Tag: valentino feltrin

  • RECENSIONE LEGION: NON IL SOLITO SUPEREROE

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    A partire dai primi 2000, il genere cinecomic ha visto un vero e proprio rinascimento cinematografico: il genere aveva già conosciuto adattamenti di successo come Superman di Richard Donner e Batman di Tim Burton, ma è con a X-Men di Bryan Singer, Spider-Man di Sam Raimi e Batman Begins di Christopher Nolan che il genere ha saputo raggiungere un equilibrio tra autorialità e grandissimo successo di pubblico nel nuovo millennio.

    Anche il piccolo schermo è stato mezzo di storie di supereroi interessanti, soprattutto dopo la nascita del Marvel Cinematic Universe. Se la differenza di budget tra cinema e tv è vistosa, le serie tv di supereroi non hanno niente da invidiare per originalità e diversità alle loro controparti cinematografiche: ottimi prodotti tra cui la miniserie di Watchmen, sperimentazioni di successo come Daredevil e The Boys e storie più tradizionali come il franchise televisivo dell’Arrowverse, solo per citarne alcuni, dimostrano la capacità del medium televisivo di attingere a piene mani dai fumetti per creare serie di qualità.

    Creata da Noah Hawley, già creatore e showrunner della serie Fargo, Legion è l’esempio perfetto di come si possa sperimentare con personaggi e topoi del genere supereroistico ottenendo risultati sorprendenti.

    La storia segue David Haller (Dan Stevens), giovane paziente di un istituto psichiatrico che soffre di schizofrenia; nell’istituto in cui è prigioniero conosce Sydney Barrett (Rachel Keller), ragazza con fobie da contatto con cui instaura una relazione romantica. Ciò che lui stesso crede siano allucinazioni, tuttavia, scopre essere frutto di immensi poteri che vengono alla luce in circostanze tragiche: quando viene rivelata la sua vera natura di mutante, David diventa vittima di un braccio di ferro tra una sinistra agenzia governativa e un’organizzazione guidata da Melanie Bird (Jean Smart), terapista con un tragico passato che si prefigge di aiutare i mutanti come David.

    Se questa premessa vi sembra familiare non c’è da stupirsi: la serie è imparentata con il filone narrativo degli X-Men, creati da Stan Lee e Jack Kirby nel 1963 e portati al cinema con successo da Bryan Singer. Nonostante le analogie tematiche (la paura per il diverso, la frattura insanabile tra singolo e società) e nonostante sia a sua volta una co-produzione Marvel Television e Fox, tuttavia, Legion non fa parte del medesimo franchise e condivide con i fumetti solo alcuni personaggi, tra cui lo stesso David (creato da Chris Claremont e Bill Sienkiewicz nel 1985) e suo padre, il professor Charles Xavier (interpretato da Harry Lloyd nella terza stagione). Inoltre Legion segue fin da subito una strada originale, preferendo alle storie corali dei film una narrazione psicologica ricca dalle tinte surreali. Il pilot è una dichiarazione d’intenti: i primi minuti seguono la crescita di David e rendono chiaro che la serie esplora il suo punto di vista, immerge lo spettatore nella sua psiche.

    La forma della storia diventa anche il suo contenuto: allo smarrimento di David e dello spettatore contribuisce una narrazione fatta di flashback ingannatori, montaggio disorientante e pure improvvisi numeri musicali fuori contesto dall’estetica di un videoclip. Una scelta (che solo ogni tanto sfocia in un certo virtuosismo compiaciuto) accattivante e soprattutto vincente nel restituire il punto di vista frammentario e confuso di David, in un modo che spesso richiama Se mi lasci ti cancello (fonte d’ispirazione dichiarata) ed efficace anche nell’arricchire l’atmosfera surreale della serie con improvvise sferzate orrorifiche.

    Anche da un punto di vista puramente visivo la confusione viene espressa dall’assenza di precise coordinate temporali: costumi e ambientazioni sono un mix impazzito tra passato e futuro, asettiche scenografie futuristiche si mescolano a tecnologie retrò. L’utilizzo di oggetti di scena dall’estetica retrofuturistica è comune anche in altre serie cinecomic come Loki o Doom Patrol, ma in Legion la scelta è doppiamente efficace proprio perché cozza con un’ambientazione sci-fi così pulita e colorata.

    Anticonvenzionale è pure nel delineare il suo contraddittorio e affascinante protagonista: David è un mutante potentissimo ma inerme, spesso in balia di eventi che lui stesso scatena inconsapevolmente.

    Legion è quindi una serie televisiva unica, non solo nel suo genere: un pastiche di fantascienza, horror e classica storia di supereroi, che si inserisce in modo coerente nella corrente narrativa degli X-Men ma guadagnandosi una propria identità, tanto che potrebbe addirittura piacere anche ai non appassionati di cinecomics. Non resta che aspettare di vedere se Noah Hawley, dopo questo e Fargo, riesce a replicare il miracolo con la sua già annunciata serie su Alien

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  • RECENSIONE MARX PUÒ ASPETTARE DI MARCO BELLOCCHIO

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    Marx può aspettare è il nuovo film di Marco Bellocchio, presentato al Festival di Cannes 2021, nella stessa occasione in cui al regista di Vincere e Il traditore è  stata assegnata la Palme d’honneur.

