Tag: cinema d’animazione

  • Una cosa vicina – Intervista al regista Loris Giuseppe Nese

    Una cosa vicina – Intervista al regista Loris Giuseppe Nese

    Rincorrere qualcosa che sembra sempre a portata di mano, ma che non possiamo mai afferrare: una sensazione che da bambini ricorda il pallone intrappolato tra i rami di un albero, abbastanza in alto da essere impossibile da raggiungere, anche mettendoci tutta la forza che abbiamo nelle gambe. Quando si cresce, però, quel pallone cambia forma, assume le sembianze di una figura che dovremmo conoscere da tutta la vita, ma che è sempre stata impossibile da comprendere.
    Una cosa vicina è il docufilm d’esordio del giovane regista salernitano Loris Giuseppe Nese, un racconto autobiografico ambientato nelle periferie della città campana in cui l’autore cerca di indagare sulla morte prematura e misteriosa del padre, insieme alle conseguenze che questo terribile evento ha avuto sulla sua famiglia, i suoi amici, il suo quartiere. Presentato alle giornate degli Autori durante la 82esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di VeneziaUna cosa vicina ha già ottenuto numerosi riconoscimenti in diversi festival (tra cui Premio Solinas, Premio Libero Bizzarri e International Documentary Festival di Roma) e in questo momento è in corso la distribuzione del film nelle sale italiane, in compagnia del regista e della montatrice e produttrice Chiara Marotta, entrambi fondatori della piccola casa di produzione Lapazio Film.

    Una cosa vicina è un racconto estremamente personale, la storia di un ragazzo che cresce vedendo gli uomini della propria famiglia morire uno dietro l’altro, senza riuscire a capire perché. La scomparsa improvvisa del padre in circostanze poco chiare getta le basi per iniziare il racconto all’indietro, per indagare sul passato. E quando arriva la consapevolezza che dietro quegli eventi si nasconde qualcosa di molto più grande, ecco che il cinema diventa il mezzo per provare a spiegare, a capire cosa è successo e cosa succederà: i film horror e le storie dei gangster di De Palma e Scorsese riflettono la violenza che il protagonista vive sin da bambino, e si trasformano nell’unico modo in cui affrontare un vuoto che sembra impossibile da colmare.

    «Tutti erano più pericolosi di me, ma il cognome che pesava più di tutti era solo il mio.»

    Abbiamo avuto modo di intervistare Nese, e vogliamo lasciare che sia lui stesso a raccontarvi del suo film, dei suoi obiettivi, e dell’esperienza di essere autore, regista e produttore nel panorama cinematografico italiano di oggi.

    Cominciamo dalle origini del documentario e dalla scelta di coinvolgere la tua famiglia e i tuoi amici: com’è nato Una cosa vicina, e quali sono stati gli eventuali ostacoli lungo la realizzazione del progetto?

    Ormai l’origine del progetto risale a una decina di anni fa, e tutto è nato da un dialogo con mia madre, la prima persona che ho coinvolto e a cui ho voluto spiegare le ragioni del mio progetto. La sfida era far sì che il film fosse sostenibile da tutte le parti coinvolte, anche dal pubblico. Bisognava capire fin dove spingersi, trovare equilibrio tra l’esigenza narrativa di raccontare certe cose e il reale bisogno di farlo.
    Difficoltà e dubbi ci hanno accompagnato dalla scrittura al montaggio, ma fa tutto parte del gioco del documentario, soprattutto per racconti che partono da una sfera così privata. Il mio obiettivo era concentrarsi su quei personaggi che circondano determinate vicende, prendere diverse voci, come la cronaca, i telegiornali, gli atti giudiziari, e metterle in relazione con i racconti privati portati avanti dalla mia famiglia, che avevo immagazzinato lungo tutta la mia crescita. Mi sento di dire che il film è stato, per me e per tutti i personaggi coinvolti, una sorta di terapia, che ci ha costretto a dialogare apertamente e trovare le parole giuste per affrontare certe cose. Su mia madre ho dovuto fare una specie di ricerca preventiva, anche farmi raccontare alcuni pezzi mancanti a macchina spenta, mentre sui miei amici mi interessava di più capire il loro punto di vista nel crescere insieme a un ragazzo coinvolto in questo tipo di sistema.

    Durante uno dei segmenti in cui intervisti i membri della tua famiglia, c’è un momento in cui tua zia parla di te dicendo “ricordo che andavi sempre in giro con la cinepresa”: qual è per te il valore del filmare in famiglia, dell’home video come espressione artistica? Sia per te ora, ma anche quando eri un ragazzino.

    C’è da dire che sono cresciuto sempre con una cinepresa in casa, ho iniziato a filmare utilizzando la videocamera dei miei genitori, una vecchia VHS C degli anni ‘80, poi ho vissuto il progredire della tecnologia fino al digitale. Per me è sempre stato un modo quasi per mettere ordine a ciò che mi circondava, andavo a individuare momenti che vedevo come eccezionali, che volevo immortalare in qualche modo. Era un po’ un modo per testimoniare, ma anche esprimere un punto di vista preciso. Ho poi portato avanti questo processo fino all’estremo nel momento in cui ho voluto usare il cinema per affrontare delle cose, come quando da ragazzino ho iniziato a girare piccoli cortometraggi horror. In qualche modo già lì si poteva vedere una sorta di incubo sepolto, che è stato poi lo stimolo per affrontare questo film, utilizzando il dispositivo cinematografico per confrontarmi con quelle persone che hanno vissuto quella particolare fase della mia vita.

    Ci sono alcuni momenti lungo il film in cui la voce narrante mette in relazione determinati eventi con i film di gangster e con il cinema horror: in questo rapporto col cinema, si può dire che l’intenzione era quella di razionalizzare alcuni eventi attraverso i film della propria infanzia?

    Quando ho scoperto autori come Scorsese, De Palma, Coppola, ma anche il cinema horror, mi sono reso conto che c’erano dei parallelismi tra certi personaggi che vivevano dall’altra parte del mondo e la mia vita. Sembrava quasi che questi autori mi parlassero, mi sembrava che quel tipo di racconto potesse essere portato avanti anche dal me adolescente. E ancora, che questo tipo di racconto potesse essere messo in relazione con ciò che si raccontava in Italia, quei discorsi sulla periferia campana dopo l’uscita del romanzo Gomorra che andavano un po’ tutti dalla stessa parte. A quel punto mi sembrava necessario dire la mia, anche da figlio alla ricerca della propria individualità. Ho voluto giocare con le diverse forme di rappresentazione, citando il gangster da una parte, ma poi andando in una direzione completamente diversa, per concentrarmi su ciò che resta di quelle azioni criminali che nel film restano sempre fuori campo.

    Possiamo dire la stessa cosa anche per i segmenti animati?

    Mi è sempre piaciuto mescolare i linguaggi e i generi, e anche l’animazione fa parte del racconto che ho voluto portare avanti, quello della progressiva ricerca della verità. Si parte dall’incubo dell’infanzia in forma di immagini animate con disegno libero su carta, si passa poi ai segmenti in stop motion come incontro tra realtà e animazione, per svelare infine l’immagine filmata e d’archivio del presente. Lo scopo era di dare forma a ciò che non si può vedere, a qualcosa che è frutto di uno stato d’animo, e credo che l’animazione sia il mezzo più potente per fare tutto questo. Si parte dall’incubo infantile, ma più il personaggio cresce e capisce la gravità di certe situazioni, più quel mostro diventa vicino e concreto.

    Invece per quanto riguarda le tematiche del territorio e delle radici, dopo la realizzazione del documentario è cambiato il rapporto con i tuoi luoghi di origine? Ti è capitato di vederli in modo diverso?

