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  • Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    È difficile trovare un argomento più attuale per il mondo del cinema degli onnipresenti reboot. Camp Miasma (“Teenage sex and death at Camp Miasma”) di Jane Schoenbrun affronta apertamente questa piaga del mercato presentando, prima ancora che le protagoniste, sé stesso: il franchise Camp Miasma, una saga di horror slasher in piena regola, in declino dopo ben trent’anni di videocassette, DVD, action figures. In poche parole, l’Enigmista della situazione. Nel disperato tentativo di rinfrescargli l’immagine, la produzione affida il reboot alla giovane regista Kris Williams (Hannah Einbinder). Kris, fan della saga fin dall’infanzia, decide di contattare l’attrice che aveva interpretato la sopravvissuta nel film originale, Billy Presley (Gillian Anderson). Si ritrova ospite a casa della donna, che vive da reclusa a Camp Tivoli, il campeggio sperduto nelle montagne dove erano stati girati i primi film. Inizia così non solo la sua avventura alla scoperta delle origini del franchise e del vero killer che ne ha ispirato il cattivo, ma anche la sua storia d’amore con Billy. 

    Jane Schoenbrun cerca di tenere insieme tantissimi discorsi che si intrecciano in continuazione: questo film è una satira, uno slasher, una commedia surreale, oltre che una storia d’amore che tratta il delicatissimo tema dell’oggettificazione di sé: Kris e Billy condividono il destino di essere donne, per di più queer, dentro un film horror americano. 

    Hollywood, lo spauracchio del woke e gli anni Ottanta 

    Non c’è un sottotesto elaborato a suggerire che Hollywood si adegua ai cambiamenti culturali solo nel momento in cui vuole alzare i numeri al botteghino: Kris è stata scelta apposta in quanto persona queer, perché bisogna riscrivere le parti apertamente transfobiche del Camp Miasma originale. Quasi nulla viene lasciato all’interpretazione del pubblico, ma la buona notizia è che questa e tante altre nozioni vengono presentate in un dialogo abbastanza divertente. Il divario generazionale tra le due protagoniste non viene particolarmente approfondito perché Billy stessa non è interessata a parlare di lavoro, insiste per tenere Kris nel qui e ora: in questo campeggio dove il tempo sembra essersi fermato (per fortuna, perchè gli anni Ottanta sono di moda) e dove forse un killer le sta osservando davvero. 

    Schoenbrun critica, senza nemmeno troppa cattiveria, l’industria cinematografica e al contempo ne celebra i miti: le immagini sono fitte di citazioni, è una vera e propria caccia al tesoro per cinefili. Tutto, dagli omaggi a David Lynch a Videodrome, è rimesso in scena con i colori iper saturi e l’atmosfera surrealista che avevamo già visto nel suo precedente lavoro, I saw the TV Glow (2024). Ad eccezione di una sequenza un po’ troppo lunga che rovina la tensione verso la metà, il resto è tenuto insieme in modo sufficientemente coerente. I molti piani di realtà si fondono con il film “originale” e con dei panorami a volte reali, a volte dipinti ad acquerello: è impossibile sapere dove ci troviamo, si può solo prendere atto di quello che succede. 

    Guardarsi ed essere guardate. 

    Parallelamente al discorso metacinematografico sul film in sé, la regista ne porta avanti un altro sul desiderio, tema tutt’altro che estraneo nell’horror. Anche qui si nota la scelta di scoprire subito le carte in tavola, carte che in questo caso hanno la forma del pollo fritto più suggestivo che sia mai stato ripreso. Di nuovo, una volta annunciato chiaramente di cosa stiamo parlando, quello che viene dopo è quasi solo intrattenimento

    [Attenzione: spoiler da qui in avanti]

    Billy accompagna Kris alla scoperta di quello che lei aveva imparato di sé recitando nel primo film: la possibilità di guardarsi da fuori, essere spettatrice del proprio spettacolo, ovvero, essere il killer che ti guarda mentre sei anche la vittima. Questa scoperta per Billy è stata fondamentale per la capacità di godere del proprio corpo, e la giovane regista decide di intraprendere lo stesso percorso, dato che fino a quel momento l’intimità le risultava complicata. L’argomento di per sé è potenzialmente drammatico, ma qui viene trattato come Billy esorta Kris a trattarlo: niente di grave, è solo intrattenimento, in questo caso lo spettacolo di sé stesse dentro le proprie fantasie, e se essere un personaggio diventa troppo difficile si può sempre spegnere il video. 

    Questa è la parte veramente originale del lavoro di Schoenbrun: il punto di vista di una donna queer che è cresciuta amando il cinema horror, ma vedendosi rappresentata in esso sempre e solo come una vittima. Kris non voleva più abbandonarsi al desiderio diessere cercata e guardata, perché credeva di doverlo fare senza partecipare da protagonista.Alla fine invece si fa inseguire dal killer sapendo di poterne prendere il posto, si lascia guardare non da un pubblico qualunque ma da sé stessa, per il proprio piacere anziché quello altrui. Allo stesso modo il killer, al livello metacinematografico del discorso, si gode le videocassette delle sue stragi. La metafora è realizzata in modo abbastanza palese, ma il film è talmente fitto di cambi di prospettiva e immagini surreali da non risultare mai banale.

