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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – DANS LA NUIT DI CHARLES VANEL

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    Oggi, nell’ambito del nostro speciale dedicato al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, vogliamo parlarvi di un film del 1930 che possiamo definire, senza timore di smentita, storico. Dans la nuit è considerato, infatti, l’ultimo film muto francese. Diretto da Charles Vanel, celeberrimo attore transalpino del cinema muto che prese parte a più di 100 produzioni, la pellicola fu un flop commerciale, arrivando in sala ormai al tramonto dell’epoca del muto, in un periodo in cui gli spettatori chiedevano e desiderano altro; anche per questo, probabilmente, Dans la nuit fu il suo primo e unico lavoro dietro la macchina da presa.

    Di questa pellicola si erano quasi perse le tracce, ma – ancora una volta – grazie al preziosissimo lavoro di restauro siamo riusciti ad ammirarlo in tutto il suo splendore sul grande schermo, nella bellissima cornice di Piazza Maggiore a Bologna. Il film, che narra le vicende di un uomo il cui volto viene sfigurato a causa di un incidente in miniera, presenta numerosi elementi innovativi per l’epoca. Innanzitutto, nonostante si stia parlando di una pellicola muta, le didascalie sono qui ridotte quasi a zero: Vanel decide di narrare la storia quasi esclusivamente per immagini, facendosi aiutare da brevissime didascalie che segnano lo scorrere del tempo.

    Da un punto di vista tecnico, Vanel dimostra di essere stato un regista (o meglio, un potenziale regista) a dir poco talentuoso. La macchina da presa segue i personaggi ma, allo stesso tempo, si concentra su dettagli apparentemente insignificanti. Le inquadrature coinvolgono lo spettatore grazie ad un uso sapiente e moderno della macchina da presa: tra tutte non possiamo non citare la scena dell’altalena, di una complessità e bellezza rara per quegli anni. In generale bisogna notare come la regia godesse di maggiore libertà di movimento. Non da meno è la fotografia, grazie alla quale la mise en scene raggiunge un livello artistico altissimo, creando quelli che potrebbero essere considerati dei veri e propri quadri che brillano grazie all’utilizzo narrativo che viene fatto delle ombre e ad una profondità di campo innovativa. Infine, bisogna notare come il montaggio serrato che alterna inquadrature medie con primi e primissimi piani di dettagli sia dei personaggi (nella prima parte troviamo tantissime comparse oltre ai protagonisti) sia anche sugli oggetti in scena (le sequenze ambientate all’interno della casa, ad esempio) riesca a convogliare l’attenzione dello spettatore sull’azione, rendendola più dinamica e avvincente. 

    Altro elemento considerevole è la varietà di stili e generi cinematografici presenti nell’opera (che dura soltanto 90 minuti). Si passa da una pellicola all’apparenza leggera e permeata da uno stucchevole romanticismo ad un thriller dalle tinte horror permeato di drammaticità. Nonostante lo spettatore possa sentirsi in prima battuta confuso da questo cambiamento, a parere di chi scrive il passaggio da un genere all’altro risulta particolarmente riuscito, dimostrando come questo autore/attore avrebbe, forse, potuto dare molto al cinema anche da regista. Il passaggio dalla leggerezza al dramma, in particolare, viene palesata dal modo in cui avviene il punto di svolta del racconto, ovvero il crollo in miniera. Grazie ad un uso intelligente del montaggio alternato vediamo, infatti, il protagonista lavorare all’interno della cava e i lavoratori inserite la dinamite e, lì vicino, un gruppo di ragazzini che per puro gioco soffiano all’interno di un corno dando involontariamente il segnale per il via libera all’esplosione. Dunque da un gioco innocente e spensierato è causa di un evento drammatico.

    Siamo di fronte ad un’opera che è a tutti gli effetti un Dramma operaio -e quindi sociale- ma anche un viaggio nella psiche dei due coniugi. L’esplosione, dovuta all’azione di bambini e quindi essenzialmente al caso e al fato, sconvolge le vite dei nostri, portandoli alla depressione e ad una pazzia che crea disperazione.

    Purtroppo il film presenta un finale che, se non mette in discussione tutto quello che avevamo visto in precedenza, poco ci manca. È forse consolatorio sapere che fu la produzione ad imporre il lieto fine, che infatti cozza evidentemente con la poetica imposta dal regista.

    Un’altra perla riscoperta e riportata alla luce grazie al restauro e al lavoro sempre attento della Cineteca di Bologna, che ha visto 4000 persone godere della visione sul grande schermo, una visione che poche altre persone al mondo possono dire di aver fatto.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – NOSFERATU DI F. W. MURNAU

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    La fragilità dell’arte cinematografica sembra essere il filo conduttore di questa edizione del Cinema Ritrovato: l’ultimo film di ‘Fatty’ Arbuckle scomparso dalla circolazione dopo lo scandalo che lo coinvolse, il ritrovamento fortuito del corto pasoliniano La ricotta pre censura, l’opera monstre di Stroheim mutilata per passare dalle sei ore ad appena due e venti, il debutto di Charles Vanel, trovato più che ‘ritrovato’, il rocambolesco restauro di Ludwig… i film che quest’anno ci ricordano quanto la pellicola sia materiale delicato e quanto sia stata soggetta al trascorrere dei decenni, sono, sfortunatamente, tanti.

    È dunque ancora più importante come, a 100 anni dalla sua uscita, siamo ancora capaci di vedere, proiettato in Piazza Maggiore nella sua versione completa, Nosferatu, capolavoro horror del regista tedesco F.W. Murnau con, in accordo al suo sottotitolo “Sinfonia del terrore”, l’accompagnamento live dell’Orchestra del Teatro Comunale. Il contributo dell’Orchestra, guidata da Timothy Brock che ha anche composto le musiche per l’evento, ha contribuito ad avvicinare il pubblico all’opera di Murnau con occhi nuovi, un pubblico che, come ha notato Gabriele Mainetti nel suo intervento pre proiezione, ha riempito la Piazza straordinariamente per un film uscito addirittura un secolo fa.