    Col senno di poi sembra felicemente appropriata l’assegnazione di un tale riconoscimento alla carriera in concomitanza con l’uscita di questo documentario. Marx può aspettare segue un doppio binario: il ricordo del fratello Camillo, morto suicida nel 1968 a soli 28 anni, nelle parole dei fratelli e delle sorelle Bellocchio superstiti, ma anche l’opportunità per il regista piacentino di ripercorrere la propria carriera artistica, dalla vittoria del Nastro d’argento per I pugni in tasca (1965) a L’ora di religione (2002). È appropriato quindi che l’assegnazione della Palma d’oro onoraria avvenga assieme all’uscita di un film in cui Bellocchio mette così tanto in gioco sé stesso e le sue opere, alla luce di una tragedia personale.

    Marx può aspettare è un film che nasce sotto il segno della morte: la famiglia Bellocchio affronta questa tragedia ormai remota nel tempo in occasione di un raduno nel 2016. Qui i fratelli -ma anche altri parenti di questa famiglia- si confrontano con le domande irrisolte e i sensi di colpa. Il ritratto di Camillo esclude qualsiasi tendenza all’agiografia, e del racconto di un malessere che ha portato a quel gesto estremo non c’è retorica né compiacimento: della tragedia personale di Camillo e del senso di colpa per non aver saputo riconoscere quel male si parla con partecipazione emotiva ma anche con lucidità, cercando di comprendere le ragioni di tutte le parti in causa e chiamando a testimoniare ricordi e punti di vista anche contrastanti tra loro. L’abilità di Marco Bellocchio sta infatti nel saper intrecciare il punto di vista della famiglia Bellocchio con quello di voci esterne: la sorella della fidanzata di Camillo, Giovanna Capra, il padre gesuita Virginio Fantuzzi (scomparso nel 2019) e lo psichiatra prof. Luigi Cancrini. Il colloquio con Giovanna Capra esprime la posizione più severa nei suoi confronti, mentre quello con padre Fantuzzi offre un punto di vista originale sulla filmografia dell’ateo Bellocchio, interpretata come un confessionale laico in cui riaffiorano il senso di colpa e i rimorsi in cerca di una redenzione.

    La dimensione sociale tipica dei film di Bellocchio è sempre presente, ma ridimensionata in uno studio sulle dinamiche di una famiglia numerosa come quella dei Bellocchio. La depressione di Camillo viene indagata come sintomo di un malessere collettivo, che riguarda una famiglia “disastrata” in cui nessuno è realmente capace di comprendere a fondo i sentimenti l’uno degli altri. La stessa propensione politica che caratterizza il cinema di Marco Bellocchio viene vista inun’ottica inedita, come un ostacolo alla comprensione personale di un fratello poco interessato alla politica, che all’inquietudine politica di Marco rispose con “Marx può aspettare”.

    L’ultimo documentario di Marco Bellocchio è un’opera riuscita sotto ogni aspetto: è una confessione onesta e mai autoindulgente, capace di risvegliare la coscienza e l’attenzione dello spettatore e di farlo con sobrietà, sottolineata dalla colonna sonora essenziale ed efficace di Ezio Bosso (scomparso nel maggio dello scorso anno). Offre poche certezze e molte domande, questa storia di un dramma privo di catarsi -il senso di colpa per il suicidio di Camillo alimentato con gli anni non si può risolvere certo con un film- ma non disperato: il regista e autore non si sente assolto ma almeno liberato.

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  • RECENSIONE PER LUCIO – IL DOCUMENTARIO DI PIETRO MARCELLO DEDICATO A DALLA

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    Lucio Dalla è stato un cantautore fondamentale per l’immaginario musicale e culturale italiano: ha attraversato i decenni e gli stili musicali con alcune delle canzoni più iconiche della storia della musica, e per questo al cantautore bolognese Pietro Marcello (Martin Eden) dedica il documentario Per Lucio.

    L’ambiguità lessicale del titolo riassume perfettamente le due anime di questo documentario: una dedica affettuosa a un artista – e a un uomo – unico, nelle parole di chi l’ha conosciuto bene, ma anche l’esplorazione del personale punto di vista di Dalla sulla musica e sulla vita.

    Per Lucio non è e non vuole essere il documentario definitivo sul cantautore bolognese. Gli unici coinvolti nel documentario sono Umberto “Tobia” Righi, manager di Dalla per oltre quarant’anni, e Stefano Bonaga: nella prima parte viene intervistato il solo Righi, la seconda parte assume invece la forma di una cena tra questi due vecchi conoscenti di Lucio Dalla, occasione per parlare dell’amico scomparso ma in qualche modo sempre presente.

