Sam è una diciottenne svedese appena trasferitasi a Trieste a causa del lavoro del padre. Si iscrive al quinto anno di geometra ed è l’unica ragazza dell’ITIS Marie Curie. In un caos di maschi in tempesta ormonale riesce ad entrare in un gruppo di suoi compagni di classe, con cui trascorrerà il resto del suo ultimo anno di scuola.
Laura Samani prende il racconto di Giani Stuparich del 1929 e lo porta nel 2007, alle porte di una crisi globale di un mondo non ancora digitalizzato. L’unica ragazza che riesce ad avere accesso all’istruzione diventa qui la diciottenne emancipata che dalla Svezia (paese che da 70 anni ha l’educazione sessuale nelle scuole e che da altrettanti anni infesta l’immaginario erotico degli italiani) trapiantata in Italia in una classe di soli maschi, in una scuola che deve condividere pure la palestra con un liceo pedagogico che quello spazio non ce l’ha.
Fred, una straordinaria semi esordiente Stella Wendick, sa perfettamente come fronteggiare gli atteggiamenti umilianti dei suoi compagni maschi, almeno inizialmente, e sembra molto più in crisi nel subire gli insulti delle ragazze, siano esse per gelosia o per rancore nei confronti di suo padre, venuto a Trieste per licenziare i metalmeccanici.
Domani
Il 2007, anno in cui la regista ha effettivamente frequentato l’ultimo anno di scuola, è l’ultimo anno prima della grande crisi ma qui non si respira certo un benessere, un anno in cui Berlusconi non è al governo ma sembra comunque lui a comandare. E Trieste in ogni caso non è il centro del mondo, sarà sempre in ritardo. I ragazzi telefonano ai genitori per dire che non torneranno a casa, al padre di Fred basta un messaggio come dovrà bastare ai genitori della generazione successiva.
Un Anno di Scuola è, senza troppa concorrenza, il miglior film sull’adolescenza mai girato in Italia, uno dei ritratti più naturalisti, sinceri e combattivi di cosa possa significare essere donna, e straniera, durante quella fascia di età nell’ambiente meno decostruito possibile, e al contempo uno degli sguardi più comprensivi su cosa può voler dire essere un maschio più sensibile del consentito.
Un Anno di Scuola è il miglior film italiano della stagione fino ad ora, e speriamo che possa circolare tra i ragazzi coetanei dei nostri protagonisti, fino a diventare un riferimento generazionale.
Non avrebbe molto senso spendere troppe parole sull’identità e sullo scopo di questo film, ma lo faremo comunque. In questi due mesi abbiamo assistito ad una delle campagne marketing più pervasive, aggressive ed efficaci, da parte di A24 negli Stati Uniti e di IWonder in Italia. Un tripudio di palline da ping pong, poster arancioni e foto del faccino sfidante di Timothée Chalamet ovunque, con il solo scopo apparente di far vincere al suo protagonista l’Oscar al Miglior Attore Protagonista che l’anno scorso gli è sfuggito per la sua interpretazione di Bob Dylan in A Complete Unknown. Un nuovo personaggio, anch’esso talentuoso, mellifluo, arrogante, e una campagna marketing ancora più sfacciata, che ha visto tra le altre cose Chalamet, anzi Marty Supreme stesso, ospite con una strofa nel remix di 4 Raws del rapper di Liverpool EsDeeKid, dietro la cui maschera molti pensavano (con molta fantasia) ci fosse proprio Chalamet. Un attore che vuole essere il più grande di tutti, a cui serve il premio più grande di tutti. Possibilmente prima di entrare nel vortice di percezione di eterno secondo in cui era capitato LeonardoDiCaprio e quindi di dover fare un film in cui viene sbranato da una tigre della Malesia in CGI o cose del genere.
E poi c’è il desiderio del regista, Josh Safdie, di vincere la sfida a distanza col fratello Benny da cui si è separato artisticamente e forse umanamente. Entrambi hanno fatto un film in cui una grande star affamata di premi e considerazione interpreta uno sportivo ai margini dei grandi giri che per varie ragioni fa’ avanti e dietro dal Giappone. Dwayne Johnson ad interpretare il lottatore Mark Kerr è rimasto senza nomination all’Oscar e pochi incassi, Benny invece ha già un Leone d’Argento in tasca. Ma Marty ha già vinto la sfida tra il pubblico.
Marty Mauser è un giocatore di tennistavolo semiprofessionista nella New York degli anni ’50 che travolge ogni ostacolo e ogni persona pur di raggiungere i suoi sogni di gloria. Tutta la sua vita girà intorno a due perni: il tavolo da ping pong e le truffe da realizzare per poter competere.
Marty Supreme è essenzialmente la storia di uno di quegli uomini che in un mondo interconnesso o digitale non possono esistere più, e se esistono sono privi di quel fascino e di quella possibilità di gloria che poteva avere nel Novecento chi vive senza alcun tipo di vergogna, vagando tra una truffa e un’altra sperando di diventare non qualcuno, ma il migliore, oltrepassando qualsiasi barriera di hybris. Marty Mauser nella realtà si chiamava Marty Reisman, lui ha vissuto effettivamente un’esistenza che ha incluso, tra le altre cose: una vita difficile in un quartiere newyorkese di ebrei non ricchi quanto lo stereotipo richiede, partite nei sottoscala marci, amicizia con persone di colore quando la questione era totalmente sconveniente, compagni di squadra sopravvissuti all’olocausto che si erano cosparsi di miele per provare a nutrire i compagni di tragedia, rivali giapponesi sordi tanto sulla scheda medica che nello stile di gioco, presidenti di federazione indiani decisamente ostili, palazzi che crollano sotto il proprio stesso peso schiacciando le persone sotto le vasche da bagno, e ovviamente le due costanti di cui sopra.
