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  • RECENSIONE FARGO SERIE TV: IL CASO CHE SEPARA E UNISCE

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    Fargo è uno dei prodotti televisivi di maggior pregio degli ultimi anni: complici un cast eccellente e una sceneggiatura raffinata, la serie ideata e scritta da Noah Hawley viene considerata un esempio dell’alto standard qualitativo raggiunto dalle serie televisive nell’ultimo trentennio, in grado di raggiungere e in alcuni casi anche di superare il “fratello maggiore” cinema.

    La serie prende spunto dall’omonimo film (1996) dei fratelli Coen (produttori esecutivi del Fargo televisivo) ma se ne distanzia completamente: ogni stagione racconta una storia a sé, con personaggi e ambientazioni di volta in volta diverse, accomunate dal raccontare storie di crimini che coinvolgono persone comuni. Il sapore è proprio quello di un film dei fratelli Coen: personaggi eccentrici, dialoghi bizzarri e apparentemente senza uno scopo, province americane sonnacchiose che diventano teatri di violenze efferate.

    L’esempio migliore in questo senso è costituito dalla prima stagione, considerata unanimemente la migliore della serie: la storia segue Lester Nygaard (Martin Freeman), mediocre e pavido impiegato coinvolto in una sanguinosa vicenda dopo un incontro fortuito con il killer Lorne Malvo (Billy Bob Thornton, vincitore del Golden Globe). Sulle tracce di entrambi l’agente di polizia Molly Solverson (Allison Tolman), che oppone a Lester e Lorne la propria intelligenza e moralità.

    Il gioco del gatto col topo è quindi condotto, a parti alterne, dai due fronti opposti: da una parte il Male in Lorne Malvo, killer freddo e metodico, abile nell’assumere ruoli e personalità differenti per arrivare ai suoi fini, mascherandosi da prete e da dentista – quindi un Male che assume forme diverse e apparentemente innocue: un altro tema tipico dei Coen – e in Lester Nygaard, incapace di rinunciarvi per codardia e per un confuso desiderio di rivalsa; dall’altra il Bene in Molly Solverson e in Gus Grimly (Colin Hanks), persone fallibili ma oneste e coraggiose. Per buona parte della serie, il gioco è sempre a vantaggio dei primi, continuamente un passo avanti agli agenti di polizia che cercano di fare il loro lavoro e devono, inoltre, vedersela anche con una più ampia rete criminale e con una catena di omicidi di omicidi iniziata proprio da Lorne Malvo e da Lester. Una tempesta di violenza, oscurità e doppiezza morale che travolge i due agenti, rappresentata dalla tempesta di neve che, nel sesto episodio, impedisce ai due agenti di vedere e catturare Malvo, e avrà un’altra importante conseguenza nella vita di entrambi.

    L’epifania religiosa del magnate Stavros Milos (Oliver Platt), bersaglio di Lorne Malvo la cui sottotrama occupa cinque dei dieci episodi, sembra indicare una possibile soluzione per risolvere questa confusione morale; ma quella sottotrama si rivela una falsa pista e l’evento “biblico” che la conclude finisce in una tragedia in cui non è riconoscibile alcun disegno divino. Ben presto, infatti, appare chiaro che c’è qualcos’altro a ostacolare o aiutare i personaggi nel loro percorso. Molly si lascia sfuggire Malvo solo perché lei entra in una stanza esattamente un momento dopo che lui ne è uscito; Lester e Lorne Malvo si incontrano una seconda volta, ancora, per puro caso e questo nuovo incontro casuale si rivelerà decisivo per la disfatta di entrambi; Gus risolverà il caso che infanga la sua reputazione di poliziotto perché ferma la sua auto, in maniera fortuita, vicino alla casa del criminale che sta cercando. Le storie dei personaggi, insomma, si intrecciano e si separano in un gioco di incontri fortuiti ed eventi casuali.

    Questa mano decisiva del Caso, lungi dall’essere frutto di soluzioni narrative sciatte da parte degli sceneggiatori, viene riconosciuta come determinante in un dialogo tra Molly e il suo superiore Bill Oswalt (Bob Odenkirk): nel raccontare il fortuito ritrovamento del figlio adottivo disperso, Bill si interroga con stupore sull’incredibile catena di eventi che ha portato padre e figlio – che non si erano mai incontrati di persona prima – a essere nello stesso luogo e a ritrovarsi per pura coincidenza.

    La scena con Bill avviene tra gli ultimi episodi, per giustificare e spiegare quanto avvenuto fino a quel momento e anche quanto accadrà poi: una serie di eventi in cui ha giocato un ruolo fondamentale quel qualcosa che sfugge a tutti i personaggi, per quanto metodici e determinati possano essere a raggiungere i propri obiettivi. Il racconto di Bill Oswalt sembra, tra l’altro, segnare una cesura tra il periodo in cui il Caso ha favorito prevalentemente Lorne Malvo e Lester e quello degli ultimi episodi in cui decide di aiutare Molly. I personaggi, è importante notarlo, non vengono mai deresponsabilizzati. Il male o il bene che compiono viene sempre da loro stessi, possono subire le conseguenze delle proprie azioni o provare a sfuggirvi, e non sembrano agire come burattini – tranne Lester che all’inizio sembra subire la fascinazione oscura di Malvo: semplicemente le loro azioni subiscono continui sgambetti e occasionali spinte da qualcosa di capriccioso e più grande di loro.

    A questo sembra a sua volta opporsi un’altra forza superiore, che fa capolino nel corso della storia, specialmente verso il finale: quella del Destino, che agisce in modi inaspettati per risolvere i conflitti e, ancora una volta, unire i personaggi. Certe volte, quindi la logica del Destino – la logica narrativa della serie? – sembra essere decisiva su quella del Caso: appare inevitabile che sia un personaggio in particolare a fermare Malvo e sembra altrettanto inevitabile che Lester e Lorne si incontrino di nuovo nonostante la distanza geografica e temporale che li ha separati fino a quel momento. E questa logica sembra contraddire i giochi del Caso visti finora.

    Al termine della prima stagione di Fargo, quindi, i nodi vengono al pettine, i personaggi vengono puniti o premiati, ma la domanda resta: chi vince, Caso o Destino? Come in molti film dei fratelli Coen, dallo stesso Fargo a Non è un paese per vecchi (2007) fino a A Serious Man (2009), la risposta è ambigua, o non c’è proprio. Viene lasciato allo spettatore il compito di provare a sbrogliare la matassa o la scelta di rinunciarvi e godersi lo spettacolo e le prove attoriali: tuttavia sottotraccia resta anche l’invito, in ogni caso, a dare il meglio di sé e a scegliere il Bene e la vita. Nonostante tutto il Male che viene commesso e il Caso che sembra sempre metterci lo zampino.