    Parte fondamentale del documentario sono naturalmente le sue canzoni, alla base di bei filmati storici, accuratamente scelti e montati. Umberto Righi afferma che Lucio Dalla “sapeva tutto”, era un attento osservatore della realtà italiana: le sue canzoni diventano quindi specchio di avvenimenti storici, umori e inquietudini di un’Italia cresciuta forse troppo in fretta dopo il secondo dopoguerra, filtrati dalla sua convinta fede nell’umanità. Lucio Dalla interviene spesso, tramite interessanti filmati d’archivio, interviste e confessioni, e le canzoni accompagnano le immagini dell’Italia di allora – si va dall’immediato secondo dopoguerra alla strage di Bologna. L’idea di Pietro Marcello consiste nell’indagare la personalità di Dalla anche attraverso le sue canzoni, e quindi attraverso la storia e la cultura di un intero Paese. Le omissioni – biografiche e musicali – operate da Marcello sono troppe per poter essere elencate, ma come si diceva poco fa Per Lucio non vuole essere una biografia esauriente su Dalla quanto un ricordo condiviso, una conversazione su una conoscenza comune e su un pilastro della musica italiana. 

    Questo punto di vista – volutamente – poco esaustivo è la scelta più spiazzante e originale del film.

    È tuttavia anche il più grande difetto di un film che appare incompleto, fin troppo frammentario: un po’ come se lo spettatore fosse invitato a partecipare a questa conversazione a cuore aperto su Lucio Dalla, ma tale conversazione girasse continuamente attorno a un punto senza mai metterlo completamente a fuoco. Tanto che pure il finale è tronco, e i titoli di coda scorrono lasciando l’impressione che manchi qualcosa, di non avere raggiunto un vero punto principale: a questa impressione contribuisce la mancanza un vero filo conduttore narrativo che colleghi le canzoni di questa raccolta musicale con – pur belle – immagini.

    Per Lucio è un documentario originale e interessante, montato con un indubbia perizia e frutto di un’autentica passione per l’opera musicale del cantautore, e i fan di Lucio Dalla lo apprezzeranno: tuttavia, non dice niente di veramente nuovo sul cantautore, né sull’uomo Dalla.

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  • RECENSIONE LA TERRA DEI FIGLI – IL CINEMA POST-APOCALITTICO ITALIANO

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    Ispirato all’omonimo graphic novel di Gipi, La terra dei figli è il nuovo film diretto e co-sceneggiato da Claudio Cupellini e potrebbe essere una delle più grandi sorprese del cinema italiano recente.

    Innanzitutto è un film di un genere, a esclusione di produzioni fantascientifiche italiane degli anni ’70-‘80, non così esplorato dal cinema nostrano: la storia ha luogo in un imprecisato futuro post-apocalittico, a seguito di una guerra. La civiltà è al collasso, i superstiti sono abbandonati alla lotta per la sopravvivenza; in questo paesaggio un ragazzo analfabeta, interpretato da Leon de La Vallée, alla morte del padre cerca qualcuno che possa leggergli il diario che il genitore custodiva. Attraversa quindi un territorio paludoso abitato da personaggi ostili, in cerca di risposte che il diario può dargli.

    La “terra dei figli” è una terra che ha rinunciato sia al passato che al futuro: i ricordi e la Storia sono un dolore pericoloso, da evitare, mentre del domani non sembra importare nessuno. Tanto che i figli, la generazione nata dopo la catastrofe, viene trattata come un fastidio nel migliore dei casi, e come carne da macello nel peggiore, e subiscono tutto il peso degli errori dei loro genitori. La buona regia di Claudio Cupellini alterna ritratti di questo mondo e momenti di introspezione: campi lunghissimi che abbracciano paludi e resti di una civiltà tramontata, alternati a primissimi piani spesso scavati nella luce fioca di una lanterna. Le ambientazioni sono protagoniste quanto i personaggi, favorite dall’ottimo production design di Daniele Frabetti e dalla fotografia di Gergely Pohárnok. Questa terra è fatta di vaste paludi, strade colme, complessi industriali abbandonati abbandonati sporche, umide, metafora di un tempo immobile e smorto ma non del tutto privo di speranza.

    I personaggi sono complessi e ben definiti: Leon de La Vallée, nella maggior parte del film piuttosto acerbo e monocorde, riesce comunque a offrire lampi di grande intensità attoriale, e risulta straordinariamente in parte nell’interpretare il ragazzo senza nome, crudele e fragile, in cerca di un’identità. Ottima Maria Roveran nel ruolo di Maria, una ragazza inizialmente prigioniera di due contadini, che accompagna il protagonista nel suo viaggio. Due giovani supportati da un bel cast che comprende sorprendenti volti noti, come la “strega” cieca interpretata da Valeria Golino e il boia che, sotto la maschera, nasconde un irriconoscibile Valerio Mastandrea.

    È facile trovare imperfezioni in questo film: la durata è forse un po’ troppo estesa rispetto alla storia raccontata ed è un peccato non aver trovato più posto per le figure femminili, oltre a quello di supporto emotivo per i personaggi maschili. Tuttavia La terra dei figli è un film ispirato e coraggioso e dimostra, ancora una volta, la capacità del cinema nostrano recente di giocare con generi e storie che sembravano non avere più molto di nuovo da offrire. Non avrà l’impatto mediatico sfolgorante di Lo chiamavano Jeeg Robot, le dimensioni da blockbuster de Il primo Re o l’urgenza civile di Sulla mia pelle; tuttavia, il cinema italiano (ri)parte anche da qui.

