Tag: valentino feltrin

  • RECENSIONE THE BEATLES GET BACK – LUNGA VITA AL MITO

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    A oltre cinquant’anni di distanza dal loro scioglimento, I Beatles sono più vivi che mai. Lennon, McCartney, Harrison e Starr affascinano i registi di oggi come quelli di ieri. Il materiale di partenza di The Beatles – Get Back arriva infatti dal lontano 1969, dalle riprese di Michael Lindsay-Hogg per il progetto multimediale Let it Be, che avrebbe dovuto includere anche uno spettacolo live e uno show televisivo che raccontasse il “dietro le quinte” del nuovo album dei Beatles. Il materiale ripreso da Lindsay-Hogg divenne un documentario (in italiano uscito come Let It Be – Un giorno con i Beatles), contestato dallo stesso Ringo Starr -che lo ha definito “infelice”-, che ritrae pulsioni creative e vita quotidiana di un gruppo prossimo allo scoglimento.

    A riesumare le cinquantasei ore di materiale video inedito (più centocinquanta di registrazioni audio) ci ha pensato Peter Jackson. Dopo la sua incursione di successo nel genere documentario con They Shall Not Grow Old sulla generazione spezzata dalla Prima Guerra Mondiale, la sua idea per un lungometraggio documentario è diventata una miniserie di 8 ore che ripercorre le settimane di fuoco in cui i Beatles lavorarono a uno dei loro ultimi progetti. Sotto l’occhio della macchina da presa di Lindsey-Hogg i Beatles pensano alle nuove canzoni, ricevono una serie di proposte per la location della loro esibizione live (che comprende un teatro a Londra, un antico anfiteatro romano a Tripoli e una nave), si confrontano mentre i tempi stringono sempre più e la data della loro prima esibizione live dopo anni si avvicina…

    Ciò che colpisce subito è quanto affettuoso sia lo sguardo di Jackson, da fan dei Fab Four prima che da registaIl film sembra sfatare il mito di un gruppo allo sbando, lacerato da contrasti inconciliabili e litigi: ciò che viene mostrato è un gruppo di amici di neanche trent’anni, consapevoli delle propria fragilità ma a loro modo ottimisti, che cercano di creare la musica migliore possibile a dispetto delle circostanze avverse. Una certa tensione tra i quattro c’è sempre, e si accumula nel corso delle due settimane: i membri della band devono confrontarsi, infatti, con l’abbandono temporaneo di uno dei loro, la mancanza di una vera guida dopo la prematura morte del manager storico Brian Epstein, la stanchezza e uno scioglimento che sembra sempre più una certezza piuttosto che un’eventualità. Ma la fine dei Beatles non assume tanto le dimensioni di una tragedia quanto di una conclusione logica e naturale del passaggio del tempo, che i quattro affrontano con spavalderia e spirito british.

    Questo percorso di crescita condivisa viene analizzato con il doppio sguardo dei due registi, Lindsay-Hogg e Jackson, che catturano ogni singolo tic dei quattro ragazzi; il susseguirsi di giornate del progetto Let it Be coincide con il flusso di pensieri che diventa processo creativo, che si trasforma a sua volta in opera d’arte. Un racconto che sembra perfetto per il regista neozelandese, abituato a narrazioni di ampio respiro e costruite in modo minuzioso -alcuni direbbero prolisso-: e la grande quantità di materiale filmato e registrato da Lindsay-Hogg gli permette di esplorare le dinamiche del gruppo nel suo consueto stile dettagliato che abbraccia voci e ambientazioni tra le più disparate. Non a caso Peter Jackson ha definito questa miniserie un “documentario su un documentario”: si pone in dialogo con le riprese (meravigliosamente restaurate) d’epoca, per raccontare quel capitolo della storia dei Beatles ma anche la propria visione personale e devota. Da fan, appunto.

    Gran parte del fascino di questa operazione nasce dall’eccitante “dietro le quinte” del fenomeno mediatico “più popolare di Gesù Cristo”, le cui canzoni nascono da giochi di parole, notizie di giornale, scherzi, citazioni e momenti di noia.

    L’idea, ovviamente, è di studiare l’artista dietro il mito e l’uomo dietro l’artista, ma c’è di più: il percorso interiore dietro Let it Be è anche rivolto alle origini del gruppo, a quella spontaneità forse perduta da tempo, mostrata nell’efficace introduzione che riassume il percorso artistico dei Beatles da Liverpool ai club di Amburgo ai palcoscenici di tutto il mondo. Non a caso, il cuore di questo delicato periodo dei Beatles è la composizione di Get Back, anch’essa nata quasi per caso, e resa famosa anche grazie ai 40 minuti dello storico concerto sul tetto della Apple Corps a Londra, climax della serie mostrato in split screen e con la doppia prospettiva del tetto e della strada. Concerto, come ben sappiamo, interrotto dall’arrivo della polizia chiamata dai vicini infastiditi: la fine di un’era che non ritornerà più.

    The Beatles – Get Back è un documentario imperdibile, e non solo per i fan dei Baronetti di Liverpool. La cura per i dettagli, la qualità del restauro delle immagini d’archivio, e soprattutto lo sguardo sincero e appassionato di Jackson lo rendono prezioso anche per il genere documentario, come forma di storytelling e come mezzo per indagare sentimenti reali, ripresi in diretta. La sua lunghezza potrebbe scoraggiare, ma ne vale la pena. Potete recuperare la serie su Disney+.

