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  • recensione: practical magic 2- Il ritorno dell’estetica witchcore/whimsi-goth

    recensione: practical magic 2- Il ritorno dell’estetica witchcore/whimsi-goth

    Fleetwood Mac, Florence + The Machine, midnight margaritas e giardini fiabeschi: il ritorno dell’estetica witchcore/whimsigoth 28 anni dopo. Nel 2026 Nicole Kidman e Sandra Bullock sono di nuovo insieme sul grande schermo per Practical Magic 2 con un nuovo tassello della storia della famiglia Owens. Ma facciamo un passo indietro. 

    Nel 1995 l’autrice Alice Hoffman pubblica il romanzo “Practical magic” che in breve tempo attira Denise Di Novi, produttrice di “Edward mani di forbice” e “Heathers”. Di Novi aveva un obiettivo ben preciso: concentrarsi su opere con personaggi femminili come protagonisti. Era stata infatti questa possibilità a colpirla, più che l’idea di realizzare un fantasy gotico a tema streghe. Ricordiamo che “Hocus Pocus” e “The Craft” appartengono più o meno allo stesso periodo, per cui non sarebbe stata una sorpresa la volontà di inserirsi nel filone in corso. Invece, la priorità qui era l’opportunità di analizzare relazioni femminili complesse, in una storia in cui le donne sono le uniche protagoniste, le famiglie che durano nel tempo sono matriarcali, e gli uomini esistono come meri espedienti narrativi. Un bel capovolgimento di ruoli. 

    Questa stessa potenzialità colpisce anche il regista Griffin Dunne (attore protagonista di Fuori Orario di Scorsese), inizialmente diffidente nei confronti del genere magico ma attirato dall’idea di poter affrontare i temi del lutto, del trauma ma soprattutto del legame tra donne. Il secondo passo cruciale nella storia produttiva di Practical Magic fu la scelta del cast. Sandra Bullock per Sally, Nicole Kidman per Gillian. I personaggi delle due sorelle furono adattati alle attrici e ricostruiti su di loro, valorizzando quanto più possibile una chimica già di per sé molto forte. 

    E infine, la vera protagonista del film: la casa. La villa meravigliosa della famiglia Owens non esisteva, e venne costruita da zero con lo scopo di creare un luogo-entità in grado di impostare un’atmosfera specifica: accogliente, confortevole, a tratti inquietante ma soprattutto intimamente femminile. Il lavoro degli scenografi fu magistrale, ed è ancora oggi forse l’aspetto migliore del film: erbe, barattoli, libri, fiori essiccati e alambicchi vennero distribuiti in interni ed esterni, e la cucina in particolare avrebbe dovuto richiamare l’epoca vittoriana ma in versione, per così dire, laboratorio di stregoneria. Tuttavia Practical Magic, nonostante i presupposti e pur essendo una produzione Warner Bros, ebbe scarso successo al momento della sua uscita. Il suo statuto di cult (e per la maggior parte dei suoi fan anche di comfort movie) si è costruito lentamente nel tempo, grazie in primo luogo alle VHS e in generale alla visione domestica. Successivamente, l’avvento dei social e la categorizzazione dei codici visivi ha permesso di cristallizzare un preciso tipo di estetica che il film incarna perfettamente: whimsigoth anni ’90. Per cui il film è diventato un must per chiunque sia fan di questi linguaggi stilistici. 

    Facciamo un salto in avanti e arriviamo al 2021. Alice Hoffman pubblica “The Book of Magic”, ultimo capitolo letterario della saga delle sorelle Owens. A questo punto il fandom della storia è ben consolidato, il primo film si è ripreso del tutto dall’iniziale insuccesso e nel 2024 viene annunciato Practical Magic 2. Non c’è più Griffin Dunne, sostituito alla regia da Susanne Bier, mentre le bambine, per ovvie ragioni anagrafiche, sono intepretate stavolta da Joey King e Maisie Williams. 

    L’atmosfera di Amori & Incantesimi 2 è radicalmente diversa dai toni avvolgenti e immersivi del primo, nonostante i richiami siano molteplici (a volte anche un po’ forzati) e la casa, con ogni suo dettaglio, sia tornata. Il calore del ’98 viene sostituito in primo luogo da unapalette più fredda e con meno personalità (uno spettro che si aggira tra le nuove produzioni e perseguita soprattutto i sequel), e una maggiore cupezza appartiene anche alla storia raccontata. Ci sono numerosi problemi in Amori & Incantesimi 2, soprattutto legati ad una qualità dei dialoghi piuttosto scadente, scelte di casting, e alcune soluzioni narrative forse un po’ frettolose, ma la trama non è affatto banale e riesce a coniugare bene molti aspetti del primo film con questo nuovo capitolo. 

    Il setting temporale è il nostro presente, e le sorelle Owens non sono ancora riuscite a liberarsi dell’antica maledizione per cui ogni uomo di cui si sarebbero innamorate sarebbe tragicamente morto. La continuità generazionale è fondamentale nella loro famiglia: sempre due sorelle, sempre una mora e una rossa. Quindi in questo momento non sono più Sally e Gillian le giovani streghe incapaci di controllare i loro poteri, ma è Kyle, la figlia di Sally, a confrontarsi davvero con la maledizione (e sua sorella Antonia, che ha pochissimo spazio nonostante il film avesse l’obiettivo di valorizzare il rapporto tra sorelle). Il ritmo è concitato, e scelte come ambientare parte del racconto a Londra rendono sicuramente la storia coinvolgente, per quanto la qualità complessiva rimanga bassa. Ciò che però colpisce, quello che il film riesce a rappresentare benissimo proprio come il primo, sono l’intensità e l’autenticità dei legami femminili. Se questi valori nel primo Practical Magic emergevano in forma di supporto e vicinanza in seguito ad una violenza, con il secondo capitolo cinematografico la formula magica è “sacrificio”. Un sacrificio per permettere a chi verrà dopo di riuscire ad amare senza paura.

    Practical Magic 2 è certamente imperfetto, come del resto anche il primo se si adottano criteri di valutazione severi, e lascia l’impressione che si tratti di una grande occasione persa (magari tra 10 anni non la penseremo più così?). Ma non è privo di lati positivi: se si ha la volontà di tralasciare problemi tecnici legati alla forma e concentrarsi sul messaggio di fondo, sulle scenografie suggestive e sulla musica dei Fleetwood Mac, è una visione più che godibile. 


