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  • Recensione Io sono ancora qui – Classico ma funzionale

    Io Sono Ancora Qui è un dramma politico e personale quadratissimo e sicuramente poco innovativo ma efficace, perfetto per la stagione dei premi.
    Premio per la Miglior Sceneggiatura all’81esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il nuovo film di Walter Salles (I Diari della Motocicletta, Dark Water, On The Road) racconta la storia della famiglia Paiva, messa a dura prova dalla repressione sanguinaria della dittatura militare, ed è basato sul romanzo omonimo pubblicato nel 2015 e scritto dal membro più giovane della famiglia, Marcelo Rubens Paiva (rimasto per altro tetraplegico in seguito ad un incidente nel 1979).
    Rubens Paiva (Selton Mello) è un ex deputato del Partito Laburista Brasiliano ostracizzato dalla vita politica in seguito al Golpe militare del 1964. Vive la sua vita in apparente tranquillità con la moglie, i figli e i numerosi amici e compagni di lotta politica fino alla sua sparizione nel 1971 ad opera del governo stesso. In seguito, anche la moglie Eunice Facciolla (Fernanda Torres), anch’essa arrestata e torturata ma successivamente liberata, avvierà numerose campagne per scoprire la verità sul marito e gli altri desaparecidos.

    È curioso notare come per il terzo anno consecutivo a vincere il premio per la sceneggiatura a Venezia sia stato un film tangente alle dittature sudamericane. Tuttavia, il film di Salles sceglie un taglio notevolmente diverso dai suoi predecessori. Se Argentina, 1985 (Santiago Mitre, 2022 e scritto con Mariano Llinás) ci presentava il gruppo di giovani avvocati preparare il processo ai gerarchi di Vileda quasi come una banda intenta a preparare il colpo grosso (sembravano un po’ degli Ocean’s Eleven raccontati da Adam McKay) e El Conde (Pablo Larraín, 2023) ci presentava una versione satirico-vampiresca del Generale Pinochet (non particolarmente riuscita per quanto ci riguarda), Salles lascia pochissimo spazio all’ironia e ignora completamente le riletture di genere, optando anche per un montaggio meno inutilmente giocherellone.
    La sua mano calda e sapiente, infatti, ci mostra la quotidianità di una famiglia assolutamente benestante nella Rio degli anni ’70. Una casa gigantesca, dalle porte sempre aperte e perennemente piena di ospiti, in cui i grandi parlano di politica in salotto e i figli corrono dentro e fuori con i loro amici, che siano bambini o adolescenti. La figlia maggiore, Veronica (Valentina Herszage) è attiva nella contestazione studentesca, ascolta sempre rock e ha il mito dell’Inghilterra, dove si trasferirà. Si sente quasi respirare il clima degli Anni di Piombo italiani. Sembra lei la predestinata a tenere le redini della famiglia, ad indicare una direzione dopo la sparizione del padre, punto di riferimento per milioni di persone, ma esce di scena velocemente, preda di rassegnazione, disillusione e necessità di costruire la propria nuova vita. Eunice invece dai cocci della devastazione della sua vedovanza bianca sceglie di contrastare potere, violenza e sopraffazione. Le porte della casa sono costrette a chiudersi, le finestre a non fare entrare più luce ma dagli occhi di Eunice e dei suoi figli deve continuare a trasparire dignità

    Rubens era una figura benevola, ingombrante, titanica. Eunice deve sopportare da sola ciò che il marito sopportava con famiglia e compagni, deve sorridere come prima non riusciva (mentre al marito riusciva benissimo). La sicurezza della famiglia era da tempo minacciata e precaria, il rumore degli elicotteri militari sopra le loro teste mentre facevano il bagno in spiaggia era quotidianità, ma i Paiva non potevano certo rinunciare alla vita. E non lo faranno nemmeno dopo. Eunice e i suoi figli rivivranno quegli scampoli di serenità attraverso le numerose immagini realizzate da Veronica nei suoi ultimi anni in Brasile e poi negli scritti di Marcelo. Vedremo infatti un salto temporale in cui il cast cambia, e a Fernanda Torres si sostituisce la sua reale madre, Fernanda Montenegro, in una Eunice anziana e ormai debilitata e arresa. Non cambierà solo Rubens, per sempre giovane.
    Per quanto solido e commovente il film non presenta sicuramente nulla di particolarmente innovativo né vuole cercarlo. Fernanda Torres è aiutata da un montaggio al suo servizio e forse abbondano i “falsi finali”. Ainda Estou Aqui mira ad arrivare ad un pubblico più vasto possibile ed è una scelta più che condivisibile. Tra una tematica sociale di rilevanza (anche in chiave anti-Bolsonariana) e la necessità di ritagliarsi un posto al sole nella stagione dei premi è stata sicuramente giusta la scelta del Brasile di puntare su questo film. Due candidature ai Golden Globe per il Miglior Film Internazionale e per la Miglior Attrice a Fernanda Torres (che forse si sarebbe meritata la Coppa Volpi) replicate anche agli Oscar con tanto di candidatura a Miglior Film certificano il successo di critica del film.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Un anno di cinema: le nostre scelte imperdibili del 2024

    Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?