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  • RECENSIONE RIFKIN’S FESTIVAL DI WOODY ALLEN

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    Mort Rifkin (Wallace Shawn), bonario e disilluso professore di cinema newyorkese in pensione, accompagna senza entusiasmo la moglie Sue (Gina Gershon), indaffarata press agent dello show-biz, in trasferta spagnola al Festival del Cinema di San Sebastián. Mentre il rapporto sembra sfaldarsi a contatto col terzo incomodo Philippe (Louis Garrel), giovane e pretenzioso regista engagé inseparabile da Sue, spettri e visioni cominciano a turbare i sonni in albergo di Mort, ma un’insperata nuova conoscenza femminile gli regalerà l’occasione di riconsiderare la sua vita.

    Rifkin’s Festival dà la sensazione del ritorno a casa. Del ritrovarsi in un rifugio confortevole e familiare. In un posto delle fragole che sì, comporta qualche amarezza e più di un rimpianto, ma in fondo trasmette serenità. In primis la nostra, che torniamo a sederci tra le poltrone in sala a godere del film, ma soprattutto quella del suo autore che a ottantacinque anni, giunto al 50° lungometraggio, serafico, imperturbabilmente fedele a se stesso e ai sempiterni motivi per cui vale la pena vivere (e andare al cinema), si può permettere di clonare “alla lettera” i suoi sogni di celluloide, come mai aveva fatto prima, non con questa evidenza esibita nel replicare materia, feticci e figure del suo immaginario.

    Non sono più i tempi in cui, per affrancarsi dal comico puro e fregiarsi della patina d’autore drammatico e sofisticato, i prestiti dagli amati Bergman e Fellini passavano velatamente, sottotraccia intellettuale: nell’atmosfera cupa e raggelata e nelle plumbee solitudini di Interiors (1978), nei volti fellineschi dentro il traffico asfissiante nell’incipit di Stardust Memories (1980), nei fantasmi della memoria e degli affetti sopiti di Un’altra donna (1988). Oggi, Allen, giovandosi dell’aria frizzante e vacanziera di una luminosa San Sebastián, libero, giocoso e leggiadro come non mai – un paradosso, vista la gogna inquisitoria che subisce per i motivi che ben sappiamo – non cita Quarto Potere (1941), (1963), Persona (1966), Il settimo sigillo (1957), Lelouch, Godard, Buñuel (già in Midnight in Paris (2011) Gil imbeccava il regista spagnolo sull’idea centrale per L’angelo sterminatore (1962), che qui rivive con gli ospiti bloccati sulla soglia, impossibilitati a uscire).

    Nell’allestire il suo personale festival retrospettivo e introspettivo, il catalogo delle sue immagini-affezione, li rimette in scena, li rifà praticamente uguali, per filo e per segno (a modo suo, certo, e per tramite onirico e psicanalitico della guest star Mort Rifkin). Un calco formale perfetto: nel taglio dei piani e nei movimenti di macchina. Nello stile, nella grana e nei bianchi e neri delle inquadrature (sfavillante la pittura digitale di Vittorio Storaro, a contrasto con i magnifici esterni). Nei setting mimeticamente ricostruiti. Nei volti iconici e nella galleria dei personaggi noti che sfilano sui motivetti di Nino Rota o sulle biciclette di Jules e Jim (1962), nelle musiche e nei dialoghi rivisti ad arte (Gina Gershon ed Elena Anaya, dramatis Persona(e), arrivano a scambiarsi le battute in svedese!). Questione più estetica che filosofica, incarnata dallo stesso Mort, che passeggiando nelle chiese scredita l’ortodossia cristiana (“Come scrissi nella mia tesi di laurea: Gesù era un ottimo falegname, avrebbe dovuto rinascere nel labour day, non a Pasqua!”) ma ne celebra ammirato la bellezza iconografica.

    L’Allen’s festival non può certo dimenticare i consueti sofismi sui massimi sistemi. “Se la vita non ha significato, non è detto che debba essere vuota”, spiega il Tristo Mietitore – altra presenza abituale – tra le dritte per la dieta e i consigli per il fitness. Allen, come sempre, trova tregua dall’angosciante ricerca del senso, la pace con il proprio sé idealizzato, tuffando la bulimia creativa nella (retrò)proiezione delle pellicole del cinema classico ed europeo che gli girano in testa, e che lui continua a rigirare all’infinito, personali rocce di Sisifo sospinte in aeternum. Provando ancora una volta a non darla vinta alla Morte al tavolo della sua scacchiera, con Christoph Waltz a indossare il nero mantello di Max Von Sydow. Derivativo? Scontato? Batte sempre sugli stessi tasti? No. È la massima libertà possibile, testardamente inattuale, per chi si concede il ritorno salvifico e terapeutico allo smalto intatto delle immagini di cinema che ha amato, sottratte all'oblio e riportate fastosamente in vita, e fatte risplendere, per noi, una volta di più. Grazie, Woody!

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  • RECENSIONE NON MI UCCIDERE DI ANDREA DE SICA

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    Negli ultimi anni, in seguito alla rinascita del cinema italiano di genere, diversi giovani registi si sono affacciati nel panorama cinematografico del nostro paese. Tra questi troviamo Andrea De Sica, nipote di Vittorio De Sica, che dopo alcuni lavori come assistente volontario per Bertolucci in The Dreamers e assistente alla regia per Özpetek e Marra, abbiamo potuto osservarlo direttamente dietro la macchina da presa come regista per la serie Netflix Baby  e per il film I figli della notte del 2017.

    Ritornando al lavoro insieme all’attrice protagonista della serie Netflix Alice Pagani, De Sica si cimenta durante questo 2021 nella regia di una fiaba dark fantasy con elementi horror e dai toni che richiamano molto lavori come Twilight  (Catherine Hardwicke, 2008) o la serie tv Shadowhunters, cercando di proporne una versione in salsa nostrana.

    Alice Pagani e Rocco Fasano in una delle prime scene del film

    La trama segue le vicende della protagonista Mirta (Alice Pagani), la quale assieme al fidanzato Robin (Rocco Fasano) incontra la morte in quello che sembra essere un tragico incidente. Tuttavia,  poche ore dopo, torna magicamente in vita dotata di una forza sovrumana e con la necessità di cibarsi di carne umana: è diventata un Sopramorto. Oltre al dover affrontare questi cambiamenti, la perdita del proprio amato e una veloce ma necessaria crescita verso il mondo degli adulti, Mirta si ritroverà ad affrontare anche una setta di cacciatori di mostri, chiamati Benandanti.

    L’intento del film che si può evincere già dai primi minuti è quello di voler creare un teen drama con diversi elementi da film horror. Tuttavia, se qualcuno si aspetta di trovare un valido film di questo genere rimarrà dolorosamente scottato. Nonostante gli intenti, infatti, il film non riesce mai a proporre delle scene veramente paurose, fermandosi sempre un attimo prima, forse cercando di evitare di essere “troppo spaventoso” visto anche il target preadolescenziale che cerca di attirare. Il senso di inquietudine è infatti soltanto un’esca che il film usa per mettere in scena il dramma adolescenziale del passaggio verso la vita adulta, vista in chiave dark fantasy.

