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  • ALEX DELARGE – IL VOLTO DI DIONISO

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    Un ragazzo stringe tra le mani un bicchiere di latte, sulla testa porta una bombetta nera a sovrastare un viso dai tratti delicati che, tuttavia, si distorcono in un sorriso crudele, feroce. Questo è il volto di Alex DeLarge, protagonista di Arancia Meccanica (Malcolm McDowell), il cui primo piano è noto pressappoco a chiunque, al punto che il suo occhio azzurro, incorniciato da lunghe ciglia finte, è ormai iconico e inconfondibile. Si può quasi dire che il suo occhio di ghiaccio sia il marchio di fabbrica del film, la sua firma.  Sarà per il suo costume peculiare ad opera della celebre costumista italiana Milena Canonero o forse per la sua personalità complessa e ambigua, Alex si è guadagnato lo status di personaggio tra i più amati e noti della cinematografia kubrickiana ma anche, più generalmente, del cinema stesso. E se il nostro amato drugo lo sapesse, probabilmente ne godrebbe come un bambino e ci regalerebbe uno dei suoi indimenticabili ghigni.

    ARANCIA MECCANICA: VIOLENZA GRATUITA O NECESSITÀ ESPRESSIVA?

    Al tempo della sua uscita nel 1971, ma anche negli anni successivi, Arancia Meccanica fu sottoposto a numerose operazioni di censura.  A seguito di numerose minacce, Kubrick stesso fece ritirare il film dalle sale inglesi vietandone la proiezione fino alla sua morte, avvenuta nel 1999.  Si tratta, infatti, di una pellicola “problematica” che, nel corso della sua storia, è stata spesso ritenuta pericolosa e traviante poiché, secondo molti, inneggia e giustifica l’uso di sostanze stupefacenti, il degrado urbano, lo stupro e, soprattutto, la violenza gratuita, nel film ancora più orribile in quanto messa in atto da ragazzini. Questi sono i prodotti di una società marcia nella quale conta più la scelta del singolo, la sua personale distinzione del bene e del male, piuttosto che i grandi valori universali quali la giustizia, l’uguaglianza, l’onestà, il bene e l’amicizia. A questo  proposito è necessario sottolineare che in numerose occasioni  Anthony Burgess, autore dell’omonimo romanzo da cui è tratto il film, e successivamente Stanley Kubrick hanno precisato di non aver mai avuto l’intenzione di mettere in scena una violenza fine a sé stessa, dal momento che questa è impiegata per analizzare una tematica estremamente filosofica quale il libero arbitrio che caratterizza fortemente il personaggio di Alex, le sue relazioni con il mondo esterno e il suo percorso interiore. Potremmo andare avanti all’infinito ad “arrovellarci il gulliver” su chi ha torto e chi ragione, sennonché la questione è, ovviamente, più complessa di così e cercheremo di sviscerarla proprio attraverso il protagonista, Alexander DeLarge.

    Scrive Kubrick:

    Alex è un personaggio che alla luce di ogni considerazione logica e razionale dovrebbe suscitare antipatia e anzi, con ogni probabilità, il pubblico dovrebbe aborrirlo. Eppure […] Alex ti trascina dentro la sua visione della vita. La storia produce questo effetto, che è per la mente del pubblico l’illuminazione artistica più piacevole e sorprendente. […] Alex simboleggia l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti.”

    Già dai primi minuti del film si comprende che la vita di Alex e dei suoi compagni è molto diversa da quella di qualsiasi malcico (“ragazzo” in nadsat) della sua età: trascorrono le loro serate a combattere la noia attraverso rapine, risse e violenze di ogni genere, che vanno dal picchiare un povero senzatetto indifeso al violentare devočke (“giovani donne” in nadsat). Alex ritiene, infatti, che la strada sia la vera ed unica insegnante e che la scuola, d’altro canto, non è che un luogo finalizzato a “danneggiare la loro educazione”. Alex sceglie personalmente di compiere queste azioni negative, consapevole delle loro conseguenze eppure incurante di esse. A differenza degli altri drughi, la violenza è per lui piacere puro, uno sfogo dei propri istinti, un momento in cui allentare i freni inibitori e lasciar parlare unicamente gli impulsi.

