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  • Recensione Ted Lasso Stagione 3 – L’ultimo fischio

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    Questi giorni sono coincisi con la fine di alcuni degli show più amati degli ultimi anni come Succession, Barry, The Marvelous Mrs. Maisel, e tra questi anche Ted Lasso, che ci ha salutati per sempre -forse, rimane infatti spazio per alcune speculazioni su uno spinoff- con un episodio extra large da oltre settanta minuti. In una stagione prolissa e poco a fuoco, che per molti aspetti è sembrata un passo falso rispetto ai perfetti equilibri tra sitcom e prestige drama a cui la punta di diamante di Apple TV+ aveva abituato il pubblico, è rimasto comunque spazio per un finale soddisfacente. 

    Al suo debutto, in piena pandemia, la gentilezza gratuita del personaggio ideato e interpretato da Jason Sudeikis – nato come protagonista di una serie di spot della NBC Sports – aveva rappresentato il giusto antidoto narrativo a mesi in cui sugli schermi serviva l’esatto opposto di un antieroe. Se durante la prima stagione il suo essere un pesce fuor d’acqua, un pò per i suoi modi di fare totalmente opposti al cinico mondo del calcio professionistico e un pò per la sua incompetenza tecnica, aveva costituito il principale motore narrativo e comico della storia, dalla seconda il tono era cambiato. Infatti, una volta superata la fase del Lasso contro tutti, il cambiamento umano e sportivo della squadra aveva lasciato spazio ad un’esplorazione più intima del personaggio, mettendone in luce la complessità personale ed umana. 

    Dal primo episodio della terza stagione il coach è scisso in due, bloccato dall’impossibilità di tenere insieme i due mondi che lo abitano: quello da cui viene e quello in cui ha avuto la possibilità di ricominciare. Restare con l’AFC Richmond per completare il suo percorso insieme a quella che è diventata una famiglia allargata e colmare la distanza con il figlio, a cui manca sempre più, sono due possibilità che a questo punto del suo percorso non possono più convivere. 

    La crisi che abita Ted non è poi molto diversa da quella sperimentata dalla serie stessa. A causa della sempre crescente durata degli episodi, appesantiti da sottotrame superflue, la serie non è stata in grado di trovare una sintesi efficace tra la sua originaria natura di sitcom e l’aspirazione – quasi compiuta nella seconda stagione – a diventare prestige television. Perdendo di vista alcuni degli elementi che avevano reso l’ottimismo mai smielato di Ted Lasso un fenomeno sin dall’inizio, la sceneggiatura è involuta in una non-direzione più caotica, perdendosi spesso in inutili deviazioni. Fortunatamente, nonostante un finale eccessivamente prolungato e indulgente, è riuscito a mantenere un filo conduttore e ha congedato l’allenatore Lasso con un addio toccante.

    Sono tante le cose che succedono, troppe le strade intraprese senza un reale approfondimento, soprattutto perché la maggior parte degli sviluppi di trama realmente significativi e funzionali alla narrazione avvengono lontano dallo schermo per presentarsi allo spettatore solo una volta compiuti. Ad essere sacrificate in favore di nuove sottotrame di dubbia utilità narrativa, come l’avventura tra Keeley e la sua capa narcisistica Jack, sono elementi strutturali della serie, in primo luogo la trasformazione di Nate, il cui addio al West Ham non è stato neanche mostrato sullo schermo. 

    Ciò che è sempre riuscito perfettamente a Ted Lasso era proprio aprire discussioni per affrontarle con onestà e sensibilità restando fuori dal terreno scivoloso delle lezioncine. Purtroppo il rischio che si corre quando vengono aperte riflessioni importanti una dietro l’altra, è il caso della diffusione del sex tape di Keeley e  dell’attacco a sfondo razziale al ristorante di Sam, è che non venga dato sufficiente spazio a nessuna, banalizzandone la risoluzione. 

    La virata della serie verso il genere drama avviato già dalla prima stagione viene quindi  confermata ma senza la profondità che aveva contraddistinto la precedente. Rimane comunque spazio per la risata e l’esplorazione di personaggi secondari che in efficaci, seppur brevi, segmenti contribuiscono a dare vitalità e coesione al cast. In questo senso l’episodio bottiglia ambientato ad Amsterdam è uno dei migliori con la dichiarazione d’amore di Leslie nei confronti di Chet Baker e del jazz. 

    Ted Lasso ha sempre vissuto la contraddizione di essere una serie sul mondo del calcio che non parlava di calcio e se questa scelta ha avuto senso fino a questo momento ne ha avuto altrettanto la decisione di concedergli finalmente uno spazio maggiore. L’ascesa del Richmond dopo la promozione in Premier League e la rincorsa verso il titolo è emozionante ed esilarante da seguire grazie anche all’ingresso a sorpresa del proto-Ibrahimović Zava, facendo sperare fino all’ultimo in una parabola miracolosa simile a quella del Leicester. La tensione cresce fino alla grande sfida finale che li vede scontrarsi in campo con il West Ham ma soprattutto con il suo proprietario e perfido ex marito di Rebecca, Rupert, amplificando quasi le emozioni di una partita reale. 

    Per quanto avrei preferito dire addio a questi personaggi sulle note di una stagione trionfante questo gran finale non è una sconfitta, perché anche scivolando su note da commedia romantica – quel Ed Sheeran finale non riesco proprio a digerirlo- ci ricorda il motivo per cui abbiamo amato passare del tempo con questi personaggi, condividendone le conquiste come la creazione di una squadra femminile per Keeley e Rebecca e l’inizio di un percorso di terapia per Roy che accoglie così in pieno l’eredità lasciata da Ted. Ed è proprio su quello che possiamo accogliere dagli altri che si è sempre basato Ted Lasso e il suo addio ne è lo sviluppo più sincero. Le relazioni cambiano e accogliere questo cambiamento è l’atto per cui fondamentale è credere come abbiamo sempre letto su quel cartello. 

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    Silvia Alberti,
    Redattrice.
  • Recensione The Good Mothers – Donne sole contro la ‘ndrangheta

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    La serialità italiana è spesso associata, in maniera ironica, allo stereotipo per cui una buona parte dei prodotti televisivi mainstream nostrani abbia come argomento principale la criminalità organizzata, o siano impostate su un modello crime o poliziesco. Se è vero che il panorama televisivo italiano contemporaneo è imprescindibile dalle due pietre miliari Romanzo criminale e Gomorra, più di recente si è provato a diversificare con l’uscita di prodotti quali Bang bang baby o The bad guy, dalla connotazione volutamente stilizzata, nel tentativo di sperimentare nuovi linguaggi su un argomento già esplorato in diverse salse. In questo senso, The good mothers rappresenta l’ultimo riuscito tentativo di svecchiare la produzione televisiva nostrana, con l’obiettivo di raggiungere una distribuzione internazionale.

