli per le loro idee e la loro origine più che per i crimini che gli sono stati attribuiti; nel secondo, invece, la questione si estende all’universale e si impegna ad analizzare tanto la risonanza che il caso giudiziario ebbe nell’Europa del tempo quanto il complesso rapporto tra Stato e corpo “estraneo”, sempre guardato con sospetto e ritenuto sovversivo o “anormale” all’interno del sistema costituito.
Bartolomeo Vanzetti, il mattatore che finì sulla sedia elettrica
La pellicola di Montaldo è un boccone amaro da ingoiare dal momento che pone davanti allo spettatore la realtà della vicenda in tutta la sua crudezza. Montaldo non edulcora i fatti in alcun modo, piuttosto si ostina a sostenere e a comprovare la tesi scomoda del delitto di Stato. Tale senso di ingiustizia viene ulteriormente fomentato dal celebre discorso che Gian Maria Volonté declama dinanzi alla corte. Parole che sono state realmente pronunciate da Vanzetti all’epoca della condanna e che, a causa del loro statuto testimoniale, sono state riprese fedelmente all’interno del film:
Sì, ho da dire che sono innocente. In tutta la mia vita non ho mai rubato, non ho mai ammazzato; non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto. Primo fra tutti: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per la quale sono qui è questa, e nessun’altra. Una frase, una frase signor Katzmann, mi torna sempre alla mente: “Lei, signor Vanzetti, è venuto qui nel paese di Bengodi per arricchire”. Una frase che mi dà allegria. Io non ho mai pensato di arricchire. Non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando. Sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso, sto soffrendo e pagando perché sono anarchico… e me sun anarchic! Perché sono italiano… e io sono italiano. Ma sono così convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto. Nicola Sacco… il mio compagno Nicola! Sì, può darsi che a parlare io vada meglio di lui. Ma quante volte, quante volte, guardandolo, pensando a lui, a quest’uomo che voi giudicate ladro e assassino, e che ammazzerete… quando le sue ossa, signor Thayer, non saranno che polvere, e i vostri nomi, le vostre istituzioni non saranno che il ricordo di un passato maledetto, il suo nome, il nome di Nicola Sacco, sarà ancora vivo nel cuore della gente. Noi dobbiamo ringraziarli. Senza di loro noi saremmo morti come due poveri sfruttati. Un buon calzolaio, un bravo pescivendolo, e mai in tutta la nostra vita avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini. Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati!
L’appassionata performance attoriale di Volonté si scontra con quella pacata di Cucciolla e ci svela la straordinaria differenza caratteriale dei due protagonisti accomunati dal triste destino: la tenacia speranzosa e idealista di Vanzetti si accompagna alla disillusione di Sacco che, dinanzi alla domanda della corte “avete qualcosa da aggiungere”, congeda il suo pubblico con un “No” secco, pronunciato con sguardo carico di dignità e umana rassegnazione. Il suo vero sentire sarà comunicato in privato al figlioletto Dante con un’ultima lettera struggente che molti anni dopo farà il giro del mondo, divenendo una promessa di lotta continua contro le disuguaglianze. Se Nicola Sacco scelse la via della protesta intima e silenziosa, Bartolomeo Vanzetti preferì quella del pubblico monito e delle parole. Nella loro diversità, tuttavia, erano entrambi consapevoli che la giuria li ha odiati sin dal primo momento in cui hanno messo piede in quell’aula e che i loro primi avvocati li hanno venduti senza farsi troppi scrupoli. Nel trasmettere ciò, mentre Cucciolla si esprime attraverso lo sguardo, Volonté preferisce utilizzare la voce. Due armi, tuttavia, fortemente valide per scalfire l’emotività dello spettatore, testimone impotente del misfatto. Memorabile è la confessione di una delle guardie che si trovava alle spalle di Volonté durante la scena in tribunale. Dinanzi all’ardore dell’attore nell’interpretare quel monologo, la comparsa non riuscì a trattenersi e scoppiò in lacrime interrompendo la ripresa. Dopo la scena l’uomo andò dal regista estremamente rammaricato e gli rivelò: “A dottò, me scusi, ma ‘sto Volonté me commuove davvero”. Nel 1977, sei anni dopo l’uscita del film e dopo cinquant’anni dall’esecuzione, Michael Dukakis l’allora governatore del Massachusetts, riconobbe ufficialmente l’innocenza di Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, ponendo fine alla loro agonia, ma rendendo ancora più immortale la loro voce.