    “[…] Alex DeLarge è il diminutivo buffo di Alessandro il Grande, che si fece largo nel mondo a colpi di spada e massacri e lo conquistò. Ma è anche il nome di colui che alla fine è vinto, impotente e senza parole. Egli fu “A – lex”. La legge di se stesso, e diventò una creatura senza legge e senza lessico.”
    -Anthony Burgess

    Come avrete notato, i drughi comunicano utilizzando il nadsat, un particolare tipo di slang inventato dallo stesso Burgess. Il nadsat mischia l’inglese con il russo ed è una lingua molto fisica fatta di ripetizioni cantilenanti, parole inventate o provenienti da dialetti quali il Cockney e, infine, onomatopee. Un linguaggio che utilizzano solo loro e che finisce ancor più per ghettizzarli all’interno di una società distopica, fondata sulla sopraffazione, sulla meschinità e sull’uso della violenza, la quale diviene per loro una divinità da onorare ogni sera attraverso l’esercizio dell’amata “Ultraviolenza” che è facilitato dall’assunzione del latte+, una bevanda composta da latte mischiato ad alcune droghe mescaline e sostanze psicotrope.

    IL BIANCO, I COSTUMI E LE LORO ISPIRAZIONI: IL LAVORO DI MILENA CANONERO

    Il bianco troneggia nella prima parte del film: è il colore caratteristico del Korova Milk Bar, il loro punto di ritrovo, ma anche del latte+ e persino degli iconici abiti dei drughi, i quali indossano pantaloni, bretelle e camicie completamente bianchi, fatta eccezione per gli stivali e gli eleganti capelli neri che, insieme al bastone “da passaggio” di Alex, conferiscono loro un’aria quasi borghese. Il bianco si pone in contrasto con la brutalità dei protagonisti e, per tale ragione, perde la sua portata simbolica positiva poiché si pone in diretta relazione con il male o, come nel caso del latte+, spinge a compierlo. Allo stesso modo, il volto angelico di Alexander diviene l’incarnazione stessa del male, il volto di Lucifero, un angelo caduto e senza alcuna possibilità di redenzione. Inoltre, la costumista Milena Canonero ha dichiarato in un’intervista che l’ispirazione per il costume di Alex e dei suoi compagni sia derivata da un fenomeno sociale contemporaneo all’uscita del film: impossibile non cogliere le somiglianze tra lo stile dei drughi e la “divisa” tipica degli Skinheads, composta proprio da camicia, bretelle e anfibi con risvolto ai pantaloni. Il movimento degli Skinheads nasce in Inghilterra verso la fine degli anni ’70 ed è composto da giovani anticonformisti provenienti dalla classe operaia. In quegli anni, il movimento ha attirato numerosi pregiudizi dando luogo a incomprensioni a causa di correnti nazifasciste che si sono insediate nella sottocultura stravolgendola dall’interno e compiendo linciaggi e atti brutali contro minoranze etniche e religiose. Contemporaneamente, come reazione a questa appropriazione indebita, alcuni gruppi originali diedero vita a numerose fazioni antifasciste, antirazziste, anarchiche, apolitiche o comuniste, prendendo le distanze da quelle azioni orribili, ma ciò non bastò a far cambiare idea all’opinione pubblica che continuò per anni a guardarli con sospetto, etichettandoli come pericolosi e violenti. A questo punto non ci sorprende che il loro stile inconfondibile sia stato di ispirazione alla Canonero per il costume dei drughi.

    ALEXANDER DELARGE: VIOLENZA A RITMO DI MUSICA

    Alex è il leader del gruppo e ci viene presentato sin dalle prime sequenze come un giovane aggressivo, spietato ma anche come un esteta colto e astuto. Si diletta di musica classica e, in particolare, nutre un amore spropositato per Ludwig Van Beethoven, il cui ascolto suscita in lui immagini violente e al tempo stesso erotiche. La nona sinfonia del compositore lo scuote, lo eccita ed è una droga più potente della mescalina stessa, è l’ispirazione che lo sprona all’azione. La bellezza della musica, quindi, si fonde all’esercizio della violenza, anzi lo amplifica, ne è la fonte primaria. E’ proprio la musica a spingere e ad accompagnare Alex durante questi atti orribili, a liberare i suoi istinti primordiali, dionisiaci.  

