Tag: recensione

  • RECENSIONE THE LAST DUEL DI RIDLEY SCOTT

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    1977, Festival di Cannes. Ridley Scott vince il premio per la miglior opera prima con I Duellanti, film in costume ambientato nella Francia napoleonica che racconta la rivalità decennale tra due nobili ufficiali della Grande Armée. Con  questo esordio folgorante, che lancia la carriera del regista inglese e lo rende immediatamente uno dei nomi più in vista del panorama hollywoodiano, Scott apre un percorso che avrebbe continuato in futuro con pellicole come Le Crociate – Kingdom of Heaven, Il Gladiatore e Robin Hood, e che porta avanti ancora nel 2021 con The Last Duel, che pare davvero chiudere – molto romanticamente – un cerchio iniziato, appunto, con un duello. Nonostante il regista britannico sia noto per la sua versatilità, avendo affrontato molti generi nel corso della sua lunghissima carriera, si può affermare tranquillamente che questo tipo di racconto storico sia tra i filoni di maggior  successo dell’intera produzione scottiana e che con questo The Last Duel ci si trova di fronte a uno dei prodotti più convincenti e riusciti della filmografia post-2000 del regista

    Il film, che racconta la storia vera di un processo e del Duello di Dio (l’ultimo legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo) che ne conseguirà, presenta la vicenda attraverso il punto di vista di tutti e tre i personaggi principali, ovvero l’accusatore Jean de Carrouges (Matt Damon), l’accusato Jacques Le Gris (Adam Driver) e la moglie del primo, Marguerite de Carrouges (Jodie Comer), vittima del delitto di violenza carnale in questione. Ciò che rende veramente notevole narrazione è che essa venga strutturata secondo la forma classica, almeno a livello di immaginario cinematografico, dei processi giudiziari: il primo atto rappresenta l’arringa dell’Accusa, il secondo quella della Difesa e il terzo la deposizione del testimone chiave, che sfocia poi nella Sentenza-Duello finale. 

    Questa costruzione dell’intreccio funziona perfettamente senza risultare pesante o ridondante e permette allo spettatore di rivivere le stesse sequenze più volte, notando tutti i piccoli cambiamenti causati dalla distorsione della percezione e della memoria di chi racconta. 

    Nel realizzare questa struttura narrativa, che sulla carta sarebbe potuta apparire eccessivamente ripetitiva, Scott è aiutato da un cast stellare in ottima forma: Jodie Comer ruba indubbiamente la scena, regalando un’interpretazione straordinariamente intensa, soprattutto nella seconda parte della pellicola, e affermandosi come vera e propria protagonista morale della storia. Notevole anche la prova attoriale di Ben Affleck nei panni del Conte Pierre, un personaggio davvero ben scritto: tragicomico, a tratti grottesco, funziona molto bene e dà respiro allo spettatore, spezzando il tono drammatico del film. 

    Valutazioni opposte, invece, per quanto riguarda i due rivali: se Matt Damon riesce ad essere in parte dall’inizio alla fine, fornendo nel complesso un’ottima interpretazione, lo stesso non si può dire di Adam Driver, che nonostante abbia sicuramente il physique du role giusto, risulta il meno convincente del quartetto. 

    Per quanto riguarda il comparto tecnico, Ridley Scott si conferma una garanzia di qualità per quanto riguarda la messa in scena che è, come al solito, eccezionale, dimostrando ancora una volta il suo incredibile talento visivo. 

    La fotografia è eccellente e coerente con le ambientazioni: tutti gli esterni presentano colori fortemente desaturati, in cui sono i toni dei grigi e dei blu a farla da padroni, in un paesaggio costantemente gelido e innevato (chi scrive, dopo mezz’ora di film, si è dovuto rimettere la giacca come “percependo” il freddo trasmesso dalle immagini) che contrasta fortemente, però, con gli interni illuminati da calde e morbide luci di candele e camini. Oltre alla direzione della fotografia magistrale di Dariusz Wolski, però, è necessario lodare anche il reparto scenografico, che riesce a creare degli ambienti estremamente dettagliati e credibili, che trasportano immediatamente lo spettatore nel mondo medievale del XIV secolo, anche grazie a straordinarie vedute in esterna ricostruite in CGI, che restano sempre coerenti con il lessico visivo del film ed evitano quel fastidioso effetto “videogioco” a cui, purtroppo, si assiste ormai troppo spesso. 

    Ciò che, però, rende veramente notevole a livello tecnico questa pellicola sono le scene di combattimento, girate con una sicurezza e una maestria che pochi altri registi oltre a Scott possono vantare.

    Prendendo a piene mani dalle sue fatiche precedenti (su tutte Il Gladiatore e Le Crociate), il regista regala sequenze di guerra davvero strabilianti, la cui unica pecca è – forse – la durata troppo breve, in quanto del materiale così ben diretto avrebbe meritato sicuramente qualche minuto di schermo in più. Minuti che non vengono lesinati, invece nella scena finale del duello, certamente una delle migliori del film e, probabilmente, una delle migliori sequenze di combattimento viste in un prodotto audiovisivo negli ultimi anni, nella quale Scott riesce a far immergere totalmente lo spettatore in uno scontro terribile, facendo percepire tutta la fatica dei duellanti, il peso delle armature in ferro, la violenza dei colpi di spada e ascia, mantenendo costantemente altissima la tensione e il pathos che una sequenza del genere comporta. 

    Oltre alle grandissime scene che possono essere definite d’azione, la regia risulta molto efficace anche nelle sequenze più intime e drammatiche, che colpiscono quando devono colpire ed emozionano quando devono emozionare.

    Per quanto riguarda, invece, il contenuto tematico dell’opera, il film si fa notare per l’importanza e l’attualità del messaggio e per il coraggio nel raccontarlo, senza risultare mai retorico o inutilmente didascalico. In una Hollywood scossa, ormai da qualche anno, dal caso Weinstein e dalla nascita del movimento MeToo, Scott e i suoi sceneggiatori (gli stessi Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener) realizzano una pellicola che punta dritta al cuore della questione, raccontando una storia che, prima che una dichiarazione politica, è un dramma fortemente umano, che problematizza alcuni tra i temi chiave della società contemporanea, in cui spesso le vittime di abusi e violenze vengono colpevolizzate e inquisite. 