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  • RECENSIONE ANNETTE – BOHEMIAN RHAPSODY IN BLUE

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    l suo carattere eccentrico, Annette lo mostra fin dalla prima scena. L’ultimo film di Leos Carax, vincitore del Premio alla miglior regia al Festival di Cannes 2021, si apre con i demiurghi Sparks, duo musicale dei fratelli Ron e Russel Mael che, assieme ai protagonisti, introducono lo spettatore nel film, rompono la quarta parete e spezzano subito l’illusione di vero-somiglianza. D’altronde il concept per il film nasce proprio da un’idea dei due fratelli, trasformata in lungometraggio dal regista di Holy Motors.

    Fin dalla prima scena, appunto, i confini tra realtà e finzione si fanno labili, la realtà è fluida e spesso si trasfigura in un ambiente da sogno o da incubo. 

    Annette è figlia della cantante lirica di fama internazionale Ann Desfranoux (Marion Cotillard) e del graffiante comico Henry McHenry (Adam Driver). La bambina, “interpretata” da una marionetta di legno, fin dalla nascita è segnata da un destino eccezionale: mentre la turbolenta storia d’amore tra Ann e Henry precipita in una spirale di paranoie e vendette – anche soprannaturali -, Annette rivela un talento fuori dal comune quando comincia a cantare con la voce di sua madre.

    Con la sua storia d’amore tra due artisti dalle ambizioni inconciliabili, Annette sembra quasi la risposta a La La Land: se il film di Damien Chazelle rifletteva il Cinema con una visione sognante ma precisa, il musical di Leos Carax riflette l’Arte con uno specchio deformante, che trasfigura una love story piuttosto convenzionale in una grottesca girandola di eventi improbabili e colpi di scena. È un’opera lirica in forma cinematografica e pop: ancor più che nei musical tradizionali è richiesta una estrema sospensione dell’incredulità per gli eventi estremi narrati e per il modo in cui vengono messi in scena, con un labirintico ricorso ad anticipazioni, metafore, sequenze oniriche e citazioni.

    Nella sceneggiatura a sei mani di Carax e degli Sparks, le regole della musica hanno la precedenza sulla logica narrativa e sullo sviluppo dei personaggi. Non vuol dire che i personaggi siano poco incisivi o che la storia sia assente, ma solo che questi assurgono a uno status di assoluta bizzarria. Che questo sia stimolante o stancante, dipende molto dalla pazienza che il singolo spettatore può concedere a uno spettacolo sempre in bilico tra eccesso consapevole e ridicolo involontario; sempre però con una vena ironica e maliziosa, come se prendesse per il naso il proprio pubblico e gli chiedesse allo stesso tempo di stare al gioco. Se questo scherzo risulta (per la maggior parte) riuscito è merito anche delle appassionate performance principali: Simon Helberg rappresenta il cuore emotivo del film, nel ruolo dell’accompagnatore e poi direttore d’orchestra; Marion Cotillard è così convincente che fa rimpiangere il limitato spazio che le viene riservato; mentre Adam Driver offre la performance più forte del trio, a suo agio nell’interpretare un personaggio estremo.

    Funzionano anche le musiche degli Sparks, anche se con l’eccezione di So May We Start e Let’s Waltz in the Storm, curiosamente, non si segnalano brani di particolare impatto; forse a causa del fatto che la maggior parte dei dialoghi sono cantati e i confini tra una canzone e la successiva sono sfumati tanto da non permettere alle canzoni di risaltare facilmente. 

    In generale, si ha la sensazione che il film appartenga più agli Sparks che al regista Leos Carax; tuttavia quest’ultimo sta al gioco con una regia eclettica e virtuosistica che fa sua la follia della storia. Ottima anche la fotografia di Caroline Champetier, che alterna colori tenui e forti.

    Ciò che funziona meno viene alla luce quando Annette deve scoprire l’impalcatura tematica dietro la sua scenografia kitsch, e vuole dare un senso alle vicissitudini dei suoi personaggi. Quando prova a farlo finisce vittima del suo stesso peso, si perde nei meandri dei numerosi temi abbozzati: il prezzo della fama, le aspettative dei genitori sui figli, il machismo nel mondo dello spettacolo, l’ubiquità dei media, la metaforica sete di sangue del pubblico. Il carattere anarchico del film impedisce a questi temi di essere esplorati come meriterebbero, se non tramite suggestioni visive comunque interessanti.

    Annette è un film estremo e spesso ostico: tutte le sue ambizioni non sempre ripagano la pazienza dello spettatore, ma Leos Carax e gli Sparks imbastiscono uno spettacolo visivo e sonoro unico nel suo genere. Nel bene e nel male.

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  • RECENSIONE LA SCELTA DI ANNE – CORPO E SOCIETÀ

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    Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Venezia e tratto dal romanzo autobiografico L’Evento di Annie Ernaux, La scelta di Anne è il secondo lungometraggio da regista di Audrey Diwan.

    La storia di Anne (Anamaria Vartolomei) potrebbe essere in realtà la storia di centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo: brillantissima studentessa di umile estrazione sociale, trapiantata in un ambiente borghese con le sue nevrosi e consuetudini, Anne intraprende un’odissea personale che si trasforma in un calvario di pregiudizi e ostacoli quando scopre di essere incinta e vuole abortire, in un luogo e in un’epoca (Francia, 1963) in cui l’aborto è illegale.