    Gli elementi migliori del film sono da trovare nel lato tecnico: la regia, anche se non strabiliante, riesce a mettere in scena le vicende in modo pulito ed elegante, aiutata da una fotografia molto curata che, assieme alle musiche azzeccatissime, riesce a creare la giusta atmosfera ed i giusti ambienti. Inoltre il film sfrutta l’alternanza giorno/notte non per mostrare il passaggio del tempo, bensì nell’uso di flashback, risultando così molto chiaro ma al tempo stesso funzionale. Le scene più chiare e limpide, dunque, illuminate dalla luce del sole sono infatti tutti flashback, nei quali il regista ci mostra la vita di Mirta prima della sua morte, mentre le scene nel presente con la Mirta “zombie” sono spesso ambientate di notte e presentano una fotografia più fredda, caratterizzata spesso dall’utilizzo del colore azzurro e del grigio.

    Il problema più grande del film risulta essere però proprio la sceneggiatura. Nonostante un soggetto interessante, il film non riesce in realtà a mettere in scena nessun elemento nel modo giusto. Oltre alla componente horror appena accennata, anche le parti più drammatiche e di crescita del personaggio sono abbastanza vuote ed inconcludenti. La protagonista accetta in maniera estremamente rapida e, di conseguenza, assurda il fatto di essere diventata un Sopramorto e di doversi cibare di esseri viventi. Questo personaggio, dunque, non presenta nessun percorso, perché cambia repentinamente all’inizio del film per poi rimanere sulla stessa linea retta per tutto il film. La guerra tra Sopramorti e Benandanti è poi soltanto accennata, senza fornire delle vere motivazioni per cui i personaggi delle due fazioni si comportano in un certo modo. Fazioni che, tra l’altro, sono estremamente anonime: i “mostri” sono soltanto un paio ed oltre a sapere che si devono cibare di persone ancora vive non si sa altro: con quale criterio si diventa Sopramorti, cosa comporta veramente ciò, da quanto tempo esiste questo concetto e perché? In più, la setta dei cattivi non utilizza armi particolari e non indossa divise riconoscibili, sono semplicemente uomini in felpa e jeans che utilizzano banali armi da fuoco.

    Nemmeno la gestione degli altri personaggi riesce a risollevare la situazione. Il personaggio di Robin, oltre ad essere recitato in maniera abbastanza pessima da un Rocco Fasano che finisce spesso per mangiarsi le parole e nonostante abbia un ruolo importante ai fini della trama, risulta essere (viene quasi da pensare in maniera voluta) un novello Edward Cullen, con l’aggravante però di scomparire per quasi tutto il film e di non riuscire poi a fare assolutamente niente.

    Il cattivo del film (il capo dei Benandanti interpretato da Fabrizio Ferracane) con il suo vestito elegante, il bastone e le scarpe da ginnastica non riesce ad andare oltre la presenza scenica vista la mancanza di una vera motivazione per le sue sadiche azioni, che risultano quindi quasi fini a se stesse. In maniera simile è così anche il personaggio di Sara, la “mentore” di Mirta interpretata da una Silvia Calderoni che, tolte le brevi sequenze d’azione, non riesce a dare un’impronta personale al personaggio che sembra soltanto un anonimo vampiro. Ma la cosa che più fa male è vedere il personaggio di Giacomo Ferrara (Ago) venire inserito a forza nel bel mezzo delle vicende per poi farlo uscire dieci minuti dopo in maniera ignobile ed insulsa: nemmeno la sua recitazione riesce a salvare il suo inutile personaggio.

    L’unica cosa che mi sento di salvare in questo ambito è la recitazione di Alice Pagani, che punta molto sulla presenza scenica prima che sui dialoghi e ciò funziona, con una buona mimica facciale e delle movenze studiate ed accurate per ogni situazione. Ottime anche le scene action in cui recita senza stuntman e con le quali dimostra ancora una volta il concetto espresso sopra.

    In conclusione, Non mi uccidere è un progetto con un’idea interessante e con una cura registica, fotografica e musicale azzeccata, ma che fallisce miseramente nel suo modo di raccontare una storia. Che sia l’elemento più horror o più teen drama, il film non riesce infatti a trovare un giusto equilibrio e la fallace scrittura dei personaggi e dell’ambiente in cui le vicende si svolgono non aiuta di certo. Viene quindi da chiedersi quanto sarebbe interessante rivedere ancora Andrea De Sica alla regia di un prodotto di questo tipo, magari questa volta però con una storia più curata.

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  • RECENSIONE GRACE E FRANKIE – L’IRRIVERENZA DELLA VECCHIAIA

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    Nel 2015 Netflix arrivava in Italia e da circa un paio d’anni si era lanciata nelle prime produzioni originali. Fra queste, oltre alle molto più famose House of Cards e Orange is the new black, troviamo anche una serie tv di genere comedy, dal successo sicuramente solido ma molto più silenzioso delle due sopracitate, e di tante altre nate successivamente. Sto parlando di Grace e Frankie, che giungerà presto alla sua settima (e ultima) stagione, in un periodo in cui le serie di Netflix muoiono nella stragrande maggioranza dopo un paio di stagioni.

    Guidata da un cast stellare di vecchie glorie quali Jane Fonda, Lily Tomlin, Martin Sheen e Sam Waterston, la vicenda racconta di quattro ultrasettantenni, concentrandosi specialmente sulle due protagoniste femminili, alle prese con il tempo che passa. Mentre cercano di confrontarsi con i cambiamenti che stanno avvenendo nella loro vita, riescono a mostrare la vecchiaia per quello che è, ovvero un periodo in cui, nonostante qualche acciacco e problema di memoria, non si deve essere condannati all’irrilevanza aspettando che arrivi la fine. La premessa è tanto strampalata quanto coinvolgente: la vita di Grace (Jane Fonda) e Frankie (Lily Tomlin) viene sconvolta quando i rispettivi mariti Robert (Martin Sheen) e Sol (Sam Waterston), soci in affari, rivelano di essere innamorati l’uno dell’altro e di volersi sposare dopo vent’anni di relazione nascosta. Mentre raccolgono i cocci della loro vita andata in pezzi, le due donne si trovano forzatamente a vivere assieme nella casa al mare posseduta in comproprietà dalle due ex-coppie. Le due protagoniste non potrebbero essere più diverse: la prima algida, rigida e conservatrice, vive di Valium e Martini. La seconda una hippie pazza e sconclusionata che fa abitualmente uso di marijuana. Inaspettatamente, però, la casualità degli eventi le spingerà a diventare grandi amiche e si aiuteranno a vicenda a ricostruire la propria vita. E saranno proprio le differenze fra le due a costituire il loro grande punto di forza e che permetterà loro di affrontare con slancio e ironia questo nuovo capitolo della loro vita fatto di relazioni, avventure e imprese imprenditoriali (ad un certo punto, per fare un esempio, si metteranno a produrre nientemeno che vibratori pensati specificamente per le donne anziane).

    Se quindi il tema centrale ed esplicito è sicuramente quello della vecchiaia, tuttavia ad un livello più implicito quello che la storia vuole comunicare è che, dopotutto, ci fa bene confrontarci con persone diverse da noi. La diversità infatti ci regala un punto di vista alternativo sulle cose e ci permette di smussare le nostre caratteristiche più aspre. Insomma, gli altri non ci possono cambiare del tutto, ma magari ci possono rendere migliori.

