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  • Cartoline Ritrovate – Giorno 2

    The Scarlet Drop, Alice Adams, Georges Méliès e Coline Serrau

    Secondo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    The Scarlet Drop, di John Ford (USA, 1918) – Ritrovati e Restaurati

    Questo festival esiste per regalarci momenti come questo. La possibilità di vedere per primi al mondo un film ritrovato nel 2023, più di un secolo dopo la sua realizzazione, trovato per caso da Jaime Córdova in un magazzino destinato alla distruzione. Si sperava di trovare qualche pellicola rara di Ford, non si osava certo pensare di trovarne di perdute. 
    Una pellicola che mostra, fisicamente, tutti i segni del suo tempo e che ci mostra però tutti gli ingredienti del cinema del più grande regista di Western americani. Il tutto enfatizzato dal vivo da un'improvvisazione al pianoforte di Antonio Coppola che non aveva mai visto il film prima di sedersi. Un ottimo antipasto per ciò che ci regalerà la giornata.

    Primo Amore (Alice Adams), di George Stevens (USA, 1935) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Alice è una ragazza attraente e ambiziosa ma povera e schernita dall'alta società cittadina a cui vorrebbe appartenere. Un padre ingenuo e malridotto, una madre bisbetica, un fratello idiota e nessun buon partito in vista, fino all'arrivo di Arthur (Fred MacMurray). 
    Possiamo, a distanza di cento anni, apprezzare un film in cui la protagonista prova per tutto il tempo ad atteggiarsi da piccolo borghese, in cui il padrone è buono ed è il dipendente ad essere sleale, in cui il lavoro per una ragazza è solo oggetto di umiliazione e se i ricchi si comportano da snob, beh, c'hanno pure ragione? La risposta è sì, se quella ragazza ha il volto di Katharine Hepburn e riesce a trasformare anche questa blanda civetteria in un'affermazione di sé. 

    Méliès, il Mondo a Portata di Mano, di Georges Méliès (Francia, 1905) – Il Secolo del Cinema: 1905

    Chissà quante occasioni ha uno spettatore del ventunesimo nell'arco della sua vita di assistere ad una proiezione del genere. Cosa può significare il tentativo di riavvicinarsi il più possibile a quella che era l'esperienza di visione di uno spettatore di 100 anni fa. Beh, in questa settimana possiamo farlo quanto vogliamo, in questa occasione abbiamo un programma di film sperimentali di Georges Méliès accompagnati al pianoforte da John Sweeney con il contribuito, nel meraviglioso compito di imbonitrice, di Julie Linquette. Nel programma spiccano sicuramente i due titoli di maggior respiro: Le Raid Paris - Monte Carlo en Automobile,con protagonista il Re del Belgio Leopoldo II in una bizzarra impresa dannunziana, e La Légende de Rip van Winkle, incompleta pellicola sul personaggio creato da Washington Irving. Menzione d'onore ai meravigliosi due minuti di Les Trois Phases de la Lune.

    Tre Uomini e una Culla (Trois Hommes et une Coiffin), di Coline Serrau (Francia, 1985) – Ritrovati e Restaurati

    Il nostro momento preferito del festival finora però è senza dubbio la serata in Piazza con protagonista l'artista più folle d'Europa, che sul palco presenta il suo delizioso film oggi quarantenne, con una energia invidiabile. Quella che può passare all'occhio meno attento come una commediola su tre uomini che si trovano a badare ad una neonata nasconde forse il miglior film di sempre sulla decostruzione dei ruoli del maschile. 
    E una piazza intera che ride, si commuove, e fa cerchio intorno all'autrice del film per tributare il giusto riconoscimento, resta un meraviglioso antidoto contro la cappa di violenza e guerra che inevitabilmente ci ha accompagnato in questi primi giorni di Cinema Ritrovato.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline ritrovate – Giorno 1

    La Falena d’Argento, Prigionieri dell'Oceano, I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo al primo giorno del Cinema Ritrovato
    Primo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato

    La Falena d’Argento (Christopher Strong), di Dorothy Arzner (USA, 1933) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Il film con cui inizia il nostro viaggio di quest'anno inaugura la rassegna dedicata alla più grande attrice di tutti i tempi. Il personaggio che dà titolo al film però è interpretato da Colin Clive, che nello stesso anno diventa Dr. Frankenstein per la Universal. I titoli alternativi per il mercato internazionale, The Great Desire e soprattutto The White Moth rendono giustizia al meraviglioso personaggio interpretato dalla Hepburn: Lady Cynthia Darrington, intrepida pilota d'aerei ispirata ad Amelia Earhart.
    Lui è un uomo sposato fedelissimo a sua moglie, lei un'amica di sua figlia più interessata a volare che agli uomini. Ovviamente tra di loro scoppierà una burrascosa storia d'amore in un contesto, la Hollywood precedente al Codice Hays, in cui le figlie possono parlare ai genitori dei propri amanti clandestini, i baci e le allusioni sessuali non si nascondono e aleggia perfino l'ombra di possibilità di abortire. Il tutto diretto da una regista dichiaratamente lesbica. Certo, c'è del melodramma colpevolizzante invecchiato maluccio, ma il fascino di questi sguardi e di queste parole è eterno.

