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  • Charlie Kaufman – L’arte per immergersi nel proprio caos

    Sceneggiatore, produttore e regista, Charlie Kaufman è una delle figure più interessanti del cinema statunitense contemporaneo. Non a caso il prestigioso magazine Première lo ha indicato come uno dei 100 uomini più influenti del panorama Hollywoodiano.
    Sin dalla più tenera età ha manifestato curiosità verso il mondo dello spettacolo, amava le commedie ed era un talentuoso attore comico. Dopo un breve periodo trascorso presso l'Università di Boston, capisce che la sua strada è un’altra e si trasferisce alla Scuola di Cinema dell'Università di New York. Nel 1991 si trasferisce a Hollywood in cerca di fortuna e viene ingaggiato dalla Fox come autore di situation comedy.

    Introspezione e immedesimazione

    È sempre stato molto timido e riservato. “I don’t like talking about myself”, ha ammesso, anche se le sue sceneggiature originali e fuori dagli schemi contrastano con questo tratto della sua personalità. Charlie Kaufman è uno di quegli sceneggiatori che ha interiorizzato talmente tanto le regole di scrittura cinematografica da poterle completamente sovvertire.
    Approdato al cinema come sceneggiatore, è sempre stato considerato autore delle pellicole alla pari del regista. Per lui la sceneggiatura non esiste in quanto opera letteraria autonoma, ma è una base non pienamente compiuta finché non si traduce in immagini, suoni e sensazioni:
    “A film script, in my mind, is written to be made into a film. I try to write them in a way that maybe some people don’t write screenplays as sort of pieces of writing”

    Il marchio di fabbrica delle sue opere è indubbiamente l'introspezione, la “psicanalisi” dei personaggi. Nella loro caratterizzazione, non lascia niente al caso: ogni gesto, ogni parola e ogni sguardo ha un suo significato. I protagonisti Kaufmaniani sono tutti estremamente riflessivi e sono colti in un momento particolarmente complesso della loro vita. Spesso privi di controllo su ciò che accadrà loro, diventano vittime delle loro ossessioni. Kaufman però non fugge dal dolore e non lo romanticizza, anzi: mostra come esso sia una fase inevitabile.
    “When I’m writing, I’m trying to immerse myself in the chaos of an emotional experience, rather than separate myself from it and look back at it from a distance with clarity and tell it as a story. Because that’s how life is lived, you know?”
    Con la volontà di portare in scena la verità emotiva dei suoi personaggi, il regista si identifica con le loro ansie, desideri e insicurezze. Per fare ciò, abbandona la struttura classica hollywoodiana, dando vita a storie complesse che richiedono allo spettatore lo sforzo di comprendere il confine tra cosa è reale e cosa no. In alcuni casi il film si svolge quasi interamente nella mente del protagonista e, di conseguenza, il tempo dell’azione è dettato dal tempo del protagonista. La trama talvolta diventa il suo flusso di coscienza stesso.

