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  • Blow Up – Uno (strano) viaggio dell’eroe

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    Alcune modelle si trovano sul set di uno shooting fotografico, vestite con abiti stravaganti e circondate da grosse lastre di vetro scuro. Il fotografo incaricato di effettuare lo shooting non sembra essere particolarmente contento: le pose assunte dalle ragazze non gli piacciono, non ama il modo in cui i loro vestiti interagiscono tra di loro e con il set, persino le espressioni delle modelle sembrano infastidirlo. Anche quando gli scatti iniziano finalmente a moltiplicarsi pare esserci qualcosa che non va, che non funziona come dovrebbe, e il fotografo ne è consapevole. La sua vita è ormai un via vai di servizi poco impegnati, progetti mai portati a termine e sconforto generale verso la sua professione. Eppure sarà proprio la sua macchina fotografica a trascinarlo nell’esperienza più assurda della sua vita.

    Questo articolo contiene spoiler sul film in questione.

    Un giallo senza finale

    Thomas (David Hemmings), fotografo londinese un po’ scorbutico, passa le sue giornate tra un servizio fotografico di moda e la ricerca di ispirazione per il nuovo portfolio da realizzare. Dato il suo lavoro che gli permette di mantenere un tenore di vita più che dignitoso (del resto, gira per la città con una splendida Rolls Royce), Thomas non sembra essere soddisfatto. Non è più attratto dal mondo della moda e in generale è pervaso da un sentimento di insoddisfazione nei confronti della vita. Tuttavia, proprio mentre è alla ricerca di nuove immagini in giro per Londra, Thomas incontra una coppia di amanti in un parco e inizia a scattare loro delle fotografie nascosto tra gli alberi. Subito viene raggiunto dalla donna della coppia che gli chiede il rullino contenente le immagini e, al rifiuto del protagonista, si presenta l’indomani nel suo ufficio insistendo per avere le foto scattate al parco. Thomas naturalmente si insospettisce, consegna alla donna un rullino falso, e procede ad esaminare accuratamente le fotografie del giorno precedente effettuando anche numerosi ingrandimenti (blow-up, appunto). Inizialmente non sembra esserci nulla di strano, ma a Thomas non occorre molto tempo per fare una scoperta sconvolgente: tra i cespugli del parco, piccolo piccolo e in fondo, spunta il volto di un uomo che tiene distintamente in mano una pistola puntata sulla coppia. Che si trattasse di un tentato omicidio? Dov’era finito l’uomo? La pistola aveva sparato?

    L’eroe di Antonioni

    Il cosiddetto “viaggio dell’eroe” è considerato uno degli schemi narrativi più ricorrenti all’interno della tradizione del racconto. Si basa sul concetto di archetipo teorizzato da Jung, una figura che è sempre esistita e sta all’origine del gigantesco bacino culturale di conoscenze umane. Ognuno di questi archetipi si riflette all’interno dei personaggi del racconto, e forse quello dell’eroe è il più importante.

    L’eroe è colui che dà inizio alla storia, che sceglie di cambiare il proprio destino uscendo dalla monotonia del suo mondo e accettando di esplorare l’ignoto. La missione dell’eroe per raggiungere il proprio obiettivo (che sia fisico o meno) è costellata di continue sfide e incontri con alleati e nemici. Dopo il superamento della “grande prova” finale, l’eroe giungerà finalmente al proprio scopo e potrà decidere di tornare nel suo mondo (magari con una ricompensa).

    Antonioni non si allontana da questo schema e lo ripropone aggiungendovi la sua filosofia e il suo stile unico: Thomas è l’eroe della storia, anche se può sembrare atipico, e il suo scopo è la ricerca della verità. Qui il “passaggio della soglia”, momento in cui l’eroe sceglie di intraprendere la sua missione, è subito riconoscibile. Parliamo della scena in cui Thomas invita due modelle a casa, si diverte insieme a loro nello studio, fino a posare gli occhi su una delle fotografie sviluppate che aveva scattato al parco; è qui che si rende effettivamente conto che, nascosta tra i cespugli, si intravede una figura.

    L’eroe Thomas va quindi alla ricerca della verità, ma il destino si prende gioco di lui: recatosi di notte al parco il protagonista scopre il cadavere dell’uomo della coppia, tuttavia quando torna in studio tutti i negativi e le stampe ingrandite sono scomparsi, probabilmente rubati da qualcuno. Thomas si è sempre fatto beffe della realtà, ma ora tutto sembra ribaltarsi. Nemmeno l’amico Ron, quello che pensavamo fosse un alleato, aiuta il protagonista: lo trascina invece in un festino con alcune modelle da cui Thomas se ne andrà soltanto la mattina dopo, stordito e confuso. Non sapendo più cosa fare torna nuovamente al parco, stavolta con la macchina fotografica, ma il cadavere è ormai scomparso nel nulla.

    Non c’è soluzione all’omicidio, non c’è un colpevole, non c’è più nemmeno un cadavere.

    Il viaggio dell’eroe si conclude quindi apparentemente nel nulla, ma è un viaggio perfetto per la filosofia di Antonioni. Diffuso negli anni ’60 era infatti il pensiero che vedeva l’uomo come incosciente di fronte agli eventi della natura, un uomo che crede di conoscere perfettamente la realtà, sbagliando. La natura risulta indecifrabile e l’unica soluzione è accettare ciò che abbiamo davanti senza cercare sempre di far prevalere la ragione e la logica. Ecco spiegata anche la scena finale di Blow-Up, in cui Thomas si unisce ad alcuni artisti di strada (probabilmente mimi), intenti a giocare a tennis con una pallina che non esiste. Questa finisce al di là della rete del campo, uno dei mimi chiede al fotografo di restituirla e Thomas accetta di farlo. Se l’uomo non avesse accettato il suo ruolo nel mondo non avrebbe idea di dove andare a cercare la pallina. Eppure, è lì che la rilancia indietro.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Black Mirror: Loch Henry – Parliamo di True Crime

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    Il 15 giugno 2023 la sesta stagione di Black Mirror è apparsa su Netflix e sono stati necessari solo pochi giorni per far nascere numerosi dibattiti. La serie tv dai toni distopici e fantascientifici, inserita di diritto tra i migliori prodotti Netflix, non ha messo d’accordo tutto il suo pubblico come erano state in grado di fare le stagioni precedenti: ne abbiamo avuti di episodi che sono diventati iconici e che al solo nominarli fanno correre un brivido lungo la schiena (come dimenticare il trauma di Zitto e balla?). Questa sesta stagione, tuttavia, ha sollevato non poche perplessità, principalmente legate al fatto che la presenza della tecnologia è meno forte rispetto a ciò che era stato fatto negli anni passati; la pericolosità del progresso tecnologico e le sue conseguenze sui rapporti umani sono tematiche centrali all’interno di molte puntate della serie come Arkangel, lo struggente Torna da me o ancora Orso Bianco.

    Naturalmente la tecnologia riveste ancora un ruolo importante in questa sesta stagione, ma non si può non notare come questa venga messa maggiormente in secondo piano, in particolare in un paio di episodi. Loch Henry, seconda puntata della stagione, è uno di questi. Qui l’elemento “fantascientifico” è praticamente assente, ma la riflessione che ne scaturisce è quanto mai necessaria per l’epoca che stiamo vivendo.

    Un segreto nascosto in una videocassetta

    Davis e Pia, due giovani studenti di cinema, si recano nella cittadina di campagna scozzese di Loch Henry per visitare la madre vedova di Davis mentre sono di passaggio verso un altro luogo in cui devono girare un cortometraggio. La madre del ragazzo, Janet, accoglie subito il figlio e la ragazza nella propria casa mostrandosi gentile, disponibile e premurosa, tuttavia è da subito chiara l’atmosfera di disagio che si sta pian piano creando tra i tre. I piani della coppia vengono stravolti dal racconto di Stuart, amico d’infanzia di Davis, il quale informa Pia di una tragedia avvenuta nella cittadina molto tempo prima, causa dello scarsissimo turismo e del generale abbandono della zona. La storia è quella di Iain Adair, assassino responsabile della sparizione e della morte di una giovane coppia nel 1997; nel caso del killer era rimasto coinvolto anche il padre di Davis, uno dei poliziotti mandato ad arrestare Iain, suicidatosi appena prima di essere catturato dalle forze dell’ordine. La storia del serial killer è a dir poco terrificante, se aggiungiamo anche il fatto che aveva allestito nel proprio seminterrato una sorta di stanza delle torture dove rinchiudeva le vittime.

    Pia rimane subito colpita dalla vicenda e propone a Davis e Stuart di realizzare un film a riguardo, proposta accettata con entusiasmo dai due ragazzi che sperano di riportare un po’ di turismo a Loch Henry. Attratti dalla possibilità di realizzare un documentario true crime di successo, i tre ragazzi si mettono subito a lavoro recandosi immediatamente nella casa di Iain, rimasta ovviamente abbandonata ma in cui riescono a entrare senza molte difficoltà. Per filmare scelgono di usare la vecchia videocamera a nastro dei genitori di Davis sovrascrivendo delle videocassette su cui Janet aveva registrato una serie tv poliziesca. Proprio grazie a questa scelta, è Pia a scoprire un segreto inconfessabile: alla fine di una delle videocassette si trovano infatti dei filmati che mostrano Iain nella sua sala delle torture insieme a entrambi i genitori di Davis, complici dei suoi crimini e responsabili anche loro della morte di otto persone. Ed è qui che la realtà colpisce i protagonisti, entusiasti di rivangare una storia del passato che nasconde ancora dettagli molto pericolosi.

    Critica al “mercato” del True Crime?