    Prigionieri dell’Oceano (Lifeboat), di Alfred Hitchcock (USA, 1944) – Ritrovati e Restaurati 

    In mezzo all'Oceano Atlantico nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, su una scialuppa di salvataggio si radunano i resti, umani e materiali, di una nave americana affondata dai tedeschi: uomini e donne di diversa provenienza, etnia ed estrazione sociale. Tutti americani, tranne uno, un tedesco che magari ha fatto partire di persona il siluro diretto alla nave.
    Un Hitchcock poco conosciuto, tratto da Steinbeck, in cui la suspense emerge nelle maniere forse meno prevedibili. I nostri compagni sono finiti in mare per disgrazia, per scelta o per dolo? Di chi ci si può fidare davvero? L'umanità può sopravvivere nei momenti in cui è messa a dura prova? La sopraffazione può davvero giovare a qualcuno? Le risposte, nel 1944, sono decisamente ciniche. 

    I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati, di Max e Dave Fleischer (USA, 1922-1942) – Ritrovati e Restaurati 

    Arriviamo ad uno degli appuntamenti più attesi, almeno da noi: la presentazione del restauro promosso da Jane Fleischer Reid di 8 tra i più importanti corti creati da Max e Dave Fleischer. I due gemelli terribili dell'animazione anni ‘30, creatori di Betty Boop, Bimbo e Koko the Clown e realizzatori delle serie di Popeye e Superman, con più di 700 titoli all'attivo sono stati tra i più influenti di sempre sia sul piano tecnico, con più di 30 brevetti, che sul piano stilistico e iconografico (basti chiedere a Ghostemane o ai creatori di Cuphead).
    Se in Jumping Beans, primo titolo della serie Out of the Inkwell vediamo uno degli espedienti più imitati della storia dell'animazione (il disegnatore che crea il personaggio, Koko the Clown per poi interagire con lui), in Koko's Earth Control troviamo una narrazione veramente ambiziosa per l'epoca. Se in Small Fry abbiamo una versione più cattiva e feroce delle Silly Symphonies Disney, in Snow White vediamo addirittura anticipare il film di Walt. Troviamo poi titoli sempre più folli, macabri e dissacranti con S.O.S., Bimbo's Initiation e soprattutto Swing You Sinners. E infine abbiamo il vero e proprio kolossal con il primo episodio di Superman ovvero The Bulleteers. Non vediamo l'ora di averne sempre di più. 

    Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (Close Encounters of the Third Kind), di Steven Spielberg (USA, 1977) – Director’s Cut

    Il grande appuntamento di Piazza Maggiore ci porta il restauro del terzo film di Spielberg, sicuramente uno dei più personali e sentiti, in cui troviamo tutti gli ingredienti del suo cinema, nel restauro 4K della Director's Cut partendo da negativi e positivi di pellicola. L'ignoto non sembra mai una vera minaccia, e lo testimonia l'immensa fiducia quasi ingenua che il piccolo Barry esprime urlando “giocattoli” quando vede l'astronave. E ancora una volta, a distanza di quasi 50 anni, quel finale incanta una piazza intera.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione Dragon Trainer – Dove c’è anima e non c’è plastica

    Dragon Trainer trova finalmente ciò che manca agli altri live action: un briciolo di anima
    La saga di Dragon Trainer è una delle più fortunate di casa DreamWorks, e sicuramente la più recente tra quelle effettivamente divenute di culto. Liberamente ispirata alla fortunata serie di libri How to Train Your Dragon (che in italiano diventa Le eroiche disavventure di Topicco Terribilis Totanus III) di Cressida Cowell, si compone di tre film usciti tra il 2010 e il 2019, una serie animata di più di 100 episodi e una manciata di cortometraggi. La scelta di produrre un remake dal vivo, praticamente identico nelle inquadrature al cartone, si è rivelata più sensata del previsto. 
    Ci troviamo nel villaggio vichingo dell’isola di Berk, tutta la popolazione deve fare fronte quotidianamente alle razzie dei draghi e la vita di ogni membro della comunità è dedicata al combattimento. Hiccup, figlio del capo del villaggio Stoik l’Immenso, è ambizioso e intelligente ma anche impacciato e per nulla adatto a combattere, a lui viene precluso l’addestramento con le armi ed è costretto a fare da assistente al fabbro Scaracchio. Durante un’incursione notturna dei draghi grazie ad una sua invenzione riuscirà ad abbattere un esemplare della razza di drago più letale e misteriosa, la Furia Buia, e questo gli permetterà di conoscere i draghi come nessun vichingo prima di lui. 

    L’originale animato è stato diretto da Dean DeBlois insieme a Chris Sanders, che prima di approdare a Glendale avevano diretto insieme Lilo e Stitchper la Disney nel 2002, e il caso (o un piano distributivo ben studiato) ha voluto che entrambi i film vedessero una nuova luce nei primi caldi estivi del 2025. Se però Lilo e Stitchsembra l’ennesimo pupazzone live action Disney, la ferma volontà di Dean DeBlois di curare in prima persona il progetto ha permesso al film di mantenere una direzione precisa senza risultare stucchevole come il suo fratello rivale. Niente atmosfere fiabesche di plastica, uso sensato e consapevole dei momenti migliori del film originale (come la scena del primo volo), valorizzazione della sua colonna sonora (probabilmente la migliore di casa DreamWorks dai tempi de Il Principe d’Egitto) e amalgama credibile dei draghi con i set reali. In breve, Dragon Trainer ha un’anima, che si esalta nella forza materica e naturaleche emerge quanto possibile in un film che è comunque un blockbuster di Hollywood per ragazzi attraverso roccia, erba, acqua, vento e ovviamente il fuoco dei draghi.

