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  • IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN – LO SCONTRO TRA GLI OPPOSTI (PARTE 2)

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    “Congiungimenti sono l’intero e il non intero, concorde e discorde, armonico e disarmonico. 

    Da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose” 

    Eraclito – Frammento 10 

    L’obiettivo di questa seconda parte è ampliare e continuare l’analisi iniziata con il precedente articolo (clicca qui per recuperarlo), sapendo bene, però, che il cinema di Nolan è difficilmente esauribile in poche pagine di approfondimento. Dopo aver affrontato già due pellicole fondamentali nella produzione del regista inglese, ovvero Interstellar e Il Cavaliere Oscuro, sottolineando come in entrambi i film lo scontro e la sintesi degli opposti sia argomento centrale e portante, appare chiaro, quindi, come il cinema di Nolan viva di queste dicotomie concettuali e che esse non rappresentino solamente  una semplice necessità di sceneggiatura. Guardando alla filmografia del cineasta britannico e allargando lo sguardo è importante prendere in considerazione altre due contrapposizioni tra estremi che ricorrono molto spesso: in primis il dualismo Realtà-Illusione e in secondo luogo la contrapposizione tra Passato e Presente

    In Inception, ad esempio, tutta la narrazione ruota intorno all’ambiguità tra mondo reale e sogno. Queste due entità vengono inizialmente presentate allo spettatore come ben distinte e opposte, ma molto presto iniziano a mischiarsi, fino a confondersi l’una con l’altra.

    Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), in questo senso, è la rappresentazione del dualismo che permea tutta la pellicola: egli infatti conosce benissimo i limiti e le leggi che regolano il mondo dei sogni, è in grado di plasmarlo in base alla propria volontà, tanto da arrivare a crearsi un’esistenza parallela in cui vivere la vita che ha perso e nella quale vorrebbe tornare. 

    Il rifugiarsi del protagonista nel mondo onirico è chiaramente un tentativo di fuggire dalla realtà talmente forte che i confini tra sogno e veglia iniziano a confondersi. Egli vive, infatti, uno sdoppiamento del reale: di giorno conduce una vita sulla quale non ha nessun potere, piena di rimorsi per un passato che lo perseguita, mentre di notte evade in un illusione artificiale estremamente lucida, nella quale può dimenticare tutti i rimorsi che lo affliggono e trovare un momento di pace e di serenità. 

    In questo senso sorge spontanea una domanda, ovvero quale è la realtà per Cobb? 

    La risposta di Nolan è che Dom è libero di scegliere e di decidere a quale mondo vuole appartenere: seguendo questa lettura il tanto discusso finale di Inception non è più aperto, al contrario segna la definitiva chiusura del percorso del protagonista. Non è importante, infatti, se il suo riconciliarsi con i figli avvenga nel Sogno o nel mondo reale, ciò che conta davvero è che il personaggio di DiCaprio abbia finalmente fatto pace con sé stesso e con i propri demoni, che sia riuscito a perdonarsi per ciò che ha commesso e che abbia scelto il mondo nel quale vuole vivere. La ritrovata pace di Cobb esula, quindi,  dalla trottola, al punto che egli non si preoccupa nemmeno di controllare se il totem si stia fermando oppure no. Gli opposti, dunque, si annullano e si perdono nel momento in cui Dom prende la sua decisione e si ritrova, finalmente, pronto a vivere nella realtà che si è scelto, sia che la trottola si fermi, sia che non si fermi.  

    Allo stesso modo anche Memento riflette sullo stesso dualismo, facendo però contemporaneamente anche da ponte verso una riflessione legata al Tempo

    Il protagonista del film, infatti, è incapace di afferrare e di comprendere la realtà che lo circonda ed è costretto a crearne una propria, nella quale può fidarsi solamente di sé stesso. 

    La genialità di questa pellicola sta nel riuscire a far immergere completamente lo spettatore nella confusione del protagonista, insinuando continuamente il dubbio che il punto di vista di Leonard non sia quello reale, ma sia il risultato di un’illusione frutto della mente del personaggio di Guy Pearce.

    Al contrario di Inception, in cui il rifugiarsi in una realtà potenzialmente illusoria è  metafora del raggiungimento di una serenità a lungo agognata da parte di Dom Cobb, in Memento Leonard si aggrappa alla propria visione della storia per dare un senso alla propria vita. 

    È possibile, infatti, che la versione di Teddy sia di fatto corrispondente alla realtà e che egli abbia già trovato e ucciso diversi uomini convinto, ogni volta, di aver trovato l’assassino della moglie, come potrebbe essere altrettanto vera quella di Larry che trova nell’uccisione del fantomatico John G., ovvero Teddy stesso, il  compimento finale della vendetta così a lungo (o forse no?) ricercata. 

    Anche in questa pellicola, però, la Realtà e l’Illusione si scontrano, rivelandosi alla fine totalmente soggettive e inutili: qualsiasi sia la verità dei fatti, Leonard continuerà a vivere seguendo il punto di vista che si è trovato costretto a seguire, cercando disperatamente di rimanere aggrappato a dei ricordi che potrebbero essere falsi o veri allo stesso tempo, non avendo la possibilità di fare nient’altro se non questo. 

    È importante sottolineare come in Memento, oltre al conflitto tra reale e illusorio, sia fortemente presente anche il dualismo Passato-Presente. La voluta ambiguità temporale del film è il primo esperimento nolaniano in questo senso, fattore che diventerà successivamente il marchio di fabbrica del regista. Pellicole come i già citati Interstellar e Inception, ma anche Dunkirk, hanno nell’incastro temporale uno dei loro punti di forza maggiori, ma è solo con Tenet del 2020 che il Tempo diventa il vero e proprio perno centrale del film. 

    Questo lungometraggio, che è probabilmente il più divisivo ed estremizzante di tutta la filmografia di Nolan, fonda infatti le proprie radici tematiche nella dicotomia Passato-Presente. Ribaltando completamente la concezione umana del tempo lineare, infatti, Tenet pone al centro della scena un quesito paradossale: è possibile, cambiando ciò che è stato, cambiare ciò che è e ciò che sarà?

    Questo argomento, sicuramente, è stato affrontato e proposto già moltissime volte nella storia del cinema, ma mai come è riuscito a fare Nolan in questa pellicola.  

    L’inversione dell’entropia in Tenet  risulta essere nuovamente un tentativo di avvicinare due opposti: il dualismo del Tempo, infatti, viene destrutturato, smontato e ricomposto secondo una nuova logica. Ciò che è stato e ciò che è si fondono in un tutt’uno dando vita a una nuova entità, una nuova concezione, ovvero un circolo temporale in cui ogni momento può essere contemporaneamente Presente, Passato o Futuro.

    Per profondità e complessità degli argomenti trattati, per la maestria nel metterli in scena e per la straordinaria abilità narrativa, quindi, Nolan può essere definito il regista dell’estremo, un cineasta costantemente alla ricerca di sfide filosofiche che portano lo spettatore a riflettere continuamente sul mondo e sulla realtà che lo circonda, una realtà fatta di opposti che si allontano per poi riavvicinarsi fin dall’alba dei tempi. 

