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  • Bo Burnham: Inside – Il superamento della solitudine

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    A quasi due anni dalla sua uscita, Bo Burnham: Inside risulta essere la miglior opera possibile per raccontare il periodo pandemico, ma forse nasconde molto di più.

    Definire un’opera come Inside di Bo Burnham cercando di incasellarla in un preciso genere audiovisivo non è semplice, e forse nemmeno utile. Inside è stato concepito, distribuito e venduto al pubblico come un comedy special pre-registrato, genere comunissimo negli Stati Uniti che noi in Italia abbiamo imparato ad apprezzare grazie soprattutto alle piattaforme (nonostante sulle reti nazionali abbiamo visto spesso dei one man show dei nostri cabarettisti, forma di spettacolo simile ma più affine ai gusti dello spettatore nostrano), in cui una particolare serata, spesso all’interno del tour di uno stand-comedian, viene registrata e pubblicata successivamente. La regia è praticamente di servizio, la location è una sola ma a volte molti artisti aggiungono al montaggio dei piccoli cortometraggi (nel caso di Kevin Hart), un piccolo dietro le quinte (Jerry before Seinfeld) o delle scene in altre location. Lo stesso Bo Burnham infatti aveva concluso il suo precedente special di Netflix Make Happy proprio nella stessa stanza in cui ha successivamente girato Inside nella sua interezza. 

    La stanza in cui è rimasto per 14 mesi, dal marzo del 2020 al maggio 2021, e in cui ha scritto, diretto e montato quest’opera che nemmeno lui riesce a definire (“Welcome to…whatever this is” sono le parole con cui inizia) curandone anche musica ed effetti visivi. Dando vita all’operazione creativa degli ultimi anni che ha più colpito chi scrive. Novanta minuti in cui emerge la voglia di creare dopo e durante un periodo di inerzia totale, di alienazione da se stessi e dal mondo, forse cercato, forse imposto. Niente palco, niente troupe, niente pubblico, solo un uomo, a cavallo dei suoi trent’anni, che cerca di sopravvivere a se stesso

    Bo Burnham è un artista nato sul web. Nel 2006, a soli 16 anni raggiunge la fama su un giovanissimo YouTube grazie alle sue canzoni comiche registrate nella sua cameretta. Certo, così inizia la storia di quasi ogni performer del 21esimo secolo. Per dieci anni Bo si esibisce in tour come stand-up comedian, pubblica album musicali, libri di poesia, fa qualche comparsata in film e programmi televisivi, arriva su Netflix con lo special Make Happy. Ma allo stesso tempo comincia a soffrire di attacchi di panico, sempre più frequentemente sul palco (“non il luogo migliore”), al punto da decidere nel 2016 di ritirarsi definitivamente dalle esibizioni live, dedicandosi alla scrittura, al lavoro su se stesso, alla sua vita privata. Dirige un film (Eighth Grade), ottiene qualche ruolo cinematografico (Promising Young Woman), vive con la compagna Lorene Scafaria, non rilascia interviste e cerca di trovare un nuovo equilibrio. A gennaio 2020 decide che è giunto il momento di tornare sul palco, ma un piccolo microorganismo rovinerà i suoi piani. Bo decide di chiudersi nella sua guest house e di iniziare a scrivere per tutto il tempo necessario.

    Passano 14 mesi, arriva anche il suo trentesimo compleanno (tempo limite autoimposto e ovviamente disatteso, per terminare il progetto) tra le continue revisioni di un lavoro in cui non c’è assoluta barriera tra produzione vera e propria, pre e post. Un vortice creativo in cui tutto è confuso e assimilabile, ma allo stesso tempo lineare e sincero. Flusso di coscienza fatto videomaking ed esplosione di creatività. Novanta minuti in cui vengono esplorate tutte le tendenze del momento, in cui la forma video viene totalmente ribaltata e in cui si inneggia a Jeff Bezos in ogni sua forma. Lo sketch vero e proprio si alterna al suo stesso making of, il brano musicale con una moltitudine di effetti si alterna al nostro seduto davanti alla telecamera in un momento di disperazione. I suoi capelli crescono, la barba e le occhiaie anche. Il suo aspetto sembra sempre più deteriorato e di certo i suoi nervi crollano ripetutamente. Sia nello special che negli Inside Outakes, un’ora di contenuti speciali e scene tagliate caricata su YouTube a giugno 2022, un anno dopo l’uscita dello special, vediamo alcuni momenti quasi di video-diario in cui Burnham si dice intenzionato ad interrompere il suo lavoro, al non vedere una conclusione, a parlare ad uno spettatore che secondo lui non ci sarà mai, perfino ad alludere al suicidio. 

    E forse è la stessa performance di Burnham a spingere Inside oltre la sua concezione originaria di comedy special versione quarantena e che lo rende degno di essere visto anche in una condizione in cui l’isolamento (dello spettatore) non è coatto.

    Inside è un grido di dolore esternato attraverso le sue canzoni. Dalla critica sociale (This is How the World Works o Welcome to the Internet) a quella del proprio ego (Problematic), dal tempo che passa inesorabilmente e inutilmente (Turning 30) alla svalutazione (o sopravvalutazione) del proprio lavoro e del proprio pensiero (Comedy), dalla volontà di brillare morta sul nascere (Content) ad una rassicurante e speriamo momentanea disperazione (Look Who’s Inside Again) fino ad arrivare all’estasi finale (All Eyes on Me), un viaggio in cui i testi tragicomici ondeggiano su note trascinanti (e disgraziatamente adatte ai balletti TikTok sulle note di Bezos o White Woman’s Instagram) per fare sprofondare lo spettatore in uno stato d’animo di angosciosa solitudine che in tanti negli ultimi due anni sono stati costretti a provare, ma che in realtà fa parte della natura intrinseca dell’essere umano. Inside è un’opera che vuole solo mostrare come tutte queste sensazione possono non essere solo fonti di vergogna, odio verso se stessi e autodistruzione, ma da condizione invalidante possono trasformarsi in forza ed energia creativa, in ironia e accettazione di sé stessi, in arte. Un’operazione artistica completa e autoprodotta, che merita di essere diffusa il più possibile.

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  • RECENSIONE RUMORE BIANCO – L’INTELLETTUALISMO A TINTE NETFLIX

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    Il nuovo film di Noah Baumbach rilegge in chiave Netflix un caposaldo della letteratura postmoderna USA

    Noah Baumbach firma il suo dodicesimo lungometraggio, il terzo in collaborazione con Netflix dopo The Meyerowitz Stories: New and Selected del 2017 e Storia di Un Matrimonio (Marriage Story, 2019, candidato a 6 premi Oscar, con la sola Laura Dern premiata come Miglior Attrice Non Protagonista). E proprio come in quest’ultimo film, Baumbach sceglie nuovamente come protagonista Adam Driver, affiancato stavolta da Greta Gerwig (compagna di Baumbach nella vita reale, i due hanno collaborato al nuovo Barbie in uscita nel 2023). Dal titolo White Noise (in Italia Rumore Bianco), tratto dal romanzo omonimo del 1985 (vincitore di un National Book Award) di Don DeLillo, icona della letteratura postmoderna statunitense, il film è stato selezionato in Concorso per la 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, presentato come film di apertura il 31 agosto e distribuito limitatamente tra fine novembre e inizio dicembre nelle sale cinematografiche per poi arrivare sulla piattaforma il 30 Dicembre 2022. Il film è un crogiolo di vari generi narrativi, toccando il thriller e l’horror catastrofico, ma mantenendo sempre un sostrato di commedia nera.

