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  • Tra cinema e teatro – Intervista a Lorenzo Frediani

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    L’arte teatrale nella società, il rapporto tra cinema e teatro e le ultime novità sul nuovo film di Edoardo De Angelis. Abbiamo parlato con l’attore Lorenzo Frediani della sua carriera, dagli albori fino al raggiungimento di traguardi importanti e della sua visione del cinema e del teatro.

    Gaia Fanelli (framescinemawebzine.com/): Vorrei iniziare chiedendoti del tuo ultimo lavoro. So che ultimamente stai lavorando a un film diretto da Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino, Comandante, che uscirà nel 2023. Che ruolo ha il tuo personaggio?

    Lorenzo Frediani: Sì, le riprese sono terminate e il film uscirà nella seconda metà del 2023, io interpreto il timoniere Armando Dalicani, un personaggio realmente esistito come tanti nella storia. Sono i ruoli di alcuni dei membri dell’equipaggio del sommergibile Cappellini, il vero protagonista del film. Il racconto è molto incentrato su Pierfrancesco che interpreta l’eroe di guerra Salvatore Todaro, ma è anche un film corale poiché è ambientato tutto sul sottomarino, quindi siamo quasi sempre tutti presenti perché è uno spazio molto stretto e condiviso, e in qualche modo quando il comandante si muove ci siamo sempre noi intorno. È una narrazione portata avanti dal personaggio di Pierfrancesco, dall’equipaggio e dal sommergibile.

    GF: Quindi hai un ruolo abbastanza austero e importante nel film. È stato complicato immedesimarti? E ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

    LF: È stato soprattutto impegnativo dal punto di vista tecnico. Le riprese sono state eseguite per metà all’aperto e per metà al chiuso: l’interno del sommergibile, interamente ricostruito, è stato realizzato in uno studio a Roma. La parte esterna è stata girata a Taranto, al porto, anche in questo caso completamente ricostruita dal reparto scenografia. Quindi diciamo che il grosso dell’impegno è stato capire come funzionasse la vita in un sottomarino e come si comportasse il mio personaggio in quel contesto. Per quanto riguarda il mio ruolo io ero sempre di fronte al timone e a vari comandi, leve, lancette e la maggior parte delle mie battute erano connesse al funzionamento di questo macchinario. Abbiamo fatto una formazione di due giorni con i sommergibilisti di Taranto, di fatto un reparto della marina militare. Abbiamo visitato un sommergibile moderno e imparato bene come funzionasse questo lavoro: quanto si stesse fuori di casa, gli spazi vitali, come si condividessero i bagni, le brande, le mense… e siamo stati poi trasportati su questo set in cui gran parte del lavoro l’ha fatta la vita insieme agli altri attori, perché eravamo sempre tutti presenti. Quindi gran parte della resa del film è dovuta al fatto che noi siamo diventati una specie di equipaggio in questi due mesi trascorsi in gruppo.

    GF: Quindi un film a livello tecnico molto articolato e dettagliato

    LF: Molto complicato, sì. So anche che il reparto effetti speciali, che solitamente lavora in post-produzione, è stato coinvolto per un progetto d’avanguardia, perché si trovava lì sul set, e credo sia stata provata per la prima volta in Italia una maniera di lavorare l’effetto speciale direttamente “live”. Quindi in qualche modo nel reparto regia loro riuscivano a vedere simultaneamente alla ripresa l’effetto che ci sarebbe stato sull’immagine. 

    GF: Comandante si distacca un po’ dalle tue interpretazioni precedenti. Ricordo ad esempio State a casa di Roan Johnson, in cui ti sei trovato ad interpretare Nicola, un ragazzo che ha vissuto situazioni purtroppo familiari a molti giovani nel periodo COVID, oppure hai impersonato un giovane attore nel film del 2010 di Carlo Mazzacurati La passione. Tra le tue diverse interpretazioni cinematografiche qual è stata la tua preferita?

    LF: Be’ sicuramente sono molto affezionato al lavoro svolto con Roan Johnson, perché abbiamo veramente costruito il racconto con il regista. È stato un film che noi abbiamo girato durante il COVID e che era ambientato nello stesso periodo storico. Noi quattro protagonisti siamo stati coinquilini per il tempo delle riprese, per questioni di sicurezza sanitaria, e tutti insieme quindi ci spostavamo dalla casa in cui vivevamo alla casa in cui giravamo. Il film ha sicuramente goduto dell’intesa reale che si è creata con i miei compagni di scena, e con Roan abbiamo fatto due settimane di preparazione in cui lui veniva a casa nostra, rileggevamo la sceneggiatura, ridiscutevamo insieme alcune scene… quindi i personaggi ce li siamo un po’ cuciti addosso durante la fase preparatoria. Ho voluto bene al personaggio di Nicola, un ragazzo molto vitale nella sua follia, un ruolo che mi ha divertito molto impersonare, perché tutti durante la quarantena ci siamo trovati in quella condizione di rabbia nei confronti del mondo che ti porta a fare delle cavolate come fa lui… quella è stata sicuramente un’interpretazione a cui sono molto affezionato, e come hai detto tu anche il film di Mazzacurati è un film a cui mi sento legato, perché è stata un’esperienza fantastica da fare all’età di diciassette anni come avevo io. Mi hanno praticamente preso dalla strada, io facevo dei laboratori con l’associazione che loro avevano contattato per avere il teatrino in cui avrebbero girato alcune scene. Fecero uno street casting e mi scelsero per questo ruolo molto piccolo, ma io feci comunque nove giorni sul set Fandango con Mazzacurati che è stato un grandissimo regista, con un cast di attori straordinari che comprendeva Silvio Orlando, Battiston, Stefania Sandrelli, Marco Messeri, Corrado Guzzanti… era veramente un film importante… andò a Venezia infatti.

    GF: Quindi a livello cinematografico è stato il tuo esordio. Com’è stato entrare nel mondo del cinema circondato da artisti così affermati?

    LF: All’inizio non mi rendevo conto del livello a cui fosse quel set. Ero incantato dall’aria che si respirava, ma non capivo bene. Mi ricordo che avevo fatto amicizia con Sergio Pierattini, un bravissimo attore con cui dopo ho di nuovo lavorato. Un giorno gli chiesi come avrei potuto fare il lavoro dell’attore e lui mi parlò delle accademie… io non sapevo nulla, non sapevo esistessero le scuole di recitazione per poter diventare attori per davvero e in cui studiare. Mi ricordo che una volta stavamo aspettando di girare, era uno degli ultimi giorni e io gli dissi: “senti ma noi qui a che livello siamo?” e lui mi rispose: “qui siamo a livello molto alto. Stai lavorando con una persona davvero brava su un set di altissimo livello”. È stato tra l’altro l’ultimo film che Mazzacurati ha girato per intero perché poi è purtroppo morto. Era veramente un set bello, c’era un’atmosfera di grande umanità.

    GF: Un esordio importante insomma, e poi ti sei trovato a interpretare diversi ruoli in particolare con Roan Johnson con cui hai lavorato per I delitti del BarLume

    LF: Su quel set, sul set dei Delitti io rincontrai Pierattini, con cui avevo fatto La passione. Dieci anni dopo lui non si ricordava di me, e io un giorno gli dissi, mentre eravamo in camerino: “Sergio io ti devo dire una cosa, io sono qua grazie a te, perché noi dieci anni fa abbiamo fatto un film insieme” e lui non ci credeva, era felicissimo di rivedermi ma incredulo, fu molto bello.

    GF: Certo, immagino sia divertente quando si rincontrano per caso persone con cui si aveva lavorato tanti anni prima.

    LF: Eh sì. Comunque, mi dicevi?

    GF: Con Roan Johnson, che poi ti ha richiamato e con cui hai lavorato a stretto contatto durante il COVID, immagino si sia sviluppato anche un rapporto di amicizia.

    LF: Sì certo, ci sentiamo spesso. Tra l’altro ha iniziato ieri a girare la nuova stagione dei Delitti. Io in questo momento sono a Piombino, che è la mia città, e credo che quest’anno gireranno parte dei film qui da me; quindi, insomma…siamo entrambi innamorati di questi luoghi.

    GF: Sicuramente molto pittoreschi.

    LF: Esatto. Ci lega il nostro legame alle zone marittime.

    GF: Allora, fino ad ora abbiamo parlato più accuratamente della tua carriera cinematografica, però come abbiamo detto tu hai lavorato anche ai Delitti del BarLume e anche soprattutto a Doc – Nelle tue mani. E poi anche a teatro, hai avuto soprattutto una formazione molto intensa e articolata a teatro. C’è un ambito tra questi tre, cinema, teatro e serialità in cui ti trovi più a tuo agio?