    Baby invasion (Harmony Korine)

    Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
    Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
    A cura di Alberto Faggiotto.

    Estranei (Andrew Haigh)

    Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
    A cura di Valentino Feltrin.

    Challengers (Luca Guadagnino)

    Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024,  questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
    A cura di Gaia Fanelli.

    Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)

    Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione. 
    A cura di Maria Cagnazzo.

    Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)

    Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
    A cura di Jacopo Barbero.

    The Bikeriders (Jeff Nichols)

    Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
    A cura di Enrico Borghesio.

    Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)

    Se in Slacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, in Hit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
    A cura di Simone Pagano.

    L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)

    Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
    A cura di Silvia Strambi.

    The Substance (Coralie Fargeat)

    Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
    The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
    A cura di Renata Capanna.

    Anora (Sean Baker)

    Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
    Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
    A cura di Nicolò Cretaro.

    Conclave (di Edward Berger)

    Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
    A cura di Edoardo Borghesio.

    Dostoevskij (fratelli D’Innocenzo)

    Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
    L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
    A cura di Mattia Bianconi.

  • Recensione Mufasa: Il Re Leone – Una vuota baracconata per fare soldi

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    Il Re Leone del 1994 è un film stupendo, probabilmente il film Disney più ambizioso e magnificente di sempre insieme a Fantasia. Incasso stratosferico, apprezzamenti eterni, una mucca da mungere più del solito in un periodo in cui dalle parti di Burbank non ne va male una. E quindi prima viene la serie animata Timon & Pumba (1996-98), in cui i Rosencratz e Guilderstern della savana in più di 150 cortometraggi (raggruppati in varie forme tra episodi regolari, speciali e perfino videoclip musicali) danno vita ad un campionario sterminato di gag più o meno riuscite; e quindi il musical di Broadway The Lion King (1997) a cui partecipano anche Elton John e Tim Rice (autori delle musiche del film) con brani inediti. Poi in casa Disney arriva la febbre dei sequel da cassetta, a basso costo e utili a scaricare l’IVA. Al nostro amato film comunque va meglio che a tanti suoi compagni di sventura: Il Re Leone II – Il Regno di Simba nel 1998 vede Kiara (figlia di Simba) e Kovu (figlio “adottivo” di Scar) ritrovarsi nella più classica delle storie alla Romeo e Giulietta (e ricordiamo che il primo film altro non è che un Amleto in pelliccia). Il Re Leone 3 – Hakuna Matata del 2004 invece è una sorta di remake/prequel del primo film dal punto di vista di Timon e Pumbaa. Se il secondo film cerca di creare un respiro drammatico abbastanza accettabile per un film costato così poco, il terzo è genuinamente divertente, e per essere film da videoteca l’animazione è più che discreta. Negli anni 2010 poi abbiamo una serie animata per un pubblico molto giovane, The Lion Guard (2014-19) e soprattutto nel 2019 uno dei tanti remake in live action (anche se qua si apre un dibattito infinito) diretto da Jon Favreau (con annesso album e musical firmati Beyoncé). E qua iniziano i dolori. 

    Favreau, che in Disney aveva già diretto sia il primo Iron Man nel 2008 (dove interpreta anche il ruolo di Happy Hogan), sia Il Libro della Giungla del 2016 (appena accettabile), è la mera firma di un’inutile e costosissima baracconata senza anima in cui il film animato viene ripreso quasi ad ogni shot privandolo però di colori, epicità, respiro drammatico ed espressività nei disegni. Gli animali animati in maniera fotorealistica (che qualcuno definirà fotorealismo magico) sono orripilanti e alzano l’asticella dell’uncanny valley (e provocano tante battute sull’assenza di genitali), mentre il resto è uguale al film di 25 anni prima, ma più brutto. Però i soldi abbondano (nel 2019 ben sei film Disney superano il miliardo di dollari, ultime bottiglie di champagne stappate prima di fare scorte di lievito e chiudersi in casa), e quindi perché non mettere in cantiere un sequel? O un prequel dai. 