    Da una parte sì. Questo film è stato un percorso interiore che mi ha permesso di affrontare alcune cose di petto, e mi ha dato poi la possibilità di lasciarle andare, quasi di liberarmi. Mi ha fatto riscoprire un legame che ho sempre avuto con il mio territorio, specialmente la parte di città in cui sono nato e cresciuto, la zona orientale di Salerno. Mi porto dentro quel sentimento paradossale di fierezza dell’essere una persona cresciuta in periferia, tra le case popolari. Soprattutto negli ultimi anni ho sempre voglia di far germogliare progetti che partono dall’esperienza personale: già da un po’, insieme a Chiara Marotta e alla nostra casa di produzione Lapazio Film, portiamo avanti dei percorsi di formazione legati al cinema tra cui Memory Full per la realizzazione di cortometraggi legati al territorio. Tutti i nostri film, i corti che hanno preceduto Una cosa vicina, sono fortemente radicati nella città di Salerno, per andare contro quegli stilemi narrativi che vedono l’associazione diretta tra Campania e Napoli e ignorano le altre realtà.

    Per quanto riguarda un discorso strettamente produttivo, cosa significa oggi essere un piccolo produttore nel panorama cinematografico italiano?

    Dunque, nel 2018 abbiamo realizzato il nostro primo cortometraggio, Quelle brutte cose, un film nato tra amici che però si è rivelato da subito convincente: è stato premiato alla settimana della critica di Venezia, l’anno successivo è stato l’unico italiano selezionato al Sundance, quindi ci ha subito fatto capire che potevamo farcela. Abbiamo fondato la società un po’ per continuare a mantenere questo spirito fortemente indipendente, termine che voglio associare a un senso di autonomia artistica e produttiva. Ovviamente non significa fare tutto ciò che si vuole in qualunque momento, anzi. Vuol dire affrontare molti problemi, anche burocratici legati al fundraising e alla gestione economica, ma riesce a darti la possibilità di sostenere i progetti di cui siamo sicuri di poterci occupare. Si tratta di un processo in cui c’è tanto lavoro, tanta programmazione, e va fatto consapevolmente.

    E invece cosa si può dire del ruolo della Film Commission Campania?

    La Film Commission campana ha sostenuto la parte di sviluppo, una cosa che ne fa una realtà molto interessante. Tra l’altro è stata la prima a permetterci di crescere, tramite attività di formazione e poi sostenendo i nostri film. Da quando abbiamo aperto la nostra società, ci siamo subito scontrati con il bisogno di compensare alcune questioni, come la formazione, e allinearci al nuovo ruolo di produttori che stavamo andando a ricoprire. Ormai è diventato fondamentale capire qual è la Film Commission di riferimento, quanto lavora sul suo territorio quanto è in grado di sostenere i progetti locali. In mancanza di questo, diventa molto più difficile mettere insieme un budget e porre le basi di un progetto.

    Infine, nel progetto spicca anche la partecipazione di Rai Cinema: come si è evoluto il rapporto con le altre istituzioni e partner sul suolo italiano?

    Diciamo che il percorso fatto finora ci ha permesso di avere una certa credibilità nel sistema: abbiamo in un certo senso programmato tutti gli step senza mai fare il passo più lungo della gamba, prima con la realizzazione di cortometraggi, poi con questo documentario, e il prossimo passaggio sarà un lungometraggio di fiction. Abbiamo potuto puntare sempre più in alto anche grazie ai sostegni pubblici: alla fine tutto si basa su quello, sulla capacità di preparare progetti nella maniera corretta in modo che possano essere finanziati. In fin dei conti, c’è bisogno di fiducia da parte di qualcuno.

  • Creare la vita – Playing god, intervista a Matteo Burani e Arianna Gheller

    Creare la vita – Playing god, intervista a Matteo Burani e Arianna Gheller

    Uno scheletro di metallo che mani indifferenti rivestono di carne. Gambe, mani, volto, dita, occhi. Un pupazzo in stop-motion, creatura imperfetta tra tante creature imperfette abbandonate nell’oscurità.

    Playing god è una piccola storia dalle tinte perturbanti e oscure. È un cortometraggio co-prodotto dal bolognese Studio Croma Animation, attualmente nella shortlist degli Academy Awards per il Miglior Cortometraggio d’Animazione dopo aver vinto 92 premi nelle sezioni cortometraggi di alcuni dei più importanti festival del settore, da Tribeca ad Animayo passando per i Nastri d’argento.Della creazione di Playing god ci hanno parlato il regista Matteo Burani e l’animatrice e produttrice Arianna Gheller.


    Comincerei dall’immaginario visivo di Playing god, legato alla fisicità, alla materia, anche alla fragilità dei suoi soggetti. Qual è stato il lavoro di costruzione del visivo? Quali sono state le ispirazioni?

    Matteo Burani: L’idea di Playing god nasce nel 2017. Ci siamo dati un immaginario artistico che era basato sul cinema d’animazione stop motion, inteso non come genere ma come medium: l’importanza del costruire, del creare un puppet matericamente. L’idea nasce proprio da questo concetto: creare qualcosa, arrivare all’abitudine di creare degli oggetti per metterli da parte. Questo si allaccia anche al concetto artistico di uno scultore come Alberto Giacometti: un concetto artistico ed esistenzialista, di non essere mai soddisfatto del suo lavoro nonostante la percezione degli altri, perché non riusciva a vedere la perfezione in quello che faceva.
    Da qui anche il titolo: giocare a essere Dio, ma non in termini religiosi, quanto artistici. Infatti l’immaginario si fonda anche sull’immagine del demiurgo, che crea l’umanità dall’argilla. Tutte queste reference sono andate assieme all’immaginario stop-motion, insieme a questo concetto meta di un’animatore, come Arianna, che sia delle sculture che del loro creatore: era un’idea talmente accattivante per noi che poi ci abbiamo messo quei sette anni per trovare il modo per produrla!

    Arianna Gheller: Inoltre, volevamo creare un’opera di altissima qualità visiva, in modo da diventare un po’ un punto di riferimento nel mondo dell’animazione stop-motion. Quando siamo partiti non sapevamo minimamente come realizzare queste tre tecniche di animazione stop-motion e, soprattutto, come unirle insieme: da lì, è stato un grossissimo lavoro di sperimentazione che ci ha portato poi a quella qualità visiva che, quando ci siamo sentiti di padroneggiare, siamo andati dritti con l’animazione per due anni interi. È stato un lavoro di ricerca.

    Arianna Gheller sul set di Playing god

    Avete detto che è stato un lavoro durato sette anni.

    A.G.: Tutto è partito nel 2017, quando io e Matteo ci siamo incontrati a Bologna. Io provenivo da un percorso di studi dal Centro Sperimentale con l’esigenza di lavorare con la stop-motion, lui voleva creare qualcosa che differisse dai lavori pubblicitari precedenti dello studio. Da qui, l’intenzione di fare qualcosa di cinematografico ci ha portati ad avviare il progetto di Playing god. Non sapevamo come si affronta il lavoro di produzione di un film e, soprattutto, eravamo da soli. Siamo partiti a sperimentare il lato tecnico, l’ideazione della parte visiva e la scrittura della storia. Dal 2017 c’è stato tanto “capire” il processo.
    Per questo, a un certo punto ci siamo accorti che serviva una struttura più definita, anche dal punto di vista produttivo.

    M.B.: Avevamo già lavorato su altri progetti più “mainstream” e rivolti ai bambini. Nel momento in cui abbiamo avuto un’idea come Playing god, che su carta prometteva un certo tipo di estetica e di contenuto, abbiamo iniziato a trovare una serie di porte chiuse in termini produttivi, sia sul territorio che a livello nazionale. Fin da subito abbiamo anche provato a muoverci anche fuori dall’Italia, attraverso pitch forum in festival importanti ma, vuoi anche per l’immaturità dell’idea iniziale che si è evoluta, ci abbiamo messo anni a creare rapporti e a cercare strade produttive. Poi è arrivata anche la pandemia che ci ha fermati completamente, ed è in quel momento che ci siamo detti: o questa cosa rimane nel cassetto, o ce la prendiamo in mano e troviamo il modo di produrre e di vendere questo progetto a cui tenevamo.

