Tag: cinema ritrovato

  • Cartoline Ritrovate – Giorno 5

    La Donna del Giorno, La Presa di Roma, La Regina d’Africa e Cinque Pezzi Facili

    Quinto giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    La Donna del Giorno (Woman of the Year), di George Stevens (USA, 1942) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Tess Harding è una giornalista politica internazionale, celebre, acclamata, estremamente colta e in un ruolo solitamente riservato agli uomini. Sam Craig (Spencer Tracy) è una giornalista sportivo, più rude e sanguigno ma per niente stupido. I due si piacciono e si sposano in fretta nonostante Tess sembra non sapere nemmeno cosa significhi essere moglie (soprattutto nell'epoca). La sceneggiatura premiata con l'Oscar è stata scritta da Ring Lardner Jr. insieme a Michael Kanin ispirandosi ai suoi genitori. Tess è innamorata ma il suo lavoro che è stata la sua vita fin da bambina permea ogni secondo della sua vita, Sam è un maschio incredibilmente capace di comunicare per gli standard dell'epoca. Passiamo da dei meravigliosi dialoghi di coppia disfunzionale a un finale muto e lunghissimo quasi da cartone di Donald Duck. La prima collaborazione tra i due divi è estremamente audace e cinica nonostante alcuni aspetti possano sembrare reazionari, con la Donna indipendente che alla fine si piega ad un marito sicuramente più di larghe vedute di quanto sembri. Sotto questa scorza di restaurazione, troviamo però un sapore moderno e singolare, grazie al genio di George Stevens.

    1905: Tra Luci e OmbreIl Secolo del Cinema: 1905

    In uno dei programmi più variegati di questo festival spaziamo tra Stati Uniti, Francia e Italia con accompagnamento al pianoforte di Stephen Home.
    In Interior New York Subway, 14th Street to 42nd Street, accompagnato da un testo di Mark Twain letto da Jay Weissberg, troviamo una primordiale sinfonia visiva sulle metropolitane della Grande Mela, mentre in The White Caps troviamo una durissima immagine di un'America razzista. Tema dominante della proiezione è tuttavia l'anticlericalismo, dalla farsa de Fâcheuse Méprises e What the Curate Really Did alla rappresentazione storica de Les Martyrs de l'Inquisition, passando per la satira di La Confession. Ciliegina sulla torta è la presenza in programma de La Presa di Roma, di Filoteo Alberini, primo cortometraggio narrativo della Storia d'Italia, con una minuziosa ricostruzione storica presentata da Giovanni Lasi.

    La Regina d’Africa (The African Queen), di John Huston (USA, 1951) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Presentato dalla segretaria di edizione del film Angela Allen, novantaseienne in pienissima forma a cui è dedicato un documentario in fase di realizzazione (ci è stata presentata una gradevole preview), La Regina d'Africa rappresenta una delle più grandi decostruzioni della figura divistica. Katharine Hepburn è Rose Sayer, una missionaria inglese in Africa durante la Prima Guerra Mondiale che perde il fratello a causa di un attacco dei tedeschi, con l'aiuto del marinaio Charlie Allnut (Humprey Bogart) risalire il fiume Ulanga per fare saltare in aria la nave tedesca. Se la veste rude, sporca e selvaggia poteva essere quasi calzabile per un non più giovanissimo Bogart, lontano dell'affascinante divo col Fedora che è sempre stato, è sempre sconvolgente vedere la Hepburn in veste di elegante terrorista vendicativa.

    Cinque Pezzi Facili (Five Easy Pieces), di Bob Rafelson (USA, 1970) – Ritrovati e Restaurati

    Robert Dupea (Jack Nicholson), è un operaio in una piattaforma petrolifera. Non il migliore dei mariti, non il migliore degli uomini. La notizia della malattia del padre lo fa tornare dalla sua famiglia di colti e raffinati musicisti. Nicholson interpreta un uomo che è impossibile stimare (chi lo avrebbe mai detto), che fugge da un contesto conformista per viverne uno non certo più libero, con altrettante bugie e meno bellezza. Non può imparare nulla dalle sue esperienze,  continuerà a mentire e scappare verso un futuro con meno dignità del suo passato. 

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 4

    La Ragazza di Bube, La Clessidra, Brazil e Terry Gilliam

    Quarto giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    La Ragazza di Bube, di Luigi Comencini (Italia, Francia, 1963) – Prima la Vita! Il Cinema di Luigi Comencini

    Tratto dal romanzo omonimo di Carlo Cassola, Premio Strega 1960 e di grande successo, il film parla di una Italia che nell'immediato dopoguerra non aveva ancora smesso di essere fascista o partigiana. Non che le cose poi siano cambiate.
    Mara (Claudia Cardinale) è una ragazza di famiglia umile e partigiana nella campagna Toscana, si innamora di Arturo, detto Bube, un compagno di battaglia di suo fratello morto. Bube è comunista, risoluto, taciturno e idealista, Mara se ne innamora, anche se lei sembra l'unica persona in Italia a non preoccuparsi di politica, resistenza e guerra. Lei vorrebbe solo ballare, stare con il suo bello e ricevere regali ma si è innamorata dell'uomo meno adatto a questa vita.
    Riusciamo a biasimare Mara per desiderare una vita senza pensare quotidianamente a morte e violenza? Riusciamo a biasimare Bube per essere invece totalmente incapace, date anche le circostanze, di godersi quei pochissimi momenti di pace?
    Il film, contrariamente al libro, è un lungo flashback dal punto di vista di Mara che ogni quindici giorni va a trovare Bube in carcere, la sua recitazione è distaccata, lontana dal popolarismo tipico di Comencini, e viviamo attraverso i suoi occhi una delle tante conseguenze di una guerra finita da tempo.

    La Clessidra (Sanatorium pod klepsydrą), di Wojciech Jerzy Has (Polonia, 1973) – Ritrovati e Restaurati

    Dopo aver visto la versione animata, realizzata dai Fratelli Quay e presentata nelle Giornate degli Autori all'81esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (ne avevamo parlato qui), non potevamo perderci la prima trasposizione Cinematografica dei racconti di Bruno Schulz. Vediamo un uomo, Józef interpretato da Jan Nowicki, fare visita al padre morto (più o meno) in un sanatorio semi abbandonato, per finire poi in un turbinio dove tempo, spazio, vita e morte sembrano contorcersi e perdere il proprio significato.
    Sarà la stanchezza da metà festival, ma non è che ci abbiamo capito molto, così come non avevamo capito molto del film dei Quay che, oltre alla narrazione rarefatta, giocava anche su delle immagini poco decifrabili, mentre qui i colori accessissimi anche nei toni più freddi del DoP Witold Sobociński (e del restauro) ci regala uno spettacolo per gli occhi.

    Brazil, di Terry Gilliam (Regno Unito, USA, 1985) – Ritrovati e Restaurati

    Torniamo in una Piazza Maggiore più affollata e accesa del solito per un appuntamento con uno dei più grandi geni viventi. Terry Gilliam, presentato dal condirettore del Cinema Ritrovato Gian Luca Farinelli entusiasta come un bambino a Natale, e da un montaggio sensazionale della sua filmografia, ci introduce all'edizione 2025 della Director's Cut suo capolavoro Brazil. E a costo di apparire retorici, come può non sembrare attuale un film di quarant'anni fa che parla di un mondo in cui non c'è spazio per sognare? Un mondo distorto e fumettoso, a tratti anche buffo e ridicolo, in cui contano soltanto ordine e precisione, potere e arrivismo, vanità e bellezza nella sua concezione più banale e conformista. Un mondo in cui l’arte in ogni sua forma ha ceduto il passo alla burocrazia come forma di espressione dell'ingegno umano. Un mondo dove canticchiare un motivetto allegro brasiliano sembra più alienante che mai. E soprattutto, un mondo in cui di tutte queste cose possiamo solo ridere.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 3

    Summertime, Le Voyage Imaginaire, L’Uomo con la Macchina da Presa e Arrapaho

    Secondo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    Tempo d’Estate (Summertime), di David Lean (USA, 1955) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante 

    Katharine Hepburn in questo film non ha né lo sfrontato ardore di Cynthia Darrington né l'inadeguatezza arrivismo di Alice Adams, e interpretato un personaggio davvero inusuale per la sua carriera e per la sua figura divistica. 
    Jane Hudson è infatti una zitella americana in vacanza in Italia, che quasi sceglie di essere ingenua, respingente e con la tendenza a piangersi addosso. A Venezia invidia le coppiette romantiche ma quasi non sa come cedere alle lusinghe del commerciante Renato (Rossano Brazzi).
    Una Hepburn infinitamente più fragile e assai meno dirompente del solito, un personaggio che per la prima volta sembra più adatto ad essere trascinato che a trascinare, a disagio con un mondo più smaliziato di lei, con la cornice di una Venezia inquadrata con un Technicolor d'annata.