    The Last Duel, in sintesi, ricorda al mondo come ancora oggi, purtroppo, ci voglia un coraggio eroico per denunciare, nonché forza e caparbietà per ottenere giustizia, e come chiedere a una vittima di stupro cosa indossasse, che cosa avesse bevuto o se possa aver in qualche modo provocato il suo aguzzino restino domande medievali, che non dovrebbero più essere poste nell’Anno del Signore 2021 d.C. 

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessandro Catana" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com7_.png" image_id="1649|full" image_border_radius="" company="Caporedattore" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE TRE PIANI DI NANNI MORETTI – SENZA PROFONDITÀ NÉ ANIMA

    Dopo l’esordio nel 1978 con Ecce Bombo, dopo il Premio alla Regia ricevuto nel 1993 con Caro Diario e la Palma d’Oro conquistata nel 2001 con La Stanza del figlio (con un Mulholland Drive che ancora grida vendetta), Nanni Moretti torna a Cannes con il suo primo film basato su soggetto non originale, nella fattispecie il romanzo omonimo di Eshkol Nevo, composto da tre drammi borghesi ambientati nello stesso condominio, situato ovviamente a Roma, quartiere Prati. Vittorio e Dora (Nanni Moretti e Margherita Buy) sono due professionisti alle prese con il figlio fresco colpevole di omicidio stradale; Monica (Alba Rohrwacher) è una neo-mamma che soffre per la lontananza continua del marito (Adriano Giannini), per gli spettri del passato e la paura di impazzire come sua madre; Lucio (Riccardo Scamarcio) sospetta un possibile abuso subito dalla figlioletta ad opera del vecchietto vicino di pianerottolo che se ne prende cura quando i genitori non ci sono.
    Tre vicende estremamente drammatiche che non vengono né smorzate dalla consueta ironia morettiana (anzi di morettiano forse ci sono solo i maglioni a collo alto e il tango illegal sul finale) né supportate da una narrazione coinvolgente, complice anche un cast di assoluto spessore in cui nessuno degli attori riesce a fornire un'interpretazione all'altezza della propria carriera. 

    Le figure femminili risultano assolutamente presenti in funzione dell'uomo, anche quando questi è assente, e magari ciò dovrebbe essere propedeutico all’obiettivo a cui tende ciascuna di loro: riuscire a vivere senza il marito, perdonare e avere un rapporto civile con il fedifrago, scegliere di dare un taglio al passato, affrontare la vita adulta. Nel caso di Monica non è nemmeno chiaro se il suo percorso sia verso la pazzia o la salute, se verso l’indipendenza personale o verso la conciliazione col marito, e la sua bizzarra ultima inquadratura confonde ancora di più il tutto.
    Il condominio probabilmente dovrebbe apparire come luogo di "prigionia"ma non è reso a pieno nemmeno dal monologo di Margherita Buy nel terzo atto. Il duplice salto temporale, 5 anni in entrambi i casi, non ci fornisce una vera evoluzione, i personaggi e il loro ambiente risultano identici sia all'interno che all'esterno (eccezion fatta per i bambini, per ovvie ragioni). L’epoca di ambientazione è sì contemporanea ma completamente slegata dalla società attuale, e non basta certo una scena a narrare il dramma dell’odio xenofobo. Il senso di giustizia, la lealtà familiare, la convivenza con il dubbio sono tutti temi che nel film vengono trattati con una sufficienza stucchevole, in una maniera che ricorda più Muccino che il Moretti che conosciamo tutti, e in questo caso è veramente difficile non restare delusi.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE ISOLATION – CRONACHE DAL LOCKDOWN

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no” border_position=”all”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    In cinque diversi episodi, altrettanti registi europei raccontano il primo lockdown concentrandosi su diversi aspetti. Il documentario, uscito lunedì 4 ottobre al cinema, vede uniti i lavori di Michele Placido, Julia von Heinz, Olivier Guerpillon, Jaco Van Dormael e Michael Wintebottom.

    La morte addosso – Michele Placido

    In questo primo episodio Placido sceglie di mostrare il lato più evidente e comunemente sentito di quella che è stata la quarantena di marzo 2020: l’impressione della morte che aleggia nell’aria, la solitudine, la necessità di sopperire alla mancanza della vita di tutti i giorni costruendo un legame forte con piccole abitudini come passeggiate nella natura o la ricerca di un rifugio nei monumenti e nell’arte. Il regista evidenzia l’importanza della capacità di adattarsi e di arrivare ad amare quegli aspetti della vita che non si possono cambiare per stare bene. Un tentativo che, nonostante partisse da buoni presupposti, non riesce a svilupparsi in maniera originale. Non ci si discosta troppo dalle solite immagini viste più volte nel corso dell’ultimo anno e mezzo quando si è tentato di descrivere questo periodo drammatico: il materiale di repertorio registrato da un cellulare che mostra le camminate solitarie di Placido, la breve intervista a Bocelli sull’amore delle proprie abitudini, scene di ospedali in crisi, del Papa e di Mattarella non comunicano niente più di quel senso di pesantezza, tedio, sofferenza e talvolta noia che abbiamo tutti già presente e di cui siamo stanchi

    Due padri – Julia Von Heinz

    Segue il racconto da parte della regista tedesca Julia Von Heinz della  peculiare maniera in cui lei ha trascorso la quarantena. In seguito alla morte del padre, il giorno prima del lockdown, Julia si era recata a casa del defunto per occuparsi di mobili e altri oggetti da spostare o gettare. Qui, aprendo il computer, rimane sconvolta da qualcosa che non avrebbe mai sospettato: l’omosessualità del padre. Il suo periodo di quarantena quindi è stato un viaggio verso la conoscenza di questo aspetto del suo genitore, tramite messaggi ad altri membri della comunità gay di cui quest’ultimo faceva parte, e confronti con il regista Rosa von Praunheim. L’obiettivo di Julia è quello di raccontare schiettamente tutta la verità, per cancellare i sentimenti di vergogna e disagio che pensava suo padre potesse aver provato. Intenzioni nobili sicuramente che forse però sfociano un po’ nell’indiscrezione. Dai suoi racconti si percepisce un uomo, suo padre, molto timido e riservato, ma non necessariamente schiavo di un timore e un imbarazzo di sé tale da rendere necessario combattere in questo modo. Presentando del materiale pornografico gay che aveva per protagonisti due ragazzi giovani la Von Heinz voleva tentare un impatto visivo forte e significativo ma non riesce spesso a raggiungere quel grado di delicatezza tale da raccontare con tatto un tema così sensibile. Un racconto comunque meno banale di quello di Placido.