    La nuova serie uscita su Disney + (e distribuita internazionalmente dalla piattaforma Hulu) è infatti una co-produzione italo-britannica, basata sul romanzo di Alex Perry – anche sceneggiatore degli episodi – The Good Mothers: The True Story of the Women Who Took on The World’s Most Powerful Mafia e diretta da Julian Jarrold (Becoming Jane, alcuni episodi di The Crown) ed Elisa Amoruso (Time is up), ed è stata ampiamente pubblicizzata a seguito della vittoria del Berlinale Series Awards alla 73 edizione del Festival del Cinema di Berlino, come miglior serie drammatica.

    L’universo oscuro della mafia

    Ma se il cast tecnico comprende molti addetti ai lavori internazionali, l’argomento, ispirato a vicende reali, è perfettamente in linea con il contesto storico italiano. La serie parte infatti da un fatto di cronaca del 2009: l’omicidio di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta dopo le sue testimonianze sull’ex compagno Carlo Cosco. Le vicende di Garofalo (interpretata da Micaela Ramazzotti) si intrecciano alle storie di altre donne, dalla figlia Denise (Gaia Girace) alla collaboratrice Giuseppina Pesce (Valentina Bellè) al magistrato Anna Colace (Barbara Chichiarelli), a capo di una task force per coinvolgere le “donne di mafia” nello smantellamento delle attività della ‘ndrangheta.

    La narrazione ricorre di rado agli stereotipi del genere: l’approccio viscerale e stilizzato delle vicende mafiose è ridotto al minimo in favore di uno introspettivo, attento alla psicologia e all’affresco dell’ambiente più che all’accuratezza biografica o cronachistica – e infatti le polemiche al riguardo non sono mancate -. Prima di essere una serie biografica o crime, The good mothers è infatti un drama intimo sulla profonda solitudine della vita femminile, nell’universo mafioso dominato dalle regole dei maschi.

    Una serie dal respiro internazionale

    The good mothers è molto convinta dei suoi mezzi: rigorosa nella messa in scena, efficace nel creare un’atmosfera oppressiva e nel dipingere il mondo malato della criminalità organizzata. Dietro la macchina da presa, Jarrold e Amoruso bilanciano con indubbio mestiere descrizione e introspezione, tensione e dramma personale, e hanno il merito di mettere al centro di tutto il loro cast di bravissime interpreti. Merito, questo, soprattutto se si considera un contesto seriale che ancora latita di cast corali al femminile che siano davvero al centro della ribalta.

    L’argomento è sempre tristemente di attualità, e la serie ne è consapevole: fa il suo nel tentare di gettare una luce sul mostro tramite una prospettiva inedita, quella delle donne di ‘ndrangheta.

    Se The good mothers riesce a inserirsi in un più ampio discorso di percezione della criminalità organizzata, dall’altra parte non punta a creare un nuovo linguaggio e si poggia su basi stilistiche ben consolidate. Questa relativa mancanza di ambizione nell’impiego del mezzo è la sola vera pecca di un prodotto dalla confezione altrimenti molto solida ma scarsamente innovativo. Per vedere se riuscirà davvero a distinguersi dal resto delle produzioni italiane bisognerà aspettare; quel che resta, per il momento, è una serie da vedere e su cui riflettere.

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    Valentino Feltrin,
    Redattore.
  • Recensione The Last of Us – La rivincita degli adattamenti

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    Adattare un videogioco sotto forma di film o serie tv non è mai stato un compito facile, soprattutto se in live action. Ne sono esempio Super Mario Bros (Annabel Jankel & Rocky Morton, 1993), le pellicole di Uwe Boll da House Of The Dead a Far Cry, la saga dedicata a Resident Evil diretta da Paul W. S. Anderson o il recente adattamento di Netflix. Qualcosa negli anni era comunque riuscito a distinguersi, come Silent Hill (Christophe Gans, 2006), Resident Evil: Welcome To Raccoon City (Johannes Roberts, 2021), Uncharted (Ruben Fleischer, 2022) o la serie tv Halo prodotta da Paramount+. Tuttavia ci si è sempre ritrovati di fronte a prodotti interessanti ma comunque problematici o che si distanziavano in maniera netta dal materiale di partenza.

    La notizia dell’intenzione di adattare The Last Of Us, da molti ritenuto uno dei più grandi capolavori recenti dell’industria videoludica, generò molta paura soprattutto negli appassionati. L’intenzione però di sviluppare una serie e non una singola pellicola e di affidarla ad un team di HBO in stretto contatto con i creatori stessi del videogioco aiutarono a placare gli animi e a creare un’enorme attesa per l’uscita della serie.

    Adattare una storia

    1968. Durante un talk show televisivo, con fredda cinicità il dottor Neuman racconta di come l’essere umano negli anni sia stato capace di sopravvivere a numerose pandemie virali, trovando sempre un modo per sopravvivere e vincere, e di come, invece, in caso di una evoluzione genetica da parte dei funghi, risulterebbe impossibile salvarsi e che soccombere sarebbe l’unico destino possibile per l’uomo. Nel 2003 l’agghiacciante previsione di Neuman diviene realtà: una mutazione del Cordyceps permette al fungo di prendere il controllo degli umani, rendendoli così dei gusci vuoti a caccia di nuovi terreni da contaminare. Saltando avanti di vent’anni la serie ci porta quindi nell’effettivo presente narrativo, nel 2023, in un’America devastata e selvaggia che lo spettatore attraverserà assieme a Joel (Pedro Pascal) ed Ellie (Bella Ramsey), una quattordicenne immune all’infezione, nel tentativo di raggiungere un lontano ospedale in cui poter creare un vaccino studiando le cause dell’immunità della teenager.

    Se da un lato la storia del videogame The Last Of Us presentava di già una forte impostazione cinematografica, con lunghe cutscene, personaggi approfonditi ed una narrazione centrale nell’esperienza di gioco, tutto questo veniva al tempo stesso accompagnato da un gameplay che permetteva di vivere direttamente il viaggio, condividendo momenti di fatica e di terrore assieme alla piccola Ellie, creando così un forte legame tra il giocatore ed i personaggi. Non è di certo impossibile fare ciò anche all’interno di un medium passivo come quello televisivo, ma si presentava l’inevitabile necessità di “riscrivere” alcuni momenti della narrazione che il team ha sapientemente sfruttato per inserire alcuni cambiamenti – l’esistenza ed il ruolo di Jacksonville, la storia di Bill e Frank, le modalità di contagio, la malattia di Sam – ma anche alcune sequenze del tutto nuove, come i flashback sulle origini dell’infezione o la nascita di Ellie.