    Gaia fanelli

    Redattrice

  • recensione: COYOTE VS ACME-IMMAGINA SISIFO FELICE

    recensione: COYOTE VS ACME-IMMAGINA SISIFO FELICE

    Una storia a dir poco travagliata quella che ha portato un film come Coyote vs Acme, finalmente, nelle nostre mani di spettatori. La storia di una lunga lavorazione, numerosi cambi di rotta e di timone, riprese effettuate ormai oltre quattro anni fa e delle enormi difficoltà che nascono dalla scelta di girare un film in tecnica mista, live action e animazione. Sulla carta, un progetto ambizioso, che ha catturato il cuore di molti, gli stessi che hanno lottato perché il nostro coyote preferito arrivasse in sala, perché non finisse sommerso sotto una pila di documenti dimenticati.

    Dedicato a chi non smette mai di provarci.

    Il cartoon contro la multinazionale

    Come il giudice di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, con il suo assurdo progetto di trasformare Cartoonia in una gigantesca autostrada zeppa di stazioni di servizio e cartelloni pubblicitari, la Acme di questo film sarà per i più giovani il primo sguardo sulla brutale realtà del sistema capitalistico. Forse le nuove generazioni cresceranno bene, dopotutto.

    Con la caverna piena di marchingegni malfunzionanti in grosse scatole targate Acme, Willy il Coyote (Wile E. Coyote) inizia a dubitare di ciò che lo circonda: com’è possibile che niente di quel che tocca funzioni? Perché i pattini a razzo, invece che aiutarlo ad acciuffare Beep Beep, continuano a esplodere senza motivo? Stanco della situazione, Willy fa i bagagli e si dirige nella città di Albuquerque, pronto a prendere appuntamento con un curioso avvocato da cartellone per denunciare finalmente la Acme.

    Nel suo studio legale, Kevin Avery (Will Forte) ha una semplice regola: negoziare sempre, conciliare tra i cartoni e le aziende, ricavare qualche risarcimento, e svignarsela senza troppi problemi. Ma neanche Avery può mettersi in mezzo tra Willy e il suo obiettivo, che per una volta sembra non essere Beep Beep. Inizia così il grande processo Coyote vs Acme, rappresentata dall’abile avvocato Buddy Crane (John Cena), nel corso del quale Kevin e Willy si addentreranno sempre di più negli oscuri segreti dell’azienda, dove si nasconde il misterioso Progetto Sisifo.

    Risate, nostalgia, lacrimucce

    C’era da aspettarselo, Coyote vs Acme gioca tanto sulla nostalgia di quegli spettatori che avevano i DVD (o addirittura le VHS!) con i corti dei Looney Tunes. Tantissimi sono i riferimenti agli sketch più iconici di Willy il Coyote e Beep Beep, come tanti sono i personaggi Warner che compaiono sullo schermo e interagiscono con i protagonisti, anche solo per pochi minuti. La realizzazione ibrida funziona piuttosto bene, a parte qualche momento in cui le animazioni non interagiscono così bene con ciò che vi si trova intorno. Performance di buon livello, ma un’attenzione particolare va data al villain di John Cena, ormai perfettamente a suo agio sullo schermo cinematografico.

    Coyote vs Acme è un film che riesce a intrattenere molto bene: parliamo di un prodotto che si propone, naturalmente, di essere divertente come Willy, ma, pur non essendo perfetto, è anche in grado di emozionare, a modo suo. E a questo proposito, occhio agli spoiler, perché c’è una scena che ha fatto aprire i rubinetti a tantissimi spettatori!

    Coyote vs Acme è, in sostanza, una commedia legale; il processo al centro della storia nasce come una battaglia alla Davide contro Golia, in cui il “cittadino comune” sceglie di battersi con un gigante mostruoso, l’immagine distorta di un sistema che non si fa scrupoli per raggiungere un profitto economico. Certo, non una tematica originale, tutt’altro, ma che acquisisce nuova profondità se rapportata alle vicissitudini del film: il racconto del coyote che fa causa alla potente multinazionale si trasforma nella lotta per la conquista della sala cinematografica da parte di un film che rischiava di essere dimenticato. Alla fine, è il racconto di tutti coloro che continuano a provare, nonostante i rifiuti, gli ostacoli e il peso dell’enorme masso che sono costretti a trasportare in cima alla collina. Una fatica immane, ma magari Sisifo è felice.


    Renata Capanna

    Redattrice

  • recensione: THE DOG STARS – LE STELLE DOPO LA FINE

    recensione: THE DOG STARS – LE STELLE DOPO LA FINE

    Fra Aster e Scott 

    Ad un certo punto verso la fine di Eddington di Ari Aster si vede il personaggio di Joaquin Phoenix imbracciare un fucile più grande di lui e sparare nel buio, con l’intensione di uccidere degli assalitori che però non si sono mai mostrati e che forse neanche ci sono. Una scena simile arriva a circa la metà di The dog stars – Le stelle dopo la fine, ultimo film di Sir Ridley Scott. Il personaggio di Josh Brolin, un ex-militare che prospera nel mondo post-apocalittico homo homini lupus in cui vive, scappa mentre spara nel buio a degli avventori che vogliono depredare l’oasi di sopravvivenza che si è costruito negli anni. Qui, a differenza del film di Aster, la minaccia è reale, ed anche iconograficamente consumata per questi anni (da The walking dead fino a Fallout, mentre, per restare al cinema, basti pensare al rinvigorimento della serie di 28 anni dopo), ma l’antifona che sta dietro è la stessa: un uomo che corre nel nulla sparando e correndo, spaventato da un altro che non vede o con cui non ha intenzione di avere altri rapporti se non quelli mediati dalle pallottole; un’idea di vivere comunitario che sembra essersi degradato fino al punto di non ritorno.

    La trama

    Le similitudini tra i due film non si fermano qui: Eddington è ambientato nella cittadina eponima durante lo scoppio della pandemia di Covid del 2020, mentre The dog stars si svolge nel 2035, dopo che un virus di cui poco c’è dato sapere ha sterminato la popolazione mondiale molti anni prima, lasciando i pochi superstiti ad aspettare una morte che potrebbe sopraggiungere anche travestita da influenza (“i vaccini sono finiti anni fa”, dice ad un certo punto pastore mennonita con la faccia di Benedict Wong). Fra i sopravvissuti c’è Hig (Jacob Elordi), ex meccanico ancora in lutto per la morte della moglie, che passa le sue giornate pilotando il suo aereo, giocando con il cane Jasper e cercando bottiglie di Coca Cola ancora bevibili per il suo coinquilino Bangley (Brolin). La strana coppia si separa quando Hig decide di andare a esplorare quello che c’è oltre le Rocky Mountains (in realtà siamo fra Udine e l’Abruzzo, dato che gran parte del film è stato girato da noi), andando oltre le proteste di Bangley, che decide di rimanere a proteggere il loro rifugio. Diretto verso un segnale radio che forse non c’è, si imbatterà in una fattoria gestita da un’altra coppia, padre e figlia, Cima (Margaret Qualley) e Pops (Guy Pearce), dove troverà asilo.

