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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE: CRONENBERG, PARK CHAN-WOOK, FAVINO E WILL SMITH…

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    NOSTALGIA, IL TRAILER DEL NUOVO FILM CON PIERFRANCESCO FAVINO

    Venerdì 6 maggio è stato diffuso il primo teaser trailer del nuovissimo film diretto da Mario Martone, Nostalgia. Il protagonista Felice, interpretato da Pierfrancesco Favino, torna a Napoli dopo ben quarantacinque anni trascorsi tra Africa e Medio Oriente, e il suo sarà un vero e proprio viaggio alla riscoperta di un passato creduto perduto, ma che in realtà lo tormenta da quando era solo un adolescente. Il film, tratto dal romanzo omonimo di Ermanno Rea, uscirà nelle sale il 25 maggio. Cliccate qui per vedere un trailer tra le strade del Rione Sanità.

    DAVID CRONENBERG E PARK CHAN-WOOK AL FESTIVAL DI CANNES 2022

    Il Festival di Cannes 2022 vedrà la partecipazione anche del mitico David Cronenberg, con un film il cui trailer sta già facendo discutere la comunità cinefila. Cronenberg, famoso per le sue opere appartenenti al filone del body horror (La Mosca del 1986 è sicuramente la sua opera più nota in questo senso), presenterà al Festival Crimes of the Future, un thriller decisamente intrigante in cui vedremo un artista compiere numerose trasformazioni al proprio corpo, cambiando completamente il proprio aspetto in quelle che paiono vere e proprie esibizioni di metamorfosi. Nel cast spiccano i nomi di Viggo Mortensen, che interpreta il protagonista, ma anche di Léa Seydoux e Kristen Stewart, i cui personaggi dovranno affrontare l’evoluzione della specie umana in un futuro tra l’inquietante e l’affascinante.

    Il trailer “dalla mente di David Cronenberg” è disponibile qui.

    Cronenberg non è l’unico ad aver fatto parlare di sé in questo ultimi giorni: è infatti uscito anche il trailer del nuovo film di Park Chan-Wook, uno dei registi coreani più apprezzati di sempre, anche lui in concorso al Festival di Cannes 2022. Decision to leave sarà una detective story che vedrà l’investigatore Hae-joon (interpretato da ark Hae-il) impegnato nel cercare di risolvere il mistero della morte di un uomo tra le montagne coreane. Non si conosce ancora la data di uscita in sala in Occidente, ma per la Corea del Sud è fissata al 29 giugno. Dati le precedenti opere del regista, apprezzate in tutto il mondo sia dalla critica che dal pubblico, non possiamo che aspettarci qualcosa di decisamente interessante. Cliccate qui per catapultarvi tra le montagne coreane!

    INCASSI ALLE STELLE PER IL DOCTOR STRANGE DI BENEDICT CUMBERBATCH

    Per mesi non si è fatto che parlare di uno dei film più attesi di maggio, Doctor Strange nel Multiverso della Follia, l’ultima fatica di casa Marvel, in sala dal 4 di questo mese. Le aspettative decisamente alte sono state rispettate, almeno per quel che riguarda il botteghino: il film è infatti al primo posto in Italia, con oltre un milione di euro di incassi giornalieri, a debita distanza da Animali Fantastici – I Segreti di Silente (che conta “appena” poco più di 60mila euro). Spostandoci fuori dall’Italia, il Dr. Stephen Strange ha praticamente conquistato il mondo intero, toccando e superando la vetta dei 120 milioni in pochissimi giorni di programmazione; si tratta del secondo miglior dato in periodo di pandemia, secondo solo a Spiderman – No way home. Un inizio decisamente col botto, anche grazie al grande e atteso ritorno di Sam Raimi alla regia, per una Marvel che inizia ad esplorare e portare sul grande schermo il complicato multiverso che sta iniziando a costruire. In caso foste interessati, potete trovare qui la nuovissima recensione di Doctor Strange nel Multiverso della follia.

    EMANCIPATION, QUANDO ARRIVERÀ IL NUOVO FILM CON WILL SMITH?

    Infine, arrivano notizie da Variety riguardanti Emancipation, il thriller con Will Smith targato Apple che sarebbe dovuto arrivare nelle sale nell’autunno di quest’anno. Infatti, già da luglio 2020 si parlava di questa pellicola, tuttavia i recenti avvenimenti riguardante l’attore, che in questo momento non si trova in una posizione particolarmente semplice dopo gli eventi della notte degli Oscar, potrebbero aver influenzato fortemente la distribuzione. Emancipation, diretto da Antoine Fuqua, sarebbe basato sulla storia vera datata 1863 della fuga di uno schiavo dalla Louisiana verso il nord degli Stati Uniti. Per ora, Apple sembra aver ritardato l’uscita del film, probabilmente al prossimo anno. Alcune fonti ritengono che Emancipation avrebbe potenzialmente potuto portare Smith a vincere un secondo Oscar, dopo quello di quest’anno per King Richard; in caso avvenisse, sarebbe però una vittoria amara, dato che all’attore è stato proibito di partecipare alla cerimonia per i prossimi dieci anni.

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  • LA SENSUALITÀ DEL MALE – IL VALORE DELLA FIGURA FEMMINILE NELL’OPERA DI DARIO ARGENTO

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    È recentemente uscito in sala l’ultimo film di Dario Argento, uno dei registi italiani che più è riuscito a dividere l’opinione pubblica riguardo il proprio lavoro. C’è chi lo ama e chi lo odia, così come in queste settimane c’è chi ha amato o odiato quest’ultimo Occhiali Neri, di cui potete trovare la recensione qui.

    A prescindere dai gusti che si possono avere in merito ai suoi film, è chiaro a tutti che Argento rimane e rimarrà uno dei nomi più importanti per la storia del cinema italiano, in particolare per lo sviluppo del genere thriller-horror insieme ad autori quali Lucio Fulci e Mario Bava. 

    Uno degli elementi più affascinanti che compare nella produzione di Argento è sicuramente la particolare costruzione delle figure femminili, protagoniste di scene iconiche nel panorama dell’horror e del thriller mondiale.

    DONNE COME VITTIME: L’UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO E TENEBRE

    Camminando di notte nelle strade di Roma, un uomo scorge una vetrina illuminata: si tratta di un’ampia e forse un po’ asettica galleria d’arte, all’interno della quale compaiono alcune sculture e una scalinata che porta a un piano rialzato. L’uomo è incuriosito, si avvicina, in lui cresce una certa inquietudine, e solo dopo pochi secondi capisce il perché: proprio lì, davanti ai suoi occhi, una donna è stata brutalmente pugnalata da una figura irriconoscibile, subito scomparsa dietro una porta. L’uomo cerca di entrare, ma l’enorme vetrata è chiusa, non c’è verso di trovare un ingresso. La donna ferita cade a terra, i vestiti bianchi ricoperti di sangue, e inizia a strisciare sul pavimento, implorando l’uomo al di là del vetro di aiutarla.

    Così inizia il primo film giallo di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo (1970), che lo consacrerà come uno dei migliori ad occuparsi del genere in Italia. 

    La scena iniziale dell’assassinio è l’esempio perfetto per capire come Argento leghi la rappresentazione dell’omicidio alla sfera femminile tramite un accostamento più o meno esplicito della violenza con la sessualità. Non a caso, infatti, il secondo omicidio a cui assistiamo ha come vittima un’altra giovane donna, accoltellata dall’assassino dopo che questi le ha strappato via gli indumenti intimi che indossava in una scena piuttosto esplicita, sia nella rappresentazione della violenza che del corpo femminile. 

    Il regista ha spesso parlato della sua visione di omicidio come un perverso atto d’amore e di congiunzione tra il carnefice e la vittima”, in cui la morte rappresenta l’apice. Paura e piacere sono due sensazioni non troppo distanti: entrambe hanno in comune un senso di totale euforia che annulla qualsiasi aspetto del razionale, e molto spesso il genere horror sfrutta questa grande vicinanza per inquietare ancora di più lo spettatore (pensiamo, ad esempio, ai Cenobiti o Supplizianti della saga di Hellraiser). Argento riesce così a trasformare la paura in modo che diventi erotismo, sfiorando in alcuni casi il confine della pornografia, attraverso scene in cui la sessualità si fonde perfettamente e quasi magicamente con il puro terrore.

    Un ulteriore esempio che si può fare in merito riguarda le numerose scene in cui la macchina da presa sembra voler spiare e osservare i sensuali corpi delle future vittime dell’assassino, con un gusto tipicamente voyeuristico. In Tenebre (1972), nella scena che culmina con l’assassinio di due donne, possiamo vedere come la macchina da presa di Argento indugi nell’osservare le vittime, in un primo momento fuori dalle finestre delle loro stanze, poi entrando direttamente nell’ambiente della casa, tramite delle soggettive che molti hanno tentato di imitare. La macchina da presa finisce per identificarsi con l’assassino e con lo spettatore, che assiste alla brutale uccisione di quei corpi che fino a pochi secondi prima si era soffermato ad ammirare. Il fatto che spesso le vittime appaiano seminude sulle schermo rafforza l’accostamento che il regista crea tra sessualità/erotismo  e violenza/terrore. 

    DONNE COME CARNEFICI: PROFONDO ROSSO

    Nella filmografia di Argento, la figura femminile risulta notevolmente ampliata rispetto ai ruoli di co-protagonista che aveva sempre ricoperto nel genere thriller/horror, diventando al contempo vittima e carnefice. In effetti, molti degli spietati serial killer che il regista muove all’interno dei suoi film più importanti (tra cui il già citato L’uccello dalle piume di cristallo) sono proprio delle donne, spesso tormentate da traumi o affette da disordini mentali. La loro violenza non conosce scrupoli, sono spietate e senza cuore, uccidono usando ogni sorta di arma che Argento mette loro in mano, da coltelli e pugnali fino addirittura a una mannaia. È chiaro che il regista voglia far trasparire una visione oscura e paranoica della figura femminile, in cui trova ancora spazio l’erotismo più sfrenato, mostrato in modo differente per ogni film.