    Menzione speciale al nome del killer di Camp Miasma: Little Death. Al di là dell’effetto comico di avere un cattivo del genere in un film in inglese, la petite mort indica lo stato di semi-incoscienza che può sopraggiungere durante o subito dopo un orgasmo molto intenso. Niente di grave insomma.

     “Hai scritto Psycho dal punto di vista della tenda della doccia.” – Billy a Kris 


    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    È uscito in questi giorni La cronologia dell’acqua, il primo lungometraggio diretto da Kristen Stewart. È basato sull’omonima autobiografia della scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch, qui interpretata magistralmente da Imogen Poots. Purtroppo questa performance e poco altro sono gli unici aspetti veramente riusciti del film. 

    Il materiale di partenza non era semplice da trasporre, poiché la giovinezza di Yuknavitch è stata segnata da esperienze profondamente traumatiche che hanno reso il suo percorso tutt’altro che lineare.

    Figlia di un padre violento e di una madre con problemi di dipendenza, da adolescente si rifugia nella passione per il nuoto, riuscendo a ottenere una borsa di studio che le permette di studiare e allenarsi in Texas, lontano da casa. Il film racconta il percorso che l’ha portata da giovanissima atleta a stravolgere la propria vita, e poi a ritrovare una strada nella scrittura. Lidia porta con sé le conseguenze della violenza subita nelle numerose relazioni che intraprende e convive con numerose abitudini autodistruttive; respinge e poi cerca sia le persone che ha intorno sia le opportunità di costruirsi una carriera, con la diffidenza di chi è abituata a doversi proteggere da sola. 

    Il titolo fa riferimento al fatto che l’ordine cronologico è l’unica struttura di riferimento che si può avere quando si cerca di raccontare il passato, soprattutto se traumatico: si tende a ricordare per episodi sconnessi, frammenti di conversazioni o sensazioni. Da questo punto di vista risulta quindi comprensibile l’utilizzo del montaggio che riproduce con estrema precisione questo meccanismo, e soprattutto nella prima ora il film riesce a tenere alta l’attenzione. Tuttavia l’autobiografia originale tocca tantissimi temi complessi e Kristen Stewart, che oltre a dirigere ha adattato la sceneggiatura, ha cercato di non escluderne nessuno: in un film che dura più di due ore, interamente costruito come un susseguirsi di episodi e immagini, questo ha finito per produrre un film che diventa progressivamente più sconclusionato nella narrazione e superficiale nel modo di trattare gli argomenti. Nella seconda metà del film infatti si ha l’impressione che non ci sia una visione di insieme del racconto e, non essendoci nemmeno spazio per approfondire nulla, si fa fatica a immedesimarsi e quindi a empatizzare con la protagonista. La ripetitività della voce fuori campo che legge dal diario di Lidia i commenti a quello che accade, purtroppo, peggiora il senso di noia crescente. 

    L’altro aspetto che colpisce da subito, questa volta in positivo, è sicuramente l’attenzione ai colori e a tutta la fotografia in generale: La cronologia dell’acqua può essere piacevole da guardare per questo, soprattutto per chi è fan di quell’estetica anni dieci del Duemila fatta di colori iper saturati, dettagli dei corpi in primo piano e set fotografici sui binari del treno. Nulla di tutto questo è eseguito in maniera particolarmente originale, ma non si possono negare la cura e la precisione tecnica. 

    Il corpo è il vero centro di tutto per Lidia,  l’unico filo rosso di tutta la sua storia. Questo viene ribadito sia dalla protagonista a parole, perché scrivere per lei è necessario a elaborare ciò che accade e ciò inevitabilmente ha significato scrivere del proprio corpo; sia dal modo in cui i corpi sono ripresi spesso in primo piano con estremo realismo. Non si sfocia mai nello splatter solamente perché Stewart è estremamente coerente con l’estetica che abbiamo descritto, ma nemmeno ci vengono risparmiati troppi dettagli. Se non avesse perso enfasi a causa della ripetitività, questo uso costante dell’immagine del corpo sempre in movimento, che sanguina spesso, sarebbe potuto essere molto efficace. 

    In generale ci sentiamo di dire che La cronologia dell’acqua è più vicino a un esercizio di stile che ad un racconto: è un film disordinato, pieno di immagini belle da guardare, ma che fatica ad avere effettivamente qualcosa da dire che possa catturare l’attenzione. Questo non nonostante lo spessore del libro da cui è tratto, ma proprio a causa del fatto che argomenti del genere risultano inaccessibili senza un lavoro consistente sulla scrittura, più che sull’immagine.


    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Ken Loach – “La parte degli angeli” e la dignità degli ultimi

    Ken Loach – “La parte degli angeli” e la dignità degli ultimi

    Il cinema di Ken Loach racconta le periferie, geografiche e sociali: i suoi protagonisti appartengono alle classi popolari, sono precari o disoccupati, senza dimora, oppure fanno parte di una minoranza.  Ciò che accomuna la maggior parte delle storie, sia quando il tema è il mondo del lavoro sia quando si tratta di guerra, è lo sguardo profondamente critico nei confronti della società. Il destino dei personaggi, infatti, non dipende mai solo dalla loro forza di volontà, ma dalle occasioni reali che il sistema offre o nega loro.