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  • RECENSIONE MANDIBULES – DUE UOMINI E UNA MOSCA

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    Mandibules, presentato fuori concorso alla 77ª Mostra internazionale del cinema di Venezia, è il nuovo film di Quentin Dupieux che ne è regista, sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia. I suoi precedenti lungometraggi (come Au Poste! e Doppia pelle) sono film dalla forte vena surreale, le cui premesse stravaganti sono spesso e volentieri spunti per parlare d’altro. E Mandibules non fa eccezione.

    Un delinquente non troppo sveglio, Manu (Grégoire Ludig), coinvolge l’altrettanto svampito amico Jean-Gab (David Marsais) nel trasporto di una misteriosa valigia, per commissione da parte del ricco Michel Michel. Mentre viaggiano sulla sgangherata Mercedes con cui dovrebbero prelevare la valigetta, tuttavia, scoprono nel bagagliaio una mosca gigante. Per i due strampalati compari si presenta quindi l’opportunità di fare una fortuna, addestrando la mosca affinché commetta furti al posto loro; tuttavia, tra loro e questa insolita manna dal cielo si frappone una serie di difficoltà e imprevisti, tra cui l’ospitalità da parte di Cécile (India Hair), che scambia Manu per un suo ex, nella villa dei suoi genitori.

    Mandibules è quanto di più atipico ci si possa immaginare dal filone della commedia fantastica: ha una cadenza da fiaba grottesca e lavora per sottrazione nello svolgimento degli eventi e nella caratterizzazione dei personaggi. La personalità dei due protagonisti è fumettistica, scarseggia volutamente di evoluzione: fin dall’inizio vengono delineati come due tonti perlopiù inetti, e tali rimangono fino alla fine. Non è facile riuscire a far empatizzare con due tipi così profondamente idioti, ma il film riesce a non rendere stancante il loro comportamento e anzi a renderli personaggi gradevoli e simpatici. Il lavoro sulla mosca è ottimo: animata da Dave Chapman, burattinaio responsabile dei movimenti del piccolo droide BB-8 nella trilogia sequel di Star Wars, risulta per lo spettatore sia repellente che inaspettatamente adorabile; nelle scene dell’addestramento con Jean-Gab -che la ribattezza Dominique– mostra un comportamento più simile a un cucciolo di cane che a una mosca. È a sua volta fonte di gag e momenti umoristici -tra cui uno inaspettatamente macabro-, ma la sua funzione è principalmente quella di traghettare lo spettatore in un mondo surreale, in cui svolte improbabili e personaggi bizzarri sembrano essere all’ordine del giorno, ripreso da Quentin Dupieux con colori brillanti e vivaci. Mandibules è quindi una fiaba che passa agilmente dalla commedia demenziale al fantastico al road movie. Tuttavia, come tutte le fiabe, nasconde un sottotesto allegorico.

    Soprattutto da quando Manu e Jean-Gab vengono ospitati da Cécile nella villa dei suoi genitori, diventa chiaro che il ruolo della mosca non sia solo di trasportare gli spettatori da un mondo ordinario a uno straordinario, ma anche di muovere i due protagonisti in un mondo di abbienti, completamente diverso dal loro. All’inizio del film troviamo Manu addormentato in un sacco a pelo in spiaggia, i piedi bagnati dalle onde: da lì, lui e il compare Jean-Gab iniziano una “scalata sociale” in cui incontrano prima il proprietario di una scalcinata roulotte, poi i quattro amici (presumibilmente alto borghesi) e infine il ricco Michel Michel, e sfiorano un mondo da cui non sono mai realmente compresi. L’unica che sembra sospettare qualcosa di loro è Agnès (Adèle Exarchopoulos) amica di Cécile, convinta che i due nascondano un segreto: la sua vita viene stravolta quando viene rivelato l’elefante (anzi, la mosca) nella stanza. E alla fine del film il macguffin, il contenuto della valigetta, si rivelerà poco più di una pacchiana ostentazione di ricchezza e potere di cui Manu e Jean-Gab non saprebbero che farsene.

    Questo sottotesto è lasciato alla riflessione dello spettatore, in un gioco di ironia e suspense che non esplicita mai del tutto il suo significato sociale: Mandibules risulta un film particolarmente difficile da valutare anche per la sua natura allusiva. Il giudizio dipende dalla capacità del singolo di stare al gioco e seguire il lento e assurdo viaggio dei due – anzi, tre compresa Dominique – sgangherati protagonisti: per chi scrive, è un viaggio che vale senz’altro la pena seguire.

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  • RECENSIONE COMEDIANS – COMICITÀ E ODIO

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    L’omonimo spettacolo teatrale di Trevor Griffiths è alla base di Comedians, nuovo film scritto e diretto da Gabriele Salvatores.

    La voce rauca di Tom Waits con le canzoni Rain Dogs e Downtown Train apre e chiude il sipario su un non-luogo, una non specificata e piovosa città del Nord Italia. L’azione è quasi tutta contenuta in due sole stanze, l’aula di una scuola dove sei aspiranti comici (Ale e Franz, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa) preparano il loro numero, e la sala in cui si  esibiscono: nell’aula i sei comici ripassano le lezioni del loro insegnante, l’ex
    comico Eddie Barni (Natalino Balasso), consapevoli che il loro numero verrà valutato dall’agente teatrale Bernardo Celli (Christian de Sica), per decidere chi di loro verrà assunto nella sua agenzia. Tutti i sei comici sono persone insoddisfatte e frustrate, che vedono nell’ingaggio di Celli la possibilità di evadere dalle loro vite; Barni, d’altra parte, nell’insegnare loro una forma costruttiva di comicità, spera di riscattare le loro esistenze e, in parte, anche la propria.