    Se la serie non ha la visibilità che meriterebbe è probabilmente perché si tratta di  una comedy dall’impostazione classica (è stata creata da Marta Kauffman, già ideatrice di Friends), in anni in cui il genere non gode di grande salute. Ma ciò che differenzia questa serie da molte altre è la qualità, altissima in ogni reparto: le battute sono brillanti, intelligenti e irriverenti, i personaggi irresistibili, magari un po’ stereotipati ma mai banali, e le interpretazioni ottime, a partire ovviamente dalle due protagoniste. E, oltre tutto questo, guardando con un occhio più attento, emerge anche un certo gusto Camp e diversi passaggi autoriflessivi che, per esempio, prendono in giro il ruolo del regista oppure certe scelte narrative un po’ strampalate della serie stessa. Tutto questo se il solo nome di Jane Fonda non fosse già sufficiente per convincervi a guardarla.

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  • RECENSIONE MY OCTOPUS TEACHER – UNA PIOVRA DA OSCAR

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    UNA PIOVRA DA OSCAR

    Sapete quante ventose conta in media una piovra? Sapete che può mutare forma e colore? Ma soprattutto, sapete che è in grado di creare legami d’amicizia?

    My Octopus Teacher (2020) di Pippa Ehrlich e James Reed si nasconde tra i tanti documentari proposti da Netflix. Eppure si è guadagnato l’Oscar nella sua categoria quest’anno e, se leggerete questa recensione, non faticherete a capirne il perché.

    Trailer

    LA TRAMA

    La trama è apparentemente semplice: Craig Foster, documentarista, si rende conto che sta affrontando un periodo di depressione e per reagire decide di ricominciare a dedicarsi al nuoto subacqueo. Non è una scelta casuale: Craig nuota nelle acque dell’Oceano sudafricano sin da piccolo, lì si sente a casa, torna bambino immerso nelle foreste di kelp e circondato da creature dai magnifici colori e dall’aspetto curioso. Durante una di queste immersioni si imbatte in una piccola piovra. E proprio come il piccolo principe di Saint-Exupéry fa con la volpe, Craig torna ogni giorno a farle visita, come se volesse addomesticarla. Ma per “addomesticamento” non si intende la volontà del protagonista di catturarla e costringerla in cattività, ma di osservarla più da vicino e di instaurare con questa incredibile creatura un legame da pari. Lo spettatore segue così, di settimana in settimana, l’evoluzione di questo rapporto, senza mai annoiarsi, senza mai vivere una giornata uguale all’altra.

    Chi avrebbe detto che due creature così differenti potessero instaurare un rapporto di amicizia? Un rapporto fatto di attese reciproche, di giochi ma anche di preoccupazione per l’incolumità dell’altro.

    Sin dall’inizio è evidente che l’intento del documentario non è la mera divulgazione scientifica. Questa pellicola si differenzia dalle altre del suo genere  proprio perché non si limita a restituire le immagini e a descrivere i comportamenti degli animali marini. La qualità dell’immagine permette di ammirare i pesci in tutta la loro gamma di colori fulgenti e di cogliere gli innumerevoli riflessi delle acque oceaniche.

    SENSAZIONI IMMERSIVE

    Lo spettatore rimane colpito dalla capacità del piccolo polpo di riconoscere gli esseri umani, dalla sua sconfinata curiosità grazie alla quale supera la diffidenza iniziale nonché dalla sua intelligenza e dai mille espedienti che attua per sopravvivere ai predatori. Un’ora e mezza di pura pace e tranquillità. Le immersioni, diurne e notturne, trasmettono la sensazione di tornare bambini e fanno riscoprire il desiderio di conoscenza e quella purezza d’animo propri dell’infanzia e soprattutto la necessità umana di stupirsi continuamente del mondo circostante che da adulti a volte si dimentica. Nel mondo ovattato e lento dell’oceano, lo spettatore impara di nuovo a dare valore all’autenticità dei rapporti e al tempo necessario per instaurarli distaccandosi dalla realtà umana sempre più veloce e superficiale.

    recensione my octopus teacher

    Tra i due protagonisti si instaura un vero rapporto di amicizia.

    GLI INSEGNAMENTI DELLA NATURA

    My Octopus Teacher vuole proprio  insegnarci che l’apertura emotiva a qualsiasi tipo di rapporto è fondamentale proprio perché abbiamo sempre qualcosa da imparare, anche dalle creature che ci sembrano troppo diverse da noi. In un momento storico in cui gli ambienti naturali, in particolare quelli marini, sono minacciati dalle attività umane, dalla pesca intensiva e dall’inquinamento, questo documentario ci costringe a una presa di coscienza sulla necessità di cambiare il nostro modo di concepire il rapporto che abbiamo con gli animali e con il nostro pianeta.

    Anche se è proprio la volpe di Saint-Exupéry a ricordarci che “l’essenziale è invisibile agli occhi” quando si parla di sentimenti: non possiamo più ignorare l’essenzialità della tutela della natura e dei diritti degli animali.

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  • RECENSIONE MANK: LA BIOGRAFIA DI QUARTO POTERE

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    Nonostante il diminutivo del suo cognome campeggi sulla locandina e nel trailer del film, Mank non è soltanto una biografia dello sceneggiatore e critico teatrale Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman). Il motivo si può trovare in una battuta pronunciata nel film dallo stesso Mankiewicz: “non è possibile ricostruire l’intera vita di un uomo in sole due ore di film”. Anche Mank, dunque, rinuncia a farlo, preferendo circoscrivere l’azione ad un periodo limitato, ma estremamente significativo, della vita dello sceneggiatore.

    Questo spaccato della vita di Mankiewicz comincia con un incidente stradale che lo costringe a letto con una gamba rotta. Durante questo periodo di forzata immobilità lavora alla stesura di Quarto Potere, quello che diventerà il suo lavoro da sceneggiatore più famosa e che, secondo il saggio Raising Kane di Pauline Kael (da cui Mank è ispirato), è attribuibile soprattutto a Mankiewicz e non ad Orson Welles (regista e protagonista del film). La cornice della lavorazione della sceneggiatura è intervallata dal racconto del rapporto, che si tramuta in aperto conflitto, con il magnate dell’editoria William Randolf Hearst (Charles Dance) e la sua amante, l’attrice Marion Davies (la bravissima Amanda Seyfried, meritatamente candidata all’Oscar).

    Mankiewicz viene ritratto con dovizia di particolari, e l’ottima interpretazione di Gary Oldman è fondamentale per tratteggiare un uomo arrogante, cinico ma anche malinconico, consapevole di essere un “buffone di corte” sulla via del tramonto. Anche per questo, dopo aver osservato e subito per anni i compromessi dell’industria cinematografica, si scopre deciso a voler vedere riconosciuta la paternità della propria opera nonostante il giovane Welles e la RKO, la casa di produzione di Quarto Potere, siano decisi ad impedirglielo. L’abituale perizia registica di David Fincher e la fotografia avvolgente di Erik Messerschmidt (vincitore dell’Oscar alla migliore fotografia per questo film) delineano un ambiente, quello dell’industria cinematografica, corrotto dai compromessi e dalla falsità. Mankiewicz, in questo senso, ci risulta quasi un estraneo sgradito a quel mondo di cui fa comunque parte e i cui fautori sono o potenti amorali e senza scrupoli come Hearst o ruffiani dispotici come il capo della MGM Louis B. Mayer.