    Il legame tra il videogioco e la serie è poi ulteriormente rimarcato dai diversi cameo degli attori “originali”, da Troy Baker e Ashley Williams (gli originali Joel ed Ellie qui nei panni, rispettivamente, del braccio destro di David e della madre di Ellie) a Merle Dandridge che riveste anche qui i panni della leader delle Luci Marlene, e dalla fedeltà con cui il reparto costumi e trucco ha trasposto su schermo i personaggi ma soprattutto i mostri, realizzati con l’ausilio di trucco prostetico e pochissima computer grafica.

    Una storia di contraddizioni

    Dietro una facciata fatta di città devastate e pericolosi infetti, la serie racconta – in maniera lampante – una storia al cui centro si trovano i personaggi, con le proprie contraddizioni ed il loro costante evolversi: Joel, chiuso, cinico e senza legami si ritrova a superare il lutto e ad affezionarsi alla giovane Ellie, persa in un mondo per cui non vuole combattere e che accetta con il proseguire del viaggio il suo destino di “predestinata”. Ma accanto a loro si trovano numerosi personaggi secondari che rappresentano appieno le contraddizioni dell’animo umano, come Bill, salvatosi dall’infezione grazie alle suo isolazionismo paranoico che rischia la vita pur di stare accanto alla persona di cui si innamora, Kahtleen, desiderosa di “liberare il popolo” dalla violenza dell’occupazione militare e che finisce però per usare gli stessi mezzi, Tess, disposta ad uccidere e sacrificare chiunque per sopravvivere che però mette in pericolo se stessa pur di salvare Joel e Ellie, o David, fanatico religioso ossessionato da Dio e la vita di comunità che si rivela un sadico cannibale.

    L’ottima scrittura viene poi supportata da un cast eccezionale, su tutti la coppia Pascal/Ramsey che mette in scena un’interpretazione che non sfigura minimamente rispetto alla controparte videoludica, capace di donare grande impatto emotivo anche alle sequenze minori, e da una messa in scena sempre ottima, grazie all’eccelso lavoro svolto dal team di registi – tra cui si annovera anche quello di Neil Druckmann, direttore creativo dei videogiochi a cui si ispira la serie.

    Conclusioni

    The Last Of Us riesce dove tanti prima di lei avevano fallito: creare un buon adattamento da un videogioco, capace di conquistare sia i fan dell’opera originale che un pubblico di novizi. La storia del gioco viene ripresa in gran parte in maniera identica, apportando i giusti cambiamenti per rendere il tutto più godibile attraverso il medium televisivo, mantenendo intatta l’atmosfera originale anche grazie all’eccellente lavoro svolto da parte dei costumisti e dei truccatori. Ciliegina sulla torta è poi l’interpretazione degli attori, grazie alla quale vengono create sequenze memorabili che rimarranno impresse nella mente dello spettatore per parecchio tempo.

    Siamo insomma davanti ad un punto di svolta effettivo: The Last Of Us è il primo adattamento videoludico che funziona in ogni sua parte, ponendosi come ottima opera parallela all’originale e aprendo le porte ad un futuro decisamente roseo.

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  • Recensione Fleishman a pezzi – Decostruzione dei quarant’anni

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    Spesso accade, quando sullo schermo viene decostruito un divorzio, che si inneschi un meccanismo narrativo molto simile al whodunit dei murder mystery. Il pubblico inizia un viaggio alla ricerca della prova, dell’indizio che smascheri il colpevole. Un altro punto comune però è rappresentato dal fatto che, altrettanto spesso, nella finzione come nella realtà questo sia impossibile da individuare. Il fulcro di queste narrazioni si sposta dunque sul punto di vista adottato. Fleishman a pezzi esordisce come un’investigazione sul matrimonio ma finisce per essere molto di più, prima di tutto uno studio teorico sulla prospettiva che, più volte, lungo il suo sviluppo ci lascia, appunto, a pezzi.

    Citazionismi diffusi per millennial disillusi

    In Fleishman a pezzi convivono anche le vite artistiche passate del cast, in un insieme di citazioni e collegamenti intertestuali- più o meno espliciti- che convergono a renderlo il prodotto perfetto per rappresentare millennial in crisi. Lo spettatore si ritrova a dover fare i conti con i personaggi della propria adolescenza, forse un pò più invecchiati, ma non per questo più risolti. Uno su tutti è Adam Brody che interpreta un broker immaturo, apparentemente salvo dalle complicazioni che abitano le vite dei suoi amici, di nome Seth, come il personaggio che lo ha consacrato in The O.C. Chi impersona questa sensazione al meglio è però Lizzy Caplan – conosciuta dietro i banchi di scuola di Freaks and Geeks e Mean Girls – a cui viene affidato il personaggio narrante, protagonista al tempo stesso di una personale ricerca del tempo e delle ambizioni perdute.

    All’esordio della serie Toby Fleishman, epatologo sull’orlo di una promozione -come anche di una crisi di nervi-, afferma che ciò che maggiormente lo affascina del fegato sia la sua capacità unica di rigenerarsi, caratteristica che si trova, quindi, insita nell’uomo e a cui lui stesso dovrà imparare ad affidarsi, in questo momento più che mai. Solo per la prima volta in quindici, dopo la separazione da Rachel, agente teatrale di grande successo, Toby vive una realtà capovolta in cui fatica a conciliare quello che resta della sua vita famigliare con la nuova versione di sé che si rivela essere sorprendentemente di successo sulle dating app. Soprattutto quando una notte Rachel abbandona i figli a casa sua per non tornare a riprenderli nei giorni successivi.

    Un coming of age in incognito

    Ciò che c’è di interessante in Fleishman a pezzi si svolge lontano dalle fantasiose, quanto inevitabili, elucubrazioni di Toby riguardo quello che possa essere realmente successo a Rachel. L’unico reale mistero che si tenta di risolvere nella serie, come nel romanzo, è la capacità delle persone di affrontare cambiamenti drammatici, resistere a colpi apparentemente definitivi, uscendone infine sempre sé stessi. Fleishman a pezzi raccoglie sapientemente l’eredità delle storie di newyorkesi ebrei tendenzialmente sfigati a cui ammicca il titolo italiano e ribalta l’atteso in favore dell’inaspettato, rivelando qui il suo punto di forza. 