    Non trovate che sia divertente rilasciare un prodotto che muove una critica sprezzante al “mercato” del true crime proprio su una delle piattaforme che più vi marcia sopra? Netflix ha forse una delle raccolte di documentari true crime più vaste che si siano mai viste su una piattaforma streaming, e continua a crescere ogni anno (se non ogni mese). Loch Henry è una storia che prima di tutto mette in guardia sui rischi nel cercare di scoprire un passato scomodo per quanto affascinante. Tutto ciò che accade all’interno della nostra storia è causato dall’incapacità dei protagonisti di fermarsi davanti a un limite: non dimentichiamo che in una scena parlano addirittura di trasformare la vecchia casa di Iain in un’attrazione per turisti sul modello di una “casa degli orrori”. Un luogo dove delle persone hanno subito violenze orribili e sono state brutalmente assassinate trasformato in una specie di parco giochi? Forse una delle idee più macabre che possano mai venire in mente. Davis, Pia e Stuart scelgono di rivangare il passato a qualunque costo, cercando ogni minimo particolare che possa dare quel tocco in più alla loro storia, dimenticandosi alla fine che stanno parlando di persone reali. C’è sempre un enorme rischio nel “riportare in vita i morti”, soprattutto se si finisce con lo scoprire qualcosa di tanto terribile come il coinvolgimento dei proprio genitori in crimini tanto brutali quanto perversi. E forse l’incidente d’auto che i giovani hanno a un certo punto dell’episodio vuole proprio essere un avvertimento; è lo stesso padre di Stuart, l’unico a sapere la verità ma troppo spaventato per parlare, a tentare di distogliere l’attenzione dei ragazzi da questa storia. Ma la loro curiosità ha il sopravvento e avrà un costo troppo grande.

    Esattamente come i tre ragazzi, il mercato del true crime non si ferma davanti a nulla: recentemente abbiamo avuto la controversa Serial Killer Exhibition a Milano, una mostra dedicata interamente agli assassini seriali più famosi della storia, in cui come souvenir era possibile acquistare oggetti con volti o riferimenti ai killer. Quanto può essere inquietante recarsi a casa di un amico e vedere sul tavolo della cucina una tazza con il “candido” volto di Ted Bundy stampato sopra?

    O ancora, la miniserie su Jeffrey Dahmer prodotta proprio da Netflix che ha ricevuto non poche critiche per via di come sono state trattate alcune vicende o come è stato posto davanti al pubblico il personaggio del protagonista. Non è una novità sapere che esistono persone che idolatrano i serial killer più famosi, perché carismatici e allo stesso tempo inquietantemente affascinanti. Ed ecco che tutte le persone le cui vite sono state segnate per sempre o sono state brutalmente interrotte passano piano piano dietro le quinte, vengono seppellite sotto la fama dei loro carnefici e quasi nessuno ricorda i loro nomi. Alla fine di Loch Henry, Davis riceve un BAFTA per il documentario da lui prodotto su Iain Adair, eppure non sembra felice nonostante sia palese che il cinema è letteralmente la sua intera vita. Ma un premio potrà mai riportargli indietro tutto ciò che ha perso? 

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • [REC] e [REC] 2 – Pablo, non smettere di riprendere, qualsiasi cosa accada

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    L’articolo contiene spoiler sulle pellicole in oggetto

    Il found footage (“filmato ritrovato”) è uno degli espedienti più utilizzati nel genere horror per concedere estremo realismo alla storia che si vuole raccontare. L’idea di assistere a filmati reali che sono stati poi ritrovati e riproposti in forma di film sicuramente contribuisce non poco a suggestionare lo spettatore e, di conseguenza, a inquietarlo. Come dimenticare la geniale campagna marketing per The Blair Witch Project (1999), uno dei primi film di grande successo a utilizzare l’espediente del filmato ritrovato dando il via a un vero e proprio filone vivo e prolifico ancora oggi: i giovani protagonisti della caccia alla strega di Blair vennero presentati al pubblico come persone realmente scomparse, e solo qualche anno dopo divenne chiara la natura di finzione dell’intero progetto. The Blair Witch Project ha aperto una strada a centinaia di opere simili, alcune un po’ meno riuscite di altre, ma a detta di molti nessuno è riuscito a battere il breve ma estremamente disturbante film del ’99. O forse qualcuno ce l’ha fatta.

    L’inferno in un attico a Barcellona

    La saga di [REC], nata nel 2007 dalle menti di Jaume Balagueró (Mientras duermes, Fragile) e Paco Plaza (Verónica) conta tuttora quattro capitoli, ma in questa sede è opportuno tenere presente solamente i primi due film del franchise: soltanto questi, infatti, sono girati utilizzando la tecnica del mockumentary, mentre [REC]3 Génesis e [REC]4 Apocalipsis la abbandonano subito per passare a un sistema di ripresa cinematografica “tradizionale”. [REC] e [REC]2 sono inoltre strettamente legati data la continuità diretta della storia che viene raccontata al loro interno; il finale del primo film viene ripreso all’inizio del secondo, in modo da far andare avanti la narrazione nel modo più naturale possibile.

    La nostra storia comincia con la reporter Angela Vidal, che insieme al collega cameraman Pablo (interpretato dal direttore della fotografia Pablo Rosso) è intenta a girare un episodio di un programma tv in cui la troupe televisiva segue vari lavoratori nei loro turni di notte, in questo caso una squadra di vigili del fuoco. Angela e Pablo esplorano la stazione dei pompieri cercando di strappare qualche veloce intervista, ma la sirena interrompe quasi subito il loro giro: c’è un’emergenza in un edificio nel centro di Barcellona ed è necessario soccorso. Angela e Pablo, in compagnia dei due pompieri Manu e Alex, raggiungono la destinazione in pochi minuti ed è subito chiaro che qualcosa non va. Tutti gli inquilini del palazzo sono nell’atrio, in preda alla confusione più totale, mentre la polizia è già arrivata per indagare su un appartamento al primo piano da cui provengono delle urla disumane. La telecamera segue gli uomini su per le scale e poi nell’appartamento alla ricerca dell’anziana proprietaria: «non smettere di registrare, Pablo, riprendi tutto» intima Angela al collega. Poco dopo appare la signora Izquierdo, ricoperta di sangue dalla testa ai piedi, che in preda a un’inspiegabile aggressività attacca uno dei poliziotti ferendolo a morsi alla gola.

    Mentre tutti tornano al piano di sotto per cercare di salvare l’uomo che sta perdendo decisamente troppo sangue, ecco che la situazione precipita definitivamente: l’intero palazzo viene messo in quarantena per via di un virus sconosciuto, nessuno potrà più uscire di lì, neanche i poliziotti. Ci troviamo davanti a degli infetti simil-zombie assetati di sangue, nascosti chissà dove e dai quali non è possibile scappare. Angela e Pablo prendono così un’importante decisione, riprendere quanto più possibile di ciò che succede nell’edificio in modo che tutti possano sapere cos’è accaduto realmente. La ricerca sull’origine dell’infezione e di una possibile via di fuga costerà la vita a molti dei personaggi, finché alla fine del film Angela e Pablo si ritrovano nell’attico del palazzo, a detta degli inquilini disabitato da tempo. Dicono il contrario, tuttavia, la miriade di oggetti disseminati sui mobili e le centinaia di ritagli di giornale e fotografie attaccati alle pareti: tutti parlano o della stessa storia, una bambina portoghese di nome Tristana Medeiros che si crede essere posseduta da qualcosa di terrificante che sembra essere anche contagioso. Nessuno sa che la povera Tristana è chiusa lì dentro da anni e il suo male non è mai stato debellato.

    Sarà nel sequel [REC]2 (2009) che si inizierà a esplorare ulteriormente la natura del contagio, oscillando costantemente tra la sfera del paranormale e quella scientifica. Tristana, posseduta e impossibile da controllare, venne affidata a un funzionario del vaticano incaricato di isolare la fonte psico-fisica della possessione: si tratta a tutti gli effetti di un curioso mescolamento tra scienza e religione nella forma di una “possessione contagiosa”. Qui la videocamera di Pablo è fuori uso, ma ora nel palazzo abbiamo una squadra di forze speciali armate di bodycam: anche loro non hanno intenzione di smettere di registrare, qualunque cosa accada nell’edificio. Insieme a loro c’è Owen, medico/prete incaricato di localizzare Tristana e recuperare un campione del suo sangue per poter sintetizzare una cura. È proprio nella ricerca del “paziente zero”, che la squadra si imbatte in Angela, sopravvissuta senza troppi problemi all’incubo che l’ha travolta. O così pare.

    Uno dei must-see per chi ama il genere

    La saga di [REC] è stata per lungo tempo sottovalutata dai cinefili: non è facile per un horror in lingua spagnola affermarsi nel mondo in competizione con tutti i prodotti che sforna Hollywood ogni anno. Certo, c’è da dire che il terzo e il quarto capitolo della saga sono di gran lunga peggiori rispetto ai primi due che ancora oggi riescono a disturbare e spaventare gli spettatori pur non facendo uso di effetti visivi esagerati. Infatti, la CGI è quasi completamente assente da [REC] e [REC]2, sono gli effetti pratici e il trucco a farla da padroni e un po’ di computer grafica è stata utilizzata soltanto per le scene più complesse da realizzare come il momento in cui viene avvicinato un crocifisso al sangue di Tristana che prende immediatamente fuoco. Le sessioni di trucco per gli zombie duravano ore, anche per i bambini, e tutto il duro lavoro ha dato i suoi frutti: in [REC]2 Owen è costretto a praticare una sorta di esorcismo su un ragazzo infetto e l’attore Jonathan Mellor ha dichiarato di essere stato particolarmente disturbato dal trucco e dall’interpretazione del giovane, tanto da dover ricontrollare spesso le battute che continuava a dimenticare. Fino alle sette ore di trucco poi per realizzare il personaggio di Tristana Medeiros, interpretata da uno dei volti più noti dell’horror contemporaneo, Javier Botet.

    Il realismo era l’obiettivo principale dei due registi Balagueró e Plaza, che per interpretare la protagonista Angela hanno scelto Manuela Velasco, una vera reporter e presentatrice televisiva spagnola, alla quale è stato chiesto di essere il più naturale possibile durante le riprese, come se stesse svolgendo il suo lavoro di sempre. Anche i pompieri non sono attori professionisti (ad eccezione dei due principali Manu e Alex, interpretati rispettivamente da Ferrán Terraza e David Vert), così come le ragazze del centralino che vediamo all’inizio mentre cercano di nascondersi alla telecamera, una reazione che chiunque non abituato ai riflettori potrebbe avere. Balagueró e Plaza decisero addirittura di non consegnare a tutti gli attori una vera sceneggiatura; a tutti gli effetti in pochi sapevano cosa stava per succedere o da dove sarebbe arrivato il prossimo zombie, era necessario che le reazioni dei personaggi fossero il più possibile naturali e spontanee.