    Loach preferisce l’autenticità anche estetica, dallo stile quasi documentaristico delle riprese all’abitudine di scegliere anche attori non professionisti, solamente in base a quanto li ritiene convincenti per il ruolo che ha in mente. Un esempio di casting ben riuscito da questo punto di vista è Debbie Honeywood, che non aveva quasi nessuna esperienza precedente: interpreta Abby in Sorry we missed you (2019) e riappare brevemente in The old oak (2023).

    Per questi motivi è giustamente considerato una delle figure più rappresentative del realismo sociale nel cinema britannico, e Loach stesso non ha mai negato la natura programmatica del suo cinema. Tuttavia sarebbe riduttivo avere questa come sola definizione del suo lavoro, perché ciascun film porta sullo schermo una storia individuale estremamente specifica: Joe in My name is Joe (1998) i fratelli O’Donovan in Il vento che accarezza l’erba (2006), Robbie in The angel’s share, ecc… Loach mantiene costantemente l’attenzione sull’arco narrativo che riguarda la persona, in modo che le istanze sociali vengano naturalmente a galla come conseguenza degli eventi, anziché imporsi come premessa. La capacità di raccontare la complessità delle vicende umane, senza mai scadere in retoriche sentimentali, è indubbiamente uno dei punti di forza nel regista.

    La parte degli angeli (2012)

    La periferia in questo caso è quella di Glasgow (Scozia), e la persona che incontriamo è Robbie, (Paul Brannigan), un giovane dal passato violento che sta per diventare padre ma è stato arrestato per un’aggressione. È riuscito a evitare il carcere ed è alle prese con i lavori socialmente utili. Il gruppo a cui è stato assegnato è guidato da Harry (John Henshaw), tramite il quale Robbie scopre la passione per il whisky. Nel frattempo cerca di allontanarsi dalle persone con le quali ha ancora dei conti in sospeso, senza successo. Insieme ad alcuni compagni di gruppo decide quindi di andare a Edimburgo e rubare una partita rarissima da una distilleria, nella speranza di riscattarsi almeno economicamente e garantire stabilità a sé e alla compagna Leonie (Siobhan Reilly). Il viaggio, però, non va secondo i piani. 

    Vincitore del premio della giuria a Cannes, The angel’s share ha un registro decisamente più leggero degli altri film di Loach, pur mantenendo le tematiche e una certa dose di realismo. La violenza di alcune scene iniziali viene subito compensata dai dialoghi, ironici quando non direttamente comici, e ci si trova davanti a un heist movie vero e proprio, originale e divertente. Non guasta nemmeno il fatto che ci sia molto da imparare sulla produzione del whisky scozzese. 

    Il film resta comunque ancorato a un senso di precarietà e a un’ironia amara di fondo, perché la “redenzione” di Robbie non è garantita né definitiva, e soprattutto non diventa plausibile grazie a una qualche improvvisa motivazione personale. Il fatto di star scontando onestamente la condanna risulta anzi completamente irrilevante. Ad intervenire davvero nella sua vita  è la solidarietà delle persone che ha intorno e un’opportunità, moralmente discutibile ma concreta, di emancipazione. È difficile non empatizzare con il protagonista, quando era chiaro fin dall’inizio che per chi come lui si muove ai margini della società, qualunque strada avrebbe avuto un costo. L’espressione che dà il titolo al film, The angel’s share, si riferisce alla parte di whiskey che evapora durante il processo di maturazione.


    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • recensione: elegia sabauda – willie peyote si racconta

    recensione: elegia sabauda – willie peyote si racconta

    Willie Peyote è una persona normale e come tale vuole essere conosciuto perché, per usare le sue parole, “dire cantautore fa subito Festa dell’Unità e dire rapper fa subito bimbominkia”.  Proprio questo conflitto tra il bisogno di non essere etichettabile e la parabola della sua carriera musicale, è al centro del documentario più torinese che vedrete quest’anno: Elegia Sabauda, diretto da Enrico Bisi. 

    È un racconto decisamente informale, personale, che segue Willie Peyote nella sua vita quotidiana. C’è un’intervista “principale”, registrata con il Po e la Mole sullo sfondo, a fare da filo rosso al racconto. Dopodiché ci sono pezzi di backstage dei concerti, un dialogo con i suoi genitori, l’immancabile spesa al mercato di Porta Palazzo e una serie di espressioni colorite senza censura. A proposito di Torino, il documentario si chiude con “In cerca di uno schianto”, brano di apertura del nuovo album, che strizza l’occhio ai Subsonica. C’è il rischio che sembri una posa, un volersi avvicinare al pubblico per questioni di immagine, ma in questo caso è chiaro fin dalle prime battute che Willie Peyote non non sta recitando. Se ne fosse capace forse avrebbe avuto vita più facile nel panorama musicale italiano, ma questo non sembra interessargli più. 

    Racconta con onestà gli sbagli che ha fatto e la solitudine attraversata, mettendo a fuoco una differenza fondamentale tra quegli anni e il successo precedente: quando è uscito “Sindrome di tôret” (2017), dice, il disco aveva funzionato perché l’aveva fatto senza “ l’assillo che dovesse funzionare.” 