    La poetica di Charlie Kaufman: stili e tematiche

    Passando in rassegna cronologicamente i film che ha curato, prima come sceneggiatore e poi come regista, è possibile notare che queste caratteristiche sono individuabili sin dalle primissime produzioni. Il suo primo successo come sceneggiatore è arrivato con Essere John Malkovich (1999). Il concept era semplice: “la storia di un uomo che si innamora di una donna che non è sua moglie”. Dopodiché Kaufman ha condito la storia con elementi stravaganti e la sceneggiatura era diventata troppo particolare per Hollywood, ma il progetto ha iniziato a prendere forma quando Michael Stipe, cantante dei R.E.M., ha deciso di finanziare il film e Spike Jonze ha accettato di dirigerlo.
    Il protagonista è Craig Schwartz (John Cusack), un burattinaio geniale ma incompreso la cui attività non rende quanto vorrebbe, perciò inizia un nuovo lavoro come archivista. Qui fa un’incredibile scoperta: al 7° piano e mezzo di un grattacielo newyorkese, c’è una porticina che consente di entrare nel corpo del celebre John Malkovich per 15 minuti. L’attore Malkovich, interprete di se stesso nel film, diventa la marionetta di Craig, che riesce finalmente a sopperire (solo temporaneamente) al senso di frustrazione e di inadeguatezza che lo perseguita. Il viaggio nel corpo del celebre attore diventa occasione di analisi della psiche del burattinaio, per esplorare la propria identità, i rapporti umani, l’ossessione per il potere.
    Con questa pellicola ha attirato l’attenzione del pubblico internazionale, si è guadagnato il plauso della critica e ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nel 2000, tra cui miglior sceneggiatura originale. Azzeccatissima è stata la collaborazione con il regista Spike Jonze: i due hanno dato vita ad un vero e proprio capolavoro in cui il dramma e la commedia, generata da situazioni assurde e paradossali, sono in perfetto equilibrio. Il regista è stato determinante per mantenere questo equilibrio e affrontare tematiche dolorose, senza gettarsi nella disillusione.
    Torna a lavorare con Jonze per il film che gli ha fruttato una seconda nomination all’Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale e il suo secondo BAFTA: Il ladro di orchidee (Adaptation, 2002).  Il protagonista è Charlie Kaufman (interpretato da Nicolas Cage), uno sceneggiatore timido e attualmente in crisi perché non riesce a tradurre in un film interessante il romanzo “Il ladro di Orchidee” di Susan Orlean. Si tratta di un film parzialmente autobiografico: il film nasce realmente dal tentativo di adattare il romanzo della Orlean e molte insicurezze del personaggio appartengono allo sceneggiatore. Dall’altro lato, Kaufman non ha un fratello gemello, ma rappresenta la sua controparte, l’atteggiamento che aspirerebbe ad avere. La pellicola si può definire metanarrativa: il fulcro della trama diventa il processo stesso di adattamento cinematografico, una riflessione sul processo creativo e su come quest’ultimo possa dare buoni risultati solo se la storia è autentica per l’autore. Qui il confine tra realtà e immaginazione è estremamente labile. Kaufman ritiene che quest’ultima sia necessaria per far comprendere allo spettatore quanto sia difficile distinguere ciò che viviamo e ciò che costruiamo nella nostra mente. Allo stesso modo, è difficile comprendere a fondo persino la nostra identità, stratificata e sfuggente, motivo per cui i personaggi sono inaffidabili e hanno una personalità cangiante. La rivista “Sight & Sound” del British Film Institute ha inserito la pellicola tra i trenta film chiave del primo decennio del XXI secolo.

    Nel 2004 collabora con il regista Michel Gondry per Eternal Sunshine of the Spotless Mind, pellicola che gli valse l’Oscar per la Miglior sceneggiatura originale. I protagonisti sono Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet), due giovani la cui storia d’amore è ormai finita e per superare il dolore si sottopongono entrambi ad una terapia per cancellare la memoria, simbolicamente chiamata “Lacuna”. Questa tecnica cancella tutto ciò che è stato, ogni ricordo, ogni dolore. In questo film è particolarmente evidente la confusione dei piani temporali. Gran parte della trama si svolge nella psiche dei personaggi tra subconscio e razionalità, i flashback si intrecciano al tempo della storia. Un’altra tematica che sta a cuore allo sceneggiatore è l’importanza del dolore e della memoria, custode di momenti felici e dolorosi. Dagli errori si può fuggire o imparare, ma è chiaro che per Kaufman la cancellazione dei ricordi non può mai essere la soluzione, infatti Joel e Clementine cadono in un circolo vizioso di eventi. Il film ha ottenuto immediatamente un grande successo ed è stata una delle pellicole che ha ricevuto più recensioni positive nel 2004.