    Un altro problema che i registi hanno dovuto affrontare riguarda la questione del “giustificare” il found footage, dare una spiegazione al perché non si finisce mai di riprendere le scene, anche in situazioni di estremo pericolo. In [REC] è la stessa Angela a spiegarci tutto: dato che il palazzo è stato completamente sigillato in quarantena è loro dovere continuare a riprendere così che tutti all’esterno possano sapere la verità. Similmente, in [REC]2 è uno dei poliziotti protagonisti a dirci pressoché la stessa cosa: sono impegnati in una missione importante e non bisogna smettere di riprendere, a qualunque costo. Tutti questi piccoli accorgimenti concedono un realismo notevole al film, che in pochi sono riusciti a riprodurre così fedelmente negli anni a venire. La ciliegina sulla torta sono poi le scene al buio dove viene utilizzato il faretto della videocamera o la visione notturna, chiaro omaggio al terrificante finale di The Blair Witch Project.

    Perché ci piace l’horror found footage?

    Il mockumentary è sicuramente una delle categorie interne al genere horror che ha più successo, o per lo meno quello che attira più pubblico e dibattiti. A partire da Cannibal Holocaust (1980), il primo effettivo film in found footage della storia, l’espediente del nastro o della videocassetta ritrovata in luoghi oscuri contenente immagini ancora più spaventose continua a macinare pubblico e a sfornare prodotti sempre diversi. Alcuni sono dei piccoli capolavori, come la saga spagnola qui sopra, altri non riescono nel loro intento e finiscono per sfociare nel ridicolo, grosso rischio da evitare se si vuole impressionare lo spettatore. La suggestione è l’elemento chiave per il successo di questi film, la cui pretesa di realismo deve riuscire il meglio possibile.

    Ma come mai il pubblico li ama così tanto? La questione è sempre la stessa, la loro capacità di esorcizzare le paure più profonde, che già nell’horror “classico” vengono affrontate, ma in questo caso il contatto con la realtà diventa molto più diretto. Le vicende che avvengono sullo schermo vengono presentate come reali e per quel paio d’ore di film lo spettatore arriva quasi a convincersi di ciò: basta pensare alla “psicosi” collettiva scoppiata in seguito al rilascio del film Antrum (2018), il cui mini documentario abbinato attribuisce alla pellicola una sorta di maledizione che colpisce chiunque osi guardarla. Se il film è realizzato usando i giusti accorgimenti, il pubblico si convince di star guardando realmente un filmato recuperato chissà dove da chissà chi che ha ben pensato di trasformarlo in un’opera cinematografica. Eppure, una volta arrivati ai titoli di coda, capiamo subito di essere stati ingannati e che tutto quanto era frutto di un’ottima messa in scena. Sta proprio qui l’unicità e il fascino dell’horror in found footage, l’inganno che riesce a tendere sullo spettatore in cui, pur non volendo, è impossibile non cascarci con tutte le scarpe.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Effetti speciali – Gli ultimi sviluppi tra Italia ed estero

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    La macchina da presa attaccata alla gru si muove sul binario ricoperta da un grosso involucro di plastica; lì di fronte un gigantesco sommergibile illuminato da una potente luce bianca dall’alto, schizzi d’acqua investono la scena; si sta girando una panoramica su una battaglia in mare all’ultimo sangue.

    Un importante caso italiano

    Comandante, diretto da Edoardo De Angelis, racconta la storia di un eroe dimenticato, Salvatore Todaro, ufficiale a comando del sommergibile “Cappellini” durante la Seconda Guerra Mondiale. Nell’ottobre del 1940, in mezzo all’oceano Atlantico, l’equipaggio di Todaro viene coinvolto in uno scontro a fuoco con un mercantile belga, che viene affondato poco dopo; il comandante italiano, secondo la legge del mare, prende la coraggiosa decisione di salvare e accogliere i naufraghi condannati a morte certa, per portarli nel primo porto sicuro (Santa Maria delle Azzorre). Comandante (di cui abbiamo parlato anche nell’intervista a uno dei suoi protagonisti, Lorenzo Frediani), oltre a trattare una storia italiana di cui non si è mai parlato abbastanza, ha un grande merito: essere la prima produzione cinematografica italiana a coinvolgere attivamente i tecnici degli effetti speciali sul set durante le riprese, in modo da permettere agli addetti della post-produzione di avere subito un’idea di come sarebbe stata la scena una volta completata. Gli effetti speciali hanno avuto un ruolo profondamente importante nella lavorazione del film, tanto che è stato ricostruito interamente e a grandezza naturale il sommergibile “Cappellini”, che per girare alcune scene è stato posizionato in mare a largo di Taranto. Questa particolare modalità di svolgere le riprese con il coinvolgimento dei tecnici degli effetti visivi si è rivelata un caso unico nel nostro Paese, ma quanto mai importantissimo (e necessario) per lo sviluppo di questo settore della produzione cinematografica.

    L’alternativa estera: la saga di Avatar

    Se in Italia stiamo ancora lavorando all’inclusione dei tecnici sul set e allo sviluppo degli effetti visivi, non si può dire altrettanto riguardo la situazione all’estero. Uno dei casi più eclatanti riguarda la fortunata saga di Avatar, iniziata con il primo film del 2009, poi proseguita con un primo sequel nel 2022 (Avatar 2 – La via dell’acqua) e destinata ad avere almeno altri due capitoli entro i prossimi anni. È stato proprio nel 2009, quando James Cameron ha presentato per la prima volta il suo più grande progetto al pubblico, che si è avuta un’importante conferma della validità  artistica degli effetti speciali: realizzare un film totalmente in digitale non sembrava più un pensiero folle. Per realizzare questo primo capitolo della saga ci sono voluti anni: nel 2006, dopo aver conosciuto i progressi della computer grafica, James Cameron ha deciso di concentrarsi sul progetto ambizioso di realizzare un film fantascientifico ambientato su un pianeta alieno completamente in digitale e in tre dimensioni. Circa il 60% del film è composto da elementi virtuali, il restante da elementi in live-action: le riprese, iniziate nel 2007, hanno visto gli attori del film recitare e muoversi ricoperti di speciali tute per la cosiddetta “motion capture”, una tecnica usata per rilevare movimenti ed espressioni degli attori in modo da costruirvi intorno il personaggio e la scena in digitale. Nonostante una lavorazione del genere abbia impiegato anni, il successo incredibile del film ha convinto Cameron ad andare avanti con il progetto.

    Tredici anni dopo, nel 2022, esce Avatar 2 – La via dell’acqua, un film se possibile ancora più ambizioso del predecessore. Le tecniche utilizzate per il primo capitolo della saga sono state riprese e accompagnate da scene girate sott’acqua, per cui gli attori hanno dovuto imparare a trattenere il fiato a lungo e per cui è stata appositamente sviluppata la motion capture nell’acqua, mai realizzata prima d’ora. Anche i meravigliosi scenari e le suggestive ambientazioni di Pandora sono stati creati unendo insieme inquadrature reali e virtuali, per cercare di raggiungere un’immagine il più vicino possibile alla percezione dell’occhio umano.

    I due film successivi, terzo e quarto capitolo della saga, sono  tuttora in lavorazione: lo stesso Cameron ha infatti affermato più volte l’importanza di dover girare rapidamente soprattutto per via degli attori molto giovani. Avatar 3 pare essere addirittura già completo, con un durata di nove ore, e attende soltanto gli effetti visivi prima di procedere con il montaggio finale.

    Un’altra rivoluzione: lo Stagecraft

    Un’altra tecnica rivoluzionaria sviluppata negli ultimi anni sul set della serie The Mandalorian e poi adottata in diversi altri prodotti è il cosiddetto Stagecraft, che consiste in una riproduzione virtuale sul set degli effetti visivi. L’idea dello Stagecraft è che gli attori e i set siano circondati da pareti video ad alta definizione su cui vengono proiettati gli sfondi della scena, in sostituzione dei classici green screen in cui il tutto viene realizzato in post-produzione. Gli sfondi 3D sono inoltre dinamici e cambiano la scena in tempo reale in base ai movimenti di camera. Le immagini proiettate risultano così essere delle ricostruzioni convincenti dell’universo che verrà poi creato e mostrato dopo la post-production, e permettono una maggiore immersività degli attori nella scena. Questa tecnica necessita chiaramente di un grande lavoro sulla CGI e sugli sfondi realizzati con riprese reali già in fase di pre-produzione.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Recensione Renfield – Un Dracula più splatter che mai

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    Di tutti i mostri classici della Universal Dracula è sicuramente quello che ha ricevuto più amore dal pubblico (e altrettanti remake, alcuni meno belli di altri). La performance di Bela Lugosi nei panni del Conte nel 1931 ha posto le basi per la creazione di un’iconografia unica del personaggio, così come l’adattamento non proprio autorizzato del romanzo originale che realizza Murnau nel ’22. È poi arrivato Francis Ford Coppola, che nel 1992 è riuscito ad aggiungere quel qualcosa in più a un personaggio già praticamente perfetto, e di questo non possiamo che riconoscere il merito.

    Certo, l’idea di reinterpretare il racconto di Bram Stoker (pubblicato per la prima volta quasi centotrenta anni fa) in chiave moderna con una buona dose di comicità non è arrivata solo adesso. Già nel 1995 Mel Brooks ci aveva regalato una propria visione esilarante del personaggio di Dracula col volto di Leslie Nielsen in Dracula morto e contento. Pochi giorni fa è arrivato anche in Italia Renfield, in cui il regista Chris McKay ci propone l’ennesima rivisitazione della figura del conte più famoso al mondo. La storia mette al centro il personaggio di R. M. Renfield che all’epoca dell’uscita del romanzo non venne proprio compreso e apprezzato come avrebbe meritato. Renfield è un malato mentale, ricoverato al manicomio di John Seward, ossessionato dal nutrirsi di insetti e animali vari, con l’obiettivo di ingerire un numero sempre più alto di anime e quindi “allungare la propria vita”. Quando il Conte arriva a Londra, l’uomo ne diventa servo e inizia a venerarlo come un dio.