    Siamo nel 1984 e Jack Gladney (Adam Driver) è un professore ebreo di un corso da lui fondato presso il College-on-the-Hill: Studi Hitleriani. La sua famiglia è composta dalla moglie Babette (Greta Gerwig) – entrambi sono al quarto matrimonio – e quattro figli. La vita di Jack scorre tra l’attività accademica, le lezioni private di tedesco, i confronti con i colleghi e una serena vita in famiglia nell’area compresa tra la casa, il college e il supermercato. L’unico neo presente è la costante paura della morte che attanaglia sia Jack che Babette. Un’esplosione di un gas velenoso in seguito ad un incidente automobilistico sconvolgerà la loro vita.

    Chiunque abbia mai visto un film di Baumbach (o abbia letto qualcosa di DeLillo) sa già cosa aspettarsi: un turbine inarrestabile di parole, dibattiti filosofico-scientifici, metafore, una macabra ironia, una catastrofe in arrivo di natura sconosciuta, famiglie alto borghesi (e come Baumbach, colte e di estrazione ebraica) che amano parlare di versi degli animali, di composizioni chimiche e, da bravi americani, di pillole e cereali. 

    Effettivamente essere travolti dalla sceneggiatura del film non è difficile per lo spettatore, e la parola “pretenzioso” balzerà facilmente alla mente di chi mal digerisce un certo tipo di narrazione e costruzione dei protagonisti, i quali tradiscono facilmente la loro origine di personaggi di un romanzo americano scritto negli ultimi trent’anni. D’altronde nessuno, se non un americano intellettuale, potrebbe concepire il supermercato come locus amenus, il consumo e l’acquisto come pace dei sensi ed esplosione di sincera gioia sulle note degli LCD Soundsystem, la vista dei prodotti ordinatamente disposti come modo per esorcizzare addirittura il lutto. Quale europeo proverebbe gioia nel vedere un bancone del pane o una macelleria paragonandoli ad un bazar persiano? Per un europeo il supermercato è il non luogo per eccellenza, l’alienazione totale della mente in funzione delle necessità corporali; probabilmente l’ultima scena significativa girata tra le corsie in Italia si è conclusa con “Fuori dal letto, nessuna pietà” pronunciata da una simpatica vecchietta.

    Sicuramente saranno in molti a criticare la netta prevalenza della parola sull’immagine, del dialogo sul movimento di macchina, evitando anche di lodare quei momenti in cui l’occhio dello spettatore viene completamente appagato, come vediamo in due luoghi cardine del film. Il college, dalle tinte pastello e quasi un luna park della cultura (“il giorno dei van” attende con ansia Babette ad ogni inizio di anno accademico) un po’ come la Rushmore di Wes Anderson, e il sopracitato supermercato, in cui i marchi colorati di caramelle, detersivi e cereali spezzano le immense scaffalature di scatole bianche e anonime. Esempio significativo è la doppia lezione parallela su Hitler ed Elvis, duetto eccelso tra Adam Driver e Don Cheadle, forse uno dei migliori attori spalla in circolazione, con presenze mortifere (le toghe dei docenti) anche in un ambiente ameno come le aule gremite da giovani (chiunque avrebbe voluto una scuola così). 

    Una fotografia risulta essere  luminosa e a tratti fumettistica, con grande esposizione dei “colori Netflix” nei costumi e negli arredi alternati a toni oscuri, dal grigio della nube al blu notte delle scene in cui ci immergiamo nella depressione dei protagonisti o nella presenza del “villain”. Lodevole la rappresentazione fisica dei protagonisti, Adam Driver imbolsito e pasciuto, Greta Gerwig con una capigliatura anni ’80 di Meg Ryan ai tempi d’oro, i due figli più grandi definiti da un curioso oggetto ciascuno (binocolo e passamontagna). 

    White Noise è una perfetta rappresentazione postmoderna di una categoria sociale, di un’insicurezza di fondo apparentemente ingiustificata, di una famiglia composita che pretende di tenersi in piedi grazie alle parole, ma che non sempre può far fronte alle avversità. Tuttavia è un film fondamentalmente ottimista, che rifiuta di condannare chiunque, e forse per questo il film meno amaro di Baumbach, adatto a chiunque sia in grado di digerire la sua verbosità.

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  • RECENSIONE STRANGE WORLD – UN MONDO MISTERIOSO: UN ALTRO SOGNO IMBRIGLIATO

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    Il sessantunesimo Classico Disney, Strange World, diretto da Don Hall coadiuvato da Qui Nguyen anche alla sceneggiatura, è uscito nei cinema quasi di soppiatto. Sono lontanissimi i tempi delle campagne pubblicitarie martellanti, dei gadget ovunque prima dell’uscita in sala del film stesso (anche se con Lightyear era stato fatto un tentativo vecchio stile). E, infatti, per ora il botteghino non sembra cantare vittoria, chissà se come Encanto diventerà virale dopo l’uscita su Disney Plus o se come per Raya e l’Ultimo Drago o gli ultimi film Pixar verrà velocemente dimenticato. In ogni caso, Strange World – Un Mondo Misterioso, curioso racconto di avventura e di esplorazioni di mondi fantastici, ispirato al viaggio al centro della terra e ai fumetti di avventura anni ‘30 (con cui si apre il film, al contrario del solito libro di fiabe) è nelle sale.

    Jaeger Clade (Dennis Quaid, Francesco Pannofino in italiano) è il più grande esploratore del mondo di Avalonia, spesso accompagnato nelle sue imprese da suo figlio Searcher (Jake Gyllenhaal, Marco Bocci), più interessato alla natura delle piante che all’esplorazione. Durante una spedizione sulle montagne, il cui fine sarebbe quello di scoprire segreti utili al progresso del loro popolo, le loro strade si dividono: il figlio sceglie di interrompere il viaggio riportando indietro una bizzarra pianta luminosa, mentre il padre decide di proseguire, senza mai fare ritorno. Passano 25 anni e la pianta scoperta da Searcher, denominata Pando, è diventata la fonte di energia principale di Avalonia. Searcher è divenuto un eroe nazionale al pari del padre, e si dedica alla coltivazione del Pando insieme a sua moglie e suo figlio Ethan. Tuttavia, saranno costretti a partire per una pericolosa spedizione nel sottosuolo, dritti alla radice del Pando per scoprire le ragioni di una possibile malattia della pianta e proteggerla. Per farlo dovranno arrivare in un territorio inesplorato e misterioso.

    Non è esatto dire che l’avventura e la fantascienza siano territori inesplorati in casa Disney, nei primi anni del 2000 infatti con Atlantis e Il Pianeta del Tesoro abbiamo avuto due racconti dal sapore steampunk e dal tono più adulto, ispirati ai romanzi di avventura ottocenteschi di Verne e Stevenson. Purtroppo qui siamo lontani da quelle atmosfere nonostante le similitudini non manchino (l’esplorazione dell’abisso, i velivoli, il mito del grande esploratore, l’assenza di una figura paterna). Tuttavia, il film si adagia su atmosfere che somigliano più a Ralph Spaccatutto e Big Hero 6 (non a caso abbiamo sempre Don Hall alla regia), e non è esattamente una scelta coraggiosa.

    Torna prepotentemente il conflitto generazionale, tema dominante nella Disney degli ultimi 10 anni, stavolta triplice: abbiamo il padre-nonno Jaeger, esploratore indomito, il figlio-padre Searcher tranquillo agricoltore e il figlio-nipote Ethan, adolescente nerd in cerca della sua strada. I loro dialoghi sono abbastanza scontati e non sufficientemente interessanti, senza contare che, in casa Pixar, Enrico Casarosa con il suo cortometraggio La Luna nel 2011 aveva gestito decisamente meglio la tematica, inoltre, Strange World gli ha rubato anche qualche soluzione visiva.