    Il debutto alla regia avviene nel 2008 con Synecdoche, New York. Ormai è uno sceneggiatore affermato e torna sul grande schermo con un’opera radicale, complicata e poetica allo stesso tempo. Il protagonista è Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), un regista teatrale newyorkese. Cade in una profonda depressione quando la moglie lo lascia per trasferirsi a Berlino con la figlia, così, grazie al sostegno di una borsa di studi, tenta di compiere la sua più grande ambizione: la rappresentazione teatrale della vita reale. Ricrea quindi New York in un magazzino e la popola di attori che interpretano persone reali e un certo Sammy veste i panni di Caden. Lo spettacolo diventa un’occasione per riflettere sulla sua esistenza, le sue relazioni, intrecciando memoria e immaginazione.
    Si tratta di uno dei suoi progetti più ambiziosi, ricco di significati nascosti da cogliere: il titolo cita una figura retorica (la parte per il tutto); il cognome del protagonista (Cotard) è il nome di una patologia psichica caratterizzata dalla convinzione di essere morti; la moglie affitta l’appartamento da un certo Capgras, che è anche il nome di una sindrome secondo cui ci si convince che una persona cara è stata sostituita da un impostore. Ritorna qui il tema kaufmaniano dell’impossibilità di conoscersi veramente, di poter avere il pieno controllo sul proprio destino e l’utilizzo dell’arte come tentativo ultimo per riprendere in mano le redini della propria esistenza.

    L’ultimo film che ha diretto è Sto pensando di finirla qui (2020), un film dal titolo cupo e volutamente ambiguo in cui tornano tutti i tratti tipici della sua poetica. Il protagonista è Jake (Jesse Plemons), un giovane che porta la fidanzata Lucy (Jessie Buckley) a casa dei suoi genitori. Tra atmosfere allucinatorie e conversazioni che mettono a disagio la ragazza, la situazione è molto particolare, al limite dell’inquietante.
    Ancora una volta, il protagonista è pieno di insicurezze, sente un forte senso di fallimento dovuto non solo alla mancanza di una compagna, ma soprattutto alla sensazione di non aver realizzato nulla di meritevole e che sia troppo tardi per porvi rimedio. La soluzione più semplice sembra mollare la presa e abbandonarsi al flusso del tempo che scorre. Torna l’importanza che Kaufman attribuisce alla memoria, Jake infatti ripercorre con la mente i luoghi e le persone per lui più importanti. Anche qui lo spettatore accede alla psiche del protagonista, di conseguenza il tempo scorre in maniera anomala, con salti temporali e distorsioni. Infine, il regista dà ampio spazio alla fragilità umana e alla dispersione che ne può derivare.

    Conclusione

    Analizzando le produzioni di Kaufman, appare evidente come il suo cinema sia profondamente umano. Il perno della trama non sono gli eventi, quanto i personaggi con le loro fragilità, dubbi e insicurezze. La storia si svolge in luoghi reali ma anche “mentali”, creando confusione tra cosa è reale e cosa no, sia esso frutto dell’immaginazione o un ricordo custodito nella memoria. La certezza incrollabile per Kaufman è la potenza dell’arte: sinonimo della vita perfetta e armoniosa a cui l’essere umano aspira, un mondo dove tutto ha senso, dove non esistono le convenzioni sociali e i personaggi sono amati per ciò che sono. È uno strumento catartico non nel senso tradizionale del termine, ma in quanto processo doloroso in cui si affronta e ci si confronta con il proprio dolore e le proprie paure.
    Alessia Agosta,
    Redattrice.
  • Paul Thomas Anderson – La controversa ascesa a regista fino al suo esordio

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    Quando si parla dei registi più grandi, influenti e incisivi dei giorni nostri, non si può non citare Paul Thomas Anderson che nel corso della sua carriera (nove film all’attivo e uno in produzione) è riuscito a farsi strada nel cinema firmando capolavori come Boogie Nights, Il Petroliere o Il Filo Nascosto.

    Tra elogi dalla critica e riconoscimenti vari, Anderson riesce negli anni a ottenere ben undici candidature agli Oscar senza mai riuscire a vincerne una, rendendolo il regista vivente con più candidature senza vittorie.

    Non sono presenti molte sue testimonianze sulla vita prima di diventare regista, infatti è un regista piuttosto riservato riguardo al passato; tuttavia grazie a collaboratori, parenti o amici si conoscono dettagli sul suo passato e su come sia arrivato a incantare le sale di tutto il mondo, scoprendo che quel passato di cui non parla a parole viene raccontato perfettamente nei suoi film attraverso i personaggi, le storie e le ambientazioni.