    A.G.: Sì, il problema principale è stato che, confrontandoci con produttori che già conoscevamo, a posteriori ci siamo resi conto che in Italia non si conoscono ancora bene le esigenze produttive, diverse da quelle del live action, con budget diversi. Poi, tra disavventure e i passaggi ai pitch forum, abbiamo cominciato la costruzione del budget, con il bando di produzione della Film Commission e una campagna kickstarter per raccogliere i primi “mattoncini”, finita con successo.
    Sono stati sette anni di scoperta e tentativi, di errori e di intuizioni, di istinto e di tantissimo lavoro con una squadra di talenti enormi.

    La vita distributiva di Playing god è tuttora in corsa. Intanto, volete anticiparci qualche nuovo progetto all’orizzonte con Studio Croma?

    M.B.: Qui a Studio Croma ci occupiamo di animazione a 360 gradi, dalla scrittura di un’idea alla post-produzione. Lavoriamo con brand, su adv e video musicali, ma vogliamo focalizzare il nostro percorso nell’animazione nell’ambito cinematografico. Stiamo lavorando anche come co-produzione di cortometraggi internazionali; difatti, all’interno di questo percorso, abbiamo lavorato anche su un cortometraggio portoghese, tuttora in fase di distribuzione. A breve partirà un altro progetto di co-produzione internazionale, su un altro cortometraggio di animazione, e siamo in fase di scrittura del nostro primo film lungometraggio in stop-motion.
    Pensiamo che bisogna cercare di ampliare le possibilità dell’animazione, anche per la produzione. La nostra prospettiva è questa: non abbiamo realmente idea di quanto tempo ci impiegherà il lavoro del lungometraggio, ma continueremo a lavorare e a crescere!

    A.G.: Questo dal punto di vista produttivo. Poi, spero che, se Playing god dovesse entrare in nomination agli Academy, questo possa lanciare un messaggio e che, dopo di noi, questo possa aprire ad altre produzioni la possibilità di arrivare a questo punto, di poterci provare e di aprire un dialogo su come poter migliorare il settore in Italia, anche con le istituzioni, per migliorare certe dinamiche.

    Playing god è disponibile fino all’11 gennaio su Youtube e su Rai Play.

  • Orfeo, una storia d’amore e magia – Intervista alle animatrici

    Orfeo, una storia d’amore e magia – Intervista alle animatrici

    Orfeo di Virgilio Villoresi, al suo esordio nel lungometraggio presentato Fuori Concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, è uno sforzo produttivo e visivo inedito nel panorama cinematografico italiano, liberamente tratto da Poema a fumetti di Dino Buzzati. Come un lungo sogno che attraversa amore e morte, generi e stili, epoche e influenze, Orfeo è un’odissea prima di tutto visiva, che unisce il live-action con l’animazione in un contesto scenografico originale. Ce ne hanno parlato le animatrici Anna Ciammitti (animatrice stop-motion) e Stefania Demicheli (animatrice 2D), con un commento di Umberto Chiodi (animatore 2D e designer del poster).

    Anna Ciammitti e Stefania Demicheli sul set (foto di Rachele Salvioli)

    Il punto di partenza per il viaggio di Orfeo è il Poema a fumetti di Dino Buzzati. Qual è stato il lavoro di costruzione, a partire dal particolare immaginario visivo dell’opera d’origine, di un altrettanto particolare immaginario visivo per il film? 

    Anna Ciammitti: Poema a fumetti è un’opera letteraria e grafica estremamente libera, piena di invenzioni visive, con alcune trovate che tuttora risultano sorprendenti. Non segue nessuna regola, si susseguono vignette con ambienti e personaggi sempre diversi, come in un flusso di associazioni di pensiero, legate insieme dal racconto del mito di Orfeo. Alcune scene sono state riprese fedelmente o quasi: l’introduzione iniziale sulla villa di
    via Saterna, (ricreata con l’uso di lenti deformanti e pitture su vetro), il dialogo con la giacca, la discesa sulle scale, l’incontro in stazione con Eura. Ci sono scene del film che si sviluppano partendo da una vignetta singola, che nel fumetto è suggestione, e nel film diventa una possibilità di raccontare l’universo interiore di Orfeo. L’opera di Buzzati è la base su cui l’immaginario di Villoresi si è rotolato, immerso e reinventato seguendo le proprie ossessioni: l’amore per l’animazione e le sue sperimentazioni, gli oggetti da collezione della sua Wunderkammer, la creazione di effetti magici alla Melies e De Chomòn, i film romantici degli anni 50 e quelli sperimentali di Gioli, Deren, Cocteau…
    
    Stefania Demicheli: Orfeo non è una trasposizione fedele dell’opera di Dino Buzzati, ma un vero e proprio percorso creativo innescato da una “connessione” tra Virgilio e il Poema a fumetti. Questo ha significato, nell’adattamento, risolvere il tema del film attraverso un mix di animazione, live action, effetti ottici del pre-cinema, scenografie costruite a mano, giochi grafici di luci ed ombre utilizzando pellicola analogica e rinunciando a incursioni digitali non strettamente necessarie. La sceneggiatura via via si è espansa oltre le tavole della graphic novel originale, seguendo un piano più intimo della visione del regista che, con l’aiuto di Alberto Fornari, ha deciso di utilizzare come perno narrativo incontro, amore e separazione tra Orfeo ed Eura. In questo spazio creativo di oltre due anni, costruzione e improvvisazione non si sono mai fermati. Per noi è stato molto divertente e stimolante, a volte anche faticoso, scendere negli inferi insieme ad Orfeo e trovare insieme a lui il nostro bambino interiore, che ha ancora tanto bisogno di amore e magia.

    Orfeo contiene una moltitudine di contaminazioni, tra fumetto e cinema, suggestioni vintage e artigianato, liberty e surrealismo. Sopra tutte, tra live-action e animazione, stop-motion e 2D. Quali sono state le sfide più grandi nell’unire differenti forme di animazione con le sequenze live-action?

    A.C.: Ho iniziato animando in 2D tutti i personaggi e gli esseri che appaiono come figure nere in lontananza, che ci permettevano di ricreare in studio scene con spazi aperti e di dare respiro all’immagine. Ci sono migliaia di silhouette bidimensionali, tagliate a laser e poi animate “a sostituzione”, che con l’aiuto della scelta dei controluce e della pasta della pellicola 16mm siamo riusciti ad integrare con gli sfondi costruiti dagli scenografi. Anche le animazioni con polvere nera e oro su vetro, che fanno parte del mio bagaglio artistico, penso diano un moto di sorpresa e di magia alle scene di girato a cui si sovrappongono. Abbiamo realizzato l’animazione in stop motion delle fantastiche creature del film in una sincronia rara, e quindi anche l’interazione di questi esseri con gli attori in carne e ossa, che è stata una novità per noi. 
    S.D.: Le sfide più grandi si sono presentate soprattutto all’inizio. Abbiamo utilizzato la stop motion per questo tipo di effetti speciali proprio come un tempo quando si girava solo in pellicola, come il primo King Kong. Certo, oggi abbiamo computer e software dedicati con tanto di controllo video, ma la strada non è comunque priva di complicazioni! Quando in un’inquadratura Orfeo doveva interagire con personaggi animati, veniva girata prima in live action con l’attore e successivamente, senza toccare né macchina da presa né luci né scenografia, con l’animazione del “puppet” in stop-motion. Grazie al riferimento del girato in live action, noi animatrici eravamo più facilitate: avevamo uno sguardo da seguire, una reazione a cui far corrispondere una nostra azione.
    Umberto Chiodi: Per questo progetto ho lavorato sulla commistione di scrittura e immagini, tra segno calligrafico tradizionale e segno pittorico fisso e in movimento. Le grafiche dei titoli di testa sono a pennino e tempera bianca su carta nera, le animazioni sono a pennello e tempera bianca e nera su acetato, fotografate e montate con le bellissime sonorizzazioni di Enrico Ascoli. I titoli di coda sono stati pensati come una sorta di lungo rullo musicale di carta, che scorre mosso da una manovella, e su cui ho scritto a pennino e inchiostro i crediti. La linea curva, presente nei dettagli Liberty delle scenografie del film, è stata per me da subito una “guida” molto familiare. E da Buzzati, dal suo Poema a fumetti, abbiamo estratto i caratteri più surreali, simbolici e archetipici, rispetto a quelli Pop.
    Nella locandina, realizzata a china su carta, ho poi interpretato un’immagine chiave di Poema a Fumetti e che si trova esattamente ripresa anche nel film: la silhouette in controluce di Orfeo sulla soglia di un varco paradigmatico e la sua ombra che si allunga metaforicamente verso il fondo delle scale. A fare da cornice a questa porta ci sono i profili degli amanti, e volute “a colpo di frusta”, insieme Liberty e gotiche.
    Anna Ciammitti e Stefania Demicheli sul set (foto di Rachele Salvioli)