    LF: Diciamo che il teatro è un po’ il posto dove mi sento più a casa. Perché comunque mi sono formato in una scuola che è fondamentalmente una scuola di teatro, e ho un legame più stretto con il palcoscenico e con gli spazi teatrali che non con il set, con i tempi del cinema, con la tecnica del cinema. A livello interpretativo i due mestieri sono uguali, però il mondo in cui ti muovi ha delle regole completamente differenti. Al cinema le cose si fanno una volta, mentre a teatro tutti i giorni fai sempre la stessa cosa. Il tipo di esperienza da attore è completamente diversa. Il teatro oggi coinvolge per lunghi periodi e richiede anche un certo tipo di attitudine anche “alla giornata” che porta poi al momento in cui dello spettacolo, mentre al cinema c’è quel giorno in cui magari hai da fare una scena e poi per quella settimana hai finito. Quindi il teatro è sicuramente l’ambito in cui mi trovo più a mio agio. Però mi piace molto fare cinema e tv, mi diverte. C’è quella caratteristica del cinema per cui tu sei come gli spettatori quando vai a vedere il film. Io del Comandante so poco più delle persone che lo vedranno. Noi eravamo in un porto e con gli effetti speciali simuleremo di essere nell’oceano Atlantico, sono curioso tanto quanto gli spettatori!

    GF: Certo, immagino. C’è una scena molto bella di Effetto notte di François Truffaut, film che racconta di una troupe cinematografica che lavora ad una messa in scena, in cui gli attori confrontandosi tra di loro si dicono “quando guardo un mio film io non riesco a credere di aver fatto tutto questo, ho soltanto detto un paio di battute e loro hanno fatto tutto questo”. Quindi ecco immagino che a teatro sia molto diverso. 

    LF: Sì certo, perché a teatro tu sei consapevole del processo giorno per giorno, non ci sono sorprese. O meglio, la sorpresa è in come ti relazioni con il pubblico, però di fatto quello che il pubblico vede è ciò che tu tutti i giorni hai eseguito, mentre al cinema quello che vedrà lo spettatore non è minimamente quello che hai fatto.

    GF: Quindi è attraverso il teatro che si è sviluppata la tua passione per la recitazione?

    LF: Sì, io ho frequentato una scuola di canto qui a Piombino, con cui abbiamo iniziato a fare degli spettacoli dove c’erano anche delle parti recitate. Da lì mi sono interessato alla recitazione e ho iniziato a fare dei corsi amatoriali, finché poi non è arrivata quell’esperienza con Mazzacurati che mi ha fatto pensare: “mi piacerebbe farlo di lavoro”, e poi la scelta della Paolo Grassi ha deciso un po’ per me, sono andato in un’Accademia prevalentemente teatrale in cui ci si prepara anche per il cinema ma soprattutto si studia recitazione per il teatro, drammaturgie teatrali… quindi è stata quella la mia chiave d’accesso al mestiere.

    GF: Quindi non hai sempre desiderato essere un attore ma col tempo e studiando ti sei appassionato sempre di più. 

    LF: Sì, quando sono andato in Accademia ero già appassionato, perché comunque per iscriversi a una scuola triennale che richiede un impegno giornaliero costante è chiaro che si deve avere voglia di farlo, però attraverso la Grassi ho scoperto molto del perché il teatro mi piace, e sono entrato in contatto con caratteristiche specifiche del teatro che un ambiente amatoriale non ti può dare. Sicuramente recitare da ragazzino è stupendo, è una disciplina che ti libera e ti porta a conoscere te stesso, però poi cosa sia davvero il teatro è difficile impararlo in un contesto amatoriale. Mentre un ambiente accademico ti fa ragionare sul fatto che sia qualcosa che esiste da quando esiste la civiltà; quindi, in questo senso ti fa appassionare a delle questioni più profonde di cosa sia l’arte teatrale. Noi spesso lo diamo per scontato, ma è una cosa che l’uomo fa dall’antichità, e studiando seriamente recitazione ti chiedi perché lo fai, perché le situazioni cambiano, ti interroghi sulla grandezza dei teatri, sui tipi di produzione, sulle drammaturgie, sul perché la gente venga o non venga agli spettacoli, cosa stai dando quella sera… sono tutte domande che quando hai quindici anni e lo fai per gioco non ti poni, ti diverti a farlo ma non ti chiedi “perché”.

    GF: Sicuramente, poi, studiandolo seriamente ci si rende conto di tante cose e la passione cresce. E hai un testo teatrale preferito?

    LF: Bella domanda questa. Allora, ho un debole per la tragedia di Shakespeare, quella che comincia con la M e dicono che porti male dirla.

    GF: Allora non pronunciamo il suo nome, ma ho capito a quale ti riferisci. 

    LF: Ecco quella è il mio pallino. E poi mi piace molto il teatro di Bertolt Brecht, e ho un’affezione particolare a Vita di Galileo di Brecht. Trovo molto appassionante la sovrapposizione di arte e scienza.

    GF: Sono d’accordo con te, il teatro di Brecht è molto interessante e affascina per come porta a riflettere sull’uomo. 

    LF: Quel tipo di funzione che il teatro epico brechtiano cerca di avere, quello strumento che ti fa vivere la storia ma costantemente ti tiene fuori per farti riflettere sul tuo ruolo di spettatore, è qualcosa che il teatro moderno ancora può usare. Quando gli spettacoli funzionano il pubblico torna a casa emozionatissimo ma anche pienamente consapevole di aver svolto un “processo di pensiero” in ciò che stava vedendo. Su questo secondo me ancora il teatro ha una cosa in più del cinema. Tant’è che molto del cinema che ora funziona, penso soprattutto ai film di Adam McKay come Don’t look up o La grande scommessa, è un cinema che ha un certo tipo ora di sensibilità nei confronti di sceneggiature un po’ stranianti. Che abbiano un plot molto coinvolgente ma allo stesso tempo ti mantengano abbastanza distante per dirti “io ti sto facendo vedere questa storia perché tu devi riflettere su questo”. È un cinema che mi piace molto perché in un certo senso somiglia a Brecht. McKay ha realizzato Don’t look up, Vice che è un film politico su Dick Cheney, il braccio destro di Bush durante il periodo delle torri gemelle, e prima ancora La grande scommessa, un film di politica finanziaria sul crollo di Wall Street. Mi ricorda Brecht perché sono film in cui il narratore costantemente ti tira dentro e fuori dalla storia. Sono scritti come scriveva Brecht.

    GF: È una riflessione molto affascinante, non ci avevo mai pensato in riferimento ai film di McKay. Io piuttosto ho associato Brecht a pellicole come La finestra sul cortile di Hitchcock che è -ci hanno anche scritto molto- un film sullo spettatore che guarda film, sul voyeurismo. E pur non interrompendo il processo dell’immedesimazione Hitchcock porta il suo pubblico a riflettere sul proprio ruolo. È un concetto, questo del teatro epico brechtiano, che si può ritrovare in molte forme artistiche. 

    LF: Ed è ancora molto moderno.

    GF: Sì assolutamente. Nel corso di questa tua articolata formazione teatrale hai avuto qualcuno che è stato un punto di riferimento importante per te? Considerando soprattutto che ti sei trovato in un modo o nell’altro in contatto con personaggi importanti a livello mondiale come il regista Peter Stein, c’è stato qualcuno che hai visto come un mentore?

    LF: Sicuramente ci sono alcuni insegnanti della mia Accademia che sono stati i miei veri maestri, le persone i cui principi vado a mettere in atto nel momento in cui lavoro. Sono sicuramente Maurizio Schmidt, Marco Maccieri, Maria Consagra, bravissimi insegnanti della Paolo Grassi, e poi ho trovato dei punti di riferimento che mi hanno dato molto anche nel lavoro, sicuramente Stein è un grande maestro, Valerio Binasco è un bravissimo regista con cui ho lavorato e tutt’ora collaboro con una compagnia che si chiama Lacasadargilla e la regista si chiama Lisa Ferlazzo Natoli è una persona a cui sono molto legato perché abbiamo fatto tante cose insieme. Queste sono principalmente le persone a cui sono riconoscente per quello che ho imparato. 

    GF: Per quanto riguarda il cinema invece, ci sono stati dei film che hai guardato da spettatore che hanno mosso in te il desiderio di diventare attore? 

    LF: Be’ io sono un grandissimo fan del cinema di Nolan. Sempre per il discorso che sono affascinato dal rapporto tra l’arte e la scienza, è un tema che mi ispira molto e si ritrova nel suo cinema. Quindi ti direi lui, poi… ovviamente mi piacciono tutti i grandi maestri come Tarantino, Scorsese… però ecco, quello di cui aspetto il film al cinema è Nolan, e infatti non vedo l’ora di vedere Oppenheimer perché sono convinto sarà un po’ simile a Vita di Galileo.