    In Profondo Rosso, il meraviglioso colpo di scena finale rivela che l’assassino, tanto a lungo cercato dal protagonista Marc, è in realtà una donna, l’anziana madre del suo amico Carlo, da anni affetta da un disturbo mentale. Verso la fine del film, la donna si rivela in tutta la sua follia e violenza allo spettatore, che assiste con il fiato sospeso a una delle scene più spettacolari del cinema thriller. Carnefici ma non soltanto assassine, le donne di Argento sono spesso figure rappresentative del male, come le streghe di Suspiria (1977) e la Morte in Inferno (1980).

    LA SCELTA DEL COLORE ROSSO (NON SOLO PER IL SANGUE)

    Vi siete mai chiesti (magari guardando Suspiria) come mai il sangue che macchia le scene del crimine di Argento sia così rosso? Sembra incredibile, ma a volte è quasi arancione per quanto sia vivace e brillante. Questa scelta ha una spiegazione ben precisa: nella costruzione della messa in scena, e soprattutto nella fotografia, Argento ama utilizzare i colori in veste simbolica, e l’esempio più rappresentativo si ritrova sicuramente nelle luci colorate che illuminano i luoghi in Suspiria, colori talmente forti e brillanti da far venire quasi il mal di testa, soprattutto per quanto riguarda il rosso. Questo colore ha un valore estremamente importante nel cinema di Argento: innanzitutto simboleggia il sangue, la violenza, la follia omicida che l’assassino (o il Male) sfoga sulle sue malcapitate vittime; in secondo luogo il rosso è anche il simbolo dell’amore, sia nella sua forma migliore che nella sua forma peggiore di ossessione ed erotismo sfrenato. È così, quindi, che il colore rosso va a identificare la figura femminile, capace di essere sensuale quasi fino a sforare il confine della morale e insieme spietata tanto da utilizzare una mannaia per uccidere e annullare completamente le proprie vittime.

    Donne ambigue e inquietanti, insomma, che ritroviamo in ogni film del regista, a confermare la sua predilezione per la pericolosità che i suoi personaggi femminili riescono a celare dietro un fascino sensuale senza precedenti. 

    Grazie al lavoro di Argento attrici come Jessica Harper, Daria Nicolodi, Jennifer Connelly, Clara Calamai, Stefania Casini, Eva Renzi sono diventate icone del cinema thriller/horror italiano e globale, andando a costruire pian piano un universo cinematografico in cui il terrore e la violenza si mescolano all’erotismo, su uno sfondo macchiato di sangue rosso brillante.

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  • LAURA DERN E IL SUO SPLENDIDO LAVORO IN BIG LITTLE LIES

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    Oggi una delle attrici più importanti della nostra epoca compie 50 anni!  

    Laura Dern è senza dubbio uno di quei nomi che non può mancare nella cinematografia mondiale: le sue collaborazioni con David Lynch in Velluto blu (1986), Cuore selvaggio (1990) e Inland Empire – L’impero della mente (2006) sono diventate iconiche, così come l’interpretazione del personaggio di Ellie Sattler nell’ormai classico Jurassic Park di Steven Spielberg (1993). Laura è nota per lo stile unico con cui riesce a interpretare caratteri forti e più che mai sfaccettati, con una bravura che nel 2020 è stata ufficialmente riconosciuta con un Oscar come miglior attrice non protagonista per il ruolo dell’avvocato divorzista Nora Fanshaw in Marriage Story di Noah Baumbach (2019). L’Academy non è tuttavia l’unica istituzione ad aver premiato l’attrice, che vanta anche, tra altri premi minori, 5 Golden Globe, un BAFTA e un Emmy.

    Quest’ultimo riconoscimento, il più importante a livello televisivo, le è stato assegnato per la serie televisiva Big Little Lies (in Italia arrivata con il sottotitolo Piccole Grandi Bugie e distribuita da Sky), prodotta da David E. Kelley per HBO nel 2017: approfittiamo della ricorrenza per consigliarvi uno dei prodotti televisivi migliori degli ultimi tempi!

    BIG LITTLE LIES: LA VERITÀ VERRÀ A GALLA?

    Sullo sfondo bluastro di Monterey, una piccola cittadina della California, si svolgono vicende piene di segreti, torbide come l’acqua dell’oceano che prima o poi porterà a galla tutta la verità. Tratta dal romanzo omonimo di Liane Moriarty, Big Little Lies ha un cast prevalentemente al femminile, con attrici di una bravura straordinaria riconosciuta in tutto il mondo, che interpretano donne forti e complicate, come se ne possono trovare in ogni città. Nicole Kidman è Celeste, una madre che ha rinunciato alla propria carriera per prendersi cura dei figli, sposata con un marito possessivo e violento (Alexander Skarsgård); Reese Witherspoon è Madeline, sposata con il suo secondo marito e madre di due figlie, alle prese con la crescita della maggiore che sta attraversando quella fase “ribelle” dell’adolescenza; Shailene Woodley è Jane, appena arrivata a Monterey nel tentativo di ricostruirsi una vita dopo aver avuto un bambino a seguito di una violenza sessuale da parte di uno sconosciuto; e infine Laura Dern, solita interpretare personaggi particolarmente risoluti, è Renata, un’imprenditrice di successo e madre di una bambina. Il personaggio di Renata si rivelerà molto importante nella seconda stagione (dove viene approfondito), dimostrando come la sua apparente cattiveria sia in realtà una risposta al fatto che la vita non abbia mai smesso di metterla alla prova. Nella seconda parte della serie compaiono poi anche Meryl Streep, che interpreta la suocera di Celeste, e Zoë Kravitz nel personaggio di Bonnie, nuova moglie del primo marito di Madeline.

    La serie parte da un evento che coinvolgerà tutte le donne e l’intera cittadina di Monterey: il figlio di Jane viene accusato di aver provato a strangolare la figlia di Renata ma, nonostante la piccola continui ad incolpare il coetaneo, questo evento non ci viene mai mostrato, lasciando a noi l’arduo compito di fare ipotesi e continuare nella visione per poter giungere alla soluzione del mistero. Abbiamo poi in ogni puntata alcune scene che mostrano interrogatori della polizia sulla morte di qualcuno; il pubblico non conosce né di chi si stia parlando né a cosa si faccia riferimento in queste brevi scene (forse anticipazioni?), per cui l’unica cosa da fare è continuare nella visione tra segreti, misteri e verità non dette, sperando che la soluzione possa prima o poi venire alla luce.

    Il racconto è quindi costruito su un fitto intreccio di intrighi e bugie che vengono scoperti man mano nel corso della narrazione e ciò consentono di comprendere le molteplici sfaccettature dei personaggi.

    LE DONNE DI MONTEREY: TRA MADRI, NEMICHE E COMPAGNE DI VITA

    Le protagoniste di Big Little Lies sono tutte accomunate dall’essere madri, ognuna con una situazione familiare differente e sempre delicata: i loro bambini stanno imparando a conoscere il mondo e ogni evento che colpisce i figli colpisce anche le loro madri. Ognuna di queste donne ha conosciuto e conosce la paura e l’insicurezza, sia nell’essere madre sia nell’essere donna all’interno di una società che continua a metterle costantemente alla prova. I rapporti tra le protagoniste sono costellati di bugie e spesso rancore: sono amiche e nemiche, sullo sfondo di una cittadina che non perde neanche un momento per parlare e mettere in circolo voci non veritiere. Madeline, Jane, Celeste e Renata sono collegate tra loro da eventi e ricordi che tornano come fantasmi, e ognuna li affronta con la molteplicità di sfaccettature che lo spettatore ha modo di conoscere andando avanti nel racconto.

    Il personaggio di Renata, come già detto in precedenza interpretato da Laura Dern, è quello che spicca tra gli altri per la sua competitività nei rapporti umani. È una donna in carriera che si mostra molto sicura di se stessa, quando in realtà è una madre apprensiva, un’amica quasi ostile, e le sue più grandi paure vengono mostrate mano mano che si inizia a conoscere a fondo la storia della sua vita. Nonostante non sia stata ancora confermata una terza stagione, noi di Frames Cinema ci teniamo assolutamente a consigliarvi di vedere questa serie, per soffermarsi su alcuni aspetti del quotidiano che spesso non vengono trattati con uno sguardo adeguato.

    Insieme ai tutti suoi iconici personaggi, Laura Dern è oggi una delle attrici più talentuose e influenti nel panorama cinematografico mondiale. È stato inoltre di recente dichiarato il suo ritorno nel mondo di Jurassic Park, che rappresenta il decollo della sua carriera nel ruolo di Ellie Sattler, nel sesto capitolo della saga Jurassic World Dominion, la cui uscita nel cinema italiani è stata fissata al 9 giugno 2022.