    L’aldilà di Orfeo pullula di creature e invenzioni visive. Quali sono state le più interessanti da ideare e animare?

    A.C.: Personalmente mi è piaciuto molto animare tutta la parte del sogno di Orfeo, che ha richiesto tante tecniche, soprattutto la breve scena del mondo che si scioglie, per la poeticità dell’immagine e per il mio amore per la plastilina. Fra le creature ho una predilezione per gli scheletri, al contempo sarcastici, malvagi, e con una fisicità goffa e dinoccolata. Stranamente preferisco animare pupazzi grandi, in scala 1:1: nonostante le difficoltà legate alla fisica - di sostenere e muovere pupazzi anche più alti di noi - il movimento tra un frame e l’altro è più ampio, li accompagni con tutto il corpo come se stessi recitando con loro. Le melusine, invece, avevano così tante ciocche di capelli da animare ogni frame che, nella scena che abbiamo girato per ultima, io e Stefania abbiamo esultato: finalmente eravamo riuscite a liberarcene!
    S.D.: Gli scheletri, queste creature dell’oblio che sembrano custodire la parte più innocente di Orfeo, sono 4 puppet costruiti dai bravissimi Riccardo Carelli, Federica Locatelli e Matteo Stefan che hanno smontato e rimontato manichini da sarto, aggiungendo pezzi e componenti varie ad hoc per riuscire a renderli più animabili possibile. Volevamo infondere un’anima dolce e spaventosa allo stesso tempo a quei mucchi di ossa, ma soprattutto ci siamo scontrate con i limiti: di spazio, di movimento, di espressività. In una scena uno degli scheletri entra in una stanza, appoggiando una mano sullo stipite della porta. Lo spazio era pochissimo e i polsi dello scheletro avevano dei limiti di articolazione: nascondendo il resto del mio corpo dietro la parete e giocando un po’ con la prospettiva, per qualche fotogramma la mano non è del personaggio ma dell’animatrice! Trovarci di fronte a situazioni in cui dobbiamo inventarci una soluzione, un “trucco”, per noi è un vero motore creativo: è il momento in cui ci accendiamo e ci divertiamo davvero. Il risultato di tutti questi sforzi artigianali sono per noi la fine di un percorso di impegno e di grande vitalità, ma speriamo di poter continuare a giocare ancora per molto tempo!

    Valentino Feltrin

    Caporedattore

  • Recensione Arco – Fiaba da un futuro prossimo

    Recensione Arco – Fiaba da un futuro prossimo

    “E se gli arcobaleni fossero viaggiatori nel tempo provenienti dal futuro?”, recita la tagline originale di Arco. Nel corso del suo lungometraggio animato, il fumettista Ugo Bienvenu parte da questa premessa già di per sé straordinaria per proporre un punto interrogativo ancor più sconcertante: “e se l’umanità riuscisse a sopravvivere alle conseguenze devastanti del cambiamento climatico prosperando in un lontanissimo futuro tecnologicamente avanzato?”.

    Per quanto implausibile una delle due domande possa sembrare, la fiaba fantascientifica di Bienvenu rimane sorprendentemente con i piedi per terra.

    Diventare Un Arcobaleno

    Anno 3000, un futuro apparentemente idilliaco in cui l’umanità si è lasciata la terra alle spalle o, per meglio dire, parecchi chilometri sotto i piedi. Arco è il bambino più piccolo in una famiglia di viaggiatori nel tempo che vive, con il resto dell’umanità, sulla cima di enormi alberi di metallo. Il divieto di usare i mantelli arcobaleno con cui i genitori volano nel passato viene prontamente ignorato, ma il viaggio nel tempo del bambino ha una destinazione imprevista…

    Anno 2075, un futuro decisamente meno idilliaco. Incendi fuori controllo e alluvioni distruttive sono ormai all’ordine del giorno, le famiglie sono unite solo da proiezioni olografiche (i genitori sono troppo impegnati con il lavoro per veder crescere i propri figli, affidati a balie e insegnanti robot). Di questo stato di cose soffre in maniera particolare Iris, bambina cresciuta con la storia di Peter Pan e con un fratellino più piccolo cui badare. Finché nella sua vita non precipita un bambino vestito d’arcobaleno, proveniente dal futuro… Le due diverse epoche qui delineate esprimono appieno la doppia natura di un film che, a partire da un immaginario visionario e utopistico, evolve in un racconto sorprendentemente terreno che, ai viaggi nel tempo e alle avventure straordinarie, preferisce la quieta contemplazione di una infanzia come tante.

    Il contrasto è talmente forte da generare un colpo di frusta notevole ma, nonostante questo, Ugo Bienvenu trova sempre spazio per infondere la sua utopia fantascientifica di sentimenti e momenti di contemplazione. Per la catastrofe, sempre sullo sfondo, sempre evocata fino a quando non scoppia inevitabile, non c’è soluzione facile che tenga e non c’è consolazione possibile, ma il futuro presentato è genuinamente solare e ottimista, nonostante le difficoltà. Ugo Bienvenu non è interessato a fare del messaggio “ecologista” il fine, ma solo il contesto in cui intrecciare una storia tradizionale di immaginazione e amicizia, in grado di superare ogni barriera, anche quella del tempo.

    Seconda Stella A Destra

    Il viaggio nel futuro di Ugo Bienvenu recupera sogni e paure dell’infanzia, calandoli in cui convivono solitudine universale e desiderio di scoperta su un arcobaleno che è legame con il conosciuto e ponte per l’immaginazione. Il riferimento più facile (ma non per questo fuori luogo) è al cinema “ecologista” di Hayao Miyazaki, ma lo stile di Bienvenu è un amalgama di influenze tanto variopinto come il mantello del suo protagonista. Arco, presentato a Cannes e ad Annecy, rientra nel filone delle sperimentazioni animate “per tutti”, adulti e bambini, anche se i suoi temi e la sua particolare estetica sono forse più appetibili ai primi che ai secondi. Proprio la sua quieta sensibilità impedisce forse ad Arco di spiccare davvero il volo, ripiegando più sulla concretezza dei sentimenti in gioco che sull’immaginazione. Ugo Bienvenu si fida della capacità emotiva del suo pubblico e non eccede mai in sentimentalismi; allo stesso tempo, pure spingendosi fino all’anno 3000, rimane fin troppo tempo ancorato al già noto.