    Liberty, equality, immunity – Olivier Guerpillon

    Il terzo episodio costituisce il gioiello del documentario: Guerpillion non ha niente a che fare con le atmosfere pesanti evocate dai suoi colleghi. Per narrare una vicenda drammatica come la prima ondata di coronavirus appare quasi scontato adottare toni gravosi e angoscianti. Il regista francese si dimostra quindi originale sia nelle tematiche scelte che nel modo di raccontarle: con ironia e leggerezza descrive come la Svezia (paese in cui si era trasferito da tempo) aveva affrontato il mese di marzo 2020. Con frammenti di film di Bergman ed estratti di diversi contenuti mediatici offre simpatici spunti di riflessione non solo su come ci si sarebbe dovuti comportare e su quanto è invece accaduto (ricordiamo che la Svezia è stato il paese europeo con le norme meno severe per il contenimento del virus), ma anche sul popolo svedese e i suoi comportamenti abitudinari. Un punto di vista diverso e interessante, di gran lunga il migliore dei cinque.

    Mourning in the time of Coronavirus – Jaco Van Dormae

    Il regista belga sceglie di condividere il dramma della morte del padre di sua moglie, concentrandosi su una delle situazioni più tristi della quarantena: gli anziani nelle case di cura. Michèle Anne non aveva potuto vedere suo padre nei suoi ultimi giorni di vita perché le misure di sicurezza avevano imposto la chiusura delle case di riposo, aumentando di molto il senso di solitudine e di abbandono già di per sé spesso presente in questi luoghi. Giocando con i colori Van Dormae predilige il bianco e nero e inquadrature statiche con una musica struggente di sottofondo. Disorganizzazione e panico vengono messi in evidenza con materiali di repertorio di interviste a politici ed esperti. Una vicenda toccante che non poteva essere descritta diversamente ma ancora una volta rimane ancorata a parametri ben definiti (senso di angoscia e pesantezza, musica melodrammatica, scene di persone che comunicano tramite videochiamate, interviste televisive) da cui solo Guerpillion riesce ad affrancarsi.

    Isolation – Michael Winterbottom

    Un altro interessante punto di vista è quello del regista inglese Michael Winterbottom, che racconta la storia di Eglantina e suo figlio Alvin, due richiedenti d’asilo in Inghilterra. Neanche in questo caso ci si discosta dalle atmosfere gravose; tuttavia, a livello di contenuti l’episodio non risulta scialbo o insulso. 

    Il limbo in cui i richiedenti d’asilo si trovano può durare a volte anche anni, senza possibilità di lavorare o studiare. Questo dramma è stato ovviamente intensificato dalla quarantena. Eglantina e suo figlio hanno vissuto segregati in una stanza con cucina condivisa, tenendosi in contatto con parenti che non vedevano da molti anni solo tramite videochiamate. Angosciante ma con una storia che merita di essere ascoltata.

    A più di un anno distanza dai fatti raccontati è importante ricordare quanto avvenuto e non smettere di provare empatia, tuttavia Isolation è un lavoro che, nonostante gli ottimi presupposti, non riesce a svilupparsi come potrebbe. Un vero peccato.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Gaia Fanelli" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com8_.png" image_id="1651|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE RESPECT – RITRATTO CONVENZIONALE DI UNA DONNA ECCEZIONALE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Era solo questione di tempo prima che anche Aretha Franklin ricevesse il trattamento “biopic musicale” – ritornato in auge negli ultimi anni con film quali Bohemian Rhapsody e Rocketman – che consente di (ri)scoprire un’icona musicale ascoltando una selezione di canzoni storiche, reinterpretate per l’occasione, e allo stesso tempo di studiare la persona dietro l’artista. É proprio questo il filone che segue anche Respect, film finito in development hell per alcuni anni e per il quale è stata coinvolta in fase di pre-produzione anche la stessa Aretha Franklin, prima della sua scomparsa nel 2018.

    Figlia di un pastore battista, Aretha Franklin (Jennifer Hudson) cresce in una casa che vive pienamente il fermento culturale dell’epoca così come le battaglie per i diritti civili degli afroamericani. La casa di famiglia che vanta ospiti illustri come Sam Cooke e Duke Ellington, l’amicizia con Martin Luther King Jr e gli appassionati discorsi del padre C.L. (Forest Whitaker). Il film documenta la vita e la carriera artistica della Regina del Soul, dagli anni ‘50 fino al 1972, anno di uscita dell’album gospel Amazing Grace, uno dei suoi più grandi successi. Una vita travagliata e una carriera musicale impareggiabile che, tuttavia, sono state raccontate nel modo più prevedibile e didascalico possibile.

    Respect è un biopic che segue quasi tutti i passaggi obbligati del genere: formazione, ascesa, caduta, redenzione di una leggenda musicale si susseguono con una prevedibilità che fa tenerezza da quanto è stereotipata. I lati oscuri della protagonista (l’alcolismo, le sue insicurezze) vengono inoltre trattati in modo vacuo, quasi con pudore, senza dar loro il giusto peso. Forse solo il rapporto tormentato con il padre (Forest Whitaker) e con il primo marito Ted White (Marlon Wayans), e il suo faticoso cammino verso la consapevolezza vengono trattati con la giusta gravitas. Il fatto che un film sia basato su una vita vera non dovrebbe impedire di studiare la vicenda con uno sguardo originale o con un certo spessore, cose che qui mancano. La regia di Liesl Tommy (apprezzata regista teatrale e vincitrice di un Tony Award) è buona anche se non molto innovativa, così come il resto del comparto tecnico, dal montaggio alla fotografia: la ricostruzione storica dei tre decenni raccontati nel film è sufficientemente patinata e gradevole ma non degna di nota. Il problema è proprio nella sceneggiatura, competente a livello drammaturgico ma superficiale, che si tira indietro quando dovrebbe al contrario insistere sui temi che suggerisce. Questi difetti strutturali, oltre a far perdere ben presto interesse per delle vicende prive di mordente, schiacciano anche quello che avrebbe potuto essere il maggior pregio del film: l’interpretazione da protagonista di Jennifer Hudson. L’interpretazione infatti è molto buona, e in alcune scene fa trasparire tutto il carisma e la bravura dell’attrice vincitrice del premio Oscar nel 2007, ma si ha costantemente l’impressione che la Hudson avrebbe potuto offrire molto di più, se solo avesse avuto tra le mani un ruolo più consistente,. Occasione mancata anche qui, insomma: un cast di bravi attori cui non è stato dato del materiale all’altezza.