    Questo film si sarebbe potuto tranquillamente aggiungere alla lunga lista di opere perse per sempre o arrivateci in forme molto ridotte, vista la sua storia. Per chi non ne fosse a conoscenza, Nosferatu è un adattamento non autorizzato del libro Dracula di Bram Stoker, con nomi, luoghi e tempo cambiati ed alcuni elementi della trama leggermente modificati per evitare problemi di copyright. L’attenzione di Murnau fu inutile, dal momento che la vedova Stoker, Florence Balcombe, cercò di far distruggere ogni copia esistente del film, operazione che evidentemente non riuscì. 

    Per nostra fortuna, bisognerebbe aggiungere: Nosferatu ha contribuito fortemente non solo al futuro del cinema in toto, ma anche e soprattutto all’evoluzione del genere vampiresco al cinema. Come riportato dallo studioso Christopher Frayling nella sua lezione tenuta durante il Festival, infatti, questo film potrebbe essere non solo il primo ad adattare il romanzo di Stoker (recentemente il copione di Drakula halàla, pellicola perduta finora ritenuto degna di questo titolo, è emerso, rivelando che in realtà in essa non ci sono riferimenti al soprannaturale) ma anche il primo dedicato ai vampiri in toto. 

    L’imprinting lasciato da Nosferatu sul cinema successivo è evidente: anche se l’iconografia del vampiro sopravvissuta nella coscienza collettiva non è oggi quella del Conte Orlok ma piuttosto quella del successivo Dracula con protagonista Bela Lugosi, ci sono tre elementi identificati da Frayling che non erano presenti nel romanzo di Stoker e che sono entrati nell’immaginario collettivo. In primis, l’idea che il vampiro possa essere ucciso dalla luce del sole; in secondo luogo la presenza di una donna pura che distrugge la creatura malvagia sacrificandosi; in ultimo, il fatto che il vampiro porti con sé la malattia (in questo caso nello specifico la peste), un elemento che ha probabilmente le sue radici nella recente epidemia di influenza spagnola che la Germania aveva affrontato. 

    Altro elemento innovativo, la decisione di Murnau di girare in esterni: buona parte dei film espressionisti tedeschi venivano girati in studio, in cui era possibile ricostruire atmosfere da incubo, specchio dell’interiorità disturbata dei personaggi, a partire dall’architettura (si veda come esempio emblematico Il gabinetto del dottor Caligari, il capostipite di questa corrente cinematografica). Nonostante ciò Murnau non rinunciò ad espedienti registici tipici dell’Espressionismo, in particolar modo l’uso delle luci e delle ombre. L’entrata in scena del vampiro è emblematica, in questo senso: il Conte Orlok esce dalle tenebre, da un arco del suo castello, per accogliere Hutter, il protagonista, il quale a sua volta si sposta dalla luce verso il buio (letteralmente e metaforicamente) assieme al padrone di casa.

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    Un ruolo a sé stante ha poi l’ombra di Orlok, che sembra agire quasi in autonomia rispetto al vampiro stesso e che è responsabile di alcune delle immagini più suggestive e memorabili del film.

    Di questo personaggio si è parlato molto, per il suo look iconico ma anche e soprattutto per la recitazione dell’attore Max Schreck (“Massimo Terrore”), che cozza volutamente con quella degli altri attori, specialmente i protagonisti, i quali assumono uno stile recitativo molto più naturalistico (anche se la cosa potrebbe non apparire evidente a noi spettatori moderni), facendo sembrare sin dall’inizio il personaggio come un essere altero, soprannaturale. Addirittura, a seguito dell’uscita di Nosferatu, l’interpretazione dell’attore fu considerata tanto realistica da spingere alcuni a credere che quello che era stato catturato sullo schermo fosse un vero vampiro. Il regista E. Elias Merhige si è ispirato al concetto per il suo film, opportunamente chiamato L’ombra del vampiro, con protagonisti John Malkovich nella parte di Murnau e Willem Dafoe in quella di Schreck, in un’interpretazione\imitazione tanto accurata da valergli la nomination agli Oscar, un evento tuttora irripetuto nella storia dei film dedicati al vampirismo.

    Alcuni studiosi hanno letto nel Conte Orlok, basandosi soprattutto sul suo aspetto di simil roditore, una caricatura della popolazione ebrea, e nella distruzione che esso porta con sé un’eco del sentimento comune di prostrazione e di antisemitismo post Prima Guerra Mondiale che Hitler avrebbe poi sfruttato nella sua scalata al potere. Tuttavia, è stato altresì notato che nel cast è presente in un ruolo principale un attore ebreo (Alexander Granach). Tenendosi più sul generale, potremmo affermare come è già stato fatto da tanti critici che Nosferatu, riecheggiando il romanzo di Stoker, dipinge il vampiro come un generico Altro che invade e impoverisce con la sua diversità la terra in cui si reca.

    Altra interessante lettura è quella fornita da Siegfried Kracauer nel suo saggio sul cinema muto tedesco Da Caligari a Hitler: egli vede nel personaggio del Conte Orlok l’ennesima incarnazione del personaggio del tiranno, ricorrente nel cinema espressionista (Kracauer porta come altri esempi il già citato Caligari e il dottor Mabuse dell’omonimo film). Nel caso di Nosferatu, lo studioso nota come la tirannia rappresentata dal vampiro possa essere sconfitta da un atto d’amore incondizionato. 

    Ad oggi, il film è entrato nell’immaginario collettivo: il nome “Nosferatu” appare in prodotti come Buffy l’ammazzavampiri o Berserk, ci sono scene del film nel video musicale di Under Pressure, nel mockumentary di Taika Waititi What we do in the shadows il vampiro più anziano del gruppo seguito dal regista ha l’iconico aspetto del primo succhiasangue della storia del cinema… Addirittura il personaggio del Conte Orlok è presente in alcuni episodi di Spongebob!

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    A giudicare dalla reazione della Piazza, Nosferatu ha certo perso parte del suo terrore, ma non un’unghia del proprio fascino: lo stile di questo film è immortale, così come le sue immagini più celebri. A distanza da due anni dall’inizio della pandemia, inoltre, dimostra di poter essere ancora attuale, con le proprie sequenze dedicate al dilagare della peste, la ricerca di un capro espiatorio e la triste sequenza delle bare portate per strada che, nella mente di alcuni spettatori (nella mia di certo) avrà ricordato la parata di carri armati di Bergamo. 