    E proprio sul comparto artistico il film si dimostra eccessivamente derivativo: passi il font del titolo alla Indiana Jones, ma i mondi inesplorati ricordano davvero troppo i giochi Hero’s Duty e Sugar Rush di Ralph Spaccatutto, il character design è ancora appiattito al canone settato da Rapunzel e ormai dominante anche in Pixar. Searcher è uguale al padre di Riley in Inside Out, Ethan e i suoi amici sembrano la fusione tra i Big Hero 6 e la famiglia Madrigal, le spalle comiche (il cane Legend e la stramba creatura Splat) ricordano troppo personaggi già visti in passato.

    La chiave di volta del film, con la rivelazione sulla natura reale del mondo, è effettivamente meravigliosa e anche la lezione ecologista e pacifista non è invasiva né fastidiosa. Ma sembra di trovarsi di fronte ad una major totalmente disinteressata a differenziare i propri prodotti (termine certamente più adatto di opere). L’omologazione creativa e l’assoluto controllo con le briglie salde delle buone e nuove idee, con le stesse forme tondeggianti, gli stessi colori, lo stesso umorismo con più o meno dosi di family friendly rendono un film potenzialmente interessante come Strange World l’ennesima versione del “cartone base post 2010” a cui effettivamente non appartengono solo Zootropolis e Raya e L’Ultimo Drago nei Walt Disney Animation Studios degli ultimi anni. Il botteghino non strariperà, su Disney Plus lo guarderanno sicuramente meno persone di quante hanno visto Encanto, e sicuramente Strange World non è una banderuola senza autonomia artistica come Lightyear. Con la speranza di vedere il castello Disney splendere nell’anno del suo centenario, attendiamo fiduciosi il futuro.

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  • RECENSIONE BORIS 4 – BENTORNATI PER UN ULTIMO SALUTO

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    La fuoriserie italiana torna con 8 episodi revival su Disney Plus. Un sincero saluto da parte del cast a chi ha creato e a chi ha amato la serie.

    Non è assolutamente un delitto considerare Boris il miglior prodotto di fiction mai apparso sulla tv italiana. Con buona pace di tutti i romanzi criminali (siano essi romani, napoletani o montalbani) e degli intrighi politici di 1992-1993-1994, le tre stagioni scritte da Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e dal compianto Mattia Torre, andate in onda tra il 2007 e il 2010, restano lo specchio perfetto di ciò che significa realizzare fiction televisiva in Italia, che sia immondizia (per non utilizzare i termini cari al nostro eroe René Ferretti) o che sia qualità vera o presunta (come quella di qualche serie crime realizzata a Napoli o Roma uscite negli ultimi anni).

    L’atmosfera assolutamente lasciva e imperfezionista dei set di Cinecittà, riprese e fotografia un tanto al chilo, sotto la tv c’è il cinema, sotto il cinema la radio e poi la morte, messaggi sociali che più postdemocristiani di così si muore (ma tanto si sa che non si può morire da democristiani), eroi che sembrano colpevoli (non si sa di cosa), poi dimostrano di essere innocenti per poi rivelarsi colpevoli, sì, colpevoli di amarti. Sembra una barzelletta ma è solamente la tv italiana. E Boris era riuscita a restituire al grande pubblico la verità di un set, con una ricetta che funzionava a meraviglia.

    Un cast di attori che con le fiction e i film sotto la soglia dell’accettabile ci hanno pagato il mutuo e l’università (o le scuole di cinema) dei figli, che finalmente avevano colto l’occasione per sfogarsi e fare qualcosa di buono (quel “Mamma mia la monnezza che ho fatto” detta da René/Pannofino non poteva essere più sincero). 

    Un gruppo di personaggi che non si può non amare, una lista infinita di scene cult e battute citate e nuovamente citate spesso a sproposito (se esiste un Dio sta a lui stabilire se la devastazione di questo paese è attribuibile ai toscani). Dopo la fine della sua messa in onda su Fox (palinsesto sciaguratissimo) Boris entra nei cuori di una seconda generazione di spettatori dalla porta di servizio (lo streaming) e nulla sarà più come prima. Gli attori diventano beniamini del pubblico (“come fanno a darmi fastidio le domande su Duccio e Boris? Mi hanno alzato il 740” disse Ninni Bruschetta al sottoscritto dopo una sua esibizione)

    Il finale non era un finale, il film del 2011 non lo hanno visto e amato proprio tutti tutti (però quanto è bello), e dopo la fine della serie sembrava non esserci niente come Boris. In realtà c’è stato Ogni Maledetto Natale, versione borisiana del cinepanettone con una prima metà per cui lo spettatore si deve tenere la pancia a due mani dalle risate. C’è stata la bella trilogia di Smetto Quando Voglio di Sydney Sibilia con buona parte del cast. Ciarrapico e Vendruscolo avevano creato la serie Liberi Tutti, Torre aveva raccontato la sua malattia con La Linea Verticale e ci ha dato il suo addio con Figli, dedicandolo a chi ha dovuto salutare troppo presto. 

    Il fermento c’era, l’attesa anche. Non si escludeva il ritorno. Non c’è più Itala, la segretaria di edizione alcolista interpretata da Roberta Fiorentini, non c’è più Arnaldo Ninchi ovvero il Dottor Cane, capo indiscusso della fiction italiana, non c’è più uno dei tre cuori pulsanti della scrittura. Ma ci sono tutti gli altri, e hanno davvero voglia di tornare.

    Disney Plus finalmente ci mette i soldi, la quarta stagione si fa. Dopo un anno esce. Ed è bellissima.

    Forse la partenza è un po’ scialba, ma serve solo il tempo di rivedere i nostri vecchi amici. Duccio, Biascica, Corinna, Stanis. Sono tutti invecchiati, cresciuti, stagionati. Ad alcuni la vita ha sorriso ad altri no. Il mondo è cambiato e quasi tutti loro appartengono ad un’altra epoca. Dove prima la rete chiedeva di schierarsi contro l’aborto ora le piattaforme chiedono diversità nel cast e nella troupe (“l’algoritmo preferisce i coreani ma sul cinese mi posso battere”) . Gli atteggiamenti traffichini dei produttori non possono nulla di fronte ai database. E se si fallisce, non resta che aprire bar.

    Poco importano sottotrame lasciate nel vuoto, colpi di scena che non portano a nulla e cose del genere. Si ride, c’è voglia di dare un ultimo saluto ai nostri personaggi, anche da parte di chi ci ha lavorato, e il desiderio di fare qualcosa di sincero.

    E le risate poi sfumano, sfumano nei ricordi e nella nostalgia. I nostri protagonisti dovranno lasciarsi alle spalle tutto ciò che conoscevano e chiamavano “lavorare”. Però stavolta, al contrario delle altre, c’è più speranza. 

    Boris è tornato a salutarci un’ultima volta, probabilmente l’ultima ed è giusto così. Grazie di tutto, e dai dai dai.

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  • RECENSIONE HOUSE OF THE DRAGON – LA VERA DANZA DEI DRAGHI

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    La nuova serie high fantasy targata HBO, tre anni dopo l’assai discussa stagione finale di Game of thrones, dopo una partenza incerta diventa ciò che la serie madre si era dimenticata di essere: una storia di grandi trasformazioni e lotte politiche.