    Proprio per questo motivo andremo ad analizzare il suo passato soffermandoci sul periodo che ha dato il via alla carriera del regista con il suo primo lungometraggio Sydney (Hard Eight). 

    Per fare ciò affronteremo brevemente la sua vita, data la rilevanza di quest’ultima nei suoi film, per poi andare nello specifico sulle varie tappe che lo porteranno al concepimento della prima pellicola.

    La vita e i legami infantili con il cinema

    Paul Thomas Anderson nacque il 26 giugno del 1970 a Los Angeles e i genitori, Edwina Gough ed Ernest Anderson, erano rispettivamente attrice e conduttore radiofonico/televisivo e vissero perdipiù nella San Fernando Valley

    Infatti da subito fu pienamente immerso nel mondo del cinema e della televisione, soprattutto perché il padre possedeva un videoregistratore e questo gli permise di guardare molti titoli già da bambino.

    Un approccio più pratico avvenne all’età di soli dodici anni, quando il padre gli regalò una videocamera e Anderson iniziò subito a filmare video con il padre e i suoi amici dello spettacolo, che rappresentavano perlopiù scenette comiche, arrivando anche a infastidirli.

    Da qui passò a fare dei mini filmati con gli amici in cui inscenavano gruppi di gangster con delle pistole ad acqua che imbrattavano le case della zona, finché non dovettero smettere per le varie lamentele.

    A questo punto i genitori lo mandarono in un collegio dove riuscirono a calmare il suo animo “teppista” e un anno dopo, finite le elementari, tornò a casa e raggiunse l’attore e amico d’infanzia Shane Conrad alla “Montclair Prep.”, una famosa scuola privata frequentata da celebrità del calibro di Michael Jackson.

    Qui conobbe la professoressa Stevens che in un’intervista per Esquire racconta di come dopo la visione di Midnight Run, Paul rimase colpito dalle poche scene recitate da Philip Baker Hall che nel film interpretava un personaggio di nome Sidney, a tal punto da farlo entrare nell’ufficio dell’insegnante con un pezzo di carta, su cui aveva scritto la parola “Sydney”, dicendo che quello sarebbe stato il suo prossimo film. 

    È impressionante pensare che quello, anni dopo, sarà il suo primo film e che quell’attore che tanto lo aveva colpito, parteciperà interpretando proprio Sydney.

    Comunque quel periodo fu molto importante per il regista dato che girò molti video con i fratelli e gli amici come ad esempio una parodia di Terminator, una parodia di Miami Vice o un cortometraggio chiamato The Big Shit che parlava di un ragazzo che non riusciva a trovare un bagno, questo almeno fino all’ultimo anno di scuola dove Anderson dirigerà il suo primo vero e proprio cortometraggio.

    The Dirk Diggler Story – Il cortometraggio che anticipa Boogie Nights

    Tra un video e un altro Anderson e gli altri riuscirono a trovare un modo per intrufolarsi negli studi di Hollywood conoscendo vari nomi del cinema come Joel Schumacher e questo lo avvicinò ancora di più al cinema, tanto che in quel periodo fu influenzato dalla visione dei film di Kubrick, Scorsese o Robert Altman (che lo porterà in futuro sul set di alcuni film).

    Verso la fine dell’ultimo anno di scuola si mise a girare un progetto sull’industria del porno nella Valley che chiamò The Dirk Diggler Story, gettando le basi per quello che sarà in futuro il suo secondo lungometraggio, ovvero Boogie Nights.

    Il film era stato girato in un motel vicino agli Universal Studios con l’utilizzo di steadicam (ricorrente nei suoi film) e vedeva protagonista l’ascesa e la caduta di Dirk Diggler (interpretato da Michael Shein), una porno star maschile, spunto che arriva dalle vicende dell’attore porno americano John Holmes. Qui si possono notare molte similitudini con Boogie Nights, anticipando addirittura scene che sarebbero state riprese in modo identico e plasmando dei temi che sarebbero stati ricorrenti nella sua filmografia, ovvero una certa alienazione dei personaggi, la solitudine, il destino e la volontà di essere qualcun altro.