    Come dimostra un illustre precedente come 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu (vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2007), dell’aborto il cinema preferisce parlare nel circuito dei grandi Festival e dei cinema d’essai. In realtà definire La scelta di Anne solamente come “il film sull’aborto” non sarebbe sbagliato ma molto riduttivo oltre che superficiale: la scelta di Anne è in realtà l’occasione per parlare di molto altro. Ciò che viene mostrata non è tanto e non solo la scelta del titolo italiano ma “l’avvenimento” del titolo originale (L’Événement), la gravidanza -le didascalie che segnano il passaggio delle settimane hanno l’ineluttabilità di una condanna- e la violenza inflitta dall’impossibilità di abortire e da una mentalità che controlla corpi e destini. Il film come il romanzo è ambientato nella Francia del 1963: precise indicazioni di luogo e tempo tuttavia scarseggiano proprio perché potrebbero essere traslate qualunque luogo e qualunque tempo.

    La regia di Audrey Diwan è straordinaria per la sua sobrietà: mette al centro di tutto la protagonista, interpretata dalla brava Anamaria Vartolomei, incorniciata da una serie di primi e primissimi piani e riprese di spalle che la pongono al centro del dramma interiore e la isolano dalla società. È uno sguardo sensibile (come la fotografia delicata di Laurent Tangy) ma fermo, che rifugge il voyeurismo ma non risparmia scene crude -e di grande impatto nonostante siano suggerite più che mostrate-, con punte di umorismo nerissimo: soprattutto è uno sguardo liberatorio, che mette a nudo ipocrisie della società borghese e restituisce dignità alla scoperta del proprio corpo e della propria sessualità. È in conclusione una regia raffinata, complessa proprio perché lavora per sottrazione. Solo ogni tanto il film si lascia andare a un certo didascalismo in alcuni dialoghi; se ha il difetto di rendere certi personaggi delle marionette più che delle persone a tutto tondo, è comunque necessario e coerente con un’idea di racconto come lucida analisi sociale, che mette al bando sentimentalismi ed esamina personaggi e ambiente con sguardo partecipe.

    La scelta di Anne non è ovviamente un film facile, ma la forza della sua visione e l’interpretazione decisa della protagonista lo rendono meritevole di attenzione. Difficile definirlo un capolavoro, e difficile immaginarlo al centro di un dibattito esterno a quello dei circoli cinefili o degli addetti ai lavori, il che è un peccato; tuttavia certi film possono permettersi di essere necessari e meritevoli di attenzione senza per forza essere degli immortali capolavori del cinema: La scelta di Anne è uno di quei film.

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  • RECENSIONE LOCKE – PICCOLO THRILLER DEL QUOTIDIANO

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    Un’automobile che è la sola ambientazione del film, un solo personaggio che diventa sineddoche della solitudine che attraversa tutta la società.

    Locke è il secondo cortometraggio scritto e diretto da Steven Knight (sceneggiatore e creatore di Peaky Blinders). Un film indipendente del 2013 costato poco meno di due milioni di dollari, che fin dai primi trailer ha catturato l’attenzione per la sua premessa fulminante: la presenza di un solo attore in scena (Tom Hardy nel ruolo dell’eponimo Locke), ripreso per tutto il tempo all’interno di una automobile. Nonostante l’originalità, soprattutto in un’epoca di blockbuster e grandi produzioni, quest’idea rischiava di essere una lama a doppio taglio.

    L’idea di un kammerspiel all’ennesima potenza, di un dramma ridotto all’osso in termini di ambientazioni e personaggi (a parte Tom Hardy, il cast è presente solo come voci al telefono) rischiava di risultare solo un esercizio di stile. Per mantenere alto l’interesse era necessario che la regia, il montaggio e l’interpretazione principale fossero in grado di reggere un meccanismo drammatico così stringato, ma il motivo per cui siamo qui a parlarne è proprio perché la combinazione di questi elementi funziona alla perfezione ed è in grado di mantenere alta l’attenzione per tutti i suoi 85 minuti.

    Ivan Locke è un uomo serio, un capocantiere che ha gestito la propria vita all’insegna della precisione e della correttezza nei confronti di famiglia e colleghi. La sua vita integerrima crolla quando riceve la notizia che una collega, ammalata di solitudine come lui, sta per partorire il figlio avuto a seguito dell’incontro di una notte con lui. Oltre al crollo del suo matrimonio, a seguito di questa rivelazione Locke è costretto ad affrontare difficoltà burocratiche in vista di un’importantissima giornata di lavoro a cui non potrà essere presente.

    Quello messo in scena da Steven Knight è un thriller dell’ordinario: la posta in gioco è di proporzioni relative, il viaggio dura un’ora e mezza su un’autostrada per Londra, non c’è un antagonista (almeno, non nel senso più canonico del termine), il protagonista non compie azioni straordinarie. Le conseguenze di questa odissea notturna ricadono tutte sulla psicologia del personaggio, sul suo rispetto di sé come persona: Locke è un eroe tragico “quotidiano” che sacrifica la vita che ha costruito per fare la cosa giusta, pur sapendo ciò che gli costerà in termini personali e professionali. L’antagonista (o l’insieme di antagonisti) del film, se c’è, è incorporeo ancora più delle voci al telefono con cui Locke dialoga: il padre morto con cui Locke immagina di conversare e sul quale scarica tutta la sua amarezza, le aspettative di una società cinica e votata solo al profitto, pronta ad abbandonarlo non appena devia dalla “retta” via, le sue stesse nevrosi.

    Locke è un film dall’impianto teatrale che però non esclude la specificità del medium per il quale è stato creato, anzi: il rapporto tra uomo e società viene sottolineato proprio dalla tecnica cinematografica spontanea e con pochi fronzoli.

    Ivan Locke viene pedinato da una macchina da presa nervosa, e il montaggio (di Justine Wright) oscilla in modo inquieto tra il dramma individuale nella macchina e le panoramiche di autostrade e paesaggi urbani, in cui si consumano forse tanti altri drammi simili che lo spettatore non può vedere. Le riprese, effettuate nel corso di sole otto notti – con le chiamate “in diretta” del resto del cast – sono spesso sfocate per rendere la stanchezza fisica e psicologica del protagonista, mentre le luci di lampioni e fari sono riflessi lontani e confusi che impediscono l’orientamento.