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  • IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN – LO SCONTRO TRA GLI OPPOSTI (PARTE 1)

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    “Congiungimenti sono l’intero e il non intero, concorde e discorde, armonico e disarmonico.  Da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose” 

    Eraclito – Frammento 10

    Se si dovesse descrivere il cinema di Christopher Nolan con una singola parola, la più adatta sarebbe, senza dubbio, estremizzante

    La filmografia del regista inglese divide infatti, da ormai più di vent’anni, il pubblico in due fazioni opposte: chi lo considera un genio della settima arte che merita di essere annoverato tra i grandi della storia e chi lo reputa un artista mediocre e sopravvalutato dalla massa. 

    È evidente, quindi, che le mezze misure non esistano quando si parla di Nolan. Questo aspetto, in realtà, è un concetto fondamentale anche nell’analisi tematica della produzione del regista, in cui lo scontro tra estremi opposti si colloca spessissimo al centro della riflessione. 

    Il cinema nolaniano si configura, dunque, come un’eterna lotta dicotomica, nella quale però gli elementi contrapposti si rivelano essere, molto spesso, necessari all’esistenza di entrambi, come due lati della stessa medaglia. 

    L’esempio più lampante di questa concezione dualistica è sicuramente la Trilogia del Cavaliere Oscuro. 

    La storia di Batman, infatti, rappresenta l’infinito scontro tra Bene e Male: in primis a livello politico e sociale, mettendo in scena personaggi come il Commissario Gordon e il giovane Robin che combattono contro un mondo corrotto e criminale cercando di mantenere un barlume di speranza e di giustizia, e in secondo luogo a un livello più intimo e personale con personaggi come Bruce Wayne e Harvey Dent, i quali sono metafora dell’eterna lotta tra la bontà a cui l’uomo aspira e i demoni che, inevitabilmente, si trovano nel profondo di ogni individuo. 

    Un altro aspetto fondamentale, però, nell’analisi della dicotomia che pervade tutta la trilogia è, senza dubbio, la contrapposizione tra Ordine e Caos

    La figura del Joker in questo senso è importantissima: il personaggio di Heath Ledger è una rappresentazione perfetta di tutto ciò che Batman non è, ovvero la spinta anarchica e folle verso la distruzione di qualsiasi tipo di sistema  umano, verso il Nulla come fine ultimo. 

    Questo scontro è la vera e propria forza di The Dark Knight, esemplificata al meglio nella famosissima e meravigliosa scena dell’interrogatorio di Joker. In questa sequenza Nolan dirige una vera e propria battaglia tra due concetti, tra due idee opposte l’una all’altra, ma che sono, al tempo stesso, indivisibili e complementari: è proprio qui che la Luce si mischia con l’Oscurità, è qui che Bene e Male si scontrano e si confondono, è qui che il conflitto si risolve nella consapevolezza che protagonista e antagonista sono, in realtà, due parti di uno stesso tutto. 

    Gli estremi, quindi, si rivelano essere tanto distanti quanto, paradossalmente, vicini e la violenza che il giustiziere di Gotham applica contro Joker è, in realtà, una violenza contro il proprio doppio, il quale non potrà mai essere sconfitto essendo parte necessaria e fondamentale dell’esistenza stessa di Batman, proprio come l’Ordine non può esistere senza il Caos o il Bene non può esistere senza il Male.

    Un altro film di Nolan in cui lo scontro tra opposti è centrale è sicuramente Interstellar.

    Questa pellicola del 2014, infatti, è piena di contrapposizioni tra elementi agli antipodi tra loro: il primissimo che viene mostrato è la scissione tra la Terra, che moribonda lega l’uomo e lo condanna a morire insieme a lei, e lo Spazio, simbolo di tutto ciò che eleva l’uomo oltre la sua condizione materiale, ovvero il desiderio di sognare, di esplorare l’ignoto e di conoscere l’Universale.

    In quest’ottica i personaggi riflettono in modo chiarissimo questi due concetti opposti: Cooper e Murph, ad esempio, appartengono all’Assoluto, in loro la spinta verso la conoscenza è viscerale, è ciò che dà senso e valore alla vita dell’uomo. Usando le parole del personaggio di McConaughey “Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo sentendoci parte del firmamento, ora invece lo abbassiamo preoccupati di far parte del mare di fango”. Al contrario, invece, personaggi come Tom (il figlio di Cooper) rappresentano l’abbandono a una vita “nel mare di fango”, la rassegnazione di chi non ha più speranza e ha l’animo pieno di disperazione. 

    La vera dicotomia attorno alla quale si sviluppa tutto il film, però, è la contrapposizione tra Razionalità e Irrazionalità, tra Scienza e Amore. Il vero scontro concettuale, infatti, si trova proprio in questi due estremi apparentemente inconciliabili.

    Nell’Universo di Interstellar le leggi della fisica e della matematica sono i pilastri che sostengono la narrazione, ma al tempo stesso la forza dell’irrazionale si inserisce prepotentemente in questa logica puramente razionale: l’amore e i sentimenti dei protagonisti sembrano essere vere e proprie forze al pari della gravità. Un esempio lampante, in quest’ottica, è rappresentato da Amelia Brand (Anne Hathaway) che, nonostante sia una scienziata e viva la sua vita secondo regole puramente razionali, è spinta a raggiungere il pianeta di Edmunds dall’amore che prova per lui, e in questa volontà, estremamente umana, si ritrova anche la scelta più giusta a livello scientifico. In altre parole la ricercatrice è mossa verso la verità razionale, ovvero la scelta del pianeta più adatto alla sopravvivenza umana, da un suo sentimento puramente irrazionale. 

    Allargando il discorso, si può dire che la fede in qualcosa di inspiegabile è ciò che spinge i personaggi dove la Scienza non può arrivare: il wormhole ha sì una spiegazione logica in quanto fenomeno fisico, ma non se ne conosce l’origine e l’unico modo per scoprire il senso di questa manifestazione è fidarsi ciecamente e intraprendere un viaggio nell’ignoto e nell’inspiegabile. Lo stesso conflitto tra razionale e irrazionale si può trovare nel personaggio di Murph che, nonostante non abbia nessuna ragione logica per continuare a credere in un futuro ritorno del padre, riesce a mantenere viva la speranza grazie all’amore e alla fiducia nella promessa di Cooper. 

    Analizzando la pellicola in questo senso, le critiche mosse a Nolan, ovvero di essere ricorso a una soluzione troppo “buonista” e semplicistica, non sussistono. Razionale e Irrazionale infatti in Interstellar, così come era per Ordine e Caos in The Dark Knight, si mischiano e si confondo, rivelandosi due estremi opposti indissolubilmente legati nella natura umana. La Fisica si piega alle leggi dell’Amore e l’Amore stesso diventa legge della Fisica, al punto che è impossibile discernere dove inizia uno e dove finisce l’altro. 