    Più che la storia o i personaggi, quel che conta in Comedians è l’umore che pervade tutto il film: Gabriele Salvatores immerge infatti lo spettatore in un mood rabbioso e acido, dove la comicità dei sei attori e i rapporti l’uno con l’altro scaturiscono da rancori, ostilità, aperto disprezzo, ed esplodono nei furiosi litigi dietro le quinte e qualche volta anche sul palcoscenico, come i due fratelli interpretati da Ale e Franz divisi da differenze inconciliabili ma costretti a esibirsi assieme, oppure il giovane ribelle e insofferente di Giulio Pranno il cui male di vivere si esprime in una comicità scioccante e urlata. Questa atmosfera plumbea viene resa anche grazie ai colori spenti (fotografia di Italo Petriccione) e allo squallore delle ambientazioni (production design di Rita Rabassini).

    In questa rabbia si gioca la differenza abissale tra due opposti modi di intendere la comicità, incarnati da Barni e Celli: il primo insegna una comicità che prenda atto del male nel mondo e lo incanali in un’energia positiva che arricchisca il pubblico, il secondo professa una comicità più immediata, meno filosofica. Il conflitto del film, quindi, riguarda l’annoso dilemma se l’arte debba limitarsi a descrivere la realtà o se debba provare anche a migliorarla.

    Le caratterizzazioni dei personaggi funzionano, anche se gli attori sono incastrati in dialoghi così smaccatamente teatrali da essere per la maggior parte forzati, poco naturali. L’intenzione di Salvatores era probabilmente di rendere i personaggi più simili a caratteri teatrali che a persone credibili e verosimili, ma questa idea riesce solo in parte a causa delle differenze tra linguaggio del cinema e linguaggio del teatro. Questo scarto tra intenzione di Salvatores e resa su schermo influenza anche la riuscita dello stesso umorismo di Comedians, un po’ a causa dei dialoghi di cui sopra, un po’ per la natura di molte gag, in cui le battute fondate su stereotipi sessisti si sprecano. Se questo da una parte può servire a sottolineare la sgradevolezza misantropica dei protagonisti, dall’altra fossilizza la comicità di Comedians in un repertorio fuori tempo massimo, non efficace: nel 2021 ci si aspetterebbe un umorismo un po’ diverso da battute su “donne facili” e persone sovrappeso. Anche perché sembra contraddire l’intenzione del film di mostrare come vincitore morale Eddie Barni, quello che teorizza una comicità universale e costruttiva.

    Comedians è un film interessante, che conferma la capacità di Gabriele Salvatores di raccontare storie dal sapore diverso rispetto al solito cinema italiano. Tuttavia, conferma anche la sua attitudine a raccontarle più con furbizia che con profondità: introduce alcune ottime idee e sfrutta un buon cast di attori, conferisce al film un’atmosfera molto riuscita, ma la tesi che porta avanti si sovrappone alla storia e ai personaggi in un modo non così  approfondito come lo stesso Salvatores crede.

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  • RECENSIONE CHAOS WALKING – TANTO RUMORE, POCA SOSTANZA

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    La produzione di Chaos Walking, nuovo film di Doug Liman (The Bourne Identity, Edge of Tomorrow), è stata particolarmente travagliata. Nel 2011 la Lionsgate ha acquisito i diritti per l’adattamento della serie di romanzi Chaos Walking, scritti da Patrick Ness, e ha affidato la sceneggiatura al premio Oscar Charlie Kaufman (Essere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello). In seguito Kaufman ha abbandonato il progetto, e la sua sceneggiatura è stata riscritta da altri sei sceneggiatori tra cui lo stesso Patrick Ness. Infine, tra 2018 e 2019, il film ha subito riprese aggiuntive a causa dell’accoglienza negativa alle prime proiezioni di prova. Purtroppo, questa lavorazione turbolenta si riflette anche nel prodotto finale.

    La storia era estremamente promettente, e all’inizio sembra discostarsi dai cliché del cinema di fantascienza. Nel futuro, in un remoto pianeta colonizzato dai terrestri, gli uomini subiscono uno strano effetto che fa sì che i loro pensieri siano visibili a tutti gli altri, sotto forma di proiezioni o echi telepatici. Il giovane Todd Hewitt (Tom Holland) vive in un villaggio senza donne -tutte apparentemente uccise dai nativi del pianeta, gli Spackle-, fino a quando una ragazza di nome Viola (Daisy Ridley), naufraga da una scialuppa lanciata da un’astronave in orbita attorno al pianeta. Per proteggerla dal sindaco Prentiss (Mads Mikkelsen) e per permetterle di contattare la sua astronave, Todd e Viola cominciano un viaggio che porterà alla luce segreti sul mondo che Todd credeva di conoscere. L’idea più interessante naturalmente riguarda proprio la visualizzazione dei pensieri degli uomini o, come viene chiamato nel film, il “rumore”: un flusso di ricordi, pensieri, emozioni e fantasie che aleggia attorno a loro sotto forma di riverberi colorati e di immagini, talvolta estremamente verosimili.