    GF: E cosa ne hai pensato di Tenet

    LF: Allora, è un film molto discusso e non del tutto riuscito, nella misura in cui può “non riuscire” un film di Nolan. Non è tra i miei preferiti, ma ho comunque ho apprezzato molto il fatto che sia un film in cui la sua riflessione sul tempo è andata avanti. Nonostante non sia riuscito a trattare il tema in maniera eccellente, lui dopo Interstellar e dopo Dunkirk ha detto: “Voglio dire anche qualcosa in più”. E ha introdotto il concetto dell’entropia, in una maniera ovviamente fantascientifica come fa sempre nei suoi film. Ha affrontato quindi un concetto che ancora non aveva introdotto nella sua riflessione sul tempo che è costante nei suoi film, Cavaliere oscuro escluso, da Memento a Tenet, è un suo pallino quello del tempo e in Tenet per quanto il film comunque non sia bello come gli altri però mi è piaciuto il fatto che lui abbia provato a fare una cosa difficilissima.

    GF: Sono d’accordo con te. Il mio preferito di Nolan è Inception proprio per la questione del tempo che anche per me risulta molto affascinante, e anche per me in Tenet il tema sarebbe dovuto essere elaborato meglio per riuscire appieno, ma comunque è un ambito difficilissimo da esplorare. 

    LF: Il mio preferito di Nolan è Interstellar.

    GF: Be’ sì, Interstellar è veramente un grande film. Bene, per concludere ti vorrei chiedere dei tuoi progetti futuri, nei limiti entro cui puoi parlarne, anche a livello teatrale.

    LF: Allora, sto ancora definendo tante cose, la verità è che non lo so bene. Ma approfitto di questa domanda per spiegare un progetto di cui non avevo ancora parlato. Da un anno ho aperto un’associazione qui a Piombino che si chiama Matan Teatro, e la gestisco con un socio della mia città. Io e lui ci conoscevamo da ragazzini, poi ci siamo separati per dieci anni e lui ha trascorso diverso tempo in una compagnia, e un anno fa ci siamo rincontrati. Abbiamo aperto questa associazione e abbiamo dallo scorso anno la direzione artistica della Stagione di Teatro Ragazzi al Teatro Comunale di Piombino, prodotta dal comune della città. L’associazione sta crescendo e stiamo lavorando ad alcune idee: dovremo fare la prossima Stagione di Teatro Ragazzi e metteremo in scena una nostra prima produzione teatrale, uno spettacolo per ragazzi su Leonardo da Vinci e la Monnalisa. È già terminato il primo periodo di prove, ed è uno spettacolo sui grandi fallimenti di Leonardo.

    GF: Bello, molto significativo per dei ragazzi. Perché spesso la retorica di riuscire sempre nei propri obiettivi risulta davvero dannosa.

    LF: Sì, e anche l’idea che i “grandi” non abbiano mai fallito. Lo spettacolo è ambientato durante il periodo della commissione della “Battaglia di Anghiari”, affresco che Leonardo da Vinci non ha mai realizzato perché avendo utilizzato una tecnica antica il suo lavoro si è sciolto, banalmente. Il testo è stato realizzato da noi e dagli attori in scrittura di scena, abbiamo lavorato con un cast composto da Ludovico Fededegni, Dalila Reas e me. Io e il mio socio Riccardo Bartoletti ci occupiamo anche della regia. È la storia della ricerca d’identità di Leonardo attraverso i suoi fallimenti mentre sta lavorando al quadro della Monnalisa. Lo spettacolo si chiama Io e Monnalisa e io interpreto due ruoli secondari, che sono Niccolò Machiavelli, che in quanto Gonfaloniere della Repubblica di Firenze commissiona l’affresco e Michelangelo Buonarroti che proprio in quel periodo aveva scolpito il David e a cui viene commissionato di dipingere la “Battaglia di Cascina” sulla parete di fronte a quella su cui Leonardo doveva realizzare quella di Anghiari. Neanche Michelangelo la farà, perché sarà chiamato da Roma lavorare alla Cappella Sistina, ma è comunque più “avanti”, tant’è che del Buonarroti abbiamo il cartone intero dell’affresco mentre di Leonardo non è rimasto niente. È stato bellissimo lavorare allo spettacolo perché, riprendendo il discorso di prima, Leonardo incarna perfettamente il legame tra arte e scienza, ma è stato interessante anche studiare il suo mondo mi ha permesso di scoprire lati della sua figura che sono molto più affascinanti dello stereotipo del genio “Re Mida” che faceva diventar oro ogni cosa che toccava, anzi è più il contrario. Tutto quello che lui pensava era oro, ma nel momento in cui provava a concretizzarlo la maggior parte delle volte non riusciva neanche a finirlo. Rispetto alla quantità di cose da lui progettate, le idee che poi effettivamente si sono tramutate in realtà sono l’un percento, è molto avvincente questo fatto che lui fosse un grande ideatore ma un pessimo realizzatore, almeno dal punto di vista quantitativo.

    GF: Oltretutto una personalità che per quanto fosse grandiosa nella sua genialità non si è mai specializzata in nulla, un aspetto questo che Sgarbi definisce il grande difetto della nostra epoca, l’estrema specializzazione. Lui invece, figura geniale per antonomasia, ha avuto una mente fervida che si è sempre dedicata a tanti ambiti, esplorando e senza fermarsi mai.

    LF: Sì, e sbagliando tantissimo.

    GF: Molto interessante come progetto!

    LF: Sì, è ciò a cui stiamo lavorando al Matan Teatro. Per il cinema invece c’è Comandante in uscita, ci sono un po’ di provini in ballo… si vedrà.

    GF: Ho capito. Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato, ciao!

    LF: Ciao!

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Cape fear – Scorsese e la giustizia arbitraria

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    Il thriller di Scorsese del 1991 Cape Fear – Il promontorio della paura è sicuramente uno dei più riusciti esempi di creazione di suspense e tensione in un racconto cinematografico, che poco ha da invidiare ai migliori lavori di Hitchcock. Remake del film di J. Lee Thompson del 1962, Cape Fear racconta la storia del criminale Max Cady (Robert de Niro) che durante i suoi 14 anni di condanna trascorsi in prigione prende coscienza del fatto che il suo avvocato, Sam Bowden (Nick Nolte), il protagonista del film, avesse segretamente bruciato un verbale in cui si attestavano eventi che avrebbero ridotto drasticamente il suo tempo in galera. Cady era infatti stato accusato di stupro e violenza su una ragazza, e nella testimonianza distrutta dall’avvocato si attestava la promiscuità della vittima, dettaglio che sarebbe andato a favore dell’imputato.

    Fuori dalla galera Cady mette in atto un lento ma inesorabile percorso di avvicinamento alla famiglia di Bowden, con lo scopo di esercitare una forte violenza sia fisica ma soprattutto psicologica, e poter ottenere la sua vendetta per gli anni “in più” a cui era stato condannato.

    Il film porta a riflettere su alcune questioni morali complesse e delicate, che non solo si ritrovano spesso nella filmografia di Scorsese ma conducono a ragionare sul lato più intimo e profondo della coscienza umana. Lo spettatore seguendo il racconto si immedesima automaticamente (grazie soprattutto a una magistrale capacità di costruzione narrativa) nel personaggio più debole, in questo caso Sam Bowden. L’avvocato, fisicamente inferiore a Cady e certamente impreparato ad affrontare le torture dell’ex detenuto, ci porta a provare il suo stesso senso di paura e di angoscia, ansia e timore. Ma pur trovandosi, ai tempi della narrazione, dal lato della vittima, non si può ignorare come quattordici anni prima Bowden avesse abusato della sua posizione per attuare una scelta che non sarebbe spettata a lui, bensì a un giudice.

    Ma perché l’aveva fatto? E spinto da quali intenti?

    Il tema dello stupro nella società americana ricorre spesso nel racconto, e viene discusso dai protagonisti in modo da sottolineare l’inefficienza di un sistema che non garantisce una tutela completa alle ragazze violentate, e Bowden specialmente non esita mai a esprimere il suo scontento. 

    Scegliendo quindi di bruciare il verbale, Sam pensava di aver finalmente interrotto la catena di violenze portata avanti da Cady e di tutelare di conseguenza la comunità come invece i codici legislativi non riuscivano a fare. La sua volontà era quella di promulgare il bene e salvare delle vite, ma le sue azioni sono avvenute tramite modalità disoneste e sbagliate. Quattordici anni prima Bowden aveva violato la deontologia professionale e si era erto a giudice celato di un suo cliente, il sentimento di delusione e tradimento del quale può essere considerato legittimo nonostante le sue azioni siano ben lontane da questa definizione.