    Destinati a non cambiare 

    Ridley Scott, profondamente kubrickiano, non ha mai avuto particolare fiducia nell’essere umano o in un suo miglioramento sostanziale che potrebbe portare ad un miglioramento della vita in generale; in Alien il male cresce dentro di noi fino ad infettare gli altri, in Blade Runner le macchine sembrano essere molto più umane degli umani, fino agli ultimi esempi di empia vanità distruttiva di House of Gucci e Napoleon: Scott lascia sempre aperta una porta al dubbio sulla vera caratura etica dei suoi personaggi, anche quando i film finiscono “bene”. E non è certo nella sua trentesima regia, a quasi 89 anni, che si smentisce e, seppure il film, fra i vari generi che tocca (si passa dal post-apocalittico, al western, all’home invasione e al thriller psicologico; tante cose, ma nel complesso armoniose e godibili), lambisca blandamente la rom-com e sembra forzosamente infuso in una fiducia nel futuro e nei buoni sentimenti, Scott non perde mai occasione per ricordarci chi siamo e in che mondo viviamo. E lo fa concentrandosi su un cortocircuito di genere (in senso biologico) che vede nel personaggio di Jacob Elordi un Frankenstein a metà fra il modo di essere uomo che è stato e quello che sarebbe bello e giusto diventare, obbiettivo che però, per Scott, è impossibile raggiungere per le deficienze strutturali dell’animo umano. Se da un lato Hig controbilancia la mascolinità dura e alle volte meschina di Bangley, che, a differenza del compagno, non ha alcun interesse nel ricreare una comunità di sopravvissuti, ma spara a tutti quelli che entrano nella sua proprietà e vive un’esistenza circondato da armi, violenza e banconote (che hanno l’effetto di un talismano di potere più che un’effettiva utilità), cioè il “fucking American dream”, come lo chiama lui, è anche vero che sembra impossibilitato a scrollarsi di dosso una certa visione maschile in cui lui deve essere quello che risolve la situazione, che porta la croce per gli altri e che arriva finalmente ad aprirsi sul suo passato e sui suoi traumi dopo un confronto acceso con Cima. Anche il suo rapporto con la defunta moglie ci viene mostrato da Scott come una reiterazione di un modello di coppia tenera e amorevole, ma fondamentalmente patriarcale: nei ricordi di Hig, infatti, vediamo la moglie Melissa (Sai Bennet) sempre e solo nella loro camera da letto, con o senza pancione, rendendo l’accostamento donna-sesso agli occhi del personaggio maschile palese e sottolineando un’impossibilità di cambiamento per una società tutta (Scott, infatti, usa la questione di genere per mettere in scena la sua disillusione per la razza umana) che preferisce “prima sparare e poi fare domande”, parafrasando Bangley.


    Gianluca Meotti

    Redattore

  • Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    È difficile trovare un argomento più attuale per il mondo del cinema degli onnipresenti reboot. Camp Miasma (“Teenage sex and death at Camp Miasma”) di Jane Schoenbrun affronta apertamente questa piaga del mercato presentando, prima ancora che le protagoniste, sé stesso: il franchise Camp Miasma, una saga di horror slasher in piena regola, in declino dopo ben trent’anni di videocassette, DVD, action figures. In poche parole, l’Enigmista della situazione. Nel disperato tentativo di rinfrescargli l’immagine, la produzione affida il reboot alla giovane regista Kris Williams (Hannah Einbinder). Kris, fan della saga fin dall’infanzia, decide di contattare l’attrice che aveva interpretato la sopravvissuta nel film originale, Billy Presley (Gillian Anderson). Si ritrova ospite a casa della donna, che vive da reclusa a Camp Tivoli, il campeggio sperduto nelle montagne dove erano stati girati i primi film. Inizia così non solo la sua avventura alla scoperta delle origini del franchise e del vero killer che ne ha ispirato il cattivo, ma anche la sua storia d’amore con Billy. 

    Jane Schoenbrun cerca di tenere insieme tantissimi discorsi che si intrecciano in continuazione: questo film è una satira, uno slasher, una commedia surreale, oltre che una storia d’amore che tratta il delicatissimo tema dell’oggettificazione di sé: Kris e Billy condividono il destino di essere donne, per di più queer, dentro un film horror americano. 

    Hollywood, lo spauracchio del woke e gli anni Ottanta 

    Non c’è un sottotesto elaborato a suggerire che Hollywood si adegua ai cambiamenti culturali solo nel momento in cui vuole alzare i numeri al botteghino: Kris è stata scelta apposta in quanto persona queer, perché bisogna riscrivere le parti apertamente transfobiche del Camp Miasma originale. Quasi nulla viene lasciato all’interpretazione del pubblico, ma la buona notizia è che questa e tante altre nozioni vengono presentate in un dialogo abbastanza divertente. Il divario generazionale tra le due protagoniste non viene particolarmente approfondito perché Billy stessa non è interessata a parlare di lavoro, insiste per tenere Kris nel qui e ora: in questo campeggio dove il tempo sembra essersi fermato (per fortuna, perchè gli anni Ottanta sono di moda) e dove forse un killer le sta osservando davvero. 

    Schoenbrun critica, senza nemmeno troppa cattiveria, l’industria cinematografica e al contempo ne celebra i miti: le immagini sono fitte di citazioni, è una vera e propria caccia al tesoro per cinefili. Tutto, dagli omaggi a David Lynch a Videodrome, è rimesso in scena con i colori iper saturi e l’atmosfera surrealista che avevamo già visto nel suo precedente lavoro, I saw the TV Glow (2024). Ad eccezione di una sequenza un po’ troppo lunga che rovina la tensione verso la metà, il resto è tenuto insieme in modo sufficientemente coerente. I molti piani di realtà si fondono con il film “originale” e con dei panorami a volte reali, a volte dipinti ad acquerello: è impossibile sapere dove ci troviamo, si può solo prendere atto di quello che succede. 

    Guardarsi ed essere guardate. 