“Elementare, Watson!”, coloro che affermano di non conoscere questa frase o di non averla addirittura mai sentita, stanno sicuramente mentendo! Questa espressione è immediatamente riconducibile ad uno dei personaggi letterari più amati di sempre: Sherlock Holmes, il detective geniale creato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle sul finire dell’Ottocento. Nonostante tale esclamazione sia ormai entrata nel linguaggio di tutti giorni, in realtà non figura mai in questa forma negli scritti originali di Arthur Conan Doyle, ma è stata resa popolare dal cinema, che ha contribuito a caratterizzare ulteriormente il personaggio.
Sherlock Holmes, tra finzione e realtà
«Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, dev’essere la verità.» -Sherlock Holmes, Il segno dei quattro.
Sherlock Holmes ha catturato l’attenzione del grande pubblico sin dal suo esordio letterario, avvenuto nel 1887 con il racconto Uno studio in rosso. Da quel momento la fama dell’investigatore inglese si è diffusa in tutto il mondo, portando il detective di Doyle a consolidarsi come mito e riferimento per il genere giallo. Nella mente di numerosi lettori dell’ottocento Sherlock Holmes non era un personaggio letterario, ma una figura in carne ed ossa tanto che, in quegli anni, il numero inesistente 221B di BakerStreet venne invaso da migliaia di lettere contenenti parole di ammirazione e richieste di casi da risolvere. Le origini di Sherlock si riscontrano nei personaggi di Dupin di Edgar Allan Poe e in Monsieur Lecoq di E. Gaboriau, entrambi del diciannovesimo secolo. A differenza loro, Sherlock è diventato un’icona moderna non solo in quanto emblema della logica e del raziocinio, ma anche perché intrattiene un rapporto “protesico” con i media dell’epoca. Egli riesce, infatti, ad utilizzare strumentazioni mediali in modo sistematico e consapevole, tra queste la radio, la scrittura, la stampa e il telegrafo. Il detective utilizza media per interpretare la realtà e far emergere indizi e fatti. Inoltre, il cervello di Sherlock Holmes è un vero e proprio archivio in cui analizzare le informazioni, selezionarle e infine decodificarle. A queste straordinarie capacità, si accompagnano invece caratteristiche proprie dell’uomo di città quali la noia e la frustrazione, generata dalla molteplicità di possibilità all’interno dei grandi centri urbani. Nella figura di Sherlock Holmes il sociologo McLuhan ritrova l’archetipo dell’uomo moderno metropolitano, continuamente stimolato dal punto di vista sensoriale e cognitivo. Per questo motivo, la complessità di Sherlock Holmes contribuì a creare un mito attorno alla sua figura, alimentato in gran parte dallo stesso autore. Doyle non ha solo creato un personaggio riconoscibile, ma un vero e proprio brand transmediale in grado di superare la finzione e ripercuotersi sulla realtà in molteplici modi. L’iconografia di Sherlock non fu, infatti, definita esclusivamente dalle descrizioni puntuali dello scrittore, ma anche e soprattutto dalle numerose opere teatrali, spesso non ufficiali, e dagli adattamenti cinematografici che si diffusero a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Sul detective di Baker Street vennero infatti realizzati più di 100 brevi film muti, spesso tratti dalle avventure di Doyle o scritti da zero.