    Tenendo conto della sua professione, da un punto di vista prettamente giuridico ci si sarebbe aspettati che l’avvocato avesse agito nella legalità, rispettando determinati valori, mettendo da parte la sua opinione personale e svolgendo il suo lavoro secondo le leggi a cui la società deve sottostare per vivere nell’armonia. Sicuramente nel film Bowden non rispetta una norma legale, ma obbedisce a una legge morale. Nel far questo sceglie di ignorare la pragmaticità dei codici sociali per agire nell’unico modo che gli sembra possibile per fare del bene alla società, quello appunto morale.

    Estrapolando dal contesto questo concetto è possibile trovare un filo conduttore in buona parte della filmografia di Scorsese, in Taxi driver soprattutto, in cui però i ruoli dei personaggi sono opposti. In Taxi driver, infatti, non abbiamo un importante avvocato facente parte della migliore società, ma un reietto. Ciò che queste due figure hanno in comune è la mancata accettazione di uno status quo, e l’utilizzo di azioni arbitrarie e individuali per modificare il proprio ambiente. In entrambi i casi le loro opere minano la legalità, ma da un punto di vista morale sono orientate verso il bene.

    Di fronte a queste contraddizioni è giusto chiedersi: cosa avrebbe dovuto fare Sam per comportarsi bene? Le diverse possibilità avrebbero presentato tutte dei lati sia positivi che negativi che non si sarebbero potuti ignorare. In un caso avrebbe potuto scegliere di sopprimere la sua morale per adeguarsi a dei valori da lui non condivisi. In un secondo caso avrebbe potuto (se fosse stato possibile) rinunciare al caso e lasciare che se ne occupasse qualcun altro, e così facendo sarebbe stato corretto sia da un punto di vista legale che morale, ma la sua moralità sarebbe stata lo stesso intaccata dalla possibilità non colta di fermare il male. Infine, avrebbe potuto comportarsi come ha fatto, cioè agendo arbitrariamente per promuovere una giustizia da lui sentita.

    La verità è che non c’è una risposta assoluta riguardo ciò che sarebbe stato bene e ciò che sarebbe stato male, l’agire di Sam è semplicemente la manifestazione più sincera di ciò che l’umanità è, nei suoi dilemmi, nelle sue contraddizioni, e nella ricerca di un’uguaglianza tanto ambita quanto delicata da perpetuare.

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Cronenberg e le cere anatomiche della Specola di Firenze

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    Una reinterpretazione del corpo femminile tra conoscenza scientifica e arte contemporanea.

    La mostra Cere anatomiche, situata alla Fondazione Prada di Milano e accessibile dal 24 marzo al 17 luglio 2023, vede la collaborazione del regista e sceneggiatore David Cronenberg con La Specola di Firenze, il museo di storia naturale. Tredici cere realizzate dall’Officina ceroplastica dell’Imperiale e Reale Museo di Fisica e Storia Naturale di Firenze tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo, create con scopi scientifici per lo studio delle anatomie dell’uomo sono qui ricontestualizzate e rese protagoniste di un vivo dialogo con l’ambito artistico e cinematografico contemporaneo. L’itinerario dell’esposizione prevede in un primo momento la visione di un cortometraggio diretto dal regista, Four Unloved Women, Adrift on a Purposeless Sea, Experience the Ecstasy of Dissection (Quattro donne mai amate, alla deriva su un mare senza scopo, sperimentano l’estasi della dissezione).

    Come spiega il titolo stesso, quattro delle tredici cere della collezione vengono mostrate intente a prendere il sole su dei materassini gonfiabili, spostate dolcemente dai movimenti dell’acqua. La macchina da presa si muove con particolare minuzia sui dettagli degli organi interni delle cere, progettati proprio per fuoriuscire dai corpi e prestarsi ad essere osservati. La volontà degli scultori delle quattro donne, come spiega Cronenberg stesso, era stata quella di non dipingere sui loro volti espressioni di dolore e sofferenza, di conseguenza la gestualità rappresentata e la mimica del viso sono le più quiete possibili.

    Un forte contrasto quindi con l’impressione generata dai torsi dissezionati, che trasforma l’atarassia del volto in una manifestazione di estasi, implementata dal sonoro del film.

    Al termine del corto ci si sposta al piano superiore, dove si possono trovare, stavolta ordinatamente disposte all’interno di teche di vetro, le medesime cere, insieme a nove sezioni di corpo della Sala dell’Ostetricia e diversi disegni. Lo spettatore può in questo modo riflettere sull’interazione tra i corpi esposti e differenti circostanze, e i diversi sensi che scaturiscono dai contesti. Questa possibilità viene realizzata con maestria dal regista, che era rimasto colpito dall’espressività particolare dei volti e vi aveva intravisto il dualismo intrinseco della dissezione: agonia e piacere. Un concetto che si ritrova spesso nei suoi film, in particolare nel suo ultimo lavoro, Crimes of the future (2022), in cui la sessualizzazione del dolore fisico tramite lo sventramento è un tema ricorrente che viene proprio elevato al rango di performance artistica.

    Il corpo femminile è centrale nell’esposizione e il suo ruolo, relazionato con lo studio dell’anatomia e con la rappresentazione della donna nella cultura contemporanea, mette in risalto il lato artistico della conoscenza scientifica. Un’interazione che viene evidenziata agli occhi di uno spettatore invitato in questo modo a rivalutare il suo punto di vista sugli argomenti trattati. 

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • I Cahiers du Cinéma e la rivoluzione della critica

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    Oggi la critica cinematografica nell’ampiezza dei suoi contributi è giunta in molte occasioni ad essere elaborata sulla base di metodologie efficaci, su precise argomentazioni e su complessi sistemi estetici. Non sempre però i critici hanno avuto un tale approccio programmatico alla valutazione dei film. Nei primi anni dello sviluppo della critica cinematografica infatti essa era molto più vaga e meno definita, e oscillava tra minuziosi resoconti delle pellicole scritti per gli addetti al settore e la cosiddetta “critica impressionista”, cioè una critica non basata su un sistema estetico ma che prendeva in prestito in modo molto vago le metodologie di altre discipline per esaminare i film. 

    La data dell’1 aprile 1951 costituì però una svolta nel mondo della critica cinematografica, poiché fu il momento della nascita, a Parigi, di una rivista che avrebbe impostato un nuovo modo di parlare di cinema e permesso la rivalutazione di diverse categorie estetiche: i Cahiers du Cinéma

    I Cahiers erano stati fondati dagli ex membri di un altro importante periodico, la Revue du Cinéma, un giornale che aveva sempre avuto come obiettivo il conferire una maggiore serietà alla critica cinematografica, elevandola dal mero “impressionismo”, e aveva contato su collaborazioni importanti come Cocteau e Sartre. I più importanti membri della Revue che avrebbero poi fondato i Cahiers furono André Bazin e Jacques Doniol-Valcroze, desiderosi di realizzare la volontà di Georges Auriol (il fondatore della Revue), di portare avanti il progetto. Egli era morto pochi mesi prima, e la nuova rivista aveva lo scopo spirituale di onorare la sua figura.

    Gli obiettivi che i Cahiers si proponevano di realizzare erano strettamente legati a quelli che erano stati gli ideali della Revue. Se quest’ultima si era occupata di legittimare l’esistenza del cinema come vera e propria arte, basata su criteri estetici propri, era ora il momento di elevare definitivamente lo status della critica cinematografica. Il contesto culturale era inoltre favorevole alla svolta che Bazin e Doniol-Valcroze stavano cercando di imporre, poiché si stava diffondendo in quegli anni la cultura dei cineclub. Gli appassionati si riunivano in visioni collettive che venivano seguite da un dibattito. Fu in questo clima culturale che si formarono i nuovi membri della redazione, giovani cinefili reattivi e polemici, la cui volontà di affermare la propria visione del cinema fu alla base di una vera rivoluzione critica che venne messa in atto. Si trovano qui alcuni nomi tra i più importanti della storia del cinema e della critica, come Jean-Luc Godard, Eric Rohmer, Jacques Rivette e François Roland Truffaut

    La politique des auteurs

    La giovane guardia era intransigente, polemica, volenterosa di imporsi e insofferente verso le critiche al suo approccio. I registi amati dai giovani redattori contavano ben pochi francesi (sicuramente Jean Renoir e Jacques Becker avevano un posto d’onore) in confronto ai registi d’oltreoceano, che erano stati fino a quel momento ritenuti commerciali e se oggi essi vengono stimati dal pubblico e studiati per la loro importanza nella storia del cinema, il merito è interamente dei Cahiers du Cinéma. I giovani redattori amavano Hitchcock, Hawks e Welles, e non temevano di andare contro l’opinione comune della Francia degli anni ’50.