    L’autenticità che traspare da questo documentario fa quindi ben sperare per il nuovo disco: dopo “Sulla riva del fiume” (2024) Peyote sembra aver ritrovato la sua identità musicale. L’ abbiamo già vista riaffiorare l’anno scorso in “Grazie ma no grazie” (2025) portata a Sanremo e prima ancora nel feat con Queen of Saba “Amami Come Ameresti Bambi”, (2024): oltre al legame con la propria città, l’impegno politico è l’altra parte della sua anima artistica. 

    Questo documentario è un piccolo viaggio dell’eroe, diretto e montato con molta cura senza mai scadere nella celebrazione di un personaggio. 

    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione: mr. nobody against putin -le buone intenzioni non bastano

    Recensione: mr. nobody against putin -le buone intenzioni non bastano

    Il documentario vincitore dell’Oscar di quest’anno è diretto da David Borenstein, ma si tratta di una raccolta di video girati in autonomia da Pavel Talankin.

    Talankin è nato e cresciuto a Karabash, nella regione russa degli Urali, e lì lavorava come insegnante e videomaker. Dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, gli viene chiesto sempre più spesso di documentare eventi patriottici nei quali gli studenti marciano portando la bandiera, cantano l’inno della Federazione Russa, oppure seguono nuove lezioni intitolate “Conversazioni sulle cose importanti.” Talankin approfitta della propria posizione per raccogliere sia le testimonianze dei colleghi, sia quelle di alcuni studenti che si avvicinano all’età per la leva militare e temono di essere assegnati al fronte. 

    A giugno 2024 è riuscito a lasciare il paese portando con sé gli hard disk, e il documentario è stato prodotto l’anno successivo, con David Borenstein, in Danimarca e Repubblica Ceca.

    La resistenza russa alla propaganda è un tema molto poco conosciuto in Occidente, nonostante abbia una storia lunga e complessa, perciò ogni testimonianza è preziosa. Tuttavia, perché la testimonianza sia efficace c’è bisogno che il pubblico sia messo nelle condizioni di contestualizzare e comprendere: un documentario intimista, interamente in prima persona e per di più su un arco di tempo limitato, non è il formato ideale per questa situazione. Un esempio su tutti è il fatto che dal racconto di Talankin sembra che il problema dell indottrinamento nelle scuole sia nato da un giorno all’altro nel 2022: chiaramente non è vero e non sarà stata nemmeno sua intenzione comunicare questo, semplicemente il materiale è stato trasposto da Borenstein così come è nato, senza introduzioni né particolari aggiunte. 

    Se è vero che la scarsità di lavoro tecnico non impedisce di percepire l’impatto emotivo di quanto sta accadendo, e anzi lo rende ancora più intenso perché a volte si ha la sensazione di star guardando un video privato inviato da un amico; d’altra parte l’efficacia del racconto si ferma qui. Talankin stesso non sembra avere le idee chiare su quale debba essere il focus del documentario e fatica a fare un passo indietro dal proprio sentimento per mettersi realmente nel ruolo di narratore dei fatti. 

    Rimane un mistero chi e perché durante la produzione abbia scelto come immagine di un gulag sovietico il fotogramma da Muppet: il Ricercato, che ritrae un’imbarazzante insegna “Gulag” in alfabeto latino. Quello che è certo è che, per quanto l’intenzione e la testimonianza siano da premiare, un Oscar ci è sembrato eccessivo. 

    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione:  coexistence, my ass!-rinunciare all’utopia

    Recensione: coexistence, my ass!-rinunciare all’utopia

    Noam Shuster Eliassi ha origini rumene, ebree, e iraniane, ed è cresciuta a Neve Shalom/Wāħat as-Salām. Il nome significa “Oasi di pace”. Si tratta di un villaggio fondato nel 1972 a ovest di Gerusalemme, dove cittadini israeliani arabi ed ebrei hanno scelto di convivere e promuovere progetti di convivenza.  Lei stessa racconta di essere stata cresciuta come “il volto della coesistenza”, e di aver creduto fermamente nel progetto di pace che il suo villaggio rappresentava. A poco più di vent’anni è diventata co-direttrice di Interpeace, un’organizzazione locale delle Nazioni Unite che verrà poi chiusa nel 2017. Coexistence, my ass! inizia da questo momento: Noam decide di dare una possibilità alla carriera nella stand up e cerca, sempre più disperatamente, di tenere insieme tutti i pezzi della sua vita mentre il mondo va nella direzione opposta. 

    Il documentario, diretto da Amber Fares, è stato presentato al Sundance Festival e poi al Torino Film Festival 2025, ed era nella shortlist per questa edizione degli Oscar. 

