Tag: serie tv

  • Recensione Stranger Things 5: Running Down That Hill

    Recensione Stranger Things 5: Running Down That Hill

    Si è conclusa dopo dieci anni la serie Stranger Things creata dai Duffer Brothers. Con l’uscita della quinta stagione scaglionata in tre volumi (usciti rispettivamente il 26 novembre 2025, il giorno di Natale 2025 e il primo giorno di gennaio 2026), Netflix ha dato l’addio ai ragazzini di Hawkins e alle loro avventure soprannaturali nel Sottosopra. Per la verità l’addio non è definitivo, in quanto sono già previsti ulteriori spin-off, ma questi ultimi otto episodi portano sicuramente a conclusione la saga di Eleven e dei suoi amici Mike, Will, Dustin, Lucas e tutti gli altri.

    Running Up That Hill

    La sfida finale della gang di Hawkins al perfido Vecna è il centro della quinta stagione, ma ovviamente le sottotrame si moltiplicano sia per riempire otto episodi e gestire una miriade infinita di personaggi, sia per chiudere le narrazioni (non proprio tutte) a fine serie. Non che la trama fosse importante per vendere un prodotto ormai attesissimo dai fan della prima e dell’ultima ora, forse anche esasperati dal grande lasso di tempo trascorso dall’ultima stagione. Nonostante l’intera storia si svolga nell’arco di sei anni, stavolta la crescita dei ragazzini protagonisti è molto evidente: Millie Bobby Brown, la protagonista dodicenne nella prima stagione, l’anno scorso è addirittura diventata moglie e madre. Volenti o nolenti, era giunta l’ora di chiudere, e di tanto in tanto pure gli attori sembrano impazienti di svincolarsi dai loro contratti.
    Come quasi tutti i finali di serie, pure la quinta stagione di Stranger Things non è sempre all’altezza delle aspettative, o almeno non lo è per i primi sette episodi. Ci sono tanti buchi di trama e troppi spiegoni: capita in continuazione che un personaggio afferri un qualsiasi oggetto della scenografia e lo usi per consegnare l’ennesima spiegazione di cosa si dovrà fare nel prossimo episodio. Ottimo sul manuale di sceneggiatura, eccessivamente farraginoso nella realizzazione.
    Inoltre, nonostante il climax finale imponesse una scala sempre maggiore, si recepisce nell’ultima stagione un problema di posta in gioco sempre troppo bassa, dovuta a varie ragioni. In primis alla frequente mancanza di coraggio nelle scelte che mandano avanti la trama, ma anche al fatto che ogni ostacolo venga puntualmente liquidato in maniera sbrigativa con sorprendenti colpi di fortuna, compresa anche l’attesa battaglia finale. Non da ultimo, viene meno in questi ultimi otto episodi la coesistenza tra dimensioni fantastica e scolastica dei ragazzini che aveva caratterizzato le stagioni precedenti, e sembra inevitabilmente che manchi qualcosa.

    We can be heroes / Just for one day

    Negli anni Settanta George Lucas creò Star Wars centrifugando insieme tutti i tropi e gli schemi tipici di fantascienza, avventura e fantasy, dalle dodici tappe del Viaggio dell’eroe ai diversi archetipi narrativi. Creò un modello di successo planetario, in grado di influenzare generazioni di sognatori a venire. I fratelli Duffer (e tutte le persone che insieme a loro hanno lavorato alla serie) hanno cercato di fare con Stranger Things la stessa cosa negli anni 2010-20, solo che non si sono basati tanto sul manuale di sceneggiatura (anche, ma non solo) quanto più sui modelli narrativi preesistenti, tra cui Star Wars. Il pro è che la serie è un (bellissimo) omaggio ai miti degli anni Ottanta, dal racconto di formazione alla Stephen King alla meraviglia di Spielberg, dall’horror di Wes Craven alla fantascienza di John Carpenter, senza dimenticare il gioco Dungeon and Dragons la cui popolarità è stata rinverdita dalla serie. In generale, Stranger Things ha il merito di aver lanciato un’incredibile ondata di retromania che ha travalicato i confini della serie.
    La quinta stagione contiene tanti grandi omaggi: da Jurassic Park con un rimando molto esplicito alla scena delle cucine con i raptor e i nipoti di John Hammond, a Indiana Jones 3 che nel finale viene citato esplicitamente, da Star Wars ad Alien fino a Terminator (dovunque ci siano dei soldati statunitensi c’è anche James Cameron, e infatti l’ufficiale in comando è Linda Hamilton aka Sarah Connor), e addirittura l’ispirazione si spinge in avanti fino a cult relativamente più recenti come Matrix e Inception. La playlist musicale poi contribuisce a rievocare la magia di un’epoca che oggi ci appare d’oro, con brani leggendari (forse un poco scontati) quali Upside Down di Diana Ross, Purple Rain di Prince, Mr. Sandman delle Chordette, Heroes di David Bowie e la fortunata Running Up That Hill di Kate Bush, già protagonista della quarta stagione e qui usata con l’interruttore.
    Il guaio di Stranger Things è che esistendo in un ecosistema postmoderno già saturo di citazionismo e in cui qualsiasi prodotto precedente è facilmente accessibile, la serie dei Duffer Brothers finisce per non possedere mai la carica dirompente di Star Wars che diventava modello tra i modelli. Un aspetto che il commiato della stagione lascia trasparire è quanto a volte queste icone siano idealizzate e forse deludenti, non sempre all’altezza del valore di cui emotivamente le infestiamo, ma il cuore sta tutto lì, anche nella loro imperfezione.

    It’s such a shame our friendship had to end / Purple rain, purple rain

    A parte lo straordinario piano sequenzache chiude il quarto episodio, i primi sette capitoli della quinta stagione sono di qualità altalenante, alternando dialoghi e interazioni brillanti (tutte le dinamiche che riguardano Steve sono imperdibili, ma anche l’inaspettato rapporto di confronto fra Robin e Will) a momenti meno efficaci (Nancy e Jonathan funzionano poco, Max perde troppo tempo con un nuovo personaggio, e la relazione tra Vecna e il Mind Flayer non viene spiegata fino in fondo). Finché non arriva l’episodio numero otto.
    L’ultimo capitolo, qualitativamente migliore dei precedenti sette, dura il doppio degli altri perché di fatto contiene due storie: lo scontro finale (forse troppo sbrigativo) e l’epilogo nostalgico (forse troppo lungo) ma ha le sue buone ragioni di gestirsi il tempo come crede. Avviandosi verso la conclusione della storia, comprendiamo che stiamo per dare l’addio a personaggi che ci hanno accompagnato per molto tempo, che in gran parte sono cresciuti insieme a noi, e del cui club di D&D un po’ abbiamo finito per fare parte.
    Ecco perché (SEMI-SPOILER) la chiusura è speculare all’inizio, con una partita di D&D che rievoca in miniatura la storia dei protagonisti e passa il testimone a qualcun altro. Tanto è stato seminato negli episodi venuti fin qui, tanto viene raccolto in chiusura. Il finale ci accompagna in maniera dolce amara in un addio che si rivela efficace: parla di nostalgia per dei tempi andati, di un trauma condivisoche solo chi ha vissuto può capire (e provarne nostalgia), e parla di scelte grandi o piccoleche la vita obbliga a fare, anche se non sempre sono la strada più sicura. Crescere e staccarsi dalle cose è necessario, e i Duffer Brothers ce lo ricordano, ma ci invitano comunque a sognare i nostri finali alternativi e a non sentirci in colpa per la nostalgia che proviamo. Forse non erano tempi migliori, ma eravamo comunque felici.

    Upside Down & Conformity Gate

    Dalla quarta stagione in poi, quasi tutte le messe in onda di nuovi episodi di Stranger Things hanno provocato temporanei crashdi Netflix a causa della grande quantità di utenti connessi. L’ultimo è quello del 7-8 gennaio 2026, una settimana dopo l’uscita dell’ultimo episodio. Secondo una teoria nata online e chiamata Comformity Gate, infatti, in tale data sarebbe dovuto uscire il vero finale di serie, mentre l’ottava puntata sarebbe stata un inganno di Vecna ai danni degli spettatori. Gli indizi sarebbero stati sparsi lungo il corso della quinta stagione e fomentati dalla piattaforma stessa, ma alla fine non è uscito alcun episodio extra. Questo piccolo grande evento ha dimostrato, come se non fosse già chiaro, la portata culturale di Stranger Thing se il fascino che ha portato il pubblico a crearsi da solo dei nuovi finali. Che fatica accettare la fine di qualcosa.
    «Dopo tutto questo tempo, ho scoperto che non serviva la musica per tenermi in vita. Mi bastava sentire la tua mano che stringeva la mia»
    Forse non era la musica degli anni Ottanta a tenerci incollati alla serie, ma qualcuno che ci tenesse per mano.

    Edoardo borghesio

  • Etica e gender role nelle narrazioni mediali – La trasformazione dei personaggi ne Il diavolo veste Prada e Breaking Bad

    Durante gli anni 2000 nei media e soprattutto nelle serie televisive, un grande spazio viene riservato alla figura dell’antieroe: Dr. House, Tony Soprano, Carrie Bradshaw e Dexter Morgan sono solo alcuni esempi di una tendenza per cui, in questo periodo, dei protagonisti non convenzionalmente buoni e poco legati ad un’etica comune, risultano più interessanti agli occhi del pubblico. I motivi del perché delle narrazioni incentrate su eroi “cattivi” siano avvincenti sono tanti, alcuni da ricercare nella storia economica della serialità televisiva, altri che si astraggono da spazio e tempo e dalla specificità dei mezzi, e si legano alla psicologia umana e all’interesse nell’osservare da vicino i processi mentali di personaggi alternativi e la loro relazione con la morale.
    Due prodotti mediali, entrambi risalenti alla metà del primo decennio del nuovo millennio, rispecchiano (uno in maniera esplicita, l’altro di riflesso) questa tendenza, ognuno in modo molto personale.