    Lo sguardo si fà sempre più introspettivo e la narrazione si stratifica con l’incedere delle puntate, dando finalmente spazio al femminile – mai realmente assente – attraverso la prospettiva di Libby, scrittrice in potenza da praticamente tutta la vita, riciclata a casalinga del New Jersey. Che sia Libby a narrare la storia è quanto di meno scolastico possibile, qui non c’entra nulla l’empowerment femminile da manuale pop perché Libby le donne non le capisce, almeno le donne che la circondano. Se Rachel le è sempre apparsa troppo egoriferita per interessarsi alle persone attorno a lei, le madri del New Jersey sembrano dedicare alla famiglia tutta la loro vita, sacrificando totalmente la propria individualità. I suoi legami significativi sono solo con uomini, pratica empatia e comprensione esclusivamente nei loro confronti, li ammira, li invidia e talvolta li detesta ma li considera.

    Come spesso accade quando si ascoltano due versioni della stessa storia i ruoli non sono mai statici ed anche in questo caso si conferma la regola secondo la quale gli eroi si rivelano essere al tempo stesso i più spietati antieroi. Ad oscillare, contaminarsi e a mescolarsi fino a diventare indistinguibili sono anche generi e toni, il grido prima soffocato e poi disperato di Rachel stona in modo quasi comico con il resort extralusso in cui è immersa; l’ambiente in cui dovrebbe ritrovare la pace non rappresenta altro che tutto quello da cui si è lasciata, volutamente, ingabbiare.

    Fleishman a pezzi non è un coming of age, per ovvie ragioni anagrafiche, ma lo vorrebbe disperatamente essere, lo vorrebbe quasi quanto i suoi protagonisti che per tutte le otto ore di durata della serie rincorrono l’impossibilità di voltarsi, di tornare indietro, per riconnettersi con una versione di sé di cui hanno un ricordo nitido ma che al tempo stesso non riescono più a trovare. La serie è anche questo, una storia sul desiderio di tornare all’adolescenza, alla libertà data dall’assenza di obblighi nei confronti degli altri, a una sigaretta fumata davanti al cinema nella città dei tuoi vent’anni.

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  • Recensione Cunk on earth – La storia dell’uomo raccontata con spiazzante assurdità

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    Cunk on earth è probabilmente una delle migliori serie presenti su Netflix dell’ultimo periodo, che non sembra però aver ancora avuto il riconoscimento adeguato. Rilasciata nel settembre del 2022 sul BBC two, è apparsa su Netflix solo nel gennaio 2023. Cunk on earth è un mockumentary che ha come protagonista Philomena Cunk (Diane Morgan), una giornalista impegnata in un progetto di divulgazione della storia della civiltà, dal suo principio fino al presente. Il personaggio era già apparso in Charlie Brooker’s Weekly Wipe (un programma creato da Charlie Brooker, produttore anche di Cunk on earth) e in altri quattro film e serie con la medesima impostazione (Cunk on Shakespear, Cunk & other humans, Cunk on Christmas, Cunk on Britain)

    Nei cinque episodi in cui racconta la storia dell’umanità, Philomena Cunk rivolge ad alcuni tra i più importanti studiosi a livello mondiale delle domande completamente inadeguate al contesto, che si caricano di maggiore ironia se poste con l’atteggiamento di seria compostezza che la giornalista assume.

    “Cosa ebbe il maggior impatto culturale: il Rinascimento, o Single Ladies di Beyoncé?”

    Cunk viaggia così lungo il globo terrestre, affrontando temi come la diffusione del cristianesimo, le scoperte di Copernico, l’invenzione degli aerei e la guerra fredda. Argomenti anche spesso delicati non vengono risparmiati dallo humor inglese dello stesso stampo di quello di Ricky Gervais, con cui l’attrice aveva già lavorato diverse volte (la troviamo anche in Afterlife) e che è alla base del mockumentary. Più pungente in alcune scene che in altre, specialmente quando Philomena spiega come “gli smartphone oggi siano alla portata di tutti e siano così semplici da usare e persino da costruire che persino i bambini ci riescono”. 

    Diane Morgan mette in atto questa parodia delle forme di divulgazione della storia con costanti riferimenti alla cultura pop, relazionando situazioni manifestatesi diversi secoli fa come la nascita dell’impero cinese con i migliori brani della techno belga come Pump up the jam. Il legame tra i due eventi? Assolutamente nessuno. Così come quello tra la figura di Gesù Cristo e il politically correct, ma questo non le impedirà di domandare alla professoressa Kate Cooper, docente di storia all’università di Londra, se possa definire Cristo la prima vittima della cancel culture. Letteralmente.

    “Gesù fu ucciso perché alla gente non piaceva quello che diceva. Dunque, potresti definirlo come la prima celebrità vittima della cancel culture?”

    “Penso che la cancel culture presupponga in qualche modo l’idea che le persone abbiano visto Gesù come il rappresentante di qualcosa che loro conoscevano bene…”

    “Oh no, scusa, non era una domanda. Ti sto proprio chiedendo di dire che fu la prima celebrità vittima della cancel culture ai fini del nostro show. Sai, è giusto per avere dei titoli con frasi ad effetto”

    Diane Morgan lascia il pubblico spiazzato e confuso, incapace di reagire in un modo diverso dal ridere davanti all’assurdità delle sue interviste. Di sottile comicità si caricano anche le personali reazioni degli esperti, che, come da programma assecondano le modalità del dialogo, ma si evince perfettamente chi si diverta di più e chi sembra quasi innervosirsi. Sembra infatti quasi che alcuni siano stati colti alla sprovvista e siano infastiditi dal nosense dei discorsi di Philomena. In realtà erano tutti consapevoli e coinvolti nell’idea del falso documentario, ma la bravura di Diane Morgan provoca comunque diverse risposte divertenti.

    Ci sono molti aspetti su cui Cunk on earth fa riflettere. Si tratta di un semplice stravolgimento comico dei documentari di storia? O è possibile leggervi anche il riflesso dell’approccio delle nuove generazioni alla cultura? 

    Qualsiasi fosse l’intento dei creatori, il prodotto finale risulta perfettamente riuscito, in grado di cogliere di sorpresa e disorientare, ma restando fino all’ultimo episodio creativo e divertente.

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  • Teen Drama – L’adolescenza raccontata senza filtri

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    L’adolescenza è una fase complessa, impossibile negarlo: i giovani si affacciano all’età adulta, pieni di entusiasmo ma anche di insicurezza. È il periodo dei primi amori, della paura verso il futuro, il momento in cui le certezze possono essere messe in dubbio e si rivela necessaria la ricerca di nuovi equilibri. Nel tentativo di ottenere maggiore autonomia, la ribellione può prendere il sopravvento, per questo il rapporto con i genitori può talvolta diventare conflittuale

    Dal piccolo schermo…

    Sono numerose le serie tv che hanno esplorato questo argomento, tanto delicato quanto sfaccettato, prima sul piccolo schermo e poi sulle piattaforme OTT

    I teen drama cominciano a raccontare l’adolescenza in tutta la sua complessità negli anni Novanta, quando la narrazione del mondo adolescenziale inizia ad allontanarsi dalla messa in scena di ragazzi dalla condotta esemplare: basti pensare a Richie Cunningham di Happy Days (1974-1984). La sit-com racconta la vita quotidiana in casa Cunningham e uno dei personaggi principali è proprio Richie, il classico bravo ragazzo degli anni Cinquanta, maturo e responsabile, che si mette nei guai solo per piccole trasgressioni e che talvolta risulta goffo e impacciato.