    Fares segue Shuster nel suo percorso professionale e personale dal 2018 all’Ottobre del 2023. Alcuni pezzi del suo one woman show, che dà il titolo al documentario, fanno da cornice e filo rosso del racconto. Soprattutto della prima parte, non è sempre chiarissimo quale voglia essere il cuore del discorso; incertezza dovuta al fatto che quando Fares e Shuster hanno iniziato a lavorare insieme l’idea del documentario non era ancora ben definita. D’altra parte questo è un raro caso in cui la poca coesione non è un danno particolarmente grave, perché coerente con il senso di autenticità che viene trasmesso: il commento fatto “con il senno di poi” è solo nelle clip dello spettacolo, non sono state aggiunte delle interviste alle persone coinvolte né alla protagonista. La maggior parte del montaggio è una presentazione cronologica degli eventi così come sono capitati. 

    Di conseguenza, dato che focus e coesione finiscono per dipendere da quanto la scrittura di show e documentario fossero  realmente avanzate nel frattempo, la seconda metà è di gran lunga la meglio riuscita. Questasi concentra sul periodo in cui, dal 2021, alcuni video spopolano sui social del mondo arabo, facendola andare incontro anche ad accuse di tradimento e minacce da parte dei suoi stessi concittadini. Shuster prende la decisione di continuare a fare satira politica, rielaborando attraverso il processo creativo i valori con cui è cresciuta e la dissonanza che percepisce nel presente. 

    È particolarmente interessante poter vedere dal di dentro il clima politico nelle principali città israeliane, dove non tutte le persone che manifestano contro il governo di Tel Aviv lo fanno  per la Palestina. Il momento in cui l’approccio senza filtri della regista è maggiormente efficace è però sicuramente il racconto degli eventi relativi al 7 ottobre, per i quali qualunque tentativo di commento sarebbe probabilmente risultato superfluo. Nel 2023 infatti, Shuster è ormai un personaggio pubblico a tutti gli effetti e si ritrova travolta dalle aspettative dei follower che le chiedono commenti sui social quasi in diretta. 

    Noam Shuster sfida l’idea che la posizione di chi vive in contesti complessi debba essere per forza, a sua volta, ”complicata”: oggi per continuare ad abitare le zone di confine, metaforiche o meno, è necessario avere le idee molto chiare. Coexistence, my ass! é un lavoro originale, non magistrale a livello tecnico ma interessante e soprattutto necessario. 

    “Coexistence doesn’t happen between the oppressor and the oppressed. […] it is not complicated and it’s not complex. It is painfully simple.”  

    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione Bugonia – Le api e il futuro del pianeta

    Begonia, il nuovo lungometraggio di Yorgos Lanthimos, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è un remake del coreano Save the Green Planet! (2003) di Jang Joon-hwan. La trama originale è riproposta in modo abbastanza fedele: si tratta del rapimento della CEO di una grossa azienda farmaceutica da parte di una coppia di complottisti, con ragioni di vendetta personale intrecciate a cause sociali. La lente attraverso cui la storia è raccontata invece appartiene inequivocabilmente al regista greco, e non solamente perché nel cast figurano ancora una volta Emma Stone e Jesse Plemons. L’atmosfera è surreale, la satira è cupa e la vicenda personale dei protagonisti fa da cassa di risonanza ad un commento più ampio sulla condizione umana.

    Prima di arrivare ad alieni e metafore, assistiamo di fatto a un processo al greenwashing: l’imputato è rappresentato dalla CEO Michelle Fuller (Emma Stone) ma sono tutte le grandi aziende, con il loro linguaggio ripulito. Michelle è davanti a un tribunale popolare e le viene chiesto di non nascondersi più dietro alle frasi che è abituata ad utilizzare sul lavoro. Le hanno rasato i capelli perché convinti che li usasse per comunicare con la navicella madre, le viene tolta la facciata con cui si presenta. Questo non significa che il film prenda una posizione nei confronti di una parte o l’altra:  Teddy (Jesse Plemons) e Don (Aidan Delbis) non sono né degli eroi né degli spaventosi criminali. Non sembra in discussione l’esistenza di una crisi, quanto la capacità di chiunque di occuparsene.

    Il sacrificio necessario 

    La generazione spontanea della vita era una credenza diffusa in tutto il mediterraneo orientale. Il titolo Bugonia viene da un episodio del quarto libro delle Georgiche di Virgilio, nel quale l’apicoltore Aristeo sacrifica dei tori per guadagnare il favore degli dei, e le api che aveva perso rinascono dalle carcasse dei bovini. Nella mitologia Aristeo era in realtà un semidio, figlio di Apollo e della mortale Cirene, e la perdita delle api era il castigo per aver causato la morte della ninfa Euridice. Teddy è un apicoltore ed è a sua volta un’ape: un umile operaio nella società in cui Michellealiena o no, incarna il capitalismo spietato e quindi la morte delle api. In più Teddy e Don sono assolutamente certi che Michelle appartenga a una specie aliena, e il loro scopo è convincere questi invasori ad andarsene. I due sono un identikit del complottista da manuale: la loro rabbia è assolutamente giustificata dalle esperienze che ciascuno ha avuto, ma è diretta ad un solo capro espiatorio esterno, più facilmente identificabile di un ipotetico male intrinseco al nostro pianeta. Vogliono difendere le loro api e sono convinti di sapere qual è l’animale da sacrificare. Di nuovo bisogna ammettere che non è il ragionamento ad essere sbagliato, e Lanthimos stesso ammette in questo film che il sacrificio è inevitabile.