    Nonostante il lato tecnico e la scrittura siano entrambi ottimi, questo è ovviamente il film di Tom Hardy. L’attore britannico è noto per la sua capacità di calarsi nel personaggio con tutto sé stesso con il rischio di sfociare nell’overacting, ma in questo caso ha trovato la combinazione perfetta tra attore e personaggio: pur concedendosi a qualche sporadico virtuosismo, per la maggior parte del tempo lascia trasparire tutta l’umanità del suo Ivan Locke e resta sempre al servizio del personaggio, risultando per questo ancora più magnetico e veritiero.

    Locke è un piccolo film ma ricco di attenzione ai dettagli e alla psicologia del suo eroe e, al netto di diverse forzature drammatiche e di alcuni eccessi – le battute melodrammatiche riservate alla moglie, per esempio, si incastrano male nel realismo dei dialoghi -, è un film teso e dritto al punto, anche grazie alla sua essenzialità. 

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  • RECENSIONE RESPECT – RITRATTO CONVENZIONALE DI UNA DONNA ECCEZIONALE

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    Era solo questione di tempo prima che anche Aretha Franklin ricevesse il trattamento “biopic musicale” – ritornato in auge negli ultimi anni con film quali Bohemian Rhapsody e Rocketman – che consente di (ri)scoprire un’icona musicale ascoltando una selezione di canzoni storiche, reinterpretate per l’occasione, e allo stesso tempo di studiare la persona dietro l’artista. É proprio questo il filone che segue anche Respect, film finito in development hell per alcuni anni e per il quale è stata coinvolta in fase di pre-produzione anche la stessa Aretha Franklin, prima della sua scomparsa nel 2018.

    Figlia di un pastore battista, Aretha Franklin (Jennifer Hudson) cresce in una casa che vive pienamente il fermento culturale dell’epoca così come le battaglie per i diritti civili degli afroamericani. La casa di famiglia che vanta ospiti illustri come Sam Cooke e Duke Ellington, l’amicizia con Martin Luther King Jr e gli appassionati discorsi del padre C.L. (Forest Whitaker). Il film documenta la vita e la carriera artistica della Regina del Soul, dagli anni ‘50 fino al 1972, anno di uscita dell’album gospel Amazing Grace, uno dei suoi più grandi successi. Una vita travagliata e una carriera musicale impareggiabile che, tuttavia, sono state raccontate nel modo più prevedibile e didascalico possibile.

    Respect è un biopic che segue quasi tutti i passaggi obbligati del genere: formazione, ascesa, caduta, redenzione di una leggenda musicale si susseguono con una prevedibilità che fa tenerezza da quanto è stereotipata. I lati oscuri della protagonista (l’alcolismo, le sue insicurezze) vengono inoltre trattati in modo vacuo, quasi con pudore, senza dar loro il giusto peso. Forse solo il rapporto tormentato con il padre (Forest Whitaker) e con il primo marito Ted White (Marlon Wayans), e il suo faticoso cammino verso la consapevolezza vengono trattati con la giusta gravitas. Il fatto che un film sia basato su una vita vera non dovrebbe impedire di studiare la vicenda con uno sguardo originale o con un certo spessore, cose che qui mancano. La regia di Liesl Tommy (apprezzata regista teatrale e vincitrice di un Tony Award) è buona anche se non molto innovativa, così come il resto del comparto tecnico, dal montaggio alla fotografia: la ricostruzione storica dei tre decenni raccontati nel film è sufficientemente patinata e gradevole ma non degna di nota. Il problema è proprio nella sceneggiatura, competente a livello drammaturgico ma superficiale, che si tira indietro quando dovrebbe al contrario insistere sui temi che suggerisce. Questi difetti strutturali, oltre a far perdere ben presto interesse per delle vicende prive di mordente, schiacciano anche quello che avrebbe potuto essere il maggior pregio del film: l’interpretazione da protagonista di Jennifer Hudson. L’interpretazione infatti è molto buona, e in alcune scene fa trasparire tutto il carisma e la bravura dell’attrice vincitrice del premio Oscar nel 2007, ma si ha costantemente l’impressione che la Hudson avrebbe potuto offrire molto di più, se solo avesse avuto tra le mani un ruolo più consistente,. Occasione mancata anche qui, insomma: un cast di bravi attori cui non è stato dato del materiale all’altezza.

    L’intenzione di offrire un ritratto imparziale della persona prima che dell’artista è evidente, ma Respect finisce con l’essere fin troppo vago e convenzionale. Un biopic che può essere piacevole per scoprire un’icona della musica, ma che in definitiva non rende giustizia alla figura della Regina del Soul.

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  • RECENSIONE STAR WARS VISIONS – ANTOLOGIA ANIMATA DELLA GALASSIA LONTANA

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    Star Wars: Visions è un progetto dall’interesse molto più alto rispetto alle altre serie animate di Star Wars. Le visioni del titolo sono le prospettive offerte da sette studi d’animazione giapponesi sull’universo creato da George Lucas: nove cortometraggi che esplorano ciascuno storie e personaggi diversi dagli Skywalker o dai Palpatine di turno, uniti solo da alcuni elementi narrativi che condividono con i film.