    Un secolo dopo, Nosferatu è più vivo che mai, un vampiro senza il quale non esisterebbe il cinema di vampiri come lo conosciamo oggi.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA

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    In fondo chi è lei per darsi tante arie? Non è che un’ombra sullo schermo, un’ombra: non è carne ed ossa lei!

    E’ questa battuta rivolta dal personaggio di Debbie Reynolds a quello di Gene Kelly che costituisce il fulcro del capolavoro firmato da quest’ultimo in coppia con Stanley Donen: il Cinema Ritrovato ha riproposto Cantando Sotto la Pioggia in Piazza Maggiore la sera del primo di luglio, e ancora oggi fatichiamo a concepire la portata di un cambiamento tanto radicale come quello del mutamento dall’epoca del muto a quella del sonoro, un passaggio così cardine per la storia del cinema che difficilmente potrà essere replicato.

    Indispettita perché derisa da Don Lockwood per via del suo ruolo di attrice teatrale, Kathy Selden controbatte definendolo nient’altro che “un ombra”: a teatro la sua voce poteva essere percepita dal pubblico, al cinema quella di Lockwood no, lui non era un attore in carne e ossa, per lei altro non era che spersonalizzato della sua essenza per via dell’obbligo di sottostare a una mediazione comunicativa (da parte dei sottotitoli o anche degli imbonitori, i maestri di cerimonia che durante il muto si incaricavano di spiegare o commentare alcuni passaggi del film).

    E la cosa paradossale è che Kathy Shelden aveva ragione: Don Lockwood non era carne ed ossa, perché come affermava Sebastiano Luciani “il teatro è verbale e statico, il cinema è visivo e dinamico; mentre a teatro le cose più ideali si materializzano, sullo schermo le cose più materiali si spiritualizzano”. Non era errato affermare che Lockwood fosse un ombra, ma quelle hollywoodiane sebbene non tangibili assumevano dei valori iconici sotto duplice aspetto: da una parte c’era il cinema come fenomeno culturale e di massa che permetteva agli attori di venire riconosciuti come persone vere e proprie, dall’altra c’era il lavoro effettuato sugli stessi attori per la la costruzione della loro immagine di star che li rendeva intrinsecamente e indissolubilmente legati all’epoca in cui vivevano, il cui spirito e la cui aura divistica si aggiravano proprio come ombre nella memoria del pubblico.

    In questo contesto, la frase pronunciata da Debbie Reynolds rappresenta il nucleo del film perché sintetizza perfettamente cosa costituì il passaggio fra queste due epoche del cinema, quali fratture sociali e intra-produttive comportò, sia tecnicamente che di percezione del ruolo attoriale.

    Nel 1927, con Il Cantante di Jazz di Alan Crosland, cambiò davvero tutto: sebbene fosse ancora allo stato primordiale di part-talkie (ovvero muto ma con alcune parti dialogate), il cinema poteva vantarsi di avere una colonna sonora stabile e univoca incisa su un supporto e riprodotta in sincrono con le immagini. Nel 1930 il mondo intero era sbigottito: “Gimme a whisky, ginger ale on the side, and don’t be stingy, baby!” recitava – nella battuta che ha ormai segnato la storia del cinema – Greta Garbo in Anna Christie di Clarence Brown.

    Gli attori parlavano, gli spettatori potevano sentire la loro voce, le star comunicavano direttamente con il pubblico. “Garbo talks!” riportavano all’unanimità i rotocalchi del tempo, impazziti dopo aver sentito la voce della “Divinafemme fatale di Hollywood. La recitazione doveva pertanto essere naturale e realistica, gli attori dovevano essere a tutti gli effetti dei professionisti in grado non più soltanto di fare smorfie e movenze accompagnati da un sottofondo musicale, ma dovevano parlare, cantare, ridere e piangere: nonostante per Garbo sia andato tutto sommato bene – a parte qualche problema di dizione presto risolto -, chi non fu in grado di accettare e adattarsi al cambiamento aveva scritta e sancita la fine della propria carriera: è il caso della coppia Mary Pickford e Douglas Fairbanks, lei addirittura prima donna imprenditrice della film industry made in USA che nel 1919 figurava tra i fondatori della United Artists, oltre che tra i 36 fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, più semplicemente l’Academy degli Oscar. Fairbanks invece era definito il Re di Hollywood e si era affermato come uno dei più popolari e apprezzati interpreti di film d’avventura grazie alle sue strabilianti doti acrobatiche. Istantaneamente l’avvento del sonoro sancì l’involontario passaggio di consegne dell’appellativo di Re di Hollywood a Clark Gable, così come condusse molto rapidamente all’alcolismo di Pickford che si ritirò dalle scene nel 1933, appena un anno prima del marito. Fine anche della loro relazione: nel 1936 arrivò il divorzio schiacciati dal crollo delle rispettive carriere. Fairbanks morì tre anni dopo.

    Altro caso: Clara Bow, diva assoluta del muto e di tutti gli anni ruggenti ma dallo spiccato accento di Brooklyn difficilmente eliminabile, per il quale fu costretta al ritiro nel 1933, con conseguenti condizioni mentali sempre più instabili che la rinchiusero nelle case di cura.

    Insomma, non fu proprio tutto rose e fiori per le grandi star del tempo, ma le difficoltà si ebbero anche a livello produttivo con la rivoluzione degli impianti acustici che portò alla fine di molti ruoli produttivi e alla nascita di altri: si abbandonò l’incisione su disco per favorire la registrazione su pellicola (cosiddetta registrazione sound on film), che si presentava come una striscia a lettura ottica posta alla destra dei fotogrammi e che pertanto obbligava le sale a dotarsi di importanti altoparlanti. E’ proprio in una delle scene più famose e divertenti di Cantando Sotto la Pioggia che ci viene mostrato come la limitazione alla registrazione dei suoni in presa diretta, implicava il perfetto e totale isolamento acustico del set, con la chiusura delle chiassose macchine da presa in scatole insonorizzate dotate di un foro per l’obiettivo: in tal modo la possibilità di movimento per le inquadrature era estremamente circoscritta e bisognava ricorrere alla tecnica delle cineprese multiple, nonché la registrazione della medesima scena da diversi punti di vista tramite molteplici macchine da presa, cercando in tutti i modi di evitare scricchiolii, vibrazioni e altri inconvenienti acustici: impresa difficilissima per il personaggio di Lina Lamont (Jean Hagen).