    Un film sul rapporto tra Mufasa e Scar, una storia originale che però prende elementi da alcuni racconti semi ufficiali (al confine tra la fanfiction e la gadgettistica), dai due sequel animati degli anni ’90, e con la presenza di numerosi leoni leucistici (ovvero bianchi ma non albini, tipo le pantere nere ma al contrario) per richiamare Kimba, il Leone Bianco, l’opera di Osamu Tezuka che molti associano al Re Leone. Il tutto con la solita animazione fotorealistica, diretto dal premio Oscar Barry Jenkins. Un capolavoro annunciato insomma.

    Sono passati alcuni anni da Il Re Leone e il mandrillo-sciamano Rafiki racconta a Kiara, figlia di Simba e Nala nonché erede delle Terre del Branco, la storia di suo nonno Mufasa e del fratello di quest’ultimo, che prima di essere chiamato Scar si chiamava Taka.

    Mufasa è sicuramente il personaggio più interessante e solenne della saga, la sua morte è uno dei momenti più drammatici e iconici della storia dell’animazione, e Scar è uno dei migliori cattivi Disney (negli anni ‘90 ancora li scrivevano bene, i cattivi). Il film sceglie di parlare del loro passato, del loro rapporto fraterno sbilanciato. Mufasa è più grande, più forte, più coraggioso, più saggio e più buono, Scar (o meglio, Taka) è solo più furbo, forse. Mufasa è un leader amato, un re dalla testa alla punta delle zampe. Taka è la rappresentazione del potere che logora chi non ce l’ha. Poteva uscire un film quantomeno interessante se fosse nato in un contesto produttivo diverso.

    Guardare i nuovi remake dal vivo (vabbè, si fa per dire ma avete capito) dei Classici Disney animati è un’esperienza sempre più ripetitiva, noiosa e superflua. Si fa fatica quindi pure a scriverne perché sembra quasi ridicolo ripetere i soliti discorsi sul poco senso artistico dell’operazione, però si sa, pecunia non olet e quindi questi filmetti vengono prodotti. Costano tanto, molto spesso guadagnano ancora di più, nella maggior parte dei casi nessuno dice di apprezzarli, un po’ come nessuno ammetteva di votare Berlusconi negli anni 2000. 

    Mufasa almeno, al contrario del suo predecessore, ha una storia “nuova” anche se prevedibilissima (come molti prequel d’altronde), ma non ci mostra nulla di interessante o rilevante. La tecnologia ha permesso di creare un mondo animale fotorealistico dal nulla ma tutto questo continua ad essere inutile ed insignificante, appiattisce qualsiasi emozione o dinamica narrativa e annulla il concetto di recitazione (sia per gli animatori che per chi presta la voce). E se pure un genio come Lin-Manuel Miranda scrive le musiche con la mano sinistra allora questo film non ha davvero niente di interessante da offrire.

  • Recensione Un’avventura spaziale: Un film dei Looney Tunes – Un gradito ritorno

    Il ritorno sul grande schermo dei Looney Tunes è una simpatica avventura fantascientifica ipercitazionista, riuscirà a far tornare di moda questi personaggi?
    Sembra quasi strano vedere i Looney Tunes al cinema. Pur essendo il loro luogo di origine, la sgangherata schiera di personaggi Warner, amati per la loro follia e la volontà di rompere qualsiasi barriera spesso ignorando quanto nella società veniva considerato appropriato, ha sempre trovato una sua comfort zone tra le mura domestiche e sui piccoli schermi, grazie ai frequenti passaggi televisivi e alle compilation in home video. Nell’epoca delle piattaforme streaming, tuttavia, i nostri eroi non sembrano vivere un periodo florido, nonostante i numerosi sforzi. È sicuramente curiosa quindi la scelta nel 2024 di proporre un lungometraggio al cinema, totalmente animato in maniera tradizionale e composto al 100% da materiale inedito. Sì, perché nei loro quasi 100 anni di carriera i Looney erano sempre apparsi o in film compilation di vecchi corti uniti da nuove animazioni (una decina di film negli anni ’80), o in film ibridi tra animazione e live action (dal fortunatissimo Space Jam del 1996 al suo sfortunatissimo sequel del 2021, passando per il geniale Looney Tunes: Back in Action del 2003), oppure in film sì inediti ma distribuiti solamente in televisione e magari colleagti alle numerose serie tv andate in onda tra gli anni 90 e primi 2000 come la geniale Tiny Toons prodotta da Spielberg o l’interessante I misteri di Silvestro e Titti.