    Dopo la scuola provò a studiare cinema alla New York University ma la lasciò dopo due giorni e si mise a lavorare come assistente di produzione per spot televisivi e game show. Non restava che consegnare The Dirk Diggler nelle mani giuste, ma con la sua tenacia e il saper muoversi tra le strade di Hollywood Anderson riuscì a conoscere Alan Parker.

    L’incontro con Parker e il corto Cigarettes & Coffee presentato al Sundance Film Festival

    Le versioni di come sia andata la vicenda non sono chiare ma a detta di Parker stesso ci fu un incontro dopo un evento in una scuola di cinema, in cui Anderson si avvicinò e gli consegnò la cassetta con il cortometraggio e i recapiti telefonici.

    In questo modo riuscì a farsi conoscere e ottenne un lavoro come assistente in un film dove conobbe proprio Philip Baker Hall, ovvero l’attore di Midnight Run che interpretava Sidney. Da questo incontro si iniziarono a conoscere, Anderson gli portava il caffè, fumavano sigarette e parlavano molto finché Paul non gli propose un ruolo per un corto che aveva scritto, ovvero Cigarettes & Coffee, dicendo che magari gli avrebbero dato l’attrezzatura per dirigerlo. Baker Hall lesse la sceneggiatura e accettò il ruolo trovando la sceneggiatura geniale.

    La trama racconta cinque storie, tra giochi d’azzardo e crimini, che vengono accomunate da una banconota da 20 dollari firmata da un personaggio all’inizio della storia come portafortuna. Questo sarà il cortometraggio che getterà le basi per il suo esordio con Sydney, ma è anche un’anticipazione di una certa narrazione, che poi tornerà poi in Magnolia, che vede protagonisti dei crossover fortuiti che collegano le varie storie.

    Dopo che Hall accettò, Anderson sfruttò le sue conoscenze per avere attrezzatura, cast e dei soldi per girare il cortometraggio, in cui per la prima volta ebbe a che fare con un vero e proprio set, sapendolo gestire in modo intuitivo, quasi come fosse una vocazione e dirigendo gli attori in un modo stravagante che poi contraddistinguerà il modo di fare del regista.

    Il cortometraggio ebbe molto successo e Anderson riuscì a presentarlo a New York per il Sundance Film Festival con cui raggiunse l’attenzione necessaria per poter dirigere il suo primo lungometraggio.

    L’esordio di Paul Thomas Anderson e il festival di Cannes

    Dopo la proiezione al Sundance, Anderson fu invitato al Sundance Institute nel 1994 (a soli 24 anni) per dirigere il suo primo lungometraggio e scelse di girare un film, basato sul precedente cortometraggio, chiamato Sydney (proprio come aveva scritto sul pezzo di carta da ragazzo alla sua insegnante).

    Il film prevedeva il ritorno di Philip Baker Hall a cui si aggiungono Philip Seymour Hoffman e John C. Reilly, con cui stringe un sodalizio che durerà anche nei film successivi, ma anche stelle del cinema come Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson.

    Una volta a lavoro sulla pellicola, Anderson riesce ad accumulare un buon girato che la produzione decise di montare in modo veloce per renderlo più commerciale cambiando anche il titolo in Hard Eight (nella versione italiana intitolato comunque Sydney), nonostante al regista non piacesse (e tutt’ora non piaccia).

    Proprio per questo Anderson prese di nascosto una copia e riuscì a rimontare la sua versione originale dagli scarti, presentandola alla 49ª edizione del Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard (tutt’ora le scene tagliate sono disponibili negli extra del formato DVD) e dando il via alla sua straordinaria carriera che riprenderà molto da questa pellicola e dalla sua personale ascesa a regista.

    Se vi è piaciuto questo approfondimento e volete sapere di più sul regista, potete recuperare la nostra live, in cui classifichiamo i suoi film uno per uno, cliccando qui.

    Fonti: Esquire, IMDB, Comingsoon.