    Le Voyage Imaginaire, di René Clair (Francia, 1925) – Cento Anni Fa: 1925

    Un modesto e timido impiegato si innamora della ragazza più carina dell'ufficio ma è preso di mira dai colleghi. Un pisolino sulla scrivania lo condurrà in una magica avventura tra fate, incantesimi e statue di cera che si animano. Se The Office incontrasse Rip van Winkle otterremmo questo meraviglioso (sì è una parola abusata in queste Cartoline, ma che ci possiamo fare) fantasy d'annata, in una linea immaginifica che parte da Méliès e arriva fino a Michel Gondry. 
    Arricchiscono il programma due giganti dell'animazione astratta tedesca degli anni ‘20: Walter Ruthman con le sue Opus II-III-IV e Viking Eggeling con Symphonia Diagonale. Il tutto con accompagnamento di pianoforte ed elettronica di Laura Markkanen e Matti Bye.

    L’Uomo con la Macchina da Presa (Ljudyna z Kinoaparatom), di Dziga Vertov (URSS, 1929) – Isaak Babel’ – I Racconti di Odessa

    Il cinema nella sua forma più pura. La volontà di superare ogni legame con teatro e letteratura, rafforzando quelli con musica e arte. Via la parola e la narrazione, restino solo spazi, linee, movimento e soprattutto immagini. L'occhio del cineasta si apre e si chiude per sei volte. I suoni eseguiti dal vivo da Maud Nelissen al piano e Silvia Mandolini al violino ci ricordano ancora una volta dove questo cinema trova la sua collocazione. In sala.

    Arrapaho, di Ciro Ippolito (Italia, 1984) – Ritrovati e Restaurati

    Le tribù degli Arrapaho, dei Froceyenne e dei Cefaloni sono in guerra tra loro, piu o meno. E c'è una storia d'amore tra l'Aristoteles de L'Allenatore nel Pallone e la Tinì Cansino di Drive In (i nomi dei personaggi nel film li cercate da soli). Poi ci sono dei finti caroselli, sottopancia televisivi, apparizioni di Cesare Ragazzi. Ci sono attori scelti solo in base a quanto fossero cani, che ridono mentre dicono le battute e quei ciak restano nel film. E soprattutto ci sono gli Squallor
    Il film piu brutto della storia del cinema italiano è bellissimo, e Ciro Ippolito è un genio.
    Abbiamo saltato il nostro appuntamento quotidiano in Piazza Maggiore con la proiezione di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo. E ne è valsa la pena

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 2

    The Scarlet Drop, Alice Adams, Georges Méliès e Coline Serrau

    Secondo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    The Scarlet Drop, di John Ford (USA, 1918) – Ritrovati e Restaurati

    Questo festival esiste per regalarci momenti come questo. La possibilità di vedere per primi al mondo un film ritrovato nel 2023, più di un secolo dopo la sua realizzazione, trovato per caso da Jaime Córdova in un magazzino destinato alla distruzione. Si sperava di trovare qualche pellicola rara di Ford, non si osava certo pensare di trovarne di perdute. 
    Una pellicola che mostra, fisicamente, tutti i segni del suo tempo e che ci mostra però tutti gli ingredienti del cinema del più grande regista di Western americani. Il tutto enfatizzato dal vivo da un'improvvisazione al pianoforte di Antonio Coppola che non aveva mai visto il film prima di sedersi. Un ottimo antipasto per ciò che ci regalerà la giornata.

    Primo Amore (Alice Adams), di George Stevens (USA, 1935) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Alice è una ragazza attraente e ambiziosa ma povera e schernita dall'alta società cittadina a cui vorrebbe appartenere. Un padre ingenuo e malridotto, una madre bisbetica, un fratello idiota e nessun buon partito in vista, fino all'arrivo di Arthur (Fred MacMurray). 
    Possiamo, a distanza di cento anni, apprezzare un film in cui la protagonista prova per tutto il tempo ad atteggiarsi da piccolo borghese, in cui il padrone è buono ed è il dipendente ad essere sleale, in cui il lavoro per una ragazza è solo oggetto di umiliazione e se i ricchi si comportano da snob, beh, c'hanno pure ragione? La risposta è sì, se quella ragazza ha il volto di Katharine Hepburn e riesce a trasformare anche questa blanda civetteria in un'affermazione di sé. 

    Méliès, il Mondo a Portata di Mano, di Georges Méliès (Francia, 1905) – Il Secolo del Cinema: 1905

    Chissà quante occasioni ha uno spettatore del ventunesimo nell'arco della sua vita di assistere ad una proiezione del genere. Cosa può significare il tentativo di riavvicinarsi il più possibile a quella che era l'esperienza di visione di uno spettatore di 100 anni fa. Beh, in questa settimana possiamo farlo quanto vogliamo, in questa occasione abbiamo un programma di film sperimentali di Georges Méliès accompagnati al pianoforte da John Sweeney con il contribuito, nel meraviglioso compito di imbonitrice, di Julie Linquette. Nel programma spiccano sicuramente i due titoli di maggior respiro: Le Raid Paris - Monte Carlo en Automobile,con protagonista il Re del Belgio Leopoldo II in una bizzarra impresa dannunziana, e La Légende de Rip van Winkle, incompleta pellicola sul personaggio creato da Washington Irving. Menzione d'onore ai meravigliosi due minuti di Les Trois Phases de la Lune.

    Tre Uomini e una Culla (Trois Hommes et une Coiffin), di Coline Serrau (Francia, 1985) – Ritrovati e Restaurati

    Il nostro momento preferito del festival finora però è senza dubbio la serata in Piazza con protagonista l'artista più folle d'Europa, che sul palco presenta il suo delizioso film oggi quarantenne, con una energia invidiabile. Quella che può passare all'occhio meno attento come una commediola su tre uomini che si trovano a badare ad una neonata nasconde forse il miglior film di sempre sulla decostruzione dei ruoli del maschile. 
    E una piazza intera che ride, si commuove, e fa cerchio intorno all'autrice del film per tributare il giusto riconoscimento, resta un meraviglioso antidoto contro la cappa di violenza e guerra che inevitabilmente ci ha accompagnato in questi primi giorni di Cinema Ritrovato.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline ritrovate – Giorno 1

    La Falena d’Argento, Prigionieri dell'Oceano, I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo al primo giorno del Cinema Ritrovato
    Primo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato

    La Falena d’Argento (Christopher Strong), di Dorothy Arzner (USA, 1933) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Il film con cui inizia il nostro viaggio di quest'anno inaugura la rassegna dedicata alla più grande attrice di tutti i tempi. Il personaggio che dà titolo al film però è interpretato da Colin Clive, che nello stesso anno diventa Dr. Frankenstein per la Universal. I titoli alternativi per il mercato internazionale, The Great Desire e soprattutto The White Moth rendono giustizia al meraviglioso personaggio interpretato dalla Hepburn: Lady Cynthia Darrington, intrepida pilota d'aerei ispirata ad Amelia Earhart.
    Lui è un uomo sposato fedelissimo a sua moglie, lei un'amica di sua figlia più interessata a volare che agli uomini. Ovviamente tra di loro scoppierà una burrascosa storia d'amore in un contesto, la Hollywood precedente al Codice Hays, in cui le figlie possono parlare ai genitori dei propri amanti clandestini, i baci e le allusioni sessuali non si nascondono e aleggia perfino l'ombra di possibilità di abortire. Il tutto diretto da una regista dichiaratamente lesbica. Certo, c'è del melodramma colpevolizzante invecchiato maluccio, ma il fascino di questi sguardi e di queste parole è eterno.