    Un’Avventura Spaziale quindi ci appare quasi come una margherita nel deserto, un prodotto particolare e difficilmente identificabile, il primo vero film dei Looney Tunes al cinema, distribuito in sordina e in un periodo non particolarmente florido, che sceglie di non utilizzare tutti i personaggi ma di concentrarsi su Daffy Duck e Porky Pig, trascurando tutti gli altri a partire dalla star Bugs Bunny. Lo fa abbracciando una tematica abbastanza cara ai personaggi creati dalla Termite Terrace: la presenza dello spazio e degli alieni. Marvin il Marziano debutta in Haredevil Hare del 1948, con un look da antico romano, accento britannico ma esponente del pianeta rosso, diventando un nuovo avversario di Bugs Bunny, più pacato rispetto al vulcanico Yosemite Sam e più razionale del babbeo Elmer. Daffy Duck e Porky Pig in una loro versione futuristica lo affronteranno nel magnifico Duck Dodgers nel 24½ secolo del 1953 e poi nella serie tv Duck Dodgers (2003-05). Ma soprattutto sarà l’arbitro della partita di basket più famosa della storia del cinema in Space Jam, in cui vediamo i Looney affrontare una squadra di alieni (e Marvin è l’una e l’altra cosa). Beh, qui invece Marvin non c’è.
    Daffy Duck e Porky Pig sono stati adottati da piccoli e cresciuti come fratelli. Per salvare la loro casa trovano lavoro in una fabbrica di chewing gum grazie alla scienziata del gusto Petunia Pig. Peccato che i chewing gum siano stati infettati con un liquido alieno capace di controllare le menti di tutti i terrestri.

    La scelta della fantascienza horror (si fa per dire) dal sapore anni 50 non è una novità in casa Warner, dai sopracitati esempi nella storia dei Looney Tunes fino a Il Gigante di ferro del 1999, uno dei più alti esempi di animazione americana. E si sprecano le citazioni da L’Invasione degli Ultracorpi a Shaun of the Dead, passando per Alien e La Cosa, toccando perfino Scooby-Doo. Non è certo l’originalità che ci aspettiamo da un film del genere e infatti non la troviamo. È davvero interessante però notare la scelta narrativa di raccontare una vera storia, ignorando del tutto i cameo e concentrandosi solo sul nostro trio di eroi. Porky Pig, la più longeva star della scuderia Looney, appare leggermente meno macchiettistico pur conservando il suo carattere timido e impacciato e la tenera balbuzie, Daffy Duck sembra più sobrio e sicuramente più contenuto, lontano dallo sguaiato mattatore a cui siamo abituati e calibrato per non metter in ombra il suo socio, vero protagonista del film. Petunia Pig (personaggio misconosciuto fino ad oggi) acquisisce una caratterizzazione particolare, una frustrata nerd delle papille gustative che riesce a entrare nella situazione a gamba tesa facendo sfoggio delle sue competenze. I nuovi personaggi presenti sono semplicemente funzionali alla narrazione e non spendibili in nuovi titoli, ma il nostro trio è sufficiente a portare avanti un film gradevolissimo dal respiro corto e dal sapore dei tv movie del sabato pomeriggio a budget più alto della media. Resta da chiedersi però quanto possa funzionare un prodotto del genere in un periodo in cui gli incassi languono, la distribuzione italiana è perfino affidata da Warner ad altre società (Lucky Red in questo caso) con cambio di voci italiane, e l’amore per questi personaggi rischia di svanire. Ai botteghini la risposta.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione Iddu – L’Ultimo Padrino – La farsa nella Storia

    L'ultimo film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, presentato in concorso all’Ottantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è una gradevolissima tragicommedia sulla latitanza di Matteo Messina Denaro.
    Sicilia, primi anni 2000. Catello Palumbo (Toni Servillo) è un uomo di mezza età da poco uscito di galera dopo una condanna per associazione mafiosa. Nel frattempo, Matteo (Elio Germano), da tutti conosciuto come Iddu, vive la sua vita da latitante nell'appartamento di Lucia (Barbara Bobulova). Disprezzato dalla sua famiglia e da tutte le persone che un tempo lo rispettavano per via del suo status di uomo d'onore, viene spinto a collaborare con la giustizia e a contattare Matteo per scoprire il suo nascondiglio.