Sherlock Holmes Baffled: il primo e ufficiale Holmes sul grande schermo
La prima trasposizione cinematografica di cui si ha memoria è Sherlock Holmes Baffled, un cortometraggio muto di 30 secondi con soggetto di Doyle e girato da Arthur Weed Marvin nel 1900, ma registrato nel 1903. Questo film è noto per essere il primo adattamento autorizzato, dedicato al celebre detective di Baker Street, ma anche per essere uno dei primi esempi di film narrativi-comici prodotti dalla Biograph, che negli anni precedenti aveva realizzato per lo più documentari sulla quotidianità cittadina.
Nonostante la semplicità narrativa, Sherlock Holmes Baffled è interessante sotto vari aspetti. In primo luogo, umanizza l’infallibile Sherlock Holmes che viene ridicolmente messo in difficoltà da un semplice ladruncolo. La trama vede, infatti, Holmes entrare in una stanza dove un ladro appare e scompare impunemente – attraverso il trucco della sostituzione– rubando alcuni oggetti. Contro ogni previsione, Holmes, visibilmente frustrato, tenta invano di acciuffare il criminale.
In secondo luogo presenta, a differenza di molte opere del periodo, una struttura ibrida tra puro intrattenimento e sperimentazione narrativa. I primi del Novecento sono un periodo di trasformazione in ambito cinematografico dal momento che si inizia ad abbandonare il sistema delle attrazioni mostrative, in cui prevale il gusto per gli effetti speciali e l’intrattenimento fine a sé stesso, per immergersi in quello dell’integrazione narrativa. In quegli anni, inoltre, non si può ancora parlare di registi propriamente detti, intesi dunque come figure professionali specifiche. Lo stesso Arthur W. Marvin non può essere considerato un regista nell’accezione moderna del termine, ma piuttosto un cameraman, privo di libertà creativa e assunto dalla casa di produzione Biograph esclusivamente per girare il cortometraggio. E’ interessante, tuttavia, osservare che la carriera di Marvin sia in parte legata a quella di uno dei pilastri del cinema americano, nonché padre del montaggio e della costruzione narrativa, David Wark Griffith, con il quale collaborò nella realizzazione di molti suoi primi film.
Non era, inoltre, inusuale che per questi primissimi cortometraggi venissero scelti soggetti o personaggi noti al grande pubblico poiché il Cinema delle origini si costituiva principalmente come un’industria finalizzata ad attirare spettatori nel cinematografo o nelle fiere. In questo senso, la figura di Sherlock Holmes, di per sé popolare grazie ai racconti e ai romanzi di Conan Doyle, si prestava perfettamente a questo scopo. Per concludere, Sherlock Holmes è una figura fortemente transmediale al punto che già nel 2012 risultava essere l’icona letteraria più raccontata nel cinema e in televisione. Nel corso del ventesimo secolo, l’universo di Holmes si è espanso ben oltre i confini segnati dai romanzi di Doyle tanto che il personaggio ha saputo adattarsi perfettamente ad ogni mutamento storico. Il detective è stato, infatti, protagonista di opere teatrali e radiofoniche, trasposizioni cinematografiche e televisive, fumetti e numerosi videogiochi e prodotti pop come le fan fiction. Questi contributi, più o meno apocrifi, riescono nella maggior parte dei casi ad arricchire, ribaltare e rileggere la narrazione di Doyle, pur mantenendo intatta la coerenza e il rispetto verso l’opera originale. A questo punto, viene quasi da chiedersi se l’unico mistero che resterà per sempre privo di soluzione non sia proprio quello di Sherlock Holmes.
A tutti quelle ragazze e quei giovani che per realizzare un loro sogno riescono a sposarsi- attraverso vicende penose e spesso stravaganti – questa favola d’amore è dedicata. – Intro Giorni d’Amore.