    “[…] E d’un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione, e a quello che il buon Bog manda loro. La musica mi venne in aiuto. C’era una finestra aperta con uno stereo, e seppi subito che cosa fare”
    -Alex Delarge in A Clock Work Orange.

    Celebre è la scena dell’irruzione nella casa dello scrittore, scena drammatica nella quale i drughi distruggono parte dell’abitazione, si prendono beffe del proprietario e violentano la povera moglie.
    Questo momento del film è reso ancor più atroce dal motivetto che Alex canticchia mentre colpisce l’uomo: Singin In the Rain, la canzone pilastro del cinema classico hollywoodiano, tratta dall’omonimo film e cantata da uno spensierato e romantico Gene Kelly.
    Lo stesso tipo di spensieratezza risiede anche nel protagonista poiché i suoi impulsi famelici stanno per essere saziati da una bella dose di ultraviolenza.

    DALLA LEGGE DEL TAGLIONE ALLA CURA LUDOVICO

    A seguito del tradimento, anzi “ammutinamento”, dei suoi compagni inizia il declino del giovane drugo. Dopo un colpo finito male, Alex viene arrestato e costretto a scontare 14 anni con l’accusa di omicidio.

    La violenza, tuttavia, raggiunge il protagonista anche in carcere, dove è sottoposto a numerose umiliazioni, vessazioni, avances da parte dei detenuti e percosse delle guardie che sembrano obbedire solo alla legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente”. Alex in prigione perde la sua identità, diviene un numero, e l’unica cosa da cui sembra trarre godimento è la religione. Passa, infatti, ore a leggere le sacre scritture traendo piacere dai racconti di flagellazioni, uccisioni, stupri e torture.  È il suo unico modo per placare la sete di ultraviolenza che è sempre presente in lui.
    Nel momento in cui Alex viene scelto per la perversa “Cura Ludovico” inizia il suo vero inferno, e da carnefice diventa vittima.

    “Se prima non avessimo visto Alex agire come delinquente brutale e spietato, sarebbe stato fin troppo facile essere poi d’accordo sul fatto che lo Stato commette una colpa più grave nel privarlo della sua libertà di scelta tra il bene e il male.”
    -Stanley Kubrick, Da “Kubrick” di Micheal Ciment.

    La società, sottoponendolo alla sperimentazione, lo priva della libertà di scelta, costringendolo al bene e privandolo della sua natura. Alex è, quindi, obbligato a reprimere la sua indole violenta nella convinzione sociale di essere finalmente “sano”, perché la violenza è una cosa malata e orribile. Si parla di una riabilitazione forzata, non spontanea né interiorizzata ma al limite della tortura. Dopo appena due settimane di cura, il “redento” ne esce trasformato e viene gettato nuovamente nella società, un mondo che oramai non lo accetta più e in cui non riesce più ad integrarsi né a difendersi.  Infatti, se Alex è stato rieducato e reso incapace di fare del male, la società invece ha conservato la sua malvagità, la sua sete di violenza e di vendetta. Una volta tornato in strada, Alex incontra coloro cui ha fatto un torto o recato dolore, come i suoi genitori, i compagni Dim e Georgie (divenuti pubblici ufficiali), il senzatetto e infine lo scrittore, ormai vedovo. Questi decidono di regolare i conti ma lui, ormai “guarito”, non può fare nulla per difendersi a causa del trattamento cui è stato costretto. Ad ogni tentativo di reazione una nausea lo scuote costringendolo all’immobilità. E, come se non bastasse, Alex non può né avere un rapporto sessuale senza provare repulsione né ascoltare la nona di Beethoven, poiché colonna sonora di quei filmati raccapriccianti che è stato costretto a guardare durante la cura che, non ha caso, si chiama “Ludovico” proprio in omaggio al suo amato compositore. Nel momento in cui Alex perde la sua libertà, diviene il modello del perfetto cittadino ma cessa di essere uomo.