    Prigionieri dell’Oceano (Lifeboat), di Alfred Hitchcock (USA, 1944) – Ritrovati e Restaurati 

    In mezzo all'Oceano Atlantico nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, su una scialuppa di salvataggio si radunano i resti, umani e materiali, di una nave americana affondata dai tedeschi: uomini e donne di diversa provenienza, etnia ed estrazione sociale. Tutti americani, tranne uno, un tedesco che magari ha fatto partire di persona il siluro diretto alla nave.
    Un Hitchcock poco conosciuto, tratto da Steinbeck, in cui la suspense emerge nelle maniere forse meno prevedibili. I nostri compagni sono finiti in mare per disgrazia, per scelta o per dolo? Di chi ci si può fidare davvero? L'umanità può sopravvivere nei momenti in cui è messa a dura prova? La sopraffazione può davvero giovare a qualcuno? Le risposte, nel 1944, sono decisamente ciniche. 

    I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati, di Max e Dave Fleischer (USA, 1922-1942) – Ritrovati e Restaurati 

    Arriviamo ad uno degli appuntamenti più attesi, almeno da noi: la presentazione del restauro promosso da Jane Fleischer Reid di 8 tra i più importanti corti creati da Max e Dave Fleischer. I due gemelli terribili dell'animazione anni ‘30, creatori di Betty Boop, Bimbo e Koko the Clown e realizzatori delle serie di Popeye e Superman, con più di 700 titoli all'attivo sono stati tra i più influenti di sempre sia sul piano tecnico, con più di 30 brevetti, che sul piano stilistico e iconografico (basti chiedere a Ghostemane o ai creatori di Cuphead).
    Se in Jumping Beans, primo titolo della serie Out of the Inkwell vediamo uno degli espedienti più imitati della storia dell'animazione (il disegnatore che crea il personaggio, Koko the Clown per poi interagire con lui), in Koko's Earth Control troviamo una narrazione veramente ambiziosa per l'epoca. Se in Small Fry abbiamo una versione più cattiva e feroce delle Silly Symphonies Disney, in Snow White vediamo addirittura anticipare il film di Walt. Troviamo poi titoli sempre più folli, macabri e dissacranti con S.O.S., Bimbo's Initiation e soprattutto Swing You Sinners. E infine abbiamo il vero e proprio kolossal con il primo episodio di Superman ovvero The Bulleteers. Non vediamo l'ora di averne sempre di più. 

    Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (Close Encounters of the Third Kind), di Steven Spielberg (USA, 1977) – Director’s Cut

    Il grande appuntamento di Piazza Maggiore ci porta il restauro del terzo film di Spielberg, sicuramente uno dei più personali e sentiti, in cui troviamo tutti gli ingredienti del suo cinema, nel restauro 4K della Director's Cut partendo da negativi e positivi di pellicola. L'ignoto non sembra mai una vera minaccia, e lo testimonia l'immensa fiducia quasi ingenua che il piccolo Barry esprime urlando “giocattoli” quando vede l'astronave. E ancora una volta, a distanza di quasi 50 anni, quel finale incanta una piazza intera.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Kozaburo Yoshimura, tracce di modernità – Speciale Cinema Ritrovato

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    Se si pensa all’epoca d’oro del cinema giapponese, sono diversi i film che vengono in mente, primo fra tutti Rashōmon (1950) di Akira Kurosawa, che nel 1951 si aggiudica il Leone d’oro per il miglior film alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, consacrando il cinema nipponico all’estero. Per non parlare della produzione di Kenji Mizoguchi, che dalla seconda metà degli anni ’40 firma alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema giapponese. Tuttavia, gli autori di quest’epoca hanno lavorato all’interno di un contesto produttivo ben lontano dall’essere favorevole alla libertà di espressione, poiché l’occupazione americana aveva imposto delle rigide restrizioni all’industria riguardo ai temi, ambientazioni e generi trattati. In sostanza, venivano rifiutate tutte le sceneggiature che evocavano la tradizione giapponese, in contrasto con l’obiettivo di modernizzare il paese secondo le convenzioni occidentali. Ci fu un vero e proprio accanimento nei confronti dei jidaigeki, i film di ambientazione storica, in particolare verso i cosiddetti chanbara, film di cappa e spada, poiché le storie di vendetta o di samurai fedeli al proprio padrone preoccupavano l’egemonia statunitense. 

    È a partire da questa premessa che, alla 38° edizione del Cinema Ritrovato, viene presentata la rassegna “Kozaburo Yoshimura, Tracce di modernità”, che riscopre l’opera del regista  nel decennio compreso tra il 1951 e il 1960, periodo in cui ha realizzato alcuni dei film più dettagliati nella rappresentazione dei mutamenti sociali che si sono verificati in quel periodo. 

    Noto per la collaborazione con il regista e sceneggiatore Kaneto Shindō (L’isola nuda 1960, Onibaba 1964), Yoshimura ha realizzato, negli anni presi in analisi, opere che riflettono sul rapporto tra gli elementi tradizionali e moderni che si scontravano nel processo di mutazione che ha coinvolto il Paese del Sol Levante. Misurandosi con il sistema censorio, che imponeva una rappresentazione positiva della nuova capitale, Tokyo, lanciata verso il progresso; e una più negativa nei confronti di Kyoto, capitale culturale e culla simbolica della storia e delle tradizioni del Giappone, il regista ha analizzato profondamente la sua terra, mantenendo una tale imparzialità nella propria visione da conferire alle proprie opere un profondo valore sociologico.

    Clothes of Deception (Itsuwareru seiso, 1951)

    I primi anni cinquanta e la censura 

    Il presupposto da cui parte Yoshimura è la conoscenza dei limiti che gli impediscono di affrontare liberamente temi apertamente controversi, scegliendo così di dedicarsi prevalentemente ai caratteri dei personaggi femminili che popolano le sue storie e conferendo a ogni film un’intensa carica umanista, che porta in secondo piano le questioni sociali, le quali vengono affrontate più indirettamente ma non con minor decisione. Ciò emerge chiaramente dal dittico formato dai primi due film presentati, Clothes of Deception (Itsuwareru seiso, 1951) e Sisters of Nishijin (Nishijin no shimai, 1952), nei quali i plot drammatici che coinvolgono i numerosi personaggi sono centrali. 

    Clothes of Deception è un dramma corale dalle tinte comiche che vede il tentativo di due sorelle, Kimicho e Taeko, di riscattare la casa della madre, dopo che questa l’ha ipotecata per poter aiutare il figlio del suo defunto mecenate. Kimicho e Taeko sembrano incarnare proprio i concetti di tradizione e modernità: la prima è, come lo era la madre, una geisha che tuttavia non è legata a nessun uomo, caratteristica in contraddizione con il tipico ruolo di questa figura. Taeko, invece, si è trasferita a Tokyo dove lavora presso un ente turistico, avendo però come unica reale aspirazione il matrimonio con il fidanzato. Sebbene in apparenza il film aderisca alla visione binaria imposta dalla censura, la combinazione del lavoro di Yoshimura e Shindō restituisce una rappresentazione lucida e imparziale della città di Kyoto, evidenziandone le criticità dovute alla sua arretratezza ed esaltandone il fascino. 