L’antenato vero di Marty Supreme è Eddie Falson, interpretato da Paul Newman prima ne Lo Spaccone e poi in Il Colore dei Soldi, capolavoro sottovalutato di Martin Scorsese in cui Newman addestra all’arte della truffa sportiva un giovane Tom Cruise. Al tavolo da biliardo, machista, grondante di sigari, whisky e pupe, con soli rimandi di palle, stecche e buche, si sostituisce un tavolo asettico, con delle palline minuscole e delle racchettine amorfe. Alla mascolinità mai ignorabile di Newman, il corpo sempre più gracile di Chalamet, che sembra quasi l’impalcatura di un palazzo lungagnone ancora da costruire.
Chalamet qui ha il baffetto da furetto, è vestito più elegante che mai per farlo sembrare leggermente più largo ma appena si spoglia un attimo il trucco si svela tutti i suoi inganni vengono svelati con niente, la madre sembra non fare nemmeno lo sforzo di disprezzarlo, Rachel (Odessa A’Zion) sembra non credere mai a nessuna delle sue bugie, anzi le apprezza. E se lei fosse una donna un minimo più emancipata, farebbe molto peggio di lui. L’attrice Kay Stone (Gwyneth Paltrow) che di Marty ne avrà visti a decine durante la sua carriera, forse ne è attratta proprio perché solo lui è così stupido e arrogante da credere alle sue stesse fandonie, l’uomo che ha sposato del resto non è così diverso.
Se il protagonista di Diamanti Grezzi tendeva a fare quasi pena nel suo vortice di truffe e raggiri, Marty è affascinante e ripugnante allo stesso tempo, l’autodistruzione prima o poi arriverà, anche se quel finale lascia presagire che forse si salverà in tempo.
Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Krysianna Papadakis e Stergios Dinopoulos, registi di Bearcave, film vincitore del Premio Europa Cinemas Label alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia
A Tirna, un villaggio che sorge su una montagna in Grecia, Argyro è una contadina energica, mentre la sua migliore amica Anneta è la ragazza più popolare del paese e lavora come manicure. Quando Anneta le rivela di essere incinta e di avere intenzione di seguire il suo fidanzato poliziotto abbastanza sfigato, Argyro la sfida a intraprendere un’avventura: trovare la mitica grotta dell’orso. Però, prima che Argyro abbia la possibilità di dichiarare il suo amore, Anneta parte per la sua nuova vita nella grande città. Argyro è a pezzi. Intanto, nella sua nuova casa, con la suocera che le sta sempre attaccata, Anneta comprende che il suo destino è altrove.
Parliamo dei vostri inizi. Come avete iniziato a fare film insieme? Cosa vi ha fatto incontrare e quali temi vi hanno spinto a fare film insieme?
Stergios: Io e Krysianna frequentavamo la stessa università negli Stati Uniti e siamo tornati in Grecia durante la pandemia. Avevamo entrambi interesse nel realizzare qualcosa, soprattutto nella scrittura cinematografica. Le ho fatto conoscere il mio paese, Tirna, per fare escursioni e immergerci nella natura, da qui sono nate alcune idee: due amiche che fanno escursione nei boschi, si perdono nella notte, succede qualcosa di drammatico e misterioso, …e così è nata l’idea del corto originale.
Krysianna: l’idea di creare un lungometraggio è venuta dopo, immaginando la vita dei nostri personaggi prima e dopo la loro vita nel corto, i loro desideri, le loro aspettative, tutto è divenuto sempre più reale molto in fretta. Eravamo già sul luogo per girare il corto e nel frattempo scoprivamo le nuove location, parlavamo con le persone del posto e il lungo si è scritto man mano, in maniera organica ma anche esplosiva.
Il film affronta vari temi: la maternità, la maturazione emotiva e sessuale, il rapporto con i luoghi d'origine e la natura. Avete detto che è stato proprio quest’ultimo a dare il via al film. Quanto invece il contesto del piccolo paese, che, se vogliamo può essere anche crudele, ha influito sulla creazione dei personaggi?
K: più che sulla crudeltà ci siamo concentrati sulle aspettative che appesantiscono ogni persona, anche perché i personaggi attorno alle nostre protagoniste potrebbero essere molto più crudeli di così. Non volevamo rappresentare il paese in una maniera banale o prevedibile, e volevamo rappresentare il disagio delle nostre protagoniste in una maniera più intima e diversa da quelle a cui il pubblico è abituato. Ogni personaggio è diverso, le aspettative di uno nei confronti dell’altro non sono nemmeno necessariamente sbagliate. Il conflitto è anche nelle diverse risposte che le due protagoniste danno a queste aspettative.
S: E non volevamo nemmeno rendere questo il fulcro del film. Un pochettino lo spettatore si aspetta una popolazione di campagna bigotta e conservatrice, non sentivamo il bisogno di mostrarlo più di troppo. Ci interessava molto di più mostrare la storia d’amore, e come si sviluppa dentro e fuori il paese.
"Bearcave" mi ha fatto tornare in mente due film, molto diversi tra loro: "Picnic a Hanging Rock" (anche qui abbiamo giovani ragazze nei pressi di una roccia con una sorta di enrgia sovrannaturale) e "Speriamo che sia Femmina" (film sempre al femminile, ambientato in campagna, in cui l’uomo è assente, o vecchio e malandato, oppure semplicemente scemo). Sono stati effettivamente una ispirazione per il film? Se no, quali sono i riferimenti?
K: In realtà questi film non li abbiamo visti (ridendo), e abbiamo preso da molti film ma è difficile identificarne alcuni in particolare.
S: Credo che stessimo cercando di resistere alla tentazione di guardare troppe cose. C'è un po' di Ritratto dellaGiovane in Fiamme di Celine Sciamma, nel sapore un po’ sovrannaturale, e di Moonlight di Barry Jenkins: La struttura temporale, i capitoli, il sentimento somatico, intimo e sentito. Volevamo dare l’idea sì di un dramma sentimentale incentrato sui personaggi ma con un ritmo e dei toni più rarefatti.