    Tutto ciò, oggi e per sempre, è racchiuso in un film, immortale e inscalfibile nel suo essere testamento dei fasti che furono e al contempo celebrazione di una nuova epoca, tanto sonora quanto visiva. Un film che è anche altare glorificatore dell’immagine a colori, in un’epoca in cui i più serbavano ancora grandi rimostranze: semplicemente, Cantando Sotto la Pioggia.

    Se ti è piaciuto l’articolo, per approfondire il legame fra il suono e l’immagine leggi anche:

    VELLUTO BLU – IL RAPPORTO TRA SONORO E VISIVO

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – LA CIOCIARA DI VITTORIO DE SICA

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    Continuano gli approfondimenti del Cinema Ritrovato e oggi tocca “Forever Sophia”, la rassegna dedicata alla grande e magnetica Sophia Loren che spazia dai suoi ruoli nei cult più misconosciuti di Charlie Chaplin o George Cukor, passando per il capolavoro di Scola, Una Giornata Particolare, e arrivando all’indimenticato e indimenticabile La Ciociara di Vittorio De Sica.

    Il film ambientato nel 1943 e narrante il difficile errare verso il Basso Lazio della madre Cesira (Loren) e della figlia dodicenne Rosetta (Eleonora Brown), ha tutti i tratti per (poter) essere definito un film neorealista, eppure uscendo nel 1960 il neorealismo era già finito da un bel pezzo: siamo nell’Italia del boom economico e in cui cinematograficamente si inizia a sperimentare grazie all’esplosione universale di Rocco e i suoi fratelli, L’avventura e La dolce vita, triade filmica che spalanca le porte agli anni ’60 e che riflette sul presente e sul proprio contesto socio-culturale, discorsivizzando il trauma dell’apparente integrazione neocapitalistica e del consolidarsi del boom economico (riflessione sociopolitica per Visconti, esistenziale per Antonioni e della coscienza etica per Fellini).

    Tuttavia, La Ciociara evidenzia come per De Sica le ferite fossero ancora ben aperte, come fosse rimasta ancora qualche piaga da curare e come si sentisse ancora il forte bisogno di parlare di Resistenza, sfruttando il neorealismo per arrivare diretti alle coscienze delle persone.

    In questo contesto, l’operazione è costruita a tavolino da Ponti e De Sica: siamo di fronte a un ‘neorealismo d’esportazione’, testimoniato sia dal lancio internazionale della Loren secondo il più puro modello divistico hollywoodiano (vittoria agli Oscar), sia da un Jean-Paul Belmondo incastonato quasi a forza (nel ruolo di Michele: sempre strepitoso) ma anche per la sua natura di adattamento di un best seller (l’omonimo romanzo di Moravia).

    Guardando oggi a La Ciociara assistiamo a un immenso omaggio al neorealismo ma non fine a sé stesso. I film universali sono quelli che ancora a distanza di decadi riescono a essere attuali e portavoce di un messaggio immutabile, ed è questo il caso: oggi il film di De Sica – nel suo rimarcare l’urgenza del ricordo delle oscenità e del terrore bellico – risulta ancor più necessario. Ancora, nel 2022, dopo 62 anni, non abbiamo imparato la lezione.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – DRIVER L’IMPRENDIBILE DI WALTER HILL

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    The Driver fu un vero flop al botteghino… fortunatamente non ci feci troppo caso perché stavo già girando il film successivo (I Guerrieri della notte), che fu un successo e mi salvò da anni di disoccupazione… che strano modo che ha Hollywood di guadagnarsi da vivere…

    Ha esordito così Walter Hill di fronte all’emozionato pubblico del Cinema Arlecchino di Bologna, in occasione del festival Il Cinema Ritrovato. Parole non troppo tenere nei confronti dell’industria hollywoodiana, ma non prive di fondamento: il regista di Driver l’imprendibile, I guerrieri della notte, 48 ore, Johnny il bello, Strade di fuoco e tante altre pietre miliari, negli ultimi vent’anni è riuscito a trovare i finanziamenti per soli tre film (di cui l’ultimo, Nemesi, risale a ben sei anni fa).

    Allora dobbiamo ringraziare la Cineteca di Bologna e tutti i collaboratori se oggi possiamo (ri)scoprire il capolavoro cult di fine anni ‘70, Driver l’imprendibile, in una meravigliosa edizione restaurata in 4k.

    Niente finanziamenti, eppure il film pare aver fatto scuola: nemmeno Drive di Nicolas Winding Refn è riuscito a riportare in auge la fama del lavoro di Hill – nonostante più che trarne ispirazione ne abbia effettuato un remake-omaggio, a partire dal protagonista sempre definito col solo appellativo di “pilota” -, così come nemmeno Baby Driver di Wright (stesso procedimento di Refn ma tramite il medium musicale).

    Cosa possiamo imparare ancora oggi dal cult del 1978? Walter Hill (assieme a tutto il reparto tecnico e attoriale) ci insegna come girare scene action al cardiopalma pur mantenendo la regia solida e quadrata, come montare gli inseguimenti perché non risultino epilettici o come caratterizzare a fondo i personaggi pur non assegnando loro dei nomi (abbiamo “Driver”, “La Giocatrice” e “Il Detective”)… l’ultimo espediente vi ricorda qualcuno? Esatto: Tenet. Passare dall’action alla fantascienza è un attimo, ma Nolan con il suo “Protagonista” (John D.Washington) utilizza lo stesso e identico escamotage (oltre ad esserci un inseguimento in macchina degno di Driver). Insomma, l’eredità del cult del 1978 è ben evidente ancora oggi nel cinema hollywoodiano, ma fatica ad essere percepita dal grande pubblico.

    E’ un vero peccato, perché c’è così tanto Cinema dentro Driver l’imprendibile: il neo-noir, l’action, il thriller, la commedia (in certi punti il regista si dimostra un vero e proprio punch liner), arrivando sino alla rivisitazione del western in salsa notturno-metropolitana (il “Pilota” è addirittura chiamato ironicamente “Cowboy” dal detective).