    La rappresentazione degli opposti nel cinema di Nolan non si limita però a queste pellicole. Sono infatti molti i film del regista in cui questa tematica ritorna come fulcro delle sceneggiature. Per scoprire di quali film si tratta vi rimandiamo però a un prossimo articolo.

    Clicca qui per leggere la seconda parte.

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  • MAESTRANZE: L’AIUTO REGISTA

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    Una figura professionale ben nota ma di cui si conoscono poco i segreti e i tanti retroscena è quella dell’aiuto regista, un punto di riferimento fondamentale tanto per il regista che per l’intera troupe.

    L’Aiuto regista lavora generalmente per produzioni cinematografiche, televisive o teatrali, e può trovare occasioni di lavoro anche nel settore pubblicitario e nella moda. Gli ambienti di lavoro più classici sono i teatri di posa, i set esterni e gli studi televisivi.
    E’ il capo del reparto regia, lui, non il regista a differenza di ciò che si pensa.

    NON È UN SEMPLICE ASSISTENTE

    Il primo luogo comune da abbattere è quello che vede l’aiuto regista come mero assistente del regista, quasi come se svolgesse tutto in funzione della figura più nota dal pubblico generalista. Non è assolutamente vero.
    L’aiuto regista è si importante per il regista e lo copre in tantissime cose, come fare in modo che possa occuparsi della sua funzione creativa, ma sicuramente non è da vedere come il suo zerbino.Fatta questa premessa possiamo passare nel dettaglio alle mansioni di questo professionista dell’audiovisivo:

    • In maniera molto meticolosa deve assicurarsi che sia presente sul set tutto l’occorrente per girare, dunque entra in contatto con tutti i reparti compresi costumisti, truccatori/truccatrici e scenografi per accertarsi che si rispettano i tempi previsti specie per vestire e truccare attori e attrici.
    • Segue gli attori nella loro performance accertandosi che abbiano la sceneggiatura o quantomeno “lo spoglio”, ovvero la porzione in cui sono presenti i dialoghi che dovranno recitare.
    • Rende esecutivi gli ordini del regista, stabilendo tempi di entrata ed uscita degli attori e facendo si che ci sia silenzio durante le riprese sia per quanto riguarda il set che spazi esterni limitrofi.
    • Quando il regista è collocato davanti al monitor lui rimane sul set seguendo le sue indicazioni
    • Per ogni dubbio o delucidazione è il punto di riferimento per ogni reparto, dunque deve avere grande spirito di squadra e portare con sé molta pazienza.
    • Nella fase della preparazione, l’aiuto regista collabora con l’organizzatore generale alla stesura del piano di lavoro.
    • Si occupa anche di redigere lo spoglio della sceneggiatura.
    • Poco prima del termine di ogni giornata di riprese, l’aiuto regista

    insieme al direttore di produzione, cura la redazione dell’ordine del giorno per il giorno successivo.

    Non sono poche le sue funzioni, motivo per cui spesso si avvale di assistenti alla regia, ognuno ha dei compiti da svolgere e un grado gerarchico diverso dall’altro (primo assistente alla regia, secondo ecc).
    L’aiuto regista non è quindi come molti di voi pensavano prima di arrivare a questo articolo, un ruolo di secondo piano, anzi ha numerose responsabilità sia sul piano creativo, produttivo e organizzativo; per questa ragione necessita di una grande preparazione e di esperienza pregressa sul set, solitamente qualsiasi aiuto regista è stato prima assistente alla regia, scalando le vette del reparto.

    Come diventare aiuto regista? Il consiglio spassionato è di fare esperienza sul set come assistente, magari entrando in una delle tante accademie che mettono a disposizione dei corsi per questa figura professionale, studiare parecchio e poi applicare tali conoscenze sul campo.
    Moltissimi professionisti decidono di non fare il passaggio alla regia perché si trovano meglio a capo del reparto e dunque a svolgere mansioni differenti, non è da vedere necessariamente come una professione “di passaggio” verso un mestiere più redditizio, questa certo è una possibilità ma non un obbligo, anzi tanti aiuto registi sono già sufficientemente soddisfatti del lavoro svolto e lo rimangono per tutta la carriera.

    Un aiuto regista permette di mantenere l’equilibrio e l’armonia necessaria sul set, la ricetta perfetta per evitare il collasso della produzione.

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  • FRANK CAPRA – UN SELF-MADE MAN DA OSCAR

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    UN SELF-MADE MAN DA OSCAR

    «Non ci sono regole nel fare cinema, solo peccati. E il peccato capitale è la Noia»

    Frank Capra è sicuramente uno dei registi più importanti dell’epoca d’oro Hollywoodiana (’30/’40). Un self-made man che divenne autore di opere originali e indimenticabili, capaci di far riflettere e divertire allo stesso tempo.

    Il vero nome di Frank Russell Capra era Francesco Rosario Capra, nato a Palermo da una famiglia estremamente semplice ed emigrò all’età di cinque anni con la famiglia negli Stati Uniti. Dopo una serie di lavoretti precari, l’incontro con il cinema fu piuttosto fortuito: la casa di produzione Fireside annunciò che si trasformava in uno studio cinematografico e cercava personale. Così venne introdotto nel mondo del cinema e, sebbene avesse ancora tanto da imparare, fu qui che imparò un semplice principio “un uomo, un film” (celebre sin dai tempi di D.W. Griffith) che non ha mai dimenticato. Restando fedele a questo credo, lasciò perdere tutti i film in cui non gli veniva garantito il controllo dall’inizio alla fine. Nella sua biografia afferma che si avvicinò al cinema «con la meraviglia di un bambino, ma anche con la razionalità di una mente scientifica».

    Dopo aver lavorato come gag writer per Mack Sennett, «il re della commedia», la sua fortuna fu l’approdo alla Columbia: quest’ultima cercava di affermarsi su un mercato dominato dalle Big Five (MGM, Warner Bros., Paramount, 20th Century Fox, RKO), Capra invece cercava un’autonomia che nessuna major gli avrebbe mai potuto concedere. La Columbia, tra il 1932 e il 1958, si identificava con il suo presidente: Harry Cohn, un personaggio pittoresco, geniale ma probabilmente l’uomo più odiato di Hollywood. A Capra fu concessa la massima libertà nel lavoro sin da subito; successivamente sarà il testimone del passaggio all’industria del cinema del dopoguerra, tutta concentrata sui divi. La prima vera star del suo cinema fu Barbara Stanwyck, protagonista di Femmine di lusso (1930), La donna del miracolo (1931) e Proibito (1932).

    Barbara Stanwyck in Proibito (1932)

    L’EPOCA D’ORO DI CAPRA

    La svolta della sua carriera fu Accadde una notte (1934), con Clark Gable nei panni di uno scapestrato giornalista (un personaggio rivoluzionario che unisce in sé l’eroe e il comico) e Claudette Colbert nei panni di una viziata ereditiera. Sotto il velo della storia romantica dei due, Capra ha voluto mettere in scena una critica sociale, rappresentando dei ricchi e dei poveri nell’epoca della grande Depressione. A dire il vero, i due attori non erano contenti di lavorare insieme, ma Capra cercò di sfruttare al meglio questa diffidenza reciproca per dare maggiore credibilità al film. Questa pellicola, girata in sole quattro settimane e con un budget piuttosto modesto, è diventata un cult.