    Essi erano convinti che fosse necessario considerare l’opera di questi registi da un punto di vista diverso da quello che era stato adottato fino a quel momento, e il loro pensiero si risolse in uno scritto di Truffaut che assunse il ruolo di manifesto programmatico dell’elaborazione critica dei giovani Cahiers. L’articolo, pubblicato nel febbraio del 1955, si intitolava Alì Babà e la politica degli autori, ed enunciava un pensiero ed una posizione che sarebbe poi stata applicata a tutti i registi amati dai giovani redattori. Nell’articolo Truffaut parlava di un film “minore” di Jacques Becker, regista in genere da lui amato. Il critico però non aveva apprezzato il suo Alì Babà, ma aveva comunque continuato a riguardarlo fino a riuscire a cogliere i tratti tipici della poetica del cineasta, che elevavano quel film al pari di tutti gli altri e permettevano di inserirlo all’interno della sua opera, la quale andava considerata nella sua interezza. Con un atteggiamento polemico Truffaut scriveva di voler fermare la tendenza per cui i film venivano “valutati come le maionesi: o riescono o non riescono.”

    L’articolo su Alì Babà dà quindi inizio alla politique des auteurs, un fenomeno rivoluzionario caratterizzato dalla verve reattiva dei giovani critici. La peculiarità del movimento non stava nella generica considerazione dei registi come degli autori, ma nell’applicazione di questa categoria a registi fino a poco prima considerati commerciali e banali, e nell’atteggiamento polemico adottato. La politique si basava sulla convinzione che ogni autore avesse una propria visione del mondo, una poetica, e fosse in grado di esprimerla tramite il mezzo cinematografico proprio come gli scrittori con i romanzi. Nell’articolo venivano indirettamente esposti alcuni punti fondamentali che era necessario seguire per l’applicazione del concetto. Il primo era il volontarismo dell’amore, che consisteva nell’impegnarsi a guardare più e più volte i film, per poterne cogliere i segni del linguaggio dell’autore al suo interno. Vi era poi la necessità di seguire l’opera nel suo farsi, e considerare i film realizzati da un regista come diverse tappe di un suo percorso di crescita artistica. Infine, era essenziale il concetto di messa in scena. Diversi tra i redattori dei Cahiers avevano dato la propria definizione, in particolare Jacques Rivette l’aveva definita come un linguaggio che poteva essere compreso da tutti i cinéphiles che avessero interiorizzato la semiotica del mezzo e il modo in cui la messa in scena, intesa come organizzazione degli spazi e dei corpi, potesse veicolare un determinato senso.  

    La politique des auteurs creò scandalo per la violenza della polemica e la fermezza dei suoi sostenitori sulle loro posizioni. Non era certo priva di rischi però. Il pericolo era infatti quello di scadere in un mero culto della personalità che non avrebbe più permesso di rendersi conto di eventuali difetti presenti nei film, causati magari da problemi più pratici e non legati all’idea di una poetica autoriale. Per questa ragione, e anche grazie alle opinioni più mitigate dei redattori più anziani, il fenomeno col tempo si spense. Il suo contributo alla storia del cinema fu però fondamentale, e la rivoluzione apportata impostò una nuova concezione di critica i cui frutti sono evidenti ancora oggi. 

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Recensione Cunk on earth – La storia dell’uomo raccontata con spiazzante assurdità

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” 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    Cunk on earth è probabilmente una delle migliori serie presenti su Netflix dell’ultimo periodo, che non sembra però aver ancora avuto il riconoscimento adeguato. Rilasciata nel settembre del 2022 sul BBC two, è apparsa su Netflix solo nel gennaio 2023. Cunk on earth è un mockumentary che ha come protagonista Philomena Cunk (Diane Morgan), una giornalista impegnata in un progetto di divulgazione della storia della civiltà, dal suo principio fino al presente. Il personaggio era già apparso in Charlie Brooker’s Weekly Wipe (un programma creato da Charlie Brooker, produttore anche di Cunk on earth) e in altri quattro film e serie con la medesima impostazione (Cunk on Shakespear, Cunk & other humans, Cunk on Christmas, Cunk on Britain)

    Nei cinque episodi in cui racconta la storia dell’umanità, Philomena Cunk rivolge ad alcuni tra i più importanti studiosi a livello mondiale delle domande completamente inadeguate al contesto, che si caricano di maggiore ironia se poste con l’atteggiamento di seria compostezza che la giornalista assume.

    “Cosa ebbe il maggior impatto culturale: il Rinascimento, o Single Ladies di Beyoncé?”

    Cunk viaggia così lungo il globo terrestre, affrontando temi come la diffusione del cristianesimo, le scoperte di Copernico, l’invenzione degli aerei e la guerra fredda. Argomenti anche spesso delicati non vengono risparmiati dallo humor inglese dello stesso stampo di quello di Ricky Gervais, con cui l’attrice aveva già lavorato diverse volte (la troviamo anche in Afterlife) e che è alla base del mockumentary. Più pungente in alcune scene che in altre, specialmente quando Philomena spiega come “gli smartphone oggi siano alla portata di tutti e siano così semplici da usare e persino da costruire che persino i bambini ci riescono”. 

    Diane Morgan mette in atto questa parodia delle forme di divulgazione della storia con costanti riferimenti alla cultura pop, relazionando situazioni manifestatesi diversi secoli fa come la nascita dell’impero cinese con i migliori brani della techno belga come Pump up the jam. Il legame tra i due eventi? Assolutamente nessuno. Così come quello tra la figura di Gesù Cristo e il politically correct, ma questo non le impedirà di domandare alla professoressa Kate Cooper, docente di storia all’università di Londra, se possa definire Cristo la prima vittima della cancel culture. Letteralmente.

    “Gesù fu ucciso perché alla gente non piaceva quello che diceva. Dunque, potresti definirlo come la prima celebrità vittima della cancel culture?”

    “Penso che la cancel culture presupponga in qualche modo l’idea che le persone abbiano visto Gesù come il rappresentante di qualcosa che loro conoscevano bene…”

    “Oh no, scusa, non era una domanda. Ti sto proprio chiedendo di dire che fu la prima celebrità vittima della cancel culture ai fini del nostro show. Sai, è giusto per avere dei titoli con frasi ad effetto”

    Diane Morgan lascia il pubblico spiazzato e confuso, incapace di reagire in un modo diverso dal ridere davanti all’assurdità delle sue interviste. Di sottile comicità si caricano anche le personali reazioni degli esperti, che, come da programma assecondano le modalità del dialogo, ma si evince perfettamente chi si diverta di più e chi sembra quasi innervosirsi. Sembra infatti quasi che alcuni siano stati colti alla sprovvista e siano infastiditi dal nosense dei discorsi di Philomena. In realtà erano tutti consapevoli e coinvolti nell’idea del falso documentario, ma la bravura di Diane Morgan provoca comunque diverse risposte divertenti.

    Ci sono molti aspetti su cui Cunk on earth fa riflettere. Si tratta di un semplice stravolgimento comico dei documentari di storia? O è possibile leggervi anche il riflesso dell’approccio delle nuove generazioni alla cultura? 

    Qualsiasi fosse l’intento dei creatori, il prodotto finale risulta perfettamente riuscito, in grado di cogliere di sorpresa e disorientare, ma restando fino all’ultimo episodio creativo e divertente.

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  • Gattaca e il postmoderno

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    È il 6 marzo 1998 quando viene proiettato nei cinema italiani Gattaca – La porta dell’universo (la cui uscita negli Stati Uniti avviene nel 1997), il film d’esordio del regista e sceneggiatore Andrew Niccol. Egli dimostra fin da questo primo lavoro la sua propensione alla creazione di futuri distopici e comunità scientificamente avanzate, che verrà espressa anche con The Truman show (Peter Weir, 1998) a cui Niccol lavorerà un anno dopo come sceneggiatore e In time (2011). 