    In questo senso è di fondamentale importanza il personaggio di Kimicho che, grazie alla straordinaria interpretazione di Machiko Kyo, reduce del successo di Rashōmon, rappresenta il primo passo nella costruzione di ciò che verrà definito come “un nuovo tipo di donna di Kyoto”. L’atteggiamento sprezzante nei confronti dei più rigidi rappresentanti della tradizione, i continui rimproveri con cui tenta di far notare alla madre l’incoerenza di alcune dinamiche che possono resistere solo all’interno di una bolla temporale come Kyoto, e la libertà e l’indipendenza con cui si rapporta verso l’altro sesso, non sono esclusivamente elementi che permettono al copione di superare il vaglio censorio statunitense, ma contribuiscono alla definizione di un personaggio astuto, magnetico ed estremamente accattivante, che, in virtù della combinazione tra la propria mentalità moderna e l’irresistibile fascino folcloristico, scuote le fondamenta di una realtà profondamente arretrata. Kimicho è il personaggio che meglio di tutti ha compreso la sua epoca e, assumendo un ruolo che concilia gli aspetti migliori di modernità e tradizione diventa la manifestazione dell’ideologia che Yoshimura ha tentato, con successo, di imprimere nel film

    Sisters of Nishijin non si distacca molto dal film precedente sul piano stilistico, Yoshimura realizza nuovamente un dramma corale, dalla regia asciutta, in cui i virtuosismi della macchina da presa sono volti ad esaltare la peculiarità estetica dei quartieri di Kyoto, affidando perciò esclusivamente alle immagini il compito di suscitare interesse verso la storia giapponese, alleggerendo così il copione da alcuni elementi che avrebbero potuto non fargli superare i controlli in fase di pre-produzione. La grande differenza con Clothes of Deception sta nel tono della storia, se il primo bilanciava egregiamente il dramma con la commedia, qui Yoshimura inverte la rotta e già l’incipit è un’evidente dichiarazione del regista. Il film si apre infatti con il padre di una famiglia di tessitori che prega di ottenere un prestito per ripagare i, già numerosi, creditori. Vedendo rifiutata la richiesta, l’uomo vede nel suicidio l’unica via d’uscita, lasciando però così tutti i debiti alla moglie e alle figlie.

    Il regista mette in scena questa prima sequenza in maniera magistrale. Inizia presentando un uomo che fuma alla finestra, con un’inquadratura, vista anche nel film precedente, che evoca intimità e quiete rispetto al caos esterno. Tuttavia, il mood cambia rapidamente. Prima che lo spettatore possa realmente capire che gli eventi del film scaturiranno precisamente da questa sequenza, il dialogo si esaurisce e con uno stacco ci si ritrova fuori dalla stanza assieme all’altro uomo, che si è rifiutato di concedere il prestito e ha consigliato di non lasciare i debiti alla sua famiglia. L’uomo scende le scale e la macchina da presa lo segue lentamente. Improvvisamente, si sente lo sparo con cui l’uomo indebitato si toglie la vita. In questa sequenza, girata con impietosa freddezza, viene condensata tutta la potenza drammatica del film, dichiarando l’interesse e il pessimismo del regista verso l’imposizione del sistema capitalista americano. 

    In questi primi film si individuano già degli elementi stilistici molto forti. La caratterizzazione precisa dei personaggi e l’interesse verso la condizione della donna nel dopoguerra hanno generato accostamenti dell’opera di Yoshimura a quella di Mizoguchi. Allo stesso tempo, la regia composta, volta ad esaltare la composizione della singola inquadratura, e l’approccio alle dinamiche di conflitto familiare, con particolare enfasi sullo scarto generazionale, possono ricordare Yasujiro Ozu. Tuttavia, Yoshimura non raggiunge lo stesso rigore visivo, al contrario affinerà progressivamente uno stile dall’estetica travolgente ed elegante.  

    Night River (Yoru no kaea, 1956)

    Il colore e le nuove possibilità espressive

    L’accostamento ai due maestri appena citati non rappresenta di per sé un errore, ma rischia di ridurre l’opera di Yoshimura, pressoché sconosciuto al di fuori dei confini nazionali, a una semplice riproposizione degli stilemi che hanno reso iconiche le pellicole di Mizoguchi e Ozu. Il potenziale espressivo unico di Yoshimura si conferma l’arrivo del cinema a colori. Night River (Yoru no kawa, 1956), On this Earth (Chijo, 1957) e A Woman’s Uphill Slope (Onna no saka, 1960), sono i film che meglio esprimono l’evoluzione espressiva del regista. 

    In questa seconda fase della rassegna si sono visti i film che probabilmente hanno maggiormente stupito il pubblico, almeno così è stato per il sottoscritto. La caratterizzazione dei personaggi diventa ancora più articolata e profonda, arrivando a delineare ancora meglio le varie e possibili sfaccettature della società nipponica anni cinquanta. Night River è senza ombra di dubbio il film che, tra quelli selezionati, spicca maggiormente.

    Kiwa è una giovane disegnatrice di kimono che lavora nella bottega del padre e, destinata ad acquisirne il controllo, inizia ad ampliare la produzione creando design e motivi unici da applicare anche su borse e cravatte. Questa espansione la porta a conoscere Yukio, un biologo ricercatore, con il quale nascerà una storia d’amore proibito. Le premesse sono quelle di un melodramma classico, che tuttavia non rinuncia a tratteggiare, nella prima parte del film, le dinamiche sociali legate all’imposizione di Kiwa all’interno di un’industria che ha perso interesse per gli abiti tradizionali; parallelamente la relazione con il professore si sviluppa fino a prendere il sopravvento nella seconda metà.

    Kiwa è quindi la protagonista assoluta, affiancata dai kimono che indossa, ognuno dei quali conferisce a ogni sequenza una tonalità cromatica specifica, offrendo un’intensa esperienza visiva che non può lasciare lo spettatore indifferente. Si può addirittura avere l’impressione di star guardando un predecessore del più noto film di Wong Kar-wai, In the Mood for Love (2000), proprio in virtù della componente melodrammatica e dell’eleganza dei costumi delle rispettive protagoniste. La fotografia di ogni inquadratura è curata nei minimi dettagli, e i colori del nuovo restauro in 4k della Kadokawa vividi e ammalianti. Se dovessimo descrivere il film in una parola, sicuramente questa sarebbe “appagante”. 

    Abbandonandosi completamente alle possibilità offerte dal cinema a colori, e nonostante il suo daltonismo, Yoshimura realizza due sequenze dal fortissimo impatto visivo e in cui il colore diventa un vero e proprio dispositivo al servizio del racconto. Nella prima, i campi e controcampi di Kiwa e Yukio vengono progressivamente sostituiti da dei primissimi piani di fiori che richiamano i colori dei rispettivi abiti, così che l’intenso dialogo tra i due si sviluppi secondo una sorta di influenza sensoriale. La seconda sequenza si svolge durante un importante festival lungo il fiume Shirakawa: i due innamorati, colti da un temporale improvviso, si rifugiano in una stanza d’albergo l’ungo il fiume. Durante il blackout causato dal maltempo, solo una lampada cinese illumina la stanza buia, trasformando la scena in una suggestiva sequenza bicromatica nera e arancione. I personaggi si riducono a delle sagome, la dissoluzione delle figure permette la libera espressione dei sentimenti, conducendo infine i corpi indistinguibili l’uno verso l’altro. 

    Questa scena rappresenta la massima espressione artistica di Yoshimura. Segnando uno spartiacque nel racconto e giustificando il titolo del film, l’immagine delle sagome nere e arancioni è carica di una tale potenza drammatica ed estetica che non può non ritornare in mente di continuo dopo la visione.

    Con A Woman’s Uphill Slope Yoshimura realizza un altro affascinante racconto al femminile sui lavori tradizionali di Kyoto. Tuttavia, mentre in Night River la protagonista, scritta da Sumie Tanaka, era nata e cresciuta tra i kimono, in questo film seguiamo Akie, una giovane ragazza che deve recarsi a Kyoto dopo aver ereditato una pasticceria tradizionale di cui conosce ben poco. Ambientata negli anni sessanta, la sceneggiatura di Shindō si focalizza non tanto sulla contrapposizione tra Kyoto e Tokyo, quanto sul cambiamento che ha ormai coinvolto la capitale culturale. Il progresso è già arrivato, e a mettere in difficoltà Akie non è tanto la dimensione sociale, quanto le dinamiche lavorative, troppo poco disposte a rinnovarsi. 

    Meno drammatico e più evidentemente rivolto verso la commedia, A Woman’s Uphill Slope è un film solare, vivace come la sua protagonista. Yoshimura non perde occasione di dimostrare ulteriormente le sue abilità nel creare immagini affascinanti che esaltano le sue protagoniste. In questo caso, è l’abbigliamento occidentale di Akie a diventare immediatamente iconico: impossibile non essere trasportati dal suo entusiasmo nell’indossare di nuovo il maglione rosso con cui è arrivata in città, rendendolo l’emblema della possibile e necessaria coesione tra tradizione e modernità.