    L’intenzione di offrire un ritratto imparziale della persona prima che dell’artista è evidente, ma Respect finisce con l’essere fin troppo vago e convenzionale. Un biopic che può essere piacevole per scoprire un’icona della musica, ma che in definitiva non rende giustizia alla figura della Regina del Soul.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Valentino Feltrin" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post.png" image_id="924|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE BLACK AS NIGHT ED I VAMPIRI DEL GHETTO – AMAZON & BLUMHOUSE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Nel mese di Ottobre 2020 Amazon Prime, in collaborazione con la casa di produzione Blumhouse, ha distribuito direttamente in streaming sulla propria piattaforma quattro film, tutti appartenenti a vari sottogeneri dell’horror e parecchio diversi l’uno dall’altro, con lo scopo di presentare il lavoro di Blumhouse a una vasta platea di spettatori. Nasceva così Welcome to the Blumhouse. Visto il successo ottenuto dalle quattro pellicole (Black Box, Emmanuel Osei-Kuffour; The Lie, Veena Sud; Evil Eye, Elan Dassani; Nocturne, Zu Quirke) e nonostante la qualità altalenante delle quattro produzioni, nel mese di Halloween del 2021 gli Amazon Studios sono tornati con altri quattro film, quattro nuove storie dirette da quattro registi diversi, di cui due già presenti sulla piattaforma e due in uscita l’8 Ottobre.

    L’articolo di oggi si sofferma su Black As Night, diretto da Maritte Lee Go ed approdato su Amazon Prime Video l’1 Ottobre.

    CACCIA GROSSA A NEW ORLEANS

    Il film si apre con una ripresa notturna della periferia di New Orleans, mostrandoci un senzatetto venire raggiunto da un gruppo di uomini che, scagliandosi violentemente su di lui, lo fanno a pezzi. Si passa poi ad un racconto diretto di Shawna (Asjha Cooper), la protagonista del film che, dopo la perdita di una persona a lei cara e l’incontro con il branco di vampiri, decide di porre fine alla minaccia dei succhiasangue creando una squadra composta dal suo migliore amico Pedro, dall’interesse amoroso Chris e dalla fan di narrativa gotica Anne Rice Granya.

    Sicuramente non si è di fronte ad un’opera che brilla di originalità in quanto a soggetto (tra tutti balza subito in mente la famosa serie anni ’90 Buffy l’ammazzavampiri  con Sarah Michelle Gellar), ma la base di partenza risulta abbastanza solida e interessante per poterci costruire sopra una storia il cui vero scopo è quello di raccontare una lotta di classe (andando a richiamare un classico dell’horror come il Candyman  di Rose datato 1992), inserendo anche richiami al Black Lives Matter ed addirittura scavando indietro fino allo schiavismo. Il tutto viene proposto in maniera seriosa ma senza risultare troppo pesante, permettendo alla pellicola di mantenere uno stile adatto soprattutto ad un pubblico giovane, verso il quale si rivolge tramite i combattimenti e le numerose battute che i personaggi si scambiano.

    I personaggi risultano abbastanza fumettistici e stereotipati (il belloccio, la tipa tosta, quella che conosce tutte le regole dei mostri…), ma funzionano nell’atmosfera che il film vuole creare e presentano inoltre alcuni spunti interessanti sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. In particolare, attraverso il personaggio di Pedro (interpretato da Fabrizio Guido), la pellicola parla allo spettatore di tematiche legate alla comunità lgbt in maniera semplice e senza risvolti caricaturali.

    I vampiri che i ragazzi si ritrovano ad affrontare condividono tutte le caratteristiche di base dei racconti classici, inserendo però alcune differenze come l’origine della “malattia” e la divisione dei succhiasangue in diverse casate con un’idea di vita decisamente diversa, creando quindi anche una divisione tra vampiri cattivi e meno cattivi. Gli effetti visivi che li caratterizzano sono abbastanza buoni, soprattutto per il trucco facciale e le mani, leggermente sotto tono risulta invece l’effetto “di morte” che si dimostra abbastanza posticcio e distrugge completamente il pathos in alcune scene. Piccola nota di merito per il villain della storia, che il film riesce a tenere nascosto per buona parte della pellicola ma riuscendo comunque a risultare iconico in ogni sequenza a lui dedicata, grazie anche ad una buona prova attoriale e ad un costume estremamente “calzante” al suo ruolo.

    Dal punto di vista tecnico, la pellicola si attesta su un buon livello sia in ambito di regia che di fotografia, senza però eccellere mai. New Orleans viene infatti messa in scena come una città qualsiasi della costa est, risultando esteticamente anonima. Riuscita risulta la colonna sonora, così come anche i costumi, soprattutto nel caso della distinzione dei vampiri con i gradi e le casate.

    CONCLUSIONE

    Con Black as night  Blumhouse e Amazon presentano una storia di caccia ai vampiri che mescola i toni dark dell’horror a quelli più umoristici della commedia. Nonostante a primo impatto possa apparire poco serio ed improntato esclusivamente all’azione, questo film ci parla anche di tematiche importanti come la lotta di classe in America e il razzismo. Se regia e fotografia fanno il loro lavoro, è nella presentazione dei villain della storia che la pellicola da il suo massimo, con costumi creati appositamente per i vari vampiri e con effetti prostetici e trucco più che azzeccati. Una buona commedia horror, dunque, da guardare magari con amici in una visione non troppo impegnata, che riesce comunque ad intrattenere lo spettatore e a trasmettere qualcosa.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Mattia Bianconi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com6_.png" image_id="1648|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE DRIVE MY CAR – MIGLIOR SCENEGGIATURA CANNES 2021

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Tra i meriti cinematografici di questo 2021 vi è sicuramente l’aver definitivamente consacrato presso i cinefili di tutto il mondo la figura del giovane regista giapponese Hamaguchi Ryūsuke. Noto in Occidente fin dal 2015, quando il suo fluviale Happy Hour vinse due premi a Locarno, e già in concorso a Cannes nel 2018 con Asako I & II, Hamaguchi quest’anno ha partorito due film che hanno razzolato premi e consensi pressoché unanimi in due tra i più importanti festival del mondo: a febbraio Il gioco del destino e della fantasia ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Berlinale, mentre a luglio proprio Drive my car, il film di cui ci accingiamo a parlare, ha ottenuto il Premio alla Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes. Tratto da due racconti (uno omonimo, l’altro intitolato Shahrazād) contenuti nella raccolta Uomini senza donne del celebre scrittore Murakami Haruki – un testo del quale nel 2018 diede origine al capolavoro Burning – L’amore brucia del coreano Lee Chang-dong –, il film di Hamaguchi è un’ampia (tre ore) e complessa parabola sulla rielaborazione del dolore e sui rapporti tra esseri umani