K: Moonlight anche nell’idea di soli due personaggi a portare avanti una storia, anche quando non sono insieme, nella presenza forte della musica, nell’aria talvolta spettrale. Volevamo dare al film anche un po’ il tono fiabesco, dei ricordi infantili, c’è anche un po’ di Alice insomma.
Quindi le idee sono venute più dalla vita reale, dalla natura e dalle vostre esperienze?
K: Forse non strettamente dalle nostre esperienze. Spesso ho la sensazione che, quando parliamo del film, la gente pensi che abbiamo vissuto esattamente quello che hanno vissuto i personaggi. Ma penso anche che semplicemente derivi dal fatto che conosciamo certe dinamiche di vita, non ci siamo basati su persone specifiche ma più su tutto ciò che abbiamo visto: nelle feste, nella musica che ascoltavamo con gli amici, e poi su cose meno quotidiane ma non per questo meno reali o impattanti, come la morte degli animali.
S: Penso anche che ci sia un sentimento molto profondo e universale, molti di noi hanno avuto un amore giovanile nel loro posto di origine e volevamo rappresentarlo, e rappresentare anche cosa comporta il doverlo abbandonare. Questo è stato sicuramente motivante.
Quanto sono state “selvagge” le riprese di Bearcave?
S: abbiamo vissuto in due case, quella di mia nonna e quella di suo fratello, in 20 persone. Facevamo tutto insieme come in una grande comune, cucinavamo e subito dopo andavamo ad ispezionare le location, facevamo le riprese dentro casa e sulle montagne circostanti. Era un po’ come vedere un gruppo di ragazzini fare un film vivendo nello studio,
K: avevamo energia, fame di avventura e ambizione. Eravamo contenti di essere in Grecia ma in mezzo alla natura e non in una città grande o turistica. Normalmente quando si lavora sul set sei in mezzo agli studi, in qualche zona periferica, noi pranzavamo tranquillamente nel giardino di casa e mentre qualcuno sistemava l’attrezzatura, qualcun altro dava da mangiare ai cani o qualcosa del genere. Tutto questo ci ha unito e motivato allo stesso tempo, eravamo quasi tutti al nostro primo lungometraggio, Insomma è stato tutto davvero unico.
S: Il programma di riprese, quello sì che era selvaggio. Giravamo con pochissime camere e allestimenti, perché la luce era prevalentemente naturale. E c'erano pochissime riprese, quindi ci spostavamo da una location all'altra sulla montagna, come se stessimo girando la scena senza sosta.
Quanto del film è stato scritto in fase di montaggio?
S: Abbiamo giocato e sperimentato molto ma alla fine ci siamo attenuti molto allo script originale, abbiamo avuto incidenti felici, emozionandoci davanti ai paesaggi che dovevamo riprendere ma volevamo rimanere molto rigorosi nella gestione delle diverse linee narrative.
K: Sicuramente col montaggio abbiamo cercato di dare al film una forma più omogenea, limando le transizioni tra le tre parti, ma avevamo girato molto anche in previsione di questo. Un esempio molto specifico possono essere quelle serie di zoom lenti e inquadrature che si ripetono all’inizio di ogni capitolo. Teniamo presente anche che eravamo limitati sia dal clima (caldo di giorno e freddo di notte) sia dalla luce naturale. Volevamo anche evitare di sprecare non solo il tempo e le energie delle persone, ma anche la bellezza dei paesaggi ripresi.
Parliamo di uno dei miei personaggi preferiti del film, la madre di Giorgos. Un personaggio quasi estraneo alle dinamiche degli altri e forse l’unico personaggio visibile completamente solo. Lo avete scritto immaginando un possibile futuro per le donne che compiono scelte di quel tipo?
K: Possiamo vederla così: ogni donna che compare nella vita di Anetta rappresenta un diverso percorso di vita possibile.
S: Sicuramente lei la vede così, ed è per questo che compie la sua scelta, vedendo una potenziale versione futura e provando anche un certo affetto per questo personaggio sì invadente e irritante ma con cui condivide un legame fortissimo. Sono un po’ come due animali intrappolati, non hanno altro che la casa e il figlio/fidanzato che però non c’è mai. Sophia, l’interprete, è riuscita sicuramente a darle un aspetto tridimensionale e una certa aurea di tristezza e rimpianto.
Eccoci all’ultima domanda: quali temi che avete introdotto in questo film vorreste esplorare nei vostri prossimi progetti? E quali nuovi?
S: Sicuramente il folklore. Penso che siamo entrambi molto interessati al folklore greco, ma e soprattutto a come si manifesta nel presente. Adoro le storie d'amore, il tipo di dinamica che più mi appassiona. Una bella storia d’amore è una storia perfetta
K: Magari la natura, soprattutto nei suoi aspetti più politici. Metà del paese è minacciato dai cambiamenti climatici e questo si ripercuote nella vita di tutti i cittadini, che stanno anche rispondendo alle difficoltà riscoprendo la natura, soprattutto la montagna, anche come via di fuga dal turismo di massa
Bearcave è stato presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, vincendo il premio Europa Cinemas Label. La sua anteprima negli Stati Uniti avrà luogo al NewFest37 il 18 ottobre. L'uscita italiana sarà confermata a breve.
Portobello(Ep 1-2), di Marco Bellocchio – Fuori Concorso
A cura di Silvia Strambi
Per due generazioni di italiani, i nomi ‘Portobello’ ed ‘Enzo Tortora’ riporteranno alla mente allegri ricordi di serate trascorse di fronte alla televisione in compagnia di rubriche e personaggi variopinti, in attesa che un pappagallo verde ripetesse una parola magica. Altrettante persone ricorderanno lo scandalo mediatico legato a Tortora, mattatore di quello strano circo che era il programma Portobello, accusato di legami con la Camorra e detenuto ingiustamente per anni.