    La rappresentazione diventa quindi più realistica e meno edulcorata. Si sceglie di affrontare gli aspetti più spinosi di questa fascia d’età, affrontando tematiche che fino ad allora erano considerate tabù, quali sesso, droga, dipendenza e depressione.  La serie tv che ha aperto la strada al genere è Beverly Hills 90210, che ha raccontato i giovani per quello che erano seguendo le vicende di un gruppo di adolescenti di Beverly Hills. È stata seguita da serie altrettanto importanti come le iconiche Dawson’s Creek, in cui seguiamo la vita di sei ragazzi tra gli ultimi anni della scuola superiore e i primi anni del college, e The O.C., dove seguiamo il giovane Ryan che si trova a vivere una nuova vita nell’altolocata Newport Beach. Altre hanno invece preferito affrontare il tema in chiave fantasy come Buffy, l’ammazzavampiri e The Vampire Diaries, in cui nonostante il mondo fittizio in cui sono calate, le dinamiche adolescenziali sono comunque ben riconoscibili. 

    Happy days

    Qualcosa è cambiato

    Ma da questi programmi, che sono i primi ad aver avuto un gradissimo successo e che venivano trasmessi con cadenza settimanale in tv, il genere ha conosciuto una significativa evoluzione. Nei primi anni Duemila, il modo di raccontare il mondo adolescenziale è cambiato: le trame sono diventate più complesse, mentre i temi legati all’adolescenza vi fanno da cornice

    La serie che ha aperto la strada a un nuovo tipo di narrazione è Skins (2007-2013), che segue la vita di un gruppo di amici di Bristol negli ultimi due anni delle scuole superiori. Ad essere rivoluzionari sono innanzitutto i personaggi portati in scena, poiché sono realistici e non più un ideale impossibile da raggiungere: sceglie attori credibili, coetanei ai personaggi che dovevano interpretare e poco famosi. Inoltre, la serie non ha solo il coraggio di rappresentare personaggi complessi che portano a riflettere su tematiche delicate in modo piuttosto diretto (quali l’anoressia di Cassie), ma dedica spazio anche al racconto delle conseguenze delle azioni dei giovani. Mostra che ogni azione ha delle conseguenze e non sempre è facile porre rimedio agli errori. 

    Per comprendere come faccia la serie ad essere tanto realistica è sufficiente fare un passo indietro. La serie è stata commissionata a Bryan Elsley dal canale E4. Quest’ultimo, con l’intenzione di distinguersi dalle altre serie per adolescenti prodotte fino a quel momento, voleva che fosse realistica. Così si è rivolto al figlio Jamie Brittin, ancora ventiduenne, che voleva seguire la strada del padre. Si è rivelata una trovata brillante: chi potrebbe raccontare l’adolescenza meglio di un giovane che l’aveva vissuta appena qualche anno prima? Il risultato è stata una serie realistica che tratta problemi spesso sottovalutati o trascurati, quali i disturbi alimentari e le gravidanze inaspettate

    Skins

    …alle piattaforme 

    Anche negli ultimi anni le piattaforme hanno dedicato ampio spazio al racconto dell’adolescenza. Netflix si è dedicato all’argomento già da un po’, pensiamo ad Atypical, Tredici, Sex Education, Baby, Skam Italia. Tra le serie che potremmo definire più coraggiose ricordiamo The End of the F****ing World, dove il teen drama si fonde col thriller.

    I protagonisti sono due adolescenti disturbati e insofferenti nei confronti della società che li circonda: James, un ragazzo all’apparenza totalmente apatico, e Alyssa, una ragazza sfrontata e ribelle che vuole scappare da una vita che sente stretta. Il loro incontro e la loro relazione, inizialmente alquanto improbabile, li porterà ad intraprendere un viaggio on the road. A colpire è la totale impassibilità dei protagonisti nei confronti di eventi che avrebbero sconvolto chiunque (quali omicidi, incontri con psicopatici), anche se non mancano degli efficaci momenti di tenerezza tra i due in cui scopriamo che non sono totalmente privi di sentimenti. Infatti, se all’inizio sembrava impossibile empatizzare con loro, nel corso del viaggio impariamo a conoscerli meglio e a comprendere le loro azioni. Ciò è reso possibile anche dalla giusta attenzione che la serie dedica all’introspezione, infatti, tramite il voice over conosciamo i pensieri di James e Alyssa.

    La serie è un adattamento dell’omonimo fumetto di Charles Forsman. Il ritmo della serie riprende quello del libro: ogni stagione della versione televisiva è composta da otto episodi di 20 minuti; il libro invece è suddiviso in capitoli di otto pagine l’uno, in cui si alternano regolarmente le due voci narranti. Nonostante il ritmo frenetico della narrazione, l’autore fa prendere fiato ai personaggi e lascia spazio alle loro riflessioni, proprio come nella serie.

    The end of the f***ing world

    Conclusione

    Il teen drama nel corso degli anni non ha mai perso la sua forza, anzi nel corso degli anni si è rinnovato e ha dimostrato di riuscire a rimanere sempre attuale. Nel corso del tempo è cambiato il coraggio degli autori nel mettere in scena aspetti sempre più complessi e provocatori della vita e nel presentare personaggi che – prima d’allora – erano stati sempre considerati ai margini della società. A rimanere immutato è il piacere provato nel (ri)guardare serie iconiche che hanno segnato la storia televisiva e che si fanno portavoce delle difficoltà che ogni adolescente vive, ma che fa fatica a manifestare con il mondo adulto.

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  • Twin Peaks – L’episodio pilota della serie capolavoro di Lynch e Frost

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    Da anni cinefili e appassionati di tutto il mondo celebrano il 24 febbraio quale Twin Peaks Day. La simbolica data non si riferisce alla messa in onda del primo episodio, bensì alla storia narrata. Il 24 febbraio del 1989 viene ritrovato il corpo di Laura Palmer: successivamente, iniziano le indagini che coinvolgono, in particolare, l’agente speciale Dale Cooper.

    Molta letteratura critica si è occupata dell’analisi e interpretazione della serie televisiva ideata da Mark Frost e David Lynch. I segreti di Twin Peaks, serie diventata sin da subito un cult tra i telespettatori, ha ispirato e continua a ispirare decine di prodotti seriali, da Lost a X-Files, da Wayward Pines a Black Mirror. In occasione del Twin Peaks Day, ritorniamo nella tranquilla cittadina dello stato di Washington analizzando l’episodio pilota, ponendo in risalto quegli elementi che hanno dato inizio a una storia indimenticabile.