    Nel 2008 viene trasmessa la prima puntata di Breaking Bad, serie per eccellenza incentrata su un antieroe e che anzi rende questa specificità proprio il fulcro della narrazione.
    La serie ci racconta due anni di vita di Walter White, un professore di liceo che dopo aver scoperto di essere malato di cancro inizia a produrre metanfetamina sfruttando le sue abilità con la chimica per poter lasciare dei soldi in eredità alla propria famiglia. Se in superficie la trama sembra limitarsi a questo, in realtà Breaking Bad esplora il lento cambiamento di stato di Walt, che episodio dopo episodio diventa sempre più spietato, arrivando a compiere gesti di cui non sarebbe stato capace in passato. La sua morale, all’inizio forte e importante per lui, col tempo si deteriora lasciando spazio a sentimenti che erano stati repressi per tutta la sua vita: orgoglio, superbia e arroganza, desiderio di affermarsi per il suo talento, la volontà di indipendenza (economica e non).

    Grazie ai flashback di cui la serie fa spesso uso, veniamo infatti a conoscenza di chi era Walt prima: un chimico altamente qualificato con prospettive di lavoro floride in un’azienda che era destinata ad arricchirsi, un uomo dalle larghe vedute in termini di spese per i propri comfort e soprattutto un grande appassionato del suo lavoro. Gli eventi della vita lo avevano però costretto a lavorare come insegnante in una scuola con un part time in un autolavaggio. La frustrazione accumulata nel corso degli anni emerge prima piano e poi in maniera dirompente quando iniziano ad arrivare le prime soddisfazioni con le vendite di meth e il rispetto del suo raffinato prodotto da parte dei grandi distributori.

    L’attenzione allo sviluppo psicologico del personaggio è essenziale, e noi spettatori lo seguiamo nella sua trasformazione arrivando insieme a lui a non sorprenderci più quando compie gesti atroci, poiché col passare delle stagioni ogni cosa che fa è sempre in linea con la sua personalità. Se nella prima stagione vuole solo dare sicurezza finanziaria ai suoi figli, nell’ultima stagione desidera rimanere il primo produttore di metanfetamina del New Mexico, vuole che i suoi nemici lo temano e che la sua figura venga rispettata per via del suo talento. Vuole riconoscimento.

    Facendo qualche passo indietro, nel 2006 vediamo uscire nei cinema un film destinato a diventare un cult del suo tempo. Il diavolo veste Prada (David Frankel), con un eccezionale cast composto da Anne Hathaway, Meryl Streep, Emily Blunt, Stanley Tucci e molte comparse del mondo della moda (in particolare la supermodella Gisele Caroline Bündchen e lo stilista Valentino), racconta la storia di Andrea Sachs, una giovane giornalista interessata a temi politici e sociali che decide di trascorrere un periodo lavorando nella famosa rivista di moda Runway per aggiungere punti in più al suo curriculum. Poco pratica con le ultime tendenze, Andrea vive un primo impatto traumatico nella sede del giornale, circondata da ragazze bellissime ed estremamente curate, ma anche gratuitamente cattive nei suoi confronti e superficiali. La direttrice Miranda Priestley (personaggio ispirato ad Anna Wintour e interpretato da Meryl Streep) le dà una possibilità di dimostrare la sua bravura come assistente, ma non senza farla sentire inadeguata per i suoi capelli scompigliato e i vestiti semplici, abbinati con poco criterio.

    È chiaro per Andrea di non essere nell’ambiente adatto a lei, che vorrebbe scrivere dei sindacati dei lavoratori e dare poco peso al suo aspetto fisico per concentrarsi di più sul suo lavoro, ma sceglie comunque di tentare l’esperienza, per un tempo limitato. La protagonista viene messa a dura prova soprattutto nel primo periodo di lavoro, sopraffatta da ritmi insostenibili, richiesta di disponibilità h24, lo sguardo giudicante delle altre ragazze e vere e proprie vessazioni da parte di Miranda. Trova rifugio nel collega Nigel, che la aiuta (seppur dovendo un po’ insistere) a cambiare il suo look per essere più integrata. Il momento in cui Andrea abbandona il suo vecchio aspetto e abbraccia timidamente l’alta moda è un nodo centrale della narrazione, e da quel momento in poi il suo personaggio evolverà in una maniera inaspettata per lei e i suoi amici. Andrea arriva non solo ad inserirsi perfettamente nell’ambiente di Runway, ma spicca sulle altre agli occhi di Miranda per la sua prontezza, spirito d’iniziativa, dedizione al lavoro e ovviamente eleganza e gusto.

    Un ruolo importante nella vita di Andy è esercitato dal suo fidanzato Nate e dai suoi amici Lily e Doug, tutti fondamentalmente allineati a quella che era la sua personalità prima di iniziare a lavorare per Miranda. Non sorprende quindi che avvengano screzi e incomprensioni nel momento in cui la protagonista sembra abbracciare uno stile di vita diverso che spesso la porta a dover rinunciare alle uscite insieme per lavorare o per presenziare ad eventi importanti. Nonostante le sue buone intenzioni Andy appare snob e altezzosa agli occhi del suo gruppo. Nate in particolare le fa spesso pesare quanto sia cambiata e le dice chiaramente come ormai lei non gli piaccia più.

    La sua metamorfosi raggiunge il picco quando viene costretta ad accettare un’occasione lavorativa (un viaggio a Parigi) che sarebbe spettata ad una sua collega. Infine, dopo aver assistito alla corruzione e alla mancanza di rapporti sinceri del mondo di cui ormai era parte, Andy decide di fare un passo indietro e rinunciare al lavoro per recuperare un’integrità morale che sentiva di aver perso.

    Mettendo a paragone Breaking Bad e Il diavolo veste Prada, i primi elementi che risaltano sono i punti essenziali della trama. Nel primo caso abbiamo un uomo che diventa cattivo perché produce droga, mente ai suoi cari, uccide un grande numero di persone, costruisce bombe e armi da fuoco, distrugge la sua famiglia. Nel secondo caso abbiamo una giovane ragazza che tenta una carriera lavorativa con ritmi intensi che la portano a trascurare il suo fidanzato.

    C’è una grandissima differenza tra le due storie, sicuramente anche nelle intenzioni. Tuttavia in entrambi i casi ci viene mostrato un processo di cambiamento “in peggio” che viene sottolineato con i suoi punti salienti. E lo sguardo negli occhi di Skyler quando scopre che suo marito è un narcotrafficante è lo stesso di Nate quando Andy fa tardi al suo compleanno. Nell’analisi dell’evoluzione di questi due personaggi il genere (gender) gioca un ruolo fondamentale. Se Walt fosse stato una donna forse la serie avrebbe comunque mantenuto il suo fascino, perché gli eventi raccontati sono estremi, indipendentemente da un protagonista maschile o femminile. Certamente seguendo lo stereotipo, un uomo sembra più adatto ad una serie come Breaking Bad, soprattutto per l’enfasi posta su alcune caratteristiche tipicamente maschili quali l’imperativo di essere un provider per la propria famiglia e la necessità tossica di affermare il proprio individualismo. Con una donna sarebbe stata diversa, ma comunque avvincente.

    Se mettiamo un uomo al posto di Andy, la struttura narrativa portante de Il diavolo veste Prada crolla irrimediabilmente. Il pathos dei momenti salienti in cui Andrea si interroga su quella che è diventata la sua etica non avrebbe affatto lo stesso effetto. Risulta molto più difficile immaginare una fidanzata svalutare l’impegno del proprio ragazzo sul posto di lavoro, lamentarsi con toni infantili di quanto è cambiato e cercare di attirare attenzioni con un silenzio punitivo.
    I media sono specchio delle visioni della società, ma concorrono anche a rafforzare le medesime concezioni, per cui una donna che trascura la famiglia (o in questo caso fidanzato e amici) viene associata a qualcosa di cattivo e le viene chiesto di cambiare.
    C’è un caso rilevante nella storia del cinema in cui vediamo un protagonista fare carriera ed evolversi. Si tratta di Jordan Belfort in The wolf of wall street, che fin dall’inizio del film viene supportato da sua moglie Teresa nel suo sogno di diventare milionario, nonostante tutte le implicazioni del caso. Niente sbuffi boriosi e niente passivo-aggressività, e se i due divorziano è a causa di uno stile di vita eccessivo di Belfort, e in particolare di un’amante di cui lui si innamora, non certo per come il suo lavoro “l’abbia reso una persona peggiore”.

    Il senso di tradimento provato da Nate non è neutro, ma è il risultato morale di circa due secoli che hanno visto la donna dedita all’accudimento degli altri: la prospettiva di una carriera è quindi pensabile solo a patto che questo aspetto non venga meno.