Dopo averci raccontato la vicenda Aldo Moro in Esterno notte, Marco Bellocchio torna con una nuova serie assieme all’attore protagonista Fabrizio Gifuni. Gifuni è Tortora, affiancato nel cast da Lino Musella nel ruolo del suo accusatore principale, Giovanni Pandico, e da Romana Maggiora Vergano (C’è ancora domani) nei panni della sua amante, Francesca. I primi due episodi della serie sono stati presentati alla Mostra del Cinema di Venezia in questi giorni, in attesa dell’uscita della serie completa, prevista nel 2026 su HBO Max.
Quello che si vede dalle prime puntate è decisamente promettente. Il primo episodio ci lascia più in compagnia di Pandico che di Tortora, introducendoci ai conflitti interni alla Camorra e alle turbe mentali del Pandico per farci comprendere le motivazioni alla base della sua denuncia. Ciò che riguarda Tortora, nel primo episodio, diventa uno specchio doloroso nel secondo: amato dal pubblico e dal suo staff, investito della carica di Commendatore, la fama e l’amore che riceve dalle telecamere si trasforma in condanna e pubblico lubridio all'alba dell’arresto.
Dal poco che possiamo vedere, sembra che il discorso sulla responsabilità dei media nei casi mediatici proseguirà per il resto della serie. Allo stesso modo, possiamo ipotizzare un interesse nei riguardi della successiva carriera politica di Tortora e un commento attorno alla crasi tra figure del mondo dello spettacolo e della politica.
Quello che abbiamo visto finora è comunque promettente e decisamente interessante e, ci permettiamo di dire con un po' di malizia, un’ottima strategia da parte di HBO Max per accalappiare abbonati.
The Testament of Ann Lee, Mona Fastvold – In concorso
A cura di Eva Sternai
Mona Fastvold, regista di The World to Come (2020) e co-sceneggiatrice del più recente The Brutalist (2024), Leone D’Argento all’81 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, regala un biopic musicale maestoso ma non sorprendente. La voce narrante accompagna lo spettatore attraverso le fasi della vita di Ann Lee: leader del movimento religioso degli Shakers, diffusosi con reticenza nel XVIII secolo prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti in lotta per l’indipendenza.
La fede viene professata lavorando duramente, astenendosi dall’avere rapporti sessuali e attraverso riti di liberazione dell’anima visivamente coinvolgenti. I canti, elemento centrale della pellicola, sono riadattati dal compositore Daniel Blumberg (The Brutalist, The World to Come, Sotto le Nuvole) a partire dagli originali. Le coreografie, curate da Celia Rowlson-Hall (X, VoxLux), coordinano un turbinio di corpi liberi, grotowskiani, che riempiono in estasi lo schermo.
Amanda Seyfried, che aveva già collaborato con Fastvold in The Crowded Room (2023), si cala completamente nel ruolo stremante di Mother Ann, la seconda figlia di Dio. L’opera, girata in 70mm, celebra una donna forte, ribelle e dimenticata, fondendo il genere musical a quello del film in costume e restando fedele ai canoni. È forse proprio a causa di questo rispetto dei canoni e della riproposizione di schemi già sperimentati che l’ambizioso progetto risulta essere meno impattante di quanto avrebbe potuto.
The Smashing Machine, di Benny Safdie – In concorso
A cura di Nicolò Cretaro
Arriviamo al film con i comprensibili pregiudizi. Dwayne Johnson, una delle personalità più potenti dello star system vuole costruirsi una solida credibilità artistica, e la ricetta è servita. La storia di un lottatore a richiamare la precedente carriera nel wrestling di The Rock, la presenza a Venezia dove aveva trionfato The Wrestler dando un ultimo sussulto di gloria a Mickey Rourke, il logo A24 all'inizio del film (non accolto dai consueti e sinceramente stancanti applausi), la mano di Benny Safdie.
Nel film mancano i due elementi che si davano per scontati: l'Oscar Moment e la classica struttura da film sportivo, e forse il bello è proprio questo. The Rock è sorprendentemente sotto traccia per la maggior parte del film, interpretando un personaggio che trova la sua solidità emotiva nel momento in cui perde quella agonistica, nonostante le spalle gigantesche sempre inquadrate. Cerca una virilità che forse lui stesso non ha mai dato per scontato, contrastato da una Emily Blunt mai stata più esuberante. Forse l'apparente mancanza di lotta ci conduce verso l'equilibrio del protagonista. Ci è cresciuto dentro nelle ore successive, e i premi non sono un miraggio.
Marc by Sofia, Sofia Coppola – Fuori Concorso
A cura di Silvia Strambi
Lo stilista Marc Jacobs organizza una sfilata di moda. La regista e sua amica di lunga data Sofia Coppola riprende il processo creativo.
Basta questo per raccontare il nuovo documentario Marc by Sofia, non fosse che la regista è, appunto, Sofia Coppola. I due parlano dell’ispirazione creativa di Jacobs, della sua storia come stilista, dei suoi dubbi di artista. Ma dello stile distintivo di Coppola, nonostante la sua presenza fisica e di voce fuori campo che fa domande, non c’è nulla se non una singola inquadratura sul finale che ricorda il suo debutto e le sue ‘Vergini Suicide’. Così com’è, Mark by Sofia è un documentario alquanto semplice che svolge il suo lavoro bene, ma a mo' di compitino scolastico.
After the Hunt, di Luca Guadagnino (Italia, Stati Uniti d’America) – Fuori Concorso
A cura di Nicolò Cretaro
Il regista italiano più apprezzato e stimato all'estero torna a Venezia scegliendo però di non andare in concorso. Cambia il suo approccio registico, lasciamo da parte sequenze oniriche ed elementi orrorifici o psichedelici. Lasciamo soprattutto da parte l'amore e il desiderio, che ci sono ma non sono mai sembrati così aridi e poco degni di fiducia.
Si parte da una confidenza: una molestia subita da una dottoranda (Ayo Edebiri) da parte un giovane e tanto attraente quanto mellifluo professore (Andrew Garfield) e confidata ad un'altra docente (Julia Roberts), amica e oggetto del desiderio di entrambi.