    La vicenda narrata ruota attorno al dramma personale dell’attore e regista teatrale Kafuku Yūsuke che, ingaggiato per mettere in scena lo Zio Vanja di Čechov, viene affiancato dalla giovane e taciturna autista Watari Misaki, incaricata di accompagnarlo quotidianamente in macchina nel tragitto casa-lavoro. Kafuku, però, è tormentato dai ricordi della defunta moglie Oto e, a poco a poco, instaura con l’autista un rapporto singolare, che aiuterà entrambi a confrontarsi con i propri traumi e le proprie relazioni irrisolte. 

    Con Drive my car, Hamaguchi porta a compimento un percorso di evoluzione tematica e stilistica iniziato con le sue opere precedenti. La predilezione per il dialogo e il grande controllo della messa in scena si accompagnano allo sguardo intimo con cui il regista guarda ai rapporti tra i personaggi e al loro bisogno celato di condividere con gli altri le proprie esistenze e i propri drammi. La comunicazione, nel cinema di Hamaguchi, è sempre apparentemente impossibile, tanto che i personaggi faticano a penetrare la coltre di mistero che li avvolge. Non è un caso che la caratteristica delle opere teatrali messe in scena da Kafuku all’interno del film, sia quella di essere interpretate da attori che parlano lingue differenti, segno di una incomunicabilità che pervade i rapporti umani sul palcoscenico e nella vita. 

    Ma in questo film il desiderio di relazione e la difficoltà di comunicazione non riguardano solo i vivi, ma anche i morti: Kafuku dialoga quotidianamente con la defunta moglie tramite un’audiocassetta, registrata da lei prima di morire, in cui la donna recita Zio Vanja, a eccezione delle battute del protagonista che sono ripetute dal marito. Tramite questo dialogo costante Kafuku ripensa alla donna e ai misteri insoluti del loro rapporto, primo tra tutti un racconto, rimasto privo di finale, che la donna era solita portare avanti oralmente dopo aver fatto l’amore col marito. “Noi sopravvissuti non facciamo altro che pensare ai morti.” dirà a un certo punto la giovane autista Watari Misaki – coetanea della defunta figlia di Kafuku e anch’essa portatrice di traumi irrisolti – alla quale nel corso del film l’uomo si avvicinerà fisicamente (in principio siede sui sedili posteriori, poi accanto a lei e infine, in uno dei momenti di maggior lirismo della pellicola, i due avvicinano le mani, protese fuori dal tettuccio della Saab Turbo rossa, stringendo ognuno una sigaretta bruciante) e spiritualmente: è il dolore del passato ad avvicinare le persone nel presente e a sospingerle verso il futuro. Non a caso i due protagonisti condivideranno un viaggio esistenziale sull’innevata isola di Hokkaidō, patria di Misaki: un pellegrinaggio alle origini della sofferenza per lei e il desiderio di partecipare a quel dolore per lui. Drive my car è dunque un road movie in cui la vera destinazione da raggiungere è il proprio cuore, unico luogo in cui – grazie anche alla compartecipazione del trauma – è possibile provare a fare i conti con i misteri del passato e trovare la pace. Non a caso Takatsuki, il giovane attore ex amante della moglie di Kafuku, dirà lui che “per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo, andiamo incontro solo a sofferenza. Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì.” 

    Hamaguchi fa dunque un film sul travaglio della rielaborazione dei fantasmi del passato (non è casuale, in tal senso, la scelta di spostare, rispetto al racconto di Murakami, l’ambientazione della vicenda da Tokyo a Hiroshima) e le battute finali dello Zio Vanja – che invitano ad affrontare le prove del destino e, nonostante tutto, ad andare avanti, a vivere e a credere nella possibilità di una requie finale – suonano (strano a dirsi, visto che sono espresse a gesti da un’attrice muta) come il perfetto complemento a Drive my car: un testo filmico di straordinaria densità semiotica e semantica, emotivamente e intellettualmente travolgente, da vedere e rivedere

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Jacopo Barbero" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com3_.png" image_id="1640|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE 007 NO TIME TO DIE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” 

    Scriveva così Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, e probabilmente non esiste concetto migliore per valutare questo No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga storicamente più importante del cinema di intrattenimento, così come non vi è maniera più calzante per inquadrare questa pellicola all’interno della pentalogia targata Daniel Craig. 

    Lo 007 di Fukunaga (primo regista americano a dirigere un Bond-Movie), infatti, rompe alcuni dei canoni portanti nell’iconografia filmica della spia più famosa del grande schermo, riuscendo a creare un prodotto atipico, ma che nella sua diversità si rivela essere una degna e soddisfacente conclusione del percorso iniziato nel 2006 con Casino Royale. 

    Il primo punto di distacco tra questo film e gli altri dell’era Craig è, senza dubbio, l’incipit. In tutti i quattro capitoli precedenti, infatti, lo spettatore veniva catapultato nel bel mezzo di una missione sconosciuta, con sequenze più o meno action a seconda della pellicola, ma pur sempre mettendo in scena un Bond in servizio sul campo. Fukunaga decide, al contrario, di abbandonare l’inizio in medias res e di aprire questo No Time to Die con un lungo flashback dal sapore vagamente horrorifico, lento nel ritmo e glaciale nella fotografia e nella regia, regalando fin da subito una delle migliori sequenze del film.

    Nonostante ciò, il classico inseguimento bondiano d’apertura arriva (anche abbastanza inaspettatamente) e funziona molto bene, complice una Matera che non sfigura in confronto all’Istanbul di Skyfall e alla Città del Messico di Spectre, ma anche grazie a un importante peso tematico-narrativo che questa sequenza porta con sé.