    Il duo formato dal siciliano Fabio Grassadonia e dal milanese Antonio Piazza giunge al terzo lungometraggio dopo Salvo (2013) e Sicilian Ghost Story (2017) è ovviamente una versione romanzata della vicenda del superlatitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, catturato lo scorso anno ormai malato terminale. Latitanza, affetti, relazioni, inseguimento e protezione da parte delle forze dell'ordine, aspetti tragici e grotteschi, si intrecciano in un racconto lontanissimo dalla drammaticità di altri film sul tema.
    Catello, preside napoletano trapiantato in Sicilia ha abbracciato un ambiente che non ha né il coraggio né il carisma di sostenere. Una versione senza spina dorsale e senza l’aura di intoccabilità di Franco, l'imprenditore senza scrupoli che Servillo interpretava nel 2008 in Gomorra di Matteo Garrone. I suoi occhi sono quelli di quell'Italia che ha accettato l'esistenza della mafia cercando di cavalcare l'onda per finire annegato per primo. È la testa di una schiera di personaggi da commedia popolare.
    Matteo dice di aver imparato tutto da suo padre, ma non il senso dell’umorismo. Il film mostra quanto ridicoli potessero essere i modi di uno dei personaggi più crudeli della storia d’Italia. È isolato dal mondo già da dieci anni ma i suoi toni e le sue parole suonano fin troppo vecchie, artefatte, appartenenti ad un mondo già finito. L’arredamento in cui è volutamente confinato ricorda il dramma borghese, si nasconde come un amante clandestino, impartisce ordini capricciosi come un aristocratico in rovina (disperandosi per il pezzo mancante di un puzzle). Non ha smesso mai di essere figlio, non può essere un padre.
    Diversa castrazione subisce sua sorella Stefania (Antonia Truppo), zitella imbruttita, dal carattere intrattabile che finisce per essere sedotta dal personaggio meno furbo e desiderabile di tutta la parata.
    Lucia (Barbara Bobulova), la donna che fa da perpetua alla sua latitanza, sembra l’unica persona sotto le righe per tutto il film nonostante il suo ruolo nella vicenda (di donna apparentemente onesta che protegge un boss) sia il più paradossale.
    Le forze dell’ordine risultano sciocche, inaffidabili, clown di un circo tragicomico (il trucco così pesante sul volto di Fausto Russo Alesi è quasi da Fratelli Marx) che non raggiunge i suoi obiettivi, per interessi, per negligenza o forse per semplice inadeguatezza.

    Questa Sicilia, questa Italia, che hanno permesso la proliferazione di un tale sistema e la presa di potere di questi personaggi, spietati ma spesso analfabeti e dalle fragilità evidentissime, non sembrano meritare di essere trattate con seriosità. Tutti i legami affettivi, politici, economici, sessuali, sarebbero quasi insignificanti se non avessero quel retrogusto di tritolo.
    Non c’è dignità in questa vicenda, non c’è dignità in nessuno dei nostri personaggi. Non c’è stata dignità nella vita di Matteo Messina Denaro, nelle sue scelte di vita e di morte, nella sua latitanza.
    Solo nella Storia troviamo dignità. Nella Storia anche la Sicilia, l’Italia, e l’umanità tutta trovano dignità. Accogliendo anche la violenza, la sopraffazione, il furto e la mistificazione dl bene e del male. La Storia accoglie tutto, anche la mafia, anche un crudele malato terminale con un improbabile cappotto e gli occhiali da sole.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline dal Lido – Giorno 9

    La nona giornata al Lido è dominata da storie giudiziarie, tra mafia siciliana, blockbuster Hollywoodiani e film indipendenti tunisini.

    Iddu – L’Ultimo Padrino, di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (Venezia 81 – Concorso)

    Racconto di fantasia ispirato alle vicende di Matteo Messina Denaro: latitanza, affetti, relazioni, inseguimento e protezione da parte delle forze dell'ordine, aspetti tragici e grotteschi. Tutto attraverso gli occhi di un suo colluso costretto a collaborare con la giustizia e della poliziotta che lo affianca.
    È sicuramente vincente la scelta da parte dei registi di un registro a tratti farsesco per rappresentare uno dei personaggi più macabri della storia italiana e tutto ciò che gli gravita intorno. Tutti i personaggi, a partire dal mafioso e dal pentito reticente, sembrano ridicoli pagliacci appartenenti ad un tragico circo, con pochissime eccezioni (la donna che protegge la latitanza del boss). Come se tutto il contesto mafioso, i rapporti con le istituzioni, i legami affettivi, politici ed economici apparissero quasi buffi ed insignificanti di fronte alla violenza gratuita che li ha macchiati.