    APOLOGIA DI UN VIOLENTO: IL TRIONFO DEL DIONISIACO SULL’APOLLINEO

    Nonostante la società pensi il contrario, risulta impossibile eliminare completamente l’aggressività di un singolo se non c’è volontà da parte dell’individuo, poiché si finisce con il castrarlo lasciandolo alla mercé della violenza altrui. E’ meglio che resti così, violento, brutale, piuttosto che un uomo privato della possibilità di scegliere tra il bene e il male. A conferma di ciò, il film si conclude con un Alex finalmente guarito dagli effetti della Cura Ludovico e che, ingessato e steso sul lettino dell’ospedale, si gode la sua gloria di “vittima dello stato”.

    Le ultime parole di Alex sanciscono la vittoria finale del Dionisiaco sull’Apollineo: la sua precedente redenzione è stata solo apparente in quanto non dettata da una scelta personale. La tendenza alla depravazione è rimasta, infatti, celata nel suo inconscio e neppure una cura perversa come quella è riuscita a sopprimere le sue bestiali pulsioni  dionisiache che continuano a manifestarsi nella sua testa,  sotto forma di immagini, e a gridare di essere soddisfatte, accompagnate dalle note della sua tanto amata nona di Beethoven.

    “Colui che è più ricco di pienezza vitale, il dio e l’uomo dionisiaco, non solo può concedersi lo spettacolo dell’orrore e della precarietà, ma perfino l’azione terribile e ogni lusso di distruzione, di dissolvimento, d’annientamento; malvagità, assurdità, deformità gli appaiono in un certo senso permesse in conseguenza di uno straripamento di forze generatrici e fecondanti che possono fare di ogni deserto ancora una contrada fertile ed ubertosa”
    – Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882

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  • IL CINEMA HORROR DELLE ORIGINI

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    L’Ottocento è il secolo dell’orrore: dalla letteratura alle arti performative e fotografiche.

    «Il sentimento più antico e più radicato nel genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell’Ignoto. Questi assunti vengono posti in discussione da ben pochi psicologi, e la loro conclamata verità stabilisce in qualsiasi tempo la genuinità e dignità del racconto Soprannaturale e Orrorifico come forma letteraria.»

    -Howard Phillips Lovecraft.

    Nel corso dell’ottocento vennero gettate le basi per uno dei generi cinematografici più fertili di sempre: l’Horror.

    In questo periodo, infatti, si scatenò un’ossessione collettiva per tutte quelle pratiche connesse allo spiritismo e alla scienza dell’occulto che erano, invece, state precedentemente marchiate come malefiche. Sempre più frequentemente, le persone iniziarono a riunirsi per prendere parte a sedute spiritiche o per raccontarsi terrificanti storie di fantasmi o ancora per partecipare agli spettacoli della lanterna magica e alle fantasmagorie. Parlando proprio di quest’ultimo caso, la fantasmagoria di Etienne-Gaspard Robertson è uno dei più originali esperimenti in ambito teatrale e orrorifico: consisteva in uno spettacolo di immagini in movimento che si ingrandivano e rimpicciolivano, provocando stupore e turbamento nel pubblico. Questi spettacoli ottici conquistarono un nuovo tipo di spettatore, attratto dalla realtà e dai suoi prodigi, ma anche da una dimensione “altra”. Uno spettatore per il quale l’attrazione per i fenomeni irrazionali risultava irresistibile.

    Accanto alle arti performative, anche le storie dell’orrore divennero fonte di fascinazione e si radicarono ancor più nella cultura popolare europea nel momento in cui iniziarono a diffondersi i Penny dreadful, una serie di racconti spaventosi pubblicati a puntate sui periodici, e ancor più grazie alle magistrali opere di Mary Shelley, Edgar Allan Poe e Bram Stoker. Questi tre grandi maestri del gotico avrebbero profondamente influenzato la cultura cinematografia e letteraria successiva dando vita a creature iconiche e facendo sperimentare ai propri lettori graduali e differenti tipi di paure, spesso non tangibili e razionali ma implicite, inspiegabili e, piuttosto, legate a quel lato oscuro della personalità che ogni essere umano possiede ma che tende a nascondere e a controllare. A tal proposito, tra i nomi dei grandi scrittori orrorifici del novecento spicca quello di H.P. Lovecraft. Nei suoi romanzi, Lovecraft, si interroga sul ruolo dell’ignoto all’interno della vita degli esseri umani. Secondo lo scrittore, infatti, gli uomini hanno a disposizione una limitata conoscenza della realtà. Questa inespugnabilità del reale li tutela da una degradazione psico-fisica cui si giunge proprio attraverso una ricerca disperata di conoscenza che è, difatti, destinata a trascinare nel baratro della follia.  Inoltre, accanto al tema della “conoscenza proibita”, Lovecraft analizza gli istinti primordiali e spaventosi che albergano in noi e che si concretizzano in figure mostruose, mitologiche, la cui immagine è inafferabile e spesso proibita ai nostri occhi.