    Forse la scelta della Cineteca di Bologna di trasmettere il film subito dopo Le Samouraï di Melville non è casuale: anche nel poliziesco-noir del 1967 molti personaggi principali sono privati dei loro nomi e quello principale è un criminale solitario senza scrupoli. Ma se nel capolavoro di Melville l’assassino segue l’etica di un Samurai, Hill compie un gesto tanto identico quanto ancor più rivoluzionario: per la prima volta nel cinema action vediamo protagonista l’autista, colui che solitamente era messo in disparte o che assumeva il ruolo di vittima sacrificale, dopo aver aspettato il compimento della rapina dentro l’auto a motori accesi. Basta così poco per rinnovare il cinema. Certo: se ti chiami Walter Hill.

    Speriamo di rivederlo presto sul grande schermo. Magari con un nuovo progetto…

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – TONY ARZENTA DI DUCCIO TESSARI

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    A volte capita di imbattersi in piccole perle nascoste di rara fattezza, poco conosciute e poco ricordate, di cui ti chiedi come sia possibile che con il loro immenso cuore siano finite nel dimenticatoio pur riuscendo a colpire molto di più di altre pellicole ancora oggi venerate.

    E’ questo il caso di Tony Arzenta (nome internazionale, Big Guns) del 1973 di Duccio Tessari, un esplosivo Frankenstein di diversi generi e film che la critica accolse anche piuttosto bene al tempo, ma che senza Il Cinema Ritrovato probabilmente non avremmo avuto modo di riscoprire e goderne su grande schermo.

    Tessari sotto produzione italo-francese gira la storia di Tony Arzenta (Alain Delon), assassino al servizio di un’organizzazione criminale sulla via del congedo. Non ha fatto i conti con le leggi dei banditi: la risposta dei suoi capi è una vera dichiarazione di guerra.

    A pochissimi anni dalla strage di piazza Fontana e – guardando all’estero – subito dopo l’uscita del Il Padrino (1972), i subbugli degli anni di piombo sono trasposti in un’opera a cavallo tra il gangster movie e il poliziottesco, con pennellate a tinte action e sani lampi d’umorismo.

    Delon desiderava consacrare la sua fama in Italia (l’anno prima era il protagonista de La prima notte di quiete di Zurlini): oltre ad accettare il ruolo di Tony Arzenta si impegnò anche come produttore, permettendo al regista di trovare adeguati fondi per girare a Copenhagen e lungo tutta l’Italia, dalla Sicilia a Milano.

    Cast internazionale dove spicca, ovviamente, un Delon che Tessari è stato furbo a sfruttare sulla scia di Frank Costello faccia d’angelo (a cui preferiamo il nome originale di Le Samourai) di Jean-Pierre Melville uscito nel 1969, affibbiandogli un ruolo pressoché identico (dev’essersi trovato bene: tornerà a lavorare col regista appena due anni dopo in Zorro).

    Da sottolineare il personaggio di Carla Gravina – che contro ogni cliché gangsteristico del tempo figura come donna forte e resistente -, il memorabile e a cardiopalma inseguimento in macchina e le musiche di Gianni Ferrio.

    Raccomandiamo la visione della versione doppiata in italiano e non quella francese, perché in quest’ultima – molto strano per la Francia – sono stati censurati ben dodici minuti di esplicite violenze visive e carnali.

    C’è anche un’esplicita citazione ad Arancia Meccanica di Kubrick. Vi abbiamo convinto a recuperarlo?

    Se ti è piaciuto Tony Arzenta, ecco una lista di consigli che fanno al caso tuo:

      • Frank Costello faccia d’angelo (1969), di Jean-Pierre Melville
      • Notte sulla città (1972), di Jean-Pierre Melville
    • Milano calibro 9 (1972), di Fernando di Leo
    • Milano odia: la polizia non può sparare (1974), di Umberto Lenzi
    • Squadra omicidi, sparate a vista! (1968), di Don Siegel

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – FEMMINE FOLLI DI ERICH VON STROHEIM

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    “L’autenticità, per Stroheim, è il momento in cui il bluff viene visto, in cui il cinema, aggirando la realtà, scopre il volto nascosto dei personaggi” (F. Savio).

    Nella terza giornata dedicata al Festival del Cinema Ritrovato parliamo del capolavoro del 1922 Femmine folli (Foolish Wives) di Erich von Stroheim, facente parte della rassegna dedicata alle pellicole uscite esattamente 100 anni fa. Nel presentare questo restauro, Cecilia Cenciarelli, una delle direttrici artistiche del Festival del Cinema Ritrovato, insieme a Robert Byrne del San Francisco Silent Film Festival, e a Dave Kehr del MoMA, hanno trasmesso al pubblico di Piazza Maggiore una grande passione e un immenso amore per la settima arte, raccontando quanto sia stato difficile il restauro di quest’opera, tra negativi andati perduti e coincidenze che hanno permesso la salvaguardia di pochissime copie.

    Il terzo lungometraggio di Erich von Stroheim, costato la cifra record di 1 milione di dollari, presentava un girato originale di più di 6 ore, una lunghezza monstre che la Universal, casa di produzione della pellicola, decise di tagliare di due terzi per permettere una doppia proiezione in una singola serata. La versione acquistata dal MoMA era stata ulteriormente tagliata senza la supervisione del regista; proprio questa copia venne utilizzata per ottenere il restauro odierno, che seppur non riporta alla luce i tagli effettuati in origine, ordina le scene in maniera più vicina possibile alle originali intenzioni dell’autore.

    Il 1922 è l’anno di capolavori come Nosferatu di F. W. Murnau, o ancora il Dr. Mabuse di Fritz Lang e Nanuk L’eschimese di Robert J. Flaherty; si iniziava a dar vita ad opere sempre più complesse e sfaccettate, che ben presto sarebbero entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Erich von Stroheim, nonostante tra il pubblico odierno non goda della fama di alcuni suoi colleghi europei come Fritz Lang o Friedrich W. Murnau, è stato senza dubbio uno dei più grandi cineasti del cinema degli anni ‘20, un autore che ha contribuito a rendere il cinema una vera forma d’arte. Considerata una grandissima personalità del cinema muto, infatti, fu tra i più importanti sostenitori di questo mezzo come forma artistica epica e colossale, proprio per questo andava a ricreare scenografie sfarzose e iperrealistiche utilizzando le sue capacità registiche come un mezzo per raggiungere tali obiettivi. Oltre che regista, Erich von Stroheim fu anche un grande attore: grazie ai suoi duri, netti e scavati lineamenti del volto, risultava perfetto nelle interpretazioni di personaggi malvagi e psicopatici, furbi (o presunti tali) e maliziosi.