    Un altro pilastro che viene abbattuto da Fukunaga e dagli sceneggiatori è la figura della Bond-Girl. Se dal trailer e dalle immagini promozioni sembrava chiaro che questo ruolo sarebbe stato ricoperto da Ana de Armas,  il film prende poi sorprendentemente una piega diversa, relegando il personaggio della giovane attrice cubana a una manciata di minuti di screentime, e segnando, di fatto, la totale assenza di una Bond-Girl degna di questo nome. Nonostante questa scelta sia narrativamente e tematicamente giustificata, resta l’amaro in bocca per un personaggio che aveva il carisma e il physique du role giusto per funzionare molto bene all’interno della pellicola, soprattutto grazie alla sua interprete, bravissima a bucare lo schermo in quelle poche scene in cui è presente, in un ruolo non semplice, in equilibrio tra il sensuale, l’action e il comico. 

    A fare da contraltare femminile alla più classica figura della donna bondiana, vi è la scelta di inserire una “nuova” 007, ovvero un’agente che, dopo il ritiro a vita privata di James, prende il suo posto nei servizi segreti, ricevendo anche lo stesso numero del suo predecessore. Questo personaggio, purtroppo, non si cala mai perfettamente nella parte, complice anche una scrittura non sempre eccelsa, rivelando un arco narrativo telefonato e a tratti forzato. Leggendo questa decisione in un’ottica di reinterpretazione moderna della figura femminile, sarebbe stato forse più opportuno dare maggiore spessore alla classica Bond-Girl (come fu per la Vesper Lynd di Eva Green), evitando di creare un personaggio decisamente troppo action, che spesso finisce per pestare i piedi al vero 007 nelle scene più dinamiche. 

    Per quanto riguarda la figura del protagonista in sé, Fukunaga continua nel solco introspettivo tracciato prima da Campbell con Casino Royale e poi soprattutto da Sam Mendes con Skyfall. In questo senso si può affermare tranquillamente che l’intero film ruoti intorno all’emotività e al turbamento interiore di Bond, qui come mai prima alle prese con fantasmi e volti che tornano dal passato, tradimenti, redenzioni e responsabilità, forse, inedite nella storia del personaggio.

    Parlando dell’ovvio, la prova attoriale di Craig è estremamente convincente nel dipingere uno 007 vulnerabile, umano, sofferente e tormentato, regalando quella che a mente fredda potrebbe diventare l’interpretazione più matura vista in un Bond-Movie e che, al netto dei quattro film precedenti, apre nuovamente (e forse chiude) la questione su chi sia effettivamente il miglior James Bond visto sul grande schermo.

    Nonostante, come già ampiamente discusso, alcuni grandi canoni vengano abbattuti, altri rimangono ben saldi e anzi diventano punti di forza. Bellissime e funzionali le location internazionali, su tutte la già citata Matera e la Norvegia, così come funzionale e convincente è il classico British Humor bondiano, che qui spezza in modo sapiente il tono generalmente serio della pellicola, senza risultare mai fuori posto. 

    Ultimo, ma non meno importante, è l’utilizzo di gadget tecnologici, elemento tipico della saga, che funziona molto bene in questo film e che ha anche la funzione di dividere visivamente il “vecchio” 007 dal nuovo mondo contemporaneo, così distante dall’immaginario da Guerra Fredda legato al personaggio (un esempio molto interessante è l’Aston Martin modernissima guidata dalla nuova 007, confrontata con la leggendaria Aston Martin guidata da Craig).

    Analizzando l’aspetto tecnico della pellicola, Fukunaga applica una regia pulita ed elegante quando necessario, con movimenti di macchina intelligenti ed ispirati, concedendosi qualche guizzo molto interessante (la prima scena di irruzione dei soldati Spectre dopo i titoli di testa è una vera chicca), ma riuscendo allo stesso tempo a dirigere scene d’azione in modo chiaro e preciso, utilizzando spesso piani sequenza perfetti, che non risultano mai mero sfoggio virtuosistico, ma restano sempre funzionali alla narrazione.

    Menzione d’onore per un reparto fotografico sugli scudi, forse il migliore dell’era Craig e per un comparto tecnico comunque di ottimo livello, su tutti montaggio e colonna sonora davvero notevoli

    Il film, infatti, vive di atmosfere molto cupe e molto ben gestite: si passa da combattimenti urbani illuminati al neon a La Havana, fino a sequenze in una nebbiosa foresta norvegese dal gusto quasi alla Jurassic Park, mantenendo costantemente un’attenzione al dettaglio sinceramente sopra la media. 

    Prima di parlare dei lati negativi che, seppur pochi, sono presenti, va riconosciuto a Fukunaga e agli sceneggiatori di essere riusciti a chiudere tematicamente la pentalogia in maniera ottima, dando ancora più importanza al Bond-Uomo e al carattere introspettivo di questo reboot, concludendo in modo molto convincente tutti gli archi narrativi aperti nei precedenti film e utilizzando personaggi del passato senza risultare mai banale.

    Il neo più importante di questo venticinquesimo capitolo della saga resta la gestione del villain.

    No Time to Die, purtroppo, inciampa nello stesso punto in cui era inciampato Spectre, facendo forse anche peggio del suo predecessore: il personaggio di Rami Malek (così come fu per Christoph Walz)  diventa, infatti, davvero significativo ai fini della trama solo dopo una buona metà del film. Se in Spectre, però, l’ombra di Blofeld si insinuava sulla scena anche (e soprattutto) in sua assenza, in questo film regna un po’ di confusione sull’identificazione del nemico di Bond per tutta la prima parte, con due o tre personaggi a contendersi la poltrona. 

    Facendo un bilancio, No Time to Die si rivela essere un ottimo film che, forse, non arriva ai livelli altissimi di Skyfall e del quale subirà sicuramente il paragone, ma nonostante questo rimane un’opera molto interessante e visivamente eccellente, una chiusura sensata ed emozionante a una storia gestita con grande maestria nel corso di questi ultimi cinque film dell’era Craig, in attesa di un nuovo inizio, di nuovi Vodka Martini agitati e non mescolati e soprattutto di un nuovo 007, pronto a raccogliere lo scettro che dal 1962 passa di mano in mano, per ricordare al mondo che il nome è Bond, James Bond.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessandro Catana" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com7_.png" image_id="1649|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://framescinemawebzine.com/www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE IL BUCO – DISCESA NEL CUORE DELLA TERRA

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Torna dopo undici anni lontano dal grande schermo Michelangelo Frammartino, regista milanese di origini calabresi autore di Le quattro volte. Un ritorno degno di essere presentato nel concorso principale della 78a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e capace di portare a casa il Premio Speciale della Giuria, conquistando il gruppo di giurati capitanati da Bong John-Ho.