    In generale, una delle strategie impiegate dagli autori per creare un’atmosfera da brivido consiste nell’accostare alcuni elementi sovrannaturali, misteriosi e ingiustificabili accanto ad altri reali, verosimili e familiari così da destabilizzare il lettore e generare in lui ansia e timore nei confronti di qualcosa che è allo stesso tempo irrazionale ma anche non distante dalla sua quotidianità.

    «Io ho sentito una volta di un americano che così definiva la fede:  “Quello che rende noi capaci di credere in cose che sappiamo non   essere vere”.»

    – Dracula, Bram Stoker.

    In breve tempo il gusto per il macabro andò ad influenzare anche le arti visive e performative dell’epoca. Un altro aspetto di cui vale la pena tenere conto riguarda l’ambito della fotografia che iniziò ad affermarsi proprio nel diciannovesimo secolo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la fotografia spiritica raggiunse un alto grado di popolarità grazie ai lavori del “fotografo-medium” William H. Mumler. Successivamente si venne a scoprire che le sue fotografie non testimoniavano l’esistenza di entità spirituali giacché erano in realtà ritoccate manualmente dallo stesso Mumler, il quale, dopo aver trattato i negativi, era solito aggiungere le immagini dei defunti all’interno delle foto commissionate dai propri acquirenti.

    IL RAPPORTO TRA CINEMA E ORRORE: LE ORIGINI DEL GENERE HORROR

    A questo punto si può ben comprendere perché a fine Ottocento il mezzo cinematografico riuscì ad attrarre a sé una quantità spropositata di curiosi, affascinati dalla possibilità di poter osservare delle reali immagini in movimento. In breve tempo il cinematografo divenne lo strumento principale di diffusione della letteratura gotica e popolare: quale miglior espediente, se non il cinema, per narrare storie terrificanti e ancor più per rendere visivamente concreti tali racconti rafforzandone il terrore?

    L’orrore divenne, infatti, uno degli argomenti più in voga nel cinema del novecento al punto che nel periodo del muto molti registi si confrontarono con questo tipo di narrazione. In questo contesto si colloca il poco noto Le manoir du diable (Il castello del diavolo) diretto da Georges Méliès nel 1896 e considerato il primo horror (muto) della storia. Si tratta di un breve filmato d’intrattenimento che, discostandosi da un intento prevalentemente narrativo, puntava piuttosto ad un linguaggio di tipo attrazionale, impiegando le specificità stesse del mezzo cinematografico e le sue infinite possibilità mistificatorie e spettacolari per “spaventare” il pubblico attraverso trucchi, effetti speciali e tipi fissi prelevati direttamente dalla letteratura di riferimento. Le manoir du diable fu proiettato alla vigilia di Natale e diede vita ad un filone cinematografico che di lì a pochi anni andrà a configurarsi come genere vero e proprio.

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    IL RUOLO DELL’ESPRESSIONISMO TEDESCO NELLA DEFINIZIONE DEL GENERE

     Nel ventesimo secolo furono sfornati numerosi film a tema horror come il cortometraggio The Hunckback (1909), diretto da Van Dyke Brooke e Il golem (1915) di Paul Wegener ma, soprattutto, capolavori del calibro di Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, Frankenstein di James Whale e Dracula di Tod Browning (1931). Come ho già accennato in precedenza, la maggioranza dei personaggi presenti in questa serie di pellicole provengono direttamente dal repertorio della letteratura gotica sette-ottocentesca che vedeva come protagonisti ogni genere di creatura della notte come mostri, vampiri, fantasmi, demoni, lupi mannari e così via. Il vampiro Nosferatu, in particolare, è diventato col tempo una pietra miliare del horror nonché uno dei film più citati e presi a modello da registi contemporanei come Tim Burton, Werner Herzog e Francis Ford Coppola, i quali hanno dedicato numerosi omaggi a questo pilastro della storia del cinema. La pellicola, inoltre, si colloca all’interno di una delle sperimentazioni d’avanguardia più interessanti del Secolo breve: l’espressionismo tedesco.