    Quest’impostazione fantascientifica viene raffigurata in Gattaca con la narrazione di una nuova società in cui il progresso tecnologico ha dato la possibilità di imporre un rigore scientifico alla nascita dei bambini, per garantire loro il miglior corredo genetico possibile. È in questo contesto che si svolge la vita di Vincent, un ragazzo che rientra tra i pochi concepiti nella vecchia maniera, tramite un rapporto. Il protagonista è vittima delle nuove forme di classismo sviluppate, basate ora non più sul guadagno ma sul DNA degli individui. Coloro i cui geni venivano selezionati dal caso tramite il concepimento tradizionale non avevano la speranza di ambire a posizioni elevate, ma erano costretti perlopiù a lavorare nelle imprese di pulizie, come anche Vincent farà per un periodo. La sua vita però cambia quando gli si paventa la possibilità di commettere una frode nei confronti del sistema. Incontra Jerome (Jude Law), un umano moderno e geneticamente valido costretto però su una sedia a rotelle per un incidente. Il protagonista decide di sfruttare il suo corredo genetico inutilizzato per realizzare il suo sogno di lavorare nell’ente aerospaziale di Gattaca e partecipare a missioni interstellari. Si munisce così di sacche contenenti il sangue e le urine di Jerome per i controlli quotidiani alla stazione spaziale, e assume la sua identità. Per tutto il film Vincent cerca di sfuggire alle indagini da parte della polizia in seguito alla morte di un suo superiore, impegnandosi meticolosamente per non fornire loro tracce del suo DNA. 

    La crisi dello sguardo

    Immaginando una simile società futura Niccol mette in risalto una caratteristica dell’epoca definita postmoderna, e che certamente si può ritenere affermata negli anni ’90. Basando il riconoscimento degli individui sul loro corredo genetico più che sul loro aspetto (viene più volte ribadito come le fotografie siano inutili per il riconoscimento) viene evidenziata una generale mancanza di fiducia nella vista, forse legata, all’interno della nostra realtà, ai progressi del cinema e in particolare al filone fantascientifico e alla vasta possibilità di effetti speciali che offriva. Lo spettatore degli anni ’90, diversamente da quello di inizio ‘900, aveva interiorizzato le modalità narrative cinematografiche e aveva compreso quanto poco veritiera fosse la realtà rappresentata sullo schermo.

    Questa forma di crisi della visione, proiettata all’interno di un contesto futuro, richiama le vicende narrate in Gattaca, in cui la vista non solo non è più affidabile, e per questo viene rimpiazzata da quotidiani controlli del sangue in grado di fornire dei dati precisi; ma perde importanza in quanto associata ad una capacità più umana e naturale, che non viene ritenuta meritevole di considerazione se paragonata al potenziale di precisione dei calcoli scientifici (per approfondire l’argomento si consiglia la lettura de L’alieno e il pipistrello – La crisi della forma nel cinema contemporaneo, Gianni Canova, 2022).

    L’umanità viene quindi presentata come ormai facente parte di un più ampio ed evoluto sistema tecnologico in cui il valore dell’uomo viene matematicamente calcolato, e dipende più dal suo ipotetico potenziale che da ciò che egli dimostra davvero di saper e voler realizzare. 

    L’inumanità della modernità

    Il futuro immaginato da Niccol propone una prospettiva in cui la consapevolezza della propria umanità viene surclassata dalle innovazioni tecnologiche, che permettono di valutare l’uomo e di inserirlo nella società sulla sola base del suo potenziale, espresso dal corredo genetico. Questa umanità disumanizzata che ha ormai preso il sopravvento viene smontata da Vincent nel confronto con suo fratello Anton. Quest’ultimo, al contrario di lui, era stato concepito secondo i metodi contemporanei, e la sua prestanza fisica gli aveva garantito una maggiore considerazione da parte dei genitori, un atteggiamento che aveva portato Vincent ad andar via di casa molto presto. Da bambini però c’era un gioco che i due facevano spesso, cioè nuotare in mare e vedere chi sarebbe riuscito ad andare più al largo. Aveva ovviamente sempre vinto Anton, meno che una volta. Questo significava forse che le possibilità dell’uomo esulavano dalla precisione perentoria dei calcoli scientifici? Su questo punto il regista insiste in diversi momenti, fin dal tema principale che presenta. Tutta la narrazione, infatti, si articola sulla falsa identità che Vincent deve mantenere per realizzare il suo sogno, e i rischi che deve evitare per non farsi scoprire. Una volta riuscito ad entrare a Gattaca grazie ad un DNA altrui però non è difficile per lui ambientarsi. La sua passione per l’astronomia e le sue capacità gli permettono subito di guadagnarsi la stima dei suoi superiori insieme a numerose possibilità lavorative.

    Vincent rappresenta una crepa umana nel sistema dell’elaborazione scientifica, la quale è un ostacolo interposto tra i desideri individuali e la società.  La sua controparte, Jerome, contribuisce in un modo differente ad esasperare questo messaggio. Anche lui, rimasto invalido e vincitore di numerosi secondi premi nelle competizioni di nuoto, costituisce un errore di calcolo. La riuscita quindi dell’obiettivo di Vincent, un invalido, e il fallimento di vita di Jerome evidenziano la fallacia della tecnologia quando applicata ad un campo totalmente umano, cioè quello delle passioni e dell’impegno per l’autorealizzazione. 

    In una società emotivamente fragile, cosciente di star vivendo un’evoluzione veloce e improntata al sopravvento tecnologico, Vincent e Jerome dimostrano il modo in cui al suo interno ci sia ancora posto per i desideri e le passioni sincere, e come la vita dell’uomo sia ancora soggetta all’inesorabile fatalità del caso.

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  • TIM BURTON E IL POLITICALLY CORRECT – WEDNESDAY E INCLUSIVITÀ

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    Il 23 novembre è stata rilasciata su Netflix Wednesday, lo spin-off della Famiglia Addams creato da Tim Burton. La serie ha riscosso subito molto successo, ottenendo un notevole riscontro mediatico soprattutto su Instagram e Tik Tok. Ci sono state tuttavia anche diverse polemiche, specialmente su Twitter, a proposito del rapporto tra Burton e l’inclusività nel cast. 

    Il regista era già stato oggetto di accuse di razzismo in diverse occasioni, arrivando a dire nel 2021 in un’intervista alla festa del cinema di Roma che «Non si può più dire nulla. Credo sia una situazione opprimente per tutti. Personalmente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno»

    Con Wednesday nello specifico il problema secondo molti starebbe nell’aver rappresentato come negativi due personaggi (Bianca Barclay e Lucas Walker) interpretati da attori di colore (Joy Sunday e Iman Marson).

    Per quanto sia giusto pretendere inclusività e rispetto nelle rappresentazioni seriali e cinematografiche è tuttavia il caso di chiedersi se assumere questa chiave di lettura in maniera assoluta non porti ad interpretazioni erronee, anche nei confronti dei propri obiettivi.

    Dunque, due personaggi interpretati da attori neri sarebbero negativi, ma qual è il primo impatto che abbiamo con Bianca? Burton ce la presenta come una ragazza popolare, sicura di sé, circondata da amici e ancora coinvolta in un rapporto travagliato con il suo ex fidanzato Xavier. Non esattamente una persona emarginata e sola. La figura di Lucas Walker dà la medesima idea di un ragazzo con autostima e tranquillamente ambientato. Sarebbe necessario riflettere se queste caratteristiche non delineino un’immagine della comunità BIPOC ancor migliore di quanto avrebbe fatto proporre dei personaggi scialbi, privi di personalità e ipocritamente “buoni”.

    LE SCELTE DEL CAST

    L’universo narrativo creato da Tim Burton ha comunque un rapporto controverso con la rappresentazione inclusiva. Il regista infatti predilige da sempre attori bianchi e sebbene non l’abbia mai ammesso pubblicamente con queste parole, in molti credono che Burton ritenga le persone bianche, con il loro colorito e le loro caratteristiche, più adeguate al suo aesthetic. Samuel L. Jackson in “Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children” (2016) e pochi altri casi sono peculiari eccezioni nella filmografia di Burton, che ha schiettamente criticato il concetto di “politically correct” a proposito della sitcom “La famiglia Brady”, ritenendolo nei fatti più offensivo degli stessi contenuti che cerca di regolare. In Burton la narrazione predomina e lo stile che vi si accorda è subordinato all’essenza del film.

     Things either call for things, or they don’t 

    (Burton)

    Anche questo punto suscita domande le cui risposte non sono affatto scontate e vanno a toccare tematiche sia etiche sia legate all’autorialità del regista. 

    L’estetica di Tim Burton è uscita dagli schermi del cinema ormai da tempo, assumendo quasi più l’accezione di riferimento culturale che di stile di un autore. Lo straordinario successo del regista e la popolarità delle sue opere più significative hanno garantito longevità alla sua maniera, ormai parte di un vero e proprio immaginario comune. È quindi necessario chiedersi, fino a che punto questo universo appartiene ancora a Burton?  Un interrogativo che assume ancora più valore se riferito al presente che stiamo vivendo, caratterizzato da un’estrema facilità nella creazione di contenuti accessibili a chiunque sui social. Dunque, chiunque in qualità di fan voglia far proprio l’aesthetic di Tim Burton, magari richiamandolo con riferimenti precisi in foto e video postati, può farlo senza preoccuparsi dell’opinione del suo creatore. Una prospettiva questa che in realtà non era mai stata messa in discussione, diversamente dall’aspetto di questa polemica che riguarda nello specifico i film.