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  • IL SIGNORE DEGLI ANELLI – 9 CURIOSITÀ

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    A VENT’ANNI ALL’USCITA DE IL RITORNO DEL RE, 9 CURIOSITÀ IN ATTESA DELLA SERIE TV AMBIENTATA NELLA TERRA DI MEZZO

    Il 22 gennaio 2004 usciva al cinema il capitolo conclusivo della meravigliosa saga Il Signore degli Anelli, capolavoro della letteratura e, grazie all’ambizione del neozelandese Peter Jackson, del cinema mondiale. Nata dalla mente del geniale scrittore e filologo inglese J. R. R. Tolkien, la trilogia de Il Signore degli Anelli si è guadagnata un posto d’onore nell’immaginario collettivo, sia come libro che come film. Il terzo capitolo della trilogia, Il Ritorno del Re, viene considerato universalmente come uno dei film fantasy più spettacolari di tutti i tempi, e con i suoi 11 premi Oscar è tra le pellicole con più riconoscimenti al mondo, alla pari con Ben-Hur e Titanic. Proprio in questo giorno di diciotto anni fa Il Ritorno del Re veniva proiettato per la prima volta in Italia, dove ha incassato quasi 23 milioni di euro. In occasione di questo anniversario e in attesa della nuova serie televisiva prodotta da Amazon, vogliamo portarvi con noi nella Terra di Mezzo alla scoperta delle curiosità più interessanti sulla saga. Mettete in tasca giusto un po’ di pane elfico, vi basterà per il nostro piccolo viaggio!

    UNA CURIOSA AMICIZIA

    Negli anni ’20 J. R. R. Tolkien, allora professore di filologia a Oxford, era solito frequentare amici e colleghi con cui affrontare discussioni sugli argomenti più disparati, meglio se al bancone di un pub. Tra i suoi amici più stretti vi era anche C. S. Lewis, che molti di voi conosceranno come autore della fortunata saga fantasy in sette libri Le Cronache di Narnia, dalla quale sono stati tratti tre film. I due autori saranno legati da una profonda amicizia, tanto da inserire nelle rispettive opere dei personaggi molto particolari. Nel primo libro de Le Cronache di Narnia, dal titolo Il leone, la strega e l’armadio, quattro fratelli vengono accolti a causa della guerra nella residenza dell’anziano professor Kirke, e qui troveranno l’armadio magico che li porterà nel mondo di Narnia. Come dichiarato dallo stesso Lewis, proprio il professor Kirke è ispirato alla figura di Tolkien, nella sua eccentricità e nel modo unico che ha di rapportarsi ai ragazzi protagonisti. Dal canto suo, Tolkien ha forse fatto un passo più in là: nel secondo libro de Il Signore degli Anelli, Le Due Torri, compaiono gli Ent, giganteschi alberi con sembianze umane che si riveleranno decisivi nella battaglia per sconfiggere il male. Pare che per scrivere il personaggio di Barbalbero, uno degli Ent più importanti con cui i protagonisti avranno a che fare, Tolkien si sia ispirato all’amico Lewis.

    LE LINGUE SONO NATE PRIMA DEI ROMANZI

    La prima opera appartenente all’universo della Terra di Mezzo, Lo Hobbit, viene pubblicata nel 1937, mentre Il Signore degli Anelli, pubblicato negli anni ’50, era soltanto un’idea nella mente dello scrittore. Tolkien, tuttavia, essendo un appassionato filologo e linguista, aveva già elaborato le due lingue fantastiche che vengono utilizzate nei racconti, anni e anni prima di redigere i libri. Basandosi sui suoi studi riguardanti la lingua inglese antica, fu in grado di creare da zero il Sindarin, la lingua di Mordor, e il Quenya, il linguaggio elfico. Di lì in poi, pare che la storia e la terra fantastica in cui è ambientata si siano sviluppate da sé.

    IL SIGNORE DEGLI ANELLI NON FU PENSATO COME UNA TRILOGIA

    Ormai l’opera di Tolkien si è inserita così tanto nella cultura popolare, grazie soprattutto ai film di Peter Jackson, che ci viene naturale etichettarla come una trilogia. Nonostante ciò, Il Signore degli Anelli fu pensato per essere distribuito come un unico racconto diviso in sei grandi capitoli. La decisione di pubblicare il romanzo in tre volumi tra il 1954 e il 1955 è stata probabilmente dettata da varie ragioni economiche ed editoriali. Ognuno dei tre volumi si divide al suo interno in due libri, i cui titoli non vennero mai fissati ufficialmente; in una lettera di Tolkien tuttavia compaiono sei titoli non ufficiali, Il ritorno dell’ombra, La Compagnia dell’Anello, Il tradimento di Isengard, Il viaggio a Mordor, La Guerra dell’Anello e Il Ritorno del Re. Oggi è uso comune parlare dell’opera come “la trilogia de Il Signore degli Anelli”, ma è bene tenere a mente che non era stata concepita in questo senso dal suo autore.

    MACBETH A ISENGARD

    Macbeth non sarà vinto

    fino a quando di Birnam la foresta

    non moverà verso il colle di Dùnsinane

    contro di lui

    Riconoscete queste parole? Fanno parte della profezia che Macbeth, protagonista dell’omonima opera di Shakespeare, riceve in merito alla sua sconfitta. Macbeth non cercò di interpretare le parole, ma le prese letteralmente, e giudicò irrealizzabile una profezia che vede una foresta prendere vita e attaccarlo. Tuttavia, Shakespeare riuscì a rispettare queste parole tramite un ingegnoso espediente letterario: durante la battaglia, i soldati nemici si muoveranno verso Macbeth cercando di mimetizzarsi usando dei rami, dando l’impressione di essere realmente una foresta viva, pronta ad attaccarlo.

    Tolkien era un grandissimo appassionato di Shakespeare e in una lettera risalente agli anni ’50 parla da un amico di come fosse rimasto deluso dal fatto che la profezia non facesse realmente riferimento a una foresta. Quando iniziò a scrivere Il Signore degli Anelli, Tolkien decise di prendere in prestito l’idea da Shakespeare per modificarla (e forse migliorarla) in modo da creare una foresta che potesse andare in guerra. Da ciò è nata la celebre marcia degli Ent verso Isengard, la torre del malvagio stregone Saruman, uno dei momenti più epici della saga.

    IL TATUAGGIO DEI NOVE

    Il 9 è un numero ricco di simbologia, basta pensare che nella tradizione cristiana è considerato simbolo di Dio, in quanto il contrario del 6, numero associato al Diavolo. Non stupisce quindi che Tolkien abbia voluto sfruttare queste sue caratteristiche e inserire il numero 9 nell’opera: gli anelli forgiati da Sauron e donati agli uomini sono infatti 9, e i membri della Compagnia che partirà per distruggere l’Unico Anello sono 9. In numerose interviste, il cast dei film ha spesso affermato di aver sviluppato dei legami di amicizia e affetto moto forti durante le riprese, soprattutto gli attori facenti parte della Compagnia; così i nove attori hanno deciso di fare un tatuaggio comune, il numero 9 in caratteri elfici. Elijah Wood, l’attore che interpreta il protagonista Frodo, ha dichiarato in un’intervista: «Lesperienza che abbiamo vissuto è stata sia meravigliosa sia profonda, così abbiamo deciso di imprimerla sulla pelle.» Pare che i tatuaggi siano stati realizzati appena due settimane prima che le riprese de Il Ritorno del Re venissero terminate.

    CAMEO DEL REGISTA

    Peter Jackson è diventato famoso per essere un regista decisamente eccentrico e bizzarro, e queste sue caratteristiche possono essere ritrovate anche ne Il Signore degli Anelli. Oltre alla regia senza dubbio ambiziosa e spettacolare, il regista ha inserito tre cameo di se stesso all’interno dei tre film, talmente rapidi che quasi è impossibile riconoscerlo. Ne La Compagnia dell’Anello, Peter Jackson interpreta un cittadino di Brea, che vediamo camminare nella pioggia mentre mangia una carota, ne Le Due Torri è un soldato Rohirrim alla battaglia del Fosso di Helm, mentre ne Il Ritorno del Re interpreta un corsaro che viene ucciso poco dopo. Anche i due figli di Jackson, all’epoca bambini, hanno delle piccole parti nei film, e ogni volta che compaiono sono davvero adorabili!

    ERRORI E INCIDENTI

    Come accade per qualsiasi film, anche durante le riprese de Il Signore degli Anelli sono stati commessi degli errori, ma alcuni sono stati talmente esilaranti da essersi guadagnati un posto nella pellicola. I due più famosi possono essere belli da vedere per noi spettatori, tuttavia per gli attori protagonisti non sono stati un’esperienza fantastica. Il primo si trova all’inizio de La Compagnia dell’Anello ed è la divertente testata che Gandalf dà a una trave sul soffitto della casetta di Bilbo. Sir Ian McKellen ha dichiarato che quel piccolo incidente non era assolutamente previsto, e gli ha provocato anche un grosso bernoccolo sulla testa! Peter Jackson ha adorato la scena, così decise di non scartarla ed inserirla nella pellicola finale. Ian McKellen non è stato l’unico a farsi del male sul set: Viggo Mortensen, nella famosa scena di Le Due Torri in cui Aragorn dà un calcio all’elmo di un orco, si è addirittura rotto due dita dei piedi. L’urlo che lancia il personaggio non è dunque frutto di un’ottima recitazione, bensì di dolore reale, ma lì per lì nessuno si accorse dell’incidente!