Un legal drama in cui le aule dell'università di Yale sostituiscono i tribunali, in cui cui i ruoli della giustizia vengono annullati e mescolati, dove la razionalità viene dichiarata e considerata superiore all'emotività manon praticata, come se entrambi gli approcci fossero altrettanto inutili.
È difficile considerare uno qualsiasi dei tre personaggi protagonisti come vittima. Ci troviamo inevitabilmente davanti a tre bugiardi, scorretti, opportunisti incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie azioni, di essere all'altezza delle proprie aspettative, di saper rispettare la presenza dell'altro. La verità sembra evidente allo spettatore, così come i gradi di colpa, eppure non ci resta che provare ribrezzo per tutti, inclusi i due personaggi interpretati dagli attori feticcio del regista siciliano: un comprensivo ma flaccido e infantile Michael Stuhlbarg e una silenziosa e apparentemente marginale Chloë Sevigny. Si cercano le punizioni più semplici, immediate e crudeli, che effettivamente colpiscono ma solo nel breve termine. I tre balordi alla fine vincono tutti
La stella polare di questo Guadagnino è il Woody Allen drammatico, da alcune scelte musicali (alternate ai soliti, magnifici Reznor & Ross) ai titoli di testa, passando per il milieu colto e alto borghese. Destinato a dividere più sul piano contenutistico e ideologico che su quello cinematografico, forse riuscirà a fare breccia nel cuore di più di un detrattori di Guadagnino.
No Other Choice, di Park Chan-wook – In concorso
A cura di Alberto Faggiotto
"Sarà vero / dopo un brutto film di Park Chan Wook avremo un Papa nero" immagino avrebbero cantato oggi i Pitura Freska. Ma nonostante a Venezia 82 ci sia effettivamente un Papa nero, quello de La Grazia di Sorrentino, il regista coreano non accenna ad abbassare l'asticella qualitativa dei suoi film: No Other Choice, film che sposta l'attenzione dal dramma del desiderio e dell'incomunicabilità di Decision To Leave alla competizione (mortale) a cui spinge il sistema capitalista contemporaneo, è l'ennesimo progetto straordinariamente riuscito di Chan-wook. Man-su (Lee Byung-hun), esperto cartiere con una vita tranquilla tra famiglia e lavoro, viene licenziato all’improvviso. Dopo che tra colloqui frustranti e impieghi sottopagati la sua sicurezza crolla minacciando casa e famiglia, decide di prendere in mano la situazione con metodi drastici, forse ricorrendo persino alla violenza.
Park ce lo dice senza mezzi termini e con la sua unica eleganza formale: nel sistema competitivo e deumanizzante in cui viviamo, qualunque cosa accada, qualsiasi cosa facciamo, siamo comunque spacciati. Possiamo competere tra di noi come esseri umani, ma le macchine sono sempre dietro l’angolo. Non c’è scampo: in ogni caso, scompariremo – letteralmente. E mentre il film procede inarrestabile come se fosse un Cold Fish di Sion Sono sotto vesti di commedia nera satirica, bisogna fare attenzione anche al lavoro sul sonoro, anch'esso veicolo del sottotesto (si citi soltanto il passaggio dal timbro caldo del violoncello suonato dalla figlia al frastuono alienante delle macchine in fabbrica: la speranza per il futuro dei figli si scontra con la rovina in cui si dibattono gli adulti), un utilizzo fra i più espressivi visti recentemente.
Venezia 82 apre con un film istituzionale rivolto più all'opinione pubblica italiana che agli spettatori della Mostra.
L'82esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia apre in maniera sfacciatamente democristiana e istituzionale. Se l'anno scorso dominava il gotico glamour dall'umorismo scoppiettante di Tim Burton con Beetlejuice Beetlejuice e un red carpet traboccante di divi, qui si sceglie la via della cautela. Si apre con il regista italiano vivente più noto e rappresentativo, con buona pace di chi non lo sopporta, e con un film sicuramente più sobrio e probabilmente meno divisivo rispetto al precedente Parthenope. Aprire con La Grazia di Paolo Sorrentino è però anche un gesto un pochettino autoreferenziale per Venezia, che toccando il tema dell'eutanasia riparte da dove si è fermata con l'ultimo Leone d'Oro, il non troppo amato La Stanza Accanto di Almodòvar.
Mariano de Santis (Toni Servillo, ça va sans dire) è il Presidente della Repubblica italiana alla fine del suo mandato. Rigido, temporeggiatore, democristiano per estrazione e giurista per vocazione. Alla fine del suo mandato è alle prese con alcune problematiche istituzionali (due richieste di grazia e la legge sull'eutanasia) e personali (una moglie defunta mai dimenticata, figli troppo distanti o troppo vicini, il futuro che a malapena esiste).
Non aspettatevi il Sorrentino politico che abbiamo visto nel suo capolavoro Il Divo o nell'introvabile Loro: De Santis, per quanto protagonista assoluto, non è il fulcro del racconto. È una figura meno indagabile e sfaccettata di Berlusconi o Andreotti, persino lui stesso non si considera interessante. E forse proprio per questo è riuscito a salire al Quirinale, mentre i suoi “colleghi” no. Se Giulio e Silvio vengono deumanizzati e quasi umiliati, Mariano non ne ha bisogno: già al primo sguardo lo spettatore prova tenerezza verso di lui. O un po’ di pietà. Siamo più dalle parti degli Antonio Pisapia che di Jep Gambardella.