    La sua vittoria personale nei confronti di questi individui, Mankiewicz la ottiene grazie a Quarto Potere. Oltre a essere il motore della trama, la sceneggiatura di Citizen Kane – e, per estensione, l’intero processo creativo di uno scrittore – diventa l’altra grande protagonista del film. Essa viene ritratta come summa ed elaborazione di esperienze, di incidenti, della propria visione politica e dei rapporti con gli altri e il mondo circostante. Hearst è l’ovvio modello per il “cittadino Kane”; un litigio con l’irascibile e quasi infantile Orson Welles (Tom Burke) è l’ispirazione per la famosa scena in cui Charles Foster Kane mette a soqquadro la sua camera in uno scatto d’ira.

    Anche le citazioni visive di Quarto Potere sono più che semplici easter eggs e strizzate d’occhio per intenditori cinefili. Il fresco vincitore del premio Oscar Erik Messerschmidt è, infatti, riuscito a ricreare, con incredibile dovizia di particolari, le stesse atmosfere presenti in Quarto Potere e che hanno reso, tra le altre cose, quel film rivoluzionario. Per fare ciò, oltre ad avere studiato nei minimi dettagli la fotografia di Gregg Toland [DoP di Quarto Potere], ha portato avanti una ricerca puntigliosa al fine di fornire allo spettatore un effetto simile a quello delle pellicole del tempo e per ricreare le stesse atmosfere in bianco e nero del film di Welles, utilizzando anche molte delle stesse focali utilizzate dallo stesso Toland.

    Mank si gusta come un film classico: la sceneggiatura di Jack Fincher, scritta negli anni ’90 e poi rifinita da Eric Roth, è un “dietro le quinte” di Hollywood lento e costante, che segue l’ingombrante presenza di Mankiewicz. La regia chirurgica di David Fincher e la fotografia in bianco e nero di Messerschmidt, che ritraggono impietosamente i meccanismi dell’industria cinematografica, ci ricordano il potere incantatorio della Settima Arte, e rendono Mank un film forse ostico per gli altri, ma imprescindibile per il pubblico di cinefili cui si rivolge.

    Il film è disponibile per la visione su Netflix e anche al cinema. Vi invitiamo a tornare in sala per sostenere gli esercenti e per godervi al meglio la fantastica fotografia di quest’opera.

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  • RECENSIONE IT’S A SIN (SERIE TV)

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    Nel 1987 i Pet Shop Boys, duo synth pop britannico, pubblicano il singolo It’s a sin, che condanna la morale cattolica basata sui concetti di peccato, vergogna e colpa. Attorno a questi temi ruota la storia raccontata dalla nuova serie televisiva firmata da Russel T. Davies (già noto, fra le altre cose, per un altro cult della serialità LGBT+ come Queer as folk), che proprio per questo motivo prende lo stesso titolo della canzone, e che è già andata in onda nel Regno Unito su Channel 4 e negli Stati Uniti su HBO Max, riscuotendo grande successo. La vicenda di It’s a sin inizia nel 1981 e segue lungo tutto il decennio la vita di un gruppo di ragazzi gay e queer che, fuggiti dalle loro famiglie di origini per trasferirsi a Londra e vivere apertamente la loro vita, si trovano a dover fronteggiare la minaccia dell’epidemia di AIDS, che sconvolgerà profondamente le loro esistenze.

    In particolare il personaggio su cui la serie insiste di più è quello di Richard Tozer, interpretato da Olly Alexander (frontman della band Years & Years), giovane rampante e ambizioso che arriva nella capitale inglese per studiare legge. Sarà grazie all’incontro con Jill, la quale diventerà sua grande amica, che avrà il coraggio di seguire il suo vero sogno, ovvero la recitazione, andando ancor di più contro le aspettative della famiglia. Anche il personaggio di Jill è particolarmente interessante: unica ragazza del gruppo, con genitori molto aperti mentalmente, è la prima che si preoccupa della nuova malattia che si sta diffondendo, nonostante in quel frangente non ne sia personalmente toccata, mentre ancora gli amici fanno finta di niente, o peggio, si danno apertamente alla negazione del pericolo che stanno correndo. Se fosse davvero così grave – dice ad un certo punto Richard – “sarebbe su tutti i notiziari”. Attraverso gli occhi di Jill vediamo l’impotenza di fronte ad una malattia di cui non si sa ancora niente, e di cui probabilmente una società così conservatrice non vuole sapere niente, soprattutto visto che ad essere colpiti sono gruppi marginalizzati che alcuni, molti, vorrebbero solo non esistessero.

    Al termine dei cinque episodi siamo capaci di tirare le fila e capire quello che la storia vuole comunicarci sotto la superficie: il vero problema, la vera malattia, è la vergogna. La maggior parte dei ragazzi che contraggono l’AIDS muore nel silenzio, nella vergogna, nella solitudine. “Vanno a casa”, come dice Carol, l’agente di Richard, riferendosi ai tanti attori gay che, in punto di morte, tornano nelle loro città di origine, in provincia, per sparire senza che nessuno sappia cosa gli è successo. I riferimenti a quanto sia tossico vivere costantemente sotto questa cappa oscurantista punteggiano la serie dal primo momento, ma esplodono verso la fine nel monologo in cui Jill incolpa la madre di Richard, Valerie, altro personaggio a suo modo straordinario, per la morte del figlio e di tutti quei ragazzi che il figlio ha contagiato, perché cresciuto in una casa infestata dalla vergogna. Vergogna che lo ha portato a credere, come tanti altri, di meritarsi la malattia, di meritarsi quella fine. E non a caso è mostrata la morte solo di coloro che in qualche modo si sono riscattati da questa spirale della vergogna, gli altri semplicemente scompaiono. Della loro morte vediamo solo i segni.

    Per quanto moralmente negativo, il personaggio di Valerie Tozer, madre di Richard, è forse uno dei più interessanti. gran parte del merito va all’interpretazione magistrale di Keeley Howes, che dopo quattro episodi da personaggio secondario, nell’ultimo esplode con una scena tour-de-force che dà al personaggio uno spessore, una complessità e una serie di contrasti, che lo rendono quantomeno affascinante, anche se negativo. Ma in generale è interessante vedere come siano le madri a tenere le fila di questo rapporto complicato con i figli, più o meno amati, più o meno accettati per quello che sono, a volte umane e a volte fredde come il ghiaccio, ma comunque presenti. Al contrario dei padri che, quando non completamente assenti, sono deliranti o dei fantasmi.