    Che dire di Renfield? Un’ora e mezzo di puro intrattenimento e follia splatter, con un Conte Dracula che funziona a meraviglia (chissà se Bela Lugosi avrebbe apprezzato la visione), sia nel rapporto con Renfield sia da solo. Nel complesso, tuttavia, non si può non notare che il film presenta alcuni punti un po’ pericolanti.

    Renfield e Dracula in una relazione tossica

    Servo fidato del Conte per quasi un secolo, Renfield (Nicholas Hoult) è ormai stanco di vivere alle dipendenze di Dracula (Nicolas Cage), talmente narcisista e pieno di sé da risultare immediatamente simpatico appena compare sullo schermo. Nella New Orleans dei giorni nostri, Renfield frequenta di nascosto un gruppo di supporto in cui le persone possono parlare e confrontarsi in merito alle proprie relazioni complicate, grazie a cui capisce di doversi allontanare da Dracula per poter essere libero e vivere la vita normale che desidera. Tuttavia non è affatto facile rompere il loro rapporto di co-dipendenza che ci viene mostrato come una vera e propria relazione tossica, in cui la parte dominante manipola costantemente la parte sottomessa, convincendola a restare nonostante i continui abusi. La storia di Renfield alla ricerca del coraggio di staccarsi da Dracula si intreccia poi a quella di Rebecca (Awkwafina), una giovane agente di polizia che porta avanti l’obiettivo di ripulire la città di New Orleans dai traffici criminali della famiglia Lobo.

    Non credo che ci si sarebbe mai aspettati di vedere una rappresentazione abbastanza accurata di cosa significa vivere una relazione tossica all’interno di un film su Dracula. Ma d’altra parte come si potrebbe rappresentare il narcisista patologico meglio che con un vampiro? C’è da dire che questo elemento della trama per certi versi così sorprendente a volte finisce per cozzare con il tono generale del film, che chiaramente non si prende quasi mai sul serio. La coppia Renfield-Rebecca poi, pur regalandoci alcune delle scene d’azione più spettacolari, risulta decisamente più debole rispetto alla coppia Renfield-Dracula, dove entrambi gli attori dimostrano di avere una chimica incredibile.

    Il Dracula di Nicolas Cage finisce inevitabilmente per rubare la scena a tutti i personaggi, anche grazie a un’estetica praticamente perfetta, inquietante, intimidatoria e disturbante al punto giusto. Cage si è sicuramente divertito moltissimo a interpretare il Conte, sopra le righe in modo assurdo ma proprio per questo simpaticissimo (certo, in questo caso cerchiamo di ignorare accuratamente il fatto che si nutre di esseri umani). Il casting di Cage è stato fortemente voluto dalla produzione, per via della sua somiglianza fisica con il Bela Lugosi degli anni ’30. Davvero interessante, infatti, la scelta di presentare il film come una sorta di “sequel” al Dracula del 1931, azzardata forse ma in questo caso riuscita.

    Amore per lo splatter

    Il film inizia col botto e mette subito le mani avanti facendoci vedere le prime di tantissime scene gustosamente splatter. Il film è vietato infatti ai minori di quattordici anni e sicuramente per un buon motivo. Ideatore della storia è Robert Kirkman, autore della fortunata serie a fumetti The Walking Dead, divenuta dal 2010 una serie televisiva a cui ha lavorato anche lo stesso fumettista. Sicuramente l’esperienza con gli zombie ha ispirato Kirkman nella realizzazione di questo Dracula e lo si vede in moltissime scene. I momenti gore risultano molto comici e divertenti, sebbene non sempre le scene d’azione riescano a risultare interessanti: sì, vedere braccia che vengono staccate e usate come arma è esilarante, ma non si raggiungono livelli più alti. La regia di McKay è buona, non particolarmente ispirata, ma fa il suo lavoro all’interno di un film che è stato chiaramente costruito a partire dai personaggi e in funzione di essi.

    Nel complesso, Renfield è un buon film d’intrattenimento, ricco di combattimenti e scene splatter che fanno spuntare un sorriso. E se ancora non siete del tutto convinti, sappiate che ne vale la pena anche solo per un’ora e mezza di questo Nicholas Cage così in forma.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Gli antieroi del noir – Il caso Humphrey Bogart

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    Nel 1941 John Huston dirige e porta nei cinema statunitensi un film tanto semplice quanto fondamentale per quello che sarà il futuro dell’industria hollywoodiana: Il mistero del falco, detective movie sulla ricerca di una preziosa statuetta perduta, è oggi indicato come il punto di partenza del fenomeno del film noir.

    Quello che si potrebbe a un primo impatto classificare come genere cinematografico è in realtà un insieme molto più complesso di atmosfere, risvolti narrativi, scelte estetiche, tipi di personaggi le cui caratteristiche riflettono da vicino ciò che la società statunitense stava vivendo nel secondo dopoguerra. La fine del conflitto mondiale e il successivo inizio della Guerra Fredda avevano generato un clima di angoscia e paranoia in cui la sfiducia verso il prossimo e il senso di abbandono dell’individuo la fanno da padrone. L’ambiente urbano dei bassifondi metropolitani diventa il luogo protagonista del noir, perfetto per enfatizzare un clima di pessimismo generale e disillusione; i personaggi che interagiscono in questo ambiente possiedono esattamente le stesse caratteristiche, personalità solitarie e oscure che spesso non nutrono speranze nei confronti di un futuro. Non è difficile trovare un collegamento con la tradizione cinematografica precedente dei cosiddetti gangster movies molto in voga negli anni ’30, in cui sullo schermo è protagonista la vita dei criminali nei bassifondi cittadini.

    Spesso si tende ad identificare il noir con il poliziesco o con il detective movie, eppure non si potrebbe fare un errore più grande: il noir non appartiene a un genere preciso, si tratta di un’estetica in grado di abbracciare, se vogliamo, l’intero sistema di generi cinematografici, dal thriller alla commedia. Cos’è Chi ha incastrato Roger Rabbit? se non una perfetta parodia dei film noir?

    Rivoluzione linguistica

    Il passaggio dal gangster movie al poliziesco durante il secondo dopoguerra porta con sé dei cambiamenti profondi, sia per quanto riguarda i personaggi che, incredibilmente, per la lingua parlata sullo schermo. Gli anni ’40 per gli Stati Uniti rappresentano un periodo di cambiamenti notevoli che andranno a influenzare il futuro della produzione artistica e soprattutto cinematografica. Il gangster movie e il noir contribuiscono pian piano alla nascita e al perfezionamento di un nuovo linguaggio parlato, che in breve tempo si afferma sullo schermo e diventa a tutti gli effetti “istituzionale”. È un parlato molto più moderno rispetto al passato, appartenente agli ambienti cittadini (underground) della East Coast, strettamente a contatto con i flussi migratori; è un linguaggio che fa capo a quella generazione di immigrati del secondo dopoguerra che negli Stati Uniti hanno trovato la loro fortuna. Anche l’uso massiccio dello slang sullo schermo è espressione di una certa cultura della metropoli che si stava trasformando e affermando come fondamentale all’interno della società e del patrimonio culturale statunitense. In gran parte dei casi si parla di un linguaggio crudo e senza troppi fronzoli, a volte freddo ed esternamente diretto, così come lo sono i personaggi che lo parlano.

    Humphrey Bogart e Lauren Bacall in “Il grande sonno”

    L’antieroe Humphrey Bogart

    Nel noir non c’è spazio per gli eroi. I personaggi che popolano i bassifondi cittadini dove le ombre nascondono sempre qualche pericolo riflettono l’oscurità degli ambienti: sono uomini (e donne) solitari, cinici, opportunisti, che non si fanno scrupoli per raggiungere i loro obiettivi. In poche parole, si parla di antieroi che non portano avanti nessun valore sociale, ma agiscono esclusivamente per un proprio interesse. Al pubblico dell’epoca piace immergersi in un’atmosfera cupa e misteriosa in cui regnano il pessimismo e lo sconforto, così come adora ritrovarsi nei panni di personaggi disillusi, tristi, che non nutrono più speranze verso il futuro. L’antieroe difficilmente si abbandona alle storie sentimentali che andavano in voga nel passato: le donne imparano a sopravvivere in una società fatta di angoscia e paranoia e diventano anche loro personaggi oscuri, femme fatale in grado di uccidere pur di raggiungere i propri scopi (esattamente come l’iconica Phyllis di Double Idemnity) Non c’è spazio neanche per la fiducia reciproca in questo mondo: nessuno può sfuggire ai sospetti, così come all’inizio della Guerra Fredda chiunque poteva essere un nemico fino a prova contraria.

    Rick: Don’t you sometimes wonder if it’s worth all this? I mean what you’re fighting for.

    In questo panorama cinematografico spiccherà presto una figura che diventerà un vero e proprio modello per l’intero filone, lo statunitense Humphrey Bogart. Grazie alla sua interpretazione dell’investigatore Sam Spade in Il mistero del falco, Bogart dona al mondo del cinema una vera e propria immagine di esempio per i protagonisti dei noir che verranno. Spade è un uomo che agisce in solitaria, che si muove lungo il mistero della statuetta perduta seguendo i propri metodi (a volte poco ortodossi), e che non si separava mai dall’impermeabile logoro o dalla sigaretta accesa all’angolo della bocca. La freddezza e il cinismo del personaggio di Bogart affascina irrimediabilmente le controparti femminili con cui interagisce sullo schermo, così come rapisce il pubblico americano degli anni ’40.

    La fortuna di Bogart lo porterà ad essere protagonista di oltre trenta film lungo tutto il decennio, ma forse quello che è rimasto più impresso nella storia è il ruolo di Rick in Casablanca, diretto da Michael Curtiz. Il film del ’42 era stato girato con un budget estremamente ridotto e basandosi su una sceneggiatura che era stata più volte rimaneggiata da molti e a tratti sembrava confusionaria e quasi incomprensibile; nonostante ciò Casablanca farà letteralmente innamorare il pubblico, porterà a casa tre statuette agli Oscar (tra cui come miglior film) e frutterà a Bogart una candidatura come miglior attore protagonista. Casablanca è diventato un classico del cinema di tutti i tempi, che ancora oggi viene citato e, naturalmente, parodiato in ogni modo possibile. Il ruolo del protagonista Rick venne letteralmente cucito addosso a Bogart («è stato scritto per lui» affermò il produttore Wallis), che in quello smoking bianco col farfallino nero dà la migliore interpretazione possibile di un uomo disilluso ed estremamente cinico, in fuga dal suo passato e che pensa soltanto a sopravvivere come può. Il solo evento che riesce a destabilizzarlo è l’incontro con Yvonne (interpretata da Ingrid Bergman), probabilmente l’unica donna ad essere stata in grado di fargli perdere la testa e che l’ha abbandonato anni prima apparentemente senza motivo.