    Sdentato, il fratello oscuro, meno pelosone ma altrettanto tenero di Stitch è identico al film e la scelta paga. Resta quel mischione adorabile tra un gatto, un lucertolone e un pipistrello e forse si è persa l’occasione di renderlo un po’ più minaccioso. Gli altri draghi restano comunque abbastanza gradevoli e la Morte Rossa, il drago madre, un po’ boss finale da videogioco, un po’ Vhagar di House of the Dragon e un po’ kaijū, è un po’ meno vivo della sua controparte animata.
    La scelta del cast umano è abbastanza azzeccata. Mason Thames come Hiccup ci mostra una versione comunque più atletica e sicura di sé del nerd magrolino quale era Hiccup nel cartone, Gerald Butler riprende il ruolo che aveva interpretato solo vocalmente con molta leggerezza (e il rischio di risultare seriosamente fuori luogo era bello alto), e Nick Frost nel ruolo di Scaracchio è sempre adorabile. Nel gruppo dei ragazzi sembra un po’ di rivedere i protagonisti degli ultimi Spiderman del Marvel Cinematic Universe: Nico Parker/Astrid è un po’ Zendaya/MJ, il nerdone grasso fissato con le statistiche dei draghi Julian Dennison/Gambedipesce ricorda Jacob Batalon/Ned e il buffone arrogante ma bonario Gabriel Howell/Moccicoso è Tony Revolori/Flash. 

    Si calca sicuramente meno la mano sull’aspetto della menomazione fisica e della disabilità che riguarda più di uno dei nostri protagonisti e si cerca sicuramente di dare maggiori messaggi pacifisti (con la speranza che i figli interrompano le guerre dei padri) e di fratellanza tra popoli (a Berk troviamo persone da ogni parte del mondo) ma senza scivolare nella retorica spicciola.
    La cassa sta battendo bene, resta da vedere se draghi e vichinghi riusciranno nell’impresa difficile di battere alieni e hawaiani e, se nel futuro, torneremo a Berk.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione La Trama Fenicia – Il solito Wes Anderson

    Il nuovo film di Wes Anderson è la classica riproposizione del suo cinema, ma è sicuramente meglio dei suoi ultimi lavori

    Wes Anderson torna a Cannes per la terza volta consecutiva portandosi dietro il suo solito pulmino di star di Hollywood da scaricare sul tappeto rosso della Croisette. Letteralmente. Così come con The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun nel 2021 e Asteroid City se ne torna a casa senza premi. 
    La Trama Fenicia è un film in pieno stile del regista texano, meno bulimico e discontinuo di The French Dispatch e grazie al cielo meno noioso di Asteroid City, ma siamo lontanissimi dalle sue opere migliori. Non c’è quel virtuosismo ancora non radicale di Rushmore, la follia luminosa di Fantastic Mr. Fox, quel grandissimo romanticismo di Moonrise Kingdom. Però almeno si ride. E ormai bisogna accettarlo: al suo dodicesimo lungometraggio, tredicesimo considerando il progetto Henry Sugar per Netflix che ha fruttato a Wes l’Oscar al Miglior Cortometraggio, è evidente che ad Anderson non interessa minimamente cambiare
    Zsa-Zsa Korda (Benicio del Toro) è un riccone mitteleuropeo che oscilla sul confine tra legalità e illegalità. Dopo essere sopravvissuto a tre mogli e a numerosi attentati con altrettante esperienze premorte decide di nominare sua unica erede, nonostante nove figli maschi, la sua unica figlia, Liesl (Mia Threapleton), intenzionata però a diventare suora. I due, accompagnati dall’entomologo Bjørn (Michael Cera), intraprenderanno un’avventura per convincere i nebulosi soci del padre ad investire nel suo ambizioso progetto immobiliare. 

    È fondamentalmente un errore da parte dello spettatore aspettarsi suoi nuovi film di Anderson delle rotture radicali con il suo stile. Anche qui abbiamo colori pastello, macchina fissa, trame intricate e suddivise in capitoli per raccontare storie di famiglie ricche e disfunzionali, recitazione apparentemente fredda e distaccata da parte di un cast che sembra un album di figurine di star di Hollywood, e soprattutto la solita, caramellosa simmetria. La fotografia di Bruno Delbonnel, subentrato al sempre presente Robert Yeoman, non va sicuramente su terreni inesplorati, che per Anderson potrebbero essere pure delle semplici camere a mano. Il livello di maniacalità simmetrica è probabilmente secondo solo a quello di Grand Budapest Hotel (Gran Premio della Giuria a Berlino e ad oggi unico premio conquistato da Anderson in un grande festival).

    Il film prova a parlarci della banalità della violenza, del tradimento, della sopraffazione, dell’ipocrisia morale, etica e religiosa, dell’odio intrafamiliare ma è tutto appena abbozzato. 
    Finalmente troviamo qualche guizzo in più nei momenti umoristici come nella partita di basket. Il trio di protagonisti è ben assortito e funziona ma lo stesso non si può dire del cattivo del film, lo zio Nubar, interpretato da un Benedict Cumberbatch ridicolo e visibilmente a disagio. Alcuni cameo sono azzeccati (Tom Hanks, Bryan Cranston, Mathieu Amalric), altri molto meno e sembrano semplicemente il gettone di presenza degli immancabili (Scarlett Johansson, Willem Dafoe, Bill Murray). 

    Questa fase della carriera di Wes Anderson appare sempre più accartocciata su sé stessa, sulla volontà di mostrare sempre e comunque le stesse cose nello stesso modo e adesso che la cosiddetta Wes Anderson fatigue ha affetto anche i suoi ammiratori più accaniti, viene da chiedersi: ma perché qualcuno dovrebbe voler continuare a vedere questi film?