    Così come la saga letteraria delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire, iniziata nel 1996 e non ncora conclusa) di George R.R. Martin ha appassionato e continua ad appassionare i lettori di tutto il mondo in trepidante attesa per i capitoli finali, il suo adattamento televisivo Il Trono di Spade (Game of Thrones, 2011-2019) ha tenuto incollati allo schermo milioni di spettatori. Un’audience che quasi nella sua interezza ha poi constatato l’evidente declino dello show fino ad un finale certamente zoppicante nel maggio 2019. La gestione apparentemente incerta degli annunci e degli annullamenti per i nuovi progetti televisivi ambientati a Westeros e dintorni lasciava presagire nubi di tempesta per House of the Dragon, adattamento del romanzo prequel Fire and Blood, pubblicato nel 2018. Fortunatamente non è andata così.

    176 anni prima della ribellione contro i Targaryen, il re Viserys I governa i Sette Regni in un periodo relativamente pacifico. La mancanza di un erede maschio fa sì che la principessa Rhaenyra sembri destinata al trono, ma il secondo matrimonio del padre con la giovane Alicent Hightower, amica intima di Rhaenyra, rischia di mettere in discussione la sua pretesa al trono. In piu il principe Daemon, fratello di Viserys, non sembra intenzionato a restare con le mani in mano.

    Chi nel 2011 era rimasto sconvolto dalla magnifica e terrorizzante (per quanto low budget) scena iniziale di Game of Thrones, probabilmente si sarà fatto una grassa risata vedendo l’inizio della prima puntata di House of the Dragon. Dove c’erano tre cavalieri sconosciuti, vestiti interamente di nero, che venivano macellati in mezzo ad una foresta innevata da creature mostruose, qui abbiamo una voce fuoricampo che ci narra in stile documentario storico la bagarre dinastica di un manipolo di discendenti di un re morente, tutti con quei capelli bianchi come l’avorio che abbiamo iniziato ad associare ad un solo nome: Targaryen. Non è certo il più elegante dei biglietti da visita, ma fortunatamente è uno dei pochi scivoloni di una prima stagione che migliora episodio dopo episodio.

    Al netto di qualche imprecisione e qualche piccola sciatteria nei dialoghi delle prime puntate (che però non infastidiranno troppo chi non è appassionato incallito del mondo creato da Martin), la serie recupera quella solennità, quell’austerità e quell’eleganza, anche nelle scene sulla carta più violente o triviali, che Game of Thrones nella sua seconda metà aveva quasi completamente perso.

    Ed è innegabile la necessità di parlare della serie madre (o per meglio dire, pronipote) per parlare di House of the Dragon. L’impronta registica non è eccessivamente differente e la scrittura ricorda davvero quella dei primi episodi del 2011, ma il soggetto in questo caso è la messa in scena delle prime crepe di una dinastia che fino ad allora era sembrata più sovrana che divina e di cui abbiamo già visto la distruzione.

    Qui il regno è ancora compatto, ma questo non impedisce alla macchina da presa e agli sceneggiatori di mostrarci una grande pluralità di luoghi e personaggi, ognuno con il suo punto di vista. A differenza della serie madre tuttavia si converge sempre verso il centro, verso Approdo del Re, la Fortezza Rossa e il Trono, qui mostrato nella sua magnificenza di tutte le 300 spade. Un fulcro radiante, di cui abbiamo già visto i frantumi.

    La volontà di non discostarsi troppo da Game of Thrones si nota anche dalla scelta, forse un po’ pigra e timida, di riproporre la sua iconica sigla. Il tema musicale non è nemmeno riarrangiato e il visual concept è leggermente diverso e meno immediato e decifrabile. Tutto questo ha il sapore più della sudditanza che dell’omaggio.

    Grande nota di merito per la recitazione, dove si fatica davvero a trovare falle, ma d’altronde anche la serie madre era stata impeccabile nel casting. Certo, mancava un nome di grido come quello di Matt Smith (con buona pace di Peter Dinklage e Sean Bean, nomi certamente noti ma non propriamente superstar prima della serie). Il suo Daemon Targaryen vuole certamente essere il mattatore assoluto della serie. Un crepuscolare Paddy Considine e un apparentemente pacato Rhys Ifans sono perfetti nei panni del re Viserys e del Primo Cavaliere Otto Hightower, ma la punta di diamante si trova nelle due protagoniste, nei personaggi di Rhaenyra Targaryen e Alicent Hightower. Prima principesse, poi regine madri e vere stelle polarizzanti della narrazione. Il cambio di attrice per le nostre eroine a metà della stagione è in entrambi i casi riuscitissimo. Se Olivia Cooke nella versione adulta di Alicent è agevolata oltre che dal suo talento anche dall’impressionante somiglianza con la “sé stessa giovane” Emily Carey, Emma d’Arcy come Rhaenyra riesce a tratti a dare continuità alla singolarissima mimica di Milly Alcock, nonostante una grande diversità anatomica.

    Piccola postilla leggermente imbarazzante per i personaggi di Casa Velaryon, con capigliature sì caratteristiche (e anche funzionali alla narrazione), ma decisamente fuori contesto. In più, un non necessario blackwashing per loro e altri personaggi era assolutamente evitabile, in una serie ambientata in un mondo vastissimo con una miriade di popolazioni diverse. Non serviva una forzatura del genere e la rappresentazione della diversità avrebbe potuto trovare molto facilmente il suo spazio in maniera più efficace. Infine Ewan Mitchell nei panni di un personaggio molto interessante come Aemond Targaryen risulta un po’ troppo macchiettistico. Un villain troppo da fumetto, che spinge lo spettatore sul finale di stagione a vedere il suo schieramento, quello di sua madre Alicent e dei Verdi come “i cattivi” rispetto a Rhaenyra e i suoi Neri. Ma magari lo spettore sarà nuovamente accompagnato a comprendere col passare del tempo le scelte dei personaggi che inizialmente detestava

    Con questa speranza, attendiamo fiduciosi, l’esplosione definitiva della Danza dei Draghi

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  • ARIA DELL’ELBA E I MISTERI DI PORTO LONGONE – INTERVISTA A MATTEO SARDI

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    In occasione dell’uscita del cortometraggio I Misteri di Porto Longone, diretto da due giovani registi elbani, abbiamo intervistato Matteo Sardi, co-regista dell’opera insieme a Michael Monni.

    Ciao Matteo, da dove vogliamo iniziare?

    Matteo: Ciao, direi di partire dall’inizio. Ho conosciuto Michael Monni quando io avevo circa 12 anni. Eravamo entrambi cinefili incalliti e passavamo le giornate a parlare di cinema e a scambiarci i DVD. Lui, un paio di anni più grande di me, aveva già girato qualcosina, cose assurde come Sterminator. Poi insieme abbiamo realizzato alcuni corti. Ovviamente erano filmati agghiaccianti, con Michael inseguito da me vestito da mostro, e ormai sono andati tutti perduti, duravano tutti un quarto d’ora circa.

    E poi avete deciso di realizzare i vostri primi cortometraggi veri e propri?

    M: Circa nel 2012 abbiamo iniziato il progetto di No Way Out. Se prima giravamo improvvisando le scene stavolta avevamo scritto una vera e propria sceneggiatura, rigorosamente di notte in un giardino vicino casa di Michael. No Way Out era la storia (molto originale) di ragazzi che visitano una villa in cui uno scienziato pazzo conduceva esperimenti psichiatrici e che materializza le peggiori paure dei nostri protagonisti. La giravamo nei pomeriggi, dopo la scuola e ci abbiamo messo un anno a finirlo.

    Però ne è valsa la pena?