    Valentino Feltrin

  • L’ultimo alchimista di Hollywood: Guillermo del Toro e la materia dei sogni

    In un’epoca dominata dal digitale, ci sono alcuni registi difendono la materia e l’artigianato come vie per raccontare la verità dell’immaginazione. Tra questi spicca Guillermo del Toro.
    Per celebrare la nascita del regista messicano e l’imminenza del suo Frankenstein in uscita il 22 ottobre in alcuni cinema selezionati, vogliamo analizzare questa sua caratteristica partendo dalle sue origini, proseguendo con il suo linguaggio cinematografico e la sua sensibilità artigianale attraverso le sue opere, i suoi coetanei e la sua eredità.

    L’origine della meraviglia

    C’è un tipo di sguardo che il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato: quello che vede nelle cose non soltanto la superficie, ma la loro presenza. Guillermo del Toro appartiene a quella razza quasi estinta di registi che non si accontentano di rappresentare un mondo ma piuttosto vogliono costruirlo con le proprie mani. Questo fascino per l’artigianato affonda le radici nella sua infanzia a Guadalajara. Da una famiglia religiosa e in una casa piena di crocifissi, figure sacre e giocattoli difettosi, il piccolo Guillermo impara presto che ogni oggetto contiene un’anima a patto che qualcuno gliela dia. Da qui si definisce la sua visione: tutto ciò che esiste, per essere vero, deve poter essere toccato. Mentre altri bambini disegnavano, lui modellava: inventava mostri di plastilina, creava piccoli diorami di storie proibite. Da lì nacque il suo amore per l’imperfetto, per ciò che tradisce l’origine manuale, per le cose che portano addosso il segno dell’uomo.
    Quel sentimento infantile, misto di paura e tenerezza, è diventato la linfa della sua poeticaA questo si aggiunge la sua decennale esperienza nella progettazione di cosmetici tramite la sua compagnia che negli anni lo legherà maggiormente a questa idea di artigianato. Nei film di Del Toro la meraviglia non è evasione, ma una forma di conoscenza: una via per esplorare le crepe del reale e trovarvi il sacro che ancora resiste.
    “Da bambino credevo che i mostri mi proteggessero, poi ho capito che erano l’unico modo per parlare di ciò che avevo paura di vedere.”

    La materia come linguaggio

    Per Del Toro la materia non è un contorno del fantastico, ma il suo linguaggio originario. Ogni film è un laboratorio alchemico in cui il metallo, il legno, il vetro e la carne si fondono per generare nuove forme di vita. In Hellboy (2004) le creature non sono maschere digitali, ma corpi pesanti, pieni di sudore, umanità e ironia. L’eroe infernale interpretato da Ron Perlman vive in un mondo artigianale: rocce umide, pelle bruciata, pietra e sangue. In Pacific Rim (2013) le macchine e i mostri titanici non si dissolvono nel digitale, ma nell’immagine ogni placca, bullone e ingranaggio risulta progettato per trasmettere la fatica dell’uomo che l’ha costruito, così il gigantismo del film rimane fisico, quasi tattile; si sente la forza di gravità anche nei sogni.
    Se con questi due esempi si nota già un forte attaccamento all’artigianato, è con Pinocchio (2022) che questa poetica raggiunge la sua purezza assoluta. La stop-motion diventa un atto d’amore verso la lentezza: ogni gesto del burattino, ogni vibrazione di legno e colla, è frutto di un tocco umano ripetuto migliaia di volte, così la pellicola si fa metafora del rapporto tra creatore e creatura, tra artigiano e opera, tra Dio e figlio. Come un maestro rinascimentale circondato dalla sua bottega, Del Toro lavora in simbiosi con scultori, pittori, costumisti, miniaturisti. Il suo set è un’officina dove il cinema ritorna mestiere e in quell’ambiente di colle, pigmenti e disegni, la fantasia diventa carne.
    “L'animazione non è un genere, è un mezzo espressivo. E lo stop-motion è il più artigianale di tutti.”

    L’artigiano contro l’industria

    La caratteristica più coerente (e sorprendente) di Guillermo del Toro è la sua ostinazione. In un’epoca in cui il cinema industriale punta all’evanescenza del virtuale, lui sceglie la pesantezza delle cose, mentre Hollywood invoca il fotorealismo digitale, Del Toro continua a difendere la realtà tattile dell’immaginazione. Il suo gesto è politico, prima ancora che estetico: un atto di resistenza contro la smaterializzazione. In ogni opera riafferma l’idea che il fantastico non sia una fuga dal mondo ma un modo per incarnarlo. I graffi, le cuciture, le imperfezioni che lascia visibili sono dichiarazioni poetiche che vanno contro l’esaltazione del digitale.
    In un panorama in cui la perfezione digitale rischia di cancellare l’imperfezione umana, Del Toro resta fedele all’artigianato come forma di verità. Le sue creature non sono generate: sono create. E questa distinzione è tutto il senso del suo cinema.
    “Faccio film come se li stessi scolpendo nel legno. I difetti, i graffi: è lì che vive l'anima.”

    Tra Burton e Henson: fratelli di creta e d’ombra

    Del Toro non è un caso isolato (seppur raro), ma parte di una tradizione che attraversa la storia del fantastico. Se Tim Burton ha raccontato la malinconia del diverso con il suo gotico fiabesco e Jim Henson ha dato carne ai sogni con i suoi pupazzi e le sue creature, Del Toro si colloca in mezzo: ne eredita la sensibilità ma la porta verso una densità emotiva più terrena.
    Henson, con The Dark Crystal e Labyrinth, mostrò che il pupazzo poteva possedere un’anima, che la materia non era un limite ma una possibilità di empatia. Burton, con Edward mani di forbice e Frankenweenie, trasformò il mostro in simbolo di purezza e fragilità. Del Toro assorbe entrambe le lezioni e le fonde in una nuova etica del fantastico: le sue creature non appartengono solo al sogno, ma alla realtà ferita dell’uomo, sono costruite come opere d’arte e trattate come persone.
    Nei suoi film, il gesto artigianale assume un valore morale: dare forma al diverso significa riconoscerlo, offrirgli un volto, restituirgli dignità. In questo senso Del Toro è un coetaneo di Henson e di Burton, ma anche del falegname Geppetto: colui che crea per amore, sapendo che ogni opera, come ogni figlio, finirà per avere una volontà propria.
    “Sono cresciuto amando mostri e creature perché erano fatti a mano — potevi vedere le impronte di chi li aveva costruiti. È lì che si nasconde la magia.”

    L’eredità della mano

    Nel suo laboratorio, Bleak House, Del Toro conserva migliaia di oggetti: teste scolpite, occhi di vetro, figure di cera, pagine di schizzi. È un archivio vivente del sogno umano, un museo dell’immaginazione tangibile. Guardando le sue opere, si comprende che la sua fede nell’artigianato non è nostalgia, ma una forma di resistenza etica: ricordarci che l’arte non nasce dal comando, ma dal contatto.
    Forse è questo il vero segreto del suo cinema: la materia non è un ostacolo, ma una via di accesso all’anima. Il suo cinema è fatto di reliquie, non di simulacri: ogni creatura ha un peso, ogni decorazione un passato, ogni ombra un odore. Guardare un’opera di Del Toro significa immergersi in un mondo in cui l’immaginazione non nega la realtà, ma la rifonda.
    Il regista messicano non teme il progresso, ma teme la perdita del tatto. E così, mentre l’industria corre verso l’illusione perfetta, Guillermo del Toro continua a scolpire i suoi mostri, imperfetti e immortali, con la pazienza di chi sa che solo ciò che ha peso può davvero sognare.
    Nel rumore delle stampanti 3D e dei rendering digitali, il suo martello batte ancora lento, come un cuore antico che non smette di credere nella materia dei sogni.
    “La gente mi chiede se sono preoccupato per l’intelligenza artificiale, io rispondo che sono preoccupato per la stupidità naturale.”
    Fonti: IndieWire, The New York Times, intervista su Criterion Collection.
    Michael Pierdomenico,
    Redattore.
  • Recensione Il robot selvaggio – Bel colpo, Dreamworks!

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Visto, Dreamworks? Dire di sì a un progetto originale ripaga!