    Alla domanda: «in quali colori sogni?» Tim Burton risponde: «bianco».

    L’ULTIMA PAROLA STA AL REGISTA?

    Pur realizzando opere per un pubblico vastissimo e variegato, è giusto che l’autore in quanto tale continui ad avere autorità sui suoi lavori, tanto più in un caso così legato al vissuto e all’interiorità del regista. Non si tratta di credere che “solo alle persone bianche capitino cose strane” o che “i neri non possano essere tristi”, come molti utenti hanno scritto negli ultimi anni sui vari social. È la visione del mondo di Tim Burton e se ne fossero mancate le basi (personaggi talmente bianchi da risultare quasi malati, atteggiamenti straniati, estetica goth, riferimento ai miti della sua infanzia) il cosmo che è stato poi amato dal pubblico non sarebbe mai esistito; inoltre, con Wednesday Burton ha dimostrato di riuscire comunque ad includere la diversità, solo si rifiuta di scadere nel banale. Ma come abbiamo detto, il suo modo di presentarci Bianca e Lucas, in fondo, è solo apprezzabile.

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  • TIM BURTON E L’ANIMAZIONE IN STOP MOTION

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    “Anybody with artistic ambitions is always trying to reconnect with the way they saw things as a child.”

    Tim Burton

    Tim Burton, autore di alcuni tra i più bei film d’animazione di sempre, fu fin da piccolo legato al mondo dell’illustrazione e dell’infanzia. La passione sviluppata già da bambino per soggetti gotici, figure allungate e lugubri, non svanì quando crebbe. I suoi film, sia in live action ma soprattutto in stop motion, sono caricati di una vera e propria poetica, che tuttavia Burton non riuscirà a imporre da subito. 

    Il regista iniziò la sua carriera nel mondo del cinema lavorando come animatore per la Disney, e partecipando alla realizzazione di “Red e Toby – Nemiciamici” (1981). Un’esperienza a suo parere limitante e tediosa, che niente aveva a che fare con il suo mondo interiore. Con “Vincent” invece, il suo primo cortometraggio risalente al 1982, Burton potè finalmente esprimersi più liberamente, creando un universo in stop motion caratterizzato da un’estetica decadente e sinistra che rivivrà in ogni sua opera d’animazione. 

    VINCENT (1982)

    Con Vincent la vena creativa di Tim Burton vede la luce. Un inquietante bianco e nero, figure lunge e dagli atteggiamenti alienati, paranoia e un vivo espressionismo sono gli elementi che caratterizzano il primo corto del regista, quasi interamente autoprodotto. Poche persone all’epoca credevano in lui e nel successo che avrebbe potuto avere. Ironico, dato che Vincent sarà sempre un riferimento a cui guarderanno i grandi successi venuti in seguito, con un citazionismo talvolta evidente, talvolta più velato. 

    La linea di confine di realtà e fantasia nel cortometraggio è confusa e mistificata, enfatizzando le tenebrose paranoie provate dal protagonista. Spicca inoltre una forte componente autobiografica: Burton ci parla di un bambino fortemente disadattato, in contrasto con i genitori e ossessionato da un’estetica horror, dai racconti di Poe e da film dell’attore Vincent Price. Difficile non pensare all’infanzia dello stesso Tim, il quale non solo aveva avuto gli stessi interessi, ma aveva provato le stesse tensioni con i suoi genitori e passando anche lui molto tempo in solitudine a guardare film. 

    Così, lavorando con il cameraman Victor Abladov e con gli animatori Rick Heinrichs, Stephen Chiodo, Tim Burton realizza Vincent, dando un vero inizio alla sua carriera. 

    NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS (1993)

    Nel periodo in cui stava lavorando al mediometraggio Frankenweenee (1984) Tim Burton si lascia affascinare dal libro per bambini “How the Grinch Stole Christmas”, e ne studia gli elementi fondamentali che inserirà poi, insieme ai suoi tipici tratti macabri già delineati in Vincent, nel suo successivo lavoro in stop motion del 1993, “Nightmare before Christmas”. La Disney decide di non firmarlo, e anzi è difficile per Burton persino farlo approvare. Viene quindi infatti affidato alla Touchstone, la sua etichetta secondaria, ed è questo un grandissimo errore da parte della casa di produzione visto l’enorme successo che sarebbe giunto dopo poco tempo. 

    “Nightmare before Christmas” è uno dei film più caratteristici di Tim Burton. È quasi paradossale quindi che non l’abbia diretto lui. La regia infatti viene affidata a Henry Selick e Burton, già impegnato con altri progetti, si limita a sceneggiarlo e produrlo, ma ciononostante la sua influenza è evidente. Dietro le tenebrose maschere degli abitanti del paese di Halloween si nascondono una forte emotività e dei sentimenti delicati. Burton riesce quindi, con il suo solito connubio di elegante e grottesco, a rappresentare in modo leggero e ironico dei veri e proprio mostri che vorrebbero essere qualcosa di diverso, ma in ultima istanza sono troppo legati alla loro vera natura e il tentativo di occuparsi del Natale risulta così fallimentare.

    Jack Skeleton è oggi ritenuto il personaggio Disney più famoso insieme a Topolino e Winnie the Pooh, e soprattutto in Giappone è diventato una vera e propria icona.

    LA SPOSA CADAVERE (2005)

    Sempre con la stop motion Burton dà vita nel 2005 ad un altro capolavoro, “La sposa cadavere”. Il film è impostato sovrapponendo i diversi piani del musical, del dramma e della commedia (e con riferimenti alle Silly Symphonies), enfatizzando il più possibile la lunghezza delle figure che risultano a stento umane e i colori tetri. Proprio con i corpi umani il regista gioca, al fine di rendere chiaro il ruolo di ogni personaggio nella storia, definendo dei veri e propri “tipi”. L’austerità della madre di Victoria è sottolineata da tratti possenti, mentre suo padre è esageratamente basso e grasso, e ha sempre un’espressione truce sul viso. Allo stesso tempo il padre di Victor, più mite di sua moglie, non ha caratteristiche particolarmente evidenti, mentre l’estro di lei è reso visibile anche fisicamente. 

    Nonostante “La sposa cadavere” sia uno dei miglior film in stop motion, questa tecnica non è utilizzata costantemente nel film. Molto spesso anzi si ricorre alla CGI per scene difficilmente realizzabili in stop motion, come i movimenti di un personaggio più piccolo, più sciolti e veloci. 

    Con una colonna sonora macabra e un uso dei colori ricco di significato, il mondo dei vivi e la borghesia in particolare vengono dipinti come un universo squallido e vuoto. Al contrario, l’oltretomba assume una nuova connotazione, più ricca di emozioni, energia, e paradossalmente viva.

    FRANKENWEENIE (2013)

    L’ultimo lavoro in stop motion di Tim Burton riprende il mediometraggio del 1984 grazie a cui dovette abbandonare la Disney. Frankenweenie, il triste racconto di un bambino molto solo che cerca di riportare in vita il suo cane ormai morto, era già stato realizzato in live action. Nel 2012, il remake animato creato da Burton è un lungometraggio molto più profondo e dettagliato, e ha il sapore di riscatto con la casa di produzione che per lo stesso progetto lo aveva cacciato

    Anche in questo caso è possibile vedere alcuni elementi autobiografici della vita del regista, inserito in un contesto a cui non si sentiva adatto e proiettato a temi più cupi che i suoi coetanei e vicini di casa riuscissero a concepire. 

    Quest’ultimo lavoro non ebbe purtroppo il successo raggiunto dai film precedenti, testimoniando l’inizio di una crisi creativa del regista.

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  • RECENSIONE L’OMBRA DI CARAVAGGIO – CARAVAGGIO E L’ARTE DEL REALE

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    Michelangelo Merisi detto il Caravaggio fu sicuramente uno degli artisti più influenti della storia dell’arte. Il suo personale linguaggio figurativo non divenne celebre solo per la scelta di soggetti che risultavano provocatori alla Chiesa, o per forti contrasti che riuscivano a catturare l’attenzione degli spettatori. Il periodo in cui dipinge è l’inizio del ‘600, in un momento di svolta dell’arte in cui si abbandonano le linee sinuose e l’eleganza stucchevole del manierismo, una corrente basata sull’imitazione dei linguaggi dei grandi maestri di inizio ‘500. L’artefice di questa svolta risulta essere proprio Caravaggio, insieme ai cugini Carracci, artisti che come lui non riuscirono a far proprio uno stile pittorico che era ormai giunto al termine della sua esistenza. 