    Tornando a Breaking Bad, vediamo come a Walt venga data la possibilità di abbracciare fino alla fine il suo nuovo Io e non rinnegarsi, nonostante i vari momenti in cui era convinto che avrebbe davvero chiuso con la meth. È vero, in questo caso la sua volontà è precisa, mentre Andy in realtà non abbandona mai il sogno di occuparsi di politica. La verità però è che lei non sta male mentre lavora per Miranda, a un certo punto le piace. Accetta i rischi, ma si gode anche i pregi di un mestiere inaspettato che sta scoprendo, perché è giovane e sta testando le possibilità della vita. Non sono i fatti in sé a farle cambiare idea, ma i discorsi colpevolizzanti da parte di un fidanzato frustrato e i punzecchiamenti malvagi della direttrice che le fa notare come abbia voltato le spalle ai suoi amici. Queste voci sono espressione di un sentire comune, e arrivano a dipingere una ragazza sveglia e volenterosa, che sta effettivamente tastando un terreno nuovo intorno a sé, come un’egoista workaholic che ha perso sé stessa.
    Possiamo quindi vedere come Breaking Bad e Il diavolo veste Prada ci raccontino due storie entrambe focalizzate su un processo di cambiamento riprovevole. Nel primo caso è un negativo reale e assoluto, in cui il protagonista rimane artefice del suo destino all’interno della sua trasformazione; nel secondo, è un negativo socialmente costruito, che in verità di nocivo ha ben poco e tra le righe dimostra le molteplici difficoltà in più che una donna deve affrontare per ottenere dei successi, partendo in primis dalle pretese dei suoi affetti.

    Riflettere su come film e serie tv abbiano rappresentato la società nel corso del tempo aiuta a comprendere meglio chi siamo oggi e chi siamo stati; al contempo ci dà la possibilità di non accettare passivamente come stereotipi di genere vengano perpetuati, ma di giudicarli con occhio critico pur godendo del buono delle storie che riempiono la nostra quotidianità.

    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Recensione M – Il figlio del (nostro) secolo

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    “Seguitemi. Anche voi mi amerete. Anche voi diventerete… Fascisti”

    Poteva essere il racconto intimista dei moderni rapporti sentimentali nel norvegese Kjærlighet (Love, Dag Johan Haugerud), o ancora la lotta al suprematismo bianco in The Order (Justin Kurzel), poteva essere il resoconto (estremamente di parte) dei fatti del 7 ottobre 2023 dell’israeliano Of dogs and men. Invece, è stato M. Il figlio del secolo a guadagnarsi, tristemente, il titolo di visione più attuale nell’ultima Mostra del Cinema di Venezia per la sottoscritta.

    Racconto in 8 puntate diretto da Joe Wright (Orgoglio e pregiudizio, Espiazione) liberamente tratto dall’omonimo romanzo vincitore del premio Strega di Antonio Scurati, la miniserie italo-francese racconta l’ascesa al potere del dittatore italiano Benito Mussolini (interpretato da un superlativo Luca Marinelli), coprendo il periodo che va dalla fondazione del partito Fasci di combattimento fino al famigerato delitto Matteotti.

    Anatomia di un dittatore

    La particolarità del racconto di Wright si esemplifica già dall’inizio della serie: a raccontarci la sua vicenda è Mussolini stesso. Il dittatore si rivolge direttamente al pubblico in degli a parte di shakespeariana (o, per restare nell’ambito seriale, fleabagiana) memoria. Rivolgendosi alla macchina da presa, Mussolini\Marinelli ci racconta e si racconta, precisando il contesto storico in cui opera e svelando i suoi pensieri più nascosti.

    L’obiettivo di un racconto tanto personale e, pertanto, rischioso? Presto detto: autori e attore hanno dichiarato di voler indagare il fenomeno costruitosi attorno a Mussolini, come il dittatore sia riuscito a mantenere vivo il culto della propria personalità e l’amore del popolo italiano. Perché d’amore si parla in M, lo stesso Mussolini ce lo dice nel suo primo intervento rivolto agli spettatori: “per vent’anni mi avete amato”, commenta mentre sullo schermo passano i filmati storici del suo dominio prima e della morte e successiva deturpazione del cadavere poi. Un amore che, come Mussolini nota, ancora persiste: “Guardatevi attorno… siamo ancora tra voi”.

    Il Mussolini interpretato da Marineli traccia una linea diretta tra passato e presente, non solo attraverso citazioni esplicite (la più spudorata nella quarta puntata) ma anche con i suoi modi, reminiscenti di diversi attuali politici di estrema destra: le tecniche oratorie, colme di una retorica in ultima istanza vuota (“il fascismo è tutto e il contrario di tutto”), toni e gesti teatrali, studiati per suscitare una reazione, e una mentalità che conta di fare leva sulla disperazione e la rabbia degli ultimi per raggiungere il consenso.

    Ma anche un uomo politico pronto a negare ogni proprio valore per salire sempre più in alto: la “fede” socialista e il supporto al proletariato barattati per soldi, il rifiuto della Chiesa tradito coi Patti Lateranensi, le elezioni prima duramente opposte e poi accettate… “Ho tradito tutti, anche me stesso” confessa con leggerezza una volta arrivato al Parlamento, primo passo di un oscuro cursus honorum che lo spinge a negarsi sempre di più. 

    E ancora, un uomo privato rozzo e affatto acculturato, dipendente dall’intelligenza del collaboratore Cesare Rossi (Francesco Russo) e soprattutto dell’amante Margherita Sarfatti (Barbara Chichiarelli), bisognoso di continue conferme riguardo alla sua virilità e ad un amor di popolo che prende la forma di parate, statue, gesti rituali, autodichiarato ‘ardito’, in verità vigliacco. Insomma, un uomo incoerente e ridicolo che come ridicolo viene trattato in più occasioni. Ma un uomo ridicolo alla guida di un intero paese. E per questo, pericoloso. 

    Anatomia di una dittatura

    Sin dal primo episodio la serie non lesina nel mostrarci in tutta la sua crudeltà la violenza dei fascisti della prima ora, con un montaggio frenetico, quasi epilettico, che non risparmia i dettagli più cruenti. Queste esplosioni di brutalità culminano col famigerato delitto Matteotti, alle cui conseguenze (o meglio, non conseguenze) sono dedicate le ultime puntate della serie. Episodio dopo episodio, l’orrore dell’affermazione fascista si va a sedimentare sempre di più, raggiungendo il suo acme durante la famosa ammissione di colpa del dittatore avvenuta il 2 gennaio 1925. Dopo momenti di estrema tensione, dopo aver osservato nei suoi dettagli più macabri la nascita di un governo fondato sul sangue e sul culto della personalità di un megalomane, la serie ci lascia con un’ultima, devastante stoccata: nell’indifferenza totale, assistiamo alla totale morte della democrazia.

    Conclusioni

    Scegliendo un soggetto spinoso come l’ascesa politica di Mussolini, M-Il figlio del secolo da storia del personaggio non può che diventare anche storia d’Italia: quella di ieri e, in fin dei conti, quella di oggi. Ricordandoci le premesse storiche nelle quali una figura così carismatica e assetata di potere come Mussolini ha potuto trovare terreno fertile per attecchire e far crescere i propri frutti, la serie ci chiede di guardarci intorno sin dai suoi primi minuti. 

    Il passato e il suo studio, d’altronde, dovrebbero fungere da strumento di comprensione del presente e monito per un ideale futuro migliore. Peccato che, ancora prima che M uscisse, molti di noi sembrano aver dimenticato il suo messaggio, preferendogli un sempreverde ‘ha fatto anche cose buone’.

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    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • Un anno di cinema: le nostre scelte imperdibili del 2024

    Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?

    Baby invasion (Harmony Korine)

    Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
    Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
    A cura di Alberto Faggiotto.

    Estranei (Andrew Haigh)

    Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
    A cura di Valentino Feltrin.

    Challengers (Luca Guadagnino)

    Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024,  questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
    A cura di Gaia Fanelli.

    Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)

    Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione. 
    A cura di Maria Cagnazzo.

    Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)

    Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
    A cura di Jacopo Barbero.

    The Bikeriders (Jeff Nichols)

    Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
    A cura di Enrico Borghesio.

    Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)

    Se in Slacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, in Hit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
    A cura di Simone Pagano.

    L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)

    Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
    A cura di Silvia Strambi.

    The Substance (Coralie Fargeat)

    Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
    The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
    A cura di Renata Capanna.

    Anora (Sean Baker)

    Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
    Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
    A cura di Nicolò Cretaro.

    Conclave (di Edward Berger)

    Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
    A cura di Edoardo Borghesio.

    Dostoevskij (fratelli D’Innocenzo)

    Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
    L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
    A cura di Mattia Bianconi.

  • Recensione Nada – un omaggio a Buenos Aires

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    A ottobre 2023 Disney+ ha rilasciato una chicca che in alcuni paesi è diventata già un cult, ma in Italia non ha ricevuto il successo che avrebbe meritato. Parliamo di Nada di Mariano Cohn e Gastón Duprat, un comedy drama composto da cinque episodi di mezz’ora che vede protagonisti Luis Brandoni e Robert De Niro.

    Manuel Tamayo Prats è un critico gastronomico di Buenos Aires che non si tira certo indietro quando si tratta di stroncare un locale o uno chef. D’altronde è convinto che le recensioni negative, oltre ad essere più piacevoli per lui da scrivere, siano anche più interessanti per i lettori. È anche uno scrittore a contratto ma ormai da tre anni non trova l’ispirazione per scrivere. 

    La storia scorre sotto le parole di Vincent Parisi, che si presenta come uno dei migliori amici di Manuel, con cui però parla una o due volte l’anno. E a volte neanche quella.