    Bogart nel ruolo di Rick in “Casablanca”

    Yvonne: Where were you last night?

    Rick: That’s so long ago, I don’t remember.

    Yvonne: Will I see you tonight?

    Rick: I never make plans that far ahead.

    Rick in un primo momento si comporta in modo molto distaccato nei confronti della donna, poi pare concedersi a lei, nel ricordo dei tempi passati in cui i due amanti vivevano felici a Parigi prima dell’occupazione nazista. Tuttavia, nel cuore dell’uomo non c’è più spazio per i sentimentalismi e quel ritorno di fiamma è talmente breve da sembrare quasi un sogno fugace. Rick ormai vive soltanto per se stesso, il cinismo lo sta divorando ma è anche ciò che gli permette di sopravvivere e che lo rende così incredibilmente affascinante ancora oggi.

    Grazie all’interpretazione di Bogart cambia drasticamente il modo in cui la società americana percepisce la bellezza maschile: l’eroe è oramai passato di moda, mentre il fascino dell’uomo freddo e disilluso in un mondo fatto di mistero e sospetto costante è ciò che rapisce irrimediabilmente il pubblico dell’epoca. Si può dire che sia stato proprio Humphrey Bogart a definire e fare la fortuna del tipico antieroe noir? Non possiamo affermarlo con certezza, ma la sua icona sarà davvero difficile da dimenticare.

    E, comunque, Bogart sarebbe davvero un ottimo nome da dare a un gatto nero.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE – TRA MADRE E FIGLIA

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    Può il complesso concetto di multiverso e tutto ciò che ne deriva diventare una gigantesca metafora del burrascoso rapporto tra una madre e la propria figlia? I Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) ci hanno risposto con uno dei film più sorprendenti, emozionanti e premiati dell’anno, il “cinecomic atipico” Everything Everywhere All At Once. Uscito in Italia ormai a ottobre dello scorso anno, il film è tornato in alcune sale negli scorsi giorni proprio per via dei numerosi riconoscimenti avuti ai Golden Globe 2023 e grazie alle numerosissime nominations agli Oscar. Ammirarne la bellezza in sala è sicuramente la scelta migliore viste le spettacolari scene d’azione di cui il film è pieno, arricchite da ambientazioni fantastiche e costumi affascinanti già premiati in diverse occasioni. Si è parlato di come il film possa essere una valida “alternativa” ai cinecomic made in Marvel, e va detto che molti fan della casa supereroistica hanno apprezzato l’opera dei Daniels, soprattutto perché hanno potuto ridere a delle battute effettivamente divertenti (scusami tanto, Thor!). In questa sede non è necessario dilungarsi a parlare di come Everything Everywhere All At Once riesca a divertire, intrattenere con delle storie incredibili e toccare profondamente il cuore del suo pubblico; per questo esiste già la nostra recensione.

    Ciò su cui è interessante concentrarsi è il difficile rapporto madre-figlia che i Daniels ci mettono davanti agli occhi, le sue implicazioni psicologiche e i rimandi a quel frammento di vita che molte figlie hanno vissuto in relazione alle proprie madri.

    EVELYN E JOY TRA MULTIVERSI E PSICOLOGIA

    Protagonista di Everything Everywhere All At Once è Evelyn (Michelle Yeoh), immigrata cinese che gestisce una lavanderia negli Stati Uniti insieme al marito Waymond (Ke Huy Quan). La vita di Evelyn e la sua situazione familiare non stanno procedendo bene: la lavanderia è sotto un severissimo controllo da parte del fisco, Waymond vorrebbe un divorzio, sua figlia Joy (Stephanie Hsu) le ha appena presentato la propria ragazza e vorrebbe che la madre accettasse il suo essere lesbica. Durante un colloquio presso l’ufficio tributi statunitense, Evelyn entra in contatto con una versione alternativa del marito che le spiega come l’intero multiverso sia sotto la minaccia di Jobu Tupaki, una versione alternativa di Joy divenuta malvagia e potente, in grado di manipolare la materia e distruggere qualsiasi cosa. Jobu Tupaki altro non è che la personificazione del rapporto conflittuale che c’è tra Evelyn e Joy, soprattutto durante un periodo così complesso come l’adolescenza. L’atteggiamento “ribelle” della figlia viene reso palese da come la madre reagisce in sua presenza, da come cerca costantemente di ricordarle che il nonno è un tradizionalista, che non accetterebbe mai una nipote così diversa dal “normale”. Ogni discorso è un modo per camuffare il fatto che la prima a non comprendere la figlia è proprio la madre stessa, colei che l’ha messa al mondo e le ha donato la tenacia, la curiosità, il coraggio, ma anche la testardaggine.

    In psicologia, il conflitto generazionale madre-figlia viene spiegato e analizzato grazie alla psicoanalisi freudiana, per la quale tutto si riconduce alla primordiale castrazione (o paura di essa) di cui soffre ogni essere umano. La bambina scopre la propria castrazione e indica come assoluta colpevole la madre, responsabile di averle portato via qualcosa, di averla “castrata”; dal lato opposto, la madre vede nella figlia uno sbocciare di femminilità fresca, innocente, talmente meravigliosa da generare un’invidia inconscia. Nella maggior parte dei casi, questo comportamento finisce per riflettere ciò che la madre ha subito durante la propria crescita dalla propria genitrice, creando un circolo vizioso, un costante ricambio che può andare avanti all’infinito (non a caso per indicare lo spezzare di un comportamento tossico generazionale si utilizza l’espressione “rompere il cerchio”).

    Ed ecco che la lotta tra Evelyn e Jobu Tupaki assume tutto un significato nascosto che va al di là della salvezza del multiverso: quello che deve essere salvato è il loro rapporto, l’amore che le due provano l’una per l’altro che tuttavia fatica mostrarsi. È compito di Joy rompere quel cerchio, ma non è in grado di farlo senza che Evelyn capisca e accolga un cambiamento importante come questo.

    DUE SASSI ROTOLANO GIÙ DA UNO STRAPIOMBO

    Dopo incredibili avventure attraverso i più svariati mondi in cui Evelyn è sia una campionessa di kung fu sia una cuoca provetta sia un sasso sul bordo di un precipizio, madre e figlia si incontrano e discutono animatamente di multiversi, dell’esistenza umana e di come tutto non abbia un vero senso di fronte all’infinità di mondi esistenti. Evelyn finisce quasi per seguire Jobu nel suo piano di distruzione (e autodistruzione), ma le basta poco per comprendere che quella giovane donna altri non è che una povera figlia privata della propria madre, alla disperata ricerca di qualcuno che possa comprenderla e starle accanto. Evelyn convince Jobu a non farla finita e nello stesso tempo riesce a riconciliarsi con Joy e Waymond, incollando a poco a poco i pezzetti della sua vita che si stavano lentamente staccando. Madre e figlia riescono a superare insieme la conflittualità, il cerchio oscuro (o forse il bagel?) che aveva condizionato le loro vite fino a poco fa si è spezzato e le due possono abbracciarsi senza quell’enorme muro che fino a poco prima le divideva. Evelyn ha accettato Joy, la sua testardaggine, il suo atteggiamento un po’ ribelle, e Joy ha accettato che Evelyn non è una madre perfetta, ma farebbe di tutto per non lasciarla mai sola.

    Il sasso più piccolo si è gettato dallo strapiombo e sta rotolando, forse non si fermerà mai; ma non è solo, perché è seguito da vicino da un sasso un poco più grande, con qualche ammaccatura qui e là, deciso a non perdere mai il fianco dell’altro. 

    E poi c’è il pubblico, seduto nella poltroncina del cinema, che finisce per commuoversi davanti ai due sassi che rotolano nelle polvere.

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  • FINAL GIRLS – ANALISI DI UNA FIGURA PROBLEMATICA

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    Ce ne devono essere almeno cinque. La puttana, è corrotta, è la prima a morire. L’atleta, lo studioso, il buffone, tutti soffrono e muoiono per mano del mostro che hanno evocato. Mentre l’ultima vive o muore secondo il capriccio del fato, la vergine.

    Vi siete mai chiesti il motivo per il quale nell’horror classico (soprattutto slasher) nella maggior parte dei casi è sempre la giovane ragazza a scampare alla furia del killer omicida? In Non aprite quella porta (1974) abbiamo Sally, che riesce a fuggire dalla motosega di Leatherface ricoperta di sangue a bordo di un camioncino; in Venerdì 13 (1980) era Alice l’unica a sopravvivere tra i ragazzi del Campo Crystal Lake, l’unica in grado di affrontare il proprio aguzzino; in Halloween (1978) abbiamo visto Laurie lottare con qualsiasi tipo di arma disponibile per non farsi ammazzare da Micheal Myers. Gli horror parodici che sono usciti a partire da Scream (1996) hanno poi sfruttato e ironizzato su quello che è diventato un vero e proprio cliché del genere: un gruppo di giovani braccati dalla furia di un pazzo omicida vengono decimati uno ad uno, finché è una sola ragazza a restare in vita nel finale, da qui il nome “Final Girl”. Persino Sigourney Weaver (lei stessa interprete di una Final Girl in Alien) mette in chiaro le dinamiche in Quella casa nel bosco (2011).