    Purtroppo, questa premessa davvero originale non viene trattata in modo coerente. Il “rumore” viene spiegato come un qualcosa di continuo e ininterrotto (come dovrebbe essere il flusso di pensieri nella nostra mente) ma nei fatti sembra intermittente, venendo utilizzato quando la trama lo richiede o quando dev’essere portata avanti la caratterizzazione dei personaggi, o anche per costruire delle gag, come ad esempio quando Todd Hewitt, che non ha mai visto una ragazza per tutta la sua vita, si ritrova in viaggio con Viola e tradisce continuamente la sua attrazione nei confronti di lei. Anche il potenziale per mostrare in modo creativo e originale i pensieri dei personaggi non viene mai sfruttato appieno, e si riduce ad alcuni momenti visivamente interessanti e nient’altro.

    La superficialità nell’esplorare il rumore è in realtà sintomo del problema maggiore che affligge Chaos Walking: l’assenza di coesione nello svolgimento della storia. Sicuramente anche a causa delle riscritture e delle riprese aggiuntive il worldbuilding non è pienamente esplorato, molti personaggi vengono introdotti e abbandonati senza che si sappia più niente di loro e pochi sono davvero approfonditi. La storia zoppica da metà film in poi.

    La regia di Doug Liman riesce a mantenere un minimo di coinvolgimento nonostante il ritmo altalenante, e la fotografia cupa di Ben Seresin conferisce una concretezza adeguata a questo mondo post-apocalittico, ma da sole non bastano; inoltre nelle scene più concitate il montaggio è disorientante e non riesce a seguire con chiarezza i personaggi. Gli attori fanno del loro meglio, ma è evidente che sia mancata loro una direzione salda e raramente sono convincenti nonostante il loro indubbio carisma.

    La sensazione maggiore che emerge alla fine del film è quella di un’occasione sprecata. Anche senza pensare a come sarebbe stato questo film se fosse stato sceneggiato da Charlie Kaufman, considerate le premesse e le persone di talento coinvolte, Chaos Walking risulta un film d’azione fin troppo convenzionale, e per nulla originale o creativo come avrebbe dovuto essere.

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  • RECENSIONE CRUDELIA – IL NUOVO LIVE ACTION DISNEY

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    I remake live-action di casa Disney basati sui loro classici hanno avuto una storia fatta di alti e bassi: se i remake di Cenerentola o Il Libro della Giungla hanno avuto un buon risconto di critica e pubblico, Maleficient, La Bella e la Bestia o Il Re Leone sembrano non essere riusciti a giustificare la propria esistenza al di fuori del fare cassa sulla nostalgia degli spettatori. Compitini appena sufficienti, quindi, con giusto la novità di un impianto visivo nuovo e di nuovi interpreti. Il nuovo live-action Disney Crudelia non soffre di mediocrità; il suo problema, in un certo senso, è l’esatto opposto.

    Crudelia non solo è un ideale prequel de La Carica dei 101, ma è anche una origin story di Crudelia De Mon (qui interpretata da Emma Stone), una delle villain più iconiche dell’immaginario Disney. Il film segue dall’infanzia all’età adulta questa aspirante stilista divisa -come il bianco e il nero dei suoi capelli- tra una personalità buona e gentile, Estella, e un lato oscuro da sempre dentro di lei che chiama Cruella (nonostante il titolo del film il personaggio mantiene il nome originale inglese, Cruella de Vil). Estella, dopo un periodo di gavetta, inizia a lavorare per la tirannica stilista Baronessa Von Hellman (Emma Thompson). Dopo la scoperta della responsabilità della Baronessa relativamente ad un tragico episodio del suo passato, Estella/Cruella decide di usare le armi della moda contro di lei, con l’aiuto dei suoi amici Jasper (Joel Fry) e Horace (Paul Walter Hauser), per compiere la sua vendetta.

    Il plot non è il punto forte del film: questa revenge story procede per accumulazione più che per sviluppo narrativo, tra rivelazioni che riescono a essere sia prevedibili che improbabili, persino involontariamente comiche. Anche lo sviluppo della protagonista lascia parecchio a desiderare: Emma Stone è molto brava nel rappresentare entrambi i lati del suo personaggio, ma il continuo passaggio da Estella a Cruella (e viceversa) è sempre troppo repentino, e non giustificato né dalla trama né dalle (seppur drammatiche) rivelazioni che la coinvolgono.

    L’aspetto migliore di Crudelia è nella sua presentazione visiva. Esteticamente è tra i migliori live-action Disney e, senza dubbio, il più originale. Merito della solida regia di Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua, Tonya) che trascina lo spettatore in vorticose carrellate nell’ambientazione anni ‘60-’70, tra le sfarzose scenografie barocche di Fiona Crombie e i meravigliosi costumi di Jenny Beavan, già vincitrice di due Premi Oscar per Camera con Vista e Mad Max: Fury Road. Proprio i costumi diventano i veri protagonisti del film; non solo perché presentano un’immensa varietà di stili e colori, ma perché l’abbigliamento (e, più in generale, la moda) diventa espressione di un sentimento di rivalsa e di riscatto sociale. Cruella usa la moda come arma contro la sua nemesi ma anche contro il conformismo e la mancanza di immaginazione, colpendo dall’interno quella struttura di cui all’inizio tanto desiderava far parte.