Il centro di tutto è la sua mancanza di emozioni, di coraggio, di capacità decisionale, di iniziativa. Non si fa mai riferimento ad incarichi politici precedenti: per quanto ne sappiamo noi potrebbe essere il suo primo incarico politico dopo una vita da giudice. Sorrentino prende una base di Mattarella (il vedovo con la figlia accanto, come figura istituzionale generalmente apprezzata e con poca scaltrezza politica), lo condisce con le origine da provincia campana di Leone, la formale rigidità di Ciampi e l'atteggiamento respingente di Scalfaro e Cossiga. Arbitro tra i giocatori, analizzatore tra gli esecutori, formale tra gli eleganti, Mariano viene messo davanti alla possibilità di scegliere e di non scegliere. Lui, al contrario di Fabio Schisa, non ha tutta la vita davanti, e sottraendosi dal coraggio non perderebbe poi molto, forse nemmeno la faccia.
Tutti gli attori gravitano intorno a Servillo senza sfigurare, da Anna Ferzetti ad una forse troppo esagerata Milvia Marigliano passando per un gruppo di caratteristi che fa sempre piacere rivedere (come Orlando Cinque e Antonio Zibetti). Un Sorrentino forse destinato a far parlare più delle tematiche sociali del film su La7 che del valore cinematografico del film (e maledette siano le didascalie iniziali e finali). Non si parte col botto quest'anno, ma d'altronde il direttore artistico della Mostra Alberto Barbera non si trova anche lui nel semestre bianco?
Ghost Elephants, di Werner Herzog – Fuori Concorso
A cura di Alberto Faggiotto
In Ghost Elephants Werner Herzog segue il biologo Steve Boyes nella sua decennale ricerca di un branco di elefanti leggendari, noti come “fantasma”, che si dice vivano sulle montagne dell’Angola, un altopiano vastissimo, grande quanto l’Inghilterra e quasi del tutto privo di presenze umane. Si tratta dei più grandi mammiferi del pianeta, inseguiti come apparizioni inafferrabili che sembrano appartenere più al mito che alla realtà. Per portare avanti la spedizione, Boyes si affida ai San, i cosiddetti boscimani, che ancora oggi custodiscono un’arte raffinata nel seguire le tracce, una conoscenza millenaria che convive sorprendentemente con l’uso abituale dello smartphone. Come sempre, Herzog non è interessato solo al dato documentario ma soprattutto al fascino del mistero: lo stesso Boyes si interroga se quegli elefanti debbano davvero essere avvistati o se la loro forza risieda nell’essere creature che sopravvivono come sogni. A ottantatré anni, insignito del Leone d’oro alla carriera consegnatogli da Francis Ford Coppola, Herzog riafferma la coerenza del suo percorso artistico: se in Grizzly Man esplorava la vertigine dell’uomo di fronte alla natura selvaggia e in Cave of Forgotten Dreams scandagliava la dimensione sacrale dell’immagine primordiale, ora il regista torna a confrontarsi con la natura e con il mito intrecciando il rigore del documento con la suggestione dell’invisibile. Anche Ghost Elephants esplora lo spazio liminale in cui realtà e immaginazione, osservazione empirica e mito ancestrale si sovrappongono fino a confondersi: l’impresa di Boyes diventa allora il pretesto per affrontare una questione più universale, ossia il desiderio umano di conoscere e dominare l’ignoto e, al tempo stesso, la necessità di lasciare intatta una zona di mistero, di conservare lo spazio del sogno come parte integrante del nostro rapporto con la natura. Così, la cosa più stupefacente di Ghost Elephants è anche la testimonianza di una vitalità autoriale che il tempo non sembra affievolire.
Il rapimento di Arabella, di Carolina Cavalli – Orizzonti
A cura di Silvia Strambi
Tre anni dopo la presentazione a Venezia nella sezione Orizzonti del lungometraggio d’esordio Amanda, Carolina Cavalli e Benedetta Porcaroli tornano assieme al Lido con la loro seconda collaborazione, di nuovo nella sezione Orizzonti.
Il secondo lungometraggio della regista e sceneggiatrice ne riprende lo stile esasperato dalla scrittura verbosa e brillante, ma con una storia più complessa. Se Amanda era, come da titolo, un ritratto di alienazione giovanile, in Il rapimento di Arabella la vicenda della nostra giovane adulta incapace di relazionarsi col mondo (interpretata di nuovo da Porcaroli) passa attraverso il road movie.
Holly (Porcaroli) incontra Arabella, una bambina che desidera allontanarsi dal padre aspirante scrittore (Chris Pine). Solitudine chiama solitudine: Holly si convince che Arabella sia in realtà una sua versione bambina e che possa ancora ‘salvarla’ dall’errore che le avrebbe rovinato la vita. Così, alla sua protagonista irritante del primo film Cavalli ne aggiunge una seconda, speculare e ugualmente irritante (e a ragione! È una bambina). Anche qui, la tesi finale è un ridimensionamento dell’arroganza di Holly, il percorso che dovremmo compiere uno di comprensione delle motivazioni alla base dell’atteggiamento delle protagoniste.
Se in Amanda lo stile straniante di Cavalli era a servizio di una critica/analisi di un’alta borghesia fredda e ritirata nella sua torre d’avorio, qui le pennellate della regista si vedono applicate a tutto il mondo del film, che spazia di più in fatto di classi sociali. Nell’aggiungere carne alla brace, il risultato finale è meno riuscito rispetto ad Amanda, ma un passo in avanti nell’evoluzione della regista.
Mother, di Teona Strugar Mitevska – Orizzonti
A cura di Gianluca Meotti
Nel 1947 gli Archers rilasciano Black Narcissus, storia di un gruppo di suore in missione in India; nel 1948 Madre Teresa di Calcutta (al secolo Anjezë Gonxhe Bojiaxhiu) scrive alla Santa Sede per poter creare una costola autonoma della sua congregazione in India. Da qui inizia il film di Teona Strugar Mitevska, in cui la non-ancora-santificata suora è Noomi Rapace, che rappresenta la donna nell’ultima settimana prima di lasciare l’ordine di cui era Madre Superiora.