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione Lilo & Stitch – Niente di nuovo in mezzo al Pacifico

    Altro giro, altra corsa, altro remake di un Classico Disney con le idee agli sgoccioli

    Lilo & Stitch, uscito nel 2002 e diretto da Chris Sanders, è stato un piccolo caso. Nato da un’idea per un libro per bambini mai pubblicato dal regista, l’idea di un piccolo mostriciattolo tanto tenero quanto pericoloso che si ritrova suo malgrado come animale domestico di una bambina orfana con seri disturbi comportamentali è uno dei tanti concept di uno dei periodi più strani della Disney, i primi anni ’00. 
    Dopo il suo decennio più sfavillante tra botteghini, premi e consolidamento della propria posizione nella cultura pop, Disney vive un lustro di piccoli e medi flop, con un comparto artistico abbastanza adagiato sul modello degli anni precedenti ma con una grandissima voglia di raccontare storie diverse. Commedie in stile Looney Tunes nell’America precolombiana, dinosauri fotorealistici, ricerche pararcheologiche condite da sesso, sangue e morte, tragedie vichinghe mascherate da drammi familiari con protagonisti uomini primitivi trasformati in orsi, yodel nel Far West. 
    E nel 2002, l’anno in cui Miyazaki con La Città Incantata si impone agli Oscar e al botteghino sbaragliando un bel gruppo di bei film americani, Disney sforna uno stranissimo duo di film di fantascienza. Se Il Pianeta del Tesoro è una rivisitazione fedele del libro di Stevenson in chiave di esplorazione spaziale steampunk, Lilo & Stitch è essenzialmente una versione spaziale e più sofisticata dei film con protagonisti bambini con cani e scimpanzé del sabato pomeriggio. Il primo è diretto dai veterani John Musker e Ron Clements, va malissimo e acquisirà lo status di cult negli anni, il secondo diventerà la proprietà intellettuale della Disney più redditizia. Un paio di sequel accettabili, una serie tv che sembrava fare il verso ai Pokémon (con episodi crossover con tutto il palinsesto di Disney Channel), un anime piuttosto strambo, tonnellate di merchandise dal giro d’affari milionario. E ovviamente, nel 2025, l’immancabile remake con attori.

    Lo abbiamo visto con delle aspettative, basse ma comunque presenti. Ci facevano ben sperare la possibilità di giocare con un’attrice bambina perfetta per il ruolo (Maya Kealoha), la mano di Dean Fleischer Camp, regista di Marcel the Shell, che si era già dimostrato efficace nella gestione di storie di abbandono e riconquista degli affetti (e delle creaturine pucciose), la speranza che distaccandosi dalla fiaba il tutto potesse sembrare meno posticcio. Non è stato così.
    Il Senato Galattico tiene a processo lo scienziato genetico “malvagio” Jumba Jookiba, colpevole di aver effettuato esperimenti genetici illegali, in particolare di aver creato l’Esperimento 626, un essere apparentemente innocuo ma in realtà capace di distruggere interi pianeti da solo. L’esperimento riesce a fuggire e ad arrivare sulla Terra, per la precisione su un’isola delle Hawaii, da cui non potrà sfuggire per via del suo unico punto debole: l’acqua. Qui verrà preso come animale domestico da Lilo, una bambina orfana ed emarginata, cresciuta con immensa fatica dalla sorella Nani.
    È difficile costruire una qualsiasi forma di discorso cinematografico davanti a qualcosa di così poco stimolante sotto ogni punto di vista. Si tende a ribadire ciò che è stato detto più e più volte negli ultimi anni su qualsiasi remake di Classico Disney senza eccezione alcuna. La storia ricalca passo dopo passo l’originale, si rimescolano un minimo le carte dei ruoli ma senza farci troppo caso. Si cerca di dare un guizzo ottimista sulla possibilità di inseguire i propri sogni senza sacrificarsi per gli altri, ma non ne si percepisce la difficoltà vera, così come i sottotesti queer presenti vent’anni sono completamente eliminato. La musica, che sia Elvis o una melodia tropicale, sembra sempre buttata lì.

     L’inquadratura non indaga i volti che restano comunque piuttosto piatti (se non proprio computerizzati) né ci mostra le bellezze paesaggistiche (sempre che non siano plasticose pure quelle), i dialoghi che nell’originale suonavano ammantati da una tenera malinconia qui sembrano ridicoli, e il montaggio diciamo che si sente libero dalle basilari regole grammaticali cinematografiche.
    Il pubblico sta andando in sala, la reiterazione dello schema non è un problema per molti, quando avranno finito il materiale troveranno una nuova mucca da mungere, ormai però il quadro è desolante. 
    Attendiamo giugno, per vedere cosa uscirà in casa DreamWorks con il fratellastro di Stitch, il drago Sdentato protagonista di Dragon Trainer, diretto dal loro padre in comune Dean DeBlois.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione U.S. Palmese – Una vita da mediano (nei dilettanti calabresi)