    Non a caso fu il primo a vincere i cinque Oscar maggiori: miglior attore a Clark Gable, migliore attrice a Claudette Colbert, miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale a Robert Riskin. Fu l’inizio dell’epoca d’oro per Capra.

    Nei difficili anni della grande Depressione, si rese conto che il mondo aveva bisogno di speranza e soprattutto si rese conto dell’universalità del linguaggio cinematografico: tutti i cineasti affrontano le stesse difficoltà tecniche e artistiche, tutti raccontano gli stessi sentimenti.

    I cinque film girati tra il 1936 e il 1941 ottennero complessivamente trentuno candidature e sei premi Oscar. Tra questi troviamo Mr. Smith va a Washington (Mr. Smith Goes to Washington,1936), in cui James Stewart interpreta il giovane leader dei Boy Rangers Jefferson Smith, chiamato dal capo politico Jim Taylor a sostituire un senatore da poco scomparso. La motivazione della scelta è semplice: ciò che serviva loro era un uomo ingenuo e facile da manipolare, soprattutto che potesse non interferire con il progetto di Taylor. In questo sistema senza scrupoli, tentano di farlo apparire disonesto ma Smith non demorde, e riesce a commuovere tutti con un lunghissimo discorso di 23 ore al Senato sugli ideali americani di libertà. Quando cade svenuto, anche il suo nemico confessa la sua innocenza.

    Aldilà dell’apparente ottimismo dei suoi film con finali rassicuranti e a lieto fine, traspaiono drammi sociali, familiari e morali molto più profondi. A guardarli bene, la risoluzione finale e improvvisa è quasi troppo ovvia e facile. Pensiamo ancora a Mr. Smith va a Washington e alla risoluzione che avviene solo negli ultimi minuti. Alla base vi si legge una dura critica sociale verso dei morali sempre più corrosi, persone spregiudicate che rovinano la vita altrui per migliorare la propria.

    James Stewart in “Mr. Smith va a Washington” (1939)

    LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I DIFFICILI ANNI SUCCESSIVI

    Gli anni della Seconda guerra mondiale rappresentano un altro punto di svolta nella carriera di Capra: tra il 1942 e il 1945 si arruolò nell’esercito americano per coordinare la propaganda bellica attraverso il cinema. Per conto del Dipartimento della Difesa realizzò Why we fight (1942-1945), sette documentari divulgativi che si proponevano di spiegare le cause della guerra alle giovani reclute. Questa la dichiarazione nei titoli di testa: «Lo scopo di questi film è di dare informazioni reali sulle cause e sugli eventi che hanno portato alla nostra entrata in guerra e sui principi per i quali stiamo combattendo.»

    I film sono in buona parte costituiti da materiale di repertorio, Capra stesso ha affermato di non aver girato nulla, si è piuttosto trattato di un complesso lavoro di montaggio. Nel Secondo dopoguerra, Capra aveva ben chiaro di cosa non avrebbe parlato il suo prossimo film: della guerra. Provava repulsione nei confronti della guerra e, più in generale, di qualsiasi forma di violenza. Sono anni in cui, gli uomini sono pieni di dubbi: perché? Perché mia moglie e i miei figli? Dov’è Dio adesso?

    Tuttavia, era fermamente convinto che la via migliore per far arrivare il messaggio al pubblico fosse la commedia: «Quando la gente si diverte, è più disponibile, crede in te. Non puoi ridere con qualcuno che non ti piace. E quando ridono, cadono le difese, e allora cominciano ad essere interessati a quello che hai da dire, al “messaggio”.»

    Voleva così esplorare il cuore di un singolo uomo, i suoi dubbi e la sua lotta per sopravvivere.

    Da qui, nasce il suo capolavoro del 1946 La vita è meravigliosa, tratto dal romanzo The Greatest Gift (Philip Van Doren Stern, 1939). Narra la storia di George Bailey, un uomo estremamente generoso che tira avanti servendo e aiutando gli altri, ma trascurando se stesso e i suoi sogni. A causa di un tracollo finanziario, tenta il suicidio ma il suo angelo “di seconda categoria” Clarence per convincerlo a non farlo gli mostra come sarebbe stata la vita dei suoi cari se lui non fosse mai nato.

    Lo definisce il miglior film che abbia mai fatto, un film che parla ai depressi, agli sconfortati, ai disillusi per dirgli che nessun uomo è fallito, la vita di ognuno confina con la vita di tanti altri e se non ci fosse creerebbe un vuoto terribile.

    «Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.»  (La vita è meravigliosa)

    scena dal film “La vita è meravigliosa”

    IL NOME SOPRA IL TITOLO

    Frank Capra fu il primo regista a vantare il “nome sopra il titolo", un privilegio concesso in precedenza solamente a due «padri fondatori dell'arte cinematografica», D.W. Griffith e Cecil B. DeMille. Ciò, conferma la completa autonomia di gestione e controllo di ogni suo film. Accettò le regole dello studio system ma rifiutò il controllo sulle sue opere: come sopra citato, la sua Hollywood si basava sul motto «un uomo, un film». Sebbene abbia dato vita a veri e propri capolavori, come testimoniano i 14 premi Oscar vinti, le sue opere sono state rivalutate solo a partire dagli anni ’80, grazie ad una serie di studi che si sono occupati di rileggere e rivalutare la sua produzione.

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  • LA MORALE NEI FILM DI DENIS VILLENEUVE

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    “C’è una tale differenza tra come si vive e come si dovrebbe vivere, che colui il quale trascura ciò che al mondo si fa, per occuparsi invece di quel che si dovrebbe fare, apprende l’arte di andare in rovina, più che quella di salvarsi. È inevitabile che un uomo, il quale voglia sempre comportarsi da persona buona in mezzo a tanti che buoni non sono, finisca per rovinarsi. Ed è pertanto necessario che un principe, per restare al potere, impari a poter essere non buono, e a seguire o non seguire questa regola, secondo le necessità”

    Machiavelli, Il Principe, Cap. XV.

    Fin dal momento in cui l’uomo ha sviluppato la capacità di pensare e di organizzarsi in gruppi si è trovato di fronte al problema della moralità. Vivendo in società l’essere umano ha dovuto imparare che esiste un limite tra Bene e Male, tra ciò che è giusto fare e ciò che invece è sbagliato.

    Questo conflitto, dunque, ha influenzato tutti gli ambiti della nostra esistenza storica, dalla politica ai rapporti interpersonali, dalla religione fino alla maniera stessa in cui ogni persona affronta la propria vita.

    Il Cinema, che da sempre è specchio dell’animo umano, ha rappresentato innumerevoli volte sul grande schermo questioni di natura etica, ma nell’ultimo decennio uno dei registi che più ha trattato questa tematica è sicuramente Denis Villeneuve.