    La sigla

    Per gli appassionati della serie, ascoltare il tema principale composto da Angelo Badalamenti produce un piccolo tuffo al cuore. Theme/Falling è un brano in chiave minore, misterioso e ipnotico, che l’8 aprile 1990 risuonò, per la prima volta, sul canale americano ABC. La prima immagine che compare sui teleschermi è un uccellino appollaiato su un ramo, un esemplare di Thryomanes bewickii; in seguito, una panoramica della segheria Packard, l’ambiente naturale, le Snoqualmie Falls e le increspature di un fiume. Ciò che si vede, in prima analisi, è un idillio in cui natura e tecnica s’incontrano nella cittadina di Twin Peaks: un paradiso dettato dalla lentezza che, dopo una manciata di minuti, viene spazzato via. La serie esordisce con il ritrovamento del cadavere di Laura Palmer (Sheryl Lee), diciassettenne originaria del luogo, conosciuta e – all’apparenza – benvoluta da tutti. È evidente come l’intento spiazzante di Lynch e Frost si espliciti nella rottura dell’ordine e della serenità già preannunciato nel tono del tema principale. La composizione di Badalamenti trasmette, in questo senso, tranquillità e al contempo inquietudine.

    LAURA PALMER: UNA PRESENZA-ASSENZA

    La storia è ben nota: David Lynch non aveva intenzione di scervellarsi troppo per cercare l’interprete del personaggio di Laura Palmer, soprattutto in virtù di un budget ridotto. Così, scelse una giovane di Seattle, Washington, luogo delle riprese della serie: d’altronde, affermò il regista al tempo, si trattava di far interpretare all’esordiente Sheryl Lee, un cadavere. Eppure, sin dall’episodio pilota la presenza-assenza di Laura Palmer ha un impatto sconvolgente. La presentazione dei personaggi è costruita intorno alla loro reazione alla scoperta che il corpo della tranquilla ragazza di quartiere è stato ritrovato sul ciglio del fiume, avvolto in un telo di plastica.

    Le immagini ritraenti Laura Palmer, che sono presenti già nel primo episodio, hanno generato un forte impatto nella cultura di massa: dalla fotografia ritraente la ragazza quale reginetta del ballo scolastico al fotogramma che immortala il suo volto cadaverico appena scoperto dalla polizia di Twin Peaks. Nonostante la sua assenza, Laura è Il personaggio della serie televisiva, il cardine delle vicende e anello fondamentale di una serie di cause ed effetti avvolta nel mistero.

    LA COMUNITÀ DI TWIN PEAKS

    I personaggi che si alternano nel corso delle puntate sono molteplici. Tuttavia, già nel corso dell’episodio pilota Lynch e Frost presentano tutti i membri della comunità di Twin Peaks, definendo soprattutto i legami familiari e amorosi, clandestini e non. Qui soggiace la peculiare volontà di mostrare fin dall’esordio come, all’interno della comunità, vi siano dei segreti concernenti le relazioni intrecciate da alcuni personaggi. Il fidanzato di Laura Palmer, Bobby Briggs (Dana Ashbrook), ha un legame amoroso con Shelley Johnson (Mädchen Amick), moglie del camionista Leo (Eric DaRe). La migliore amica di Laura, Donna Hayward (Lara Flynn Boyle), si scambia effusioni con James Hurley (James Marshall), il quale, nel frattempo, aveva iniziato una relazione con Laura. Ed Hurley (Everett McGill) è sposato con Nadine (Wendy Robie) ma è innamorato di Norma Jennings (Peggy Lipton), che lo contraccambia. Lo sceriffo Harry Truman (Michael Ontkean) si frequenta in segreto con Josie Packard (Joan Chen). 

    I legami, tra di loro intrecciati, stabiliscono le coordinate di quelle che saranno le sottotrame della vicenda principale, ossia l’indagine condotta da Cooper e Truman. E sin dall’episodio pilota vengono resi noti i tratti dei personaggi principali, tutti legati, in un modo o nell’altro, a Laura Palmer, e ogni personaggio pare conoscere la ragazza in un modo diverso e del tutto personale. In particolare, la reazione dei singoli rispetto alla morte di Laura è del tutto peculiare: Donna è sconvolta e cerca conforto in James, il quale sembra aver dedotto, in precedenza, un lato nascosto della personalità apparentemente solare di Laura; la madre della ragazza è sconvolta, così come il padre; Bobby è più incline a salvaguardare la propria innocenza circa l’assassinio della fidanzata. Certo resta la drammatica reazione della comunità rispetto all’omicidio della ragazza-modello di Twin Peaks, caratterizzata da grida e urla strazianti che colpiscono lo spettatore per la loro naturalezza disarmante.

    L’AGENTE SPECIALE DALE COOPER

    Un altro personaggio cardine della serie è senza ombra di dubbio Dale Cooper (Kyle MacLachlan) Agente speciale inviato dall’FBI a Twin Peaks per condurre le indagini, Cooper viene introdotto al pubblico mentre è alla guida della sua automobile, intento a registrare una sorta di diario di bordo indirizzato a una certa Diane, una collega dell’FBI. Così come l’agente Fox Mulder della serie televisiva X-Files, Cooper dimostra sin da subito un fiuto eccezionale per gli indizi, nonché un modus operandi estraneo alla piccola realtà di Twin Peaks. La sua vena eccentrica si sposa alla perfezione con la sua professionalità in veste di agente speciale dell’FBI: iconici sono fin da subito i commenti entusiasti circa la flora della cittadina seguiti da riflessioni elaborate sul caso. Cooper, in questo senso, si discosta dalla consueta immagine del detective americano così come elaborata in film e serie televisive: la sua eccentricità genera un coinvolgimento empatico da parte dello spettatore, poiché consapevole di non essere dinnanzi a un personaggio stereotipato, bensì assolutamente umano. La sua ironia e il suo talento sono ben incorporati dall’attore Kyle MacLachlan, già collaboratore di Lynch in precedenti lungometraggi, quali Dune (1984) e Velluto Blu (1986). La sua presenza sì eccentrica, ma anche, in un certo senso, pura e innocente, è uno degli elementi che ha contribuito a fidelizzare il pubblico e ad appassionarlo sia alla storia delle indagini, sia al suo personaggio.