    Un film sportivo che diverte senza sfruttare del tutto le proprie buone idee
    Presentato in autunno alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public e in sala dal 20 marzo, il nuovo film di Marco e Antonio Manetti, realizzato dopo la trilogia di Diabolik è una commedia che porta nuovamente al cinema la ragion di stato italiana: il calcio
    Presente fin dai primi momenti della commedia all’italiana come emblema di una certa decadenza italiana a partire da I soliti Ignoti (la banda che usa Milan – Roma come alibi per coprire i misfatti) e I Mostri (Vittorio Gassman che compra il biglietto per la partita invece che dar da mangiare ai propri figli), il calcio è stato sviscerato in ogni possibile sua forma.
    Dalle figure quasi deplorevoli presenti nelle commedie di Luigi Filippo d’Amico (Il Presidente del Borgorosso Football Club o L’Arbitro) a quelle patetiche e macchiettistiche dei film di Pier Francesco Pingitore (Il tifoso, l'arbitro e il calciatore) e Nando Cicero (Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento), dall’Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi in L’Allenatore nel Pallone Sergio Martino ai tifosi interpretati da Diego Abadantuono in Eccezzziunale... veramente di Carlo Vanzina (e rispettivi seguiti). Dai Tifosi di Neri Parenti agli Ultrà di Ricky Tognazzi fino ai quasi omonimi Ultras di Francesco Lettieri, da Ultimo Minuto di Pupi Avati a L’Uomo in Più di Paolo Sorrentino, dal Roberto Baggio ne Il Divin Codino al Totti della serie tv Speravo de mori’ prima, dai risvolti criminali de La Partita ad un rapporto allenatore-giocatore ribelle (Accorsi e Carpenzano) in Il Campione. Ed è proprio di un campione testa calda che si parla in U.S. Palmese.

    Etienne Morville (Blaise Alfonso) è un calciatore di fama internazionale. Cresciuto in una banlieu parigina, il suo talento è stato ostacolato sempre da un carattere aggressivo e da comportamenti irresponsabili fuori dal campo. Dopo averne combinata una di troppo ed essere stato messo fuori squadra, Etienne è convinto dal suo agente ad accettare un’offerta assurda per ripulirsi l’immagine: passare dalla serie A ad una squadra di dilettanti calabrese, la U.S. Palmese. Gli abitanti della cittadina, infatti, guidati dal pensionato don Vincenzo (Rocco Papaleo), hanno raccolto i 5 milioni di euro necessari ad ingaggiarlo.
    È inutile spendere troppe parole sulla struttura narrativa del film, dato che si gioca a carte scoperta su due cliché del film sportivo: da una parte il campione arrogante che scopre (o in questo caso riscopre) il valore dei rapporti umani e la passione verso il proprio sport che sembrava aver perso, dall’altra gli underdog che finiscono per vincere (o arrivare molto vicino a vincere, lo lasciamo scoprire a voi) il campionato da sfavoriti.
    Sicuramente desta molta simpatia il sottobosco della cittadina parmisana, luogo di origine della mamma dei Manetti, interpretato da un gruppo di attori tutt’altro che calabresi (Gianfelice Imparato, Massimiliano Bruno, Massimo De Lorenzo), e anche la squadra (il portiere-pescatore inquadrato come un modello di Dolce & Gabbana, unico forte in una squadra di scarponi). Come in qualsiasi film in cui è presente, difficile non considerare il cosentino Max Mazzotta, qui l’allenatore della Palmese, il migliore sullo schermo. Percepiamo la clama e la ripetitività di un paese che resta sempre uguale a sé stesso nel bene e nel male, che trova nella sua squadra di dilettanti la sua ragion di vita come nell’Indiana di Hoosiers la cittadina la trovava nella squadra di basket del liceo.
    Di contro sono sempre bravi i Manetti ad inquadrare una certa categoria di cafoni arricchiti nel loro luogo di elezione: la Roma dei finti anni ’70 nei videoclip di Piotta e dei Flaminio Maphia vent’anni fa, la Napoli dei neomelodici in Song ‘e Napule e Ammore e Malavita negli anni ’10, la Milano dei calciatori e dei tiktoker sulla Terrazza Aperol oggi. Ed è sicuramente azzeccato presentarci Morville facendolo parcheggiare una Aventador verde-nera (gli stessi colori della Palmese) sul parcheggio disabili davanti al ristorante di Rosy Chin mentre ascolta Rockstar di Sfera Ebbasta.

    Veniamo però alla domanda fondamentale: come è stato inquadrato il pallone? Si guarda dichiaratamente a Holly e Benji (e a Shaolin Soccer anche se i registi non apprezzano) tra dilatazioni assurde, mosse firma (la mitica Houdini di Morville) e scie di energia nei tiri. La cosa che ci salta di più all’occhio sono quelle piccole digressioni sulla vita degli avversari durante la partita che ci spiazzano completamente, e avremmo voluto vedere più spesso, il film dura pure un bel po' e sembra comunque che molte idee siano state troncate. Si cerca di parlare sia a chi il calcio lo conosce (inserendoci mezzo cast di Sky Calcio dentro) sia a chi lo rifiuta (trovatelo voi un telecronista dei dilettanti calabresi che parli così).
    U.S. Palmese non riscriverà la storia del film sportivo, né resterà una pietra miliare della carriera dei nostri, ma sicuramente c’è del cuore e poteva andare molto peggio. Poteva venire fuori Chi Segna Vince.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Recensione Io sono ancora qui – Classico ma funzionale

    Io Sono Ancora Qui è un dramma politico e personale quadratissimo e sicuramente poco innovativo ma efficace, perfetto per la stagione dei premi.
    Premio per la Miglior Sceneggiatura all’81esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il nuovo film di Walter Salles (I Diari della Motocicletta, Dark Water, On The Road) racconta la storia della famiglia Paiva, messa a dura prova dalla repressione sanguinaria della dittatura militare, ed è basato sul romanzo omonimo pubblicato nel 2015 e scritto dal membro più giovane della famiglia, Marcelo Rubens Paiva (rimasto per altro tetraplegico in seguito ad un incidente nel 1979).
    Rubens Paiva (Selton Mello) è un ex deputato del Partito Laburista Brasiliano ostracizzato dalla vita politica in seguito al Golpe militare del 1964. Vive la sua vita in apparente tranquillità con la moglie, i figli e i numerosi amici e compagni di lotta politica fino alla sua sparizione nel 1971 ad opera del governo stesso. In seguito, anche la moglie Eunice Facciolla (Fernanda Torres), anch’essa arrestata e torturata ma successivamente liberata, avvierà numerose campagne per scoprire la verità sul marito e gli altri desaparecidos.