    Al contrario di altri anemici live-action Disney, Crudelia è un quindi un film fondato sull’eccesso, nella messa in scena e nella trama. I colori sono sgargianti, i movimenti di macchina sontuosi, buona parte del cast è sopra le righe (le più misurate sono Emma Stone e soprattutto Emma Thompson, le migliori del film), la colonna sonora di classici punk e rock non dà tregua, i costumi sono sfarzosi, le soluzioni narrative melodrammatiche. Questo eccesso nella messa in scena rispecchia la personalità debordante della protagonista. Tuttavia, se all’inizio questo aspetto può divertire e incuriosire, sul lungo andare si rivela controproducente per il film stesso. L’accumulazione di eventi, rivelazioni e sottotrame fa pesare il minutaggio del film rendendolo inutilmente lungo, e anche quando sembra giungere alla naturale conclusione in realtà prosegue ulteriormente. Il film diventa in tal modo estenuante più che immaginativo, stucchevole più che elegante. Nel complesso Crudelia è un’ambiziosa e originale esperienza visiva, soprattutto per gli standard dei live-action Disney. Ma questa origin story, più simile al Joker di Todd Phillips che a Il diavolo veste Prada, avrebbe giovato di un maggior controllo della sua
    materia narrativa da parte degli autori: Estella/Cruella non può e non vuole essere moderata, Crudelia avrebbe forse dovuto esserlo di più.

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  • RECENSIONE IL CATTIVO POETA – IL TRAMONTO DI UN DIVO

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    Il cattivo poeta, film scritto e diretto da Gianluca Jodice, è uno sguardo sulla figura complessa e contraddittoria di Gabriele D’Annunzio, in particolare sugli ultimi anni di vita del Vate.

    La storia segue Giovanni Comini (Francesco Patanè): giovane federale di Brescia che viene incaricato dal segretario del partito fascista Achille Starace (Fausto Russo Alesi) di sorvegliare il Vate, Gabriele d’Annunzio, oppositore dell’alleanza tra Mussolini e Hitler e, per questo, sempre più inviso a Mussolini in persona. Nel corso di questo incarico Comini, inizialmente entusiasta del Partito, comincia ad aprire gli occhi sulla sua vera natura.

    Quindi, più che a D’Annunzio, l’intreccio ruota principalmente attorno a Giovanni Comini e alla sua progressiva presa di coscienza della natura violenta e oppressiva del PNF. Il Vate, d’altra parte, gioca un ruolo non marginale, ma nemmeno così centrale come ci si potrebbe aspettare. Chi era in attesa di un vero e proprio biopic su di lui potrebbe, dunque, restare deluso: la maggior parte delle volte, Gabriele D’Annunzio sembra ricoprire un ruolo di catalizzatore del  cambiamento di Giovanni Comini e non di protagonista effettivo.

    Il film copre per “capitoli” gli ultimi anni di vita del “cattivo poeta”, dall’incarico assegnato a Giovanni Comini nel 1936 alla morte di D’Annunzio nel 1938. Questa scansione cronologica va però a svantaggio del film stesso, almeno all’inizio: a fatica tiene il passo con lo sviluppo dei personaggi, che procede “a singhiozzo” e non in modo spontaneo e naturale. Questo, assieme ai dialoghi perlopiù ingessati, contribuisce a rendere piatti e non così interessanti i personaggi, in particolare l’evoluzione di Giovanni Comini è piuttosto prevedibile fin dall’inizio.

    Anche per questo motivo, quando appare, Gabriele D’Annunzio ruba facilmente la scena a tutti gli altri presenti. Merito soprattutto della performance ammirevole di Sergio Castellitto: la sua interpretazione riesce quasi da sola a rendere D’Annunzio un personaggio davvero complesso e sfaccettato. Il D’Annunzio di Castellitto è un vecchio dall’eloquenza raffinata che a volte si muove come una marionetta, fisicamente prostrato dagli anni e dall’abuso di cocaina, e a volte rivela una vitalità inaspettata, quasi animalesca. Una continua tensione a superare i propri limiti fisici, quindi, che rivelano uno scavo psicologico da parte di Castellitto che almeno in parte supplisce alla sceneggiatura, poco interessata ad analizzare gli aspetti più “scomodi” e oscuri di D’Annunzio.