    Parallelamente al discorso metacinematografico sul film in sé, la regista ne porta avanti un altro sul desiderio, tema tutt’altro che estraneo nell’horror. Anche qui si nota la scelta di scoprire subito le carte in tavola, carte che in questo caso hanno la forma del pollo fritto più suggestivo che sia mai stato ripreso. Di nuovo, una volta annunciato chiaramente di cosa stiamo parlando, quello che viene dopo è quasi solo intrattenimento

    [Attenzione: spoiler da qui in avanti]

    Billy accompagna Kris alla scoperta di quello che lei aveva imparato di sé recitando nel primo film: la possibilità di guardarsi da fuori, essere spettatrice del proprio spettacolo, ovvero, essere il killer che ti guarda mentre sei anche la vittima. Questa scoperta per Billy è stata fondamentale per la capacità di godere del proprio corpo, e la giovane regista decide di intraprendere lo stesso percorso, dato che fino a quel momento l’intimità le risultava complicata. L’argomento di per sé è potenzialmente drammatico, ma qui viene trattato come Billy esorta Kris a trattarlo: niente di grave, è solo intrattenimento, in questo caso lo spettacolo di sé stesse dentro le proprie fantasie, e se essere un personaggio diventa troppo difficile si può sempre spegnere il video. 

    Questa è la parte veramente originale del lavoro di Schoenbrun: il punto di vista di una donna queer che è cresciuta amando il cinema horror, ma vedendosi rappresentata in esso sempre e solo come una vittima. Kris non voleva più abbandonarsi al desiderio diessere cercata e guardata, perché credeva di doverlo fare senza partecipare da protagonista.Alla fine invece si fa inseguire dal killer sapendo di poterne prendere il posto, si lascia guardare non da un pubblico qualunque ma da sé stessa, per il proprio piacere anziché quello altrui. Allo stesso modo il killer, al livello metacinematografico del discorso, si gode le videocassette delle sue stragi. La metafora è realizzata in modo abbastanza palese, ma il film è talmente fitto di cambi di prospettiva e immagini surreali da non risultare mai banale.

    Menzione speciale al nome del killer di Camp Miasma: Little Death. Al di là dell’effetto comico di avere un cattivo del genere in un film in inglese, la petite mort indica lo stato di semi-incoscienza che può sopraggiungere durante o subito dopo un orgasmo molto intenso. Niente di grave insomma.

     “Hai scritto Psycho dal punto di vista della tenda della doccia.” – Billy a Kris 


    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione: rosebush pruning – una satira poco riuscita

    Recensione: rosebush pruning – una satira poco riuscita

    Il nuovo film del regista Karim Aïnouz, presentato alla Berlinale e in anteprima al Mubi Fest, è liberamente ispirato aI pugni in tasca” di Bellocchio e vuole essere una satira delle famiglie americane di ceto elevato. Ma per quanto visivamente spettacolare, ha ben poco dello spessore psicologico del film del ’65. Tutta la sua forza si concentra in una grandiosità formale e coloristica che accompagna un avvicendarsi di situazioni familiari atipiche, fatte di eccessi e depravazione. Però, nonostante queste premesse, l’occasione di esplorare dinamiche familiari complesse non viene sfruttata, e ci si ferma ad un livello piuttosto superficiale

    Una ricca famiglia americana -i due genitori e quattro fratelli- si trasferisce in Spagna. Pochi anni dopo la madre (Pamela Anderson) scompare, apparentemente divorata dai lupi della zona. Il padre, non vedente, ha costante bisogno di aiuto da parte dei suoi figli. I fratelli sono tutti caratterizzati da perversioni e atteggiamenti morbosi gli uni nei confronti degli altri. Il maggiore, Jack (Jamie Bell), pur con le sue anomalie è il più sano tra i familiari. Jack ha una relazione con Martha (Elle Fanning), e dei suoi fratelli sembra il più avviato verso una vita “normale” al di fuori della casa. Ma le dinamiche interne al nucleo familiare sono così perverse e soffocanti che a Jack viene impedito di compiere qualsiasi passo serio all’interno del suo rapporto con Martha. È una situazione senza via d’uscita, o almeno una via d’uscita sana. Più che raccontare una storia, Rosebush Pruning dipinge un un ritratto di relazioni familiari soffocanti, sadiche, corrotte e malvage. Questa stasi può essere interrotta solo da una catena di violenza.

    De “I pugni in tasca” Aïnouz riprende solo alcuni dei ruoli svolti dai personaggi, pur reinterpretandoli molto liberamente. Ma la profondità dell’opera del regista italiano, che spesso si manifesta nei dialoghi e monologhi dei protagonisti in cui sentimenti, meccanismi sociali e moti interiori vengono scandagliati, viene completamente meno. Al suo posto, un susseguirsi di eccessi e aberrazioni che più che Bellocchio ricordano il Lanthimos di Dogtooth (e hanno forse qualcosa anche di Saltburn). Tutto il ritmo della narrazione si basa su un’alternanza di sospensione e attrito, oppressione e reazione. Le situazioni orribili che i protagonisti (volenti o nolenti) devono vivere portano all’innescarsi di ulteriori conseguenze ma non sono quasi mai lo spunto per una riflessione compiuta e consapevole su quanto stia avvenendo. Certo, la storia ci viene raccontata da Ed (Callum Turner), per cui da spettatori noi siamo al corrente dei suoi pensieri e delle sue impressioni, e lui è pienamente consapevole della problematicità della sua famiglia. Tuttavia questa consapevolezza rimane distaccata e a tratti ironica, probabilmente per volontà di veicolare un senso di distorsione della realtà, che tuttavia viene recepito come un tentativo non del tutto riuscito. 


    Gaia Fanelli

    Redattrice

  • recensione: l’inconnue -L’assurdità dell’esistenza raccontata dal corpo fisico 

    recensione: l’inconnue -L’assurdità dell’esistenza raccontata dal corpo fisico 

    L’Inconnue, terzo lungometraggio di Arthur Harari, è stato presentato in concorso al festival di Cannes e in anteprima al Mubi Fest a Napoli il 5 luglio. Si tratta della trasposizione cinematografica della graphic novel scritta da Harari stesso e da suo fratello Lucas, e l’uscita del film nelle sale francesi è prevista per il 26 agosto 2026. 

    L’inconnue è un film evanescente, una riflessione alienante sul concetto di identità, di anima e sul rapporto con il corpo; sul disagio di accettare caratteristiche fisiche che non si sentono proprie e sul significato di personalità. È interamente basato su due protagonisti principali (per quanto sia estremamente complesso individuare i personaggi coinvolti in un racconto simile): Eva (Léa Seydoux) e David Zimmerman (Niels Schneider, l’Alain di “Coupe de chance” di Woody Allen e protagonista di “Diamant Noir” dello stesso Harari).