Perché è così difficile sposarsi nella società italiana del dopoguerra? E’ la domanda che ci pone Giuseppe De Santis nel film Giorni d’amore del 1954, scritto da De Santis, Libero de Libero, Gianni Puccini e infine Elio Petri, che è anche co-regista. Nella sua personale esperienza neorealista, De Santis si è distinto nel panorama cinematografico per film connotati da tematiche forti che spesso mettono in discussione le ideologie egemoni o che sono ispirate ad eventi di cronaca, quali ad esempio Roma Ore 11 (1952). Questa sua tensione alla critica sociale lo ha portato ad attirare a sé numerosi giudizi negativi tanto da spingere Togliatti in persona a consigliargli di realizzare un film dai toni più leggeri, vicini a quello che viene definito “realismo rosa”. All’epoca tale scelta ha suscitato, a sua volta, numerose critiche da chi vide in Giorni d’amore un allontanamento dalla sensibilità sociale dimostrata da De Santis nei film precedenti. Questa posizione si rivela, tuttavia, estremamente superficiale poiché anche Giorni d’amore, come altri lavori del regista, venne scritto a partire da un lavoro di inchiesta: l’Italia del dopoguerra è una nazione matrimoniale, ma i tempi difficili fanno sì che il matrimonio diventi un traguardo sempre più difficile da realizzazione per ragioni economiche, specialmente per le classi popolari. Il film ritorna dunque sul problema amoroso e sulle difficoltà legate al matrimonio, precedentemente affrontate ne Un marito per Anna Zaccheo (1953) in chiave melodrammatica; in Giorni d’amore, invece, l’argomento viene declinato nei briosi stilemi della commedia popolare. Fondi, patria dello stesso De Santis è il paese in cui si inserisce la scena: i due protagonisti, Pasquale (Marcello Mastroianni) e Angela (Marina Vlady), fanno parte della classe contadina di una Ciociaria coloratissima e sospesa in un tempo mitico-favolistico. I due si amano teneramente e desiderano sposarsi, ma al loro matrimonio si contrappongono le norme e le aspettative sociali, le tradizioni popolari e i continui problemi economici: la dote della sposa, i costi per la cerimonia, per il banchetto, per gli abiti, il viaggio di nozze… e chi li ha tutti questi soldi? A ciò si aggiungono anche le ambizioni dei due fidanzati che sembrano apparentemente inconciliabili: se Pasquale ben si adatta alla vita dei campi, Angela invece si mostra insofferente tanto che nelle primissime scene del film la vediamo ripresa dal padre al grido di: “Angelina non ti mettere a sogna’!”. La ragazza desidera, infatti, andare al cinema e farsi la permanente come le signore di città, e dunque riscattarsi da quella società contadina che vede come un limite alle proprie aspirazioni. Dinanzi a siffatte difficoltà appare evidente che i fidanzati debbano ingegnarsi in qualche modo e improvvisamente arriva l’idea: decidono di inscenare una fuga coinvolgendo le proprie famiglie, nella speranza che questo gesto estremo li porti a coronare il loro sogno d’amore senza più alcun tipo di vincolo.
Il ritorno a colori nella terra di Ciociaria
Sin dagli albori della sua carriera, De Santis ha sempre mostrato un particolare legame con la terra. Lo si nota particolarmente in tre pellicole che, non a caso, vanno a costituire quella che viene definita come la prima “Trilogia della Terra”: Caccia Tragica (1947), Riso amaro (1949) e infine a Non c’è pace dagli ulivi (1950). I temi di questi film ruotano attorno al legame vitalistico che intercorre tra la terra e l’uomo, il quale non è un più borghese come nel cinema fascista. Al contrario, De Santis costruisce un vero e proprio “epos popolare” e collettivo, prestando la voce a quelli che per anni sono stati dimenticati dalla società, come i pastori, i poveri, i contadini, i vagabondi, i reduci, le casalinghe, i disoccupati e le operaie. Nei suoi film ogni personaggio possiede una sua importanza ai fini della storia, anche quelli secondari che spesso assurgono al ruolo di coro, commentando la vicenda e sostenendo i protagonisti nella loro missione. Per De Santis tutto è degno di essere impressionato su pellicola e ancor più di divenire spettacolo, e dunque Cinema. Con Giorni D’amore si può quasi dire che il regista inauguri una seconda trilogia della terra a colori. Affidando al pittore e compaesano, Domenico Purificato, la consulenza del colore, De Santis vuole spingersi oltre il modello della verosimiglianza e dare vita ad una storia dai forti connotati antinaturalistici, pur mantenendo l’attualità della vicenda.