    M: Eh sì. Siamo stati messi in contatto con Paolo Chillè, penna piuttosto nota sull’Isola d’Elba, e certo due ragazzini di nemmeno sedici anni che girano un film intero su un’isola non passano inosservati.

    Il film è stato proiettato al cinema di Portoferraio, e vedere trecento persone che applaudono il tuo lavoro è stata una sensazione magnifica.

    E così non vi siete più fermati.

    M: Esatto, dopo No Way Out è arrivato Mad World, thriller horror che narra la storia di 4 cugini, due coppie di fratelli, che si riunivano per una gita nel bosco dopo che i loro padri avevano affrontato un duro litigio. Peccato che il bosco fosse oggetto di una tetra leggenda. Fu un bel passo in avanti a livello di costruzione della storia, ma il vero punto di svolta fu Quel maledetto Colpo

    Perché?

    M: Fu una vera impresa realizzarlo, durava più degli altri (un’oretta e un quarto contro i 40-50 minuti dei precedenti), un attore mollò durante le riprese. Michael a causa di uno sbalzo di corrente perse tutto il file del film quasi completo e abbiamo dovuto girarlo di nuovo dall’inizio. Alla prima proiezione, in cui i posti a sedere erano esauriti e molti spettatori erano in piedi, il film si bloccò, siamo corsi a casa tra gli applausi imbarazzati del pubblico per sostituire la copia, e tutto risolto in un quarto d’ora. Ma lì abbiamo capito che volevamo fare sul serio.

    Ed è arrivato Aria dell’Elba…

    M: La lavorazione di Quel Maledetto Colpo è durata tre anni, quindi da che eravamo praticamente dei bambini ci siamo trovati quasi ventenni. Volevamo realizzare qualcosa di più solido, e abbiamo scelto di scrivere un progetto di durata minore, per concentrare tempo e soldi, e per sfruttare di più il circuito dei festival. Gli altri film erano stati proiettati in serate benefiche e poi caricati sul web.

    Abbiamo conosciuto Nicola Parini, un giovane attore ora al Centro Sperimentale a Roma, e abbiamo deciso di costruire il protagonista sulla sua figura. La sceneggiatura la scrivevamo in videochiamata perché nel frattempo io mi ero trasferito a Londra. Siamo stati velocissimi perché eravamo davvero ispirati, tra gennaio e marzo del 2018 abbiamo scritto Aria dell’Elba e abbiamo girato in estate. La storia del giovane inventore Alfredo Ceccarini ha conquistato molti spettatori, girato molti festival e vinto alcuni premi, (Miglior Attore e Miglior Cortometraggio nella Categoria “Ambiente e Natura” al Cinefutura Fest di Roma, Miglior Regia, Miglior Film Indipendente e Miglior Sceneggiatura Originale ai New York Film Awards, Miglior Cortometraggio Indipendente  Los Angeles Film Awards, Miglior Cortometraggio Italiano  e Miglior Cortmetraggio di Ispirazione all’Oniros Film Festival. Ora siamo anche su Chili e sul catalogo Prime Video in inglese.

    E siete stati contattati per I Misteri di Porto Longone?

    M: Esatto, ed è la nostra prima esperienza con una produzione vera e propria, e con una sceneggiatura non nostra. I Misteri di Porto Longone è infatti tratto dal romanzo omonimo di Luca Colferai e Roberto Bianchin ed è ambientato proprio all’Elba, la sceneggiatura è stata adattata da Paolo Baiguera. È stata un’esperienza magnifica, avere una vera troupe, un vero reparto di fotografia, attrezzature professionali e attori professionisti. Un set vero in cui ogni persona si muove per realizzare lo stesso obiettivo, e stava a me e Michael decidere il risultato finale.

    E quale sarà il prossimo passo?

    M: ora cercheremo di spingere il più possibile il film nel circuito dei festival, e completeremo la sceneggiatura di un lungometraggio che abbiamo in programma. Se non troveremo i finanziamenti per produrlo, beh, proveremo con un nuovo corto. Abbiamo ancora dei limiti come artisti, se guardo un film di Sorrentino penso che non sarò mai come lui. Ma magari ogni regista lo ha pensato guardando i suoi maestri, chissà.

    Sorrentino è una delle tue ispirazioni?

    M: assolutamente sì, come Woody Allen, i fratelli Coen, Wes e Paul Thomas Anderson, tarantino. Cerco di ispirarmi a loro anche attraverso l’ironia, col dovuto rispetto. Se magari molti registi traggono molte ispirazioni dalla letteratura o dalle arti, io vivo di puro cinema. Mi piace leggere e ascoltare musica ma mi limito a pochi artisti, mentre divoro ogni cosa che passa in sala. 

    Ed è proprio la sala il luogo in cui vuoi vedere i tuoi film?

    M: Sì, voglio che raggiungano il grande schermo e che non siano confinati in casa. Voglio immaginare persone che guardano il mio film tutte nello stesso luogo mentre io faccio altro. Con Michael abbiamo sempre condiviso ogni esperienza artistica e continueremo insieme come due calciatori che iniziano a giocare al campetto insieme e sognano di vincere i Mondiali insieme.

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  • ANTONIO STURLI E IL MOSTRO SLARGACALZINI: INTERVISTA A LETIZIA SABADINI E NICOLÒ SIVIERI

     

    In occasione della proiezione in sala presso il Cinema Roma d’Essai di Bologna il 14 Giugno de Il Mostro Slargacalzini, seconda avventura dell’eroe di carta Antonio Sturli, abbiamo incontrato Letizia Sabadini, creatrice del personaggio e regista tuttofare, e Nicolò Sivieri, volto, voce e “muso ispiratore” di Antonio Sturli.

    Ciao ragazzi!

    Letizia: Ciao!

    Nicolò: Salve!

    Partiamo dall’inizio. Come nasce l’idea di Antonio Sturli?

    L: Antonio Sturli nasce in occasione di un test d’ingresso all’ISIA di Urbino nel 2019. Questo test consisteva nella stesura della storia di un personaggio chiamato appunto Antonio Sturli, abitante di Castel di Casio. Subito dopo aver fatto il test sono tornata a casa, ho trascritto di nuovo la mia idea dato che la prima stesura non era più in mano mia e l’ho lasciata fermentare per un po’. Durante il primo lockdown poi io e Nicolò abbiamo deciso di dare una nuova vita al personaggio realizzando il film con quello che avevamo in casa. Non avevamo grandi mezzi, ma avevamo un sacco di tempo per girare e scrivere ovviamente. Così è nato il primo film, appunto Antonio Sturli – Il Film, in cui il nostro eroe è un attore di carta che interpreta…sé stesso.

    E così hai scelto di utilizzare la stop motion?

    L: Esatto, come detto non avevamo grandi mezzi, né una telecamera decente. Allora non avevo nemmeno competenze in animazione digitale, quindi la stop motion era l’unica via. Poi però è diventata una scelta consapevole, dato che la stop motion ha una resa stilistica unica.

    E com’è andata?

    L: Il film ha iniziato a circolare e il personaggio Antonio Sturli ha avuto un discreto successo. La pagina Instagram è diventata un ponte tra la realtà e il mondo fantastico in cui vive Sturli. Pian piano il personaggio è diventato anche l’immagine stessa del progetto intero, che all’inizio si chiamava Quarantino Movies. E siccome Antonio è stato molto bravo, è stato chiamato a recitare ne Il Mostro Slargacalzini

    Quali sono state le tue ispirazioni?