    Nonostante la morte e la malattia siano così presenti, o anzi, probabilmente proprio per questo motivo, la serie vibra di vita e di energia, di emozioni, di umorismo e irriverenza, di momenti di profonda umanità. Come tutte le buone storie, ti fa venire voglia di sognare e di vivere.

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  • RECENSIONE NOMADLAND – UNA NUOVA MITOLOGIA AMERICANA

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    Durante la cosiddetta grande recessione seguita alla crisi economica del 2008 centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti hanno perso la casa e, dovendo trovare un modo per sopravvivere, molte di loro hanno dato vita a nuovi fenomeni di nomadismo. Non fa eccezione la sessantenne Fern che, rimasta vedova e disoccupata, si trasferisce in un minivan e – barcamenandosi tra un incarico stagionale ad Amazon, la gestione di un campeggio e il lavoro in un fast food – abbandona la vita stanziale e fa la conoscenza delle tante comunità di nuovi nomadi che popolano gli Stati Uniti occidentali.

    La regista Chloé Zhao

    Dopo Songs My Brothers Taught Me (2015) e The Rider – Il sogno di un cowboy (2017), Chloé Zhao continua la sua esplorazione dell’anima statunitense e si immerge ancora una volta nella provincia americana, per coglierne i nuovi miti. La forza del film della giovane regista cinese, infatti, sta proprio in una trasfigurazione del paesaggio cinematografico e del suo significato iconico. Il “vecchio West” di John Ford – la terra promessa verso la quale il progresso avanza a suon di rotaie posate nel deserto, la manifestazione assoluta del sogno americano (la civilizzazione e la riconduzione all’ordine della wilderness, la terra selvaggia) – è qui svuotato degli attributi che decenni di cinema gli hanno affibbiato e azzerato nel suo portato simbolico. Il West in Nomadland rappresenta il fallimento definitivo di quel sogno, venuto meno con l’avvento di un capitalismo esasperato che ha determinato una sorta di riavvolgimento storico e un ritorno a pratiche precedentemente abbandonate. Fern, interpretata da un’inscalfibile Frances McDormand, si aggira dunque tra le macerie dell’American dream, ma lei e gli altri nomadi, mossi da una visione solidale della vita, resuscitano una concezione pionieristica che, come affermato dalla sorella della protagonista in una scena del film, è “parte della tradizione americana”: come i pionieri dovettero lottare per la civilizzazione, così Fern e i suoi devono tentare un ritorno alla natura, alla condivisione, alle cene notturne attorno al falò. È così che l’America è nata ed è l’unico modo in cui può sopravvivere e riconquistare uno scopo che la ripaghi dei tanti errori commessi. Il nomadismo moderno rappresenta, per la Zhao, un ritorno ai valori e all’anima statunitensi e una rifondazione della mitologia nordamericana.

    La regista racconta tutto ciò con uno stile in bilico tra lirismo malickiano e documentario: decide di utilizzare praticamente solo attori non professionisti (a parte la McDormand e David Strathairn) e veri membri delle comunità nomadi, fa uso parco delle belle musiche di Ludovico Einaudi e punteggia il film di piccole storie che hanno il sapore dell’autenticità (particolarmente forte quella dell’anziana Swankie).

    Fern, eroina insicura e tormentata dai ricordi del defunto marito Bo, è alla perenne ricerca di un senso per la propria esistenza e di una riconciliazione con i luoghi del proprio dolore. Nel West trova da un lato la libertà assoluta di farsi trasportare dal vento di fronte all’oceano in tempesta e di lasciarsi alle spalle la sofferenza della perdita (un giorno ci rincontreremo tutti: questo il senso della ormai celebre tag lineSee you down the road.”) e dall’altro la costrizione di doversi comunque adeguare a un sistema economico (la donna lavora ad Amazon per necessità) non ancora scardinato che non permette a nessuno di sfuggirvi. Il personaggio della McDormand trova dunque il senso vero del proprio percorso di nomade nel proprio furgoncino: quasi estensione del proprio corpo, il Vanguard – avanguardia, progresso: così si chiama il minivan di Fern – è il cavallo della contemporaneità, il destriero dei nuovi pionieri in cerca di una nuova America e di un nuovo sogno.

    Il film ha vinto 3 premi Oscar (miglior film, regia e attrice protagonista) e il Leone d’Oro alla 77ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

    Il discorso di accettazione del Premio Oscar alla Migliore Regia di Chloé Zhao

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  • RECENSIONE SOUND OF METAL DI DARIUS MARDER

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    Candidato a sei premi Oscar e vincitore per le categorie di miglior montaggio e miglior sonoro, Sound of Metal è il film d’esordio alla regia di Darius Marder  (escluso il documentario Loot del 2008).

    Trailer

    Già sceneggiatore per Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012), Marder torna a collaborare con Cianfrance, che cura il soggetto del film, portando a termine un progetto in cantiere già da 13 anni. Dopo oltre un decennio dunque il regista consegna al pubblico la sua opera prima, che racconta, con precisione disarmante e delicata attenzione al dettaglio, la storia di Ruben Stone, giovane batterista ex tossico-dipendente che si ritrova a fare i conti con l’improvvisa perdita dell’udito. La pellicola,  presentata in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2019, vede nei panni del protagonista un meraviglioso Riz Ahmed, che non per niente è stato candidato all’Oscar come miglior attore protagonista. Accanto a lui Olivia Cooke e numerosi attori non professionisti provenienti dalla comunità sorda. A spiccare tra le altre è la performance di Paul Raci. Attore fino ad oggi poco noto al grande pubblico, Raci è figlio di genitori sordi, e riesce a portare sullo schermo un’interpretazione convincente e sincera che è valsa – anche a lui – una nomination agli Oscar di quest’anno.

    Paul Raci interpreta Joe, uno dei punti di forza di questa pellicola

    LA TRAMA DEL FILM

    Lo sviluppo della trama è tutto sommato semplice: Ruben e Lou, compagni sul palco e nella vita, vivono di musica e per la musica. I due formano insieme il gruppo Blackgammon, suonano musica metal e vivono in un van. La loro vita da musicisti nomadi viene stravolta quando, nel bel mezzo di un tour, Ruben perde di colpo quasi l’80% del suo udito. In mancanza di denaro per delle costose protesi acustiche, è costretto ad accettare l’aiuto di Joe, un veterano ed ex alcolista rimasto sordo in guerra, il quale vive in una comunità di sordi e gestisce una casa-rifugio per sordomuti. Per il protagonista inizia così un percorso che dovrebbe essere non solo di accettazione, ma anche di nuova consapevolezza. Lontano dalla sua vita lavorativa e sentimentale, Ruben si inserisce, non senza difficoltà, nella comunità. Studia il linguaggio dei segni e prova a reimparare la percezione di un mondo privo di suoni ma ricco di vibrazioni. La prospettiva però di essere inserito come elemento fisso nella comunità fa tornare a galla il prepotente e totale rifiuto per la sordità, la quale inevitabilmente lo imprigiona lontano dalla sua vita, mentre tutto, fuori dal suo mondo ovattato, evolve e va avanti per necessità di sopravvivenza.