    La morale è qualcosa che permea la filmografia del cineasta canadese, e già in Enemy (2013) vediamo un protagonista scisso (metaforicamente e non) tra ciò che la società gli impone, ovvero una vita coniugale semplice e monogama, e la volontà di abbandonarsi agli istinti primordiali dell’uomo, tradire la moglie con svariate amanti e dunque venire meno a ciò che è considerato moralmente giusto.

    Villeneuve, però, in questa pellicola si concentra in modo più evidente sulle ripercussioni psicologiche che queste imposizioni sociali hanno sull’individuo e sarà solamente con il successivo Prisoners (2013) che questa tematica si prenderà prepotentemente la scena.

    Questo film pone, principalmente, una domanda molto semplice, ovvero cosa si è disposti a fare, fino a che punto si è disposti ad abbandonare i propri valori morali, per proteggere e salvare qualcuno che si ama?

    Il personaggio di Keller, interpretato magistralmente da Hugh Jackman, viene presentato come il classico padre di famiglia americano: devoto alla moglie, amorevole con i figli, punto di riferimento per la comunità locale e mosso da una profonda fede cristiana. Tutto cambia, però, nel momento in cui sua figlia viene rapita e il protagonista si trova a dover affrontare, metaforicamente, il Male.

    Da quel momento inizierà per lui una spirale sempre più ripida di tormento, paura e violenza, alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi per mantenere viva la speranza.

    È interessante notare (evitando spoiler) come egli non si interroghi mai sulla moralità delle proprie azioni. La possibilità di essere in errore, infatti, sarebbe per lui così terribile e devastante da non essere mai presa in considerazione.

    La convinzione di essere nel Giusto sopprime, dunque, la nascita di qualsiasi tipo di dubbio e così Keller viene accecato dall’ostinatezza della sua disperazione in un’ottica machiavellica de “il fine giustifica i mezzi”.

    Avendo infranto, di fatto, tutti i principi alla base della propria vita, egli non può cedere nemmeno per un momento all’incertezza, in quanto anche solo un tentennamento morale, un attimo di esitazione, lo renderebbero un  mostro ai suoi stessi occhi, cancellando l’immagine di “brav’uomo” su cui ha fondato la propria esistenza.

    Villeneuve, infine, non giudica il suo personaggio, ma anzi dà la possibilità di empatizzare con lui, pur facendo percepire un sentimento di disagio morale. Ciò che viene mostrato infatti è palesemente sbagliato, ma la bassezza alla quale giunge Keller è disumana e orribile, o è forse pienamente umana e chiunque in una situazione simile potrebbe comportarsi così? Ogni spettatore ha, alla fine del film, il potere di assolvere o di giudicare il protagonista, senza dimenticare che chi è senza peccato…

    La riflessione etica del regista canadese si amplia ulteriormente con la pellicola successiva, ovvero Sicario, del 2015.

    In questo film la protagonista Kate Macer, interpretata da Emily Blunt,  è un’agente dell’FBI impegnata in operazioni contro il narcotraffico nel Sud degli Stati Uniti e fin da subito è evidente come sia fortemente legata al rispetto dei protocolli e delle regole che, nella sua visione, dividono i Buoni dai Cattivi. Il punto di svolta arriva quando le viene proposto di lavorare con figure decisamente ambigue (i personaggi di Del Toro e Brolin) in una missione segreta che punta direttamente al cuore dei cartelli della droga messicani, ma con metodologie molto poco ortodosse e che spesso superano il limite della legalità. Durante tutta la pellicola, quindi, Kate si trova a dover gestire un conflitto interiore tra la sua rettitudine morale e la necessità di combattere il nemico con le sue stesse armi, di rispondere al male con il male, essendo questo l’unico vero modo in cui può fare qualcosa di concreto e di importante in questa battaglia.

    La riflessione di Villeneuve si sposta, in questo film, da un piano individuale a un piano decisamente più politico, mostrando come non solo sia impossibile rispettare una condotta etica in un mondo che etico non è, ma che ciò possa essere addirittura una debolezza. La stessa protagonista cercherà fino all’ultimo di riportare la propria squadra al di qua del limite morale, visto come unica vera differenza tra coloro che lei considera i buoni e coloro che considera i cattivi, per scoprire poi, in modo anche decisamente violento, che questa differenza non esiste, comprendendo così le parole del direttore del suo dipartimento “Se tu temi di operare oltre il limite ti dico una cosa, non è così. I limiti li hanno spostati”.

    In questo film Bianco e Nero si mischiano, ogni personaggio è borderline e cammina in equilibrio sulla sottile linea che divide ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Alejandro (Benicio Del Toro) viene presentato come un uomo misterioso, senza scrupoli, assassino e torturatore e solo nel finale viene spiegato il motivo di tutto ciò. In questa sequenza avviene, di fatto, il ribaltamento definitivo dei ruoli, il capo del cartello messicano spiega come la violenza dei narcotrafficanti sia solamente un riflesso della violenza usata contro di loro dagli americani, in una sorta di adattamento nella lotta per la sopravvivenza.

    In conclusione l’intento di Villeneuve in questo film, così come nei precedenti, è chiarissimo e arriva come un pugno allo spettatore, che, vedendo questo mondo moralmente grigio attraverso gli occhi ingenui di Kate, rimane spiazzato, non capendo più dove sta il Bene e dove sta il Male e dubitando, allo stesso modo,  dell’esistenza stessa di tali concetti.

  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 2

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    THEA VON HARBOU

    Fritz Lang è unanimemente considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema, nonché uno dei padri fondatori dell’Espressionismo cinematografico tedesco. Dietro alcuni dei maggiori capolavori della prima parte della sua carriera si cela però la collaborazione con una sceneggiatrice troppo poco ricordata e assai controversa, sua moglie Thea von Harbou. La von Harbou nasce nel 1888 a Tauperlitz, in Baviera, da una famiglia della piccola nobiltà. Riceve un’educazione ricca e, fin da giovanissima, domina diverse lingue e suona il pianoforte e il violino. Ma è la scrittura il suo vero talento e, appena tredicenne, pubblica dei racconti e una raccolta di poesie.

    In seguito la giovane decide di dedicarsi alla recitazione e diviene un’attrice teatrale, pur portando avanti la propria attività di scrittrice con racconti spesso ispirati alla mitologia tedesca e dal forte portato patriottico. Durante il primo conflitto mondiale, la von Harbou sposa l’attore cinematografico Rudolf Klein-Rogge (successivamente interprete del leggendario dottor Mabuse nell’omonimo film di Fritz Lang) e si avvia alla carriera di sceneggiatrice. Collabora dapprima con il regista austriaco Joe May, ma in seguito sceneggerà pellicole di grandi autori europei come Friedrich Wilhelm Murnau e Carl Theodor Dreyer. In breve tempo la von Harbou diviene un nome di punta dell’industria cinematografica tedesca.