    FUOCO CAMMINA CON ME

    La fine dell’episodio pilota esplicita già la vena mystery che adombrerà tutte le puntate successive. I personaggi e le loro storie iniziano a intrecciarsi, pur restando adombrati sotto il velo del segreto, del non-detto o del non-visibile. Una collana con un ciondolo a forma di mezzo cuore e un biglietto determinano gli ultimi minuti del primissimo episodio di Twin Peaks: Fuoco cammina con me è la scritta impressa su un logoro pezzo di carta, ritrovato sull’ipotetica scena del crimine. Cos’accadrà dopo? è la domanda che molti telespettatori si saranno posti l’8 aprile del 1990. Molte altre cose, risponderebbero coloro che amano e hanno amato la serie televisiva di Frost e Lynch.

    Un solo indizio: i gufi non sono quello che sembrano.

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  • LA NUOVA SERIE DI ZEROCALCARE – IL TRAILER DI QUESTO MONDO NON MI RENDERÀ CATTIVO

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    Zerocalcare sta per tornare e quale migliore platea per annunciarla se non quella della kermesse più seguita della televisione italiana? Come si vede nella nuova clip di anticipazione della sua prossima serie animata, Questo mondo non mi renderà cattivo, il fumettista e ora animatore è stato “costretto” dai potenti boss di Netflix a far debuttare le prime immagini della sua nuova opera nientemeno che durante le pause pubblicitarie della terza serata del festival di Sanremo

    In questo teaser lo stesso Zerocalcare (animato) appare come un patinatissimo conduttore della gara canora che, però, come al solito, si fa prendere dall’ansia e preferisce far parlare le immagini.

    TRAILER

    Questo mondo non mi renderà cattivo non sarà una continuazione diretta di Strappare lungo i bordi, la prima serie che Zerocalcare aveva realizzato per Netflix, accolta con calore da pubblico e critica. Il nuovo progetto è completamente originale, scritto e diretto da Zerocalcare, e sarà composto da 6 episodi, di circa mezz’ora ciascuno, che entreranno ancora più a fondo nelle tematiche care all’autore.

    In particolare il titolo dello show rappresenta una sorta di mantra, una frase che lo stesso Zerocalcare si ripete, quasi per auto-convincersi, in quei momenti della vita in cui ci si sente accerchiati, senza via di fuga, in cui sarebbe più facile fare scelte sbagliate, rinnegare ideali e princìpi pur di togliersi dai guai.

    In Questo mondo non mi renderà cattivo torneranno il mondo narrativo, il linguaggio unico e i personaggi storici e inconfondibili dell’universo di Zerocalcare: Zero, Sarah, Secco (doppiati dallo stesso autore) e l’Armadillo, l’immancabile coscienza di Zero, doppiato anche questa volta dalla voce inconfondibile di Valerio Mastandrea. Saranno loro i protagonisti di una narrazione fatta di digressioni, aneddoti, emotività e colpi di scena.

    La serie è prodotta da Movimenti Production, società del gruppo Banijay, in collaborazione con BAO Publishing, casa editrice che da sempre pubblica le opere di Zerocalcare. Pur non avendo ancora una data di uscita ufficiale (“prossimamente” recita il teaser), sappiamo con certezza che uscirà su Netflix nel corso del 2023, oltre un anno dopo la precedente Strappare lungo i bordi.

    Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei più acclamati fumettisti e illustratori del panorama italiano, è in attività da oltre 20 anni e durante la sua carriera ha venduto più di un milione di libri. Il suo primo albo a fumetti, La profezia dell’armadillo (ottobre 2011), ha riscosso grandissimo successo e ha lanciato la carriera del suo autore e ache il personaggio dell’Armadillo, divenuto ricorrente nell’opera di Zerocalcare, del quale rappresenta una proiezione soggettiva.

    Dal medesimo albo è stato tratto l’omonimo adattamento cinematografico del 2018 con Simone Liberati, Pietro Castellitto e Valerio Aprea nei panni dell’Armadillo. Zerocalcare è poi approdato su Netflix nel novembre 2021 come autore e interprete (affiancato da Valerio Mastandrea che doppia l’Armadillo) con la serie animata Strappare lungo i bordi, successo di pubblico e critica, tradotta in varie lingue e trasmessa in oltre 150 paesi.

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  • ANTHONY HOPKINS NELLA SERIE DI ROLAND EMMERICH SUI GLADIATORI DELL’ANTICA ROMA

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    Il due volte premio oscar  Anthony Hopkins è entrato a far parte del cast di Those About To Die, la serie drammatica in costume realizzata da Roland Emmerich per Peacock. L’interprete di Hannibal Lecter, 85 anni compiuti da poco, tornerà sul piccolo schermo dopo l’esperienza in Westworld, con il ruolo dell’imperatore Vespasiano. Le riprese inizieranno a Roma negli studi di Cinecittà nel mese di marzo.

    Lo show sarà tratto dall’omonimo saggio del 1958 scritto da Daniel Mannix, che ha già ispirato Ridley Scott per Il Gladiatore con Russell Crowe. Dopo il recente annuncio del sequel del Gladiatore, una nuova vicenda trascinerà il pubblico nell’antica Roma, in particolare nello spettacolare, complesso e corrotto mondo delle competizioni tra gladiatori, presentando un insieme di personaggi appartenenti a diversi ceti della società del tempo. 

    L’imperatore Vespasiano affidato a Hopkins ha una grande esperienza per quanto riguarda le battaglie e ha ottenuto il trono dopo una sanguinosa guerra civile durata 10 anni. Vespasiano sta invecchiando ed è disprezzato dai Patrizi, che lottano invece per ottenere posizioni prestigiose nell’Impero e mettere i propri eredi al suo posto. 

    Storicamente, l’imperatore Vespasiano fu autore di una consistente manovra fiscale e di una vasta riqualificazione urbana di Roma, tramite l’edificazione del Foro della Pace e l’avvio dei lavori di costruzione dell’Anfiteatro Flavio, il futuro Colosseo. Si tratta quindi di un ruolo probabilmente importante nello svolgimento e di notevole carisma per l’interprete de Il silenzio degli innocenti e di The Father: nulla è come sembra.

    L’autore della serie è Robert Rodat, sceneggiatore di Salvate il soldato Ryan e Il patriota, e sarà diretta da Roland Emmerich, regista celebre per lungometraggi catastrofici come Indipendence Day, 2012 e il recente Moonfall, ma anche per pellicole di ambientazione quali Il Patriota e Anonymous

    Robert Rodat e Roland Emmerich saranno anche produttori esecutivi, con Gianni Nunnari, Harald Kloser, Oliver Berben, Herbert G. Kloiber, Martin Moszkowicz, Jonas Bauer, Stuart Ford e Lourdes Diaz. La casa madre è AGC Television con High End Productions, e la serie, le cui riprese cominceranno a partire da marzo in Italia, a Cinecittà, è destinata all’uscita su Peacock.