    L’unica cosa che sembra mantenere una dignità è la Storia. Della Sicilia, dell’Italia e del genere umano, che volente o nolente comprende anche la criminalità 

    Joker, di Todd Phillips (Venezia 81 – Concorso)

    Sequel del film del Leone d'Oro del 2019, pluripremiato e campione d'incassi, è probabilmente il film del Concorso destinato a maggiori incassi e maggiori delusioni da parte del pubblico.
    Il film sceglie una messa in scena completamente diversa dal precedente optando per uno pseudo-musical con brani incredibilmente anonimi. Per carità nulla da eccepire sul piano scenografico ma la regia è piuttosto ripetitiva e riesce nell'impresa di fare risultare Lady Gaga priva di presenza scenica, con Phoenix che sembra adagiarsi sugli allori nel suo personaggio dalla conflittualità troppo poco sviluppata.
    Si potrebbe leggere il tutto come una risposta dello stesso regista a quei fan che hanno adorato il primo film per le ragioni sbagliate ma non è una visione che ci convince fino in fondo. 

    Aicha, di Mehdi Bersaoui (Orizzonti – Concorso)

    Aya ha quasi trent'anni, è una cameriera nella provincia tunisina, insoddisfatta da lavoro, famiglia e amante. Sopravvissuta ad un incidente stradale, viene creduta morta e sfrutta l'occasione per rifarsi una vita a Tunisi.
    Seconda presenza del regista tunisino (che ha vissuto in Italia parte della sua formazione) dopo Fils del 2019, il film sfrutta il genere poliziesco/dramma legale per indagare il grande interrogativo della gioventù tunisina post-rivoluzionaria: si deve passare attraverso il male per affermare la propria dignità di esistere? E la morte è una porta necessaria per raggiungere la vita?
    Il film però cerca anche di toccare tematiche come la corruzione del sistema giudiziario, la violenza sessuale e l'affermazione, con modi legittimi o meno, del femminile in una società in via di emancipazione. Forse un po' troppa carne al fuoco.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline dal Lido – Giorno 8

    Diva Futura, di Giulia Louise Steigerwalt (Venezia 81 – Concorso)

    Vita del produttore pornografico italiano Riccardo Schicchi, delle sue star (Ilona Staller, Moana Pozzi, Eva Henger) attraverso gli occhi di Debora Attanasio, segretaria di Schicchi e autrice del libro Non dite alla mamma che faccio la segretaria.
    Una boccata d’aria fresca in una Mostra decisamente troppo seriosa e drammatica per chi scrive, in cui troviamo finalmente un po' di voglia di rottura, colore e dinamismo. Certo, ci troviamo di fronte ad un’agiografia in cui i protagonisti sono dei poveri ingenui in un mondo di squali (soprattutto lo stesso Schicchi) e fatichiamo a credere che fossero così privi di malizia e che ci fosse anche così poco squallore. La commedia funziona, le scelte cromatiche anche, da tempo non si vedeva un trucco credibile in un biopic italiano. Come Enea dello scorso anno (e non solo per la presenza di Pietro Castellitto) finora il miglior film italiano del concorso è quello che più si distanzia da ciò che ci si aspetta da un film italiano ad un festival.

    Queer, di Luca Guadagnino (Venezia 81 – Concorso)

    Ennesima presenza del regista siciliano a Venezia dopo il Leone d’Argento nel 2022 per il magnifico Bones and All e l’apertura mancata lo scorso anno con Challengers.
    Ispirato al romanzo beat di William S. Burroughs, il film vede protagonista un Daniel Craig omosessuale tossicodipendente di mezza età invaghito di un giovane spacciatore in una Città del Messico ricostruita a Cinecittà.
    La traduzione in immagini del testo originale sembrava impossibile e la via scelta da Guadagnino sembra per alcuni aspetti fare paio con l’All of Us Strangers di Andrew Heigh per la maggior parte delle sue soluzioni visive.
    Il film sceglie però nettamente la via del non descrivere il rapporto tra i due protagonisti come una storia d'amore ben bilanciata ma indaga i sentimenti e la psiche del solo Craig rendendo la sua controparte poco più che un manichino, anche nelle scene di passione o di trip.
    Resta probabilmente il film più interessante del Concorso e speriamo possa andare a premio.

    Pavements, di Alex Ross Perry (Orizzonti – Concorso)

    Il documentario realizzato in occasione della reunion del 2022 dei Pavement, band indie rock simbolo degli anni ‘90, resta finora il migliore della sezione Orizzonti e forse addirittura il film più bello visto in tutta l'edizione.
    Cocktail di materiale d’archivio visivo, sonoro e perfino materico, fonde il documentario con altre numerosissime forme d’arte e di sperimentazione: dall'album musicale alla mostra d’arte, dal musical di Broadway al biopic musicale Hollywoodiano bonariamente preso in giro attraverso gli occhi di Joe Keery e Jason Schwartzman.
    Il film ci restituisce la figura di una band che non ha mai voluto politicamente scardinare nessuno sistema, non arrogandosi il diritto di lanciare messaggi spesso vuoti, ma che ha desiderato solo esistere. A fasi alterne, e solo quando i componenti ne avevano voglia. Sensazionale