    Dopo più di quarant’anni di vita del franchise, sembra quasi un cliché ricordare l’enorme e dichiarato debito nei confronti del cinema di Akira Kurosawa, in particolare I Sette Samurai e La Fortezza Nascosta, senza i quali non esisterebbe lo Star Wars che conosciamo. Tuttavia, nonostante l’ispirazione del cinema del Maestro sia cosa ormai nota, sono state anche curiosamente rare le esplicite incursioni del franchise in questo preciso immaginario cinematografico, relegato forse soltanto ad alcuni episodi di The Mandalorian, dato che gli autori di Star Wars hanno preferito ricorrere al più familiare -per gli spettatori occidentali, si intende- genere western. Questa premessa non è per affrontare una complessa questione di generi e influenze che meriterebbe uno spazio più ampio, ma solo per dire che il richiamo al cinema di Kurosawa è più esplicito che mai nel primo episodio, Il duello, che è anche il migliore della stagione. In bianco e nero, con qualche accenno di colore e pure l’effetto pellicola ad aggiungere un fascino vintage, la storia del rōnin che protegge un villaggio dalle prepotenze di una guerriera sith possiede sia il respiro epico di una classica storia di Star Wars che quello di un film di genere jidai-geki.

    Ma questo non vuole dire che l’intera stagione di Visions richiami questo genere fondante del cinema giapponese. Il cortometraggio successivo va in una direzione molto più familiare e rassicurante: se Il duello riveste una storia familiare di un abito nuovo -rispetto al franchise di Star Wars- Rapsodia su Tatooine richiama ambientazioni e personaggi familiari (su tutti Boba Fett, antagonista principale dell’episodio) per una classica storia di riscatto e amicizia. L’episodio ancora successivo, I gemelli è una storia di tradimento e legami di sangue con uno stile iper-dinamico e semplice.

    Questi sono solo i primi dei cortometraggi che compongono la prima stagione di Star Wars: Visions. Nonostante siano concettualmente molto vicini, siamo lontani dal contemporaneo What If…? di casa Marvel Studios: gli episodi di Visions non sono tasselli della storia più ampia della Saga ma, appunto, visioni, suggerimenti creativi di nuove storie, nuovi volti, nuove estetiche. Non a caso, i nove corti sono stati realizzati da sette diversi studi di animazione, per garantire delle visioni più originali e diverse possibili.

    La qualità dei disegni e delle animazioni è sempre ottima, e la varietà di stili è di certo il pregio maggiore di questa stagione, dai personaggi stilizzati di Akakiri e T0-B1 alla ricchezza di dettagli di Lop & Ocho e del già citato Il duello. Per quanto riguarda le storie, invece, la qualità è un po’ più discontinua: nel complesso le storie sono discrete, anche se la durata breve degli episodi gioca forse a svantaggio di alcuni di questi.

    Trascurate del tutto le preoccupazioni circa la -non esistente- canonicità delle storie, la domanda riguarda il metro di giudizio ideale per valutare questa raccolta di cortometraggi all’interno del brand Star Wars. Quali sono i migliori, quelli più fedeli all’estetica della Saga oppure quelli che intraprendono una strada più originale? La risposta non è così semplice e dipende da ciò che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, gusto personale. Dipende cioè in larga parte dalla capacità del singolo, fan di Star Wars o meno, di abbandonare l’aspettativa, creata da decenni di film e serie tv, su ciò che Star Wars dovrebbe o non dovrebbe essere; o, in parole povere, dalla capacità di lasciarsi stupire dalle reinterpretazioni di una storia arcinota.

    Star Wars: Visions è difficile da valutare proprio per l’estrema varietà, nel bene e nel male, dei cortometraggi proposti: ma, anche per la sua natura eccentrica all’interno di un franchise che ha corso numerose volte il rischio di ristagnare in un riciclo di idee trite e situazioni abusate, il giudizio di chi scrive è positivo. È una sperimentazione molto relativa: il marchio Disney è sempre ben presente, e in molti casi l’approccio family-friendly della casa del Topo stride con il respiro epico di alcune storie che avrebbero giovato di una libertà ancora maggiore. Nonostante Star Wars: Visions difficilmente rappresenterà il primo passo per una maggiore creatività nella gestione del brand Star Wars, è comunque una interessante divagazione rispetto alla galassia lontana lontana cui siamo abituati e per una volta è consigliata anche a chi non è già fan della Saga, ma vorrebbe cominciare a comprendere il fascino che esercita su milioni di spettatori in tutto il mondo.

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  • RECENSIONE QUI RIDO IO – L’ARTISTA, L’UOMO, LA MASCHERA

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    Mario Martone ama analizzare la sua Napoli attraverso la lente della Storia e, in particolare, attraverso il prisma di personaggi storici: Giacomo Leopardi in Il giovane favoloso, gli eroi risorgimentali di Noi credevamo e gli intellettuali di Capri-Revolution. Qui Rido Io, presentato allo scorso Festival di Venezia, è il ritratto di Edoardo Scarpetta, attore, commediografo, figura fondamentale per il teatro in dialetto napoletano.

    Nei primi anni del ‘900, Scarpetta (Toni Servillo) è all’apice della sua fama: la sua commedia Miseria e nobiltà è un successo, e il personaggio di Felice Sciosciammocca ha scalzato Pulcinella dal pantheon dei personaggi della commedia italiana. Tanto estroverso sul palco quanto metodico e severo nella vita privata, Edoardo Scarpetta semina figli legittimi e illegittimi che vorrebbe inserire nel mondo dello spettacolo. La sua vita, meticolosamente programmata, subisce un contraccolpo quando mette in scena una parodia intitolata Il figlio di Jorio: l’autore dell’opera originale, Gabriele d’Annunzio (Paolo Pierobon), decide di intentargli una causa che durerà tre anni e che rischia di minare reputazione e carriera dell’attore. Nel frattempo, Scarpetta dovrà fare i conti con avversari esterni e interni alla sua stessa famiglia, con le conseguenze della sua vita sessuale e con la sua stessa vanità d’artista.