L’utilizzo del colore in senso pittorico contribuisce a caricare di lirismo le immagini del regista, inserendole a pieno titolo nell’universo popolare dei cantastorie e delle favole. Lo si può notare sin dai titoli di testa, nei quali viene esplicitata la modalità narrativa in cui la storia sarà raccontata. In particolare, vi è un evidente richiamo alla struttura della commedia tradizionale latina nella definizione dei conflitti e dei ruoli all’interno delle famiglie dei due fidanzati. La cultura popolare si manifesta inoltre attraverso la “teatralizzazione” del paese, ma anche nell’attenzione dedicata alla comunità piuttosto che al singolo: i paesani sono interpretati da attori non professionisti che, accanto a Mastroianni e Vlady, contribuiscono a restituire un ritratto vitalistico e autentico della vita ciociara nell’Italia contadina del dopoguerra. Da non dimenticare che la massa, intesa come comunità, si configura come una dei grandi protagonisti della cinematografia di De Santis. Nel caso di Giorni d’amore il paese stesso partecipa attivamente e coralmente al problema divenendo talvolta un grande teatro dove realtà e finzione si intrecciano inesorabilmente.
L’importanza di fare la commedia
Quando i due fidanzati architettano la fuga d’amore, convincono le proprie famiglie a mettere su una sceneggiata. Il piano è semplice: i genitori devono “fare la commedia” e darsi la colpa a vicenda affinché si sparga la voce della loro fuga. Dinanzi alla richiesta dei due innamorati, vola un’esclamazione: “ma io non so litigare”- a cui fa eco un: “ti scrivo io quello che devi dire!”. Inizia così la commedia, in cui il paese di Fondi si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto. In particolare, la sceneggiata viene messa in atto sui balconcini delle due famiglie che gettano l’una sull’altro. Il sipario è reso dalle tapparelle dipinte che si alzano e si abbassano in seguito ad ogni battuta. Sembra di assistere ad uno spettacolo di burattini.
Dopo un iniziale tentennamento, le famiglie iniziano a prenderci gusto e la commedia a farsi realtà: all’insulto del padre di Angela, risponde quello di Pasquale con un’ingiuria ancora più grossa. Il coro è composto dagli stessi paesani che reagiscono alle loro provocazioni con rulli di tamburo e schiamazzi, schierandosi dall’una o dall’altra parte. In questa scena il paese svela la sua natura esplicitamente finzionale, trasformandosi in un presepe vivente con figuranti e case fatte di cartapesta. La vita di Fondi si alterna continuamente alla fuga dei due innamorati, che si svolge principalmente negli spazi esterni e autentici della campagna laziale. Ben presto, tuttavia, il paese partecipa alla vicenda lanciandosi alla ricerca dei due fidanzati per convincerli “a fare le cose per bene” e dunque scongiurare la possibilità di un matrimonio riparatore. Dopo i primi momenti di serenità, iniziano ad emergere le prime difficoltà legate alla fuga, al vivere da soli e alla diversità caratteriale di Angelina e Pasquale. L’elemento finzionale si manifesta nel gioco di seduzione tra i due fidanzati che viene continuamente interrotto e disturbato dagli animali, da un sorvegliante di un campo, da un gruppo di zingari e infine dai loro stessi paesani, i quali hanno imbastito una vera e propria caccia per scovarli e farli tornare a casa. Ciò nonostante, è grazie a questi numerosi ostacoli che Angela e Pasquale imparano a conoscere sé stessi sia in quanto individui che coppia. La vicenda si risolve in un lieto fine con una risata liberatoria del pubblico, composto da famiglie e paesani, all’uscita dei due novelli sposi dalla chiesa. A differenza del finale amaro di Roma ore 11, in Giorni d’amore attraverso il ritorno alla terra si raggiunge la felicità coniugale che culmina con la reintegrazione dei due membri all’interno della comunità. La terra assume quindi un valore fortemente vitalistico e permette ai due di sposarsi, ma anche ad Angelina di coronare il sogno e farsi la permanente.