    All’inizio degli anni ‘20 conosce Fritz Lang: i due, amanti della cultura indiana, adattano insieme il romanzo della von Harbou stessa “Misteri d’India” e il risultato è il copione de “Il sepolcro indiano” di Joe May (di cui poi Lang realizzerà un remake nel 1959). Da quel momento in avanti la von Harbou e Lang fanno coppia fissa, professionalmente e nella vita privata. Nel 1920 lei divorzia da Klein-Rogge e nel 1922 Lang rimane vedovo della prima moglie: pochi mesi dopo i due si sposano, suggellando il loro prolifico sodalizio artistico. A partire dal 1921 lei collabora alla sceneggiatura di tutti i principali film del marito, tra cui l’indimenticabile “Il dottor Mabuse” (1922) e l’ampio affresco epico “I nibelunghi” (1924).

    I massimi capolavori della coppia Lang-von Harbou sono però indiscutibilmente “Metropolis” (1927) e “M – Il mostro di Düsseldorf” (1931): il primo, ideato proprio dalla geniale sceneggiatrice bavarese, resta una pietra miliare della fantascienza distopica e l’icona del gigantismo cinematografico della UFA, la maggior casa di produzione tedesca e all’epoca tra le più importanti del mondo. “M”, invece, primo film sonoro di Lang, è un capolavoro di scrittura e messa in scena in cui il “mostro” (il protagonista è un pedofilo assassino, interpretato dal grande Peter Lorre) viene umanizzato e la pratica della giustizia viene problematizzata in maniera radicale.

    A inizio anni ‘30, però, il matrimonio della coppia comincia ad incrinarsi. Le molte infedeltà reciproche e la crescente simpatia della von Harbou per il movimento nazionalsocialista segnano la fine del sodalizio. Nel 1933 la coppia divorzia e Lang emigra all’estero per evitare di doversi compromettere con il neonato regime hitleriano. Poco dopo la von Harbou si risposa in segreto con il giornalista indiano Ayi Tendulkar (il matrimonio con persone di pelle scura era proibito dal regime).
    Durante la guerra la sceneggiatrice continua a lavorare e scrive decine di film, alcuni dei quali chiaramente ispirati all’ideologia nazista. A conflitto finito viene internata per un periodo in un campo di prigionia inglese. Per tutta la vita nega di aver mai avuto reali simpatie per il nazionalsocialismo. Tra il ‘45 e il ‘46 lavora anche come Trümmerfrau (erano così chiamate le donne che contribuivano a ripulire e ricostruire le città tedesche in macerie). Muore, sessantacinquenne, nel 1954, lasciando un ricco patrimonio di romanzi e sceneggiature.

    THELMA SCHOONMAKER

    Non tutti sanno che, dietro alla perfezione dei capolavori di Martin Scorsese, si nasconde la collaborazione più che quarantennale con la montatrice Thelma Schoonmaker. Nata ad Algeri nel 1940 (suo padre lavorava per una compagnia petrolifera), si trasferì negli Stati Uniti solo quindicenne. Studiò Scienze politiche con l’intenzione di avviarsi alla carriera diplomatica, ma per motivi ideologici (era contro la Guerra del Vietnam e favorevole alle lotte per i diritti civili degli afroamericani) le fu consigliato di cambiare ambito.

    Fu allora che iniziò a studiare cinema all’Università di New York, dove le capitò di occuparsi del montaggio di “Chi sta bussando alla mia porta” (1967), film d’esordio di un giovane regista ancora sconosciuto: Martin Scorsese. Fu l’inizio di una collaborazione eccezionale. La Schoonmaker ha montato tutti i film del genio newyorkese a partire da “Toro scatenato” (1980) e nel corso della sua carriera ha ottenuto tre premi Oscar (per il già citato capolavoro del 1980, per “The Aviator” e per “The Departed”) e altre cinque candidature, l’ultima nel 2020 per “The Irishman”.

    Nel 2014 le viene consegnato il Leone d’Oro alla Carriera presso la Mostra del Cinema di Venezia, mai assegnato prima ad un montatore. Questo premio è esplicativo della fondamentale influenza artistica dell’opera della Schoonmaker, maestra nel fare del montaggio non solo un passaggio necessario, bensì un autentico momento creativo, in cui il film viene plasmato e prende forma, tramite precise scelte del montatore e del regista. Scorsese stesso ha più volte detto che i giorni passati in sala di montaggio con la Schoonmaker sono i suoi preferiti nella lavorazione di un film, nonché i più significativi per il risultato definitivo.

    Thelma Schoonmaker nel 1984 sposò Michael Powell, regista inglese autore di capolavori assoluti come “Scarpette rosse”, “I racconti di Hoffmann” e “L’occhio che uccide”. Dalla morte di lui, avvenuta nel 1990, la Schoonmaker si è impegnata nella conservazione e nella celebrazione dell’opera filmica del defunto marito. Secondo una classifica realizzata nel 2012 dalla Motion Picture Editors Guild “Toro scatenato” è il film con il miglior montaggio della storia del cinema.

    MILENA CANONERO

    L’Italia vanta una lunga tradizione di costumisti cinematografici (l’opera di Piero Tosi e Danilo Donati, tra i tanti, è ancora oggi universalmente acclamata), ma nessuno può competere con la fama e l’ammirazione globali riservate a Milena Canonero.

    Torinese, classe 1949, studiò a Genova, prima di trasferirsi a Londra, dove iniziò a lavorare nel mondo della pubblicità. Proprio nella capitale inglese fece l’incontro di una vita, con il regista che le avrebbe spalancato le porte del cinema: Stanley Kubrick. Egli affidò alla Canonero la realizzazione dei costumi di “Arancia Meccanica” (1971), che contribuirono fortemente alla fama imperitura del film: la bombetta di Alex e dei drughi, le bretelle bianche e il bastone da passeggio nero divennero immediatamente oggetto di culto e hanno contribuito ad affermare l’iconicità probabilmente senza pari del capolavoro kubrickiano.

    Nel 1975 la Canonero proseguì la sua collaborazione con il grande regista, firmando insieme alla svedese Ulla-Britt Söderlund i costumi di “Barry Lyndon”, vivida ricostruzione del ‘700 inglese. Gli abiti della Canonero, perfetti in ogni minimo dettaglio e ispirati a veri vestiti dell’epoca, contribuiscono fortemente all’atmosfera unica della pellicola e non si limitano a rievocare l’ambiente del diciottesimo secolo, bensì divengono espressione della psicologia dei personaggi protagonisti: basti pensare alla leggiadra Lady Lyndon, interpretata da Marisa Berenson, che nel corso del film pare ingrigire insieme agli abiti che indossa, sempre più cupi e slavati, lontanissimi dalla veste dal candore quasi etereo indossata nella scena del primo bacio al chiaro di luna con Redmond Barry. Per il capolavoro del 1975 la Canonero ottenne il suo primo Oscar.

    Per Kubrick firmerà ancora i costumi di “Shining”, collaborando nel frattempo con grandi autori quali Francis Ford Coppola, Sydney Pollack e Roman Polanski. Nel 1982 vinse il suo secondo Oscar per “Momenti di gloria” di Hugh Hudson.