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    Michael Pierdomenico,
    Redattore.
  • CHARLIE KAUFMAN – LA MENTE È UN LABIRINTO DEGLI SPECCHI, SENZA USCITA

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    (il presente articolo contiene spoiler di Synecdoche, New York e Sto pensando di finirla qui)

    Entrare nella mente di Charlie Kaufman è come attraversare la porticina per un universo bizzarro, surreale e talvolta oscuro. Fin da quando il burattinaio interpretato da John Cusack ha scoperto un passaggio per la mente di John Malkovich in Essere John Malkovich, il cinema dello sceneggiatore newyorchese è un cinema labirintico che richiama in egual misura Svevo, Kafka e Borges, con delle pennellate di un Lewis Carroll ancora più cerebrale.

    Una storia (a)tipica di Charlie Kaufman prende di solito le mosse da uno spunto abbastanza eccentrico – una porta per la mente inconsapevole di un celebrato attore premio Oscar, un teatro grande come una città, un presentatore di programmi spazzatura che diventa un navigato agente della CIA -, che da solo denota l’atmosfera di irrealtà delle sue storie, per poi immergersi nel labirinto di ansie, paranoie e ossessioni esistenziali dei suoi protagonisti. La mente umana diventa il terreno inesplorato e il centro dell’indagine artistico-esistenziale. A volte diventa letteralmente l’ambientazione principale del film: vedi Se mi lasci ti cancello, la sceneggiatura che gli valse l’unico Oscar nel 2005.

    Nelle analisi dei film di Charlie Kaufman, quella psicanalitica -e, in certi casi, anche psichiatrica- è quindi la strada più battuta; una sfaccettatura altrettanto conosciuta ma forse meno appariscente è invece l’esplorazione della condizione umana attraverso il rapporto con l’arte. Il protagonista tipico di un film di Kaufman è un artista, almeno nel suo campo: che sia un burattinaio, un regista teatrale, uno sceneggiatore o semplicemente un appassionato osservatore di finzioni, il senso dell’arte è un aspetto non indifferente di alcuni dei suoi migliori film, come quelli di cui si parlerà qui.

    IL LADRO DI ORCHIDEE – SOPRAVVIVERE (GRAZIE) ALL’ARTE

    Durante la lavorazione di Essere John Malkovich, Charlie Kaufman si trova in crisi: gli è stato commissionato l’adattamento del romanzo non-fiction Il ladro di Orchidee, della scrittrice e giornalista Susan Orlean, sull’orticoltore criminale John Laroche. Il problema è che Kaufman non sa proprio da che parte prenderlo. Deluso e frustrato dal blocco dello scrittore, ritrova proprio in questo l’ispirazione per scrivere finalmente Il ladro di Orchidee, che esce nel 2002. La storia, infatti, è quella di… Charlie Kaufman (Nicolas Cage), a cui viene commissionato l’adattamento del romanzo non-fiction Il ladro di Orchidee, della scrittrice e giornalista Susan Orlean (Meryl Streep), sull’orticoltore criminale John Laroche (Chris Cooper). Il problema è che Kaufman non sa proprio da che parte prenderlo. Deluso e frustrato dal blocco dello scrittore, ritrova proprio in questo l’ispirazione per scrivere finalmente Il ladro di orchidee, anche grazie all’inaspettato aiuto dell’ingombrante fratello Donald (sempre Cage), a sua volta aspirante sceneggiatore senza troppo talento.

    Quello del rispecchiamento (non troppo) fedele della realtà nella finzione, è un gioco di Pirandelliana memoria a cui Charlie Kaufman si presterà in numerose occasioni -e ci ritorneremo fra poco-. Qui il rispecchiamento assume la forma di una dolorosa e forzata compenetrazione, dovuta quasi più alle circostanze che non al “genio” artistico del protagonista. Questa autocritica assume una connotazione spesso perfida e velenosa nel ritratto della propria paralizzante ansia e del disprezzo di sé stesso. Il blocco dello scrittore di Kaufman è anche un blocco esistenziale, una palude della mente in cui si trova incastrato per colpa della sua arte e da cui riuscirà a uscire grazie alla sua arte, e al ritrovamento di uno spirito primitivo e ingenuo che anima il semplice piacere delle storie.