    Domenica 29 settembre si è tenuta un’anteprima del nuovissimo film d’animazione targato Dreamworks, che arriverà nelle sale italiane il 10 ottobre. Tratto dall’omonimo libro scritto da Peter Brown, Il robot selvaggio di Chris Sanders ha tutte le carte in regola per conquistare un nuovo pubblico, non solo di bambini. E non preoccupatevi, chi parlava di una “copia” di Wall-E non potrebbe aver sbagliato di più!

    Trovare il proprio scopo

    In un futuro non ben specificato, sulla scogliera più remota di un’isola disabitata, conosciamo l’unità Rozzum 7134 (Roz per gli amici), finita laggiù dopo il naufragio di una nave cargo. Roz è un robot ideato per risolvere tutti i problemi dell’uomo, basta che le venga affidato un qualsiasi compito e farà di tutto per portarlo a termine. Tuttavia non c’è una persona in vista, che compito potrebbe mai arrivare da un isolotto sperduto su cui vivono soltanto animali spaventati? Roz cerca in tutti i modi di comunicare e aiutare gli abitanti dell’isola, tuttavia gli animali sono troppo terrorizzati da lei, tanto da chiamarla “mostro”. Ma ecco che, dopo un incidente con un albero, Roz trova finalmente il suo compito: prendersi cura di un ochetta appena uscita dal guscio e rimasta orfana di tutta la famiglia. E così, con l’aiuto della volpe Fink e la opossum Codarosa, il robot finisce per fare da mamma alla piccola oca Beccolustro, che dovrà presto imparare a volare per unirsi ai suoi simili nella grande migrazione invernale. Certo, Roz non è programmata per fare la madre (e non spreca occasioni per ricordarcelo!), ma in un mondo selvaggio come l’isola imparerà presto che la nostra “programmazione” non corrisponde sempre a ciò che siamo davvero.

    Viva i film d’animazione emozionanti!

    Le avventure di Roz nel crescere suo “figlio” Beccolustro non sono solo divertentissime, ma anche cariche di significati particolarmente importanti, come trovare il proprio scopo e posto nel mondo, affrontare le difficoltà che la vita ci mette davanti, e perché no anche comprendere cosa vuol dire lasciar andare qualcuno. Negli ultimi anni assistiamo spesso a discussioni riguardanti film e prodotti per bambini edulcorati in modo eccessivo, e un progetto profondo come Il robot selvaggio sembra porsi sulla stessa linea di Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio, che pure aveva affrontato tematiche di un certo tipo. Roz è un personaggio tormentato dal desiderio di trovare uno scopo, ma anche dalla consapevolezza che il mondo intorno a lei fa molta fatica ad accettarla come parte di esso; allo stesso modo Beccolustro, cresciuto da un robot, si ritrova spaesato nel contatto con la sua specie, che lo vede come il pulcino allevato da un mostro e quindi troppo diverso. A ciò si aggiunge anche un tema particolarmente spinoso da affrontare, quello della perdita, della scomparsa di qualcuno a noi caro, magistralmente inquadrato in una delle battute più belle del film: “che succede se sento il bisogno di dirti qualcosa e tu non sei lì insieme a me?” chiede Fink a Roz mentre la nebbia li avvolge tra gli alberi. E in sala (o sul divano di casa) non può non esserci qualcuno che si asciuga le lacrime maledicendo il giorno in cui ha scelto di farsi del male guardando un film per bambini! Non mancano i momenti emozionanti, che i più piccoli capiscono ma a cui i grandi riescono a dare milioni di significati differenti.

    Il robot selvaggio è una storia dolce e godibile da tutti, che scorre fluida sullo schermo per quasi due ore senza annoiare. Forse a un primo impatto la parte iniziale del film può sembrare un po’ troppo diluita, ma è essenziale per ciò che si va a costruire più tardi nella narrazione. Naturalmente non sarà un racconto rivoluzionario o il miglior progetto Dreamworks nella storia, ma il suo fascino è innegabile nel panorama dell’animazione contemporanea.

    Uno spettacolo di colori e musica

    Fin dalle primissime sequenze, Il robot selvaggio ci pone davanti a un’animazione spettacolare, con fondali che sembrano dipinti a mano con il pennello e colori più vivaci che mai, anche nelle scene in notturna. L’intenzione degli autori era quella di richiamare i classici della Disney, ma è inevitabile il confronto con uno dei progetti animati più di successo degli ultimi anni, la saga dello Spider-Verse ideata da Bob Persichetti e Peter Ramsey nel 2018. Il film di Sanders (regista che abbiamo già conosciuto con Lilo e Stitch e How to Train Your Dragon) è coloratissimo, ci trasporta in un mondo che sembra direttamente uscito dai libri per bambini, splendidamente animato anche nelle scene d’azione più caotiche e ricche di tanti personaggi diversi. Punto di forza dei progetti targati Dreamworks è sicuramente la colonna sonora, scritta dal compositore e pianista Kristopher Bowers, già autore di musiche per film come Green Book e serie televisive tra cui Bridgerton e When They See Us. Ultima, ma non per importanza, la questione doppiaggio grazie al quale il film negli Stati Uniti ha immediatamente conquistato l’interesse del pubblico per via degli attori famosissimi che danno la voce ai personaggi: abbiamo Lupita Nyong’o per Roz, Pedro Pascal per la volpe Fink, Catherine O’ Hara, Bill Nighy, Stephanie Hsu, Mark Hamill, tutti nomi noti e voci riconoscibili. Ora non ci resta che aspettare l’uscita ufficiale nelle sale per godersi il film in entrambe le versioni, originale e con doppiaggio italiano, sempre e comunque di alta qualità. E magari si piange una seconda volta.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Recensione Inside Out 2: la riconquista della fiducia

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    Dopo una serie di giri a vuoto lo studio di Emeryville riesce a centrare il colpo.

    Il nuovo film Pixar Inside Out 2, diretto non più da Pete Docter ma dall’esordiente Kelsey Mann, è probabilmente il film più atteso della primavera-estate 2024. Quello che è solitamente uno dei periodi più floridi per il box office stavolta piange lacrime amare a causa della penuria di blockbuster americani. L’ultimo maggio prima della pandemia aveva visto i botteghini di tutto il mondo crollare sotto i colpi di Avengers: Endgame, nel 2022 Tom Cruise aveva iniettato una fiala di imperialismo testosteronico con Top Gun: Maverick mentre il 2023 è stato l’anno del Barbienheimer. L’annata corrente è ancora influenzata dalle conseguenze degli scioperi di sceneggiatori e attori dello scorso anno e per la prima volta in dieci anni a maggio non abbiamo visto nessun film di supereroi. Dall’altra parte la Pixar potrebbe tornare ad incassare seriamente per la prima volta dal 2020. Onward si è visto tagliare le gambe dal Covid, Soul, Luca e Red sono usciti direttamente su piattaforma, Lightyear è stato un flop, Elemental ha raggiunto un profitto minimo. Inside Out 2 sembra essere l’unico film in grado di risollevare lo studio e raggiungere il miliardo di dollari di incasso quest’anno. Probabilmente andrà così.

    È passato circa un anno dal finale del primo film, la neo-tredicenne Riley si è ambientata con la sua famiglia a San Francisco e si prepara ad un camp di hockey su ghiaccio organizzato dal liceo in cui sogna di entrare. Le cinque emozioni che vivono nel suo cervello (Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura) hanno trovato un equilibrio e tutte concorrono alla salvaguardia del Senso di Sé della ragazza. L’arrivo della pubertà tuttavia comporterà l’ingresso di quattro nuove emozioni (Ansia, Imbarazzo, Noia e Invidia) che mineranno lo status quo.