    Conclusione

    La natura animale delle persone è tema ricorrente in Lanthimos, inoltre la satira alle spese di potenti e complottisti sono tema caldo di questi anni, che abbiamo appena visto sul grande schermo anche con Eddington di Ari Aster. Bugonia sembra non avere nulla di particolare da aggiungere, al di là di una satira messa in scena in maniera godibile, soprattutto grazie alla bravura del cast. Come nel precedente Kinds of kindness (2024), siamo di fronte a un lavoro di indiscutibile qualità tecnica e recitativa, ma l’impressione è che Lanthimos sia entrato in una fase di creatività puramente estetica, a discapito del contenuto. Tra le sue opere, Bugonia è comunque la più avvicinabile per chi non ha familiarità con il linguaggio simbolico dei titoli meno recenti.

    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Recensione Una battaglia dopo l’altra – Il film della nostra epoca

    Le due righe di sinossi con cui viene presentato sul web Una battaglia dopo l’altra (One battle after another) non sono in grado di rendere giustizia all’originalità con cui si sviluppa questo film. Paul Thomas Anderson è tornato sul grande schermo con un film d’azione dal ritmo serrato, costellato di caricature estremamente comiche e taglienti, mai troppo sopra le righe. I toni sono molto diversi da quelli del coming of age Licorice Pizza (2021), tuttavia i due film hanno in comune alcuni dei punti di forza: il direttore della fotografia è di nuovo Michael Bauman, che qui fa un lavoro di notevole bellezza, e la colonna sonora è composta da Jonny Greenwood dei Radiohead, alla sua sesta collaborazione con Thomas Anderson.

    Questa produzione inoltre ha potuto contare su un budget decisamente più alto: circa 150 milioni di dollari, contro i 40 milioni per Licorice Pizza. I temi principali sono ispirati al romanzo Vineland di Thomas Pynchon (1990), adattati al contesto contemporaneo.

    Giovani e vecchi soldati

    Ci troviamo in California del sud, dove opera il gruppo rivoluzionario French 75. Pat Calhoun, detto “Ghetto Pat” (Leonardo Di Caprio), e Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor) sono amanti. In seguito a eventi di cui non vogliamo rovinarvi la sorpresa, Pat cresce la figlia Charlene (Chase Infiniti) da solo nella città-santuario di Baktun Cross, sotto le false identità di Bob e Willa Ferguson. Tenta disperatamente di tenerla lontana dalla militanza e da qualunque legame con il passato, fino al giorno in cui il capitano Steven Lockjaw (Sean Penn), nemico storico del gruppo, torna a cercarli. I membri superstiti del French 75 intervengono con il piano di emergenza concordato sedici anni prima, ma Bob/Pat ha, per usare un eufemismo, alcune difficoltà a rientrare con efficacia nel suo vecchio ruolo.

    Intorno ai protagonisti si avvicendano una serie di personaggi che rappresentano praticamente qualunque comunità sia stata oggetto di dibattito negli USA di recente, dai coetanei queer di Charlene/Willa al Sensei Sergio (Benicio Del Toro), che ospita in casa propria le famiglie migranti. Meritano una menzione a parte le suore e i membri della setta suprematista “Christmas Adventurers Club”, nel doppiaggio italiano “Pionieri del Natale”. Se la sensazione che vi dà questo nome è di star guardando le truppe del Sergente Hartman marciare sulla sigla di Topolino, avete colto lo spirito.

    L’ironia, che non risparmia nessuno e nessuna parte politica, serve ad offrire alcuni apprezzatissimi momenti di leggerezza e dare spessore a quella che è in realtà una constatazione molto amara riguardo il clima di violenza contemporaneo, le ideologie che riprendono piede e la reale condizione delle cittadine statunitensi lungo il confine messicano. La tensione è continua: la fuga personale del protagonista si intreccia con quella dell’intera comunità durante un raid della migra, la polizia di frontiera, e il lungometraggio rispetta tutti i canoni dell’action thriller. Ci sono gli scontri, i plot twist, il climax e anche un paio di classicissimi inseguimenti in macchina, resi spettacolari dalla qualità della fotografia. L’energia scorre fin dalla prima scena e rimane costante, fatto non scontato per una pellicola che dura quasi tre ore. Perfidia, che è il primo personaggio a comparire, incarna tutte le declinazioni di questa energia: la rabbia ma anche la determinazione, l’imprevedibilità del caos, il desiderio.

    In che anno siamo?

    Dentro a questa cornice si sviluppa a mò di filo rosso il commovente rapporto padre-figlia tra i protagonisti. Non si arriva mai a una particolare introspezione, che in una sceneggiatura di questo tipo naturalmente non trova spazio, ma sia il conflitto interiore di Pat/Bob che il percorso di scoperta di lei traspaiono perfettamente in ogni scena. La ragazza passa dall’avere un’idea distorta delle proprie origini, al mettere insieme i pezzi e poi a prendere in mano attivamente la propria storia, senza cadere mai nel didascalico. Questo ha sicuramente contribuito alla coesione del prodotto finale e alla carica emotiva delle ultime scene. Mentre il padre arranca letteralmente dietro Charlene/Willa, Una battaglia dopo l’altra rivolge anche al pubblico le domande in codice che i personaggi si ripetono in più occasioni: Che ore sono? Chi sei? Ovvero in che anno siamo, cosa sta succedendo, chi vuoi essere davvero tra tutti questi personaggi possibili. Thomas Anderson sembra aver intercettato perfettamente le motivazioni del risentimento dei più giovani davanti al caos che pervade quest’epoca, insieme al senso di impotenza di tutti. Il più grande incubo di un padre ex rivoluzionario non è il fallimento, è crescere una figlia nel mondo che viene dopo.