“The joke of life is the fall of dignity”. -Mack Sennett
Quando si fa riferimento alla nascita delle comiche cinematografiche, e più nello specifico del genere slapstick, si chiamano inevitabilmente in causa le figure di Charlie Chaplin o di Buster Keaton, e molto raramente quella del vero “Re della commedia” del periodo muto, Mack Sennett, pseudonimodel produttore cinematografico Michael Sinnott. Parlando del suo regno, Arthur Mayer e Richard Griffith hanno scritto nel volume The Movies: “nel mondo di Sennett tutti gli avvocati diventavano privi di scrupoli, tutte le persone pie diventavano ipocriti, tutti gli sceriffi stupidi e venali, e tutti sorpresi nell’atto di calarsi i pantaloni”. Il punto di forza delle sue comiche era, infatti, la loro natura satirica, scanzonata e caratterizzata da un tono allegro ed eversivo che talvolta sfociava anche nella beffa nei confronti della società e dei suoi rappresentanti. Malgrado il carattere difficile, Sennett era una persona brillante al quale si deve la scoperta di molti talenti quali: Gloria Swanson, Charlie Chaplin, Buster Keaton, Harry Langdon, Frank Capra e Roscoe “Fatty” Arbuckle. I Keystone Studios furono, infatti, un trampolino di lancio per tutte queste grandi stelle che, di fatto, si fecero le ossa proprio all’interno di quella fucina tumultuosa.
I Keystone Studios: il regno caotico di Mack Sennett
“I called myself the king of comedy, but I was a harassed monarch. I worked most of the time. It was only in the evenings that I laughed”. – Mack Sennett
Mack Sennett iniziò la sua carriera nel mondo del varietà newyorkese esibendosi in commedie musicali e burlesque come cantante, clown e, infine, comico. Nel 1909 iniziò a lavorare come attore e assistente di D. W. Griffith dal quale apprese le regole del montaggio cinematografico, finché nel 1912 gli venne affidata la direzione generale della casa di produzione, Keystone Film Company, e successivamente del complesso sgangherato dei Keystone Studios. Da quel momento Sennett iniziò a tracciare non solo la storia di Hollywood, ma anche e soprattutto del Cinema producendo pellicole mute caratterizzata da una comicità impetuosa e frenetica con inseguimenti a rotta di collo, sberle e torte in faccia. Per Sennett, infatti: “tutto è vanità! Tutto è comico! Virtù, amore, ricchezza, tutto è comico”. Queste parole sono state riportate da Frank Capra nella sua straordinaria autobiografia Il nome sopra il titolo, nella quale ci ha fornito un ritratto straordinario del Re della Commedia. Il regista de La vita è meravigliosa lavorò agli inizi della sua carriera come gag writer nella “General Motors” della commedia di Sennett, ossia i Keystone Studios. Capra descrive così il loro primo incontro all’interno dell’ufficio del Re, posto ai vertici dell’omonima Torre che svettava al centro del complesso:
“Avevo sentito parlare dell’ufficio di Sennett, ma non ero preparato a quello che vidi quando vi misi piede per la prima volta. Mack Sennett era sdraiato su un lettino per massaggi, completamente nudo. Abdul il turco gli massaggiava le natiche mentre due signori, lindi e azzimati, provavano una scena. A parte questo, la stanza era spoglia come una cella; c’erano solo una grande poltrona di pelle e una sputacchiera di rame. Le prime parole che sentii entrando furono quelle di Sennett «no, no, ragazzi. Non mi piace. Dov’è il tema? Qui manca il tema!»”