    La forza interiore necessaria ad assumere un ruolo del genere, il rifiuto di inserirsi nella tradizione e l’esigenza di un cambiamento fanno già comprendere come dovesse essere la personalità del Caravaggio: un carattere certamente forte, incurante degli altri e tantomeno delle norme a cui uniformarsi per vivere bene. Consapevole delle proprie idee e del loro valore, disposto a difenderle a qualsiasi costo, a riversarle nella sua arte e dare anche la propria vita per quest’ultima.  

    Ne L’ombra di Caravaggio Michele Placido riesce a ritrarre perfettamente l’individualità dell’artista, il suo estro e il suo difficile temperamento, ricostruendo un contesto storico preciso ed evidenziando la grandezza delle sue opere.

    Il motore della storia è la ricerca di Caravaggio (Riccardo Scamarcio) da parte di un funzionario della Chiesa, incaricato di trovare l’artista fuggito a Napoli, in Sicilia e a Malta dopo l’omicidio di Ranuccio Tommasoni da Terni. Un determinato e implacabile Louis Garrel, nelle vesti dell’ “ombra”, riesce a riportare quel senso di gravità e austerità proprio dell’istituzione ecclesiastica, contro cui il Merisi si scontrò ripetutamente fino alla sua morte. Il film si dispiega in diversi flashback, determinati dalle diverse tappe dell’indagine dell’Ombra attuata dal 1606 in poi, anno della vicenda drammatica e della fuga del pittore. Questa struttura narrativa permette non solo di selezionare gli eventi più avvincenti e funzionali al racconto, ma mostra come anche ai suoi stessi nemici il Caravaggio risultasse irrimediabilmente affascinante e come pur disprezzandolo, non fosse possibile resistere alla tentazione di approfondire la sua conoscenza, comprendere i suoi ideali, lasciarsi colpire dalla sua arte e studiare la vita del suo creatore. Ed è ciò che vediamo fare a Garrel, che prima di muoversi realmente per catturare il fuggitivo entra in contatto con tutti coloro che erano stati vicini al Merisi. 

    Michele Placido veste i panni del cardinale Francesco Maria del Monte, appassionato d’arte e protettore di Caravaggio. Influenzò la sua produzione per buona parte degli anni ’90 del ‘500, commissionandogli molte scene di genere e soggetti d’impronta mitologica, in cui si può ritrovare il ritratto dell’artista stesso. E la visita alla sua collezione privata, così come a quella del marchese Giustiniani, sembra essere uno dei momenti più importanti per l’Ombra; Garrel si ritrova ad osservare quelle opere mosso da un’attrazione fatale che non può essere manifestata, poiché lui deve incarnare i precetti ecclesiastici, e pur riconoscendo la qualità di quell’arte non può abbracciarla completamente. 

    Da un punto di vista formale il film riprende le opere che vuole mettere in risalto. Spesso sono richiamati quei contrasti tipici del Caravaggio, specialmente nel mostrare la genesi di alcune importantissime opere come “La morte della Vergine” o la “Conversione di San Paolo”. Viene svelata la realtà della vita del Merisi allo stesso modo con cui lui svela la verità del mondo: con la luce, poiché secondo l’artista ogni elemento ha la stessa dignità di essere dipinto, dalle canestre di frutta alle scene sacre. E ciò che va ad unificare ogni rappresentazione è un’illuminazione che rivela i soggetti e li porta ad emergere dal buio del non-conosciuto. 

    Placido riesce quindi a rendere onore alla grandezza di Caravaggio senza risultare esageratamente melanconico o drammatico nel portare sullo schermo la vita di un artista maledetto. Sono presenti tutti coloro che furono importanti nel corso della sua esistenza, con un vero e proprio ruolo o anche solo citati: il Cavalier d’Arpino, artista nella cui bottega Michelangelo lavorò per un periodo; Orazio Gentileschi, pittore che, come sua figlia Artemisia, si ispirò a lui e al suo stile; Annibale Carracci, che realizza l’“Assunzione” che si può vedere nella cappella Cerasi insieme alle due tele della “Conversione di San Paolo” e il “Martirio di San Pietro”. 

    L’attenzione posta alla vicenda di Caravaggio mostra come ancora oggi sia una delle personalità più interessanti e complesse della storia. La forza eversiva della sua natura irruppe ad inizio ‘600 come il moto rivoluzionario e innovatore di cui si avvertiva la necessità, e Placido ci accompagna solerte nell’avvicinarci a lui, ci permette di seguire la sua storia come se fossimo noi la sua Ombra.

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  • EFFETTO NOTTE E IL METACINEMA

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    È il 1973 quando il film “Effetto notte” di Truffaut appare sugli schermi e il particolare momento storico non è una coincidenza. 

    Vent’anni prima Truffaut aveva fatto parte di quel gruppo di critici chiamati i Cahiers du cinéma che in quel periodo avevano scritto molto sulla grandezza del regista Alfred Hitchcock come vero e proprio autore, quindi detentore di un proprio stile e di una propria poetica, e in particolare di come il suo film del 1954 “La finestra sul cortile” non fosse un semplice giallo ma un film sul cinema. I due mondi (quello della storia narrata e quello del disvelamento dell’illusione) avevano come punto di collisione l’atto del guardare, che secondo i giovani critici rendeva il film di Hitchcock una metafora del cinema.

    E fu proprio grazie ai Cahiers che il tema dell’autoriflessività nel cinema acquisì la popolarità che lo contraddistinse negli anni ’70, all’interno della critica. I tempi furono particolarmente favorevoli, poiché il contesto politico dell’epoca trovò forte consonanza col significato che il metacinema portava con sé: annullare il punto di vista borghese, basato sull’illusione di realtà, e favorire invece la popolarità di un cinema d’avanguardia che svelava “i materiali”. 

    Il metacinema si presta alle interpretazioni della critica con estrema versatilità. Tutto può essere interpretato con questa chiave di lettura, se lo si riesce a ricondurre all’ambito che vuole simboleggiare: sia un film sugli attori, sia su registi, o anche semplicemente una pellicola in cui le inquadrature soggettive hanno un ruolo importante possono ergersi a metafora del mondo cinematografico.

    EFFETTO NOTTE

    Questi presupposti culturali sono portati a piena realizzazione con Effetto Notte, un film che parla dichiaratamente di cinema e non ha bisogno di un’analisi dei significati sottesi per esplicitare il messaggio che manda. Un ritratto del mondo variegato e ricco di sorprese del set, in grado di trattare con leggera ironia i problemi di produzione, le discussioni tra gli attori, i cambi di programma, i tempi da rispettare e anche le fugaci storie d’amore che nascono e si esauriscono nel tempo delle riprese. 

    L’obiettivo del film è quello di distruggere l’illusione degli spettatori. Lo stesso titolo infatti, effetto notte, svela l’inganno di un filtro per la macchina da presa che permetteva di realizzare riprese notturne in pieno giorno. Il medesimo concetto viene esteso ad ogni parte della creazione di una pellicola, mostrando un rapporto ambivalente, ricco di rimandi ma estremamente saldo tra il cinema e la vita reale.

    “I film sono più armoniosi della vita, Alphonse: non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti. I film vanno avanti come i treni, capisci? Come i treni nella notte.”

    Truffaut ci presenta il processo di realizzazione di “Vi presento Pamela”, in cui vediamo la collaborazione di attori di diversa nazionalità in un cast vivo e variegato in cui non mancheranno attriti. Molta enfasi viene posta sul lavoro del regista, ben distante dal trascorrere il suo tempo seduto sulla sua sedia assistendo alle riprese. Si muove affannando, correndo da una parte all’altra della città, con la responsabilità di coordinare persone ed eventi e risolvere problemi.

    Nel caos generale della lavorazione ciò che spinge ad andare avanti e a non farsi sopraffare dalle difficoltà è l’amore per quello che si sta facendo. Proprio come la nostra esistenza non è nel nostro controllo, anche nel caso di un film il suo sviluppo può subire cambiamenti, imprevisti, ostacoli e intoppi. Il risultato può anche essere armonioso e lineare, ma ottenerlo potrebbe non essere così semplice. Un film può richiedere di pazientare a lungo, oppure di trovare una soluzione intraprendendo una strada completamente diversa. Ed è forse questa pregnanza di vita del cinema che ci fa comprendere la bellezza del raccontarlo e del metterlo in scena.

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