    Paul Thomas Anderson con questo film dimostra ancora una volta una innegabile abilità tecnica ma anche la capacità di continuare a evolvere il proprio linguaggio. Una battaglia dopo l’altra finora è il suo esempio migliore di entrambe.

    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Summertime sadness – Quattro film da recuperare in estate

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    Dalla gen Z ai classici, quattro film nostalgici da recuperare durante le lunghe serate estive.

    Gasoline Rainbow, Bill Ross, Turner Ross (2024)

    Se la vostra estate ideale è quella vissuta alla giornata, senza aspettative né programmi, Gasoline Rainbow dei Ross Brothers potrebbe fare al caso vostro. Appena finito il liceo Makai (Makai Garza), Micah (Micah Bunch), Nathaly (Nathaly Garcia), Nichole (Nichole Dukes) e Tony (Tony Abuerto) partono da una cittadina sperduta nell’Oregon con l’unico proposito di guidare fino alla costa del Pacifico, a cinquecento miglia da casa. Una serie di incontri imprevisti trasforma la loro bravata giovanile in una vera e propria odissea. Nonostante la premessa non esattamente originale, questo film non è del tutto il coming of age che ci si aspetta. La struttura è frammentata, quasi inesistente: dopotutto i protagonisti si affacciano alla vita adulta per la prima volta e non è realistico che le illuminazioni sul proprio futuro arrivino in fretta. Si procede per tentativi e conversazioni che non sempre hanno un’utilità chiara, se non quella di intrattenere, godersi il momento. Gasoline Rainbow è una produzione indipendente sostenuta da MUBI, con un cast interamente non professionista; incarna tutte le caratteristiche del genere, ma lo fa con un linguaggio e un’estetica molto più contemporanei di quello a cui i teen movie, che solitamente guardano indietro di almeno un decennio, ci avevano abituati.

    Pride, Matthew Warchus (2014)

    Vincitore della Queer Palm a Cannes nel 2014, Pride di Matthew Warchus racconta la storia vera del movimento LGSM: Lesbians and Gays Support the Miners. L’idea fu di Mark Ashton (Ben Schnetzer), membro del partito comunista giovanile di Londra. Siamo nell’estate del 1984, durante il lungo sciopero con il quale i minatori britannici contestarono la chiusura delle attività imposta da Margaret Thatcher. Ashton decide di raccogliere fondi per sostenere l’Unione dei minatori come atto di solidarietà tra due comunità ugualmente oppresse, ma ottiene il supporto di solo sei compagne e compagni. Nello scetticismo generale, il gruppo si procura un pulmino sgangherato e parte alla volta di Onllwyn, Galles. Nonostante la gravità degli argomenti trattati il film mantiene un tono leggero e scanzonato, tra scandali sulla stampa locale e concerti da organizzare, sostenuto da una colonna sonora di tutto rispetto. Un feel good movie a tutti gli effetti per chi vuole recuperare un po’ di fiducia negli effetti concreti della solidarietà e dell’attivismo. Menzione doverosa a Andrew Scott nei panni dell’attivista gallese Gethin Roberts.

    Licorice pizza, Paul Thomas Anderson (2021) 

    Un film che in realtà non ha bisogno di presentazioni dopo il meritato successo che ha avuto. Paul Thomas Anderson trasporta e immerge il suo pubblico nella California degli anni Settanta, con una storia tanto semplice quanto ben scritta: quella dell’improbabile amicizia tra Gary Valentine (Cooper Hoffman), un’adolescente dallo spiccato spirito imprenditoriale, e Alana Kane (Alana Haim) venticinquenne cronicamente insoddisfatta della propria vita. La performance di Alana Haim, che qui era al suo esordio sul grande schermo, è particolarmente degna di nota per la complessità di emozioni che riesce a trasmettere. Anche grazie a lei Licorice Pizza è un film denso di azione ma che non risulta essere mai frenetico, permettendo allo spettatore di cogliere a pieno ogni tappa delle peripezie dei protagonisti.  Anche lo sfondo è curato nei minimi dettagli, dalla musica al contesto storico, con eventi come la crisi del gas che, pur non passando mai in primo piano, oscurano la leggerezza dell’atmosfera quel tanto che basta a darle spessore e realismo.