    È proprio Vincent a presentarci il protagonista: 

    In passato è stato un hippy, un rugbista, un alcolista, un esiliato, un viaggiatore, un artista e altro. Ma è soprattutto un vero e proprio dandy.

    Un uomo estremamente abitudinario e testardo, sofisticato e provocatorio, che per decenni ha vissuto con Celsa, una governante che si è sempre occupata di tutto, dalle pulizie di casa ai conti economici. Per uno scherzo del destino da un giorno all’altro si ritrova solo e non gli resta che prendere atto della sua più totale mancanza di senso pratico, consapevole che da quel momento dovrà imparare a sbrigarsela. La sua vita subisce un’ulteriore svolta quando Antonia, una dolce ragazza paraguayana, bussa alla sua porta in cerca di lavoro. Deciderà di lasciarla entrare e introdurla alle sue manie o cercherà di vivere per conto suo? 

    Robert De Niro in una serie tv argentina?

    Per Robert De Niro si tratta del primo progetto per la tv in sessant’anni di carriera. Colpisce ancora di più la sua decisione di prendere parte alla serie considerando che l’attore non parla né castellano né argentino. Quindi perché avrà accettato questo ruolo?

    Innanzitutto, per il suo amore per Buenos Aires ma certamente anche per la qualità dello script. I produttori Leonardo Aranguibel e Mariana Pérez nell’intervista a The Hollywood Reporter hanno raccontato di avergli mandato lo script sicuri che la risposta sarebbe stata un no; invece, l’attore ha risposto subito entusiasta della proposta. Così si è catapultato a Buenos Aires.

    Vale la pena ricordare anche l’amicizia che lo lega a Luis Brandoni: si sono conosciuti alla fine degli anni Ottanta a Buenos Aires grazie al regista teatrale Lito Cruz, e da allora il legame tra di loro non si è mai spezzato. Sorprenderà sapere che tra di loro parlano in italiano e in caso di difficoltà “gesticolare” torna sempre utile. Il ruolo di De Niro nella serie non è assolutamente marginale, anzi in quanto narratore è fondamentale per raccontare una figura complessa e sfaccettata come Manuel. Tuttavia, la presenza di De Niro è discreta e non catalizza tutte le attenzioni, lasciando spazio alla storia e al protagonista. 

    Un’ode a Buenos Aires

    La serie si rivolge per lo più al mercato spagnolo e sudamericano, anche se la presenza di un attore del calibro di De Niro avrebbe dovuto amplificare l’attenzione mediatica.

    Nada è disponibile solo in lingua originale, per il mercato internazionale il titolo è stato tradotto in Nothing, pensando probabilmente che così potesse risultare più attraente per il pubblico anglofono. Tuttavia, qualsiasi dopppiaggio non renderebbe allo stesso modo: solo vendendola in lingua originale è possibile apprezzare i diversi accenti del Sud America che danno un valore aggiunto ai personaggi e ai modi di dire argentini che aprono ogni episodio. È inoltre curioso vedere come Manuel e Vincent superino la barriera linguistica che li separa, usando un mix di italiano, inglese e spagnolo. 

    Oltre a Manuel e Vincent, possiamo individuare una terza protagonista: Buenos Aires. La serie è un omaggio alla città, in quanto in ogni episodio grazie ai modi di dire e racconti di vita vera che ci fanno conoscere con la sua cultura e le sue tradizioni. Nonostante ciò, buona parte della serie si svolge nella imponente ma allo stesso tempo accogliente casa di Manuel che è un rifugio per il protagonista, quel luogo in cui può trovare pace. È interessante notare come gli spazi assecondano l’evoluzione del protagonista: inizialmente dominano gli spazi gialli che riprendono il colore dei suoi occhiali da vista, rappresentando così la sua incapacità di cambiare prospettiva. La presenza del giallo diminuisce sensibilmente nel corso della serie, indicando così la sua capacità di guardare alla vita con occhi nuovi. 

    Infine, la cucina svolge un ruolo fondamentale. Non a caso Nada è stata presentata in anteprima al San Sebastian International Film Festival, nella sezione Culinary Zinema, nella quale vengono selezionate opere in cui la cucina è protagonista. La serie ci permette di conoscere piatti tipici che nel nostro Paese conosciamo con troppa superficialità. Per assicurarsi precisione nella preparazione e presentazione dei piatti, gli autori si sono affidati alla chef Narda Lepes, allo chef Francis Mallmann e al giornalista Federico Oldenburg. Proprio come il protagonista, anche i piatti preparati evolvono sensibilmente: si passa dai piatti elaborati e sofisticati di Celsa ai sapori semplici di Antonia.

    Conclusioni

    La serie è un viaggio alla scoperta di Manuel: un personaggio unico, detestabile e pignolo ma a cui alla fine inevitabilmente ci si affeziona. La conoscenza di Antonia provoca uno scontro generazionale e culturale non indifferente che però dà vita a situazioni divertenti, incomprensioni e momenti di tenerezza. Questo nuovo legame diventa motore dell’evoluzione personale e professionale di Manuel: gli insegnerà a guardare la vita con occhi nuovi, permettendogli di uscire dalla situazione di stasi in cui era bloccato ormai da anni e riprendere in mano la sua vita.

    Ne risulta una serie leggera ma non superficiale, caratterizzata da una comicità elegante, in cui il protagonista diventa testimone di quanto a volte ciò di cui si ha bisogno è solo un po’ di semplicità

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    Cristiana Agosta,
    Redattrice.
  • Recensione Disclaimer – Non credere a tutto ciò che leggi

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    Disclaimer è il titolo della nuova miniserie thriller con Cate Blanchett e Kevin Kline scritta e diretta da Alfonso Cuarón, tratta dall’omonimo romanzo del 2015 di Renée Knight e uscita in sette puntate su Apple TV+ a partire dall’11 ottobre 2024 dopo la presentazione al Festival del Cinema di Venezia.

    Promossa dal reparto marketing come “la prima incursione televisiva di Cuarón”, in realtà arriva dopo la direzione di alcuni episodi tv a inizio carriera e la creazione nel 2014 di una serie intitolata Believe che fu un grosso flop: già questo deve metterci in guardia su come spesso la verità sia diversa da come viene raccontata, tema centrale di questa nuova Disclaimer.

    Dopo il debutto a Venezia, un commento ricorrente è che terminati i primi quattro episodi Disclaimer sembra conclusa, ma le ultime tre puntate sono sufficienti per ribaltare tutto e condurre a un finale inaspettato. Ecco perché la recensione sarà divisa in due parti, la prima spoiler-free sui primi quattro capitoli e la seconda con spoiler riguardo a Disclaimer nella sua totalità.

    Episodi 1-4: un perfetto sconosciuto (NO SPOILER)

    La trama che si articola nei primi quattro episodi di Disclaimer è raccontata in maniera molto accattivante ma non particolarmente originale: un’autrice di documentari di successo vede la propria vita privata e lavorativa andare in frantumi dopo che un anziano docente in pensione pubblica un romanzo a proposito di un fatto avvenuto nel passato di lei.

    La forza dei primi quattro capitoli di Disclaimer sta nella sfaccettatura del racconto e nel moltiplicarsi dei punti di vista: da una parte la documentarista Catherine Ravenscroft (Cate Blanchett), dall’altra l’anziano Stephen Brigstocke (Kevin Kline), e tra di loro una giovane coppia in vacanza in Italia nei primi anni 2000, di cui presto identifichiamo lui come Jonathan Brigstocke (Louis Partridge), il figlio di Stephen. A ogni episodio si aggiungono poi altre prospettive: la defunta moglie di Stephen (Lesley Manville), il marito e il figlio di Catherine (rispettivamente Sacha Baron Cohen e Kodi Smit-McPhee) e la giovane Catherine (Leila George).

    A ogni linea della vicenda è affidato uno stile narrativo diverso: Stephen Brigstocke parla di sé in prima persona, l’ambiente di Catherine è narrato sia in terza che nella ben più rara seconda persona, mentre il racconto di Jonathan è senza narratore. Ciascun personaggio ha una particolare caratterizzazione visiva e sonora, fatta di dettagli, suoni e focali adeguati alla loro storia. Uno dei più intriganti è Robert, il marito di Catherine, cui vengono riservate camere a mano e zoom irregolari per accentuare il caos emotivo. La vicenda di Jonathan è raccontata con un tono romantico-erotico, aperta e chiusa da effetti iride (transizione tipica del cinema muto usata da Cuarón anche in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban): diventa presto chiaro che questo racconto non è la realtà vera e propria, ma quella narrata nel romanzo A Perfect Stranger scritto da Nancy Brigstocke e pubblicato dal vedovo Stephen.

    Nessuno tra i protagonisti è del tutto sincero: Catherine è una documentarista, cioè racconta la verità per vivere, ma non esita a mentire a un collega la prima volta che la vediamo in ufficio; il marito Robert racconta storie per far quadrare i conti della sua società; entrambi sono convinti che il figlio sia diverso da ciò che è realmente. Tutti nascondono qualcosa.

    Episodi 5-7: tutti nascondono qualcosa (SPOILER)

    La scena di sesso con cui si apre Disclaimer racconta di una coppia felice, quella di Jonathan e della fidanzata Sasha. Quest’ultima però deve partire improvvisamente, perciò lascia il ragazzo da solo in Italia, dove conoscerà la giovane Catherine e successivamente troverà la morte nel tentativo di salvarne il figlio. Quattro puntate dopo scopriamo che in realtà Sasha se ne è andata per un’altra ragione, legata allo stesso Jonathan. Il fatto che il quinto episodio smentisca la prima scena è un campanello di allarme, ed è solo una delle tante versioni parziali raccontate nei primi quattro episodi che verranno riproposte specularmente nei successivi tre. Anche l’intensa e coinvolgente scena erotica tra Jonathan e la giovane Catherine del terzo episodio si trasforma in una cruda violenza sessuale nel settimo.