    Più che il D’Annunzio personaggio letterario o uomo a tutto tondo, quindi, il film è interessato a esplorare il lato di divo italiano e icona (decaduta). Questo studio sul personaggio unico del Vate riverbera una più ampia riflessione del film sul potere dei media e sulla costruzione di un mito, politico, letterario e mediatico. A questo contribuiscono l’essenziale ma efficace ricostruzione degli anni ‘30, fatta di canzoni d’epoca, interni ricostruiti a puntino ed esterni portati in vita grazie anche a effetti digitali di discreto livello, e la fotografia di Daniele Ciprì, che contrappone gli imponenti palazzi del potere fascista, la cui luce abbacinante ma gelida appiattisce i personaggi rendendoli figurine in divisa, agli intimi interni del Vittoriale, che ritagliano i  personaggi in una luce calda e intensa. La contrapposizione, quindi, è tra il mito di D’Annunzio, fallace e decadente ma in qualche modo onesto, e il mito di Mussolini, artificiale e fatto di motivi propagandistici: tanto che, quando Benito Mussolini entra in scena nel terzo capitolo, all’arrivo alla stazione di Verona non pronuncia nemmeno una battuta. Oltre ai motivi propagandistici, oltre alle pervasive rappresentazioni del Duce che tappezzano le strade, le case e i luoghi di potere, non c’è niente. Quando si affaccia dal balcone della stazione di Verona e viene acclamato dalla folla, nel suo non parlare Mussolini viene messo a nudo come una tronfia caricatura, vuota di significato. Poco più che un “vigile urbano”, come viene definito con spregio, assurto al successo solo grazie a propaganda e opportunismo. Al contrario, quando D’Annunzio si affaccia dal balcone del Vittoriale per salutare i suoi legionari dell’impresa di Fiume, è un uomo curvo e a malapena capace di reggersi in piedi, ma il suo è un discorso sincero, appassionato e commosso. Luisa Baccara (Elena Bucci) dice che tutti hanno bisogno di un balcone su cui recitare la parte dei protagonisti, ma anche che ci sono buone rappresentazioni e cattive rappresentazioni: nel caso de Il cattivo poeta, l’omaggio di D’Annunzio ai suoi legionari nel Vittoriale si colloca tra le prime, la pomposa e vacua farsa di Mussolini tra le seconde. E, da sempre, gli italiani sembrano essere pericolosamente affascinati dalle cattive rappresentazioni…

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  • RECENSIONE SI VIVE UNA VOLTA SOLA DI CARLO VERDONE

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    Il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Carlo Verdone, Si vive una volta sola, è, come molti suoi film degli ultimi anni, una commedia permeata da una sorta di amarezza esistenziale di fondo, da una malinconia sottopelle che riaffiora tra le scene umoristiche.

    Il professor Umberto Gastaldi (Carlo Verdone) è un chirurgo di grande fama, divorziato, con una figlia che partecipa da soubrette a programmi televisivi di infimo livello. Lui e i suoi colleghi, Lucia Santilli (Anna Foglietta) e Corrado Pezzella (Max Tortora), dalla vita privata altrettanto difficile, passano le giornate a giocare scherzi particolarmente crudeli al loro collega, l’anestesista Amedeo Lasalandra (Rocco Papaleo), fino a quando non scoprono che questi è malato terminale. Così decidono di accompagnarlo per una settimana di ferie in Puglia, cercando di trovare il coraggio di comunicare la cattiva notizia all’ignaro amico. La trama è semplice, funzionale alle gag e ai momenti più malinconici, e ha risvolti piacevolmente prevedibili.

    Il tema della malattia è trattato con la giusta serietà, non viene buttato in farsa ma nemmeno sfruttato per facile melodramma: in sostanza, sebbene non particolarmente memorabile, l’aspetto più riuscito del film sono proprio i risvolti sentimentali imperniati sulla malattia, sulla fragilità della vita e dei rapporti umani. Ciò che invece funziona poco è la commedia, continuamente sospesa tra gag fiacche, personaggi di contorno macchiettistici, risvolti prevedibili. Alcuni momenti fanno sorridere, in altri si riesce a intravedere una certa verve umoristica e il talento comico dei protagonisti coinvolti, ma oltre a questo poco altro.

    La sceneggiatura (di Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino), in bilico tra un dramma solido ma non memorabile e una commedia all’acqua di rose, viene solo in parte risollevata dai personaggi. I migliori sono quelli di Lasalandra e soprattutto di Santilli, bene interpretati da Rocco Papaleo e Anna Foglietta: tutti e due riescono a equilibrare bene tempi comici azzeccati e spessore drammatico. Non così i personaggi di Gastaldi e Pezzella: Carlo Verdone e Max Tortora sono entrambi sotto tono e poco convincenti, non brillano né per comicità né per serietà, e sono penalizzati da una caratterizzazione banale il primo, insufficiente il secondo. Umberto Gastaldi in particolare, il primus inter pares tra i protagonisti, avrebbe il potenziale per arricchire il film di riflessioni come il rapporto tra genitori e figli e il contrasto tra una vita professionale eccellente e una privata disastrosa, ma nessuno di questi temi viene affrontato con vera convinzione, e risultano poco più che funzionali a caratterizzare il personaggio di Verdone. Il conflitto tra padre e figlia è perlomeno sfumato ed evita di cadere nel facile manicheismo ma, di nuovo, oltre a questo poco altro.

    Funzionale è anche la regia di Verdone, così come l’intero comparto tecnico-artistico del film: la fotografia, il montaggio, la colonna sonora, sono tutti strumentali alla narrazione ma non particolarmente degni di nota, efficaci ma non brillanti.

    Giudizio che, in ultima analisi, si può estendere a tutto il film: efficace ma non brillante. I fan e i completisti della filmografia di Carlo Verdone probabilmente troveranno di che godere, ed i momenti più sentimentali e malinconici funzionano, ma per il resto Si vive una volta sola è una commedia perfettamente nella media.

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