    L’arte di raccontare storie è croce e delizia dell’essere umano, necessità fisiologica e naturale e allo stesso tempo buco nero di distruzione e annullamento di sé: ma, almeno per questa fase della sua filmografia, soprattutto ancora di salvezza dello spirito.

    SYNECDOCHE, NEW YORK – TUTTO IL PALCOSCENICO È UN MONDO, PURTROPPO

    Dopo aver scritto le sceneggiature di cinque film (diretti da Spike Jonze, Michel Gondry e George Clooney) e dopo l’oscar nel 2005, Charlie Kaufman esordisce alla regia nel 2008 con Synecdoche, New York, e da qui il suo universo si fa più fosco e contorto che mai.

    L’arte, come ne Il ladro di orchidee, diventa scialuppa di salvataggio e tempesta, rimedio e veleno della vita; rispetto al film di Spike Jonze, tuttavia, il discorso sull’arte è qui ancora più centrale, e sbilanciato nella sua natura intrinsecamente limitata e legata alla morte e alla propria inevitabile fine. Come quella di Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore, la storia del regista teatrale Caden (Philip Seymour Hoffman) è segnata dal costante avvicinamento della morte, dal progressivo annullamento del sé. Il teatro è come la vita: ma la vita è una casa perennemente in fiamme, che finisce con l’uccidere chi ci abita.

    Lo sforzo ossessivo e totalizzante di Caden nel realizzare il suo magnum opus teatrale è mirato a riprodurre la vita, nella sua interezza e nelle sue brutture, in un teatro grande come una città e abitato da una folla di attori che è una popolazione a sé stante. Ma questo sforzo è inutile: la realtà fuori e dentro il teatro, fuori e dentro Caden, finisce con il disgregarsi.

    Il confine tra realtà e finzione viene artificialmente abbattuto, un mattone alla volta, nello spasmodico tentativo di trovare un senso alla vita che un senso non ha. La nostra esistenza è solo una breve parentesi, quella scansione di tempo tra il momento in cui il sipario viene alzato per la prima volta e il momento in cui viene calato.

    STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – SCENE DI UNA RELAZIONE

    Dopo lo splendido lungometraggio d’animazione in stop-motion Anomalisa, basato sul suo omonimo radiodramma, Charlie Kaufman scrive e dirige Sto pensando di finirla qui.

    La storia è concettualmente più semplice dei precedenti film: un viaggio in auto di due fidanzati, Jake (Jesse Plemons) e una ragazza senza nome (Jessie Buckley); l’incontro con gli stravaganti genitori di lui e l’ultimo giorno di un anziano bidello (Guy Boyd), che osserva vite altrui ritratte a teatro – con la messa in scena del musical Oklahoma! nella scuola in cui lavora (o sullo schermo) nella forma di una commedia romantica diretta, nella finzione, da Robert Zemeckis – e tira le somme sulla propria esistenza.

    La giovane donna vorrebbe porre fine alla relazione con Jake, ma il suo viaggio sentimentale attraversa una serie di scene sconnesse temporalmente tra passato, presente e futuro. La sua stessa persona si fa sempre più incerta, diventa scomposizione prismatica di tante ragazze diverse, mai esistite davvero perché filtrate da un’immaginazione maschile nutrita di relazioni immaginarie.

    La realtà interiore e immaginata dal bidello, mutuata dal musical scolastico e dal finto film di Zemeckis, mutua a sua volta un illusorio lieto fine, una recita in cui i protagonisti applaudono un altrettanto illusorio momento di gloria, che riscatta (per finta) una vita trascorsa all’ombra delle possibilità perdute. L’arte è ricettacolo di speranze e illusioni di felicità: ma la felicità immaginata dall’arte è fatta di maschere posticce.

    Oltre a Sto pensando di finirla qui, nel 2020 esce anche il suo primo romanzo, Antkind: la storia di un critico alle prese con un film lungo tre mesi, che potrebbe essere l’ultima speranza di bellezza dell’umanità. L’essere umano per Charlie Kaufman si rispecchia ancora una volta nell’arte, cercando una speranza di chiarimento, e ci trova solo un labirinto che è quello della propria mente. Un labirinto da cui non può distogliere lo sguardo.

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