    GIRARE LE SCENE CON GLI HOBBIT

    Nel realizzare i film, Peter Jackson aveva bene in mente un’idea fondamentale: avrebbe cercato il più possibile di non usare la computer grafica, puntando invece su effetti speciali “artigianali”. Uno degli espedienti più famosi, utilizzato soprattutto per le scene in cui erano presenti gli Hobbit è quello della “prospettiva forzata” tramite i movimenti di macchina. Jackson e i suoi tecnici avevano elaborato un sistema di macchine da presa e oggetti di scena mobili per riprendere gli attori su due piani prospettici differenti (solitamente uno più lontano e uno più vicino all’obiettivo) in modo da dare l’illusione che si trovassero sullo stesso piano. La tecnica si è rivelata particolarmente efficace per girare le scene con Hobbit e Nani, dato che gli attori avevano tutti un’altezza nella media e sarebbe stato complicato dover utilizzare sempre delle controfigure. Nella famosa sequenza in cui vediamo Gandalf e Frodo discutere seduti a un tavolo, durante le riprese la macchina da presa si spostava su un carrello, in sincronia con la parte di set in cui si trovava Elijah Wood, posta molto più indietro rispetto a Ian McKellen. Addirittura gli oggetti di scena, come le tazze da tè o la teiera presenti sul tavolo, avevano delle dimensioni proporzionate ai due personaggi. Tramite questi espedienti si riesce a dare l’illusione della differenza di altezza tra lo Hobbit e lo stregone (ma anche della piccolezza di casa Baggins), senza dover ricorrere eccessivamente a controfigure o alla computer grafica. Molti dei tecnici che lavorarono ai film hanno dichiarato quanto fosse divertente costruire questi oggetti di scena e soprattutto vederli funzionare perfettamente nel girato.

    “LA TANA DEL DRAGO” A DOZZA

    Sapevate che anche in Italia abbiamo il nostro centro studi dedicato alle opere di Tolkien? Il primo ad essere fondato nel nostro Paese è “La Tana del Drago” a Dozza, un borgo poco fuori Bologna famoso per i suoi edifici medievali, su cui compaiono vere e proprie opere d’arte in forma di murales. Lo scopo fondamentale del centro è quello di riordinare il patrimonio culturale legato allo scrittore e al genere fantastico, in modo che possa essere a disposizione di chiunque volesse approfondire le proprie conoscenze sul mondo di Tolkien.

    Il Signore degli Anelli fa parte del nostro immaginario ormai da tantissimo tempo, ha affascinato i cuori e le menti di tantissime persone, per cui era inevitabile che qualcun altro dopo Peter Jackson potesse prendere in mano un progetto ambizioso. Qualche giorno fa Amazon ha finalmente reso pubblica la data di uscita e il titolo della nuova serie televisiva Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere, che arriverà sulla piattaforma Prime Video a settembre. Nel tanto suggestivo quanto breve trailer rilasciato il 19 gennaio, vediamo il titolo formarsi da un fiume di metallo fuso, che ricorda vagamente le fiamme del Monte Fato. La serie tv sembrerebbe quindi svolgersi molto prima della Terza Era in cui sono ambientati i film, all’epoca della creazione dei Grandi Anelli da parte dell’Oscuro Signore Sauron.

    Oggi noi di Frames Cinema vi abbiamo portato in un piccolo viaggio alla scoperta dei segreti della saga; ora non ci resta che aspettare pazientemente settembre per tornare ancora una volta nel magico mondo di Tolkien, dalle dimore degli Hobbit e alle splendide foreste elfiche, fino ai luoghi più remoti della Terra di Mezzo, dove sorge l’oscura torre di Mordor.

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  • THE NEON DEMON E LA SUA SIMBOLOGIA

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    Attenzione: questo articolo contiene spoiler sul film in questione.

    DALLE FIERE DANTESCHE A UN SACRIFICIO DA BACCANTI

    Nel 2016 il regista danese Nicholas Winding Refn ha deciso di dividere in due fazioni opposte critica e pubblico, con un’opera tanto particolare quanto controversa. Già dalla sua partecipazione al Festival di Cannes, The Neon Demon è stato in grado di generare applausi e fischi, guadagnandosi un posto d’onore tra le pellicole più bizzarre degli ultimi anni. Tuttavia, a prescindere dalle proprie opinioni sulla materia, è importante ricordare (e, se volete, ammirare) come The Neon Demon riesce a sviscerare i più oscuri segreti dell’industria della moda, il tutto attraverso una regia simbolica e affascinante.

    La storia segue la giovanissima modella Jesse (Elle Fanning) e la sua scalata nel mondo della moda, mentre la competizione è al massimo dei livelli. È accompagnata nella vicenda da Ruby (Jena Malone), una truccatrice, e da due modelle affermate, Sarah (Abbey Lee) e Gigi (Bella Heathcote), tre donne che si riveleranno senza scrupoli, gelose dell’innocenza e della naturale bellezza della ragazza. Tra servizi fotografici e sfilate psichedeliche, Jesse diventerà bersaglio della violenta gelosia delle compagne, che, alla fine del film, finiranno addirittura per mangiare il suo corpo, come in una sorta di rituale pagano. Oggi siamo qui per scavare a fondo nella pellicola, portando alla luce metafore e simbologie che, inevitabilmente, hanno a che fare con l’universo femminile.

    LE TRE FIERE E L’UNIVERSO DANTESCO

    Al momento del suo ingresso nel mondo della moda, Jesse conosce tre donne, Ruby, Gigi e Sarah, affermate già da tempo e subito gelose della sua bellezza. Questi tre personaggi hanno un valore molto più profondo di ciò che possono mostrare in superficie: simboleggiano infatti le tre fiere che si parano davanti agli occhi di Dante nella cantica dell’Inferno della Divina Commedia. Solo che, in questo caso, Jesse si lascia accompagnare: Ruby è la lonza, simbolo di lussuria, e prova chiaramente un forte desiderio sessuale nei confronti di Jesse; Gigi è il leone (o la leonessa, se preferite), simbolo di superbia, che riempie i suoi sguardi glaciali; infine, Sarah è la lupa, l’avidità più pura, e sarà lei a trionfare sulle “rivali”, essendo l’unica ad ottenere veramente qualcosa dal massacro.

    I riferimenti all’universo dantesco, tuttavia, non si fermano qui. Anzi, l’intera ambientazione di Los Angeles è un’allegoria alla città infernale per eccellenza, Dite, in cui dimorano gli angeli caduti. Dite è una città malata, priva di una qualunque moralità, luogo di peccato e violenza. Infine, va azzardata l’ipotesi che le tre donne siano un rimando a Cerbero, il cane a tre teste che sorveglia l’ingresso alle fiamme degli Inferi.

    COLORI, FORME E SIMBOLI

    La metà esatta del film corrisponde alla scena surreale di una sfilata, in cui vediamo apparire forme, luci e colori intermittenti su uno sfondo completamente nero: è il momento della transizione di Jesse verso la nuova sè stessa, modella splendida in competizione con le altre e affamata di successo. Si susseguono luci e colori, forme triangolari combinate in tutti i modi possibili. Prevale il triangolo rovesciato, simbolo da sempre associato al mondo femminile, ma anche al male, in quanto opposto al triangolo della Trinità. La forma si tinge di rosso, come il sangue in cui Jesse finirà per morire, e all’interno di esso appare la ragazza, nella nuova versione di sé. È infatti spesso usato anche l’espediente dello specchio, per indagare sulla doppia natura dei personaggi, non solo su quella della protagonista. E infine i colori, vivaci e taglienti, che, con una strizzata d’occhio al Suspiria di Argento, portano con sé dei significati particolari e accompagnano l’enorme metafora del film stesso. All’inizio della storia, Jesse è una ragazza innocente, bellissima, indossa spesso abiti chiari, posa per il suo primo servizio fotografico ricoperta di oro. A questa prima fase della sua vita corrisponde il colore blu, che troviamo spesso associato alla sua figura, ma soprattutto nel primo segmento della sfilata. È un blu calmo e delicato, che si riflette negli occhi azzurri di Jesse. Abbiamo poi il rosso, bellissimo ma esplosivo, violento, strettamente legato al sangue. Un colore che viene accostato spesso alla protagonista, ma che simboleggia la sua discesa nell’oscurità e poi la sua morte. Jesse ha iniziato a spingersi oltre, ed esattamente allo scoccare della metà della pellicola, avviene il suo passaggio attraverso lo specchio, mentre i neon diventano rosso sangue, e il demone di cui leggiamo nel titolo del film prende vita. Il demone della bellezza avvolge Jesse, il narcisismo prende il sopravvento, la giovane ragazza è portata sulla strada dell’avidità e dell’egocentrismo, ancora una volta accompagnata dal triangolo rovesciato del male, a simboleggiare il carattere demoniaco della trasformazione.

    ANTROPOFAGIA E LEGAMI CON LE BACCANTI DI EURIPIDE

    Jesse è un eroe tragico, protagonista della vicenda che la porterà alla morte in una pozza di sangue, lo stesso che cola dal suo corpo nella prima scena del film. Le tre donne che incontra sono talmente ossessionate da lei, dalla sua innocenza e bellezza angelica, da arrivare a farsi pervadere dalla follia. Proprio come le baccanti, le donne che nell’antica Grecia celebravano i riti dedicati a Dioniso, Ruby, Gigi e Sarah si abbandonano ai più bassi istinti umani. Le tre fiere uccidono Jesse, poi, grazie a una scena allo stesso tempo terrificante e meravigliosa, il regista ci fa capire che le donne hanno fatto a pezzi il corpo della povera ragazza per mangiarlo e fare il bagno nel suo sangue. Vediamo Ruby sdraiata in una vasca piena fino all’orlo, mentre Gigi e Sarah sono intente a lavarsi sotto la doccia, sulle cui pareti scorrono rivoli di sangue. Lo scopo di questo pseudo rituale pagano è assorbire la bellezza della ragazza, affinché appartenga a loro per sempre. Jesse è Penteo, l’eroe tragico delle Baccanti di Euripide, che verrà ucciso da un gruppo di donne divenute folli per volere di Dioniso. Penteo viene indotto a intrufolarsi tra le baccanti per spiarle, ma il dio dirigerà la loro follia sull’uomo ingenuo, esattamente come accadrà alla giovane Jesse. Eppure, il rituale non è destinato ad avere successo. Ruby e Gigi, infatti, finiscono per morire anche loro, ed è soltanto Sarah a uscire viva dal massacro. E così la “modella-baccante”, l’avida lupa di Dante, si allontana dallo spettatore verso la sua carriera nella moda, ora che porta dentro di sé la bellezza tanto a lungo desiderata.