    David Zimmerman è un fotografo introverso e dedito al suo lavoro, che una sera viene convinto da un’amica ad andare ad una festa. Qui incrocia lo sguardo di una donna sconosciuta (Léa Seydoux), con cui poco dopo ha un rapporto sessuale. A seguito di ciò,  l’anima, (l’identità? La mente?) di David passa nel corpo della donna, che si scoprirà in seguito chiamarsi Eva. Dopo l’atto, David (nel corpo di Eva) si addormenta, mentre Eva (nel corpo di David) si alza e va via. Seguono momenti di panico per David, completamente spaesato e ignaro di cosa stia succedendo e di come tornare “in sé”. Deve trovare Eva, solo così in qualche modo potranno scambiarsi di nuovo. Quando finalmente riesce a individuare il suo corpo David è felicissimo, ma sorge un altro problema: non è più Eva ad abitarlo. Chiunque fosse stato in lui aveva avuto un rapporto con un’altra giovane, Malia, che dunque ormai era in David. Una volta insieme David/Eva e Malia/David cercano di trovare una soluzione al loro problema raccogliendo informazioni su fenomeni simili e su altre persone che avessero avuto la stessa esperienza, ma a tratti sembrano arrendersi e cercare invece di stabilire familiarità con il loro nuovo aspetto fisico. 

    È facile pensare ad una correlazione non solo con l’esperienza trans del non riconoscere il corpo ma anche con il macrotema del corpo che cambia e la difficoltà dell’accettare le proprie evoluzioni, soprattutto da parte di ragazze molti giovani (come Malia nel corpo di David, che da che era una sedicenne si ritrova ad essere un uomo di quarant’anni). Tuttavia, nonostante si tratti di temi molto complessi, gli aspetti del racconto che li toccano sono raramente approfonditi. C’è una chiara scelta registica da parte di Harari di mantenere (soprattutto nella prima metà del film) un senso di vaghezza e quasi di incomunicabilità che a tratti ricorda il Lynch di Mulholland Drive e a tratti lo stile di Antonioni, ma, forse per paura o semplice incapacità, sono pochi i momenti in cui i protagonisti si confrontano per davvero con i loro nuovi corpi e con la prospettiva di -potenzialmente- viverci per sempre. 

    [Attenzione! Da qui in poi la recensione contiene spoiler] 

    Questi toni sospesi e surreali permangono per tutta la narrazione, fino ad una conclusione che propone un esito irrazionale fortemente radicato nella filosofia dell’assurdismo: non serve cercare una spiegazione a quanto avvenuto, la vita va semplicemente così, tanto vale accettare questa mancanza di senso. La conclusione de l’Inconnue è una riflessione sul concetto di personalità, e su cosa porti a formare un’identità. Un corpo svuotato può davvero esistere o c’è comunque qualcosa al suo interno? È questo che si intende con anima? Se un corpo senza anima è in grado di piangere è davvero vuoto? Un finale apparentemente sospeso nel nulla e senza un significato reale ma che lasciando lo spettatore così spiazzato a fronte di un epilogo “assurdo” porta a riflettere su questioni su cui non abbiamo una risposta e forse mai l’avremo. Allora forse, così come sembrano pensare anche i personaggi in diversi momenti, l’unica soluzione è accettare che le cose stiano così e andare avanti.


    gaia fanelli

    Redattrice

  • recensione how to make a killing – un vendicatore di classe

    recensione how to make a killing – un vendicatore di classe

    Glen Powell e il suo multiverso

    In quest’epoca di crossover e spin-off, in cui basta distrarsi un attimo per trovarsi davanti a Paperino che fa a cazzotti con Batman, Glen Powell sta pian piano creandosi un piccolo multiverso personale.

    Fortunatamente non parliamo di poteri incredibili e mutazioni genetiche, anzi. Quando l’attore texano riesce ad accaparrarsi un ruolo da protagonista, il suo personaggio è quasi sempre quello dell’underdog, un uomo sfortunato che vive ai margini della società, ma che, per un motivo o per l’altro, si ritrova ad affrontare una situazione (apparentemente) al di sopra delle sue possibilità.

    Prendiamo Hit Man (2023): Powell interpreta Gary, un timido professore di filosofia con un divorzio alle spalle, che in poche scene finisce per diventare un finto killer in operazioni sotto copertura per la polizia. Non male come carriera.

    Due anni dopo è il turno di The Running Man, in cui troviamo Ben, un fiero (e stereotipato) lavoratore della classe operaia, costretto a partecipare ad un gioco mortale per salvare la figlia malata. In questo caso dobbiamo perdonare Wright per il cliché e fare il tifo per il nostro eroe che lotta per la famiglia e per il popolo.

    Considerando anche questo suo ultimo lavoro, sembra che Powell abbia tutte le possibilità di diventare la nuova icona di un tipo di cinema che, un tempo, qualcuno avrebbe definito “da cassetta”. Il termine può sembrare denigratorio, ma in realtà descrive perfettamente il genere di film che si colloca tra il banale blockbuster e il film più “impegnato”, magari riuscendo ad accontentare il pubblico di entrambi i generi. Cosa non da poco.

    Il secondo film è sempre il più difficile

    Così arriviamo al film di John Patton Ford, che dopo un convincente esordio nel 2022 con Emily the Criminal action-crime al femminile con protagonista un’ottima Aubrey Plaza – scrive e dirige un film che, pur non prendendosi troppo sul serio, funziona.

    Diciamo la verità, il merito per la sceneggiatura di How to Make a Killing non può essere attribuito al regista statunitense, dato che è quasi la copia esatta di Kind Hearts and Coronets (Sangue blu in Italia), film del 1949 di Robert Hamer, a sua volta tratto da un romanzo.

    Piccola curiosità: il romanzo di Roy Horniman da cui il film inglese ha preso ispirazione, si intitola Israel Rank: The Autobiography of a Criminal. La storia è quella di un giovane per metà ebreo, che si ritrova emarginato dalla ricca famiglia per questioni razziali e che per questo motivo decide di vendicarsi. A causa della sensibilità all’argomento che si respirava nel secondo dopoguerra, la casa di produzione britannica scelse di modificare la discendenza del protagonista, il quale da metà ebreo divenne per metà italiano. Sembra che nessuno si sia lamentato.

    Nel film di Ford qualsiasi riferimento razziale viene lasciato da parte e il movente del protagonista è basato unicamente sulla differenza sociale e la vendetta.

    Becket (Glen Powell) viene cresciuto da sua madre, Mary, ripudiata dalla famiglia a causa della gravidanza precoce da cui poi sarebbe nato lui. Il ragazzo cresce sentendo parlare delle immense ricchezze dei Redfellow, di cui lui è l’ultimo dei discendenti. Durante l’infanzia conosce anche Julia, con cui, da adulto, intreccerà una relazione pericolosa.