Inflessibile nei precetti religiosi e nelle loro modalità di applicazione, guida il convento con inusitata (ma priva di altre scelte visto l’ambiente) ambizione per una sposa di Cristo finché inaspettate questioni morali si insinuano a scuotere le fondamenta della sua fede. E allora questo Mother diventa decostruzione e arricchimento del mito (nazionale, dato che Mitevska è macedone) canonizzato dalla storiografia ecclesiastica e non solo; tranche de vie in cui danzano allucinazioni luciferine e confronti su fede e vita, per un film che fa del dubbio una cifra stilistica e della verità un punto di vista.
Anche se i primi piani della protagonista di Black Narcissus non erano irrigiditi dal botox, però questo è un’altro discorso.
La Finestra sul Luna Park, Til We Meet Again e Yi Yi
Nono e Ultimo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato
La Finestra sul Luna Park, di Luigi Comencini (Italia, Francia, 1957) – Prima la Vita! Il Cinema di Luigi Comencini
Aldo è un emigrato italiano in Africa, torna in Italia in seguito alla morte della moglie e si trova in una situazione a lui aliena. Suo figlio Mario lo considera un estraneo e di fatto sente come figura paterna Righetto, un povero disgraziato amico di famiglia. Tanto Aldo (Gastone Renzelli) è duro, imperioso e irascibile, tanto Righetto (Pierre Trabaud) è buono, mite e disposto al sacrificio.
Il film ci racconta un'Italia in cambiamento, pronta a tuffarsi nel benessere della modernità sapendo ciò che si deve lasciare indietro (le convinzioni dei più anziani sull'inutilità della scuola), cosa deve mantenere (una certa coesione nei rapporti) e cosa acquisire ( in questo film si vedono uomini che capiscono l'inutilità dello schiaffo e della voce urlante). Comencini sperava, forse ingenuamente, in una Italia gentile.
Nel corto documentario Bambini in Città vediamo una richiesta gentile di Comencini, di creare un ambiente il più dolce e accogliente possibile per i bambini, anche nei nuovi centri in espansione.
L’Estrema Rinuncia(Til We Meet Again), di Frank Borzage (USA, 1944) – Ritrovati e Restaurati
Come Lifeboat il nostro primo giorno, vediamo un altro film realizzato da un grande regista in piena Seconda Guerra Mondiale.
In un villaggio della Francia occupata una giovane suora aiuta un soldato americano a fuggire dai tedeschi. I due devono fingersi sposati, forse si innamorano ma lui è fedele a sua moglie e lei al suo credo.
La tragedia è sempre dietro l'angolo, e nasce spesso dalla fatalità. I tedeschi sono sempre più idioti, arroganti e crudeli, i francesi (a cui serviva dare molta fiducia) riescono in un modo o nell'altro a redimersi quando sbagliano (i collaborazionisti si pentono, gli ingenui capiscono e i codardi prendono coraggio). I due protagonisti mancano di quel carisma divistico di molti loro contemporanei, e sentiti davvero molto il peso del tempo, ma resta un bel documento.
Yi Yi – E uno… e due… (Yi Yi), di Edward Yang (Taiwan, Giappone, 2000) – Ritrovati e Restaurati
La nostra ultima sera del festival non ci vede in Piazza Maggiore per (ri)guardare La Zona di Interesse presentato da Jonathan Glazer, preferiamo scoprire il dramma di una famiglia medioborghese a Taiwan. Insoddisfazioni lavorative, senso di colpa nei confronti dei genitori ormai alla fine della loro vita o verso i figli inascoltati, vecchi amori che tornano o che vengono ricercati, nuove possibilità di cambiare la propria vita in senso imprenditoriale o spirituale. E in generale, tanta tanta disillusione. Il tutto con una fotografia perfetta, un utilizzo della scenografia sensazionale e uno dei migliori utilizzi del rosso della storia del cinema.
Il nostro festival si conclude qui, attendendo però i nuovi appuntamenti in piazza del Cinena Sotto le Stelle bolognese che vedrà ospiti tra gli altri Jim Jarmusch, Brady Corbet e Wes Anderson.
The Pleasure Garden, Artists and Models, i corti dei Fratelli Fleischer e Sciopero.
Ottavo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.
Il Labirinto delle Passioni (The Pleasure Garden), di Alfred Hitchcock (Regno Unito, Germania, 1925) – Cento Anni Fa: 1925
Nostro ultimo appuntamento con la sezione dedicata alla riscoperta del 1925 con un programma variegato che vede come piatto forte nientemeno che l'esordio alla regia di Alfred Hitchcock, accompagnato al pianoforte da Meg Morley. A farci da antipasto abbiamo una brillante comica sonorizzata (Gus Visser and His Singing Duck), un film sperimentale con un grande uso primordiale del montaggio (Girls Dancing in the Lion Cage), uno spettacolo di danza (Charleston Dancing at Starlight Park) e addirittura il trailer di un film (Das Spielzeug von Paris) di Michael Kértész prima che emigrante in America diventando Michael Curtiz.
Venendo al sodo, The Pleasure Garden è un melodrammone di amori malati, tra un uomo devoto e una donna manipolatrice e tra una ragazza premurosa e un bel bastardone. I rapporti umani secondo Hitchcock alla fine stanno sempre lì.
Artisti e Modelle (Artists and Models), di Frank Tashlin (USA, 1955) – Ritrovati e Restaurati
Gradevolissima fantasia in Vistavision con meravigliosi colori valorizzati al massimo da un regista proveniente dall'animazione che non perde occasione di mostrarci macchie di vernice, colori e altre sorprese. Jerry Lewis eterno bambino e Dean Martin eterno adolescente sono i protagonisti di questa commedia musicale che prende in giro tanto Hitchcock quanto la considerazione che l'America nutriva per il fumetto popolare supereroistico (Frederic Wertham aveva pubblicato l'anno prima il delirante La Seduzione dell'Innocente in cui incolpa i fumetti essenzialmente di tutto ciò che andava storto negli Stati Uniti). Tanto è vulcanico e delirante Jerry Lewis quanto è autoironico Dean Martin. C'è tanto infantilismo quanto erotismo, si passa dal musical addirittura al film di spionaggio a settant'anni di distanza fa ancora ridere.