    Negli ultimi decenni significative sono state le collaborazioni con Sofia Coppola e Wes Anderson. Per la prima ha firmato i costumi pop di “Marie Antoinette” (2006), che le hanno fruttato un terzo Oscar, mentre con Anderson porta avanti un sodalizio grandioso, che contribuisce fortemente all’imposizione di uno stile visivo unico ai film del regista, con le loro atmosfere fuori dal tempo. Per “Grand Budapest Hotel” (2014) ha vinto il suo quarto Academy Award, diventando una delle costumiste più premiate di sempre.

    Per leggere la prima parte, clicca qui.

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    Questo articolo è comparso per la prima volta nella nostra pagina Instagram @framescinema_com.

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  • IL CINEMA DI WES ANDERSON

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    Quando si parla del cinema di Wes Anderson, le persone tendono ad associare alle sue pellicole colori pastello, inquadrature maniacalmente simmetriche e personaggi stravaganti in contesti vagamente realistici.

    Tutto vero, non c’è dubbio. Ma cerchiamo di capire più approfonditamente come nel giro di pochi decenni il regista texano sia riuscito a creare il suo piccolo microcosmo.

    “La prima cosa che volevo fare quando ero piccolo era diventare un architetto.”

    La peculiarità dello stile di Wes Anderson ricade soprattutto nella perfetta architettura delle sue inquadrature, notoriamente simmetriche e perpendicolari. Si parla in questi termini di “composizione planimetrica”, dove lo sfondo di una certa scena appare piatto, quasi finto rispetto alla macchina da presa, per concentrare l’attenzione sul personaggio in movimento; si aggiunge poi un montaggio denominato “compass point editing”, dove la cinepresa si muove staticamente sui quattro punti cardinali, anche quando si usano piano-sequenza orizzontali e verticali.

    il cinema di Wes Anderson

    I personaggi di (in ordine da sinistra verso destra): Moonrise Kingdom (2012), Fantastic Mr. Fox (2009) e Grand Budapest Hotel (2014)

    Tutto queste tecniche cinematografiche, assieme ai colori e ai costumi — che creano ambienti perennemente intrappolati in un limbo simile ai nostri anni 80 — definiscono un’atmosfera di grande plasticità e finzione, che giocano un ruolo fondamentale nell’approccio alla narrazione del regista.

    In molti film — come Rushmore e The Royal Tenenbaums  — sono diversi i richiami all’infanzia di Anderson, alla sua famiglia e all’ambiente in cui egli è cresciuto. Il suo scopo è di rivivere quei momenti come se si stesse vivendo una favola, leggendo un libro o semplicemente guardando un film, ed è per questo che la maggior parte delle sue pellicole sono divise in atti, capitoli o fasi, hanno addirittura un narratore onnisciente (come nel caso di The Life Aquatic), oppure alternano vari rapporti d’aspetto per sottolineare il filo narrativo a cui ci si sta riferendo (come nel caso di The Grand Budapest Hotel).

    Anderson va quindi volutamente contro il Naturalismo del cinema, facendo sentire lo spettatore onnisciente sulla scena, creando un’atmosfera deliziosamente in bilico tra il reale e l’artificioso, come se fossimo all’interno di una vera e propria favola Disney.

    I PERSONAGGI

    Seppur la cornice appaia la più idilliaca possibile, come decantano gli stessi I Cani nella loro canzone intitolata “Wes Anderson”, “i cattivi non sono cattivi davvero/ma anche i buoni non sono buoni davvero” nelle pellicole del regista, ed ogni personaggio non appare per ciò che ci s’immagina, a cominciare dai più piccoli.

    Nei film di Wes Anderson, i ragazzini sono presentati come veri e propri adulti, sia nel loro modo di fare e di vestirsi, sia tramite le loro ambizioni, i loro sogni e i loro obiettivi. Ne è esempio Zero in The Grand Budapest Hotel, figlio di immigrati che scappa dalla guerra per potersi assicurare un lavoro come garzoncello nel prestigioso hotel affianco a Monsieur Gustave, imparando il mestiere in modo impeccabile e cercando in tutti i modi di aiutare il suo superiore, anche quando finirà in prigione per delle false accuse.

    Nonostante ciò, i ragazzini si sentono ugualmente in dovere di conformarsi alla società che li circonda, come Max Fisher in Rushmore (il film con più riferimenti biografici, a detta di Anderson) così desideroso dell’approvazione dei suoi compagni di liceo che si iscriverà a tutti i corsi possibili, diventerà presidente di club insignificanti e sognerà di essere il più intelligente della classe.

    Altri invece, come Sam e Susie in Moonrise Kingdom, adotteranno soluzioni più impulsive, e fuggiranno direttamente in mezzo al bosco e sulla spiaggia, ballando e cantando lontani dalle loro responsabilità e dalle loro famiglie, con la grande promessa di amarsi anche “se non sanno di cosa stanno parlando”.

    Il cinema di Wes Anderson

    Moonrise Kingdom (2012)

    Dall’altra parte, se la gioventù dona grandi speranze e numerose aspirazioni, l’età matura ci porta ad affrontare la dura realtà. Steve Zissou, protagonista di The Life Aquatic, è insoddisfatto della sua vita e si sente continuamente perseguitato dal suo passato, prima dalla morte del suo migliore amico e poi dall’apparizione improvvisa di un figlio illegittimo.

    I figli di Royal Tenenbaum in The Royal Tenenbaums mostrano sin da piccoli i loro grandi talenti come manager, attrice e astro nascente del tennis, ma scemeranno col tempo senza un giusto sostegno da parte del padre, facendoli diventare fantasmi di sé stessi, con problemi di alcol, depressione e droga.

    Come si può notare, nonostante i colori sgargianti e l’estetica appagante dei film di Wes Anderson possano ingannare l’occhio meno attento dello spettatore, questo non significa che si debbano presupporre dei personaggi caricaturali e superficiali, con delle storie banali e al limite del lieto fine.

    LO HUMOR

    Le pellicole di Wes Anderson possono definirsi in tutto e per tutto delle commedie, ma vediamo come il regista-scrittore cerca di creare situazioni comiche anche i mondi all’apparenza perfetti e raffinati.

    • L’INTERRUZIONE DEL PERSONAGGIO

    Monsieur Gustave in The Grand Budapest Hotel è un uomo ineccepibile in tutto quello che fa, educato, cordiale, zelante, incarna perfettamente quello che il gestore di un hotel dovrebbe rappresentare. L’ilarità del personaggio sopraggiunge quando accade tutto il contrario: Monsieur Gustave perde le staffe e inizia a spergiurare, utilizzare blasfemie e insultare le persone con cui sta discutendo.

    Famosa la scena in cui, dopo essere stati interrotti da una sortita nazista sul treno ed essere stati trattai bruscamente colpiti poiché considerati non in regola,  il concierge inizia una lunga elucubrazione filosofica sulla vita e la natura umana con il suo garzoncello Zemo, per poi concludere il tutto con un sonoro “Fuck it”.