    L: In realtà mi sento di poter dire che è in gran parte farina del mio sacco. Di stop motion non conoscevo molto a parte i classici Wallace e Gromit, Fantastic Mr Fox, Nightmare Before Christmas ecc… L’ispirazione principale in realtà viene dal mio legame col materiale carta. Se molti film in stop motion utilizzano plastilina o lana cotta io ho scelto la carta, che amo in tutte le sue forme e con cui ho sempre lavorato fin da piccola accumulando carta e cartoncini di qualsiasi colore consistenza e forma. La carta mi ha dato la possibilità di enfatizzare poi un contrasto tra i personaggi bidimensionali e l’ambiente tridimensionale.

    L’estetica e i colori vengono dalla mia attività nella grafica, che ho sempre studiato prima alle superiori e ora in Accademia. Certo, se prima avevo sempre lavorato su commissione, Antonio Sturli è un progetto completamente mio. E ho scoperto una nuova modalità espressiva che preferisco a quella che avevo prima.

    N: I corti escono coerentemente con tutto il tuo accumulare carta che si risolve nel modo migliore, in un film.

    E tu Nicolò, tu sei la voce di Antonio Sturli?

    N: Eh già, ho cominciato a recitare in prima elementare, da allora non ho più smesso e questa è stata la mia prima esperienza di doppiaggio. Ho dato voce alle creazioni di Letizia, e sono stato anche un po’ di aiuto nelle faccende tecniche. Senza dubbio è stato uno dei lavori più appassionanti che abbia mai fatto.

    Veniamo alle domande antipatiche, avete riscontrato delle difficoltà economiche nella realizzazione dei film?

    N: Ah beh, il lockdown è stata una salvezza in questo senso. Il budget del primo Antonio Sturli è stato di 5 euro per comprare dei pennarelli. Per Il Mostro Slargacalzini, parola a Leti

    L: Io vorrei che i soldi non esistessero, porca puzzola. Sarebbe molto meglio avere tutto il materiale che occorre sempre disponibile e gratis ma è utopico. Fortunatamente il mio accumulo seriale di carta copriva gran parte delle necessità, e ho dato fondo alle mie scorte. Nel secondo tramite il crowdfunding siamo riusciti a comprare una serie di attrezzature, le luci al posto delle lampadine di casa, un proiettore per il videomapping per le scene notturne, gelatine, colla, nastro adesivo, fil di ferro. E poi chi donava donava anche un volto a un nuovo personaggio.

    E la qualità del film ha goduto di questi miglioramenti?

    L: Eh sì, Antonio Sturli: Il Film è carino ma carente tecnicamente, l’ho montato con programmi da principianti

    N: Incarna il significato del termine “esperimento” alla perfezione.

    L: Esatto, Il Mostro ha più accortezze, nonostante abbia usato la stessa vecchia macchina da presa (che si è comportata con onore) mi sono servita di balaustroni, bacchette cinesi, carrelli improvvisati…il tutto per una resa più professionale. Certo non raggiungo i livelli industriali, ma faccio tutto da sola e il pubblico lo sa. Quando proietto i due corti insieme, io per prima noto il miglioramento.

    A proposito, la scelta dei luoghi in cui proiettare il film non è proprio convenzionale.

    L: Esatto, però la scelta di proiettarlo in luoghi come il Centro Sociale Camere d’Aria o in luoghi privati mi permette sia di restare nella gratuità sia di farmi conoscere nel mio piccolo e di creare un ambiente sociale familiare in cui poter parlare con i miei spettatori, magari accanto a concerti o esibizioni artistiche. Abbiamo comunque in programma proiezioni in luoghi più istituzionali come il Cinema Roma.

    Progetti futuri?

    L: Nel tempo ho piantato tanti semini di progetti diversi. A settembre esaurita la run e il merchandising de Il Mostro Slargacalzini cominceremo a lavorare ad un nuovo progetto chiamato Clown. Nicolò ha studiato e recitato come clown, mi ha appassionato come figura e voglio sperimentare una nuova strada. Dato che sto anche lavorando come aiuto costumista voglio anche sviluppare una linea di maschere e costumi. Il progetto non ha ancora una sceneggiatura, ma dovrebbe girare intorno a tre o quattro figure clownesche, con costumi diversi, in forma di teatro filmato. Sarà la storia a seguire i personaggi e non il contrario.

    Nicolò Cretaro

  • RECENSIONE CIP E CIOP AGENTI SPECIALI – UN FILM CHE NON TI ASPETTI

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    La serie animata Cip e Ciop Agenti Speciali (Chip ‘n’ Dale: Rescue Rangers), andata in onda tra il 1989 e il 1990, è stata per il pubblico americano una delle punte di diamante del Disney Afternoon e per molti bambini italiani un affezionato appuntamento del sabato mattina sulle reti Rai.

    La serie vedeva protagonisti i nostri scoiattoli preferiti, Cip con le vesti di Indiana Jones e Ciop in camicia hawaiiana come Tom Selleck in Magnum P.I., alle prese con mille avventure, in compagnia della topolina geniale Scheggia, della mosca Zipper e della pantegana Monterey Jack, tutti pronti a sventare le trame del perfido Gattolardo.

    Serie simpatica e brillante, è entrata nei cuori di tanti giovani spettatori insieme ad altri show altrettanto riusciti – come Ecco Pippo (Goof Troop), con il personaggio di Pippo nella singolare veste di padre single, e TaleSpin, che rivedeva in una chiave avventurosa e piuttosto bislacca i personaggi de Il Libro della Giungla – pur senza raggiungere certo i livelli di Ducktales o dell’originalissimo Gargoyles. Gli Agenti Speciali, come moltissime serie animate Disney, si sono fermati all’episodio numero 65, quota ghigliottina fissata da Michael Eisner, CEO di una Disney all’epoca in fase di ripresa.

    All’annuncio dell’uscita di un film in tecnica mista tra animazioni e live action basato sulla serie e in uscita su Disney+, nessuno sapeva come reagire. A che pubblico poteva puntare, che ruolo poteva mai svolgere nell’economia cannibalistica della Company più imperialista di Hollywood? E poi, che storia poteva mai raccontare?

    Cip e Ciop (o meglio, Chip e Dale), conosciutisi quando erano solo due scoiattolini delle elementari, erano diventati famosi con il loro show, ma in seguito alla decisione di Dale di intraprendere il suo show da solista, Double-o Dale (uno 007 roditore) la carriera di entrambi è andata in declino. Chip (John Mulaney) è diventato un assicuratore, Dale (Andy Samberg) è una celebrità in declino che vaga per le convention e si è sottoposto a un’operazione chirurgica in CGI. Quanto al resto della banda, Monterey Jack è dipendente dal formaggio, Scheggia e Zipper si sono sposati e hanno tanti cuccioli metà topo e metà mosca. Una strana telefonata porterà i due chipmunk a riunirsi per risolvere, insieme all’agente della LAPD Ellie Steckler (KiKi Layne), il mistero della sparizione di Monterey e di altri storici personaggi dei cartoni ad opera di un insospettabile boss della malavita.

    Tutto questo con un cast che include anche nomi come Seth Rogen, J.K. Simmons, Will Arnett, Flula Borg, Keegan-Michael Key e una quantità di personaggi animati e non, Disney e non, da far impallidire lo spettatore, il tutto diretto da Akiva Schaffer, comico e membro del trio The Lonely Island insieme ad Andy Samberg e a Jorma Taccone (del quale abbiamo anche un paio di cameo vocali).

    Nonostante ci fossero tutte le premesse per creare un minestrone disgustoso, i novanta minuti del film scorrono in maniera gradevolissima. La trama, certo, stira al limite la sospensione dell’incredulità, ma sicuramente si regge in piedi senza troppi problemi.