    On this Earth (Chijo, 1957)

    On this Earth si inserisce nella medesima fase creativa del regista e, pur non raggiungendo la perfezione visiva di Night River o l’iconicità di A Woman’s Uphill Slope, ripropone con gusto soluzioni estetiche simili all’interno di un racconto non più esclusivamente sociale e melodrammatico, ma apertamente politico. È qui che la presenza in scrittura di Kaneto Shindō si fa più evidente, attingendo proprio dalle sue posizioni socialiste. Il film racconta il percorso di consapevolezza politica di Heiichirō, un giovane e brillante studente, orgoglio della madre che lavora in una okiya (le case delle geisha) come sarta per assicurare al figlio un’istruzione adeguata. L’incontro con un ex compagno di scuola, che lavora in una fabbrica nel mezzo di uno sciopero, lo stimolerà nella ricerca di un ideale da perseguire.

    L’aspetto più interessante del film è senza dubbio il parallelismo che si viene a creare tra le proteste degli operai e la condizione delle geisha nel loro ambiente lavorativo. Yoshimura, per la prima volta, non si contiene e pone molta attenzione sulle dinamiche di potere che si instaurano tra padrone e dipendenti, spesso con episodi di grande violenza. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un film in cui i conflitti sono centrali: l’industrializzazione contro i mestieri tradizionali, il conflitto di classe si estende alla relazione sentimentale Heiichirō, infatuato della figlia di un grosso industriale. Le differenze generazionali, inoltre, sono evidenti nel rapporto madre e figlio, entrambi sono coinvolti nei rispettivi ambienti di azione, ma con approcci quasi opposti. 

    Tuttavia, l’ambizione del film a non voler rinunciare a nessuna tematica inserita è l’unico difetto concreto. Lontano dall’essere un prodotto che accenna a tutto ma che non approfondisce, Yoshimura realizza un’opera efficace e funzionale, ma comunque meno compatta e uniforme come nei casi precedenti. Ne risulta quindi un film imperfetto, ma coerentemente in linea con la poetica del regista e interessante proprio nel suo netto posizionamento ideologico, necessario dopo aver raccontato così approfonditamente gli ambienti lavorativi dal punto di vista sociale.

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    Riccardo Fincato,
    Redattore.
  • Silent Trilogy: il cinema (muto) riparta dalla Finlandia! – Speciale Cinema Ritrovato

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    Cosa hanno in comune un uomo solo che va in giro con un cane e un carretto di roba vecchia da vendere, un’improbabile coppia di distillatori con un maialino e due fratelli che abitano in un faro? Forse niente, ma a Juho Kuosmanen basta “niente” per mettersi a lavoro. Girata tra il 2012 e il 2023, la sua Silent trilogy (in originale Mykkätrilogia) è stata presentata per la prima volta al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna: tre cortometraggi muti, divertenti e commoventi, simbolo di un amore profondissimo per i primi anni di vita del cinema e per tutti coloro che si trovano a vivere ai margini della società.

    Da case fatiscenti allo spazio più profondo

    Silent Trilogy è un’opera che tutti gli amanti del cinema dovrebbero vedere: anche solo per lo splendido omaggio al periodo del muto, che ha costruito pezzo per pezzo la settima arte come la conosciamo oggi. I cortometraggi che compongono la trilogia hanno come protagonisti personaggi delle classi più basse della società, e la maggior parte degli interpreti non sono neanche attori di professione: come detto dallo stesso Kuosmanen durante la presentazione dell’opera, i loro volti erano interessanti “e così li ho voluti nei miei film”.

    Il primo corto, dal titolo Scrap-Mattila and the Beautiful Woman (Romu-Mattila ja kunis kainen, 2012) si ispira alla vicenda realmente accaduta in Finlandia di un uomo e della sua battaglia contro la città di Kokkola per impedire che la propria casa gli venisse sequestrata. Similmente, il protagonista del corto si vede costretto a lasciare la propria abitazione, ma non porta avanti una battaglia, anzi, decide piuttosto di vendere tutti i suoi beni e trasferirsi in Svezia con il fidato cagnolino. Presto, vagando tra i locali della piccola cittadina in cui vive, l’uomo conoscerà una cantante, una donna sola e malinconica. Il loro incontro darà a entrambi la vicinanza, la comprensione e la tenerezza che meritano.

    Con il titolo The Moonshiners (Salaviinanpolttajat, 2017), il secondo corto della trilogia racconta la divertente storia di una coppia di distillatori accompagnati da un simpatico maialino. I due, un uomo e una donna, distillano alcool illegalmente e un giorno ricevono la visita di un misterioso cliente che li convince a giocare a carte; la partita, però, provoca una violenta lite, sedata poco dopo dall’arrivo della polizia, che arresta i distillatori mentre il misterioso “uomo delle carte” riesce a fuggire indisturbato. Il corto è un remake dell’omonimo film muto del 1907, a oggi andato perduto, del quale conosciamo la trama solo grazie ad articoli di giornale del periodo. Salaviinanpolttajat è considerato il primo film realizzato in Finlandia, che Kuosmanen ha voluto omaggiare nel 2017, a centodieci anni dalla nascita del cinema finlandese.

    Il terzo e ultimo cortometraggio della trilogia è forse quello più affascinante. Intitolato A Planet Far Away (Kaukainen Planeetta, 2023), racconta la storia dei fratelli Marlanda e Maximilian, guardiani di un faro su un’isola sperduta nel mare. Ma nel 2023 è ancora necessario un faro? Presto, i fratelli si ritrovano senza lavoro, ormai tutto il mondo usa il gps e la luce del loro faro viene letteralmente “portata via” da un gruppo di uomini che si sono presentati alla loro porta da un giorno all’altro. Per la tristezza, Maximilian muore, Marlanda rimane così da sola ad affrontare il dolore: l’unica cosa che la fa andare avanti è la storia, tanto cara al fratello, di questo pianeta molto lontano su cui vanno ad abitare le persone che amiamo quando il loro tempo sulla terra finisce. E così Marlanda si mette all’opera per costruire un razzo e, indossando degli enormi occhiali da aviatore, parte per lo spazio profondo fino a raggiungere un pianeta sconosciuto. Lì, in quello che sembra un bar come se ne vedono sulla terra, si ricongiunge finalmente al fratello Maximilian, impegnato a degustare un drink a suo dire più buono di qualunque altro abbia mai bevuto. Un corto diverso dai due precedenti, con scenografie e oggetti di scena realizzati con mezzi amatoriali, ma non per questo poco affascinante e commovente. Inevitabilmente, A Planet Far Away ricorda da vicino il cinema delle attrazioni di Méliès e Segundo De Chòmon degli anni ‘10: un piccolo viaggio nello spazio che vi farà tornare un po’ bambini, ancora meglio se eravate di quelli con le stelline adesive luminose sul soffitto della cameretta!

    Sonorizzazione dal vivo e potenzialità del muto

    Quando il cinema era ai suoi inizi veniva chiamato “delle attrazioni”, per la sua capacità di trasmettere storie affascinanti in posti mai visti prima, avventure di fantasia dotate di effetti speciali sorprendenti che sicuramente ricordate se conoscete le opere principali di un George Méliès. A distanza di oltre cent’anni, Juho Kuosmanen ha portato l’attrazione nella forma della sonorizzazione dal vivo. La visione di Silent Trilogy al Festival del Cinema Ritrovato è stata accompagnata dalla Ykspihlajan Kino-orkesteri, che si è occupata della musica e delle parti cantate, insieme al meraviglioso rumorista Heikki Kossi che si è dedicato alla realizzazione di suoni e rumori di scena. Sul palco insieme a un tavolino, una pedana di legno e altri oggetti, Kossi ha fatto un lavoro magistrale nel ricreare i rumori da accostare alle immagini dei film, grazie anche all’aiuto del sound designer Pietu Korhonen e del sound engineer Ville Liukkonen. Kuosmanen ha affermato di essere profondamente affascinato dal lavoro del rumorista, dal modo in cui semplici rumori meccanici riescono a trasmettere nuove sensazioni se accostati a determinate immagini e sequenze sullo schermo.