    Quando Mary si ammala gravemente, chiede come ultimo desiderio di essere seppellita nella cappella di famiglia, desiderio che gli viene negato. Così Becket, spinto dal sentimento di vendetta, decide di impossessarsi del patrimonio dei Redfellow a tutti i costi.

    La femme fatale e il boss finale

    È difficile parlare di How to Make a Killing senza considerare il primo adattamento. Chi li ha visti entrambi sa quanto questo film sia debitore dell’originale.

    Ci sono però delle differenze che non passano inosservate, tra tutte la più evidente è sicuramente quella legata all’utilizzo degli attori non protagonisti.

    Nel film del 1949, oltre a Joan Greenwood nei panni di Sibella (Julia), c’è la straordinaria performance di Alec Guinness (Obi-Wan Kenobi nella trilogia originale di Star Wars), capace di interpretare tutti gli otto membri della famiglia aristocratica, ruolo femminile incluso.

    Nel suo remake invece, Ford si trova a dirigere due co-protagonisti di generazioni differenti, anche se entrambi con un curriculum di tutto rispetto.

    Julia è Margaret Qualley, in rampa di lancio dopo The Substance e gli ultimi film (in Blue Moon brilla), in cui ha dimostrato di sapersi adattare a contesti e ruoli anche molto diversi tra loro.

    Qua è chiamata a rappresentare la quota noir del film, interpretando una femme fatale senza scrupoli e con un piano ben preciso in mente: sposare un marito facoltoso.

    Qualley è bravissima a prendersi la scena nelle poche sequenze in cui è presente, sia fisicamente (Ford insiste sui polpacci come Tarantino insiste sui piedi) che psicologicamente, dando vita ad un personaggio affascinante e detestabile allo stesso tempo.

    Lo schema del film sembra quasi ripercorrere quello del più classico dei videogiochi, dove i primi livelli sono facili, mentre man mano che ti avvicini alla fine gli avversari si fanno più forti e temibili. Ecco, se dovessimo paragonare questo film ad un videogioco, Ed Harris nel ruolo del capofamiglia sarebbe il perfetto boss finale.

    Il regista americano capisce la responsabilità che comporta avere nel cast un attore di questa importanza e adatta la sceneggiatura originale per dargli il giusto spazio e il giusto peso, in una delle poche sequenze davvero inedite del film.

    L’altra grande differenza rispetto a Kind Hearts and Coronets, è l’assenza di quel black humor tipicamente inglese che domina nel film di Robert Hamer e che in questo remake si perde quasi completamente a causa della differente ambientazione e del pubblico a cui è destinato.

    How to Make a Killing non è esente da difetti, ad esempio l’attualizzazione del contesto è tirata per i capelli, con telecamere e smartphone presenti solo quando funzionali all’avanzamento della trama. Ma non stiamo parlando di un film a cui ha senso fare le pulci, i dettagli sono trattati dal regista con consapevole superficialità.

    Forse Ford ha avuto solo paura di uscire leggermente dai binari di una trama quasi perfetta, cosa che avrebbe reso la trasposizione ai giorni nostri più convincente. Allo stesso tempo gli va dato il merito di aver mantenuto un finale amaro (o agrodolce se vogliamo essere esatti), cosa per nulla scontata per un prodotto di questo tipo.

    D’altronde, come avverte Becket all’inizio del film, questa è una tragedia e le tragedie non hanno finali felici.


  • RECENSIONE HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO

    RECENSIONE HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO

    William Shakespeare (Paul Mescal) incontra e si innamora di Agnes (Jessie Buckley), una donna nata e cresciuta a stretto contatto con la natura nella campagna inglese fuori Londra. Dopo essersi sposati i due danno alla luce tre figli vivendo un’idilliaca vita familiare fin quando il più piccolo dei tre, Hamnet (Jacobi Jupe) muore a causa della peste. Le conseguenze di ciò sulla famiglia saranno devastanti ma porteranno anche alla nascita di una delle opere più importanti nella storia della letteratura.

    Una questione di coppie

    Dopo l’apertura con un esergo tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, in cui viene reso noto che nell’Inghilterra del Seicento i nomi Hamlet e Hamnet erano praticamente intercambiabili, la prima cosa che Chloé Zhao decide di inquadrare sono due alberi: uno dritto, che si staglia verso il cielo maestoso, e uno dinoccolato e bitorzoluto che arriva a fatica ad eguagliare l’altezza del suo compagno. Il tema della coppia sarà ricorrente in tutta l’opera, la quinta della regista e la prima dopo la parentesi nel MCU, dove verrà declinata prima nella storia d’amore tra un giovane Shakespeare e Agnes, e poi lo ritroveremo nei gemelli che la donna farà nascere e poi nel parallelismo fra il piccolo Hamnet deceduto a causa della peste e il protagonista eponimo dell’Amleto composto dal Bardo per esorcizzare il trauma della morte del figlio. È proprio sui giochi a due che Zhao decide di fondare gran parte del suo film, la regista non si affida alle regole classiche del film biografico che vorrebbero una costruzione della storia per accumulo di eventi, ma invece si concentra sui momenti intimi, privati, quelli di una famiglia che sta nascendo progressivamente, in cui ogni elemento è funzionale all’armonizzazione del tutto. Se da un lato spostare l’attenzione da uno studio approfondito delle psicologie dei protagonisti può rendere l’urgenza del racconto un po’ superficiale, dall’altro proprio qui sta una delle forze maggiori del film: Zhao ha una delicatezza e un tatto unici per cogliere la tenerezza profonda che c’è fra genitori e figli e il legame fatto di manifestazioni fisiche, baci, carezze e piccoli gesti che lega William e Agnes.

    La prova di Jessie Buckley

    Dopo svariate prove in cui Buckley aveva messo in mostra tutte le possibilità di cui è capace quel volto androgino e modellabile come la gomma, che vive tanto di microespressioni quanto di grandi afflati drammatici, qui si immerge in una prova che abbraccia tutte le sue qualità. La sua Agnes è una forza della natura dirompente, capace di amare, desiderare, struggersi, urlare, soffrire e mostrare tenerezza con la stessa intensità e anche quando è portata dalla scena a doversi scomporre, che sia il pianto strozzato per la morte del figlio o il lamento lacerante di un parto gemellare, mantiene sempre un controllo e una sicurezza nei confronti di tutti gli altri elementi, diventando oggetto di massima attrazione attorno al quale gravitano, e da cui dipendono, tutti gli altri personaggi. 