    In Femmine folli tutte queste caratteristiche sono più che evidenti. Il film è incentrato tutto sul personaggio del Conte Sergius Karamzin che, spalleggiato da due fantomatiche cugine, tenta in tutti i modi di soggiogare la moglie di un diplomatico statunitense al fine di sottrarle denaro. La vicenda è ambientata a Montecarlo, città che ci viene mostrata in tutto il suo splendore grazie all’uso sapiente di una macchina da presa la quale, nonostante per forza di cose risulta quasi sempre fissa (i mezzi non erano certo quelli odierni), riesce comunque nella costruzione di inquadrature sapientemente studiate per mostrare la scena nel modo più chiaro possibile allo spettatore. Da regista, von Stroheim riesce a dar vita ad una Montecarlo a dir poco vivace e movimentata, oltre che incredibilmente realistica, e con la stessa cura vengono resi gli interni della reggia nobiliare. Il personaggio da lui interpretato, il Conte Sergius Karamzin, è oltremodo iconico. Impossibile non pensare a quanto, negli ultimi 100 anni, questo personaggio sia stato fondamentale per creare un certo immaginario del villain archetipico. Non possiamo, infine, non menzionare quella che, a parere di chi scrive, è la scena migliore del film, ovvero l’incendio sulla torre che, anche grazie alle meravigliose musiche scritte e dirette da Timothy Brock ed eseguite dal vivo dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna in occasione del Cinema Ritrovato, trasmette un’adrenalina e una suspense invidiabili.

    Foto di Margherita Caprilli

    Erich von Stroheim mette in scena, con una lucidità davvero rara, un mondo ed una società postbellica (il film è ambientato subito dopo la Grande Guerra) senza alcun valore morale, ipocrita, disturbata e disturbante, concentrandosi soprattutto sulla -presunta- aristocrazia incarnata dal Conte Sergius Karamzin. Un film da recuperare e custodire con cura, un’opera preziosa che grazie al Cinema Ritrovato siamo stati in grado di apprezzare sul grande schermo accompagnati da una meravigliosa Orchestra. 

    “Che film guarderà il pubblico tra 100 anni? Esisterà ancora un pubblico come lo intendiamo noi?” Con queste parole, Cecilia Cenciarelli, presentava il restauro di questo capolavoro. Noi non possiamo sapere che tipo di pubblico e che tipo di opere saranno proiettate e apprezzate nel 2122, ma di una cosa siamo certi: non ci stancheremo mai di ammirare capolavori di questo calibro.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO: VIDEODROME DI DAVID CRONENBERG

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    “Television is reality and Reality is less than television”

    Continua il nostro speciale dedicato al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna. Dopo avervi parlato del capolavoro di Bertolucci Il Conformista (potete recuperare l’articolo qui), oggi ci spostiamo dalla consueta location di Piazza Maggiore per presentarvi un’altra rassegna: Pratello Pop. Chi vive a Bologna (ma anche chi l’ha soltanto visitata) conosce sicuramente la celeberrima via del Pratello, luogo di movida e di libertà a pochi minuti dalla piazza centrale. Qui, e precisamente al cinema Europa, luogo in cui 36 anni fa nasceva il Festival del Cinema Ritrovato, verranno proposti sette film eccentrici, visionari e, appunto, pop, tra cui Fuoco cammina con me di David Lynch, Tenebre di Dario Argento, il famigerato Gola profonda di Gerard Damiano, e ancora Videodrome di David Cronenberg. E proprio su quest’ultimo film, proiettato il 26 giugno, abbiamo deciso di concentrarci in questo secondo articolo dedicato al Festival.

    Videodrome è un film del 1983, apice del sottogenere body horror e manifesto della poetica cinematografica di David Cronenberg,  uno spartiacque che condizionerà tutta la sua carriera futura ma anche tutta l’arte che da lì in avanti rifletterà sul rapporto uomo/tecnologia e sull’evoluzione della nostra specie. Venuto fuori da un periodo difficile da un punto di vista produttivo e distributivo (la censura e le stroncature della critica erano la norma) Cronenberg riesce a raggiungere, finalmente, il grande pubblico anche grazie alla presenza di star del calibro di James Woods e Debbie Harry (fondatrice e cantante del gruppo pop Blondie). Videodrome narra la storia di Max Renn (interpretato, come detto, da James Woods, che qui firma una della migliori performance della sua carriera), uno spietato produttore televisivo che decide di portare al pubblico programmi violenti e sessualmente espliciti, la cui vita cambia totalmente quando si imbatte in un macabro programma chiamato appunto Videodrome, girato totalmente in quello che sembra essere un set televisivo spartano  in cui vengono mostrate torture, violenze e omicidi. L’investimento televisivo perfetto (a basso costo e capace di attirare l’attenzione del pubblico) che si rivelerà, ben presto, essere qualcosa di molto più grande e pericoloso.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO: IL CONFORMISTA DI BERNARDO BERTOLUCCI

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    “Non capitava per tutti i film… ma sul set de Il Conformista io, Bernardo e Jean-Louis avvertivamo la sensazione di star girando qualcosa di grandioso”.

    Con queste parole e con le lacrime agli occhi Stefania Sandrelli, ospite d’onore del Cinema Ritrovato di Bologna, ha inaugurato la prima serata in Piazza Maggiore di questa 36a edizione, davanti alle migliaia di persone che hanno affollato la piazza per assistere alla versione restaurata in 4K de Il Conformista (1970) di Bernardo Bertolucci.

    E’ disarmante l’attualità, ancora dopo cinquantadue anni, del capolavoro firmato dal regista parmense e tratto dall’omonimo romanzo di Moravia: la storia di Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant:), neo-spia della polizia politica fascista, che si reca a Parigi per una finta luna di miele come copertura – all’insaputa della moglie Giulia (Stefania Sandrelli) – per l’assassinio di un suo ex professore (Enzo Tarascio) ora antifascista, è capace ancora oggi di dialogare pienamente con la contemporaneità.