    Fin dalla sua uscita, The Neon Demon è stato capace di dividere gli animi, tra chi lo considera un’opera visionaria e affascinante e chi lo ritiene un “delirio di onnipotenza” da parte del regista. Al di là del gusto personale, va evidenziato come la pellicola sia portatrice di significati molto profondi, che non riducono le interpretazioni a ciò che abbiamo riportato in questo articolo. Esattamente come una congrega di streghe, il mondo della moda apre le sue porte allo spettatore, con i suoi intrighi, delitti e menzogne. È risaputo che la vita di una modella sia impegnativa, ma si può rivelare addirittura letale, piena com’è di feroce competizione e continuo “ricambio” generazionale. Il mondo della moda accoglie giovani donne con la promessa di successo, ma subito le distrugge, fagocitando la loro persona in nome di qualcosa di più grande, forse proprio un demone. Dopo aver visto The Neon Demon, ciò che ci resta è la consapevolezza che il male ha trionfato, in un mondo creato per le donne, ma in cui le donne finiscono inevitabilmente per morire.

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  • RECENSIONE SULL’ISOLA DI BERGMAN – UN INNO ALLA CREATIVITÀ E ALL’AMORE PER IL CINEMA

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    «Bergman era crudele nella sua arte come nella sua vita.»

    Durante il mio primo anno di università, l’insegnante di analisi del film ha iniziato il suo corso parlando delle immagini che costituiscono l’incipit del capolavoro di Bergman, Il Settimo Sigillo. Il cielo, la spiaggia, il mare mosso, il cavaliere e il suo scudiero che si fanno forza per intraprendere il cammino di ritorno a casa, l’apparizione della morte e la sua scacchiera: per dare inizio alla sua opera, Bergman ha scelto di inquadrare il cielo, con il sole ben visibile in alto a sinistra, perché è da quel punto che si inizia a scrivere, è da lì che iniziano tutte le storie. Certo, un’interpretazione particolare, magari anche forzata, ma tanto affascinante da essere rimasta nel mio cuore per ormai quasi tre anni. 

    Su una spiaggia (ci piace pensare la stessa) inizia anche la storia di cui parleremo oggi, l’avventura  che Mia Hansen-Løve ha scelto di raccontare nel suo Bergman Island, uscito in Italia il 7 dicembre con il titolo Sull’isola di Bergman. Chris (Vicky Krieps) e Tony (Tim Roth), una coppia di registi, decidono di stabilirsi per un’estate sull’isola di Fårö, storica residenza di Ingmar Bergman; i due protagonisti alloggiano e a percorrono luoghi in cui il regista svedese ha girato molte delle sue opere, che entrambi conoscono e amano profondamente. Ed è qui che la spiaggia de Il Settimo Sigillo inizia a tingersi dei colori dell’estate, il suo mare si fa più calmo, e gli splendidi paesaggi dell’isola scorrono davanti ai nostri occhi, grazie a una regia che predilige inquadrature molto ampie. Quello che per Chris e Tony sembrava un semplice viaggio alla ricerca di quiete per poter lavorare ai loro progetti e (magari) aggiustare ciò che pare essersi rotto nel loro rapporto, si trasforma in qualcosa di più, che ci porta a scoprire il viaggio interiore della mente di Chris. Il suo progetto per una sceneggiatura prende vita davanti ai nostri occhi, il racconto di un amore tanto intenso quanto distruttivo: entra in scena la storia di altri due personaggi, Amy (Mia Wasikowska) e Joseph (Anders Danielsen Lie), e le due narrazioni iniziano man mano ad intrecciarsi tra loro. La realtà arriva a fondersi con la fantasia, e forse è proprio l’isola di di Fårö, insieme allo spettro di Bergman, a permettere l’incantesimo.

    Mia Hansen-Løve ci regala quindi un’opera che mette al centro la creatività della persona e l’amore per il cinema dal proprio punto di vista, non senza darci la possibilità di riflettere su tematiche importanti. Si parla in particolare del rapporto tra famiglia e carriera, facendo riferimento a come nel corso della sua vita Bergman non avesse mostrato interesse né per le sue mogli né per i suoi figli e a come una donna potrebbe essere considerata se scegliesse di prendere una strada simile. Vediamo, infatti, che Chris è più toccata dal fatto di essere separata da sua figlia rispetto a Tony, che si dedica interamente al suo lavoro. Le differenze nella coppia emergono anche dal modo in cui esplorano il mondo di Bergman: lui preferisce guardare, mentre lei si getta a capofitto e sceglie di vivere completamente quei luoghi, accompagnata dallo spettro del regista che riesce sempre a far notare la sua presenza. Il mulino diventa così un posto sicuro, come era per Monet la casetta di Giverny, in cui hanno visto la luce i famosissimi dipinti delle ninfee: l’isola di Fårö è il luogo in cui il profondo amore di Chris per il cinema prende letteralmente vita.

    Bergman Island è un film luminoso e affascinante, in cui le cupe atmosfere svedesi de Il Settimo Sigillo o L’ora del lupo si tingono di colori estivi e accolgono ogni forma di amore, da quello per l’arte a quello più puro e autodistruttivo.

    «Guarda questo posto. L’isola, le case, i paesaggi, tutto è meno duro che nei suoi film.»

    Mia Hansen-Løve ci consegna un’opera dedicata al cinema e a tutti coloro che cercano l’arte come rifugio e conforto. L’arte si fonde con la realtà, prende il sopravvento e riesce a prendere forma davanti agli occhi dello spettatore. E insieme all’arte c’è anche Bergman, come un fantasma che infesta la sua isola e che non ha intenzione di andarsene.

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  • RECENSIONE STRAPPARE LUNGO I BORDI – CHE FORMA POSSONO AVERE LE VITE DEGLI ALTRI?

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    “Pensavamo che bastasse strappare lungo i bordi e seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto sarebbe andato bene, perché avevamo diciassette anni e tutto il tempo del mondo.”

    Zero è un giovane romano con la passione per le merendine che nutre le sue ambizioni di diventare fumettista dando ripetizioni a ragazzini delle medie; il suo migliore amico è un armadillo, e non si separa mai dalla fedele maglietta nera con il teschio. Il lungo viaggio che dovrà percorrere verso Biella insieme ai suoi amici Secco e Sara, si offre a Zero come occasione per raccontarci di sé stesso, parlandoci del suo passato, dei suoi obiettivi, di Alice, a cui cerca di non pensare, di ciò che gli affolla la mente, e, soprattutto, per lamentarsi di quasi tutto ciò che lo circonda. Zero è logorroico, pensa troppo, ha la costante paura di cambiare, di fare un passo falso e distruggere quel fragile equilibrio che ha messo in piedi con fatica. I confini del suo mondo hanno la forma di una linea tratteggiata su un foglio, e noi non possiamo far altro che seguire le sue mani mentre strappano la carta per scoprire finalmente quale immagine ne verrà fuori.

    Uscita da pochi giorni su Netflix, Strappare lungo i bordi è una serie tv di appena sei puntate, scritta, disegnata e animata dal fumettista romano Zerocalcare. L’autore ha anche dato la voce a tutti i personaggi, ad eccezione dell’armadillo, doppiato meravigliosamente da Valerio Mastandrea. Per chi non dovesse conoscere gli splendidi albi a fumetti di Zerocalcare (che naturalmente vi invitiamo a recuperare il prima possibile), il protagonista di ogni storia è l’alter-ego dell’autore, Zero, accompagnato dall’armadillo, la voce della sua coscienza che, con una buona dose di sarcasmo e qualche battuta pungente, lo guida nel percorso della sua esistenza. I sei episodi si sviluppano secondo un tipo di narrazione molto cara all’autore: il viaggio di Zero con gli amici Sara e Secco lega tra loro come un filo conduttore tante piccole storie, distribuite lungo quella principale come i rami di un albero. Il tutto accompagnato da disegni e animazioni curati nei minimi dettagli, e soprattutto da una splendida colonna sonora, composta sia di brani conosciuti (abbiamo ad esempio Tiziano Ferro e gli M83) sia di tracce inedite, contenute nell’album Strappati lungo i bordi di Giancane.

    Il tasto “prossimo episodio” di Netflix non vi sarà mai così utile: Zerocalcare riesce a tenere incollati allo schermo gli spettatori, grazie a una narrazione coinvolgente, fatta di scene e personaggi indimenticabili, che si susseguono come farebbero dei piccoli aneddoti durante una chiacchierata con un amico di vecchia data. Non mancano sicuramente le risate, che sia per l’ironia graffiante tipica dell’autore o per le geniali citazioni alla cultura popolare; eppure si avverte costantemente un’atmosfera di malinconia, di nostalgia verso un passato in cui si era spensierati, mescolata a momenti in cui Zero riflette sul suo senso di inadeguatezza nei confronti del mondo. Perché siamo solo fili d’erba e al mondo non importa di noi, qualsiasi cosa facciamo “continua a girare con la frustrante placidità con cui è sempre girato”. Ed è nel finale che tutto ci colpisce, nel momento in cui avviene la realizzazione, come una coltellata alla schiena. Si ride, si riflette, ci si rivede in qualche parola, ma alla fine ci si commuove. Guardiamo la nostra vita, poi le vite degli altri e poi ancora la nostra, fino a trovarci qualcosa di sbagliato: il nostro foglio strappato non segue una logica, mentre quello degli altri sembra sempre formare una figura perfetta. E se non fosse così? Se in realtà anche i fogli degli altri fossero soltanto carta straccia pronta per essere lanciata nel cestino?