    La visione di Silent Trilogy con sonorizzazione dal vivo è stata senza dubbio l’esperienza più affascinante del Festival del Cinema Ritrovato, che ha permesso a tutti di riscoprire le enormi potenzialità espressive e artistiche del cinema muto. Nella conversazione con Alice Rohrwacher a seguito della proiezione, Kuosmanen ha ricordato l’importanza del muto nella storia del cinema, che si è gettato immediatamente sul sonoro non appena ne è comparsa la possibilità. Certo, non possiamo incolpare produttori, registi e attori degli anni ‘20 per aver compreso le potenzialità dei “talkies”, ma adesso abbiamo l’occasione per esplorare e omaggiare il cinema muto come merita.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Suso Cecchi D’Amico – Scrivere su misura

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    La rassegna “Suso Cecchi D’Amico: Scrivere su Misura”, presentata al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, offre uno sguardo sull’opera della più grande sceneggiatrice del cinema italiano.

    Suso Cecchi D’Amico nasce a Roma nel 1914, col nome di Giovanna Cecchi, in una famiglia di artisti: il padre Emilio Cecchi era uno scrittore; la madre, Leonetta Pieraccini, una pittrice. Frequenta il Lycée Chateaubriand, lavora in alcuni uffici pubblici in gioventù e nel 1938, a 24 anni, sposa Fedele, figlio di Silvio D’Amico, di cui prenderà il cognome.

    Inizia a scrivere sceneggiature, firmandosi inizialmente Susy D’Amico, nella prima metà degli anni ’40. La sua prima sceneggiatura mai giunta sullo schermo si intitola Avatar, tratta da Theophile Gautier, e il primo film effettivamente realizzato con la partecipazione ai testi della nostra è Mio Figlio Professore di Renato Castellani nel 1946. Suso lavorerà ininterrottamente per 60 anni collaborando con tutti più grandi registi italiani tra cui Zampa, Lattuada, Camerini, Pietrangeli, Antonioni, Visconti, Fellini, De Sica.

    Come raccontato dal figlio Masolino, curatore insieme alle sorelle Caterina e Silvia della rassegna dedicata alla madre nell’ambito del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna:

    Quella dello sceneggiatore è un’attività servile, nella quale non a caso romanzieri affermati, orgogliosi della qualità della loro pagina, si sono trovati a disagio. Tutti, scrittori e sceneggiatori, mettono nella preparazione del film il loro talento oltre che per inventare storie, per riprodurre la vita, per entrare nella testa delle persone; e i registi piegano questo talento ai loro fini. Ecco, forse, mi sono detto, dov’era la marcia in più di mia madre, sempre tanto richiesta. Lei univa alla sua capacità di capire e conoscere la gente e il mondo esterno, quella di  capire anche il regista che l’aveva chiamata, e quello che costui aveva in testa. Era una psicologa di registi. Sapeva, o presto imparava, cosa voleva Visconti, cosa Blasetti, cosa Zampa. Così penso che il vero omaggio che le si può rivolgere non consista tanto nel cercare la sua mano, mano che lei non esibiva affatto, in questo o in quel film, ma nel passare in rassegna un numero di pellicole diverse tra loro quanto i registi con cui lei lavorò: registi che appunto, possiamo pensare anche grazie al suo aiuto, in quelle occasioni diedero il meglio di sé.

    Il modus operandi dell’epoca prevedeva la collaborazione di numerosi sceneggiatori, tanto che risulta spesso difficile risalire alla genesi di una battuta o di un dialogo, tuttavia il tocco inconfondibile di Suso Cecchi D’Amico la rende la più grande sceneggiatrice della storia del cinema italiano, seconda forse solo a Cesare Zavattini.

    E proprio con Zavattini Suso aveva partecipato nel 1948 alla sceneggiatura di Ladri di Biciclette. Una sceneggiatura nata dalle esperienze dirette, dall’osservazione della strada e dei suoi personaggi poi trascritti dagli sceneggiatori. Tutti coordinati da De Sica con uno Zavattini che cercava di tenere le redini del tutto, con la convinzione che la paternità di un film non potesse essere lasciata in mano al solo regista. Gli sceneggiatori erano numerosissimi, alcuni non avevano quasi messo mano ai dialoghi, ma allora andava così. Forse il contributo di Suso al film fu eccessivamente ridimensionato rispetto a quello di Zavattini, ma non era certo trascurabile.

    Suso inoltre capì come nessun altro le potenzialità di Anna Magnani sullo schermo, soprattutto nella commedia drammatica.

    Ad esempio L’Onorevole Angelina di Luigi Zampa del 1949, ispirato a dei fatti di cronaca, proteste mosse soprattutto da donne nella periferia romana ci mostra la nostra eroina improvvisarsi leader politica per farsi carico delle necessità della sua gente. L’Onorevole Angelina è forse la più politica tra le commedie neorealiste. In bilico tra femminismo e conservatorismo familista, tra pulsioni rivoluzionaria e rinuncia al populismo, vediamo Angelina scatenare guerre, deludere ed essere delusa, passare da popolana a condottiera, per poi crollare e risalire. Non c’è fiducia nel cambiamento, ma c’è speranza. Anche se la speranza porta rinunce. Angelina deve rinunciare alla politica per riuscire a tenere in piedi la sua famiglia, suo marito rinuncia alla sua posizione di pater familias per riconciliarsi con la moglie, perfino il borghese (qui umanissimo) rinuncia ai suoi profitti. Gli individui si sacrificano per il bene della collettività che tuttavia non tarda a mostrarsi rabbiosa e ingrata verso chi si è esposto per essa. Ma come spesso avviene in questo tipo di cinema italiano, tutto si perdona.

    Nella Città L’Inferno di Renato Castellani (1958) invece vede la Magnani interpretare Egle, un’assidua frequentatrice del carcere romano di Rebibbia. Ispirato al romanzo autobiografico Via delle Mantellate di Isa Mari, il film è frutto del grande lavoro di documentazione di Suso Cecchi D’Amico che ha passato molto tempo negli ambienti della piccola criminalità.

    A metà tra il neorealismo e il cinema verità (molte delle comparse sono vere detenute) il film nella sua apparente amarezza è in realtà un acquerello di amicizia e cameratismo femminile.

    Le detenute sono tutte amiche e amorevoli tra loro, non c’è ostilità nemmeno verso suore e sorveglianti o verso chi cerca di approfittarsi dell’altra, la stessa Cecchi D’Amico disse che “i criminali le sembravano tutti simpatici”. Sembra che nessuna di loro voglia davvero andarsene, che la vita di carcere sia migliore delle alternative di miseria e sopraffazione nel mondo esterno. Il carcere, al contrario dell’Italia del dopoguerra, in questo film non sembra una giungla crudele in cui combattere per la sopravvivenza. Difficile crederlo, ma il fascino resta.

    La collaborazione più iconica tra Suso e Anna resterà sicuramente Bellissima, di Luchino Visconti (1951). Il tramonto del neorealismo. La borgata romana volge per la prima volta esplicitamente lo sguardo al cinema. Anna Magnani all’apice della sua carriera interpreta una madre che carica sulle spalle di sua figlia sogni e aspettative da stella del cinema. Sono i sogni della madre che nemmeno lei sapeva di avere. Si accettano inganni, umiliazioni, miseria e a tratti anche la violenza. Anche qui il finale sembra assolvere tutti, come ogni film italiano. Sembra sempre che non ci sia spazio per i cattivi.

    Visconti dirigerà nuovamente la Magnani, nei panni di sé stessa e su sceneggiatura di Suso in Anna, episodio del film collettivo Siamo Donne (1953) in cui vediamo la nostra attrice in un banalissimo litigio con un tassista dagli effetti esilaranti.

    La versatilità di Suso le permette di spaziare dalla desolazione umana nelle opere di Michelangelo Antonioni come I Vinti (1952), fino a storie prettamente napoletane (ambiente a lei familiare) come il film di camorra Processo alla Città (Luigi Zampa, 1952) o il melodrammatico La Contessa Azzurra (Claudio Gora, 1960) Interessante notare in entrambe il ruolo del protagonista Amedeo Nazzari, grande amico di Suso. Se ne La contessa Azzurra vediamo il classico donnaiolo mediterraneo, in Processo alla Città vediamo un uomo solo contrastare una città intera, cercando di bonificare un clima infame senza potersi fidare di nessuno. Suso non apprezzò il casting di Nazzari, figura troppo sicura di sé che poco si prestava ad essere “sconfitto in partenza”.