Ritorno all’Inchiostro: Cartoni Animati Restaurati, di Max e Dave Fleischer (USA, 1928-39) – Ritrovati e Restaurati
E verso la fine del festival ritroviamo i nostri amati Fratelli Fleischer con una nuova collezione di gioielli.
Koko's Tattoo è una simpatica riproposizione del disegno che si anima, Betty Boop è protagonista sia del patetico e mieloso Little Nobody che del vulcanico So Does an Automobile. Ma a fare la parte del leone oggi sono i Color Classics, degnissimo rivale più cinico e rabbioso delle Silly Symphonies Disney. Troviamo sia dei quadretti con animali più smaliziati come Peeping Penguins e soprattutto il divertentissimo An Elephant Never Forgets, che un “brutto anatroccolo” più energico in The Little Stranger. Humpty Dumpty ci porta la tipica filastrocca inglese in una chiave marcatamente politica (e ad oggi fa amaramente ridere) ma il nostro preferito del programma è il geniale The Fresh Vegetable Mistery, capolavoro di scrittura e inventiva. E se già nel primo giorno vi avevamo anticipato l'influenza dei Fleischer su Cuphead, andate a vedere questo corto.
Sciopero (Stačka), di Sergej Ėjzenštejn (URSS, 1925) – Cento Anni Fa: 1925
Nuovo cineconcerto in Piazza Maggiore e nuovo appuntamento con un habitué del Cinema Ritrovato: Sergej Ėjzenštejn. Questa è sicuramente la sua opera più personale, libera e anticonvenzionale. Lo sfruttamento della classe operaia, la repressione della protesta, la coercizione morale ed economica vengono raccontate attraverso inquadrature sempre più audaci e frenetiche, la narrazione è frammentata, il montaggio analogico esplode come non mai. L'accompagnamento dal vivo, non di un’orchestra ma di strumentazione elettrica, ci accompagna nella dimensione senza tempo di questo film.
John & Irene, La Costola di Adamo, Uomini e Topi, Sholay
Settimo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato
John og Irene, di Asbjørn Andersen, Anker Sørensen (Danimarca, 1949) – Norden Noir
Finalmente riusciamo a partecipare ad una proiezione della rassegna più chiacchierata di questo festival. Le tre parole più lapidarie in risposta alla domanda “cosa vai a guardare ora?”: “un noir scandinavo”.
Una coppia di ballerini interpretati dai Glen Ford e Bette Davis di Danimarca si ritrova in serie difficoltà economiche, lei è incinta e sembra decisa ad abortire, lui vuole rimediare i soldi a tutti i costi. Il linguaggio è quello classico del Noir, si parla di colpa e della possibilità di sfuggire alla punizione, della continua ricerca di giustificare le proprie azioni e di incolpare gli altri. Nulla di originale, ma se non lo vedi qui dove lo vuoi vedere?
La Costola di Adamo (Adam’s Rib), di George Cukor (USA, 1949) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante
Nello stesso anno di John & IreneKatherine Hepburn interpreta uno dei personaggi più politici della sua immensa carriera.
Amanda e Adam (Spencer Tracy) sono una coppia di avvocati in carriera che si ritrovano sui banchi opposti dello stesso caso. Lui rappresenta l'accusa nei confronti di una donna che ha tentato di uccidere marito e amante, lei la difende. Amanda vuole mettere a nudo la diversità di trattamento di una donna in un caso di “delitto d'onore”, Adam vuole in fin dei conti solo rappresentare la legge. Una delle commedie più raffinate di sempre, in cui Tracy retrocede rispetto all'uomo moderno sopra la scorza di ruvidezza di Woman of the Year, facendo emergere sentimenti retrogradi mescolati al suo (vero) senso di giustizia, mentre Amanda chiaramente sfrutta una colpevole per il suo (giusto) idealismo. Una coppia affiatata e meravigliosa, tra un litigio e un flirt davanti al giudice, che ci mostra anche un certo erotismo per due attori non più giovanissimi. Sensazionale.
Uomini e Topi (Of Mice and Men), di Lewis Milestone (USA, 1939) – Lewis Milestone: Uomini e Guerre
Nel 1939, considerato da molti l'anno d'oro del cinema hollywoodiano, escono due adattamenti dai due romanzi più celebri dell'autore americano per eccellenza, John Steinbeck (che abbiamo già incontrato il primo giorno con Lifeboat link alla prima cartolina). Contrariamente al Furore di John Ford, Milestone sceglie un cast privo di star per raccontare in tonalità seppia il primo grande sogno americano andato in frantumi. George viaggia come contadino vagabondo tra una fattoria ed un'altra in cerca di fortuna per lui e suo cugino Lennie, mente semplice e forza sovrumana.
Milestone e Steinbeck ci mostrano un'America in cui la generosità si mischia con l'opportunismo, la sopraffazione è perenne, spesso superflua, e se colpire il nemico danneggia te stesso poco importa. La speranza c'è, ma è la prima a morire, soprattutto per gli indifesi.
Sholay – Director’s Cut, di Ramesh Sippy (India, 1975) – Ritrovati e Restaurati
Avreste mai immaginato di trovarvi nel 2025 in Italia a guardare un film indiano di tre ore e mezza campione d'incassi negli anni ‘70 in una Piazza Maggiore urlante? Beh noi no, ma ci è successo ed è stata una bellissima sorpresa. E pure in versione integrale restaurata.
Sholay è un vero e proprio fenomeno di costume in India, un film che tutti conoscono, guardano anticipando le battute e cantando le canzoni, applaudendo ad ogni apparizione delle loro star. Ieri per una sera Bologna ha vissuto questo. Sicuramente siamo stati aiutati dal sapore piuttosto occidentale del film (più simile ad un fagioli western che a Leone), ma il nostro unico rimpianto è stata la mancanza della versione karaoke.