    È senza dubbio rassicurante guardare un nuovo prodotto Pixar che non si limita ad essere blandamente coerente con la propria storia e i propri punti di forza storici (l’immenso comparto grafico, l’inventiva, la creazione di mondi alternativi, la capacità di creare narrazione ad ampio respiro comprensibile su più livelli) ma riesce anche a fornire una evoluzione credibile delle dinamiche psicologiche dei protagonisti. Nell’ultima dozzina di anni troppo spesso abbiamo assistito a sequel dei capolavori Pixar che nemmeno sembravano avere l’ambizione di ricreare le tensioni mature dei propri predecessori (da un Monsters University totalmente slegato dall’originale ad un Toy Story 4 più che superfluo passando per un Alla Ricerca di Dory di carta velina), per non parlare del grandissimo spreco di potenzialità che è stato Lightyear. Inside Out in generale sembrava essere l’unico film post Toy Story 3 ad avere l’ambizione e le spalle larghe della Pixar degli anni 2000, eguagliato forse dal suo contraltare Soul (diretto sempre da Docter), e andando anche a settare un nuovo standard grafico (il mediocre Elemental è davvero troppo derivativo).

    Nonostante la classica sfiducia nei sequel e una certa perdita di ammirazione incondizionata per la Pixar odierna, Inside Out 2 riesce fin da subito a dimostrare di avere senso di esistere e magari di generare anche nuove storie in futuro.

    Le quattro nuove emozioni appaiono destinate ad essere transitorie, tipiche forse della sola adolescenza e infatti sembrano tutti dei teenager insicuri nel mondo di Monsters & Co.. Ansia (dominante arancione) ha un maglione a righe e un’aria iperattiva, Invidia (verde acquamarina) sembra quasi una anime girl, Noia (o meglio Ennui, violetto) è quasi una emo accidiosa mentre Imbarazzo (rosa) è un gigante incappucciato. Il dualismo tra la nuova leader Ansia e la vecchia leader Gioia è portato sullo schermo in maniera assai interessante.

    La sostituzione dei Ricordi Base con il nuovo Senso di Sé ben figura a livello grafico la crescita di Riley e di qualsiasi altro essere umano (ricorda anche il Cristallo di Atlantis) e in generale la morfologia sempre più labirintica della mente della ragazza è una soluzione vincente. Le sue emozioni non sono onniscienti ma acquisiscono competenze con lei, si trovano continuamente in discussione forse in maniera anche più realistica e umana rispetto al primo film. Di certo non possiamo ignorare la totale assenza di pulsioni sessuali o quantomeno sentimentali, poco credibile per una tredicenne. Magari Pixar avrebbe potuto trovare il modo di raffigurare questa tematica anche secondo i suoi parametri e in un eventuale terzo capitolo non si potrà ancora ignorare a lungo questo problema.

    In definitiva possiamo dirci soddisfatti di un film che riesce a mantenere i punti di forza del suo predecessore senza compiere rivoluzioni ma senza snaturare o essere offensivo per i creatori e gli spettatori, che potrebbe costituire un tassello per nuove avventure con i migliori auspici e che sembra ricordare alla stessa Pixar come gestire le proprie storie e i propri personaggi. Noi saremo pronti a seguire la crescita di Riley e le sue emozioni, come abbiamo seguito quella di Andy e i suoi giocattoli.

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    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione Linda e il pollo – Storia di una piccola rivoluzione

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Ci appare un dato di fatto e una speranza che più di qualcosa si sta muovendo, timido ma deciso, sotto la superficie del cinema d’animazione mainstream. È un discorso affrontato già numerose volte in questi spazi, analizzando l’enorme successo di film d’animazione che, oltre ad ampliare l’orizzonte stilistico del cinema d’animazione e il ventaglio di tecniche possibili, si pongono fieramente in un percorso che mira a scardinare il binarismo cinema per adulti – cinema per bambini imposto. Questo è vero per l’ultimo Miyazaki, per le incursioni nello Spider-Verse, opere d’artigianato e colossi produttivi che alzano l’asticella per la tecnica in un modo che costringe la concorrenza a stare al passo.

    Accanto a questi, si pongono anche progetti più piccoli, gemme minori per budget e magari meno prorompenti ma non per questo meno consapevoli. Linda e il pollo è uno di questi. Esordio nell’animazione per Chiara Malta e secondo lungometraggio animato per Sebastian Laudenbach dopo alcuni corti in cui sperimenta il suo stile animato , Linda e il pollo è stato presentato in anteprima italiana alla ventesima edizione del Biografilm Festival.

    Inseguire un ricordo

    All’origine di tutto è un vuoto, via via popolato da ricordi, da grezze macchie di colore che affollano lo schermo. Uno dei primi ricordi di Linda è quello di suo padre. Ma suo padre è morto; e otto anni dopo, Linda e sua madre Paulette vivono un complicato rapporto madre-figlia, esacerbato da un difficile clima sociale e politico. Paulette accusa ingiustamente Linda del furto di un anello. Ma Il tentativo di Paulette di farsi perdonare degenera in una cascata di furti, inseguimenti e si trasforma piccola rivoluzione personale che si fa strada nella più grande protesta che blocca la città.

    La tenacia irrefrenabile dei più piccoli e le mancanze di adulti incasinati gettano ben presto nel caos il quartiere. La caccia al pollo scombina ruoli e istituzioni, e diventa pretesto per una sequela di personaggi azzeccatissimi e gag sotto il segno di un umorismo anarchico. Linda e il pollo vive della gioia per il disordine, del gusto per l’infrazione delle regole, emanazione di una narrazione infantile e solida presa di posizione nei confronti di una certa concezione dell’arte rivolta ai più piccoli.

    Il cuore colorato dell’animazione

    In Linda e il Pollo, ciascun personaggio è definito da un colore diverso. Con l’eccezione dei rappresentanti dell’autorità, i poliziotti in bicicletta e in tenuta antisommossa, ciascun colore identifica le singole personalità e, allo stesso tempo, disperde i lineamenti e le figure in modo libero, ricercatamente grossolano, elastico nel disegno dei personaggi e nel rispetto delle proporzioni. Uno stile espressivo vivace, come l’irrefrenabile gioia di vivere dei suoi personaggi, capace di trasformarsi in momenti emotivi in cui protagoniste sono la memoria, i sentimenti. Puri, senza compromessi.

    L’ode animata alla rivoluzione di Chiara Malta e Sebastian Laudenbach sfugge alle categorizzazioni, ed espande il concetto di animazione, allo stesso tempo semplificandone lo stile e ampliando le possibilità espressive nella ricerca delle emozioni più pure dei personaggi, in un perfetto connubio di cuore e tecnica, risate ed emozioni.

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    Valentino Feltrin,
    Redattore.
  • Recensione Invelle – La meraviglia che resiste

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    Il primo lungometraggio dopo una carriera trentennale di cortometraggi dell’animatore marchigiano Simone Massi è un meraviglioso esempio di artigianalità.

    Abbiamo avuto l’occasione di vedere durante il Bellaria Film Festival, nella sezione Gabbiano Speciale, il primo lungometraggio dell’animatore marchigiano Simone Massi, alla presenza del regista e del produttore Salvatore Pecoraro (Minimun Fax Media). Il film era stato presentato nella sezione Orizzonti dell’80esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e costituisce l’esordio nel formato lungometraggio di uno dei principali interpreti dell’animazione autoriale in Italia, con più di trenta cortometraggi in altrettanti anni di carriera, più vari contributi al mondo del teatro e dell’illustrazione, che hanno raccolto più di 900 premi in tutto il mondo tra cui anche un David di Donatello al Miglior Cortometraggio nel 2012 per Dell’ammazzare il maiale.