    Nella fase di levante della sua carriera, nel 1984, dopo aver toccato Boccaccio e Casanova, troviamo quello che è probabilmente il più grande film di donne della storia del cinema italiano. Certo, il regista è un uomo, Mario Monicelli, così come quattro sceneggiatori su cinque, ma il tocco di Suso e un cast corale in cui spiccano Liv Ullman e Catherine Deneuve rendono unico Speriamo Che sia Femmina. Film crepuscolare, amaro: un pezzo di cinema nordico trapiantato in Toscana. L’aristocrazia contadina ormai allo stremo, una banda di donne in cerca di se stesse (senza uscire dalla propria tenuta possibilmente) con un contorno di maschi imbecilli. Film anni Ottanta nato vecchio, contro il nuovo che avanza, ma dal fascino unico, e meraviglioso testamento di una meravigliosa autrice.

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    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Il Cinema Ritrovato 2023 – Alcune anticipazioni

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    È stata presentata, la sera del 15 maggio, parte del ricco programma del festival Il Cinema Ritrovato, organizzato dalla Cineteca di Bologna nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. Trattasi di un festival cinematografico che si svolge tra fine giugno ed inizio luglio (in questo caso, le date vanno dal 24 giugno al 2 luglio) e che accoglie diverse sezioni, ricche di piccole chicche, provenienti da tempi e spazi diversi, o capolavori restaurati.

    La locandina

    La prima rivelazione è stata quella della locandina che fungerà da rappresentazione di tutto il Festival. Dopo il sensuale ballo di Stefania Sandrelli e Dominique Sanda ne Il conformista, la cui immagine era stata usata l’anno scorso, per l’edizione del 2023 si è scelto anche stavolta il fotogramma di un film italiano. Si tratta di Quién sabe? del maestro Damiano Damiani, un western politico con protagonisti Gian Maria Volontè, Lou Castel, Klaus Kinski e Martine Beswick. Possiamo presumere che sarà presente nella programmazione del festival, ma non conosciamo ancora con certezza la data di proiezione.

    Un’immagine da “Quien sabe?”, film da cui è tratta la locandina del festival

    Le proiezioni in piazza e gli ospiti

    Una delle particolarità del Festival del Cinema Ritrovato e uno degli eventi più attesi è certamente l’inizio delle proiezioni sul maestoso schermo in Piazza Maggiore. Queste cominciano poco prima dell’inizio del festival vero e proprio (per la precisione, quest’anno il 20 luglio) e proseguono anche successivamente, accompagnando i bolognesi per quasi tutta l’estate.

    Film d’apertura del Festival, quest’anno, sarà Io ti salverò (Spellbound) di Alfred Hitchcock, con Ingrid Bergman e Gregory Peck. Particolarità della pellicola sono la presenza di alcuni fotogrammi a colori nonostante l’uso predominante del bianco e nero, e una sequenza onirica che ha visto l’intervento diretto di Salvador Dalí.

    La sequenza onirica in “Io ti salverò”

    Altre date certe sono quelle dei concerti, con la presenza dell’Orchestra del Teatro Comunale ad accompagnare con la propria musica due capolavori del cinema muto. Quest’anno gli appuntamenti sono martedì 27 e venerdì 30 luglio. I due film che saranno musicati dal vivo sono stati entrambi restaurati dal MoMA di New York. Si tratta di Il ventaglio di Lady Windermere (1925, Ernst Lubitsch), con musica composta da Stephen Horn, e Stella Dallas (1925, Henry King), con musica di Timothy Brock.

    Brock si è occupato dell’accompagnamento musicale di un altro grande appuntamento da non perdere (probabilmente non mostrato in Piazza), ovvero La donna di Parigi, primo film drammatico di Charlie Chaplin che quest’anno compie il proprio centenario.

    Sempre in Piazza sarà mostrato Bellissima di Luchino Visconti, storia di una madre che tenta di portare la figlia bambina al successo. Questo film rientra in ben due sezioni del Festival: quella dedicata alla sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico e quella in onore dell’attrice Anna Magnani, a 50 anni dalla morte. In particolar modo, per questa proiezione saranno presenti i 3 figli di D’Amico.

    A chiudere il festival sarà un classico più recente: The dreamers (Bernardo Bertolucci), che compie “solo” vent’anni. A presentarlo, oltre al produttore Jeremy Thomas, ci sarà un super ospite per il quale non dubitiamo che la Piazza si riempirà: il regista Luca Guadagnino (Chiamami col tuo nome, Bones and all).

    I protagonisti di “The Dreamers”

    Possibilmente in Piazza sarà presentato anche Blow Out (1981, Brian De Palma), film con protagonista John Travolta sulla post produzione sonora dei film. Ad introdurlo sarà presente il compositore Pino Donaggio. Questi ha collaborato con De Palma per sette volte, oltre ad aver lavorato con altri grandi del cinema nazionale ed internazionale.

    Altro ospite di questa edizione sarà il regista Joe Dante (Gremlins), a Bologna per presentare il suo primo film: The Movie Orgy, un documentario di più di 5 ore che verrà mostrato nella sezione Pratello Pop, dedicato a restauri di film più di nicchia.

    Infine, sarà ospite fissa del Cinema Ritrovato Thelma Schoonmaker, montatrice da (3!) Oscar. Sarà presente per presenziare alle proiezioni dei film del defunto marito, Michael Powell, a cui è stata dedicata una piccola sezione. In particolar modo, in Piazza sarà proiettato Narciso nero (1947) con Deborah Kerr, la storia di una suora che si trova con alcune consorelle a gestire una missione in condizioni ambientali avverse che risvegliano fantasmi del passato.

    Una scena da “Narciso Nero”

    Il pratello pop

    Il Cinema Ritrovato conferma anche per il 2023 una novità introdotta l’anno passato, ovvero la proiezione a tarda notte, nel Cinema Europa, di alcuni classici restaurati ma non portati nelle altre sale per via del loro statuto di cult “minori”.

    Alcuni dei titoli che verranno proiettati in questa sezione, denominata “Pratello Pop”, includono il già citato The Movie Orgy, The World’s Greatest Sinner di e con l’attore Timothy Carey (Orizzonti di gloria) e il film animato Le maître du temps (1970, Jean-Daniel Pollet).

    Classici…

    Come sarà emerso anche da una sommaria scorsa ai titoli finora presentati, Il Cinema Ritrovato è il luogo ideale per recuperare, in alta definizione e in pellicola, grandi classici della storia del cinema.

    Alcuni film che possiamo aspettarci di vedere durante questa edizione, oltre a quelli già citati, comprendono La donna della retata di Ozu (di cui ricorrono i 120 anni dalla nascita), Il grido (1957, Michelangelo Antonioni) ed Asfalto che scotta (1960, Claude Sautet) oltre a classici dell’horror come La maschera del demonio (1960, Mario Bava).

    In onore del centenario della nascita del regista Vittorio De Seta, verrà riportato in sala il suo folgorante debutto nel lungometraggio: Banditi a Orgosolo (1961).

    Impossibile dimenticare poi la sezione dedicata a Rouben Mamoulian, regista armeno (naturalizzato statunitense) che ha operato sin dall’epoca del muto. Tra i suoi grandi film possiamo citare Il dottor Jekyll (1931), Il segno di Zorro (1940) e probabilmente il più famoso La regina Cristina (1933), con protagonista la coppia Greta Garbo-John Gilbert.

    Greta Garbo in “La regina Cristina”

    … E chicche da tutto il mondo

    Tuttavia, la cosa più interessante del Cinema Ritrovato è la possibilità di recuperare accanto ai grandi classici anche chicche altrimenti inaccessibili.

    Il festival offre, come ogni anno, un’amplissima gamma di cinema da tutto il mondo: dal Giappone, con la sezione interamente dedicata al regista Teinosuke Kinugasa (la cui opera più famosa è probabilmente La via dell’inferno, Oscar al miglior film straniero) alla Svizzera coi film della centenaria casa di produzione Paesens-Film, passando per l’Austria col lavoro della direttrice della fotografia Elfi Mikesh.