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  • RECENSIONE HIS DARK MATERIALS 3 – UNO SPLENDIDO FINALE

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    “E se il gesto compiuto da Eva fosse un meraviglioso atto, un gesto di coraggio?”

    E’ possibile scrivere una saga fantasy per ragazzi capace di inserire al suo interno dibattiti sul libero arbitrio, sull’esistenza di Dio e sul suo ruolo nel mondo? La risposta è sì se ti chiami Philip Pullman. La terza e ultima stagione di His Dark Materials scritta da Jack Thorne, prodotta da BBC e HBO, è approdata su Sky e Now nello scorso dicembre, portando a termine la trasposizione della celebre saga scritta dallo scrittore inglese a fine anni ‘90, composta  da La bussola d’oro, La lama sottile e Il cannochiale d’ambra, con il primo libro già portato sul grande schermo con l’omonimo film del 2007, un tentativo poco felice con tra i protagonisti Daniel Craig, Nicole Kidman e Eva Green.

    Se la serie si era già attestata su buoni livelli nelle precedenti stagioni, grazie a una grande cura tecnica e una notevole fedeltà al materiale originario, con questo terzo ciclo di episodi il livello si alza ulteriormente, complice anche il crescendo che caratterizza i libri. Non pochi dubbi avevano accolto l’annuncio della serie a suo tempo, a causa delle controversie legate alla posizione apertamente anticlericale delle opere di Pullman, che avrebbe potenzialmente potuto spingere gli sceneggiatori a non  rimanere fedeli allo spirito dei libri.  Proprio in questo aspetto il film del 2007 aveva fallito, tagliando completamente tra le altre cose il finale de La bussola d’oro, uno dei momenti più drammatici dell’intera saga. La serie in questo non fallisce, parlando apertamente di uccidere Dio, del fatto che sia un creatore fittizio, un usurpatore, della menzogna dietro cui si è nascosta la religione e sui ha costruito il proprio potere; sulla volontà di sopprimere il libero arbitrio, per poter controllare gli abitanti dei vari mondi che compongono il Multiverso.

    James McAvoy nei panni di Lord Asriel

    La terza stagione, accompagnata dalla sempre meravigliosa sigla iniziale, riprende le avventure di Lyra e Will, interpretati da Dafne Keen(Logan) e Amir Wilson, da dove si era interrotta la seconda, e di Lord Asriel, Marisa Coulter e Mary Malone, impersonati rispettivamente da da James McAvoy, Ruth Wilson e Simone Kirby, dando finalmente molto spazio al primo, mera comparsa nella stagione precedente. Al cast tra gli altri si aggiunge Adewale Akinnuoye-Agbaje, il Mr Eko di Lost. Il tono sin dall’inizio è estremamente cupo e riflette il clima di guerra aperta contro L’Autorità(Dio), un conflitto che si ambienta in scenari decisamente vari, con i vari protagonisti che si spostano tra innumerevoli mondi e interagiscono con molte nuove creature, dai piccoli gallivespiani alle meravigliose arpie, passando per i mulefa e incontrando vecchie conoscenze come gli orsi corazzati, tutti elementi realizzati con grande cura del dettaglio e una CGI di altissimo livello, che fa impallidire la maggior parte delle produzioni seriali attuali (ma d’altronde “it’s not TV, it’s HBO”). Tornano anche i meravigliosi dæmon, incarnazione fisica dell’anima di personaggi, che ancora stupiscono per la grande espressività. Occasione questa anche per ricordare la prematura scomparsa di Helen McCrory, doppiatrice del dæmon di Asriel Stelmaria. Non convince invece il poco ispirato design degli angeli, che però compensano con la loro affascinante natura: angeli che si amano tra loro, con tanto di relazione omosessuale tra due di loro. Tra le ambientazioni è doveroso elogiare la rappresentazione della Terra dei Morti, composta da una prima parte che sembra ambientata nel Messico di Breaking Bad per la fotografia adottata e realizzata come se fosse una fabbrica, con le anime dei defunti in fila per entrare nella prigione delle anime, organizzati da ufficiali eleganti in pieno stile british. La seconda sezione risulta quasi di ispirazione fulciana ed è estremamente suggestiva, capace di trasmettere il vuoto che nella visione di Pullman attende l’umanità dopo la morte, che rappresenta l’ennesima bugia raccontata dall’Autorità: non c’è paradiso o inferno, ma solo un eterno purgatorio. Una divinità vendicativa, che non permette l’uso del libero arbitrio se rivolto contro di essa, un villain enigmatico e riuscito proprio grazie al poco minutaggio a lui dedicato e al mistero che lo coinvolge.

    Lyra e Will

    Tutti i personaggi completano il loro arco narrativo, con Lyra e Will che vanno incontro al loro destino, meraviglioso e terribile al tempo stesso, con uno straordinario monologo finale interpretato splendidamente da Dafne Keen e ripreso direttamente dal libro. L’amore è potere ed l’unica cosa che possa creare un nuovo Eden, ed in questo il mito del serpente tentatore viene rivisitato, diventando un concetto positivo, falsificato dall’Autorità per soggiogare l’umanità. Dall’altra parte Amir Wilson non convince pienamente, in particolare se paragonato al comparto attoriale degli adulti, con un James McAvoy, che trasmette la furia di Asriel, la sua volontà di distruggere il dominio dell’Autorità, la sua capacità di sacrificare ogni cosa per questo scopo e il dibattito interno che vive tra l’essere un uomo di scienza e il suo doversi inchinare a una profezia. Ma la vera punta di diamante resta Marisa Coulter, interpretata da una magnifica Ruth Wilson, che finisce il suo percorso di evoluzione: un personaggio capace finalmente di riconciliarsi con la sua anima, includendo tutte le sfaccettature che la definiscono, dall’approccio manipolativo, alla repressione dei sentimenti, all’esplosione del suo amore, rappresentata perfettamente in tutte le sue ambiguità.

    Uno dei difetti principali si riscontra nella regia delle scene d’azione, con la battaglia finale degli angeli tanto attesa che risulta essere sì spettacolare, ma caratterizzata da un minutaggio ridotto  e lasciata in background per motivi di budget, che non può non lasciare un po’ l’amaro in bocca. Tuttavia la serie ha la forza e la capacità di non essere solo un bellissimo involucro, ma è in grado di creare un rollercoaster di emozioni che asfalta lo spettatore, compensando abbondantemente le mancanze e confermando come His Dark Materials sia una serie di indubbia maturità, non abbastanza conosciuta di Italia. Un adattamento che soddisferà anche i fan dei libri e che è stato capace di far provare in chi scrive le stesse emozioni provate parecchi anni fa nella lettura delle opere di Philip Pullman.

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