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline dal Lido – Giorno 7

    La settima giornata al Lido prosegue tra un’opera emergente estremamente derivativa, uno scivolone di uno dei più grandi maestri in concorso e una follia d’autore

    The Harvest, di Athina Rachel Tsangari (Venezia 81 – Concorso)

    In un luogo e un’epoca indefiniti un villaggio di agricoltori vive una settimana in cui si susseguono una serie di eventi assurdi e drammatici. 
    Film che quasi flirta col western senza essere ambientato esplicitamente negli Stati Uniti e col folk horror nonostante non presenti di veramente orrorifico, prendendo un po' da The Wicker Man e un po' da Dogville e un po' da Lanthimos, presentandoci un Caleb Landry Jones finalmente in un film più dignitoso del Dogman dello scorso anno e un Harry Melling incredibile nel suo ruolo di padrone senza la minima spina dorsale. Superstizione e religione, sia nelle forme più pure e caritatevoli sia in quelle più ottuse e malvagie, vengono spazzate via dalla modernità, dal pragmatismo e dal capitale. E allora spettatore viene da chiedersi se forse, per una volta, non sia davvero meglio essersi lasciati un certo tipo di vita alle spalle.

    The Room Next Door, di Pedro Almodòvar (Venezia 81 – Concorso)

    Una famosa scrittrice riprende il contatto con una vecchia amica alle prese con un male incurabile e con il desiderio di morire secondo la sua volontà.
    Prima produzione statunitense per il maestro spagnolo che forse risente del cambio di lingua nella potenza e nella teatralità dei dialoghi che soprattutto nella prima parte risultano piuttosto frivoli e a tratti idioti. Se Tilda Swinton risulta comunque magnifica nel suo personaggio, Julianne Moore (tecnicamente lei protagonista motrice del film) ne esce veramente depotenziata. Interessantissimo il rapporto con gli scenari circostanti e la ricerca della vita attraverso l'arte e la bellezza, ridicole le scene flashback e alcune massime declamate a voce squillante. Finora la delusione più grande del Concorso.

    Baby Invasion, di Harmony Korine (Venezia 81 – Fuori Concorso)

    Seconda follia presentata sul Lido da Harmony Korine fuori concorso, dopo il frenetico Aggro Dr1ft dello scorso anno.
    Se il precedente risultava più che altro un giocattolone psichedelico, una quest di GTA con i demoni ad infrarossi, qui nella sua inspiegabile follia percepiamo comunque una sorta di critica alla visione multimediale, alla distinzione sempre più debole tra realtà e schermo, tra la violenza insensata e una certa innocenza sporcata o mai esistita (troviamo ovunque bambini e coniglietti).
    Irricevibile al di fuori del contesto, e agli occhi di moltissime persone apparirà senza valore. Piacerà solo a chi vuole piacere.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline dal Lido – Giorno 6

    La sesta giornata al Lido 

    Vermiglio, di Maura Delpero (Venezia 81 – Concorso)

    Il secondo film italiano in concorso è la nuova opera della regista altoatesina Maura Delpero, già vincitrice di numerosi premi con il suo ultimo lavoro Maternal del 2019.
    Sul finire della Seconda Guerra Mondiale nello sperduto villaggio trentino di Vermiglio la vita della numerosissima famiglia Graziadei è sconvolta dall’arrivo di Pietro, disertore siciliano nascostosi sui monti.
    È triste notare come questo tipo di impostazione drammatica, narrativa, recitativa e fotografica costituisca ancora il canone a cui tendere per i registi italiani con velleità autoriali (e l’anno scorso avevamo avuto un pessimo esempio con Lubo). Se ad un autore ottantenne come Amelio possiamo perdonare una certa staticità non siamo altrettanto clementi qui, anche se fortunatamente ci troviamo davanti ad un film che ogni tanto si ricorda di sciogliere la pesantezza con qualche piccola risata. Abbiamo bisogno di cose diverse, abbiamo bisogno di futuro e dinamismo.