    La sezione Cinemalibero, che va avanti da diversi anni, esplora ulteriormente il continente africano, portando anche documenti storici quali 4 rari cinegiornali del Senegal. Tra i titoli da tenere d’occhio in questa sezione abbiamo Bushman del compositore David Schickele, storia di un nigeriano che si trasferisce a San Francisco, e Ceddo, in onore del centenario dalla nascita del suo regista, Ousmane Sembène.

    Una scena da “Ceddo”

    Parte del programma sarà dedicata poi al cinema siriano, con film quali The Dupes (Tewfik Saleh, regista egiziano che gira in Siria), e ad un omaggio al drammaturgo e regista iraniano Bahram Beyzai.

    Da non perdere sono poi tre rarità che difficilmente troverete altrove: una sezione dedicata al pioniere del cinema africano Albert Samama Chikly, con una filmografia di ben 120 unità tra film ed estratti, una al regista Michael Roemer, autore di tre film e alcuni documentari, compreso uno su un degradato quartiere di Palermo chiamato “Cortile Cascino”, e la proiezione di tre cassette ritrovate contenenti alcune delle lezioni di cinema di Godard.

    Un tuffo nel passato

    Non può mancare, dopo il viaggio nello spazio, anche quello nel tempo.

    Come negli anni passati, il festival dedica due sezioni in particolare al passato remoto dell’arte cinematografica. La prima va indietro di ben 120 anni, coprendo così, in questo caso, l’anno 1903. Avremo dunque modo di vedere sul grande schermo non solo i grandi classici di Meliés, ma anche opere dei suoi avversari presso la Pathé, oltre che il primo, grande successo degli Stati Uniti ed il primo western: La grande rapina al treno (Edwin S. Porter).

    Un bandito “spara” agli spettatori ne “La grande rapina al treno”

    La seconda sezione lancia uno sguardo, invece, a quei film di cui ricorre il centenario. Abbiamo dunque a che fare con le opere dei russi bianchi, con gli ultimi sprazzi dell’espressionismo tedesco e del diva film italiano, col passaggio al lungometraggio di Buster Keaton e l’affermarsi di Sergej Ejzenštejn. L’anno è anche significativo in quanto avvennero diversi eventi storici che furono filmati, come il terremoto del Kantō e la scoperta della tomba di Tutankhamon.

    Interessante poi la sezione dedicata ad una pagina interessante del nostro cinema, ovvero la presenza di diverse attrici russe nel periodo del muto. Nell’ambito di questa sezione sarà mostrato Thaïs, lungometraggio futurista con protagonista la ballerina Thaïs Galitzy.

    Una scena da “Thais”

    Infine, diretta prosecuzione dello scorso anno è la sezione dedicate alle commedie tedesche “dell’esilio”, ovvero quelle commedie sonore realizzate da registi che avevano operato negli anni precedenti alla salita al potere di Hitler che tentarono di portare, pur lontani dalla patria, la stessa leggerezza nelle opere del periodo.

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    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – THE BLUES BROTHERS

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    Siamo in missione per conto di Dio!

    Questa volta, nella notte del 3 luglio 2022, la missione è stata quella di chiudere la 36a edizione del Cinema Ritrovato. Un’edizione di (ri)scoperte, restauri, grandi classici, aperta il 25 giugno dall’inno alla pace de Il Grande Dittatore e che non poteva non concludersi con un inno alla musica, alla comicità esplosiva, un inno alla vita: The Blues Brothers – I fratelli Blues.

    E’ stato lo stesso regista John Landis, ospite d’onore del festival, a introdurre il film con la sua solita verve comica e dissacrante di fronte alle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Maggiore, a cui ha riservato praticamente un sipario di stand up comedy di trenta minuti. Quando si dice che le vere opere autoriali rispecchiano la personalità dell’autore…

    Unico per i tempi comici, irripetibile per la chimica fra gli attori, irraggiungibile per il carisma recitativo che si tramuta in irriverente imperturbabilità attoriale, inimitato e inimitabile. Anzi, in realtà è stato lo stesso Landis a tentare una replica con il sequel del 1998, Blues Brothers – Il mito continua, dove si è provata la sostituzione del compianto John Belushi con l’ottimo John Goodman, pur non riuscendo neanche lontanamente ad avvicinarsi al successo e all’iconicità del primo capitolo.

    Cos’è che rende ancora oggi The Blues Brothers il capolavoro cult che (quasi) nessuno capì all’epoca? Non deve sorprendere infatti che alla sua uscita, nel 1980, il film fu quasi unanimemente affossato dalla critica oltreoceano: Los Angeles Times, Washington Post e Variety distrussero il film definendolo chi un “disastro”, chi un “imbecille stramberia” e chi un film “dall’humor elementare e dal divertimento momentaneo”. Era lo stesso anno in cui falliva il capolavoro I cancelli del cielo di Michael Cimino che, oltre al danno, ebbe anche la (enorme) beffa: se il film di Landis poteva almeno vantare degli incassi in positivo (147 milioni contando anche il mercato home video, su un budget di 27,5), Cimino (al netto dell’inflazione) si trovò davanti a una perdita 135 milioni di dollari, portando anche al fallimento della storica casa di produzione United Artists e alla stroncatura della sua carriera

    Con i suoi soliti toni fuori dagli schemi, pochi giorni prima della proiezione in Piazza Maggiore Landis ha raccontato al pubblico dell’Arena del Sole di Bologna un aneddoto sul flop dei Fratelli Blues: Belushi lesse la recensione del New York Times da parte di un’importante critica cinematografica del tempo che definiva il film una “saga presuntuosa”. Non esitò a chiamare subito Landis per chiedergli “John, per caso ti sei scopato quella tipa?”: il perfetto manuale su come affrontare con sarcasmo demenziale l’insuccesso di un lavoro tanto sentito. Il regista e gli attori erano davvero come li vediamo sul grande schermo. Certo, sempre con i loro difetti e le loro disavventure personali: è passata ormai alla storia la dipendenza da cocaina di Belushi che portò non pochi problemi sul set. Sempre all’Arena del Sole, Landis ha citato un episodio di totale incoscienza dell’attore, rimasto chiuso a chiave nella sua stanza d’appartamento. Fu lo stesso regista a sfondare la porta e a portarlo all’ospedale perché i soccorsi tardavano ad arrivare, ma la mattina seguente Belushi era già sul set. Tuttavia, come affermato da Landis sul palco di Piazza Maggiore “il John che vediamo nel film era un John al 50%… chissà cosa sarebbe riuscito a tirare fuori se fosse stato al 100% delle sue potenzialità”. Belushi morì appena due anni dopo, il 5 marzo 1982.

    Nonostante tutto, oltre ai suoi travagli produttivi (aggiungiamoci anche il budget iniziale sforato di 10 milioni di dollari per via dei continui ritardi delle riprese), non ricordiamo The Blues Brothers soltanto come uno dei classici casi di film incompresi – il cui ingiustificato flop di critica funge oggi da cassa di risonanza -, ma per il suo essere un esperimento mediale che assume i caratteri di un vero e proprio spettacolo musicale. Non sottovalutiamo la sua valenza politica e culturale, in un’America che non colse minimamente il monito di Landis sui prodromi del governo Reagan, aggiudicatosi la vittoria alle elezioni dell’anno seguente: la cornice-celebrazione della black music a suon di rhythm’n’blues (James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway e John Lee Hooker), fa da contorno al tripudio di detonante comicità anticonformista (e slapstick, sulla scia di Buster Keaton) unita a un’azione spettacolare e irrefrenabile (nella sequenza d’assedio al Daley Center furono disposti 100 agenti della polizia e 200 uomini della Guardia Nazionale su 50 volanti, decine di cavalli, 3 carri armati, 3 elicotteri e 3 autopompe).

    Il capolavoro di John Landis è una bomba audiovisiva la cui onda d’urto si propaga ancora a distanza di 42 anni e che, quando avvertita, non può non farci alzare in piedi per ballare e cantare a squarciagola l’indimenticabile colonna sonora – nel 2004 dichiarata dalla BBC come la più bella della storia del cinema -, proprio come ha fatto tutta Piazza Maggiore nella scatenata serata del 3 luglio 2022, nella chiusura del festival cinefilo bolognese simulacro di un patrimonio culturale nazionale da valorizzare e custodire gelosamente.

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