    L’espressionismo è una corrente d’avanguardia sviluppatasi in Germania nel 1908 come reazione al realismo e vede tra le sue maggiori influenze proprio la cultura romantica e gotica tedesca. Tra le caratteristiche di questo movimento emergono principalmente il gusto per la deformazione della realtà e per le prospettive alterate che sottolineano la personalità deviata dei personaggi e che sono enfatizzate dalla cura maniacale per le scenografie, ma anche l’inclinazione per una recitazione antinaturalistica ed eccessiva. Tutto ciò si amalgama alla perfezione con gli elementi della messa in scena che sono resi ancor più esasperati da uno stile allucinato, caratterizzato da inquietanti conflitti chiaro-scurali. Le ombre padroneggiano la scena e i protagonisti che l’attraversano non hanno alcuno scampo, sono condannati farsi sopraffare da esse.
    Oltre a Nosferatu, è necessario fare riferimento ad un altro caposaldo dell’espressionismo: il Gabinetto del Dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, una pellicola innovatrice e sperimentalista al punto da essere considerata un film-manuale per tutti coloro interessati ad indagare la complessità e l’oscurità della mente umana e, di conseguenza, il tema dell’inconscio e della devianza. Ne Il Gabinetto del Dottor Caligari il tenue confine che separa la follia dalla normalità tende spesso a confondersi se non a scomparire totalmente, lasciando dietro di sé una scia di dubbi e interrogativi.

    Infine per concludere questa panoramica sul cinema horror delle origini, vale la pena citare il film Vampyr (Il Vampiro) di Carl Theodor Dreyer (1931). La pellicola, come in molti casi, è tratta liberamente da una raccolta di novelle orrifiche presenti nel volume In the Glass Darkly (1872) dello scrittore Joseph Sheridan Le Fanu. La particolarità di Vampyr si riscontra nel ribaltamento dei canoni estetici e dei meccanismi tipici del horror espressionista a cui, peraltro, fa riferimento pur discostandosene: alle scenografie squadrate e teatrali si sostituiscono scene girate in luoghi aperti, spesso luminosi mentre ai contrasti chiaro-scurali del bianco e nero subentrano toni grigi più soffusi che, tuttavia, rendono altrettanto inquietanti sia l’ambientazione sia le figure che vi si muovono all’interno.

    «Rilke aveva proclamato che la bellezza era il principio dell’orrore; essi [gli espressionisti] andarono più oltre d’un passo: la vera bellezza era nell’orrore degli individui tormentati, nell’annullamento dell’equilibrio e della simmetria. L’espressionismo, come altri movimenti radicali, voleva scavare alla ricerca delle radici, era spinto dal desiderio di ritornare alle origini.»

    -Walter Laqueur.

    A questo punto, si può intuire quanto una corrente simile accostata alle storie e leggende popolari abbia contribuito in modo rilevante nella definizione del genere horror. La letteratura gotica, la fotografia le arti figurative e performative sono riuscite negli anni a plasmare l’immagine filmica dell’orrore e il cinema, in questo processo creativo, è il mezzo che più di tutti è riuscito a governare, a rappresentare la paura in tutte le sue forme, un’emozione ambigua che affascina e al tempo stesso respinge l’uomo dagli albori del tempo.

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  • CHE COS’È IL CINEMA CLASSICO?

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    Casablanca, Via col vento, La vita è meravigliosa, Il Mago di Oz, Singin’ in the Rain…quante volte abbiamo sentito parlare di questi film come di “classici” del Cinema?