    Tutto in Disclaimer assume una valenza doppia, e il signor Brigstocke è il più doppio di tutti, addirittura triplo: non solo indossa per tutto il tempo il cardigan rosa della moglie quasi per riportarla in vita (suggerendo un diabolico richiamo a Psyco), ma negli ultimi episodi risveglia persino Jonathan usando il suo deodorante. Brigstocke è tre persone contemporaneamente, incarna la rabbia per la perdita di un figlio che cerca continuamente di riportare in vita: attraverso la pubblicazione del libro, con il profilo Instagram che apre per portare avanti la vendetta, con la cartolina di Jonathan che arriva a destinazione dopo la sua morte.

    Disclaimer lavora tantissimo sugli oggetti. È il libro con le foto erotiche di Catherine che mette in moto la narrazione, il cardigan rosa serve per riportare in vita Nancy Brigstocke, la spiaggia (che è sempre un luogo fondamentale di unione e separazione per Cuarón) è dove si impernia tutta la narrazione intorno alla morte di Jonathan. Anche gli animali possono assumere significati: il rapporto di Catherine coi gatti sta a significare che lei è amorevole ma sfuggente come loro, la volpe che abita nel giardino Brigstocke è una rappresentazione della non affidabilità di Nancy, lo scarafaggio asfissiato sotto un bicchiere da Stephen è la fine che lui desidera per Catherine.

    Disclaimer è il racconto di quanto le donne siano poco credute quando (non) denunciano una violenza, ma non solo. Disclaimer mostra come una storia non verificata possa capovolgere la vita delle persone loro malgrado coinvolte nella menzogna. Quanto sia potente la forza di un racconto, anche di quelle piccole bugie quotidiane che ci si racconta in famiglia per coprire una sbavatura, qualcosa di difficile da accettare. Nel finale Robert Ravenscroft domanda a Stephen Brigstocke come mai non abbia mai messo in discussione quanto sapeva di suo figlio, ma Stephen risponde chiedendogli come mai non lo abbia fatto lui: è davvero più difficile credere ai propri cari che a un perfetto sconosciuto?

    È tempo che la mia voce venga ascoltata (NO SPOILER)

    Pur non essendo esente da difetti, che spesso richiedono sospensione di incredulità o accettazione di palesi incoerenze, Disclaimer si rivela una miniserie solida, ben diretta e ottimamente interpretata da un grande cast capitanato da Cate Blanchett in bilico tra caduta e controllo di sé, anche se la punta di diamante è il diabolico Kevin Kline, il cui personaggio è frammentato, ingobbito e incattivito dal dolore.

    A noi potrebbe essere piaciuta oppure no, ma non importa. A Venezia la miniserie è stata accolta dalla critica come un grande noir del 21º secolo, ma giunta sul piccolo schermo ha subìto il giudizio anche di spettatori che l’hanno liquidata con più facilità, tacciandola di vacuità e incoerenza. Oggi più di una volta il pubblico è costantemente polarizzato tra opinioni molto forti che non accettano zone grigie. Disclaimer invita a guardare con attenzione e non credere a tutto ciò che si legge.

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    Enrico Borghesio,
    Redattore.
  • Qui non è Hollywood – Il male è banale, comprenderlo è complesso

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    Disclaimer: All’interno dell’articolo saranno presenti spoiler sulle vicende realmente accadute e sulle modalità in cui la serie le mette in scena

    Al true crime siamo ormai tutti abituati: non che si tratti di un genere completamente nuovo, ma è sotto gli occhi di tutti come, nel corso degli ultimi anni, le piattaforme abbiano raccolto il testimone dalla televisione generalista per creare un vero e proprio marasma di produzioni che si arricchisce sempre di più. Per anni in Italia i casi di cronaca nera sono stati appannaggio quasi esclusivamente di programmi in chiaro a sfondo (più o meno) giornalistico, passando poi per la “via di mezzo” della pay-per-view manifesta principalmente in quella Sky autrice di numerosi prodotti degni di nota costruiti sulla formula della docu-serie, di cui un esempio perfetto è proprio Sarah. La ragazza di Avetrana, prodotta da Grøenlandia e tratta dal libro omonimo con l’obiettivo di ricostruire uno dei casi di nera più sconvolgenti degli ultimi anni.

    È forse affidabile a Netflix il manto di aver scommesso fortemente su una programmazione di questa tipologia tanto che, a voler escludere la grande quantità di produzioni estere, in Italia vanta nel suo catalogo SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, Vatican Girl: La scomparsa di Emanuela Orlandi e Wanna: produzioni rivolte a target diversi, con argomenti diversi che spaziano attraverso dinamiche che, unite, permettono di manifestare un forte interesse da parte della piattaforma e di far sì che, di queste storie, ne rimanga sempre traccia. 

    Proprio Netflix solo quest’anno ha arricchito il proprio catalogo con Il caso Yara – Oltre ogni ragionevole dubbio e Per Elisa – Il caso Claps, rispettivamente una docu-serie e una miniserie capaci entrambi di attrarre il pubblico e far parlare di sé.

    Mai giudicare una serie dalla locandina

    Sono forse talmente tanti i prodotti di questi tipo ormai che, all’ennesimo annuncio da parte di una piattaforma di un nuovo true crime, si manifesta di già una sensazione di ridondanza tanto da chiederci “ma ce n’era davvero bisogno?”. Sensazione ulteriormente acuita dall’uscita di un trailer poco convincente e di una locandina dalle scelte di design decisamente discutibili, tanto da far bollare il prodotto dalla maggior parte dell’utenza come la “classica operazione all’italiana”: battiamo il ferro finché è caldo spendendo il minimo, perché se qualcosa va di moda gli spettatori tanto arrivano. A smuovere le acque ci pensa però un avvenimento esterno: il 23 ottobre la serie viene infatti messa in stallo a causa delle richieste del sindaco della città, chiedendo di eliminare dal titolo il nome “Avetrana” con il rischio che, qualora la produzione si rifiutasse, il prodotto sarebbe potuto scomparire per sempre.

    Inevitabile a questo punto l’interesse spasmodico da parte del pubblico al quale, qualora gli venga impedita la visione di qualcosa, cercherà a quel punto di visionarla in qualsiasi modo possibile, con conseguenti articoli su articoli riguardanti l’argomento affiancati a recensioni scritte e video di coloro che, al Festival del Cinema di Roma, la serie erano riusciti a vederla quasi come “unici spettatori di un miracolo censurato”.

    La situazione si sarebbe poi risolta in maniera estremamente semplice (e prevedibile): la produzione rinuncia ad “Avetrana” nel titolo mantenendo soltanto Qui non è Hollywood – inizialmente pensato come sottotitolo – e la serie sbarca sotto gli sguardi (ora) affamati di migliaia di spettatori su Disney+ il 30 ottobre. C’è però, di fatto, una sorpresa in tutta questa storia: la serie è, a tutti gli effetti, un prodotto che ha dell’incredibile.

    Un enorme valore produttivo

    Fondamentale, prima di tutto, spendere due parole su chi sta dietro al progetto: quasi a sorpresa si ritrova infatti Grøenlandia stessa che, dopo la docu-serie, ritorna a trattare la stessa storia utilizzando ora la forma della miniserie gestendo però in contemporanea anche l’uscita su Netflix della seconda stagione de La legge di Lidia Poet e su Sky di Hanno ucciso l’uomo ragno, creando in questo modo un quadro complessivo estremamente roseo visti i grandi numeri che queste produzioni stanno manifestando.

    A dirigere la serie troviamo poi Pippo Mezzapesa – conosciuto ai più per aver diretto Ti mangio il cuore – che ritroviamo qui anche nel team di sceneggiatori incaricati di adattare il libro di Gazzanni e Piccinni, utilizzato ancora una volta come soggetto per la serie.

    Se è vero che alcune produzioni televisive italiane hanno, di fatto, mostrato i muscoli anche in relazione a produzioni estere ben più blasonate, rimane comunque vero come un grosso sforzo produttivo rimanga nel belpaese legato a prodotti inevitabilmente inferiori a quanto vediamo arrivare da oltre i confini. Tutte le preoccupazioni legate al pessimo marketing della serie, che a tutti gli effetti sembrava collocare il prodotto proprio in quest’ultima categoria, vengono immediatamente spazzate via già dai primi minuti: commistionando reparti creativi e tecnici la serie mette infatti in scena quattro puntate dalla lunghezza di poco superiore ai 60 minuti la cui qualità rimane costantemente altissima senza sbavature.

    Da ogni inquadratura si riesce a percepire il calore dell’asfalto, la freschezza delle birre ghiacciate e dei gelati, l’odore del sudore e del terriccio lavorato nei campi, piombando indietro a un 2010 che di finzione non trasmette nulla risultando però al tempo stesso estremamente iconico, nel bene e nel male. Le automobili con lo stereo come unico optional e i finestrini a manopola, i telefonini a conchiglia con i ciondoli che si trovavano nei pacchetti di patatine, i primi televisori piatti nei locali e quelli ancora al tubo catodico nelle abitazioni a cui si aggiunge un vestiario e un insieme di capigliature divenute ormai iconiche dimostrano un grande dispendio di forze nel ricreare, nella maniera più fedele possibile, ciò che venne mostrato dai costanti e innumerevoli servizi giornalistici dell’epoca.