    Qui Rido Io è, in fondo, il biopic di un aristocratico, di un uomo che fa scolpire il motto “Qui rido io” sulla parete della sua magione, Villa La Santarella, per rivendicare un vacuo potere di padre-padrone su quelli che abitano sotto il suo tetto. Ma un aristocratico che vede vacillare un potere che ha sempre dato per scontato: colui che ha soppiantato Pulcinella è destinato a venire soppiantato a sua volta, e a farlo sarà non il vanaglorioso d’Annunzio né i giovani intellettuali di cui cerca in fondo l’appoggio, ma la sua stessa stirpe, i fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino (interpretati dai giovanissimi Alessandro Manna, Marzia Onorato e Salvatore Battista), tre dei numerosi figli illegittimi di Edoardo Scarpetta. In particolare è Eduardo, destinato a diventare uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento, qui ancora un bambino che, prima dietro le quinte e poi alla luce del palcoscenico, esce dall’ombra del padre per prendersi il suo posto nella Storia.

    Scarpetta vive la differenza tra chi è sul palco e chi è fuori come un Charlie Chaplin ante litteram: un uomo che vive una continua contraddizione tra l’artista amato dal pubblico ma sulla via del tramonto, l’uomo vanitoso che fa i conti con la propria mortalità e la maschera buffa che indossa a teatro.

    Questo ruolo non poteva trovare interprete migliore di Toni Servillo, che si riconferma per l’ennesima volta l’attore italiano più versatile in circolazione. Buffoneria, pomposità, severità, amarezza, occasionale generosità: Toni Servillo salta da un registro all’altro con naturalezza mostruosa, e senza mai schiacciare il personaggio ma mettendosi anzi al suo servizio.

    Questo re della risata si muove nella Napoli fervente della vita culturale e artistica dell’età giolittiana, resa visivamente in modo efficace, merito anche di una ricostruzione storica (scenografie di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno, costumi di Ursula Patzak) forse fin troppo essenziale ma sempre elegante. La Napoli di Qui Rido Io è un palcoscenico, lo sfondo di un dramma in cui la musica la fa da padrona. La sceneggiatura – scritta con Ippolita di Majo – e la regia di Mario Martone sono sempre rigorose, quasi antropologiche. Con tutti i difetti che ne derivano: il suo è un cinema che si prende il suo tempo e osserva con distacco le vicende che racconta, e per questo può a volte stancare e rendere difficile la partecipazione emotiva ai drammi interiori dei suoi personaggi.

    Ma i difetti nella narrazione si sorvolano facilmente di fronte all’eleganza della messa in scena, e l’attenzione di Martone per i dettagli e il carisma del suo protagonista bastano da soli a mantenere intatto il fascino di un dramma storico con incursioni nella commedia.

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  • RECENSIONE FRAMMENTI DAL PASSATO – REMINISCENCE

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    Frammenti dal passato – Reminiscence è una creatura strana: l’esordio al cinema di Lisa Joy, sceneggiatrice e co-creatrice della serie tv Westworld, è stato un flop d’incassi nei giorni d’apertura, vittima anche di una campagna promozionale piuttosto mediocre.

    Il fatto che sia stato pubblicizzato come “un film della creatrice di Westworld” non è solo marketing: come nella serie tv di HBO, in Reminiscence si nota la stessa impronta autoriale nel contaminare la fantascienza con generi cinematografici diversi (lì il western, qua il noir) per studiare psiche e ossessioni umane.

    In un futuro non troppo remoto in cui le città sono allagate a causa del cambiamento climatico, l’investigatore privato Nick Bannister (Hugh Jackman) e l’amica Emily Sanders (Thandie Newton) sono specializzati nel far rivivere la memoria ai clienti con una particolare macchina per gli interrogatori, in grado di ricreare i ricordi in modo estremamente dettagliato – pure troppo: per poter funzionare, la macchina ha bisogno di generose sospensioni dell’incredulità da parte dello spettatore…

    Quando l’amore della sua vita, Mae (Rebecca Ferguson), sparisce senza lasciare traccia, Nick ha bisogno del marchingegno per rintracciarla. Nella sua ricerca della donna amata, Nick scopre alcune verità su di lei ma anche sul mondo che abitano, popolato da agenti di polizia corrotti e ricchi senza scrupoli.

    La prima metà del film fa presagire il peggio: la necessità di informare lo spettatore sull’ambientazione e sui personaggi si traduce in spiegoni forzati e in un inutile voice-over del protagonista. Anche l’uso diegetico della macchina dei ricordi, se all’inizio spiazza ed è inserito in modo intelligente nella narrazione (i ricordi del protagonista mascherati da racconto “in ordine cronologico”), ben presto appesantisce la storia invece di renderla più coinvolgente. Questa matrioska di ricordi e piani narrativi, resa letteralmente anche a livello visivo – l’investigatore che in una scena studia il ricordo di sé stesso che studia un ricordo altrui -, rischia di stufare ben presto; non aiutano le caratterizzazioni poco profonde di quasi tutti i personaggi.