    È curioso notare come per il terzo anno consecutivo a vincere il premio per la sceneggiatura a Venezia sia stato un film tangente alle dittature sudamericane. Tuttavia, il film di Salles sceglie un taglio notevolmente diverso dai suoi predecessori. Se Argentina, 1985 (Santiago Mitre, 2022 e scritto con Mariano Llinás) ci presentava il gruppo di giovani avvocati preparare il processo ai gerarchi di Vileda quasi come una banda intenta a preparare il colpo grosso (sembravano un po’ degli Ocean’s Eleven raccontati da Adam McKay) e El Conde (Pablo Larraín, 2023) ci presentava una versione satirico-vampiresca del Generale Pinochet (non particolarmente riuscita per quanto ci riguarda), Salles lascia pochissimo spazio all’ironia e ignora completamente le riletture di genere, optando anche per un montaggio meno inutilmente giocherellone.
    La sua mano calda e sapiente, infatti, ci mostra la quotidianità di una famiglia assolutamente benestante nella Rio degli anni ’70. Una casa gigantesca, dalle porte sempre aperte e perennemente piena di ospiti, in cui i grandi parlano di politica in salotto e i figli corrono dentro e fuori con i loro amici, che siano bambini o adolescenti. La figlia maggiore, Veronica (Valentina Herszage) è attiva nella contestazione studentesca, ascolta sempre rock e ha il mito dell’Inghilterra, dove si trasferirà. Si sente quasi respirare il clima degli Anni di Piombo italiani. Sembra lei la predestinata a tenere le redini della famiglia, ad indicare una direzione dopo la sparizione del padre, punto di riferimento per milioni di persone, ma esce di scena velocemente, preda di rassegnazione, disillusione e necessità di costruire la propria nuova vita. Eunice invece dai cocci della devastazione della sua vedovanza bianca sceglie di contrastare potere, violenza e sopraffazione. Le porte della casa sono costrette a chiudersi, le finestre a non fare entrare più luce ma dagli occhi di Eunice e dei suoi figli deve continuare a trasparire dignità

    Rubens era una figura benevola, ingombrante, titanica. Eunice deve sopportare da sola ciò che il marito sopportava con famiglia e compagni, deve sorridere come prima non riusciva (mentre al marito riusciva benissimo). La sicurezza della famiglia era da tempo minacciata e precaria, il rumore degli elicotteri militari sopra le loro teste mentre facevano il bagno in spiaggia era quotidianità, ma i Paiva non potevano certo rinunciare alla vita. E non lo faranno nemmeno dopo. Eunice e i suoi figli rivivranno quegli scampoli di serenità attraverso le numerose immagini realizzate da Veronica nei suoi ultimi anni in Brasile e poi negli scritti di Marcelo. Vedremo infatti un salto temporale in cui il cast cambia, e a Fernanda Torres si sostituisce la sua reale madre, Fernanda Montenegro, in una Eunice anziana e ormai debilitata e arresa. Non cambierà solo Rubens, per sempre giovane.
    Per quanto solido e commovente il film non presenta sicuramente nulla di particolarmente innovativo né vuole cercarlo. Fernanda Torres è aiutata da un montaggio al suo servizio e forse abbondano i “falsi finali”. Ainda Estou Aqui mira ad arrivare ad un pubblico più vasto possibile ed è una scelta più che condivisibile. Tra una tematica sociale di rilevanza (anche in chiave anti-Bolsonariana) e la necessità di ritagliarsi un posto al sole nella stagione dei premi è stata sicuramente giusta la scelta del Brasile di puntare su questo film. Due candidature ai Golden Globe per il Miglior Film Internazionale e per la Miglior Attrice a Fernanda Torres (che forse si sarebbe meritata la Coppa Volpi) replicate anche agli Oscar con tanto di candidatura a Miglior Film certificano il successo di critica del film.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Un anno di cinema: le nostre scelte imperdibili del 2024

    Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?

    Baby invasion (Harmony Korine)

    Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
    Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
    A cura di Alberto Faggiotto.

    Estranei (Andrew Haigh)

    Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
    A cura di Valentino Feltrin.

    Challengers (Luca Guadagnino)

    Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024,  questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
    A cura di Gaia Fanelli.

    Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)

    Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione. 
    A cura di Maria Cagnazzo.

    Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)

    Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
    A cura di Jacopo Barbero.

    The Bikeriders (Jeff Nichols)

    Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
    A cura di Enrico Borghesio.

    Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)

    Se in Slacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, in Hit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
    A cura di Simone Pagano.

    L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)

    Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
    A cura di Silvia Strambi.

    The Substance (Coralie Fargeat)

    Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
    The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
    A cura di Renata Capanna.

    Anora (Sean Baker)

    Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
    Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
    A cura di Nicolò Cretaro.

    Conclave (di Edward Berger)

    Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
    A cura di Edoardo Borghesio.