    In puro stile USA, la serie si compone inoltre di una colonna sonora di brani su licenza che spaziano dalle italianissime Nel sole di Albano e Tranne te di Fabri Fibra a brani internazionali come Complicated, Who Wants To Live Forever o Exit Music (For Movies) – il cui utilizzo nasconde, in maniera nemmeno troppo velata, un significato relativamente alle scene che accompagnano – passando poi per i brani originali composti da Yakamoto Kotzuga e alla credit song La banalità del male composta appositamente da Marz e Marracash.

    Fedeltà storica, interpretazione narrativa

    Nella scelta della miniserie come strumento narrativo si manifesta l’intrinseca intenzione degli autori di voler raccontare gli eventi reali inserendo però diversi grandi di interpretazione al tutto. Da un lato abbiamo quindi il realismo storico, attraverso cui si cerca di ricreare il tutto nella maniera più realistica e verosimile possibile: oltre agli (imprescindibili) elementi nominati poco sopra, grande sforzo è stato posto nella composizione di un cast che rassomigliasse il più possibile alle persone che questa storia l’hanno vissuta in prima persona e che trova piena manifestazione negli oltre 20 kg di trucco applicati a Vanessa Scalera per la sua trasformazione in Cosima Serrano e nell’acquisizione da parte di Giulia Perulli (affiancata da una nutrizionista) di 22 kg per ottenere una fisicità conforme a quella della vera Sabrina Misseri. A ciò si aggiungono numerose sequenze sparpagliate nelle varie puntate che riproducono con estrema fedeltà le situazioni realmente mostrate davanti alle telecamere, tanto da risultare impressionanti quando messe a confronto, a cui fa da contraltare la totale mancanza di girato legato all’assassinio, mostrato brevemente come di sfuggita, volendo ulteriormente rimarcare una nebulosa oscurità che ancora aleggia sulla verità di quel momento.

    Al tempo stesso la serie decide di dare al racconto una forte componente emotiva, traducibile innanzitutto nel focus degli episodi: ad ognuno è infatti assegnato il nome di un personaggio che risulterà il focus principale di quei sessanta minuti. Non ci si ritrova però davanti a quattro prospettive diverse della stessa vicenda, quanto piuttosto alla volontà di donare il tempo necessario a sviscerare questi personaggi per poterli comprendere appieno ed è presto chiaro come questo fosse il vero obiettivo della serie. Ad un primo episodio – Sarah – con protagonista la vittima e che racconta i giorni precedenti all’omicidio occupandosi principalmente di introdurre i vari personaggi e le loro dinamiche, fanno da contraltare i tre episodi successivi – Sabrina, Michele e Cosima – attraverso i quali possiamo comprendere appieno le dinamiche famigliari e i demoni personali che attanagliano ognuno dei colpevoli, il tutto attraverso scene di fortissimo impatto (basti pensare alla rabbia di Sabrina nel vedersi riflessa allo specchio o al pianto di Michele sul trattore).

    Per rendere ancora più potente e funzionale tale struttura giocano poi un ruolo fondamentale le sequenze oniriche: già il primo episodio sembra essere strutturato come un sogno della morente Sarah nel quale, nel ripercorrere i giorni precedenti alla morte, elementi reali si mescolano ad altri volontariamente simbolici a manifestare l’inevitabile stretta del destino, ma è nelle tre ore successive che l’assurdo cresce esponenzialmente, con l’apparizione del fantasma di Sarah a Sabrina e Benedetta o la preghiera ripetuta e la stagnazione dell’acqua sempre più soffocante nell’episodio dedicato a Michele. A tutto questo si aggiunge infine un fortissimo simbolismo che permea numerose sequenze – e in cui Mezzapesa dimostra una grande padronanza del mezzo: il “muscio” – cucciolo di gatto destinato a morire – a cui sembrano prestare attenzione soltanto Sarah, con un amore innocente e incondizionato, e Zio Michele, legato ad esso ma rassegnato al destino di morte, come foreshadow del destino della giovane ragazza e dell’ossessione dello zio che lo porterà al crollo; la statuetta rotta durante la diretta in cui viene ritrovato il corpo di Sarah e che Sabrina cercherà, inutilmente, di ricomporre come impossibile sarà, da quel momento in poi, rimettere insieme i cocci di una famiglia distrutta ed a cui mancherà per sempre un frammento; il ballo di Sabrina – e poi Cosima in un secondo momento – sulle note di Obsesion di Aventura e Judi Santos, a piena manifestazione dell’ossessione della prima nei confronti di Ivano (che la porterà poi a compiere l’omicidio) e del legame intrinseco tra madre e figlia. Come non citare poi la camminata finale di Sarah lungo le strade deserte di Avetrana, accompagnata dalle note di Who Wants To Live Forever dei Queen e sola come l’Aldo Moro sul finale di Buongiorno, notte di Marchio Bellocchio, completamente ignorata dai giornalisti che, passandole affianco, corrono verso Cosima, verso lo scoop. Perché quello che alla fine a tutti interessa, più che fare giustizia ai morti, è sbattere il mostro in prima pagina.

    “Sai che il male è banale, ma è comprenderlo che è complesso

    Se ci affascina tutti, è perché tutti lo abbiamo dentro

    Ogni caso irrisolto, poi, è soltanto specchio del nostro”

    (La banalità del male (End credit song “Qui non è Hollywood”) – Marz, Marracash)

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Recensione Like A Dragon: Yakuza – Un dragone senza occhi

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Tra le saghe videoludiche più longeve, Yakuza – il cui titolo mutò poi negli anni in Like A Dragon – gioca senz’altro un ruolo di spicco: partita nel 2005 con il primo capitolo su PlayStation 2, prosegue poi fino ad oggi contando all’attivo diciannove titoli tra principali e spin-off di vario tipo, raccontando una storia in continua espansione popolata da personaggi che una vasta porzione di pubblico – principalmente asiatico – ha imparato negli anni ad amare. Non è infatti difficile legarsi a personaggi come Kazuma, Goro, Ichi, Takayuki data la forte impronta narrativa che i giochi portano avanti: da un lato infatti i combattimenti giocano un ruolo fondamentale assieme all’esplorazione di porzioni di mappe sempre più ampie, ma al tempo stesso una grande quantità di tempo viene speso nel dialogare con una immensa pletora di personaggi (più o meno) secondari e nel vedere cutscene curatissime che evolvono continuamente la narrazione.

    All’annuncio di un adattamento, le aspettative si fanno quindi abbastanza alte: Takashi Miike già aveva tentato un’operazione di questo tipo con il suo Yakuza: Like A Dragon nel 2007, pellicola ben accolta dai fan per le numerose citazioni ma poco comprensibile per i neofiti, decretandone così il relativo insuccesso – tanto che ad oggi il film è praticamente introvabile; che potesse quindi essere questa l’occasione giusta per dare ulteriore lustro e ulteriore fama alla saga, soprattutto al di fuori del Sol Levante?

    Kazuma Kiryu (Ryoma Takeuchi) e Akira Nishikiyama (Kento Kaku) camminano per le strade di Kamurocho

    Il dragone e la carpa

    Saltando dal letto del fiume, cercarono di raggiungere la cima della cascata senza riuscirci. I loro sforzi attirarono l’attenzione di un demone locale, che derise i loro sforzi e intensificò la forza della cascata a causa della sua malignità. Dopo aver saltato per cent’anni, una carpa raggiunse la cima della cascata. Gli Dei riconobbero la sua perseveranza e la sua determinazione e la trasformarono in un dragone dorato, un’immagine di potere e forza.

    Un’antica leggenda cinese

    La serie si divide tra due archi narrativi: nel 1995 seguiamo le vicende del quartetto formato da Kazuma, Yumi, Nishiki e la sorella Miho nel loro tentativo di fuggire dall’orfanotrofio e rifarsi una vita portando a termine un colpo, finendo però inevitabilmente nel mirino dei Dojima, una potente famiglia della Yakuza; parallelamente nel 2005 vediamo Kazuma uscire di galera, con addosso il titolo di “Ammazza-boss” e costretto a destreggiarsi tra il desiderio di abbandonare la vita criminale e l’aiutare i vecchi amici.

    Questa struttura di salto tra presente e passato l’abbiamo di certo già vista in numerose produzioni – Lost su tutte in questo ha fatto inevitabilmente storia – ma in questo caso le modalità in cui il prodotto decide di mettere in scena l’alternanza non seguono uno schema ben preciso: si passa infatti da episodi come Ambition/Desire in cui le vicende del 2005 riguardano un minutaggio decisamente esiguo rispetto alla centralità di quelle del ’95 ed altri in cui si verifica l’esatto opposto. Se da un lato ciò permetterebbe idealmente di concentrarsi su quanto in quel momento necessita più attenzione, bisogna ammettere come ciò finisca per creare un ritmo discontinuo in cui – complice anche la decisione di spezzare l’uscita degli episodi in due tronconi distinti da tre episodi l’uno – lo spettatore fatica a raccapezzarsi sulle vicende. La serie infatti mette in scena numerosi personaggi, ognuno con il proprio nome, ruolo e titolo più o meno centrali alle vicende, ma che necessitano comunque un forte sforzo mnemonico per essere ricordati, azione complicata ulteriormente dai continui salti temporali.