    Tuttavia, raramente come nel caso di Reminiscence un primo atto così pesante viene almeno in minima parte risollevato dal secondo. Liberatasi dall’obbligo di dover introdurre l’ambientazione futuristica, Lisa Joy trova nella seconda metà di film maggiore libertà nell’esplorare i suoi personaggi. Qui la sceneggiatrice riesce anche a stupire con alcune immagini davvero interessanti, come la grottesca ricostruzione in cui vive una ricca signora prigioniera della nostalgia, oppure una sequenza in un teatro allagato. Neppure qui funziona tutto: il film si sforza di far quadrare elementi senza motivo, richiamando personaggi e situazioni del primo atto in modo innaturale (come tante proverbiali pistole di Čechov che non avevano necessità di esistere), ma la sua dimensione di detective story dalla forte componente sentimentale acquisisce più spessore. Certo, non lesina nei cliché del genere – la femme fatale, il poliziotto corrotto, il ricco capitalista impunito, il detective disilluso, la sua collega alcolizzata -, trattati pure con estrema serietà, ma nonostante questo l’atmosfera e alcune scene riescono almeno in parte a coinvolgere lo spettatore.

    La regia di Lisa Joy è buona: forse fin troppo semplice visto l’argomento trattato, ma riesce per la maggior parte a evitare gli stereotipi stilistici tipici di questo tipo di film preferendo porre l’accento sul lato sentimentale della vicenda, aiutata anche dalla colonna sonora essenziale di Ramin Djawadi e dalla fotografia pulita di Paul Cameron. In genere, l’esordio di Lisa Joy come regista di lungometraggi è buono ma senza particolari guizzi, e denota ancora una certa inesperienza con il medium.

    Questo, purtroppo, ricade anche sul suo protagonista. Hugh Jackman ha dimostrato di saper offrire ottime interpretazioni con la giusta direzione, mentre qui sembra lasciato a sé stesso e risulta costantemente spaesato, senza il carisma che lo contraddistingue e al di sotto delle sue possibilità. Molto meglio Rebecca Ferguson: la sua inclinazione per le scene action la rende l’interprete ideale sia per l’azione che per il dramma. Peccato invece per Thandie Newton, buona attrice che interpreta un personaggio stereotipato e con poco spessore.

    Nel complesso, Reminiscence non è brutto come si poteva facilmente presagire. In numerose occasioni si intravedono i pezzi che potrebbero comporre un ottimo film ma, messi assieme in questo, non sfruttano mai le capacità della sua regista e sceneggiatrice. È un intrattenimento cui non mancano il cuore né il cervello: quel che gli è mancato è la capacità di tradurre in uno script coerente tutte le sue ambiziose idee. E così rimane “solo” un discreto film che avrebbe dovuto offrire molto di più.

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  • RECENSIONE STAR WARS THE BAD BATCH – UNA GALASSIA FIN TROPPO FAMILIARE

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    Quello di Dave Filoni è un nome che, nel bene e nel male, è sulla bocca di tutti i fan di Star Wars: co-autore di tutte le serie d’animazione ambientate nella galassia lontana lontana (The Clone Wars, Rebels e Resistance), nonché produttore esecutivo, sceneggiatore e regista per The Mandalorian, negli ultimi anni il suo lavoro nell’universo creato da George Lucas si è concentrato sulle serie televisive in cui ha creato alcuni dei personaggi più amati del franchise.

    The Bad Batch è il proseguimento ideale di The Clone Wars, la cui eccellente stagione finale uscita nel 2020 stabiliva le basi per questo spin-off con l’introduzione dell’omonima Bad Batch, una squadra altamente specializzata di quei cloni soldato introdotti in L’attacco dei Cloni. La serie prende le mosse dall’Ordine 66 visto in conclusione della trilogia prequel: i cavalieri Jedi sono stati eliminati, Palpatine è diventato imperatore e la Repubblica sta venendo smantellata in favore dell’Impero Galattico. La Bad Batch, finita la Guerra dei Cloni, deve decidere per quale causa combattere e affrontare il tradimento di uno dei loro.

    Sul lato estetico, è tra i punti più alti mai raggiunti in una serie d’animazione occidentale. L’ultima stagione di The Clone Wars aveva già lasciato a bocca aperta per l’altissima qualità della CGI e delle animazioni, ma The Bad Batch va oltre: gli establishing shots che introducono i pianeti raggiungono livelli di dettaglio che non sfigurerebbero affatto in uno dei film Pixar degli ultimi anni. Questo aspetto non è secondario, men che meno in un franchise che fa dell’impatto visivo elemento imprescindibile del proprio world-building. Anche in questo la serie non delude: ogni pianeta presenta uno stile unico che lo rende interessante e diverso dagli altri, ed è ricco di personaggi secondari e specie aliene uniche. L’atmosfera avventurosa di Star Wars, insomma, si respira appieno.

    Ciò che lascia a desiderare sono i personaggi e le storie raccontate in questa stagione. Non perché la serie sia carente in caratterizzazioni o nello sviluppo della trama, ma perché non si prende nemmeno dei rischi nel portare avanti questa nuova ramificazione della saga.

    È una difficoltà insita nell’introdurre una nuova serie e nuovi protagonisti, e nemmeno The Clone Wars e Rebels sono riusciti a evitarla nelle loro prime stagioni, ma in The Bad Batch risulta particolarmente fastidiosa. Il potenziale di questo capitolo della Saga viene sfruttato solo in alcuni episodi, non a caso i migliori -nello specifico in apertura e in chiusura di stagione-: solo in questi viene esplorata appieno l’epoca di transizione, idealmente dall’epica guerriera dei prequel alle influenze western di Una Nuova Speranza, e viene pure accennata l’origine degli iconici stormtroopers visti per la prima volta nel suddetto film. Per il resto, invece, la serie si accontenta di riproporre situazioni e personaggi talmente archetipici da diventare stereotipati, a partire dalla squadra di protagonisti. 