    Strappare lungo i bordi è il prodotto che ci si aspetterebbe da un autore come Zerocalcare: le pagine di un diario, un flusso di coscienza che si sposta tra il racconto di un viaggio e i pensieri invasivi di un giovane non ancora sicuro di essere abbastanza per il mondo che lo circonda. Zero, con le sue sopracciglia disegnate a pennarello e la maglietta con il teschio, non riesce a seguire la linea tratteggiata che gli si para davanti; invece continua a strappare a caso, a volte si ferma, per paura di rovinare tutto, a volte le sue mani si muovono sul foglio ad occhi chiusi. E la sua narrazione non può far altro che trasportarci tra risate e punti interrogativi, fino a lasciarci con un messaggio amaro, ma sotto sotto ricco di una speranza di cui ora più che mai abbiamo bisogno. Tenete da parte una vaschetta di gelato e magari un pacco di fazzoletti, Strappare lungo i bordi vi travolgerà con un vortice di emozioni inaspettate. Che dire, Zero, volevamo solo guardare una serie, mica fare psicoterapia!

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  • RECENSIONE MADRES PARALELAS: FAMIGLIA E MEMORIA AL FEMMINILE FIRMATA ALMODÓVAR

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    Non è facile portare sullo schermo i rapporti familiari senza scadere nel banale o nello stucchevole, eppure dopo aver visto Madres Paralelas si ha quella strana sensazione che si può provare dopo aver visitato in ospedale quella vecchia amica di infanzia appena diventata madre, o dopo essere andati a posare un mazzo di fiori di fianco al nome di un lontano parente. Quella tenerezza mista al senso di incertezza verso il presente e il passato, nel rapportarsi con le grandi sorelle che regolano il mondo, vita e morte. Per questa sua ultima pellicola, Almodóvar ha scelto di portare avanti una riflessione delicata ma intensa sui rapporti che costituiscono una famiglia, la realtà che conosciamo sin dalla nostra nascita. Si potrebbe pensare che sia una tematica difficile, dato che probabilmente è stata affrontata già innumerevoli volte, tuttavia la mano del regista spagnolo ci mette davanti agli occhi qualcosa di nuovo, una narrazione sulla costruzione di legami profondi e sul recupero dei rapporti antichi che uniscono un albero genealogico.

    Ciò che salta all’occhio ancor prima di vedere il film è la particolarità della locandina, sulla quale possiamo vedere l’abbraccio tra le due attrici protagoniste mentre sui loro vestiti compaiono delle linee parallele. Naturalmente le linee stanno a indicare il percorso delle due donne, entrambe incontratesi in ospedale mentre erano incinte ed entrambe diventate madri nello stesso giorno. Le loro vite proseguono esattamente come due linee parallele, durante la gravidanza e la crescita delle loro rispettive figlie, fino poi ad incontrarsi nuovamente. Non abbiamo il coraggio di raccontarvi oltre e con questa piccola recensione speriamo di convincervi ad andare in sala il prima possibile!

    Madres Paralelas pone l’accento sull’importanza dei legami familiari, che siano quelli che ci legano ai nostri antenati o quelli che si stanno formando nel presente. La storia di “due madri sole” che trovano la forza di continuare nella reciproca solidarietà si mescola a una sottotrama dedicata all’importanza della memoria e del ricordo di chi ci ha preceduto. Piano piano, nel corso della narrazione, Almodóvar intreccia e mette su linee parallele storie e generazioni di donne alla ricerca del proprio posto nel mondo e dei tanti segreti sepolti nel passato che prima o poi dovranno essere (e verranno) dissotterrati. È l’opera con cui il regista si conferma ancora come uno dei migliori del nostro tempo, in grado di farci entrare nella vita di donne tormentate riuscendo allo stesso tempo a pareggiare i conti con il buio passato franchista della Spagna. E questo gli è stato possibile anche grazie alle splendide interpretazioni di attrici che reggono sulle loro spalle l’intera pellicola; parliamo di Penélope Cruz, tornata nuovamente al fianco di Almodovar dopo sette film insieme, e della giovane Milena Smith, candidata al premio Goya come miglior attrice rivelazione per il 2021. Le attrici, in compagnia di una terza, Aitana Sánchez-Gijón, portano sullo schermo tre figure femminili struggenti e delicate, assediate dal passato e dai rimpianti, ma decise a ricostruire la propria vita pezzo per pezzo, in nome dei profondi rapporti da cui sono legate.

    All’inizio del film, Almodóvar ci stupisce con scene emozionanti delle due protagoniste in ospedale, in procinto di partorire; si vede chiaramente come la tematica della maternità (ancor più se affrontata potendo contare solo su se stessi) venga trattata in modo diretto e senza romanticizzazione. I sentimenti delle due donne sulle loro rispettive gravidanze appaiono spesso discordanti, mentre la fatica, la sofferenza e la costante paura di non farcela ci vengono sbattute davanti agli occhi senza neanche avvisarci. Di conseguenza, le storie di queste donne riescono a farci riflettere su grandi temi come il controllo sul proprio corpo e sulla propria esistenza, insieme al sentimento logorante di vedere la propria vita “messa in pausa”, mentre tutte le altre continuano a scorrere intorno a noi. E tutto ciò viene trattato da un punto di vista esclusivamente femminile, ponendo l’accento su come l’avere dei figli possa essere un dono meraviglioso e insieme una condanna, soprattutto per chi si trova costretto a doversene occupare senza poter contare sull’aiuto di nessuno. Senza dubbio, Almodóvar si è assunto un grosso rischio nel voler portare sullo schermo una pellicola ricca di tematiche così scottanti, se consideriamo che, per di più, ha voluto affrontare anche il passato della Spagna franchista attraverso una riflessione basata sull’importanza della memoria e del ricordo di chi non è più con noi. Il cast è tutto al femminile, pochi attori sono di rilievo, e sembrano quasi non avere voce se comparati alle donne in primo piano. Interpretazioni meravigliose e una regia impeccabile, che ci accompagna in un film sorprendente, capace di farci riflettere e farci capire che privato e politico vivranno sempre insieme nelle nostre vite.

    Vi consigliamo assolutamente di correre in sala, una pellicola del genere è da non perdere, ancor meglio se avete la possibilità di vederla in lingua spagnola!

    Prima di lasciarvi, ci piacerebbe farvi conoscere una curiosità: sapevate che Almodóvar aveva già in un certo senso mostrato questa sua ultima opera nel 2009? In Gli abbracci spezzati, altro film che vede la collaborazione del regista con Penélope Cruz, non solo vediamo il protagonista scrivere un copione intitolato Madres Paralelas, ma in una scena compare anche una locandina con lo stesso titolo. Un vero e proprio cameo, quindi, di un film-nel-film: è lo stesso Almodóvar, e noi con lui, a rivolgere lo sguardo al passato, quella ciclicità che torna incessantemente nelle vite di tutti.

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  • I SOTTOGENERI DEL CINEMA HORROR – GLI STRATI DELLA PAURA

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    Noi della redazione di Frames Cinema abbiamo aspettato con tutto il cuore che arrivasse ottobre! Non soltanto perché inizia a fare più fresco, le foglie cadono dagli alberi e il mondo si tinge di toni arancioni, ma anche perché, finalmente, possiamo consigliare a tutti voi un modo perfetto per trascorrere queste serate autunnali. Dunque cosa può esserci di meglio di una settimana interamente dedicata al cinema horror? È tempo di indossare il vostro lenzuolo con i buchi e iniziare a fare i popcorn, oggi vi accompagneremo nell’esplorazione dei tanti sottogeneri che formano il cinema horror.

    Per iniziare, è importante sapere che l’horror vanta un enorme numero di sottogeneri, per cui ne prenderemo in esame i principali, che sicuramente gli appassionati conoscono molto bene. Questa nostra lista può essere utile anche a chi non ha mai visto un film dell’orrore in vita sua e magari vorrebbe iniziare ad avvicinarsi al genere.

    Le prime apparizioni dell’horror al cinema risalgono intorno agli anni ’30, con capolavori del calibro di Nosferatu (1927), Frankenstein (1931), Dracula (1931); tuttora questi film, ambientati prevalentemente in atmosfere ottocentesche tetre e opprimenti, sono stati definiti “horror gotici”, dato che mettono in scena i mostri della letteratura gotica di fine Ottocento. È da queste radici che si sviluppa il genere horror come lo conosciamo oggi, da cui poi si ramificheranno le varie sfaccettature che lo compongono.

    Se vi state approcciando per la prima volta al cinema horror, non vi consigliamo di partire subito con un film splatter! Qui sotto avrete quindi a disposizione una comoda lista da consultare ogni volta che volete, perfetta per una bella maratona nella notte di Halloween.

    CANNIBAL MOVIE

    Tradizionalmente il genere nasce nel 1980, anno in cui viene realizzato Cannibal Holocaust, scritto e diretto dagli italiani Gianfranco Clerici e Ruggero Deodato. Il film (per cui il regista venne addirittura accusato di vari crimini e portato in tribunale) ha dato origine a un vero e proprio filone di opere ambientate in luoghi tropicali abitati da selvagge tribù cannibali, che cercheranno di divorare gli esploratori protagonisti. Di solito questa tipologia di cinema è ricca di scene di violenza grafica, anche piuttosto esplicita. Se volete esplorare il genere vi consigliamo, oltre al già citato Cannibal Holocaust, film come Mangiati vivi! (1980), Natura contro (1988) o The Green Inferno, diretto da Eli Roth (2015).

    Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato

    HOME INVASION

    Cosa c’è di più spaventoso che essere assediati e tormentati mentre si è nella propria casa? Nella nostra mente casa è il luogo dove siamo più al sicuro, e l’home invasion gioca proprio con questo contrasto. Il genere viene accostato anche al thriller, al poliziesco o alla commedia, ma più spesso ricalca alcuni stilemi tipici del cinema dell’orrore, come le atmosfere di tensione elevata. In film di questo genere abbiamo di solito alcuni criminali che assediano l’abitazione delle loro vittime e finiscono per torturare o uccidere i malcapitati. Esempi di film home invasion sono Funny Games (1997), The Strangers (2008), The Purge (2013), Hush (2016) o Us di Jordan Peele (2019).

    MONSTER MOVIE

    Come si deduce facilmente dal suo nome, questo genere mette al centro del racconto una creatura mostruosa, spesso il risultato di esperimenti andati male, la cui furia distruttiva minaccia intere popolazioni. Il primo monster movie della storia risale al cinema espressionista tedesco, ed è Il Golem di Paul Wegener (1915), ma il film più famoso del filone è King Kong (1933), destinato ad avere enorme fortuna nel panorama cinematografico mondiale anche ai giorni nostri con pellicole come Kong: Skull Island (2017). Il genere è strettamente legato anche alla cultura giapponese, complice di aver ispirato la creazione di Godzilla (1954), il cui mostruoso protagonista è entrato di diritto nella cultura popolare mondiale. Dalla figura di Godzilla nascerà poi una lunga saga che procede ancora oggi con opere come Shin Godzilla (2016) e Godzilla II – King of the Monsters (2019). In questi casi, tuttavia, non parliamo propriamente di horror, ma di una mescolanza di altri generi, tra cui l’azione e la fantascienza. Se volete scegliere qualcosa di diverso da un lucertolone radioattivo o da un gigantesco gorilla, vi consigliamo The Host di Bong Joon-ho (2006) e Cloverfield (2008), ma attenzione al mal di mare con quest’ultimo!

    Cloverfield di Matt Reeves

    REALITY HORROR

    Conosciuto anche con il nome di found footage (“film ritrovato”) o mockumentary (“falso documentario”), il genere nasce dall’esperimento condotto da alcuni ragazzi nel 1999 che ha dato origine alla pellicola amatoriale The Blair Witch Project. La campagna marketing del film voleva che lo stesso fosse frutto del ritrovamento di un video perduto da tre studenti nella loro sfortunata avventura alla ricerca della strega di Blair, nel Maine. Da questa geniale idea nascerà subito un filone molto amato dal pubblico, che produce tuttora pellicole ancora oggi, ma che purtroppo è stato considerevolmente abusato negli ultimi anni. Tra i film più fortunati del genere troviamo REC (2007), The Puoghkeepsie Tapes (2007), Paranormal activity (2007), e in parte Antrum (2018). Anche i già citati Cannibal Holocaust e Cloverfield sono stati girati usando la tecnica del found footage e della telecamera a mano, per concedere ancora più realismo.

    SCI-FI HORROR

    Avete ormai capito che il cinema horror è ricco di contaminazioni provenienti da altri generi, tra cui, appunto, la fantascienza. I film horror sci-fi hanno al loro interno creature mostruose provenienti da mutazioni genetiche (sfioriamo quindi il confine dei monster movie) o da pianeti sconosciuti. Un tema ricorrente in questo genere è costituito dagli effetti catastrofici che può provocare un uso sconsiderato della ricerca scientifiche e della tecnologia. Rientrano a pieno diritto nel genere e nella cultura popolare le serie cinematografiche nate da Alien di Ridley Scott (1979) e Predator (1987), ma forse il punto più alto raggiunto dal filone è The Thing di John Carpenter (1982), un vero e proprio capolavoro in cui la vita di alcuni ricercatori al polo sud è minacciata da una creatura extraterrestre in grado di mutare la propria forma e prendere le sembianze degli uomini. Spesso nel genere horror sci-fi rientra anche il filone del cosiddetto “body horror”, che ha come tema centrale la mutazione o la metamorfosi del corpo, con un gusto decisamente kafkiano. Padre della tendenza è David Cronenberg, autore del capolavoro The Fly (1986). Sono considerati altri pilastri del genere horror sci-fi lo splendido The Invasion of the Body Snatchers (1956), Event Horizon (1997) o il recente Life (2017).

    La cosa di John Carpenter

    SLASHER

    Il sottogenere slasher deriva dall’inglese “slash”, letteralmente “ferire con un’arma affilata”, e vede come antagonista principale un maniaco omicida che perseguita un gruppo di persone per ucciderle in modo cruento. Come precursore del genere viene spesso indicato Reazione a catena (1971), diretto dall’italiano Mario Bava. Il filone ha avuto particolare fortuna tra gli anni ’70 e ’80, periodo in cui emergono registi del calibro di Wes Craven e nascono saghe che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria cinematografica. Parliamo di figure iconiche come Leatherface (da The Texas Chainsaw Massacre, 1974), Micheal Meyers (Halloween, 1978), Jason Voorhees (Friday the 13th, 1980), il mitico Freddy Krueger (Nightmare on Elm Street, 1980), Pinhead (Hellraiser, 1987) o anche Chucky, la bambola assassina di Child’s play (1988). Oltre queste opere celebri, vi consigliamo di guardare anche la saga di Scream (1996) con protagonista Ghostface, che unisce gli stilemi tipici del cinema horror alla chiara voglia di parodiare il genere stesso, dichiarando esplicitamente sullo schermo quali sono le regole classiche per sopravvivere in un film dell’orrore. Naturalmente, non mancano dibattiti e controversie sull’inserimento o meno di altre opere nel genere slasher: un esempio è rappresentato da Psycho (1960), uno dei precursori del cinema horror, e Shining (1980) di Kubrick.

    Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre) di Tobe Hooper

    SPLATTER

    Il genere splatter, conosciuto anche come gore, non è sicuramente adatto a chi è debole di stomaco. I film del filone sono caratterizzati da violenza esplicita, scorrono litri di sangue sullo schermo e dei personaggi vengono mostrati più i corpi martoriati e lacerati, più che la psicologia. Il genere volge spesso all’esagerazione, con l’intento di disgustare lo spettatore ma anche di farlo ridere con scene volutamente sopra le righe. Lo splatter (che deriva da “to splat”, ovvero “schizzare”) è stato coniato ufficialmente dal regista George Romero nel 1978, anno in cui esce il suo Zombi. Tuttavia, il primo esempio di film splatter è stato Blood Feast di H.G. Lewis (1963), che alla sua uscita provocò un vero e proprio shock negli spettatori, non abituati a immagini tanto cruente quali un cuore estratto dal petto o arti mutilati. La mania splatter esplode negli anni ’70, si mescola allo slasher, vede la nascita di pellicole come Evil Dead di Sam Raimi (1981), per poi scemare tra gli anni ’90 e i primi duemila, con ad esempio Braindead (1992) o House of 1000 Corpses (Rob Zombie, 2003). Il genere ha fortuna anche in Italia, con registi del calibro di Lucio Fulci e Dario Argento (L’uccello dalle piume di cristallo, 1970 e poi Suspiria, 1977) e soprattutto nel cinema orientale. Di produzione giapponese è, infatti, la serie Guinea Pig (1985-1992), divenuta celebre di recente per le sue scene di violenza talmente reali da essere state addirittura considerate autentiche.

    TORTURE PORN

    Si evince già dal nome che questo genere non è adatto a chi ha mangiato da poco. Nato come una nuova stagione del cinema splatter negli anni duemila, il filone torture porn esige quattro ingredienti principali: torture, mutilazioni, nudità e sadismo. La denominazione si riferisce al porno in quanto le scene di violenza vengono mostrate interamente senza censura, proprio come fa la pornografia nei confronti del sesso. Saw di James Wan (2004) è considerato il capostipite del genere, mentre Hostel di Eli Roth (2006) fu la prima pellicola a meritarsi la definizione. Entrambi i film hanno dato origine a delle saghe e ispirato altri registi nella creazione di opere che hanno come obiettivo principale quello di disgustare e mettere a disagio lo spettatore. Lo sa bene chi ha visto Martyrs (2008), la trilogia di The Human Centipede (2009-2015) o A Serbian Film (2010), pellicole tanto apprezzate dagli appassionati quanto criticate per le scene eccessivamente cruente o per le locandine raffiguranti immagini di violenza grafica piuttosto esplicite. Tuttavia, il genere è entrato nella cultura popolare per la sua capacità di mettere a nudo gli aspetti più bassi dell’essere umano e le tremende crudeltà di cui è capace. A questo proposito, alcuni tendono ad inserire nella categoria del torture porn anche Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (1975).

    Saw – L’enigmista di James Wan

    ZOMBIE MOVIE

    Tutti ormai conosciamo gli zombie, figure entrate nell’immaginario popolare e protagoniste di film e serie tv di successo ancora oggi. Basta rifletterci un attimo per rendersi conto che il primo zombie della storia fu Frankenstein, creato dalla penna di Mary Shelley, poi portato al cinema per la prima volta da James Whale nel 1931. Tuttavia, il padre dei morti viventi come li conosciamo oggi è il regista George Romero, che nel 1968 presenta al pubblico Night of the living dead, diventato un cult del cinema mondiale. In sostanza, gli zombie sono morti tornati in vita o esseri umani infetti da un qualche tipo di malattia sconosciuta che sviluppano tendenze cannibali. Com’è facile intuire i film di zombie sono spesso molto violenti, con scene di lacerazione di corpi o mutilazione di arti, il tutto condito con larghe dosi di sangue. Romero dirigerà altri capolavori del genere, come Day of the dead (1985), e Zombi – Dawn of the Dead (1978), che vanta la collaborazione con il regista italiano Dario Argento per la sceneggiatura e con il gruppo musicale Goblin per la colonna sonora. Italiano è anche uno dei registi più celebri per il filone degli zombie movie, ovvero Lucio Fulci, noto com l’appellativo di “poeta del macabro” per le sue pellicole particolarmente cruente e ricche di effetti speciali fortemente realistici. Tra le sue opere più famose ricordiamo Zombi 2 (1979) e la Trilogia della morte (1980-1981). Negli anni duemila il genere è mutato, e dall’essere morti viventi gli zombie sono diventati esseri umani infetti da malattie sconosciute, che li spingono alla violenza e al cannibalismo. Esempi di questo filone sono 28 days later (2002), celebre per le scene ambientate in una Londra completamente deserta, I am legend (2007), il già citato REC (2007), World War Z (2013) e il recente The dead don’t die (2019). La figura dello zombie è arrivata anche sul mercato televisivo, con serie come The Walking dead, ancora in produzione dal 2010, e Black Summer, iniziata nel 2019.