    Luna di Miele, di Zhanna Ozirna (Biennale College)

    Film realizzato nell'ambito del concorso Biennale College 2023-24, girato in 10 mesi e con budget inferiore ai 250.000 euro, Luna di Miele è la storia di una coppia di artisti ucraini recentemente trasferitisi in un nuovo appartamento alla Vigilia dell’invasione russa. Li seguiamo in 5 giorni di vita barricati in casa, senza elettricità né acqua corrente, ignari di tutto ciò che accade e con l'unica possibilità di riscoprire le proprie intimità.
    Incredibilmente dinamico per un film che vede per gran parte della durata due persone in un appartamento occupati solo dall'incertezza, estremamente sincero nel non mostrarsi né accondiscendente né pacifista ma incredibilmente mordace. La scelta di girare in Ucraina rende il film un vero e proprio baluardo di un’industria che non rinuncia ad esistere nemmeno davanti al dubbio che la propria stessa nazione possa smettere di esistere.

    Maldoror, di Fabrice Du Welz (Venezia 81 – Fuori Concorso)

    Thriller poliziesco ispirato al caso del Mostro di Marcinelle. Siamo negli anni ‘90 in Belgio, il totale caos nelle Forze dell'Ordine nazionali porta al mancato arresto dei responsabili di numerosi rapimenti di minori. Un giovane gendarme dal passato familiare controverso si butta a capofitto nel caso sacrificando tutto.
    L’inettitudine sembra essere il tema centrale di questo film in cui nessuno sembra essere in grado di gestire la situazione, né poliziotti, né criminali, né persone vicine alle vittime.
    Il nostro protagonista compie una discesa in un inferno personale che lo porta esattamente nel punto da cui voleva distanziarsi il più possibile, sia fisicamente che moralmente, facendo prevalere il suo senso di vendetta (senza rivalse) sulla giustizia.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline dal Lido – Giorno 5

    La quinta giornata al Lido ci porta in Brasile per un dramma storico, politico e familiare, ad Hollywood per il grande ritorno della coppia Brad Pitt - George Clooney e in Francia per una storia di riconquista della propria persona.

    Ainda Estou Aqui, di Walter Salles (Venezia 81 – Concorso)

    Storia reale del dissidente brasiliano Rubens Paiva, scomparso nel 1971 per mano del regime militare, e della sua famiglia.
    Come nel caso di Argentina, 1985 di Santiago Mitre due anni fa, ci troviamo davanti ad un dramma storico politico che riflette sulla coscienza singola e collettiva attraverso il racconto delle conseguenze dell'opposizione politica. Entrambi i film lo fanno tramite un'impostazione piuttosto classica e ammiccante al pubblico e alle giurie, è chiaro che i premi e gli applausi sono un obiettivo desiderato (ma forse per questi film è un bene che cerchino di parlare a chiunque). Poco spazio ad un umorismo hollywoodiano che il suo omologo argentino usava spudoratamente, l'interpretazione di Fernanda Torres dal momento in cui diventa lei stessa la protagonista del film la rende una candidata per la Coppa Volpi.

    Wolfs, di Jon Watts (Venezia 81 – Fuori Concorso)

    Nello slot lo scorso anno riservato a Hit Man di Richard Linklater (migliore commedia degli ultimi anni per chi scrive) anche quest'anno fuori concorso troviamo un thriller comedy su degli atipici professionisti (George Clooney e Brad Pitt) che si occupano di risolvere problemi per chi non può rivolgersi a vie ufficiali (leggasi: fare sparire cadaveri).
    Jon Watts non è Linklater e certamente Wolfs non vuole riflettere sui temi delle personalità multiple e sul valore intrinseco dell'atto recitativo. È una commedia d'azione ben calibrata che lascia intendere allo spettatore solo quello che vuole fargli comprendere, presentando a noi spettatori i due divi protagonisti (forse il film con lo star power maggiore sul Lido) in una versione che vuole e riesce ad apparire ancora solida e attraente nonostante la maturità, e ricordandoci che tutti quanti alla fine abbiamo bisogno di giocare in squadra.

    Mon Inséparable, di Anne-Sophie Bailly (Orizzonti – Concorso)

    Dramma francese con protagonista una straordinaria Laure Calamy nei panni di una madre di un figlio neurodivergente ormai adulto che si trova davanti alla possibilità inaspettata di diventare a sua volta genitore.
    Nei suoi cento minuti, forse pochi, ci troviamo davanti a delle diverse visioni del ruolo genitoriale in bilico tra responsabilità e irresponsabilità, accoglienza e rifiuto, abbandono e sovraccarico incarnati spesso dalle stesse figure, anche contemporaneamente.
    Laure Calamy ha già probabilmente il suo nome sul premio miglior attrice della categoria, sobbarcandosi la figura di una donna che decide di riabbracciare tutto ciò che si è negata negli anni in cui la sua vita si era ridotta al ruolo unico di madre e caregiver, toccando con mano una gioventù non ancora definitivamente svanita e ridefinendo i confini dei propri rapporti.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.