    Raramente nel cinema italiano – ma anche mondiale – si sono raggiunti picchi di estasi estetica di tale livello, con la fotografia sopraffina di Vittorio Storaro (e non dimentichiamo il montaggio di Franco Arcalli) che per rispecchiare continuamente gli stati d’animo dei protagonisti passa con grande nonchalance dall’espressionismo della sequenza d’inizio ai puri quadri erotico – rossastri del famoso viaggio in treno. La cifra stilistica di Bertolucci, composta da inquadrature sghembe che lasciano spazio a piani sequenza interrotti poi da sprazzi di camera a mano, è qui al suo apogeo di perfetta simbiosi con le tematiche ricorrenti nel suo cinema: la sessualità contorta, i totalitarismi, l’omosessualità, Parigi, la crisi esistenziale.

    Terribile ancora oggi il finale che corona il discorso di Bertolucci sul conformismo: Marcello scoprirà che l’episodio che l’aveva segnato e che era stato il filo trainante del suo conformismo durante tutta la vita, in realtà non era mai avvenuto.

    Se voleste approfondire la filmografia, la poetica, le idee e il modus filmandi del maestro Bertolucci, lasciamo di seguito cinque titoli che non potete lasciarvi sfuggire:

    “Bernardo Bertolucci”, di Stefano Socci, Il Castoro (aprile 2008): volume immancabile per chi conosce e colleziona la collana “Il Castoro”, la guida d’approfondimento di facile consultabilità strutturata su una prima parte di citazioni del regista, seguita dalla monografia con trama e commento per ogni film e conclusa dalla filmografia completa con le schede delle opere.

    “Il dolce rumore della vita. Giuseppe Bertolucci tra cinema, teatro, televisione e poesia”, di Franco Prono e Gabriele Rigola, Cineteca di Bologna (novembre 2021): volume che ha l’obiettivo di studiare alcuni degli aspetti salienti della sua attività, proponendo nella prima parte l’analisi dei suoi film, le tematiche, e gli attori. Nella seconda parte sono inserite invece le testimonianze e i ricordi dei suoi attori, sceneggiatori e artisti a lui vicini. In allegato c’è anche un DVD, il documentario Evviva Giuseppe di Stefano Consiglio.

    “Cinema la prima volta. Conversazioni sull’arte e la vita”, di Bernardo Bertolucci, Minimum Fax (novembre 2016): autobiografia dello stesso regista che racconta anche le sue idiosincrasie cinefile.

    “Il mistero del cinema”, di Bernardo Bertolucci, La nave di Teseo (marzo 2021): altro volume in cui Bertolucci ricostruisce la sua vita artistica tra cinema e ricordi.

    “Un’aspirina e un caffè con Bernardo Bertolucci. Regista e attori si raccontano”, di G.Alviani, Mimesis (11 febbraio 2015): più particolare dei testi precedenti, poiché non più il regista, ma i suoi attori e collaboratori, raccontano la vita e le opere del maestro.

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    Fotografie di Lorenzo Burlando

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  • INIZIA LA 36a EDIZIONE DEL CINEMA RITROVATO

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    IL FESTIVAL

    Rullo di tamburi… e si parte! Dal 25 giugno al 3 luglio 2022 torna a Bologna il paradiso dei cinefili: Il Cinema Ritrovato! Un vero e proprio tour de force e una vera full immersion nella Settima Arte per ogni appassionato che, come ogni anno, potrà godere su grande schermo di cinquecento capolavori davanti a un pubblico internazionale, partendo dai grandi classici della storia del cinema arrivando alle tante altre rarità della celluloide (ri)scoperte grazie a l’impareggiabile operato della Cineteca di Bologna e di tutti i collaboratori. Come ogni anno, infatti, è stato effettuato un minuzioso e ricercato lavoro d’archivio grazie alle 94 (!) istituzioni che hanno restaurato e prestato i film conservati, fra cui la Cinémathèque française, la Fondation Jérôme Seydoux-Pathé, la Film Foundation e tante altre.

    Novità assolute di questa 36a edizione sono il tanto sperato e atteso ritorno del festival in presenza, oltre all’entrata nel circuito dei cinema adibiti alle proiezioni del Cinema Europa, dove proprio Il Cinema Ritrovato nacque ormai trentasei anni fa e che per l’occasione avrà l’onore di proiettare la programmazione di “Pratello Pop”, una sottosezione di “Ritrovati e Restaurati”.

    Cosa troveremo quest’anno al festival? Le sezioni in cui possiamo suddividere tutte le centinaia di proiezioni a cui assisteremo, sono le seguenti:

    • LE RASSEGNE SUL CINEMA NASCOSTO DEL ‘900: accanto ai reperti d’archivio che riprendono la Marcia su Roma, ci sono quelli dell’incendio di Smirne durante il nazionalismo turco di Kemal Atatürk. Spostandoci invece all’intolleranza razziale in Russia abbiamo Carl Theodor Dreyer con Gli stigmatizzati (1922), mentre per la Germania troviamo la rassegna “L’ultima risata. Commedia musicali tedesche 1930-1932” che ci permette di andare alla scoperta della generazione artistica dei cabaret e dei teatri di varietà berlinesi, spazzata via dal totalitarismo hitleriano. Grande spazio anche al cinema classico jugoslavo del secondo dopoguerra con la rassegna “Dite la verità – Uno Sguardo sul Cinema Jugoslavo” che sarà inaugurato dal film a episodi Tri zgodbe (1955) di France Kosmač, Jane Kavčič e Igor Pretnar, a cui seguiranno poi il capolavoro Ne okreći, se, sine (1956) di Branko Bauer e altre perle sconosciute ai più. Non mancherà anche il cinema cecoslovacco di metà secolo scorso contro il regime comunista tramite il film Un giorno, un gatto (1963) di Vojtěch Jasný.

    Per un’esperienza unica, anche in questa edizione del festival le proiezioni dei film muti saranno accompagnate dall’orchestra dal vivo.