    • A MALEDUCAZIONE FUORI CONTESTO

    Sempre in The Grand Budapest Hotel (picco della comicità di Wes Anderson, a mio parere) assistiamo alla lettura del testamento di Madame D, in cui si scopre che tutta la sua eredità viene lasciata ad unica persona: Monsieur Gustave, suo amante durante i soggiorni all’hotel e che interrompe la scena proprio in quel momento. Il figlio Dmitri si oppone prontamente alla cosa e inizia ad accusare il concierge di essere l’assassino della donna, e che mai una persona del genere avrebbe potuto amare sua madre. La situazione degenera quando M. Gustave ribatte alle sue offese e i due finiscono per prendersi a pugni in una scazzottata a dir poco comica.

    In conclusione, possiamo dire che i film di Wes Anderson non si fermano ad essere banali film esteticamente appaganti, ma nascondono sotto i bei colori e inquadrature perfette trame profonde, ricche di personaggi buffi, ironici e unici nel loro genere.

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  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 1

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    JANE CAMPION

    Neozelandese, classe 1954, è una delle maggiori registe e sceneggiatrici viventi e ad oggi resta l’unica donna ad aver ottenuto la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

    Nel corso della propria filmografia ha raccontato le donne, la loro sensualità e il loro indomito fuoco interiore.

    Esordì negli anni ’80, ma nel decennio successivo raggiunse la notorietà mondiale e firmò i suoi capolavori: Un angelo alla mia tavola (Leone d’argento a Venezia 1990), ma soprattutto Lezioni di piano (1993) e il troppo sottovalutato Ritratto di signora (1996, uno dei film più belli degli anni ’90 secondo P. Mereghetti).

    Lezioni di piano, in particolare, è un film romantico di straordinaria potenza e bellezza. È la storia dell’indomita gentildonna scozzese Ada (una indimenticabile Holly Hunter) che, trasferitasi in Nuova Zelanda per un matrimonio combinato, è contesa tra il marito designato e un maori a cui insegna a suonare il pianoforte. Resta uno dei melodrammi più sensuali, misteriosi e visivamente avvolgenti mai realizzati, amatissimo da grandi registi contemporanei come Xavier Dolan e celebre per le struggenti musiche di Michael Nyman. Il film vinse 3 Oscar e trionfò a Cannes.

    La Campion non dirige un film dal 2009 (Bright Star), ma ha firmato l’acclamata serie TV Top Of The Lake e ha dichiarato che al momento preferisce lavorare in televisione, dove secondo lei regna massima libertà creativa ed è più semplice abbattere tabù narrativi.

    SUSO CECCHI D’AMICO

    Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, la coppia Age & Scarpelli, Tonino Guerra, Cesare Zavattini… Questi i nomi di alcuni tra i più celebri sceneggiatori della storia del cinema italiano. Tutti uomini. Ma in questa lista manca almeno un nome fondamentale, irrinunciabile: Suso Cecchi D’Amico, classe 1914, la regina indiscussa della sceneggiatura in Italia.

    Nata a Roma, da ragazza compie soggiorni all’estero in Svizzera e nel Regno Unito, a Cambridge. Fin da giovanissima traduce opere di Hardy e Shakespeare, affiancata dal padre Emilio, critico letterario.

    Poi inizia a lavorare nel cinema e per 60 anni firma pellicole di importanza capitale, lasciando il segno in generi cinematografici diversissimi tra loro e nelle opere di registi mitici del nostro cinema.

    Negli anni ’40 e ’50 firma capolavori del Neorealismo, tra cui “Ladri di biciclette” di De Sica: sua l’idea del tentato furto della bicicletta nel finale, nonché la solida struttura in 3 atti all’americana di quel capolavoro, che dopo oltre 70 anni non ha perso nulla della sua forza drammaturgica. Negli anni ’50 sceneggia con il duo Age & Scarpelli e Monicelli forse la più celebre commedia all’italiana: I soliti ignoti. Ma soprattutto, a partire dal 1951, firma quasi tutti i copioni di Luchino Visconti, da Bellissima a Senso, da Rocco e i suoi fratelli a Il Gattopardo fino a L’innocente.

    Nel 1994 ha ottenuto il Leone d’oro alla carriera a Venezia, coronamento di una carriera prolifica, punteggiata da assoluti capolavori. Nel 1999 ha lavorato con Martin Scorsese per il documentario Il mio viaggio in Italia, in cui il regista newyorkese racconta con passione infinita proprio quel cinema che la Cecchi D’Amico per decenni ha contribuito a forgiare.

    Si spegne a Roma il 31 luglio del 2010, un faro nel buio per tutte le sceneggiatrici di ieri oggi e domani.

    KATHRYN BIGELOW

    Sapevate che alcuni dei più importanti film d’azione degli ultimi trent’anni sono stati diretti da una donna? Questo è un genere tradizionalmente (ed erroneamente) associato alla mascolinità, un genere in cui Kathryn Bigelow, classe 1951, è riuscita a trasporre tutta la sua dirompente personalità. Californiana, fin da giovane appassionata di avanguardie artistiche, studia cinema alla Columbia University di New York e esordisce al lungometraggio nel 1981 con The Loveless con protagonista Willem Dafoe.

    Il successo arriva però nel decennio successivo con il cult Point Break – Punto di rottura (1991), con due giovanissimi Patrick Swayze e Keanu Reeves, e soprattutto con Strange Days (1995), film di capitale importanza, punto di non ritorno per il postmoderno cinematografico: una pellicola in cui, in un futuro non troppo lontano, la droga più diffusa tra gli uomini sono le memorie e le esperienze di altri uomini rivissute in prima persona, come un film in home-video e tramite un apposito dispositivo. Le immagini (e quindi il cinema) come droga, dunque, messe in scena a loro volta con uno stile ipercinetico e delirante, che fanno di Strange Days uno dei film espressivamente più audaci degli anni ‘90.

    Dopo alcuni film meno brillanti, nel 2008 arriva la consacrazione definitiva con The Hurt Locker. Pellicola di guerra ambientata in Iraq e sceneggiata dal giornalista Mark Boal (ora compagno della Bigelow). è una meditazione sulla guerra che diviene droga e disumanizza chi la combatte, impedendogli qualsiasi ritorno ad una vita normale e anzi costringendolo ad alzare sempre la posta in gioco sul campo di battaglia, in un crescendo di tensione e orrore. Film duro, ambientato in un Iraq misterioso e quasi astratto, in un conflitto in cui è impossibile comprendere appieno le parti in causa. Il film vince 6 Oscar, inclusi quelli per il miglior film e la miglior regia, per la prima volta nella storia andati ad una donna (quest’anno Chloé Zhao ha vinto l’Oscar alla miglior regia e per il miglior film).

    Negli ultimi anni ha diretto i bellissimi Zero Dark Thirty, storia della caccia ad Osama Bin Laden e indimenticabile saggio di cinema dell’ossessione, e Detroit. È, inoltre, l’ex moglie di James Cameron (battuto agli Oscar 2010 dalla stessa Bigelow quando lui concorreva con Avatar), che le produsse diversi film e sceneggiò Strange Days. Fu un sodalizio breve ma straordinario, troppo poco ricordato, tra due dei maggiori innovatori del cinema d’azione moderno.