    Di tutto si può dire della nuova opera di Frammartino, tranne che non sia un prodotto indubbiamente originale e coraggioso. Nell’agosto del 1961, i giovani membri del Gruppo Speleologico Piemontese, già esploratori di tutte le cavità del Nord Italia, cambiano rotta e puntano al Sud, nel desiderio di esplorare altre grotte sconosciute all’uomo, immergendosi nel sottosuolo di un Meridione che tutti stanno abbandonando. Qui, nel Pollino, in Calabria, questi giovanissimi speleologi, calandosi nel buio della terra, scopriranno una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso di Bifurto. Il buco narra la storia della loro straordinaria impresa.

    Frammartino, coadiuvato dal talento di Renato Berta alla fotografia, Giliano Carli al montaggio e Simone Paolo Oliveri al sonoro (tutti doverosamente da citare), crea un cinema esperienziale e contemplativo di rara bellezza caratterizzato da un lento incedere, ammaliandoci immediatamente con inquadrature paradisiache di tramonti ispirati alle opere del pittore Turner e catturando i suoni della natura del Pollino e dei suoi abitanti, mostrati con un piglio documentaristico e una sensibilità che ricorda Robert Bresson. Il lavoro sul sonoro effettuato da Oliveri è particolarmente emblematico, capace di catapultarci nei luoghi mostrati catturandone i rumori, ma trascurando le parole degli uomini, che non hanno significato e si perdono nell’ambiente circostante, creando una colonna sonora direttamente con la natura e privando il film di ogni altra musica. Frammartino mostra l’impresa degli speleologi con campi lunghi e lenti movimenti di macchina che esaltano la discesa verso il basso, sfruttando una grande profondità di campo. Tuttavia la vera forza della pellicola sta nel non essere pura estetica o solo mero esercizio di stile.

    Il regista costruisce infatti un discorso aperto a più interpretazioni e riconducibile volendo all’eterno confronto tra uomo e natura, attraverso la figura emblematica del pastore. Egli è il primo personaggio presentato durante il film, un uomo che parla solo il linguaggio degli animali, un custode che osserva ogni giorno l’accesso all’Abisso di Bifurto, portale di accesso alla Terra e rappresentazione della purezza della sua natura interiore. Dal suo punto di osservazione uomini e mucche si confondono alla vista e all’udito, in un crogiolo di sensazioni indefinito.

    Questo finché non inizia la discesa. Gli speleologi, rappresentazione involontaria del Nord industrializzato, sottolineato dalla trasmissione televisiva che riporta la costruzione avveniristica del grattacielo Pirelli di Milano a cui assiste un paesino del Pollino a inizio pellicola, entrano nell’Abisso, portale di accesso alla Terra più pura, comportando un malessere fisico nel pastore. Questa relazione a distanza, realizzata splendidamente dal montaggio parallelo di Giliano Carli, si evolve e porta a un finale quasi trascendente per il pastore, che si unisce definitivamente a ciò che custodisce, a dimostrazione di come il luogo più puro sulla Terra, nonostante le apparenze, non possa essere davvero violato dall’uomo. Concetti non nuovi, ma messi in scena con un’eleganza e un soggetto talmente particolare da non poter lasciare indifferenti.

    Grazie al lavoro di tutti i membri della crew di questa pellicola, di cui possiamo solo immaginare le numerose difficoltà realizzative a causa dei luoghi inospitali in cui è stata girata (i fonici si sono a tutti gli effetti improvvisati speleologi), Frammartino crea un film unico, a suo modo innovativo, scarno nella narrazione, ma potente nelle immagini e nella messa in scena. Da vedere necessariamente al cinema.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Luca Orusa" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/09/frames.jpg" image_id="3590|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE ESCAPE ROOM 2

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Quando Takao Katoe iniziò nel 2008 a riempire bar di indovinelli e indizi e a sfidare le persone a risolvere gli enigmi e a fuggire, sicuramente non si sarebbe mai immaginato del successo che questo suo “gioco” avrebbe avuto, tanto da arrivare prima in America e successivamente anche in Europa, diventando un vero e proprio fenomeno mondiale. Un fenomeno talmente diffuso che anche il mondo del cinema decise di attingerne a piene mani, con la prima iterazione datata 2017 e dal nome (non molto fantasioso) 

    Escape Room. Si trattava di una produzione abbastanza piccola, che centrava l’obiettivo nella prima parte della pellicola per poi perdersi verso il finale a causa del tentativo di inserire elementi horror che risultavano però troppo fuori luogo e che finirono per rovinare completamente l’ottima atmosfera creata dalla pellicola.

    Dopo due anni, Original Film e Warner Bros hanno deciso di proporre la loro versione di un escape room, in cui inserire stanze super esagerate ma bellissime da vedere, creando quell’effetto di intrattenimento che mancava alla pellicola del 2017 (con cui, per onor di cronaca, affermiamo non esserci nessun collegamento). Forte anche di un cast, magari non perfetto, ma sicuramente funzionale, e di una buona scrittura della storia, la pellicola riuscì a riscuotere un buon successo, tanto da portare alla produzione di un sequel che, dopo numerosi rinvii causa Covid-19, ha finalmente raggiunto le sale in questo Settembre 2021.

    P.S. L’articolo contiene spoiler sulla prima pellicola, in particolare sul finale, mentre è completamente spoiler free riguardo al secondo capitolo qui recensito.

    MORE OF THE SAME

    Il film si apre con un’ottima (anche se didascalica) sequenza di riassunto delle vicende viste nel primo capitolo, utile a rinfrescare la memoria a chi il film l’aveva visto ma anche per coloro i quali si sono recati in sala senza averlo recuperato. Un’ottima idea.

    La storia riprende poi da dove l’avevamo lasciata. Zoey (Taylor Russell) sta cercando di affrontare i traumi lasciati dall’escape room, ma senza dimenticare il suo vero obiettivo: distruggere Minos e impedire la creazione di altri giochi. Risolto un ulteriore enigma, decide quindi di partire assieme a Ben (Logan Miller) per New York e cercare le coordinate di una sede della Minos. Ovviamente il piano non va come sperato, e i due ragazzi si ritrovano bloccati all’interno di una nuova escape room, questa volta assieme a un gruppo di persone tutte accomunate dal fatto di essere le uniche sopravvissute a un gioco della Minos Corporation.