Gli Studios stessi riflettevano l’essenza del loro direttore: si trattava di baracche disordinate in cui le gags erano all’ordine del giorno, gli attori e addetti del settore correvano qua e là e creature stravaganti si aggiravano per i set raffazzonati e gli esterni caotici. Per citare le parole di Capra:” in ogni studio cinematografico c’era sempre un bel frastuono e tanta agitazione, ma qui la cacofonia sembrava uscire da potenti amplificatori. Era come se un’orchestra suonasse la folla sinfonia della commedia!”
I Keystone Cops: poliziotti, inseguimenti e torte in faccia
“The more Keystone comedies I make, the more convinced I become that comedy is an art, and a high one at that!”. –Mack Sennett
Gli archetipi delle comiche dei Keystone Studios si possono rintracciare nel genere del vaudeville e nelle pantomime improvvisate che venivano messe in scena nell’ambiente teatrale e circense, molto caro a Sennett stesso; i suoi film muti ne erano, infatti, un’estensione e un perfezionamento dal momento che potevano essere diffusi in tutto il mondo grazie alla natura riproducibile del mezzo cinematografico. A questo si aggiunge che il linguaggio delle comiche era in grado di superare ogni barriera linguistica proprio in quanto fondato sul corpo e non sulla parola. Nonostante le pellicole fossero decisamente a basso costo, raggiunsero comunque un grande successo per merito della straordinaria capacità imprenditoriale e della vivacità innovativa del loro produttore: le bucce di banana e le bastonate erano troppo antiquate per Mack Sennett che, pur di stimolare la risata, rincarò la dose di ossa rotte all’interno dei suoi film, da molti ritenuti volgari e infantili. Ciò nonostante le comiche di Sennett furono molto più di questo: le gags stesse, nella loro semplicità, erano frutto di uno studio attento nonché risultato perfetto di un duro lavoro di coordinazione da parte dei performers. I suoi attori erano, infatti, anche stuntmen dei loro stessi numeri al punto che l’ambulanza faceva presenza fissa davanti ai Keystone Studios. A Sennett si deve, inoltre, l’invenzione della gag della torta in faccia che Capra ha definito con un’iperbole “una delle più grandi scoperte della storia umana affiancabile persino al fuoco, alla ruota e alla camminata di Chaplin”.
Tra le serie comiche più famose si ricordano quelle rocambolesche con i Keystone Cops, una squadra di poliziotti imbranati e inabili a catturare i criminali che finiscono spesso per auto-sabotarsi. La figura dei Keystone Cops venne ideata dall’attore Hank Mann ed è fortemente ispirata a quella dei clowns da circo, declinata tuttavia in chiave poliziesca con un chiaro intento parodistico e satirico. Le loro scene frenetiche e acrobatiche di inseguimento divennero uno dei marchi di fabbrica di maggior successo della casa di produzione. Uno dei Keystone Cops più noti era senza dubbio Roscoe “Fatty” Arbuckle.
Per concludere, la politica di Sennett si basava sull’equazione “più risate = più soldi”, obiettivo che raggiunse in poco tempo grazie anche alla sua squadra di brillanti gags writers tra i quali spiccano i nomi di Dick Jones e Frank Capra. Nel periodo del cinema muto, Mack Sennett era senza dubbio uno dei produttori e imprenditori cinematografici di maggior successo. Fu lui a far erigere sulla collina la scritta “Hollywoodland”, successivamente ridotta a “Hollywood”, che negli anni è divenuta un’icona indimenticabile dell’industria cinematografica. Come è accaduto in molti casi, l’avvento del sonoro segnò la fine del lungo e scintillante regno di Mack Sennett, ma le sue comiche hanno segnato la storia della commedia regalandoci gags indimenticabili che hanno fatto scuola. Oltre a questo, il suo brillante fiuto per i talenti ci ha regalato artisti del calibro di Charlie Chaplin, Carole Lombard, Buster Keaton, Gloria Swanson, Stan Laurel e Oliver Hardy, Harry Langdon, Virginia Fox e Harold Lloyd. In fin dei conti, Mack Sennett si è meritato il titolo di “Re della commedia”.