    Blocco note alla mano per scriversi nomi e titoli ed ovviare quindi a questo problema, la serie presenta in realtà una struttura abbastanza semplice: il ’95 funge infatti da spiegazione su come i personaggi abbiano costruito i propri legami con la Yakuza e come si arrivi alla conseguente morte del boss, mentre il 2005 segue l’indagine personale di Kazuma su una serie di omicidi nell’ambiente criminale e sul furto del fondo delle famiglie della Yakuza. Proprio relativamente alla quantità di tempo dedicata ai rispettivi archi narrativi, le vicende della “formazione” dei protagonisti sembrano occupare molto più del tempo necessario, soffermandosi su numerosi momenti di certo interessanti ma che sarebbero potuti al tempo stesso essere ridotti, così da dare più spazio alle ben più interessanti vicende del 2005. Questo perché, soffermandosi proprio su quest’ultime, la sceneggiatura spara le sue cartucce migliori, con un susseguirsi di vicende interessanti, ricche di sfumature ed intrighi capaci di mantenere alta la tensione e permettere allo spettatore di avanzare con interesse nella visione.

    Majima Goro (Munetaka Aoki) in una delle poche – purtroppo – sequenze che lo vede protagonista

    The game was rigged from the start

    Elemento inevitabile in fase di analisi è la relazione con il materiale originale. Da una parte abbiamo infatti nomi, outfit, location, addirittura mosse di combattimento identici a quanto visto nel gioco, dall’altra però abbiamo la volontà di adattare la storia con grande libertà, ritrovandosi di fronte ad un adattamento più vicino a quanto visto in Halo piuttosto che ad una blasonata prima stagione di The Last Of Us. Se l’omicidio del boss ed il successivo furto del fondo della Yakuza sono difatti il medesimo punto di partenza, il gioco riduce le vicende del 1995 al mero incipit proiettandosi poi interamente nel 2005 dove, nell’arco delle circa 15 ore di durata, viene messo in scena un crime drama in cui si alternano momenti ricchi di azione e tensione ad altri più emotivi. Il giocatore riesci così a legarsi in primis a Kazuma, ma anche ai tutti gli altri personaggi di cui conosce così carattere e motivazioni costruendo una fitta trama di relazioni che si intreccia, ovviamente, con la linea narrativa principale.

    Proprio qui sta il più grande problema della serie: il grottesco e l’assurdo che caratterizzano l’intero gioco sono qui stati completamente eliminati, non comprendendo che fossero proprio ciò che portava lustro e memorabilità a quanto messo in scena. I continui tentativi di Goro di irritare Kazuma per spingerlo a combattere aiutano a delineare un personaggio consumato dalla brama del combattimento, così come il correre per la città alla ricerca del giusto cibo per cani o l’accompagnare un turista americano per locali dimostrava, nella sua assurdità, come Kazuma fosse un qualcosa di più di un semplice criminale, a cui poi si aggiungevano gli assurdi combattimenti contro decine di nemici che permettevano di sviluppare un’idolatria verso un personaggio tutt’altro che dimenticabile. Tutto questo nella serie viene invece asciugato e ridotto – forse per necessità di tempo o forse per voler dare un senso di cupezza maggiore alle vicende – finendo però per creare una narrazione composta da tanti momenti posti frettolosamente in successione con personaggi che entrano ed escono di scena con una velocità disarmante.

    A poco servono quindi le buone prove attoriali, il curato aspetto tecnico – soprattutto nella fotografia di alcune sequenze – oppure le ottime coreografie a fronte di una storia che, al di là dei vari cambiamenti più o meno funzionali, si prende eccessivamente sul serio e che finisce così per portare sullo schermo diversi momenti del videogioco senza quella magia che li ha sempre contraddistinti e rendendoli, perciò, dimenticabili.

    Conclusioni

    Già arrivato in sordina, Like A Dragon: Yakuza sembra essere uno di quei prodotti destinati in partenza all’oblio: la decisione infatti di adattare con molta libertà le vicende del videogioco eliminando completamente ogni elemento grottesco o sopra le righi porta la narrazione a procedere come con il pilota automatico, non inciampando in grossolani errori fastidiosi ma non riuscendo mai a creare momenti degni di nota. Purtroppo nemmeno un buon cast, un ottimo aspetto tecnico e delle ottime coreografie riusciranno a salvare questa serie, incapace di scorgere la giusta strada da percorrere, quasi come il drago senza occhi sulla schiena del protagonista.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Recensione The Boys 4Realer than real

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    Seguendo l’ormai collaudata formula dei tre episodi iniziali e della successiva uscita settimanale, è indubbio che l’ultimo mese sia stato completamente all’insegna di The Boys. L’attesa della quarta stagione, fin dall’apertissimo finale della terza passando per l’eccezionale spin-off Gen V, è stata poi costellata da approfondimenti dalla formidabile genialità direttamente dalle pagine ufficiali – non smetteremo mai di tessere le lodi dei vari account Instagram diegetici presenti nel mondo reale, con news sui principali eventi del mondo di The Boys e costanti aggiornamenti sul fittizio Vought Cinematic Universe – associate ai numerosissimi meme legati ai personaggi a cui si aggiungono, come ciliegina sulla torta, gli ormai classici, ma sempreverdi, disclaimer ad inizio episodio con cui, sul finale, non solo si avverte delle tematiche sensibili ma si prendono le distanze da quanto avvenuto pochi giorni prima riguardo all’attentato a Trump (associato addirittura dalla sostituzione del titolo originale “Assassination Run” con un ben più insipido “Finale della quarta stagione”).

    Ma è, di fatto, riuscita questa quarta stagione a vivere oltre le aspettative ed a conquistare anche gli spettatori più critici? Vale la pena parlarne un attimo.

    “E’ così facile diventare un mostro qui”

    Ashley (4×07)

    Nelle puntate precedenti (attenzione: spoiler)

    Innanzitutto è fondamentale sottolineare come, a questo punto del racconto, risulta non solo indispensabile aver visto le precedenti stagioni, ma essere anche in pari con i prodotti laterali: se The Boys: Diabolical presentava infatti delle puntate autoconclusive che cercavano un legame soprattutto con il materiale cartaceo piuttosto che con quello televisivo, visti gli sviluppi di trama estremamente intrecciati e la comparsa/ritorno di numerosi personaggi tutt’altro che marginali diventa fondamentale aver recuperato Gen V.

    Riassumere in poche righe quanto si presenta nell’incipit della stagione risulta perciò un’operazione tutt’altro che semplice: successivamente all’accordo politico stipulato tra Victoria Neuman e il candidato alla presidenza Singer, i Boys si ritrovano impegnati in una missione di assassinio orchestrata dalla CIA ai danni proprio della Neuman, ritenuta troppo potente e pericolosa per rimanere in una posizione di comando (visti anche i poteri di cui è dotata). Inutile dire come, nel classico stile della serie, niente va come pianificato e si aprono quindi le porte a quanto farà da sfondo per il resto della stagione: sul versante politico ed ideologico, continua il processo nei confronti di Homelander, accusato di omicidio, sul quale si sfrontano davanti alla corte gli schieramenti pubblici degli Starlighters e degli Homelanders, inevitabilmente destinati allo scontro violento; i Boys si dimostrano più divisi che mai, con un Butcher sull’orlo del precipizio a causa del tumore procurato dall’utilizzo sconsiderato di Temp V portato a dividersi tra le visioni di una pacifica Becca e la comparsa del vecchio compagno militare e dichiaratamente anti-super Kessler, MM che fatica a mantenere le redini del gruppo, Kimiko e Frenchie costretti a fare di nuovo i conti con il proprio passato e Hughie attanagliato dalla possibile perdita di una persona cara; in una condizione tutt’altro che migliore si trovano comunque anche i Sette, con un Homelander ossessionato dal proprio invecchiamento, un Deep sempre più stralunato e fuori dal mondo che sviluppa un legame quasi fraterno con il nuovo sostituto di Black Noir ma soprattutto con l’arrivo di due nuovi membri,  la persona più intelligente del mondo Sister Sage e la negazionista e complottista – oltre che militante di movimenti di estrema destra – Firecracker.

    Quanto presentato quindi nel corso degli otto episodi segue una struttura decisamente classica e comune a numerose serie: la trama orizzontale è sempre presente, in alcuni casi con sequenze di discreta lunghezza ma molto più spesso attraverso piccoli aggiornamenti costanti che sembrano quasi a fungere quasi da intermezzo tra le sequenze che rappresentano davvero il cuore della serie, ovvero i singoli approfondimento relativi ai personaggi.

    Le serie ai tempi dello streaming… O forse no

    Quanto è stato appena presentato si dimostra ormai come fattore comune alla maggioranza della serialità televisiva presente sulla maggior parte delle piattaforme: basti pensare, tanto per fare un esempio, a come la quarta stagione di Stranger Things avesse interi episodi dedicati all’esposizione di vicende utili soprattutto allo sviluppo dei singoli personaggi. Se ad una prima occhiata ciò sembra essere una nuovissima tendenza, le radici affondano direttamente alle origini della serialità come la intendiamo oggi partendo da Twin Peaks fino all’esempio perfetto: Lost. Dove però la serie culto creata da J.J. Abrams creava una situazione di contorno utile ad approfondire i personaggi, ciò che The Boys propone non risulta essere proprio lo stesso: questo perché il modo di raccontare della serie, più che al mondo della televisione, sembra fare molto più l’occhiolino agli albi a fumetti, non tanto nello specifico al materiale originale sviluppato da Garth Ennis ma alla gestione generale di una qualsiasi run a fumetti: ogni episodio (come ogni albo) presenta uno spunto di partenza da cui si parte per raccontare le vicende dei personaggi, arrivando a fine puntata in una situazione di risoluzione delle singole problematiche tornando quindi a discutere della grande trama generale solo negli ultimi minuti (o negli episodi successivi).