    Dostoevskij (fratelli D’Innocenzo)

    Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
    L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
    A cura di Mattia Bianconi.

  • Recensione Mufasa: Il Re Leone – Una vuota baracconata per fare soldi

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    Il Re Leone del 1994 è un film stupendo, probabilmente il film Disney più ambizioso e magnificente di sempre insieme a Fantasia. Incasso stratosferico, apprezzamenti eterni, una mucca da mungere più del solito in un periodo in cui dalle parti di Burbank non ne va male una. E quindi prima viene la serie animata Timon & Pumba (1996-98), in cui i Rosencratz e Guilderstern della savana in più di 150 cortometraggi (raggruppati in varie forme tra episodi regolari, speciali e perfino videoclip musicali) danno vita ad un campionario sterminato di gag più o meno riuscite; e quindi il musical di Broadway The Lion King (1997) a cui partecipano anche Elton John e Tim Rice (autori delle musiche del film) con brani inediti. Poi in casa Disney arriva la febbre dei sequel da cassetta, a basso costo e utili a scaricare l’IVA. Al nostro amato film comunque va meglio che a tanti suoi compagni di sventura: Il Re Leone II – Il Regno di Simba nel 1998 vede Kiara (figlia di Simba) e Kovu (figlio “adottivo” di Scar) ritrovarsi nella più classica delle storie alla Romeo e Giulietta (e ricordiamo che il primo film altro non è che un Amleto in pelliccia). Il Re Leone 3 – Hakuna Matata del 2004 invece è una sorta di remake/prequel del primo film dal punto di vista di Timon e Pumbaa. Se il secondo film cerca di creare un respiro drammatico abbastanza accettabile per un film costato così poco, il terzo è genuinamente divertente, e per essere film da videoteca l’animazione è più che discreta. Negli anni 2010 poi abbiamo una serie animata per un pubblico molto giovane, The Lion Guard (2014-19) e soprattutto nel 2019 uno dei tanti remake in live action (anche se qua si apre un dibattito infinito) diretto da Jon Favreau (con annesso album e musical firmati Beyoncé). E qua iniziano i dolori. 

    Favreau, che in Disney aveva già diretto sia il primo Iron Man nel 2008 (dove interpreta anche il ruolo di Happy Hogan), sia Il Libro della Giungla del 2016 (appena accettabile), è la mera firma di un’inutile e costosissima baracconata senza anima in cui il film animato viene ripreso quasi ad ogni shot privandolo però di colori, epicità, respiro drammatico ed espressività nei disegni. Gli animali animati in maniera fotorealistica (che qualcuno definirà fotorealismo magico) sono orripilanti e alzano l’asticella dell’uncanny valley (e provocano tante battute sull’assenza di genitali), mentre il resto è uguale al film di 25 anni prima, ma più brutto. Però i soldi abbondano (nel 2019 ben sei film Disney superano il miliardo di dollari, ultime bottiglie di champagne stappate prima di fare scorte di lievito e chiudersi in casa), e quindi perché non mettere in cantiere un sequel? O un prequel dai. 

    Un film sul rapporto tra Mufasa e Scar, una storia originale che però prende elementi da alcuni racconti semi ufficiali (al confine tra la fanfiction e la gadgettistica), dai due sequel animati degli anni ’90, e con la presenza di numerosi leoni leucistici (ovvero bianchi ma non albini, tipo le pantere nere ma al contrario) per richiamare Kimba, il Leone Bianco, l’opera di Osamu Tezuka che molti associano al Re Leone. Il tutto con la solita animazione fotorealistica, diretto dal premio Oscar Barry Jenkins. Un capolavoro annunciato insomma.

    Sono passati alcuni anni da Il Re Leone e il mandrillo-sciamano Rafiki racconta a Kiara, figlia di Simba e Nala nonché erede delle Terre del Branco, la storia di suo nonno Mufasa e del fratello di quest’ultimo, che prima di essere chiamato Scar si chiamava Taka.

    Mufasa è sicuramente il personaggio più interessante e solenne della saga, la sua morte è uno dei momenti più drammatici e iconici della storia dell’animazione, e Scar è uno dei migliori cattivi Disney (negli anni ‘90 ancora li scrivevano bene, i cattivi). Il film sceglie di parlare del loro passato, del loro rapporto fraterno sbilanciato. Mufasa è più grande, più forte, più coraggioso, più saggio e più buono, Scar (o meglio, Taka) è solo più furbo, forse. Mufasa è un leader amato, un re dalla testa alla punta delle zampe. Taka è la rappresentazione del potere che logora chi non ce l’ha. Poteva uscire un film quantomeno interessante se fosse nato in un contesto produttivo diverso.

    Guardare i nuovi remake dal vivo (vabbè, si fa per dire ma avete capito) dei Classici Disney animati è un’esperienza sempre più ripetitiva, noiosa e superflua. Si fa fatica quindi pure a scriverne perché sembra quasi ridicolo ripetere i soliti discorsi sul poco senso artistico dell’operazione, però si sa, pecunia non olet e quindi questi filmetti vengono prodotti. Costano tanto, molto spesso guadagnano ancora di più, nella maggior parte dei casi nessuno dice di apprezzarli, un po’ come nessuno ammetteva di votare Berlusconi negli anni 2000. 