    Il potere taumaturgico dell’arte

    Quando poi la tragedia arriva la famiglia si spacca: i viaggi di lavoro a Londra che William deve obbligatoriamente sostenere contribuiscono ad acuire il momento di crisi, e le certezze su cui fino a poco prima si reggeva il film vengono annientate. Neanche il rapporto con la foresta in cui vivono, un vero e proprio personaggio con cui soprattutto Agnes ha un legame profondissimo al limite del misticismo, riesce più a risanare la ferita profonda che la morte di Hamnet ha causato; mamma e papà si allontanano, iniziano a litigare, lei gli recrimina il fatto che non fosse presente nel momento in cui il piccolo è venuto a mancare, lui ci viene suggerito che si chiude sempre di più in sé stesso per il senso di colpa. E qui il film arriva al suo massimo: il dolore per la morte di un figlio viene indagato ed esorcizzato attraverso l’arte, e nella scena della rappresentazione dell’Amleto a cui assiste anche Agnes, Zhao, tramite un ingegnoso trucchetto di metateatro, porta di nuovo la pace fra i suoi protagonisti, puntualizzando come un trauma non è qualcosa di statico che continua a mangiare dall’interno chi l’ha subito; ma proprio in virtù della sua natura emotiva può essere riadattato, rivissuto con linguaggi e forme diverse e quindi accettato.


  • Recensione:  coexistence, my ass!-rinunciare all’utopia

    Recensione: coexistence, my ass!-rinunciare all’utopia

    Noam Shuster Eliassi ha origini rumene, ebree, e iraniane, ed è cresciuta a Neve Shalom/Wāħat as-Salām. Il nome significa “Oasi di pace”. Si tratta di un villaggio fondato nel 1972 a ovest di Gerusalemme, dove cittadini israeliani arabi ed ebrei hanno scelto di convivere e promuovere progetti di convivenza.  Lei stessa racconta di essere stata cresciuta come “il volto della coesistenza”, e di aver creduto fermamente nel progetto di pace che il suo villaggio rappresentava. A poco più di vent’anni è diventata co-direttrice di Interpeace, un’organizzazione locale delle Nazioni Unite che verrà poi chiusa nel 2017. Coexistence, my ass! inizia da questo momento: Noam decide di dare una possibilità alla carriera nella stand up e cerca, sempre più disperatamente, di tenere insieme tutti i pezzi della sua vita mentre il mondo va nella direzione opposta. 

    Il documentario, diretto da Amber Fares, è stato presentato al Sundance Festival e poi al Torino Film Festival 2025, ed era nella shortlist per questa edizione degli Oscar. 

    Fares segue Shuster nel suo percorso professionale e personale dal 2018 all’Ottobre del 2023. Alcuni pezzi del suo one woman show, che dà il titolo al documentario, fanno da cornice e filo rosso del racconto. Soprattutto della prima parte, non è sempre chiarissimo quale voglia essere il cuore del discorso; incertezza dovuta al fatto che quando Fares e Shuster hanno iniziato a lavorare insieme l’idea del documentario non era ancora ben definita. D’altra parte questo è un raro caso in cui la poca coesione non è un danno particolarmente grave, perché coerente con il senso di autenticità che viene trasmesso: il commento fatto “con il senno di poi” è solo nelle clip dello spettacolo, non sono state aggiunte delle interviste alle persone coinvolte né alla protagonista. La maggior parte del montaggio è una presentazione cronologica degli eventi così come sono capitati. 

    Di conseguenza, dato che focus e coesione finiscono per dipendere da quanto la scrittura di show e documentario fossero  realmente avanzate nel frattempo, la seconda metà è di gran lunga la meglio riuscita. Questasi concentra sul periodo in cui, dal 2021, alcuni video spopolano sui social del mondo arabo, facendola andare incontro anche ad accuse di tradimento e minacce da parte dei suoi stessi concittadini. Shuster prende la decisione di continuare a fare satira politica, rielaborando attraverso il processo creativo i valori con cui è cresciuta e la dissonanza che percepisce nel presente. 

    È particolarmente interessante poter vedere dal di dentro il clima politico nelle principali città israeliane, dove non tutte le persone che manifestano contro il governo di Tel Aviv lo fanno  per la Palestina. Il momento in cui l’approccio senza filtri della regista è maggiormente efficace è però sicuramente il racconto degli eventi relativi al 7 ottobre, per i quali qualunque tentativo di commento sarebbe probabilmente risultato superfluo. Nel 2023 infatti, Shuster è ormai un personaggio pubblico a tutti gli effetti e si ritrova travolta dalle aspettative dei follower che le chiedono commenti sui social quasi in diretta. 

    Noam Shuster sfida l’idea che la posizione di chi vive in contesti complessi debba essere per forza, a sua volta, ”complicata”: oggi per continuare ad abitare le zone di confine, metaforiche o meno, è necessario avere le idee molto chiare. Coexistence, my ass! é un lavoro originale, non magistrale a livello tecnico ma interessante e soprattutto necessario. 

    “Coexistence doesn’t happen between the oppressor and the oppressed. […] it is not complicated and it’s not complex. It is painfully simple.”  

    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione Return To Silent Hill – Tanta cenere, poco arrosto

    Recensione Return To Silent Hill – Tanta cenere, poco arrosto

    Possiamo facilmente definire Return To Silent Hill uno dei film tratti dai videogiochi più attesi degli ultimi anni: non solo un ritorno del brand sul grande schermo – in pausa dopo i pessimi risultati di Silent Hill: Revelation (MJ Bassett, 2007) –, adattando le vicende del capitolo più amato dai fan ma anche, e soprattutto, un ritorno di Christophe Gans dietro la macchina da presa dopo quel Silent Hill (2006) che, rielaborando la storia del primo capitolo per costruire una narrazione propria, era riuscito quasi miracolosamente a costruire non solo un buon adattamento in un periodo in cui tutte le operazioni tratte da videogiochi si concretizzavano in prodotti scadenti, ma soprattutto qualcosa che riusciva a mantenere, pur con i suoi difetti, il cuore originale del videogioco.

    Se da un lato l’annuncio sembrava quanto di più fantastico ci si potesse aspettare, ben presto si incominciò a fare i conti con diversi elementi tutt’altro che positivi: Silent Hill 2, proprio nel suo essere ritenuto da molti fan il capitolo migliore, risultava anche il più pericoloso da toccare, poiché l’inevitabile legame affettivo dei fan avrebbe trasformato qualsiasi, anche minima, variazione in un tradimento da punire. L’uscita dei primi materiali non aiutò, con personaggi che si distanziavano dalle apparenze originali ed altri che, pur di avvicinarvisi, risultavano pacchiani.