    UN VOCABOLARIO DI SUONI E SGUARDI

    La forza del film, inutile dirlo, sta nell’enorme lavoro di studio e realizzazione del sonoro, che ci porta ad esplorare una condizione di isolamento che da un anno a questa parte può sembrare  ˗ in modo certamente diverso ˗  tristemente familiare.

    A detta di Nicolas Becker (sound editor della pellicola insieme a Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Philip Bladh) la sfida non era quella di realizzare un “bel suono”, quanto più quella di alterare in modo convincente la percezione dei normali suoni a cui il pubblico è abituato. Nel film Ruben è costretto ad acquisire una nuova percezione non solo di ciò che lo circonda, ma anche di sé stesso. Questo è ben trasmesso fin dalle primissime scene: lo spettatore, inizialmente introdotto al mondo metal di suoni alterati e voci distorte, si scontra d’improvviso, così come il protagonista, con una realtà silenziosa, fatta di rumori e conversazioni ovattate e lontane, a volte quasi da intuire. Sullo schermo si alternano momenti sonori, in cui il pubblico vive dall’esterno la frustrazione e la rabbia impotente di Ruben, e momenti di totale immedesimazione e immersione nella sua nuova percezione della realtà. In questo modo l’enorme vocabolario di suoni fini e sottili catturati grazie a speciali microfoni (lo schiocco di una mascella, una porta che cigola, l’incredibile varietà di rumori di una tavolata riunita a pranzo …) si affianca a un silenzio frusciante quando la camera ci porta dietro agli occhi del protagonista, dentro al suo isolamento.

    E sono proprio gli occhi ad essere tra i grandi protagonisti di questo film. Quasi ad indicare il bisogno estremo di acuire gli altri sensi per sopperire alla mancanza uditiva, sono molte le scene in cui gli occhi dei personaggi parlano più e meglio di loro. Non solo percepiamo, chiare e tangibili nello sguardo liquido di Ruben, tutta la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua paura, ma leggiamo con facilità il senso di disperata impotenza negli occhi di Lou, la profonda dignità e consapevolezza in quelli di Joe, la dolcezza sui visi dei bambini e degli insegnati della comunità.

    Ed è proprio nello sguardo silenzioso di Riz Ahmed che, con il progredire della storia, possiamo leggere una nuova consapevolezza. Il protagonista arriva a chiudere un percorso di crescita personale e si rende conto, scontrandosi apertamente con la realtà, di doverla accettare per continuare a vivere in modo certamente differente, ma non per questo meno dignitoso.

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  • Tutto l’Horror che ho – 4 opere del genere da scoprire

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    GOKSUNG – THE WAILING

    Quando si parla di cinema horror orientale, vengono ricordati principalmente film che hanno portato alla nascita di remake in terra occidentale (basti pensare a film come The Ring o The Grudge). Negli ultimi anni diversi sono però i registi che si sono cimentati nella creazione di horror degni di nota e tra questi non si può non citare il coreano Na Hong-jin, con il suo Goksung – The Wailing datato 2016. Dopo un riuscitissimo The Chaser ed un piccolo inciampo con The Yellow Sea, il regista propone un horror particolarissimo, capace di ibridare diversi generi tra di loro e di rendere lo spettatore un vero e proprio “abitante” di quelle zone, anche se inizialmente ignaro dello stile di vita e della abitudini dei suoi abitanti.

    Cercando di definire il film (cosa in realtà particolarmente difficile), lo si può ascrivere alla tipologia dell’horror poliziesco. Il protagonista infatti è un padre di famiglia e poliziotto, che si ritrova ad indagare su una serie di strani omicidi (mostrati dal film in maniera estremamente cruda) che colpiscono diverse famiglie del villaggio. Tutti gli omicidi sono caratterizzati dal fatto che vengono eseguiti da un membro della famiglia, il quale sembra essere affetto inoltre da una strana malattia della pelle. Presto questa malattia comincia a diffondersi in tutto il villaggio, colpendo in prima persona anche la vita del protagonista.

    Con l’avanzare delle indagini, il genere del film vira sempre più verso l’horror puro, ma un horror in continuo mutamento. Si passa infatti dai fantasmi ai cannibali, dagli zombi ai demoni, fino ad un vero e proprio esorcismo (contestualizzato però alla cultura ed alla religione del luogo) ed alla “classica lotta tra il bene ed il male”. Tutto questo viene proposto in maniera magistrale dal regista, che riesce ad inserire tutti questi elementi in maniera estremamente bilanciata, senza eccedere mai e quindi riuscendo a salvare il film dal baratro in cui spesso le opere che tentano la strada dell’ibridazione finiscono.

     

    Lo scoglio più grande per uno spettatore poco abituato ai prodotti orientali, oltre alla cultura che viene trattata e mostrata, è sicuramente la recitazione degli attori ed il loro modo di mettere in scena le vicende del film. Si tratta di una recitazione che, ad una prima occhiata, può sembrare quasi inutilmente eccessiva e stranamente tragicomica. Questo è, tuttavia, uno degli aspetti più riusciti del film, con cui semplicemente lo spettatore deve entrare in sintonia.

    Grazie ad una sceneggiatura brillante e piena di colpi di scena e ad una regia studiata che sa perfettamente quello che fa, Na Hong-jin riesce a proporre un film che tiene incollati allo schermo fino alla fine, con alcuni momenti che rimarranno sicuramente impressi nella mente dello spettatore per parecchio tempo dopo la visione.

    Il film è recuperabile, assieme ai precedenti lavori del regista, su Amazon Prime Video.

    STARRY EYES

    Cosa sei disposto a fare per seguire i tuoi sogni?

    Questa è la domanda che Kevin Kölsch (conosciuto ai più per il remake di Pet Sematary datato 2019) pone alla base di questo prodotto, acclamato sia dalla critica che dal pubblico. La protagonista, Sarah, lavora come cameriera, ma il suo sogno è sempre stato quello di diventare un’attrice.

    Partecipa quindi a numerosi provini, venendo però costantemente scartata. Ad un tratto però sembra esserci una svolta: un produttore vuole incontrarla di persona. Qui la ragazza dovrà scegliere se continuare con la sua normale vita o accettare l’offerta che le viene proposta, entrando in un mondo oscuro che la porterà a cambiare, sia interiormente (come personalità, pensieri e modi di agire) che esteriormente (arrivando addirittura ad una letterale modifica della sua fisionomia corporea).

    Da qui il film vira verso toni sempre più inquietanti e grotteschi, con riti satanici (forse un po’ troppo stereotipati) e morti estremamente gore. Il film cela però una intelligente critica all’industria cinematografica di Hollywood: tolto infatti l’elemento del satanismo e la trasformazione a cui va incontro la protagonista, rimane una ragazza costretta a cedere a dei ricatti sessuali da parte dei grandi produttori e a compiere atti orribili pur di seguire i propri sogni. Quante volte, soprattutto in questi ultimi anni, abbiamo sentito di storie simili accadute nella realtà?