    Mufasa almeno, al contrario del suo predecessore, ha una storia “nuova” anche se prevedibilissima (come molti prequel d’altronde), ma non ci mostra nulla di interessante o rilevante. La tecnologia ha permesso di creare un mondo animale fotorealistico dal nulla ma tutto questo continua ad essere inutile ed insignificante, appiattisce qualsiasi emozione o dinamica narrativa e annulla il concetto di recitazione (sia per gli animatori che per chi presta la voce). E se pure un genio come Lin-Manuel Miranda scrive le musiche con la mano sinistra allora questo film non ha davvero niente di interessante da offrire.

  • Recensione Un’avventura spaziale: Un film dei Looney Tunes – Un gradito ritorno

    Il ritorno sul grande schermo dei Looney Tunes è una simpatica avventura fantascientifica ipercitazionista, riuscirà a far tornare di moda questi personaggi?
    Sembra quasi strano vedere i Looney Tunes al cinema. Pur essendo il loro luogo di origine, la sgangherata schiera di personaggi Warner, amati per la loro follia e la volontà di rompere qualsiasi barriera spesso ignorando quanto nella società veniva considerato appropriato, ha sempre trovato una sua comfort zone tra le mura domestiche e sui piccoli schermi, grazie ai frequenti passaggi televisivi e alle compilation in home video. Nell’epoca delle piattaforme streaming, tuttavia, i nostri eroi non sembrano vivere un periodo florido, nonostante i numerosi sforzi. È sicuramente curiosa quindi la scelta nel 2024 di proporre un lungometraggio al cinema, totalmente animato in maniera tradizionale e composto al 100% da materiale inedito. Sì, perché nei loro quasi 100 anni di carriera i Looney erano sempre apparsi o in film compilation di vecchi corti uniti da nuove animazioni (una decina di film negli anni ’80), o in film ibridi tra animazione e live action (dal fortunatissimo Space Jam del 1996 al suo sfortunatissimo sequel del 2021, passando per il geniale Looney Tunes: Back in Action del 2003), oppure in film sì inediti ma distribuiti solamente in televisione e magari colleagti alle numerose serie tv andate in onda tra gli anni 90 e primi 2000 come la geniale Tiny Toons prodotta da Spielberg o l’interessante I misteri di Silvestro e Titti.

    Un’Avventura Spaziale quindi ci appare quasi come una margherita nel deserto, un prodotto particolare e difficilmente identificabile, il primo vero film dei Looney Tunes al cinema, distribuito in sordina e in un periodo non particolarmente florido, che sceglie di non utilizzare tutti i personaggi ma di concentrarsi su Daffy Duck e Porky Pig, trascurando tutti gli altri a partire dalla star Bugs Bunny. Lo fa abbracciando una tematica abbastanza cara ai personaggi creati dalla Termite Terrace: la presenza dello spazio e degli alieni. Marvin il Marziano debutta in Haredevil Hare del 1948, con un look da antico romano, accento britannico ma esponente del pianeta rosso, diventando un nuovo avversario di Bugs Bunny, più pacato rispetto al vulcanico Yosemite Sam e più razionale del babbeo Elmer. Daffy Duck e Porky Pig in una loro versione futuristica lo affronteranno nel magnifico Duck Dodgers nel 24½ secolo del 1953 e poi nella serie tv Duck Dodgers (2003-05). Ma soprattutto sarà l’arbitro della partita di basket più famosa della storia del cinema in Space Jam, in cui vediamo i Looney affrontare una squadra di alieni (e Marvin è l’una e l’altra cosa). Beh, qui invece Marvin non c’è.
    Daffy Duck e Porky Pig sono stati adottati da piccoli e cresciuti come fratelli. Per salvare la loro casa trovano lavoro in una fabbrica di chewing gum grazie alla scienziata del gusto Petunia Pig. Peccato che i chewing gum siano stati infettati con un liquido alieno capace di controllare le menti di tutti i terrestri.

    La scelta della fantascienza horror (si fa per dire) dal sapore anni 50 non è una novità in casa Warner, dai sopracitati esempi nella storia dei Looney Tunes fino a Il Gigante di ferro del 1999, uno dei più alti esempi di animazione americana. E si sprecano le citazioni da L’Invasione degli Ultracorpi a Shaun of the Dead, passando per Alien e La Cosa, toccando perfino Scooby-Doo. Non è certo l’originalità che ci aspettiamo da un film del genere e infatti non la troviamo. È davvero interessante però notare la scelta narrativa di raccontare una vera storia, ignorando del tutto i cameo e concentrandosi solo sul nostro trio di eroi. Porky Pig, la più longeva star della scuderia Looney, appare leggermente meno macchiettistico pur conservando il suo carattere timido e impacciato e la tenera balbuzie, Daffy Duck sembra più sobrio e sicuramente più contenuto, lontano dallo sguaiato mattatore a cui siamo abituati e calibrato per non metter in ombra il suo socio, vero protagonista del film. Petunia Pig (personaggio misconosciuto fino ad oggi) acquisisce una caratterizzazione particolare, una frustrata nerd delle papille gustative che riesce a entrare nella situazione a gamba tesa facendo sfoggio delle sue competenze. I nuovi personaggi presenti sono semplicemente funzionali alla narrazione e non spendibili in nuovi titoli, ma il nostro trio è sufficiente a portare avanti un film gradevolissimo dal respiro corto e dal sapore dei tv movie del sabato pomeriggio a budget più alto della media. Resta da chiedersi però quanto possa funzionare un prodotto del genere in un periodo in cui gli incassi languono, la distribuzione italiana è perfino affidata da Warner ad altre società (Lucky Red in questo caso) con cambio di voci italiane, e l’amore per questi personaggi rischia di svanire. Ai botteghini la risposta.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.