    Nel 1918 Zelinda è una bambina contadina con la madre in cielo e il padre in guerra. Le tocca smettere l’infanzia e indossare la casa, i fratelli, la stalla e le bestie. Un giorno Zelinda torna ad avere una madre e un padre. Alla fiera del paese la bambina si stringe al babbo e spalanca gli occhi per far posto a tutte le cose che le si parano davanti. Vere o immaginate che fossero, Zelinda quelle cose ormai le ha viste e si è fatta una sua idea di come gira il mondo. Gira così velocemente che di colpo la sua storia diventa quella di un’altra. Nel 1943 Assunta è una bambina contadina che sta in equilibrio su una gamba, con la testa guarda il cielo e tiene il piede in guerra (un’altra!). Ma appena ne ha modo, Assunta si cuce un vestito colorato, fa un saltello e hop! la guerra era tutto uno scherzo, o comunque adesso non c’è più. La guerra (forse!) non c’è più e con essa scompare un mondo intero: un salto più grande di quel che sembrava. Nel 1978 Icaro è un bambino contadino che gira in tondo attorno al niente. È stato sognato tanti anni prima e deve fare e farà quello che non è stato possibile per sua madre e sua nonna. E per chi è venuto prima di loro. E prima ancora. E prima ancora.

    Un secolo di vita di una famiglia in un paesino minuscolo nella campagna marchigiana. Pergola è un paesino collinare nella provincia pesarese ma il dialetto parlato in quelle zone è più simile alla parlata umbra. I prati in cui si muovono i nostri protagonisti nelle varie epoche non sono luoghi predestinati, scelti dalla storia come palcoscenico. Sono luoghi che gli eventi o li subiscono come le guerre e la Resistenza, o li guardano da lontano come gli anni di piombo. La vita scorre lentissima e i cambiamenti nell’arco di sessant’anni non sono così tanti. Invelle significa da nessuna parte. Pergola potrebbe essere sostituita da un qualsiasi paesino della zona, dell’Italia Centrale, forse del mondo intero. Il tratto graffiato scelto per il film come per la maggior parte dei lavori di Massi rende il tutto ancora più etereo e astratto. Quei pochi tratti di rosso, come il fazzoletto di Zelinda, rompono un mondo di bianchi e grigi scuri eterno come se fosse un piccolo fulmine di coraggio e propensione al nuovo, simbolo anche di un’ingenuità infantile che ha visto troppo poco del mondo per sapere anche solo cosa può permettersi di sognare. In un battito degli occhi quella bambina è diventata anziana, e ancora non ha capito come si fa a sognare.

    Icaro, l’ultimo dei bambini protagonisti, è probabilmente l’avatar stesso di Massi, anche solo per ragioni anagrafiche. Il suo essere sognante si confronta con il mondo esterno, non più quello della guerra, della fame, della resistenza e dei fascisti sempre presenti, ma un mondo più semplice, fatto di scuola, compagni meschini e di una città che respinge i campagnoli. Forse gli occhi di Icaro sono gli stessi che hanno permesso a Simone Massi di creare un suo stile in cui l’animazione non è fatta di corpi, paesaggi e azioni, ma di bozze, linee, zoom, panoramiche all’indietro e trasformazioni di oggetti, portando all’estremo il mezzo e rendendo a volte macchina da presa la matita o il foglio stesso.

    È sbagliato parlare di autore emergente in un caso come questo. Simone Massi ha una carriera solidissima alle spalle riconosciuta da chi ha permesso anche l’esistenza e la distribuzione di questo film che vanta anche un cast vocale piuttosto riconoscibile (tra gli altri Filippo Timi, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Ascanio Celestini, Toni Servillo, Giovanna Marini in una delle sue ultime interpretazioni più vari familiari del regista). Forse è il caso di non lasciar cadere nel vuoto dell’indifferenza l’opera di un autore unico, sostenendolo al momento dell’uscita in sala in autunno, e aspettando nuove storie italianissime ed universali.

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    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione Il mio amico robot – Storie di un’amicizia

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    All’edizione dei Premi Oscar di quest’anno ha fatto capolino un film d’animazione di nome Il mio amico robot, accanto all’ultima opera di un Maestro e a un cinecomic altamente spettacolare ha trovato posto il lungometraggio animato di Pablo Berger e tratto dall’omonimo fumetto di Sara Berger. Un exploit che appare piccolo, modesto e privo di pretese solo in confronto alla sua competizione di titani. Ma considerare la sua semplicità un difetto sarebbe un ingiustizia. A volte, come ci insegna Il mio amico robot, less is more: la semplicità, nella forma come nel contenuto, è la carta vincente; è ciò che rende un film d’animazione – specialmente uno muto, come in questo caso – in grado di parlare a tutti quanti

    Conoscersi (e perdersi) a New York

    La New York anni ‘80 de Il mio amico robot è un microcosmo abitato da animali antropomorfi, calati in abitudini ed esistenze pienamente umane. Una fauna urbana all’ombra del World Trade Center che balla al ritmo degli Earth, Wind and Fire, mangia schifezze congelate, passeggia per Central Park e vive in un totalizzante brusio di suoni e colori che nasconde una opposta e altrettanto totalizzante solitudine. Come quella che coglie i suoi protagonisti, Dog e Robot: il primo, un solitario e imbranato cane che acquista il secondo – visto in una pubblicità televisiva – per tenergli compagnia, per poi diventarne inseparabile amico.

    Ma parlare di una storia sarebbe pretestuoso: è appena un fil rouge che unisce una serie di vignette del quotidiano, un tema conduttore che isola i destini dei suoi due protagonisti, separati da una disattenzione di Dog e, da quel momento, in perenne ricerca l’uno dell’altro. Ma mentre le disavventure di Dog proseguono per tentativi continuamente frustrati e situazioni tragicomiche, quelle di Robot si concretizzano solo in parentesi oniriche rafforzate dalla sua amicizia con il cane. Aspettative, ansie e realtà si scontrano; entrambi i protagonisti, in fuga dalla condizione di solitudine iniziale, cercano di sopravvivere ai rispettivi tentativi di stabilire connessioni durature, si fanno strada in un mondo troppo grande per loro, in cerca della persona con cui condividerlo.

    Do you remember / the 21st night of September?

    Presentato al Festival di Cannes e a quello del cinema d’animazione di Annecy, prodotto di un regista esordiente nell’animazione, Il mio amico robot è una sorpresa vincente, tanto semplice dei sentimenti messi in scena quanto variegata nel ritratto dei personaggi che compaiono su schermo a ogni minuto. Comparse, spesso memorabili ciascuna a proprio modo, affollano ogni scena con una vivacità essenziale anche solo per rendere vivo e realistico un mondo di animali e robot senzienti. Ma non è solo il disegno pulito a rendere accessibili le vicende mostrate, quanto la schiettezza con cui Il mio amico robot mostra – più che fare la morale su – l’amicizia, la perdita, la crescita e l’importanza fondamentale dei legami nelle nostre esistenze.

    Oltre a essere un limpido e vivace piacere visivo, Il mio amico robot è infatti una creazione vecchio stile per semplice intelligenza, davvero adatto a tutte le età, dagli adulti ai bambini, e tratta entrambe le fasce di pubblico con uguale rispetto – pratica che certa animazione mainstream dovrebbe imparare a recuperare -. In questo senso, ricorda certi film d’animazione “minori”, come L’illusionista di Sylvain Chomet – omaggio a Jacques Tati e, a sua volta e non a caso, quasi del tutto privo di dialoghi. L’assenza di parlato, oltre a ricalcare il simile “mutismo” del fumetto, è in questo senso funzionale a un’idea di intrattenimento privo di artifici, ragionato nell’umorismo e delicato nei momenti emozionali che parlano da sé, senza bisogno di parole che li esprimano. Una piccola gioia per gli occhi e per il cuore, necessaria risposta a tanta volgarità che spesso si riscontra nella concezione di film “per bambini”, ma non per questo si pone come manifesto di come il cinema d’animazione dovrebbe essere. A volte, si è paghi dell’elementare piacere di trovare qualcosa capace di prenderci per mano e scaldarci il cuore.

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    Valentino Feltrin,
    Redattore.