    È innegabile che il padre biologico di questo film sia quel capolavoro di Chi ha Incastrato Roger Rabbit (Who Framed Roger Rabbit, 1988) di Robert Zemeckis, basato sul romanzo Who Censored Roger Rabbit? scritto da Gary Wolf nel 1981, con protagonista una fittizia star dei cartoni animati alle prese con una vicenda pruriginosa e sanguinaria.

    Zemeckis portò sullo schermo una commedia pulp meravigliosa grazie ai personaggi animati da quel folle genio di Richard Williams (mai abbastanza celebrato), a Bob Hoskins e Christopher Lloyd – che ci hanno donato interpretazioni credibilissime nonostante recitassero interagendo con il nulla assoluto – e a una trama noir semplice ma magistrale, pietra miliare per ogni appassionato di gialli anni ‘40 e di cinema pop anni ‘80. Per gli amanti dell’animazione poi, vera e propria perdita della verginità: il film venne ritenuto infatti troppo audace dalla Disney, che lo nascose sotto la sua etichetta Touchstone. Nonostante questo autosabotaggio, il film è passato alla storia grazie al suo valore artistico, al prestigio di chi lo ha prodotto (la Amblin di Spielberg) e alla magia di vedere interagire tutti i personaggi storici dei corti animati, la coabitazione tra Topolino e Bugs Bunny o Paperino e Daffy Duck.

    Il personaggio Roger Rabbit tuttavia non ha avuto successivamente una lunga carriera: furono infatti prodotti solo tre corti difficilmente reperibili a causa di problematiche riguardo il copyright e, proprio per questo motivo, una serie tv venne abortita e sostituita con la sua versione tarocca, Bonkers, in cui i cartoni interagivano con personaggi “umani”…anch’essi disegnati, perdendo tutto il fascino del film.

    La Warner rispose alcuni anni dopo con la hit Space Jam (Joe Pytka, 1996), spot gigantesco per Michael Jordan e la Nike, e con la divertentissima spy story Looney Tunes: Back in Action (Joe Dante, 2003). Per anni la convivenza tra cartoni animati (consapevoli di esserlo) e umani in carne ed ossa è stata latitante, fino a che la stessa Warner Bros. nel 2021 ci ha fatto dono (si fa per dire) di Space Jam: New Legend (Space Jam: A New Legacy, Malcolm D. Lee), nuovo spot, stavolta per HBO Max, e di Tom & Jerry (Tim Story) in cui a un certo punto vediamo il gatto e il topo più famosi del cinema nella stessa inquadratura di Paolo Bonolis. Una doppietta che ha ottenuto poco più di 300 milioni di dollari e sei nomination ai Razzie Awards. Sicuramente questo Cip e Ciop di ultima uscita non poteva andare peggio di così. 

    Se Roger Rabbit è inarrivabile, il primo Space Jam iconico ma claudicante, Back in Action un film di genere meno noto ma sicuramente più quadrato e gli altri pura spazzatura, questo Cip e Ciop è l’ultimo film che ci si sarebbe aspettati di vedere in un clima di remake e reboot in CGI fotorealistica completamente inutili. Il debito verso Zemeckis è evidente: la commistione tra personaggi animati e attori e set reali è gradevolissima e a momenti commovente, lontanissima dalle pupazzate come Scooby Doo o Alvin Superstar

    Inoltre, se nei film precedenti il campo dei personaggi e dei riferimenti erano volutamente circoscritti (cartoni anteguerra in un caso, proprietà intellettuali Warner negli altri), qui abbiamo una tale varietà: personaggi animati a mano, al computer, a passo uno e persino i calzini animati, un insieme vastissimo di riferimenti provenienti dal cinema, dalla tv e addirittura dai videoclip. Abbiamo nello stesso film i My Little Pony, Phineas e Ferb, South Park, la versione brutta di Sonic, la Little House di Mary Blair, il Mr. Natural di Robert Crumb, lotte clandestine tra Muppet, Batman contro E.T. e chi più ne ha più ne metta. Le trovate comiche sono esilaranti, come l’uncanny valley (la sensazione di straniamento che prova lo spettatore guardando personaggi fotorealistici) che diventa un luogo fisico.

    E a suo modo il film graffia, critica qualsiasi forma di malriuscito svecchiamento di personaggi iconici, che sia un reboot farlocco, un restyling moderno ma disfunzionale, o un semplice pezzo rap con una mascotte famosa. E, come in Roger Rabbit, il mondo dei cartoni sembra tutt’altro che puro e innocente, anche gli idoli della nostra infanzia possono avere un lato oscuro. Proprio per questo, un film con due teneri scoiattolini è il film più coraggioso che una major dell’intrattenimento potesse produrre nel 2022. Probabilmente lancia messaggi a vuoto, ed è necessario che prodotti di questo tipo non vengano serializzati, ma è veramente un bene che qualcuno, dell’interno, sia così sincero.

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  • ZOOLANDER – UNA BREVE RIFLESSIONE SULLA COMICITÀ DEMENZIALE

    Sono innumerevoli i pregiudizi di cui è vittima la cosiddetta comicità demenziale, considerata come un espediente semplicistico, indice di pigrizia e di scarsa arguzia, per molti sinonimo di incapacità se non di vera e propria stupidità da parte di chi crea demenzialità. Bisogna ammettere che esistono molte prove a favore di questi pregiudizi, basterebbe dare un rapido sguardo alla categoria “Peggior Film” dei Razzie Awards, il premio per il peggio del peggio delle uscite cinematografiche che, da ormai 40 anni, rinfresca le vigilie degli Oscar. Scorrendo la “hall of shame” del sopracitato “premio” vedremo un tripudio di film(acci) creati da comici statunitensi che, nonostante un innegabile talento comico (vedi Adam Sandler o Tyler Perry), attirati da ingaggi da milioni di dollari si limitano a impersonificare personaggi finti obesi, macchiettistici, demenziali appunto, il tutto condito da gestacci, flatulenze e roba posticcia.

    Tuttavia la gestione consapevole dello slapstick, della trivialità, di associazioni apparentemente insensate e dell’inconcludenza della trama, possono essere gli ingredienti di un piatto delizioso, come quelli cucinati dal trio Z-A-Z ovvero Jim Abrahms e i fratelli Jerry e David Zucker, trio di cineasti che ci ha regalato film come L’Aereo Più Pazzo del Mondo (Airplane!, 1980) e Una Pallottola Spuntata (The Naked Gun: From the Files of Police Squad!, 1984, tratto dalla serie tv Police Squad)  entrambi con protagonista uno dei migliori attori comici americani di tutti i tempi, Leslie Nielsen. Restare indifferenti davanti alle disavventure del tenente Frank Drebin è semplicemente impossibile. Partendo, nel caso di Airplane, dal genere disaster movie e, nel caso di Naked Gun, dal poliziesco, gli Z-A-Z provocano risate incontenibili, generando però un filone di film la cui qualità sarà in parabola discendente, come la serie di Scary Movie. Film gestiti da scrittori inesperti, incapaci di maneggiare il mezzo cinematografico, attori completamente fuori da ogni canone, “parodizzando” (Mel Brooks ci perdoni) opere che non si conoscono nemmeno. Non a caso però, quando intervengono geni come David Zucker e Leslie Nielsen (vedi Scary Movie 3), vengono fuori momenti comici memorabili. 