    La notte dei morti viventi di George A. Romero

    HORROR COMEDY

    Conoscendo lo splatter, è molto semplice immaginarsi come l’esagerazione degli stilemi tipici del genere possa essere sfruttata per provocare la risata nello spettatore, sicuramente disgustato ma anche divertito, perché consapevole di star assistendo a una scena di violenza del tutto finta. Se ci pensate, è anche più spaventosa l’idea che ci venga da ridere a vedere schizzare del sangue sullo schermo, piuttosto che ci inquieti o ci disgusti la scena; forse è proprio in questo che il cinema horror raggiunge l’obiettivo di mettere in luce la natura umana più bassa e “animalesca”. Il genere della commedia dell’orrore fa la sua comparsa già nel 1945 con Zombies on Broadway, ma le opere più ricordate sono senza dubbio Young Frankenstein (1974) di Mel Brooks e Gremlins (1984), pellicole entrate nella cultura popolare con personaggi e scene diventati iconici. Negli anni duemila il filone ha avuto fortuna, e ha prodotto film tanto ricchi di violenza e interpretazioni sopra le righe quanto esilaranti e di grande intrattenimento. Parliamo di Shaun of the Dead (2004), Zombieland (2009), il cui sequel è uscito nel 2019, e il discusso Cabin in the Woods (2011), che ha il merito di aver parodiato quasi tutti gli stilemi e i personaggi, mostruosi o meno, del cinema horror, guardare per credere!

    Zombieland di Ruben Fleischer

    SNUFF MOVIE

    Infine, ammettiamo che è piuttosto difficile parlare dello snuff, nome con cui si definiscono filmati che riprendono torture ed uccisioni realmente avvenute. Casi di questo genere sono associati ai più efferati killer della storia, come Jeffrey Dahmer o Anatoly Slivko, che erano soliti filmare le proprie vittime per trarre ancora più gratificazione dalla visione dei video. Com’è facile intuire, molti film di finzione premono sulla questione dello snuff per motivi di marketing, inoltre esistono opere che sono state accusate di essere filmati reali di crimini violenti, come la già citata serie Guinea Pig.

    Get Out di Jordan Peele

    Concludendo questo lungo articolo, siamo consapevoli di aver tralasciato pellicole dell’orrore anche di rilievo, come L’esorcista (1973) o The Conjuring (2013). Non è affatto facile parlare del cinema horror in modo dettagliato senza stilare una lista che sarebbe fin troppo lunga, anche per la nostra settimana a tema. Va detto che in tempi moderni è stato spremuto forse tutto ciò che c’era da spremere dal genere, eppure il cinema horror di oggi vanta alcuni autori a cui va riconosciuto il merito di aver riportato sullo schermo l’angoscia, la tensione e il terrore piuttosto rari al giorno d’oggi; parliamo di Jordan Peele, autore di Get Out (2017) e Us (2019), Robert Eggers, conosciuto per The VVitch (2015) e The Lighthouse (2019), e infine Ari Aster, che ha esordito nel cinema con Hereditary (2018) ed è stato riconosciuto a livello mondiale con Midsommar (2019).

    Insomma, che lo vogliate o meno, il cinema horror fa parte delle nostre vite e continuerà a farne parte, in ogni sua sfaccettatura e forma, da quelle che già conosciamo a quelle che magari verranno create in futuro. Adesso sta a voi decidere quali film guardare per la notte di Halloween, noi di Frames Cinema speriamo con tutto il cuore che possiate scegliere questa lista come spunto per le vostre prossime maratone. E mi raccomando, non dimenticate di chiudere la porta a chiave!

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  • BARBARA STANWYCK IN LA FIAMMA DEL PECCATO – UNA DARK LADY SENZA SCRUPOLI

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    Qualsiasi amante di cinema ha attraversato quella particolare fase di ossessione per il cinema noir, quel sottogenere sviluppatosi tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento noto anche come poliziesco o detective movie. Le atmosfere del cinema noir sono prevalentemente urbane, notturne e cupe: in queste ambientazioni le figure si muovono tra le ombre di una città dai vicoli bui e l’aria torbida per il fumo di sigarette, mentre i loro passi dentro scarpe lucidate attraversano pozzanghere sull’asfalto. Ma non siamo qui per analizzare gli ambienti prediletti di questo cinema, piuttosto per ricordare qual è il film che è stato definito il noir per eccellenza e come un suo personaggio in particolare riesce ancora a rapire il pubblico dopo più di settant’anni sugli schermi.

    È il 1944 e il pubblico del cinema statunitense conosce per la prima volta Double Indemnity, uno splendido noir diretto dal già affermato regista di origini tedesche Billy Wilder; in Italia il film arriverà con il titolo La fiamma del peccato nel 1946. Wilder ha il merito di aver portato sugli schermi una storia di inganni e ricatti inserita in un’ambientazione che riflette perfettamente le vicende torbide e oscure che coinvolgono i personaggi. Eppure un merito forse ancor più grande va alla talentuosa Barbara Stanwyck per aver interpretato la dark lady Phyllis Dietrichson, considerata come uno dei migliori villain della storia del cinema.

    Double Indemnity narra della relazione tra l’agente assicurativo Walter Neff (Fred MacMurray) e la bellissima Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwyck) e del piano escogitato dalla donna per liberarsi del marito in modo da intascare i soldi dell’assicurazione insieme all’amante. Il nostro protagonista ci viene mostrato come un uomo dai sani valori, eppure la sua morale nulla può contro il fascino della donna, che sa bene come usare le armi della seduzione a suo favore. Il personaggio di Phyllis è tanto affascinante quanto senza scrupoli e ricalca il modello letterario e cinematografico della femme fatale, che riesce a far cadere ogni uomo ai suoi piedi; nonostante il suo forte carattere, Neff non può fare a meno di abbandonarsi completamente alla donna, tanto che sarà lui stesso a pianificare l’omicidio del marito di lei. A una visione accurata si può notare come la vera natura della donna si mostri gradualmente nel corso della trama, accompagnata dagli abiti che vengono fatti indossare all’attrice. Vi invitiamo a fare particolare attenzione a come la Stanwyck si presenta sulla scena la prima volta: indossa un abito bianco, colore che viene spesso associato all’innocenza, mentre alla caviglia porta un braccialetto. Quest’ultimo diventa la sua arma di seduzione più forte, portatore di quel fascino che come un incantesimo riesce a far cadere il nostro protagonista nella trappola che la donna gli ha teso.

    È importante notare come i caratteri tipicamente associati al femminile quali la bellezza, la seduzione, ma anche l’innocenza, l’amore, la premura, vengono gestiti dalla donna in maniera magistrale: Phyllis è consapevole di essere profondamente affascinante e allo stesso modo sa ciò che un uomo vuole sentirsi dire. Così riesce a mostrarsi come la donna innocente, costretta al matrimonio con un uomo che non la ama, ma per il quale lei prova affetto e preoccupazione. Neff sente immediatamente di essere colui che salverà la povera donna innocente dalla gabbia di un matrimonio infelice. L’uomo, quindi, finisce per allearsi con lei e concludere il suo progetto, escogitando l’omicidio in modo da poter usufruire della “doppia indennità” (da cui prende il nome il film) e ottenere ancora più denaro. Nel corso dei loro incontri Phyllis si fa sempre più misteriosa, mentre i suoi abiti iniziano a tingersi di nero, fino ad arrivare al momento in cui nasconderà i suoi occhi con un paio di grossi occhiali da sole scuri. La Stanwyck riesce perfettamente a trasmettere la discesa del personaggio nella malvagità, usando un’apparente innocenza per mascherare un atteggiamento impassibile e spietato. Persino durante l’interrogatorio successivo alla morte del marito Phyllis si mostra impassibile, mentre Neff inizia già a farsi prendere dall’angoscia di essere scoperto. L’ultimo incontro dei due avviene in una notte oscura e sarà fatale per entrambi: la donna usa nuovamente l’arma della cavigliera per sedurre l’uomo, ma ormai lui è deciso a sbarazzarsi di lei. Tuttavia, anche dopo la morte, Phyllis riesce a trascinare Neff nell’abisso, infatti poco dopo l’uomo verrà arrestato per l’assassinio.

    Ci teniamo a farvi notare come sia impressionante che un personaggio femminile sia stato costruito per essere così spietato: ciò che colpisce di più è l’estrema consapevolezza che ha la donna del suo fascino e di come riesca a controllarlo tanto da farlo diventare un’arma per raggiungere i suoi obiettivi. Probabilmente è proprio questo che riesce a confondere un uomo, la capacità di controllo che ha la donna sui caratteri che l’uomo stesso le ha associato per secoli. Anche se Phyllis muore, infatti, Neff non riesce a scamparla; e durante la sua confessione, lo sentiamo dire:“L’ho ucciso io, per denaro e per una donna. Non ho preso il denaro e non ho preso la donna.”

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