    • I RITROVATI E RESTAURATI: i nomi non lasciano indifferenti leggendo quelli di Renoir, Visconti, Buñuel, Bertolucci, Pasolini, Douglas Sirk, Von Stroheim, Murnau, Argento, Lynch, Waters, Russell, ma anche quelli meno altisonanti e più sconosciuti di Kira Muratova (regista e sceneggiatrice cinematografica moldava naturalizzata ucraina) con i suoi Brevi incontri (1967) e Lunghi addii (1971), della finlandese Tuija-Maija Niskanen con Avskedet (1982) e di Sidney Poitier in veste non d’attore, ma di regista, col suo western divenuto celebre per l’alleanza tra afro-americani e indiani, Buck and the Preacher (1972).
    • LE RASSEGNE SUI SINGOLI REGISTI E ATTORI: quest’anno si è deciso di focalizzarsi sulle personalità di Peter Lorre con la rassegna “Peter Lorre, straniero in terra straniera” – che comprende il suo capolavoro M – Il Mostro di Düsseldorf (1931) e tante altre opere -, assieme al meno famoso Hugo Fregonese all’interno della rassegna “Hugo Fregonese, il vagabondo”, regista argentino maestro del thriller poliziesco e del western più rude. Non mancano le grandi donne del cinema novecentesco con l’approfondimento di Sophia Loren nella rassegna “Forever Sophia”, che comprende le proiezioni di due grandi capolavori che la vedono protagonista, Una Giornata particolare (1977) di Scola e la Ciociara (1960) di De Sica, oltre ai ruoli hollywoodiani nelle pellicole di Chaplin o Cukor. Non lasciatevi sfuggire la rassegna “Peter Weiss – Poesia in Movimento” che andrà alla riscoperta del pittore, poeta, romanziere, drammaturgo e regista tedesco, Peter Weiss, pioniere dell’arte e del cinema sperimentale di metà ‘900. Saranno proiettati i suoi cortometraggi sperimentali ma anche il suo lungometraggio Hägringen (1959).
    • IL CINEMA RITROVATO KIDS & YOUNG: stiamo parlando della rassegna rivolta al pubblico dei giovanissimi che anche quest’anno potrà assistere a una ricchissima proposta di proiezioni, laboratori, incontri e spettacoli teatrali, con particolare attenzione al cinema comico della “gag”: Charlot, Buster Keaton e i cortometraggi animati della serie ceca Pat & Mat.

    I GRANDI OSPITI E LE LEZIONI DI CINEMA

    Lunedì 20 giugno, in occasione della proiezione de I Guerrieri della Notte (1979) al Cinema Sotto le Stelle 2022, c’è stato il primo dei grandi ospiti di quest’anno, Walter Hill! Infatti, durante il Cinema ritrovato assisteremo a tante altre grandiose presenze del mondo del cinema internazionale partendo da Stefania Sandrelli, che il 25 giugno introdurrà la versione restaurata de Il Conformista (1970) di Bertolucci, passando per John Landis che troverete l’1 luglio all’Arena del Sole in compagnia del critico Paolo Mereghetti per una lezione di cinema, mentre il 3 luglio presenterà in Piazza Maggiore l’edizione estesa del suo capolavoro The Blues Brothers (1980). La nostra Alice Rohrwacher sarà invece il 26 giugno nel pomeriggio all’Auditorium – DAMSLab per una lezione di cinema, e alle 21.45 in Piazza Maggiore per introdurre il corto Disney da lei diretto, Le Pupille (2022), già presentato in anteprima mondiale alla passata edizione del Festival di Cannes. La produttrice cinematografica messicana e moglie del defunto George Harrison, Olivia Harrison, introdurrà giovedì 30 giugno alla proiezione serale di Piazza Maggiore il terzo episodio (138’) della miniserie televisiva documentario di Peter Jackson, The Beatles: Get Back (2021), mentre il fotografo e regista statunitense Bruce Weber – che ha lavorato per Versace, Gucci, Louis Vuitton, Armani, Ferragamo oltre che per Vogue, GQ, Vanity Fair, Esquire e Rolling Stone e tanti altri – introdurrà martedì 28 giugno il suo documentario Paolo Di Paolo: Un tesoro di gioventù (2021), in compagnia dello stesso scrittore italiano oggetto del documentario.

    Nell’elenco dei nomi che terranno lezioni di cinema, figurano anche il produttore Philippe Bober (appena reduce dalla vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes con il film di Östlund), il direttore del festival di Cannes e dell’Institut Lumière, Thierry Frémaux, il critico Michel Ciment e tanti altri. Ma il gran finale che scommettiamo fungerà da magnete per i cinefili di tutta Italia, si terrà lunedì 4 giugno in Piazza Maggiore alle 21.45, quando ad introdurre il capolavoro di Peter Bogdanovich, L’ultimo Spettacolo (1971), ci sarà uno dei registi più amati dal pubblico di tutto il mondo: Wes Anderson!

    Gianluca Farinelli, il direttore della Cineteca di Bologna

    Qui potete trovare il programma completo, mentre qui il catalogo in PDF per il quale è stata scelta come immagine di copertina la memorabile scena del ballo de Il Conformista, perché come affermato dagli organizzatori, la scena “resta negli occhi e la prendiamo come stella polare di un’edizione che speriamo ci accompagni a ritrovare il piacere e l’emozione di assistere assieme agli altri a una proiezione cinematografica”.

    Ci sono tutti i presupposti per poter assistere a un’edizione memorabile di uno dei festival di cinema più prestigiosi non soltanto d’Italia, ma di tutta Europa, dove chi ama la Settima Arte non può assolutamente mancare: “stiamo vivendo un’epoca disumanizzata, in cui le persone e il lavoro sembrano condannate a scomparire dalla scena, per essere sostituite da algoritmi e intelligenze artificiali; ci piace qui ricordare che questa edizione del Cinema Ritrovato, come tutte quelle che l’hanno preceduta, è stata realizzata grazie al lavoro di una enorme comunità di persone competenti e appassionate, di esseri umani che lavorano per offrire ad altri esseri umani un’irripetibile esperienza culturale, in presenza!”. Queste le parole di sollecito e di ringraziamento del festival sul sito dedicato,

    Noi di Frames Cinema ci saremo… un grande in bocca al lupo a tutta l’organizzazione del festival e buon Cinema Ritrovato a tutti!

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