    In questo sottobosco di cinema comico all'americana troviamo un film che ha certamente fatto parlare di sé negli anni, ovvero Zoolander, uscito nel 2001 per la regia di Ben Stiller, si tratta di una commedia demenziale fuori dalle briglie pronta a deridere il mondo della moda. Costituisce una satira irriverente? No. Fa ridere? Sì, e non poco.
    Il perfido stilista Jacobim Mugatu (Will Ferrell) vuole uccidere il Primo Ministro della Malesia per impedirgli di emanare leggi contro lo sfruttamento dei lavoratori nell’industria tessile. Per portare a termine questo piano deve manipolare una persona dalla mente sufficientemente semplice, e chi meglio di un modello? Derek Zoolander (Ben Stiller) super modello in fase calante, geloso dell’astro nascente Hansel (Owen Wilson) è la persona adatta.
    Ora non serve specificare quanto la storia sia sopra le righe, così come il cast estremamente popolare. I tre protagonisti sono in assoluta sintonia, grazie probabilmente anche alle numerose collaborazioni come membri del Frat Pack (gruppo di cui fanno parte anche Jack Black, Vince Vaughn, Luke Wilson e Steve Carrell). I numerosi cameo di famose star, i riferimenti al reale mondo della moda e numerosi passaggi televisivi hanno consolidato la fama del film facendolo diventare un cult del genere.

    Tuttavia non bisogna esaltarne troppo le qualità: Zoolander non è una commedia brillante, ed è, anzi, in parte noioso. La regia è claudicante (anche se Stiller da questo punto di vista farà molti progressi in Tropic Thunder) e trama e recitazione possono non convincere in quanto non presentano picchi di oggettiva qualità. Alcuni aspetti veramente divertenti non vengono valorizzati al massimo, vedi la presenza di David Bowie nella scena madre della “sfilata a due”, troppo limitata. Qualsiasi tentativo di realizzare una satirasullo sfruttamento dei lavoratori e sull’industria della moda rasenta il ridicolo. Dunque, pur non valendo nemmeno una ruota dell’Aereo più Pazzo, cos’è che rende questa pellicola migliore di un Epic Movieo di Un weekend da Bamboccioni?Può sembrare banale, ma semplicemente fa ridere. Nei momenti in cui non è soffocata dalle ruffianate per il pubblico basso americano Zoolander riesce davvero ad essere un ottimo generatore di risate spontanee e non forzate, entrando nell’immaginario collettivo e riuscendo ad essere anche un qualcosa di più di un semplice guilty pleasure. E il pubblico col tempo ha imparato ad amare Derek e Hansel, o almenofinché sequel non ci separi.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE RED – DOV’È FINITO IL TOCCO PIXAR?

    Un film Pixar nato personalissimo, ma che si è perso nel crogiolo dell’industria dell’intrattenimento Made in Usa, Turning Red - ultimo film di casa Pixar - non è stato granché pubblicizzato, come è ormai prassi per molti dei film usciti da Emeryville negli ultimi anni, con poche eccezioni come Inside Out e Coco, i quali sono entrati immediatamente e di diritto nella cultura pop. Il Viaggio di Arlo è stato dimenticato presto da tutti, Gli Incredibili 2, Cars 3 e Toy Story 4 non hanno avuto certo la popolarità dei predecessori e gli ultimi Onward, Soul e Luca sono stati relegati direttamente su Disney Plus senza passare dalla sala. A Red - titolo italiano, anonimo e confondibilissimo - non è andata tanto diversamente. 
    È chiaro come la mega corporazione intergalattica chiamata Disney Company ormai punti il riflettore su altre colonie - con marchi diversi ma che trattano sempre di eroi in costume che combattono, preferibilmente nello spazio - oppure punti sui propri marchi storici, sfruttandone la scia per i Nuovi Classici oppure rifacendone il trucco in un live action. Un’opera come questa, diretta dalla regista sino-canadese classe 1987 Domee Shi, che in Pixar aveva già diretto il tenero corto Bao, dalla concezione certamente autobiografica e dalla gestazione più personale (per quanto si possa essere personali in un posto come la Pixar, dove l’io è sempre fuso nel Noi)  non ha goduto certo dei riflettori principali, né di grande fiducia commerciale, tant’è che anche il risultato, purtroppo, non è stato memorabile.

    Meilin è una tredicenne in gamba, studiosa, responsabile, estremamente devota alla sua famiglia e che rinuncia spesso a stare con le sue amiche per senso del dovere. Dopo un banale fraintendimento da parte di sua madre, iperprotettiva e un pochino ottusa, che le causerà un imbarazzo enorme e un trauma sociale tremendo, Meilin si risveglierà nelle fattezze di un gigantesco panda rosso. Per “guarire” dovrà affrontare un rituale di purificazione dalla “bestia interiore” come ogni donna della sua famiglia prima di lei. Prima, però, deciderà insieme alle sue amiche di sfruttare la situazione per raccogliere i soldi necessari ad andare al concerto della loro boyband preferita. 
    Nonostante la forte componente autobiografica della regista Domee Shi, soprattutto nell’ambientazione (una famiglia tradizionalista cinese a Toronto nel 2002) il film non è originale in nessun altro aspetto: nella storia, nel linguaggio, nella rappresentazione, negli intenti, nelle soluzioni e anzi le potenzialità comunicative-tematiche della pellicola non vengono sfruttate in nessun modo. Il film prova ad avere guizzi di audacia con riferimenti espliciti (droga, ONU) o impliciti (bisessualità), cercando una metafora del menarca (il colore rosso non è casuale) e con alcuni momenti onirici e mostruosi sinceramente terrificanti, ma ciò è soffocato da continui ammiccamenti inutili, personaggi non sempre simpaticissimi (le amiche della protagonista magari saranno di ispirazione a molte giovani spettatrici, ma sembrano una fusione dello stereotipo di teenager di 4 decenni diversi) e, cosa rara in Pixar, un design e un’animazione a tratti sgradevole. La colonna sonora targata Ludwig Goransson è sacrificata, le canzoni della boyband 4 TOWN (impersonata da Finneas o’Connell e altri. Finneas ha scritto le canzoni insieme alla sorella Billie Eilish) sono credibili per una boyband del 2002 (qualcuno ha detto Blue) ma dimenticabili. Anche se sicuramente troverà il suo pubblico di preadolescenti e adolescenti colmi di insicurezze e bambini attirati dal design del panda.

    Tra Ranma ½ e Brave, passando per Teen Wolf (più il film con Michael J. Fox che la serie), con un po’ di Kung Fu Panda e film di Kaiju vari con alcuni effetti visivi da shojo anime, Red da opera personale diventa uno dei tanti prodotti industriali della linea che la Disney Company - sempre desiderosa di darsi un’immagine progressista - vuole vendere ai vari pubblici asiatici. Basti guardare a Shang Chi o a Raya e alla presenza di Chloé Zhao nella scuderia Disney. Film che hanno come madre Mulan, come padre il Jake Long di American Dragon e come incubatrice il registratore di cassa. 
    Qui si manifesta chiaramente la crisi di una Pixar ormai confinata ai margini della galassia DisneyCompany, quella che fino ad una dozzina di anni fa era il cuore pulsante del cinema pop per famiglie in America ha prodotto, con questo Red, un film da Illumination Entertainment qualsiasi. Dopo Toy Story 3, complice l’uscita di scena (dovuta) di John Lasseter nel 2017, ha faticato ad alzare l’asticella dei propri film e quando lo ha fatto (Inside Out, Soul) il merito era forse più dell’esperienza di Pete Docter. Mentre si contano gli abbonamenti sottoscritti a Disney Plus e il numero di peluche col panda venduti, attendiamo il pezzo forte della Pixar nel 2022, con (guarda un po’) un eroe nello spazio chiamato Buzz Lightyear.

    Nicolò Cretaro