    Il tempo trascorso dall’annuncio del progetto all’uscita effettiva in sala ha quindi lentamente trasformato la felicità in timore: e, purtroppo, diverse cose sono davvero andate per il verso sbagliato.

    (Ri)Adattare una storia

    Dopo una breve sequenza in cui ci viene mostrato il primo incontro tra James (Jeremy Irvine) e Mary (Hannah Emily Anderson) e la conseguente sbocciatura del loro amore, il film ci proietta in un imprecisato tempo successivo in cui il nostro protagonista, caduto in una spirale alcolica di autodistruzione, riceve una misteriosa lettera proprio da Mary, invitandolo a tornare nel loro posto speciale: Silent Hill. James si recherà senza indugio nella città, scoprendo che qualcosa è cambiato e che le strade cittadine nascondono, sotto uno spesso strato di nebbia e cenere, orrori inimmaginabili.

    La pellicola si scontra con due grosse problematiche. La prima è la banalità: il secondo capitolo videoludico è infatti rinomato proprio per la sua profondità nel raccontare e rimescolare tematiche conosciute in un contesto ricco di dettagli che permettono al giocatore di vivere una vicenda che non solo spaventa ma soprattutto porta a riflettere sulle proprie azioni e su quelle compiute dagli altri personaggi. Il peccato più grande del film è quindi proprio qui, non nel cambiare alcuni elementi (abbiamo diversi personaggi qui uniti in uno solo, background differenti, spostamenti e luoghi posizionati e visionati in maniera diversa) ma nel non comprendere ciò che li aveva resi così potenti nell’originale. La forza di tematiche come gli abusi sessuali, la dipendenza, il bullismo, il desiderio sessuale, la violenza come risposta, vengono qui completamente rimosse o inserite in un contesto che scalfisce appena la superficie. È facile individuarle in alcuni piccoli dettagli soltanto qualora conosca il videogioco, ma quasi impossibile se non si dispone di un background di cui non si dovrebbe necessitare. Impossibile quindi empatizzare con i personaggi secondari (incasellati nel semplice rimando al videogioco), mentre per James il discorso risulta leggermente diverso: se nel videogioco le azioni compiute in precedenza tratteggiavano una persona viscida e problematica con una però netta volontà di pentimento, il film presenta un James molto meno fallace, che sbaglia nell’essere semplicemente “normale” e che, proprio per questo, finisce per lasciare meno il segno.

    Il film infatti sembra impegnato in una costante maratona, senza dare il tempo di riflettere su nulla, frettoloso di mostrare una vetrina, una scritta sul muro, un negozio o un’asse di legno con dei chiodi: piccole citazioni e rimandi che, seppur apprezzabili per un fan, non bilanciano certo la mancanza del vero cuore del progetto originale.

    Una gabbia dorata

    L’altra grande problematica è situata in come il film si mostra agli occhi dello spettatore: dove Silent Hill (2006) proponeva una grande quantità di set animati da scenografie, props, costumi, trucchi ed effetti speciali reali, Return To Silent Hill sembra incastrato in una tendenza ormai tipica dei film con un budget ridotto (passiamo dai 50 milioni del primo capitolo a poco più di 20 per Return) degli ultimi anni. Nonostante i sessantasette diversi set a cui Gans stesso fa riferimento in diverse interviste, è lampante come una enorme quantità di elementi a schermo siano stati inseriti tramite l’uso di computer grafica. Ben lungi dall’essere un difetto di per sé, lo diventa quando ciò mina la resa estetica del progetto, difficilmente difendibile – soprattutto in quanto ufficiale – davanti a mostri che male si amalgamano con gli attori ed i prop reali che, a loro volta, risultano spesso visibilmente posti davanti a sfondi aggiunti in post-produzione.

    Allo stesso tempo, il film propone altrettanti elementi che dimostrano un’idea ed una visione artistica ben precisa: è difficile mantenere costante l’idea di “pellicola creata solo per guadagnare” davanti ad alcuni interni così minuziosamente dettagliati, ad alcune scelte narrative che – per quanto meno efficaci rispetto a quelle originali – riescono a trasmettere un’intento, a sequenze horror rare ma buone, ad un’atmosfera gotica e punk ricca di fascino. Risulta quindi più facile pensare a un autore che, a fronte di un prodotto amato come giocatore, vede il cinema come espressione artistica ed i suoi film come manifestazione personale di questo concetto: Gans non voleva (ri)proporre Silent Hill 2 al cinema, ma la sua idea di Silent Hill proprio come fatto nel 2006. Ecco quindi che tutto ciò che rimanda direttamente al capitolo videoludico non è mero citazionismo di un paio di inquadrature, ma una gabbia che, per quanto stupenda agli occhi di un fan, costringe ad inserire quei mostri, quei design, quei luoghi, quei personaggi e quelle storie. Un arma a doppio taglio che, inevitabilmente, gli si è rivoltata contro.

    Conclusioni

    Accolto in un primo momento come un grande ritorno, Return To Silent Hill approda in sala con un racconto in cui convivono due anime: da un lato la fedeltà all’opera originale, dall’altro la volontà di Christophe Gans di raccontare qualcosa di personale. Ci si ritrova davanti ad una pellicola che finisce per correre, con la voglia di mostrare quante più citazioni e rimandi possibili all’originale e di presentare delle differenze che tuttavia rendono molto meno profonde e banali le tematiche trattate. Relegando così i personaggi secondari a meri gusci vuoti, e James nel ruolo di protagonista dimenticabile.

    Ciò dispiace, soprattutto a fronte di quanto di buono si può intravedere tra un mostro in cgi ed un green screen a tratti posticcio: scelte artistiche legate ad interni, a giochi di luci ed ombre, alla regia di buone sequenze horror che manifestano, seppur flebilmente, una volontà di mostrare una visione propria del progetto, incastrato però in una gabbia forse autocostruita o forse imposta dall’alto.

    Un’occasione sprecata, sia per chi attendeva il ritorno di Silent Hill al cinema e di vedere adattato una delle storie videoludiche più amate sia per chi sperava di rivedere all’azione un cineasta così sottovalutato come Christophe Gans. La speranza è l’ultima a morire, anche a Silent Hill, ma viste le pessime valutazioni sia di critica che di pubblico che la pellicola sta ricevendo, risulta abbastanza probabile che questo ritorno sia anche l’ultima tappa di questo viaggio. Un grande peccato.

    Mattia Bianconi