    DISTINZIONE E “TRASGRESSIONE” SESSUALE

    Lo slasher è fortemente basato sulla distinzione sessuale, l’assassino viene percepito come uomo mentre le vittime designate sono prettamente femminili. Certo, abbiamo anche vittime maschili, ma basta farci caso per rendersi conto di come all’interno del genere le sequenze di uccisione di giovani donne sono prolungate, grafiche e violente, mentre per quel che riguarda gli uomini è più comune che vengano fatti fuori in modo rapido o addirittura off-screen. Poi abbiamo la nostra Final Girl, a cui non viene affatto risparmiato il trattamento che subiscono le vittime: la sua sopravvivenza finale passa attraverso numerose scene in cui la vediamo gridare di paura, fuggire terrorizzata, piangere disperata. Sally è ricoperta di sangue quando riesce a salvarsi, Laurie scappa ferita dal coltello di Myers. Qui però sorge la domanda: se le vittime preferite del genere sono femminili, allora come mai è una figura femminile a sopravvivere? L’interpretazione più diffusa riguarda la sfera sessuale: in Scream, Randy dice «Non conosci le regole? Non si deve mai fare sesso, è proibito! Sesso uguale morte!». Non è raro, infatti, che molte delle vittime femminili siano fortemente caratterizzate dal punto di vista sessuale e soprattutto vengono mostrate sullo schermo come coinvolte nella sfera del sesso. In Non aprite quella porta, Pam, amica di Sally, viene uccisa insieme al fidanzato poco dopo che i due si sono appartati dal gruppo per concedersi un momento di intimità. Al contrario Sally, pur mostrando un certo interesse verso uno dei ragazzi, non viene mai mostrata in situazioni esplicite. Il sesso è trasgressione, abbandonarsi alla promiscuità sessuale è una condanna a morte. Ed ecco che torna più chiaro ciò che diceva Sigourney Weaver, l’ultima a vivere è la vergine. Il concetto risulta di per sé piuttosto problematico: la caratterizzazione di verginità è strettamente legata all’ideologia patriarcale che considera la sfera sessuale femminile un tabù.

    La verginità è la chiave per sopravvivere, abbandonarsi ai piaceri significa morire.

    CRITICA CINEMATOGRAFICA FEMMINISTA: LA PROSPETTIVA DI CLOVER

    Numerose studiose e critiche femministe si sono interrogate sull’argomento, ma il punto di vista più interessante rimane quello di Carol J. Clover nel saggio Her Body, Himself. Alla base del suo discorso, Clover afferma che il pubblico di riferimento dello slasher è prettamente maschile, questo perché dietro le dinamiche del cinema come industria si è sempre avuta una percentuale di uomini di gran lunga superiore alla percentuale di donne. La figura della Final Girl è cruciale perché risulta essere un “surrogato” dello spettatore maschile: la sua caratterizzazione poco femminilizzata finisce per avvicinarsi molto di più a una mascolinità che poi ritroviamo nella parte finale del film in cui la giovane donna afferra un’arma (simbolo fallico per eccellenza) e uccide il carnefice. L’obiettivo è quello di permettere allo spettatore uomo di identificarsi in una figura femminile che “gli somiglia” proprio in virtù del suo essere poco femminile; in più, la visione di una giovane ragazza in pericolo, costantemente braccata, terrorizzata da una minaccia, rappresenta in un certo modo una fantasia tipica del desiderio e dello sguardo maschili. La Final Girl sopravvive perché diversa alle altre ragazze, che al contrario si caratterizzano come vittime perfette.

    L’analisi della figura ci mostra come il suo ruolo non sempre rappresenta un’occasione di empowerment femminile, piuttosto funge da surrogato (alternativa possiamo dire) per l’uomo. La sua femminilità è ambigua, e alla fine viene messa da parte in favore di una mascolinità necessaria perché il pubblico di spettatori uomini sia legittimato a identificarsi in una donna senza che la loro mascolinità venga messa in discussione.

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  • SHALL WE DANCE? – IL MUSICAL DI FRED ASTAIRE E GINGER ROGERS

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    Il passaggio tra gli anni ’20 e gli anni ’30 ha costituito un momento particolarmente difficile per la storia, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America. Dopo il crollo della borsa nel 1929, la grande crisi economica mette a dura prova la società americana, la disoccupazione cresce senza sosta, e chi non riesce a reggere il crollo finisce per suicidarsi. Anche il mondo del cinema vive un momento complicato, specialmente per le difficoltà nell’affrontare il passaggio dal muto al sonoro e l’ascesa di nuovi generi: nel 1927 era uscito The Jazz Singer (diretto da Al Jolson per Warner Bros), passato alla storia come il primo film sonoro con canzoni e alcuni dialoghi parlati. L’avvento del suono porterà con sé un’enorme ondata di cambiamenti per tutti gli anni ’30, andando a costituire forse la più grande rivoluzione della storia del cinema.

    La necessità di adattarsi le nuove tecnologie e allo stesso tempo di superare la grave crisi economica si uniscono alla comparsa di generi che avranno un grande successo negli anni a venire. Sull’onda dei nuovi film sonori, alcune case di produzione iniziano ad interessarsi anche al musical.

    IL MUSICAL DEGLI ANNI ’30: WARNER BROS E RKO

    La RKO, nata come “prolungamento” della RCA nel 1928, è una delle prime case di produzione ad avvicinarsi al musical, genere su cui si concentrerà per tutti gli anni ’30 insieme alla Warner Bros. Entrambe le case scelgono di utilizzare il musical rapportandolo alla situazione in cui si trovava la società statunitense: il genere viene usato come modo per fuggire dalle preoccupazioni e dalle difficoltà del mondo moderno, per potersi rifugiare nel grande sogno di Hollywood.

    La Warner Bros si caratterizza subito come una casa di produzione più “impegnata” a livello sociale, lo dimostrano sia i film dedicati al mondo della criminalità organizzata (gangster movies) sia i musical che produce in collaborazione con il leggendario coreografo Busby Berkeley. I film musicali prodotti da Warner presentano chiari riferimenti alla società americana del periodo, si parla esplicitamente di difficoltà della vita, di crisi economica, di problemi sociali: 42nd Street e Gold Diggers of 1933 sono due pellicole che si inseriscono perfettamente nell’America degli anni ’30 , comprendono e affrontano i suoi problemi, e attraverso questi riferimenti riuscirono ad infondere un’aura di speranza nelle menti del pubblico statunitense.

    Dall’altro lato troviamo la RKO, una piccola casa di produzione che non poteva contare su contratti con star già affermate né permettersi di ingaggiare attori, registi e sceneggiatori prestigiosi. Il punto di svolta sarà l’arrivo del produttore David O. Selznick, una delle personalità più importanti del cinema di quegli anni: nonostante la brevità del suo periodo alla RKO, Selznick farà alcune scelte molto importanti che aiuteranno la casa a superare la crisi, tra cui la firma di un contratto con un misterioso ballerino di origini austriache.

    Frederick Austerlitz, noto al mondo come Fred Astaire, entrerà alla RKO nel 1933, dopo essere stato rifiutato in numerose audizioni. “Non sa recitare, non sa cantare. È mezzo pelato. Un po’ sa ballare” dicevano di lui prima che passasse sotto l’occhio di Selznick. Tra gli anni ’20 e gli anni ’30. Astaire recitava e ballava a teatro al fianco della sorella Adele, e aveva raggiunto una certa fama a Broadway prima di spostarsi ad Hollywood. Appena firmato il contratto con la RKO, Astaire entra nel cast del musical Flying down to Rio (in Italia arrivato con il nome di Carioca), al fianco di Dolores del Rio, Gene Raymond e Ginger Rogers.

    Can’t act, can’t sing. Slightly bald. Can dance a little.

    Nata come Virginia Katherine McMath, la giovane Ginger Rogers aveva già qualche anno di esperienza alle spalle prima di diventare una stella della RKO: all’inizio degli anni ’30, oltre ai numerosi b-movies, aveva conquistato il pubblico con i suoi ruoli di Fay Fortune in Gold Diggers of 1933 e Ann “Anytime Annie” in 42nd Street. Nel primo film interpretava un personaggio secondario ma molto importante all’interno del famoso numero musicale We’re in the money, un inno al materialismo e alla ricerca di denaro, ma allo stesso tempo una grande occasione per dimostrare le sue doti di cantante, attrice e ballerina. Nel 1933, quindi, Ginger era già affermata, e la bravura che dimostrerà nel lavorare con la RKO non farà altro che portarla ancora più in alto.

    Fred e Ginger diventeranno presto una delle coppie più iconiche della storia del musical, uno dei simboli dell’età d’oro del cinema, tra le stelle più brillanti che la RKO abbia mai avuto. E con loro andranno a delinearsi anche le caratteristiche del genere che la casa porterà avanti: al contrario di quanto si vedeva alla Warner, i musical RKO presentano pochissimi riferimenti al mondo reale e alla società statunitense del periodo; i film si svolgono in un ambiente elegante, quasi aristocratico, ma che allo stesso tempo sembra essere senza luogo e senza tempo. Il mondo messo in scena dal musical RKO è come un sogno in cui i problemi reali non esistono, in cui tutti riescono a risolvere le incomprensioni e il lieto fine non manca mai. Le pellicole si guadagnano infatti l’appellativo di “fairy tale musical”.

    FRED E GINGER ALLA CONQUISTA DEL PUBBLICO

    Flying down to Rio sarà per Fred e Ginger un vero e proprio trampolino di lancio verso la fama mondiale: i due interpretano Fred Ayres e Honey Hale, personaggi secondari il cui rapporto si sviluppa grazie a un fantastico numero di danza, la “Carioca”, che finirà per conquistare i cuori di tutto il pubblico fino quasi a gettare ombra sui due veri protagonisti del film. Il sodalizio artistico di Fred e Ginger inizia quindi a prendere forma e diventerà più solido che mai attraverso i film The Gay Divorcee (1934) e Roberta (1935), in cui il talento e la chimica della coppia portano sullo schermo esibizioni di danza e canto che sono rimaste nella storia del genere. I numeri musicali iniziano a configurarsi come veri e propri elementi di trama, al loro interno i personaggi si sviluppano, esplorano il loro rapporto, confessano sentimenti, provano a risolvere incomprensioni. In Swing Time (1936, in Italia Follia d’inverno) Fred interpreta Lucky, un ballerino con la passione per il gioco d’azzardo che durante un viaggio a New York si innamora di Penny, ballerina e insegnante di danza interpretata da Ginger. Il loro amore inizia a svilupparsi ma i due non sembrano essere in grado di dichiararsi. Così, attraverso la canzone A Fine Romance, Ginger dirà:

    We should be like a couple of hot tomatoes

    But you’re as cold as yesterdays mashed potatoes

    Penny è innamorata di Lucky, ha capito di essere ricambiata ma non riesce a comprendere come mai lui non voglia ammettere i suoi sentimenti. Ed ecco che poco dopo Fred risponde:

    You never gave the orchids I sent a glance

    No, you like cactus plants.