    La premessa funziona. Tutta la prima parte in cui il film mostra come i due ragazzi stiano facendo i conti con i traumi lasciati dall’esperienza passata è ottimamente resa a schermo, e la loro piccola indagine funziona. Nel momento in cui, però, si forma il nuovo gruppo e riprende il gioco, la pellicola diventa un vero e proprio more of the same, una riproposizione di quello che era già stato mostrato nel primo capitolo. Le stanze non sono le stesse, ovviamente, e si nota anche la cura nella loro creazione, con indizi, enigmi e sfide che (seppur estremamente sopra le righe) funzionano, senza far mai incappare lo spettatore nel pensiero “questa cosa però poteva essere risolta molto più facilmente”. A livello di ritmo e proseguimento delle vicende si sente invece la pesantezza di una struttura già vista e che lo spettatore, di conseguenza, conosce già, portandolo ad indovinare dove la storia andrà a parare già prima della metà della pellicola. Questo vale non solo per uno spettatore più “esperto” che, dopo la visione di decine di film del genere, si approccia a questa pellicola, ma vale anche per uno spettatore più “casual” e ciò non perché lo svolgimento sia banale in sé, ma poiché è lo stesso del primo film.

    Raggiunta la fine del gioco (esattamente come nel primo capitolo) la pellicola presenta un plot twist che, nonostante sia abbastanza telefonato, risulta comunque apprezzabile, soprattutto nel mostrare i “retroscena” delle varie escape room e di come Minos lavori per crearle. Se questo funziona, diversamente invece bisogna purtroppo dire del finale, che risulta banale e volto a creare un effetto sorpresa che lo spettatore aveva però intuito già da parecchio.

    Preso come film di puro intrattenimento, la pellicola funziona. E’ molto divertente e riesce comunque a creare una costante ansia durante tutte le stanze. Buona anche la scelta degli attori, che si ritrovano però ad interpretare personaggi che non riescono mai a spiccare, soprattutto a causa di una scrittura che sembra quasi abbozzata. Buona la regia, che in questo secondo capitolo si cimenta in interessanti movimenti di macchina con l’obiettivo di rendere le scene ancora più adrenaliniche, incappando però qualche volta nel rischio di rendere il tutto meno chiaro, e buona anche la fotografia, che riesce a donare vita alle stanze e ai giochi creati da Minos.

    CONCLUSIONI

    Con Escape Room 2 arriva al cinema un vero e proprio more of the same, che propone tutto ciò che nel primo aveva funzionato e lo fa bene. Peccato per una scrittura abbastanza banale delle vicende e dei personaggi, che risultano piatti e di cui lo spettatore dimentica subito dopo la loro dipartita. Anche il finale risulta banalotto e telefonato, lasciando soltanto la speranza che, in caso anche questa seconda pellicola abbia il successo ottenuto dalla prima, in un terzo capitolo puntino a una ventata d’aria fresca.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Mattia Bianconi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com6_.png" image_id="1648|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE TITANE – PALMA D’ORO A CANNES

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Titane è un film diretto da Julia Ducournau, regista francese al suo secondo lungometraggio dopo Raw (2016). La pellicola, premiata con la Palma d’oro a Cannes nel 2021, ha ricevuto critiche contrastanti dovute alla singolarità dell’opera. Quella di Titane è una visione sensoriale disturbante, che gioca con ciò che più può disgustare lo spettatore a tal punto da impaurirlo solo con una pura suggestione, ancor prima di mostrare effettivamente qualcosa, il tutto nonostante la violenza gratuita sia uno dei fattori del film maggiormente percepibili.

    Dopo una breve presentazione della protagonista (Agathe Rousselle) nella sua fase infantile e dell’incidente scatenante, assistiamo ad immagini spinte e provocanti che orientano lo spettatore verso una dimensione erotica per poi farlo diventare, sorprendentemente, testimone di una violenza inaudita. Quest’ultima componente andrà scemando nella seconda parte del film, quando subentrerà il personaggio interpretato da Vincent Lindon, capace di emozionare e strappare due o tre risate (le uniche dell’intero film).

    Paura, tensione e suspense sono sin da subito manifeste tra il pubblico, che a volte preferisce voltarsi, rifiutandosi di vedere qualcosa per cui ha in effetti pagato un biglietto. Un comportamento po’ un paradossale, giustificato però dalla propensione verso l’orrido che tanto piace alla Ducournau. La visione di Titane è sicuramente unica nel suo genere, poiché suoni ed immagini contribuiscono ad una continua e costante paura di vedere qualcosa di eccessivamente crudo e sicuramente molto meno piacevole rispetto al sangue color Ferrari tipico di registi come Tarantino. Qui la violenza gioca un ruolo molto diverso, prima visiva e fisica, poi psicologica. Lo spettatore si sente straziato, anche solo con un primo piano di un personaggio che urla senza che venga mostrata effettivamente la fonte del dolore.

    È un film sicuramente sui generis, non apprezzabile da tutti, soprattutto a causa di un sottotesto che lascia spiazzati e incerti anche dopo la fine della visione.

    Per quanto riguarda l’aspetto tecnico bisogna oggettivamente riconoscere la bravura di ogni maestranza dietro a questa produzione, con punti forti fotografia, colonna sonora e montaggio. Quest’ultimo presenta numerose microellissi e Jump-cuts utili a snellire alcune scene, rendendo la durata del film perfetta. Ottima la regia, da sottolineare soprattutto la seconda sequenza, colma di movimenti di macchina liberi, svincolati, ingannevoli, utili a descrivere il contesto circostante e a fungere da establishing shot. Non da meno la scelta delle musiche, adeguate ad ogni contesto, a volte funzionali alle dinamiche del racconto, altre invece giocando per contrasto con l’azione rappresentata. Per intenderci, una scena di grande azione e violenza costruita sulle note di un brano più allegro, che vorrebbe stendere un velo di ironia sul tutto, anche se a volte, invano.

    È un film tutt’altro che ironico, sarebbe più corretto definirlo raccapricciante, drammatico e allegorico. In conclusione, dunque, un film molto forte e non consigliabile a chi è sensibile alla visione di contenuti crudi del genere Body horror. Al contrario, chi trova anche interessante e appassionante questo genere, non può che vedere quest'opera. Il film uscirà nelle sale italiane il 30 settembre.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Sal Guida" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com9_.png" image_id="1653|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]