    Quanto appena enunciato porta alla luce un rischio, soprattutto sul lungo termine, di una certa stagnazione o per lo meno di una sensazione di stanchezza da parte degli spettatori meno svezzati, che aspettano una intera settimana per vedere la loro serie avanzare di pochissimo verso l’effettiva meta finale a favore di una lunga e corposa deviazione. Bisogna però anche sottolineare in cosa The Boys ha sempre mostrato grande lucidità, tanto da rendere ciò il suo vero cuore: la distruzione delle icone supereroistiche e la satira politica e sociale. Sul primo fattore questa quarta stagione si è forse dimostrata leggermente più debole delle precedenti, manifestando comunque discreti picchi (la gestione di Tek Night e Webweaver come rispettive “riscritture in chiave The Boys” funzionano alla perfezione con non poche chicche per i più smaliziati, a cui si aggiungono gli spettacolari spezzoni sul Vought-Con attraverso il quale si mira, con una nemmeno troppo velata ironia, a prendere di mira gli infiniti ma costantemente soggetti al cambiamento piani per gli universi condivisi), sulla satira politica la quarta stagione decide senza dubbio di premere sull’acceleratore, in particolare tramite le fantastiche new entry Firecracker e Sage con le numerosissime sequenze a loro dedicate (tra battute sugli effetti dei vaccini, sfruttamento della propaganda cristiana anti-aborto e discussioni sul razzismo) ma soprattutto con l’episodio finale incentrato, nella grande totalità, sul tentativo di assassinio del presidente, dimostrando quanto la serie si leghi a doppio filo con una realtà ogni giorno più grottesca.

    Piccolo plauso per il “fattore shock” sempre presente ma in maniera più dosata rispetto alla terza stagione: non abbiamo forse un “Herogasm”, ma il sangue scorre comunque a fiumi riuscendo però a risultare ben più impattante, assieme anche alla gestione di numerose battute completamente assurde che elevano la serie nell’olimpo della serialità più geniale dell’ultimo periodo.

    Conclusioni

    Quanto fatto con la quarta stagione di The Boys può, di fatto, non piacere a tutti: moltissimi elementi centrali della serie rimangono – dal sangue alla satira politica più pungente, passando ovviamente per la riscrittura tutt’altro che bonaria dei supereroi classici – ma si decide di puntare ad una narrazione fortemente verticale, in cui è l’approfondimento del personaggio che avviene in ogni singola puntata a manifestare un ruolo più centrale rispetto alla trama orizzontale, probabilmente con lo scopo di preparare adeguatamente il campo per la quinta stagione finale.

    Dopo aver assistito ad un’involontaria predizione del reale ed esser rimasti scioccati tra peni giganti, centipedi umani a sfondo sessuale e fiumi di sangue, non resta quindi che attendere l’ultima stagione nella speranza che tutti gli elementi introdotti finora ottengano una degna conclusione. Ma gioiamo, perché se dovremo aspettare il vero finale per almeno due anni, molto meno è invece il tempo d’attesa per la seconda stagione di Gen V e, se si dimostrerà gradevole almeno la metà della precedente, saremo ancora davanti ad uno dei prodotti televisivi degli ultimi anni. God bless America, but Erick Kripke too.

    “Perché qui, oggi, comincia una nuova era per i supereroi”

    Homelander (4×08)

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • James Gandolfini – Arte e metamorfosi

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    Il 19 giugno del 2013 moriva a Roma James Gandolfini. La tragica notizia scosse profondamente l’intero mondo dello spettacolo: ammiratori, colleghi, professionisti del settore e persino politici espressero il loro cordoglio e la loro stima nei confronti dell’attore. Una prova definitiva dell’enorme influenza che aveva esercitato nel corso degli anni, attraverso soprattutto uno dei ruoli più celebrati (e controversi) della storia della televisione, quello di Tony Soprano.

    Esordi: Makings of a varsity actor

    Nato e cresciuto in New Jersey, Gandolfini si appassionò alla recitazione appena dopo il college. Trasferitosi a Manhattan, tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90 recitò in diversi film a basso budget. Esordì sui palcoscenici di Broadway nel 1992, in una rappresentazione di Un tram che si chiama desiderio, e l’anno seguente ottenne il ruolo di Virgil in True Romance, di Tony Scott, che per la prima volta gli valse il plauso di critica e pubblico. Fu proprio questa parte che, quattro anni più tardi, spinse la casting director Susan Fitzgerald a chiamarlo per l’audizione nel ruolo di protagonista in una nuova serie HBO, una serie che sarebbe stata definita dal New York Times come “la più grande opera della cultura pop americana”, I Soprano.

    James e Tony

    Il pilot della serie andò in onda il 10 gennaio del 1999, divenendo immediatamente un fenomeno di massa. La critica ne lodò la regia, la recitazione degli attori e la scrittura. Ma uno dei meriti maggiori dell’enorme risonanza che seguì la messa in onda dello show,  fu senza dubbio quello di mostrare al mondo l’incredibile talento di James Gandolfini. Ogni piccolo gesto era carico di significato, ogni sguardo carico di tensione. L’attore scompariva del tutto in Tony Soprano, boss della mafia di Newark in analisi per depressione e attacchi di panico. La sua recitazione era un perfetto equilibrio di statici momenti introspettivi e violente esplosioni colleriche.

    La trasformazione definitiva in Tony Soprano si può notare guardando il pilot della serie, girato nel 1997, e il secondo episodio, girato a un anno di distanza. Durante il periodo che intercorse le due lavorazioni, l’attore prese trenta chili e, con l’aiuto di un vocal coach, diede forma alla voce di Tony. Ne comprese il peso della sua presenza scenica, raggiungendo un decisivo punto di contatto con il personaggio che gli permise di diventare un tutt’uno con quest’ultimo, legando ad esso la sua immagine in maniera indissolubile. La sua performance gli valse negli anni innumerevoli premi e la stima di grandi autori, come Peter Bogdanovich e i Fratelli Coen. Questi ultimi lo chiamarono infatti ad interpretare il memorabile ruolo di Big Dave in The Man Who Wasn’t There (2001).

    Durante la produzione de I Soprano, Gandolfini recitò in diversi film nel ruolo di caratterista a causa soprattutto del poco tempo a disposizione tra una stagione e l’altra della serie. Oltre al già citato film dei Coen, recitò al fianco di Brad Pitt e Julia Roberts  in The Mexican (2001) di Gore Verbinski, e di Ben Affleck e Catherine O’Hara nella commedia natalizia Surviving Christmas (2004).

    L’ultimo episodio de I Soprano, Made in America, esordì su HBO il 10 giugno 2007, lasciando tutto il mondo con il fiato sospeso (e con la paura di aver avuto un guasto al televisore). Lo sguardo di James Gandolfini/Tony Soprano, di poco sopra l’obiettivo della macchina da presa, è il culmine tensivo dell’intera serie. Indecifrabile, ma carico di significato.

    Gli Ultimi Anni: …they pull me back in!

    Togliersi di dosso un personaggio simile è difficile, forse addirittura impossibile. La sua caratterizzazione (curata alla perfezione da David Chase e dallo stesso attore), la sua messa in scena nello spazio che lo circonda ed il suo muoversi e comportarsi in quello stesso spazio, hanno dato vita ad una vera e propria creatura vivente, che esula dalla finzione e che, appunto, va oltre la stessa. Negli anni che seguirono la fine della serie, James Gandolfini fece di tutto per dimostrare al mondo di non essere solo Tony Soprano. Tornò a recitare per Tony Scott in The Taking of Pelham 123 (2009), nel ruolo del sindaco di New York, e lavorò in alcuni film indipendenti. Al contempo, produsse due documentari e un film, Hemingway e Gellhorn (2012) di Philip Kaufman, presentato alla sessantacinquesima edizione del Festival di Cannes. Nello stesso anno, interpretò il direttore della CIA Leon Panetta per Kathryn Bigelow in Zero Dark Thirty e, soprattutto, Mickey in Killing Them Softly di Andrew Dominik, un sicario alcolizzato e depresso che non è più in grado di svolgere la sua professione. Forse il ruolo più significativo della sua carriera cinematografica, Mickey, ha permesso a Gandolfini di riavvicinarsi considerevolmente alla figura di Tony Soprano e a lasciarselo alle spalle una volta per tutte.

    Il suo testamento cinematografico è composto da due film usciti postumi alla sua scomparsa: Enough Said (2013), di Nicole Holofcener, e The Drop (2014), di Michael R. Roskam. Avrebbe inoltre dovuto interpretare il ruolo di Jack Stone nella miniserie The Night Of, poi affidato a John Turturro.

    La morte di James Gandolfini, sconvolgente e improvvisa, ha lasciato un vuoto tuttora palpabile nel mondo del cinema e della televisione. Un vuoto impossibile da colmare, in quanto, come anche ha detto il giornalista americano Alan Sepinwall, “Gandolfini è stato il miglior attore drammatico della storia della televisione, e credo che nessuno ci si avvicini minimamente”.

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    Simone Pagano,
    Redattore.