    Quello che può sembrare un semplice numero di ballo diventa un modo per confrontarsi e per sviluppare il rapporto tra i personaggi, facendo in modo che le vicende raccontate possano proseguire senza che le sequenze musicali le “mettano in pausa”.

    In Shall We Dance (1937, in Italia Voglio danzare con te) i personaggi di Petrov (Astaire) e Linda (Rogers) cercano di risolvere i loro problemi e trovare un punto di incontro con la canzone Let’s call the whole thing off, mentre scherzano sui diversi accenti in cui pronunciano alcune parole:

    You say laughter and I say larfter

    You say after and I say arfter

    Laughter, larfter, after, arfter

    Let’s call the whole thing off

    […]

    So if you go for oysters and I go for ersters

    I’ll order oysters and cancel the ersters

    For we know, we need each other

    So we better call the calling off, off

    Let’s call the whole thing off

    Questo modo di costruire e rapportare le scene musicali alla narrazione si configura come una delle caratteristiche su cui si fonda il musical RKO.

    TOP HAT, WHITE TIE AND TAILS

    Top Hat (arrivato in Italia con il titolo Cappello a cilindro) esce nel 1935 ed è considerato il miglior musical dei dieci in cui la coppia si trova a lavorare. La trama è molto semplice, una classica storia da commedia romantica ricca di equivoci e sentimenti mal confessati che trova sempre il modo di risolversi al meglio, ma sono state le canzoni e i numeri di ballo a far guadagnare a Top Hat ben sette nomination agli Oscar (tra cui il miglior film!). Impossibile dimenticare le splendide scenografie Art Déco in cui si svolge la storia, le canzoni di Irving Berlin e le coreografie come sempre impeccabili. Top Hat rientra tra i film più “sofferti” sia per Fred che per Ginger: lui, terribilmente perfezionista, pretendeva che le scene di ballo venissero girate e rigirate senza sosta anche per ore, e molte volte si lasciava scappare commenti poco carini sugli abiti di scena di lei (specialmente l’iconico vestito ricoperto di piume). Ricorderà in seguito la Rogers:

    I adored Mr. A, but all the hard work, the months of non-stop dancing, singing and acting. We just worked it out and had a lot of fun and get very exhausted. And Mr. A was quite divine.

    Tuttavia, nonostante sul set l’atmosfera non fosse sempre delle migliori, ciò che il film costruisce è qualcosa di a dir poco magnifico, a partire dal numero in solitaria di Astaire all’inizio fino all’unico momento di ballo corale con la canzone Top Hat, White Tie and Tails, in cui al fianco dello smoking compare per la prima volta l’iconico bastone da passeggio con cui l’attore “fucila” gli altri ballerini. I punti più alti si toccano tuttavia nei numeri di coppia, in cui la chimica tra Rogers e Astaire concede alle sequenze una spontaneità e una delicatezza mai viste prima. Nella scena più famosa del film, il ballo sulle note di Cheek to Cheek, Fred e Ginger sembrano volteggiare staccati da terra, impegnati in una danza che evoca la nascita e lo sviluppo di un amore profondo e sincero. Top Hat è più di un semplice musical, è una storia in cui ci si può rifugiare, tanto romantica ed elegante da venire omaggiata nel commovente finale de Il miglio verde (1999), come ultimo desiderio del condannato a morte Coffey.

    Fred Astaire e Ginger Rogers sul set di Top Hat insieme all’autore delle musiche Irving Berlin

    A metà degli anni ’30 la coppia Astaire-Rogers arriva al culmine della fama: si susseguono uno dopo l’altro Top Hat, Follow the fleet (1936, Inseguendo la flotta), Swing Time, Shall We Dance e Carefree (1938, Girandola), film che hanno un grande successo con il pubblico ma che allo stesso tempo iniziano a mostrare qualche difficoltà. I costi di produzione per i musical erano infatti diventati troppo alti e la RKO non era più in grado di sostenerli; la casa realizza un’ultima pellicola insieme alla coppia dal titolo The Story of Vernon and Irene Castle (1939), il cui finale triste voleva un po’ annunciare la fine di un sodalizio che aveva fatto sognare le sale di tutto il mondo. A partire dagli anni ’40, Fred Astaire e Ginger Rogers continueranno a lavorare separatamente a Hollywood, riscuotendo un discreto successo e senza perdere mai quel talento e quel carisma che li aveva resi la coppia più famosa degli anni ’30. Nel 1949 Fred e Ginger torneranno insieme per un ultimo musical, questa volta prodotto da Arthur Freed per MGM, The Barkleys of Broadway: si conclude così un sodalizio artistico tra i più emozionanti della storia del cinema, con le uniche scene di ballo a colori che i due abbiano mai registrato insieme.

    Sia Fred che Ginger hanno recitato, ballato e cantato con tanti altri attori nel corso della loro carriera, eppure hanno sempre dichiarato di non aver mai avuto una chimica e un’intesa come quella che avevano conosciuto lavorando insieme. Ed ecco che le parole di Astaire in Carefree assumono tutto un altro significato:

    Won’t u change partners and dance with me?

    […] 

    Won’t you change partners and then

    You may never want to change partners again

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  • NORMA JEANE MORTENSON – DIETRO IL SORRISO DI MARILYN MONROE

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    È il 5 agosto del 1962, alla presidenza degli Stati Uniti c’è John Fitzgerald Kennedy, impegnato a non far precipitare i rapporti con l’Unione Sovietica durante la crisi missilistica di Cuba. I Beatles stanno iniziando la loro ascesa nell’impero delle leggende musicali, al cinema danno Lawrence d’Arabia, mentre mancano pochi mesi all’arrivo nelle sale americane de Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird, in inglese), lo splendido film con Gregory Peck tratto dal romanzo omonimo di Harper Lee. Il leggendario supereroe Spiderman compare per la prima volta nei fumetti Marvel, facendo innamorare perdutamente migliaia di ragazzini. Eppure, il 5 agosto 1962 i giornali non parlano di tutto questo, i titoli sulla crisi missilistica cubana vengono messi da parte per far spazio ad altro: in prima pagina c’è infatti l’immagine inconfondibile di una delle donne più importanti e influenti del mondo, l’attrice Marilyn Monroe, morta durante la notte in circostanze misteriose nella sua casa di Los Angeles. Il cinema piange una delle star più talentuose e affascinanti del Novecento, e la sua morte avvolta dal mistero genera ancora oggi decine e decine di teorie. Ma chi era davvero Marilyn Monroe? Oggi ripercorriamo la sua storia e scopriamo cosa si celava dietro l’immagine della donna bellissima e sorridente che il mondo amerà per sempre.

    LA DURA VITA DI NORMA JEANE E LA NASCITA DI MARILYN

    Nata il 1 giugno 1926, Norma Jeane Mortenson ha da subito una vita molto difficile. L’abbandono da parte del padre e gli svariati problemi mentali della madre la portano ad entrare nel durissimo sistema di affidamento statunitense, all’interno del quale Norma cambia numerose famiglie nel giro di pochissimi anni. La sua infanzia è purtroppo costellata di numerosi abusi psicologici e sessuali in almeno tre delle famiglie in cui la piccola si trova a vivere. Al compimento dei 16 anni (allora età legale da matrimonio negli Stati Uniti) viene data in sposa al suo primo marito, uno degli uomini che, nel corso della sua vita, la intrappoleranno in relazioni controllanti, tossiche e distruttive. Poco tempo dopo, Norma inizia ad essere notata per la sua incontestabile bellezza, comincia così una breve carriera da modella, e la gelosia ossessiva del marito la porterà presto a chiedere il divorzio. Ora Norma ha vent’anni, è single, e, memore degli splendidi film in cui si rifugiava da ragazzina per scappare dai dolori del mondo, decide di fare carriera ad Hollywood. Verrà subito notata da Ben Lyon, regista della Fox, e sarà proprio lui a suggerirle il nome d’arte Marilyn Monroe, utilizzando il cognome da nubile della madre di Norma. E così nasce Marilyn Monroe, che di lì a qualche anno sarebbe diventata uno dei simboli del cinema in tutto il mondo. Purtroppo nel mondo di Hollywood, soprattutto in quel periodo, non era affatto semplice lavorare e arrivare in alto: se si era una donna, anche con del talento, con una bella immagine e tanta ambizione, si doveva obbligatoriamente passare oltre l’approvazione dei dirigenti, uomini che molto spesso chiedevano in cambio svariati favori sessuali. Marilyn inizia il suo lavoro di attrice con qualche piccola parte in film della Fox, prende lezioni di recitazione e dizione, si tinge i capelli castani del suo iconico biondo dorato. Alla soglia degli anni ’50, con l’uscita del film Eva contro Eva (All About Eve), Marilyn inizia ad acquisire molta popolarità, che crescerà ulteriormente pochi anni dopo quando alcune foto di nudo che la donna aveva scattato anni prima vengono usate dai fotografi con lo scopo di ricattarla. L’attrice risponderà a questa minaccia con grande onestà e classe, dichiarando di aver posato nuda per potersi pagare l’affitto in un periodo particolarmente difficile della sua vita: il pubblico è stregato dall’umiltà e dall’eleganza della donna, e sempre più persone iniziano ad ammirarla.