    Proprio qui sta la genialità del film: trattare tematiche profonde ed importanti con una storia dai tratti meta cinematografici, che non risulta però mai fine a sé stessa poiché riesce a proporre un horror in piena regola, che fa paura, che disturba, pieno di simbolismi e richiami ai classici più famosi del genere (dai riti satanici agli omicidi violenti fino al body horror).

    Un eccellente film, insomma, ben scritto e ben girato, con un casting eccellente e che sicuramente porta lo spettatore a vedere il mondo del cinema con un occhio leggermente diverso ed a far riflettere se è sempre vero che “il fine giustifica i mezzi”. Quest’opera è recuperabile facilmente con un abbonamento a Midnight Factory attraverso Amazon Prime Video.

    HELL HOUSE LLC

    Nel 2015 esce negli USA Hell House LLC, di Stephen Cognetti che, nonostante il grande apprezzamento di una parte di pubblico che arriva addirittura a definire il film come “il found footage più spaventoso di sempre”, non è mai arrivato nel nostro paese, né in streaming, né a noleggio, né in dvd/bluray.

    Il film segue la struttura del falso documentario su un tragico evento accaduto alla prima apertura della casa degli orrori Hell House LLC, durante la quale diverse persone perdono la vita e molte rimangono ferite. La troupe utilizza quindi interviste e video dell’accaduto, per poi mostrare i video girati dal gruppo di ragazzi che si è occupato dell’organizzazione dell’evento. Sono presenti molti stilemi del genere: un gruppo di ragazzi, un luogo abbandonato, una presenza che comincia a perseguitarli.

    Cognetti decide però di inserire alcuni cambiamenti rispetto a titoli più famosi, come il fatto che i ragazzi non abbandonano il posto poiché in cerca di denaro e fama o che il male si presenta in maniera estremamente fisica (e non quasi invisibile come nei più famosi Paranormal Activity o ESP). Il film non punta nemmeno sui jumpscare, bensì sulla presenza spesso statica di una figura sullo sfondo delle inquadrature, che però si avvicina ai personaggi sempre più con l’avanzare della trama.

    Il film risulta essere uno dei mockumentary horror più riusciti degli ultimi anni, anche se con alcune ingenuità presenti, soprattutto nei comportamenti di alcuni personaggi, ma niente che porti lo spettatore a perdere interesse o tensione. Non stiamo parlando di un capolavoro certo, ma in un periodo così pieno di found footage di mediocre fattura, Hell House LLC ci porta a constatare che ancora una volta non sono le grandi major bensì le piccole produzioni a produrre piccole gemme che rendono il medium cinematografico così bello.

    https://www.youtube.com/watch?v=kZ40kOmOgEI

    THE EXORCIST (SERIE TV)

    Risulta spesso una mossa pericolosa e difficile quella di raccogliere il testimone di un prodotto di culto e crearne un seguito. L’esorcista di William Friedkin risulta nel nostra caso l’esempio perfetto: dopo l’enorme successo del primo film, la produzione decide di crearne un seguito, L’esorcista 2: l’eretico,  ma il nome che porta non basta a salvarlo o a renderlo anche solo minimamente apprezzabile. Andando avanti con gli anni, vengono prodotti altri due capitoli, L’esorcista 3  e L’esorcista: La genesi, il cui unico risultato fu quello di convincere gli spettatori che dare un buon seguito a L’esorcista fosse un’impresa davvero impossibile.

    Il film ha comunque definito un genere molto redditizio, portando alla creazione di prodotti sia ottimi sia a dir poco dimenticabili. Ma 12 anni dopo l’ultimo capitolo e ben 43 dal capostipite, 20th Century Fox assieme a Morgan Creek Production e New Neighborhood decide di tentare l’impossibile: creare una serie tv ambientata dopo gli eventi del primo e del secondo film.

    La serie si compone di due stagioni nelle quali seguiamo principalmente le vicende di due personaggi: Tomas Ortega (Alfonso Herrera), un sacerdote di una piccola parrocchia che si ritrova ad affrontare qualcosa di molto più grande di lui, e Marcus Keane (Ben Daniels), un ex esorcista costretto ad affrontare le conseguenze del suo passato. In entrambe le stagioni i due protagonisti si ritroveranno davanti alla (ormai classica) dinamica della persona indemoniata, con lo studio del caso per accertarsi che non sia tutta una messa in scena, l’approfondimento dei rapporti con i famigliari e l’esorcismo vero e proprio.

    Le due stagioni sono focalizzate su un nucleo familiare differente e questi risultano molto diversi tra di loro, riuscendo così a rendere interessante la scoperta dei vari personaggi che compongono queste famiglie ed a permettere allo spettatore di empatizzare con essi.

    Proprio sulla scrittura dei personaggi e nella trattazione e approfondimento delle tematiche di fede la serie punta moltissimo, raggiungendo ottimi risultati.

    Le storie raccontate, nonostante presentino rimandi ai film originali sia nella trama che nell’aspetto estetico, come inquadrature o particolari giochi di luce, riescono comunque a presentare vicende nuove ed interessanti. L’attenzione degli sceneggiatori si focalizza in particolare sul come i personaggi principali e la cittadina in cui essi vivono decidono di affrontare la situazione, dando anche un ruolo centrale alla Chiesa come istituzione ed al marcio che, inevitabilmente, ha finito per corrompere anche lei. Il grande focus sui personaggi non deve però far pensare ad un prodotto puramente drammatico. Le atmosfere horror sono infatti molto presenti e ben gestite, con richiami ai classici del genere ma anche con qualche scelta innovativa e abbastanza coraggiosa.

    La regia e la fotografia non presentano particolari picchi, mantenendosi comunque su un buon livello ed inserendo, come detto, diverse citazioni visive ai film del franchise (come il famosissimo arrivo dell’esorcista illuminato dalla luce della finestra o la scena delle cesoie nell’ospedale dal terzo capitolo). Cercando qualche difetto, non si può non nominare il finale che, a causa della cancellazione da parte di Disney dopo l’acquisizione dei prodotti Fox, lascia numerose storyline ancora aperte e, di conseguenza, i personaggi in balia di un destino che lo spettatore non scoprirà mai. Inoltre, per quanto ovvio possa essere, se qualcuno ha trovato difficile apprezzare il film originale, le stesse sensazioni e problematiche le ritroverà quasi certamente anche in questo prodotto.

    In conclusione, la serie tv The Exorcist  riesce finalmente a dare un degno seguito al film di culto del 1973, puntando maggiormente sui personaggi e sulle loro reazioni e scelte, senza però dimenticarsi di enfatizzare gli aspetti più puramente horror.  La serie riesce quindi in quella che sembrava un’impresa impossibile, rompendo una “maledizione” ed uscendone, nonostante qualche inciampo, a testa alta.

    https://www.youtube.com/watch?v=JN_KJQk6tAc[fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    “Tutto l’horror che ho” è stata una rubrica presente nella nostra pagina Instagram, le recensioni qui presenti sono dunque pensate più per essere pubblicate su quel social network. Se vuoi leggere la parte finale della rubrica, clicca qui per scoprire 5 horror italiani indipendenti da non perdere.

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