    Dazed and confused, Richard Linklater (1993) 

    In Italia era uscito con il titolo La vita è un sogno. L’ambientazione è Austin, Texas, e l’intero film copre una sola giornata, l’ultimo giorno di scuola del 1976. Linklater riprende l’atmosfera e le tematiche di un altro cult del genere, American Graffiti (G.Lucas, 1973).  Si tratta infatti di un racconto corale, punteggiato di molti cliché del teen movie: uno degli archi narrativi principali è quello che segue Randall Floyd (Jason London), la star della squadra di football, in conflitto con il coach, che decide di offrire la sua protezione a Mitch (Wiley Wiggins), una delle matricole vittima di bullismo. Tutto accade dentro al microcosmo formato dai compagni di scuola, in un lunghissimo presente che non lascia spazio ad altro e rende estremamente drammatico -quindi estremamente divertente per lo spettatore- ogni incontro e ogni dialogo.

    Dazed and confused, oltre che un’ottima descrizione dello stato in cui amano trovarsi alcuni dei protagonisti, è una canzone dei Led Zeppelin, e qui la colonna sonora fa metà del lavoro. Lo scriviamo senza voler togliere nulla alla bravura del regista e del cast, nel quale troviamo anche Ben Affleck nei panni di uno dei bulli della scuola, Milla Jovovich e Matthew McConaughey.

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    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Recensione Di là dal fiume e tra gli alberi – Hemingway a Venezia

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    Di là dal fiume e tra gli alberi (Across the river and into the trees) è la trasposizione cinematografica, diretta da Paula Ortiz, dell’omonimo romanzo di Ernest Hemingway. Il film esce con qualche anno di ritardo: era stato girato nel 2021, la distribuzione era iniziata ufficialmente nel 2022 ma aveva riguardato solo poche sale nel Regno Unito e in Canada, due dei paesi che l’hanno co-prodotto insieme all’Italia. 

    Ci troviamo nel secondo dopoguerra. Il colonnello statunitense Richard Cantwell (Liev Schreiber) è di stanza a Trieste. Dopo aver ricevuto la diagnosi di una malattia terminale decide di tornare a Venezia, dove aveva trascorso molti anni, apparentemente per potersi godere un ultimo fine settimana di caccia alle anatre. Qui incontra la giovanissima contessa Renata Contarini (Matilda De Angelis), che decide di trascorrere più tempo possibile con il colonnello, trascurando i propri impegni nei confronti della madre (Laura Morante) e del fidanzato. 

    Con un approccio fedele all’opera di Hemingway, ciò che viene messo in scena sono i semplici fatti: nemmeno nei dialoghi più importanti tra i protagonisti assistiamo a grandi rivelazioni o dichiarazioni. La caratterizzazione dei personaggi traspare in modo implicito, sta allo spettatore cogliere le intenzioni e le motivazioni sottintese. In questo sia De Angelis che Schreiber fanno un ottimo lavoro. 

    La città intorno a loro è vuota: Ortiz ha approfittato del fatto che nel 2021 le restrizioni legate alla pandemia erano ancora in vigore e rendevano molto facile avere intere strade deserte, persino nel centro di Venezia. Si tratta di un elemento che ha un grande peso in questo film dall’estetica estremamente curata: la quasi assenza di comparse rende l’atmosfera surreale, come se gli abitanti del centro storico fossero in una dimensione isolata dal resto del mondo. Inoltre non può essere mossa alcuna critica alla fotografia, alla scelta della ratio e i colori intensi che contribuiscono all’atmosfera cupa e romantica.  La prima versione del lungometraggio era stata prodotta in bianco e nero, con solo i flashback a colori, tuttavia la versione che si trova ora al cinema è interamente a colori. 

    Di là dal fiume e tra gli alberi è una riflessione sulla morte e sui limiti fino ai quali la volontà del singolo può forzare il corso degli eventi: mentre il colonnello rivive le due guerre e le proprie responsabilità, ignorando ostinatamente la propria fine che si avvicina; Renata ha tutta la vita davanti, non ha ancora compiuto le scelte che dovranno determinate il suo futuro ed è molto più disposta di lui a fare domande scomode e contestare tutto quello che la sua posizione sociale le impone. Il rapporto tra i due si consuma in lunghi dialoghi, perlopiù notturni per le strade, dal carattere romantico nel senso letterario del termine.  

    Purtroppo, nel tentativo di mantenere l’atmosfera asciutta e riflessiva del testo originale, ad un certo punto si è andata a perdere la stratificazione di significati caratteristica di Hemingway. In particolare la parte centrale del racconto finisce per rimanere troppo in superficie, l’idea di lasciare spazio all’implicito fallisce nei momenti in cui le conversazioni si allungano nel tempo e, perdendo il focus, danno l’impressione che gli sceneggiatori stessi si fossero dimenticati cosa dovevano implicare. Il ritmo riprende poi velocità verso la fine, dove vengono inseriti flashback anch’essi poco coerenti con la modalità introspettiva che il racconto aveva impostato dall’inizio. A questo difetto si aggiungono alcuni elementi fortemente anacronistici che, pur non essendo rilevanti per la coerenza dell’arco narrativo, rischiano di rompere improvvisamente la sospensione dell’incredulità. Uno dei brani scelti per la colonna sonora, a questo proposito, stride particolarmente sia con l’atmosfera che con la caratterizzazione di Renata, protagonista della scena che utilizza questo brano. Considerando la pellicola nell’insieme non si tratta certo della migliore trasposizione possibile, ma riesce comunque a restituire le atmosfere e le tematiche del romanzo. 

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    Federica Rossi,
    Redattrice.