    GLI ANNI ’50: LA CARRIERA A HOLLYWOOD, LE RELAZIONI, LA DEPRESSIONE

    Nel corso degli anni ’50 Marilyn cerca di staccarsi un po’ dall’immagine della “bionda svampita” che le era stata affibbiata da tempo, e comincia a ricoprire ruoli cinematografici più importanti e drammatici in cui il suo talento di attrice può uscire allo scoperto e conquistare il pubblico. Nel 1953 escono due film che la consacreranno tra le star di Hollywood: Niagara, Come sposare un milionario e Gli uomini preferiscono le bionde, commedia diretta da Howard Hawks in cui vediamo Marilyn recitare e cantare; iconico è ancora oggi il numero musicale in cui l’attrice canta Diamonds are a girl’s best friend con uno splendido vestito rosa che verrà citato e ricreato nella musica e nel cinema da molte altre attrici e cantanti. Nello stesso periodo Marilyn conosce e inizia una relazione con il giocatore di baseball Joe DiMaggio, che sposerà nel 1954. I due diventano subito la coppia più importante del momento, costantemente negli obiettivi dei paparazzi, e il loro ha tutta l’aria di essere il matrimonio perfetto. Tuttavia, anche questa relazione si rivela essere profondamente tossica data la gelosia ossessiva di Joe; il regista Billy Wilder ricorda che, durante le riprese di Quando la moglie è in vacanza, mentre girava l’iconica scena in cui il vestito di Marilyn viene sollevato dall’aria di una grata, Joe DiMaggio era presente, e che il suo sguardo di odio in quel momento fosse impossibile da dimenticare. Anche questo matrimonio finì molto presto, e ancora una volta Marilyn si rende conto di non avere controllo su se stessa e sul proprio corpo, che pare sempre appartenere ad altri e mai a se stessa. È in questo periodo che la donna inizia a soffrire di forte depressione e sbalzi d’umore: l’abbandono da parte del padre e l’infanzia traumatica la portano a cercare approvazione in uomini più grandi e a sessualizzare fortemente la sua figura, l’unico modo che conosceva per poter essere amata. Il nuovo matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller nel 1956 non migliora la situazione: Marilyn inizia a pensare a un figlio, ma la sua endometriosi e la dipendenza dai farmaci la portano ad avere numerosi aborti. Nonostante ciò la sua immagine pubblica rimane sempre impeccabile, elegante, sorridente; non poteva mostrare la sua sofferenza al mondo intero, che era abituato a vederla come la bionda più bella e affascinante del cinema. L’ultimo film che riuscirà a completare sarà The Misfits (Gli spostati, 1961), di lì in poi la sua salute fisica e mentale peggiora, e con essa anche la dipendenza dai farmaci. A restarle accanto rimasero solo il suo psichiatra e l’ex marito Joe DiMaggio, a cui si era riavvicinata in amicizia.

    I RAPPORTI CON I KENNEDY E LA MORTE

    Gli ultimi anni di Marilyn la vedono avvicinarsi alla famiglia Kennedy: inizia una relazione con John F. Kennedy, divenuto presidente degli Stati Uniti nel 1960, e successivamente anche con il fratello Robert Kennedy, detto Bob. I due si incontravano in segreto a casa di Peter Lawford, cognato di Bob, ma i rapporti tra Marilyn e la famiglia restano misteriosi e furono insabbiati dai Kennedy stessi, anche a causa delle voci che vedevano l’attrice far parte del partito comunista. Pochi mesi prima di morire Marilyn regala al mondo un altro momento iconico sigillato nelle menti di tutti: il 19 maggio del 1962 l’attrice si fa confezionare uno splendido abito ricoperto di cristalli e davanti ad oltre 15 mila persona al Madison Square Garden di New York canta la famosissima Happy Birthday Mr. President, proprio per il compleanno di John Kennedy. L’evento suscita scandalo, sia per il vestito di Marilyn, che viene giudicato troppo provocante, sia per la conferma di un qualche tipo di relazione tra i due.

    Passano pochi mesi e arriviamo a quella notte del 4 agosto 1962. Marilyn si trova nella sua casa di Los Angeles e il periodo che sta passando è molto particolare: la depressione continua a provocare sbalzi d’umore, è ancora fortemente dipendente dai farmaci, persone a lei vicine hanno la sensazione che si stia quasi arrendendo alla grande sofferenza che porta dentro di sé. La domestica vede andare a letto Marilyn intorno alle 21, l’attrice va in camera da letto e telefona a Peter Lawford: la chiamata è molto strana, Marilyn non sembra molto in sé, pare essere piuttosto confusa, così Lawford decide di avvertire Mickey Rudi, avvocato della donna. L’uomo decide quindi di telefonare lui stesso intorno alle 22, e la domestica lo rassicura, dicendo che tutto è sotto controllo. Alle 3.30 di quella notte la governante nota che la luce della camera di Marilyn è ancora accesa, così cerca di entrare per sincerarsi che tutto sia tranquillo, ma la porta è chiusa a chiave e non risponde nessuno. La domestica chiama immediatamente lo psichiatra di Marilyn, che decide di entrare nella stanza sfondando una delle finestre, e trova così la donna sdraiata nel letto, completamente nuda e con la cornetta del telefono in mano, senza vita. Alle 4 del mattino arriva l’ambulanza e viene dichiarato il decesso; si pensa subito al suicidio, dato che sul comodino erano presenti molte confezioni di farmaci, e l’autopsia conferma la loro presenza, tuttavia sin da subito moltissime persone vicine all’attrice non accettano questa versione, primo tra tutto lo psichiatra stesso. La mattina del 5 agosto tutti i giornali parlano della morte di Marilyn, il mondo del cinema piange una delle star più influenti e promettenti del momento, il mistero che avvolge l’intera situazione non fa che portare allo sviluppo di teorie che continuano a nascere ancora oggi. I primi sospetti si rivolgono alla famiglia Kennedy e al sindacalista Jimmy Hoffa, grande nemico di Bob Kennedy, intenzionato a distruggerlo sfruttando proprio la relazione con Marilyn: Hoffa aveva fatto piazzare delle cimici in casa della donna, e aveva così provato che quella notte del 4 agosto Marilyn e Bob si erano visti e avevano avuto un’accesa discussione. I due si stavano allontanando, anche a causa delle tante voci riguardanti il partito comunista, e la donna accusava lui di vederla soltanto per andare a letto, ed era quindi stufa di «essere trattata solo come un pezzo di carne». Bob Kennedy potrebbe quindi essere l’ultima persona ad aver visto l’attrice in vita, ma la famiglia Kennedy ha sempre negato qualsiasi tipo di coinvolgimento nella situazione. Il mistero si infittisce se consideriamo anche la testimonianza di un autista di ambulanze: quest’ultimo ha dichiarato di essersi recato a casa di Marilyn proprio la notte del 4 agosto, intorno alle 23, per portarla in ospedale dato che pare fosse ancora viva. La donna sarebbe poi morta durante il tragitto e lo psichiatra, insieme all’addetto stampa Arthur Jacobs, avrebbero deciso di riportarla in camera da letto e quindi “inscenare” il ritrovamento del corpo. Tuttavia anche qui non possiamo essere sicuri di cosa sia realmente successo, se Marilyn avesse deciso di porre fine alla sua vita oppure se qualcun altro fosse intenzionato a farla sparire. Quel che ci rimane è l’immagine straziante di una delle tante donne che Hollywood e il mondo dello spettacolo in generale hanno sfruttato e tormentato fino alla completa distruzione. Ci restano fotografie e film in cui Marilyn ride, amica all’obiettivo, balla, sfoggia abiti meravigliosi, ma dietro quel caschetto biondo si nascondeva la capigliatura mora della fragile e triste Norma Jeane, quella che pochissimi hanno avuto modo di conoscere davvero.

    LO SFRUTTAMENTO CONTINUO DELL’IMMAGINE DI MARILYN

    Chi non ha mai visto la famosissima fotografia in cui Marilyn ride con il vestito bianco sollevato che lascia scoperte le gambe al vento? È tratta dal film Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder, ed esprime perfettamente come il mondo dello spettacolo non si sia fatto molti problemi a sfruttare fino allo sfinimento l’immagine dell’attrice. Il sistema hollywoodiano tra gli anni ’40 e ’50, e le difficoltà che presentava sul cammino delle donne intenzionate a fare carriera, portavano spesso le aspiranti attrici a venire ricattate e costrette favori sessuali, e tra queste Marilyn non era l’eccezione. Gli abusi subiti durante l’infanzia e l’occhio di Hollywood sempre puntato sul suo corpo, avevano portato l’attrice a convincersi che l’unico modo per essere amata fosse proprio questo, mostrare il proprio corpo e sessualizzare la propria immagine. L’etichetta che le era stata applicata sin dal principio non era affatto facile da rimuovere e le è rimasta incollata addosso fino alla morte: Marilyn era la “bionda svampita e un po’ stupida”, che non si accorgeva di ciò che le accadeva intorno, che come unico obiettivo aveva quello di conquistare il cuore di un uomo sempre nuovo. Dietro quell’immagine c’era però l’intelligente e ambiziosa Norma Jeane, che voleva fare carriera come attrice, che voleva essere presa sul serio per il suo talento e l’impegno che dimostrava e non soltanto per le forme del suo corpo e la bellezza unica del suo viso. In molti hanno reso omaggio alla meravigliosa Marilyn, in molti hanno ripreso fotografie e scene di film che la vedevano protagonista, ma non tutti sfortunatamente hanno saputo portarle rispetto. L’evento più recente che ha suscitato enorme scalpore ha avuto luogo nel giugno di quest’anno, durante il red carpet del Met Gala, in cui abbiamo visto l’imprenditrice e modella Kim Kardashian sfilare con lo stesso identico abito di cristalli che Marilyn aveva indossato per cantare Happy Birthday Mr. President nel maggio del ’62. Non si trattava di una replica, ma dello stesso abito, divenuto ormai un pezzo d’arte incredibilmente importante. Se consideriamo anche il fatto che Marilyn si era fatta confezionare il vestito in modo da poter aderire perfettamente al proprio corpo ed essere così indossato solo e soltanto da lei, possiamo capire la gravità della cosa. Inutile dire che l’abito, nonostante la cura con cui è stato trasportato e indossato da Kim, ha ovviamente riportato dei danni. Tutto ciò ha quindi suscitato molto scalpore, dato che l’abito non tornerà mai come prima. Uno dei tanti momenti in cui Marilyn ha smesso di essere una persona ed è diventata una semplice immagine da sfoggiare.

    Concludiamo così questo omaggio verso un’attrice meravigliosa e splendida donna, ricordando a tutti di come il mondo dello spettacolo sia tremendamente difficile: soffrire non è ammesso, l’immagine è tutto. Un amico di Marilyn ricorda un momento in cui i due si trovavano insieme a Los Angeles e hanno visto l’installazione di un enorme cartellone su uno dei palazzi. Sul cartellone c’era proprio la fotografia dell’attrice, nella famosa scena (ancora) della gonna bianca che si alza scoprendo le sue gambe agli occhi dell’intera città. Guardando la foto Marilyn avrebbe sospirato all’amico «Vedi? È questo quello che la gente si aspetta da me.»

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