    Questa riflessione si potrebbe allargare anche a molti altri ambiti artistici poiché la parola “classico” è divenuta centrale nella vita culturale e intellettuale di una società, al punto da arrivare a influenzare il nostro modo di rapportarci con un prodotto artistico.
    Nel corso di questa rubrica, proveremo a interrogarci sui criteri che rendono una pellicola un classico attraverso alcuni esempi che prenderò in analisi nei prossimi articoli.

    Il mago di Oz, 1939, Victor Fleming

    Partiamo dalle basi: cosa si intende per “classico”?

    In ambito cinematografico la nozione di classico è stata impiegata per la prima volta dal critico André Bazin e sta ad indicare qualcosa che conserva la propria importanza, la propria attualità e universalità. In altri termini, un classico, per essere definito tale, deve porsi a modello ma, ancor più, deve preservare il proprio valore al di fuori dal tempo di appartenenza: deve essere ritenuto importante in tutte le epoche.


    André Bazin

    Scriveva Italo Calvino: “D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. Un classico […] non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

    A tal proposito, questo termine ha una natura molto ambigua: un classico, nonostante sia definito da un’attualità interna, viene a costituirsi in dialettica rispetto al “moderno”, presuppone cioè uno scarto col moderno. L’idea stessa di classicità coincide con una serie di caratteristiche che riconducono una pellicola a un’epoca passata. Queste caratteristiche possono spaziare dal bianco e nero, al tipo di recitazione, al montaggio e così via. Ad esempio, un film di Hitchcock appare diverso da un film di Tarantino, non solo per lo stile, ma anche per il diverso modo in cui i film sono stati realizzati, per l’epoca stessa in cui sono stati scritti e prodotti, nonché per il loro contesto storico di appartenenza. In questo senso la nozione di classicità è intrinsecamente storica pur conservando una sua universalità e attualità di fondo. L’idea stessa di classicità, infatti, possiede un’essenza che muta a seconda degli studi, delle teorie ma anche delle epoche stesse: ogni epoca possiede una propria idea di classicità, la quale è storicamente connotata.

    Alfred Hitchcock

    Tralasciando le questioni di matrice teorica, in ambito cinematografico il termine “classico” viene spesso impiegato per riferirsi a capolavori del cinema, spesso anche ai più recenti. Tuttavia per gli studiosi questo termine è solitamente riconducibile all’età d’oro di Hollywood, un periodo molto lungo che si colloca tra la fine degli anni ’20, che vedono l’avvento del sonoro, e i primi anni ‘60.

    L’introduzione del sonoro nel 1927 e la fine della grande crisi del ’29 inaugurano l’inizio del Cinema Classico americano, il quale possiede delle caratteristiche peculiari che lo differenziano da tutte le altre esperienze cinematografiche. In primo luogo, si caratterizza come una tipologia di cinema fortemente narrativo, fondato sul principio di trasparenza e continuità della narrazione, che è guidata oltre che dal narratore anche dagli stessi personaggi e dalle loro azioni, che contribuiscono a definirne la psicologia.

    Casablanca, 1942, Michael Curtiz

    Il successo della narrazione hollywoodiana deve essere ricercato nel sistema dei generi cinematografici, e nell’impiego dei principi di standardizzazione e differenziazione, che consistono nel raccontare la stessa storia in modi diversi. In secondo luogo, il cinema americano classico è anche noto come “fabbrica dei sogni”. I film, all’epoca, erano un prodotto dello Studio System nonché risultato di una vera e propria catena di montaggio, nella quale il regista, nella maggior parte dei casi, non deteneva piena libertà artistica ma era considerato un semplice esecutore, vincolato al volere e ai capricci del produttore e della Major stessa. Ciò non valeva solo per le pellicole: anche le star, infatti, erano un prodotto di Hollywood, costruite ad hoc per conquistare il grande pubblico. I divi e le dive si imponevano come modelli di bellezza, di stile e di comportamento, apparivano come la perfetta incarnazione dei valori della società americana e spesso rappresentavano elementi indispensabili per la riuscita di un film. All’industria americana, quindi, va anche il merito di aver dato vita al fenomeno dello Star System.

    Dopo questo breve excursus storico in cui ho cercato di tracciare alcune delle caratteristiche principali della Golden Age, concludo invitandovi a seguirmi in questo straordinario viaggio alla scoperta dei grandi classici del cinema americano.

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