    Non è una novità né, come si diceva, una colpa esclusiva di The Bad Batch: Star Wars, da sempre è una saga che fa delle ripetizioni mitiche uno dei suoi aspetti fondativi. Il famigerato “È come una poesia, con le sue rime” detto da George Lucas, la concezione dei film (e delle serie) come un grande poema epico fatto di rime e ricorsi della storia, è ciò che rende affascinante questo universo fantasy travestito da fantascienza. Da parte degli autori di Star Wars, tuttavia, questo mandato diventa spesso e volentieri una cattiva abitudine che fa scadere il fascino dell’archetipo nell’assenza di originalità, gli omaggi alla Saga nel fanservice fine a sé stesso. E purtroppo The Bad Batch, con tutti i suoi innegabili pregi, non fa eccezione in questo.

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  • RECENSIONE THE SUICIDE SQUAD – LA VIOLENTA GIOSTRA DELLA DC COMICS

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    Anche se non è mai stato definito ufficialmente tale, The Suicide Squad di James Gunn ha, fin dai primi annunci, assunto sempre più la forma di un soft reboot del quasi omonimo film di David Ayer piuttosto che di un sequel canonico, con tanto di articolo determinativo nel titolo che conferisce al film una sorta di status definitivo non ufficiale. Con il film del 2016 condivide alcuni personaggi e la premessa di base, ma per fortuna se ne distacca completamente nel tono e nella scrittura.

    La violentissima scena pre-credits è tutta un programma, un macabro carosello che si prende gioco delle nostre aspettative e ci introduce a Gunn e al suo gusto per la violenza splatter. Dopo questa introduzione, la trama entra nel vivo: la Suicide Squad è chiamata a ristabilire l’ordine sull’isola di Corto Maltese governata da uno spietato dittatore anti-americano. Ma, come la squadra scoprirà nel corso della missione, c’è di più; nello specifico un complotto che coinvolge uno scienziato pazzo (Peter Capaldi), orripilanti esperimenti e un alieno gigante a forma di stella marina.

    Già questo breve riassunto del plot rende l’idea di un tipo di lungometraggio semplice e old school, in cui questa squadra di mercenari alla A-Team (solo più violenti) si trova coinvolta in un conflitto tra militari cattivissimi e nobili rivoluzionari, e dà il peggio di sé senza preoccuparsi troppo di danni collaterali. Come nel film di David Ayer la squadra, capitanata dal colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), è formata da un male assortito gruppo di super-villains, tra cui Bloodsport (Idris Elba, in un ruolo simile al Deadshot di Will Smith ma più scanzonato) e Harley Quinn (Margot Robbie) che agiscono sotto minaccia della perfida Amanda Waller (Viola Davis). L’approccio da parte di James Gunn è invece l’esatto opposto: laddove il primo film non risolveva mai la contraddizione tra una premessa fondamentalmente assurda e la serietà con cui è stata sviluppata, The Suicide Squad abbraccia tutta l’assurdità di un mondo di pittoreschi personaggi in calzamaglie colorate, senza scadere mai nella farsa. Atteggiamento incarnato in particolare dall’iperpatriottico Peacemaker (un divertente John Cena) e soprattutto da Harley Quinn, di gran lunga il personaggio migliore del DCEU grazie anche al carisma e alla bravura di Margot Robbie. Per quanto riguarda Harley Quinn sorprende tra l’altro vedere che non è stato abbandonato lo sviluppo intrapreso in Birds of Prey.

    La regia di James Gunn è iper-dinamica, con tanto di vertiginose carrellate alla Sam Raimi. Il regista è molto abile nel gestire le scene d’azione nonché a dare a ciascun personaggio un tempo adeguato -anche se tende ad eccedere in flashback-, compresi quelli minori come King Shark (doppiato in originale da Sylvester Stallone) e Polka-Dot Man (David Dastmalchian). Non mancano gli sviluppi emotivi, come il rapporto simil-paterno tra Bloodsport e Ratcatcher II (Daniela Melchior), né bordate all’arrogante politica estera USA: nel quadro complessivo sono semplici pennellate per dare colore alla storia, ma si seguono nella loro piacevole prevedibilità.

    Lo zampino di Gunn è visibile in quasi ogni sequenza, dalla costruzione delle gag ai suddetti momenti emotivi alle scelte di casting che comprendono i sodali Michael Rooker, Sean Gunn e pure Nathan Fillion in un cameo… che fa cadere le braccia. Ma c’è di più dell’impronta autoriale di Gunn: è palese che il ragazzo prodigio della Troma si sia divertito come un matto nello scrivere la storia di questi bastardi dal cuore d’oro, senza freni morali o produttivi di sorta, e nel muoverli in un mondo in cui le classiche didascalie extradiegetiche sono formate da elementi dell’ambiente come colonne di fumo, radici nel terreno, sangue e cervella.

    Questo divertimento non funziona sempre, e gli fa spesso sfuggire di mano le redini della narrazione: come si diceva, il suo ricorso a flashback per approfondire i singoli personaggi è spesso controproducente per il ritmo della storia che presenta numerosi cali, e non tutti i subplots raggiungono una conclusione soddisfacente. Ma al netto di tutte le sue imperfezioni, The Suicide Squad è forse il cinecomic che più si avvicina all’idea di “fumetto al cinema”. Mentre nel cinema “scultoreo” di Zack Snyder questa fedeltà al medium di partenza si risolve spesso in scelte puramente estetizzanti, James Gunn riesce a rendere compiuto il passaggio dalla carta allo schermo, richiamando l’estetica del primo e rispettando la specificità del secondo.

    Rispetto ai precedenti exploits di Gunn nel genere con i due Guardiani della Galassia, soprattutto il primo, The Suicide Squad è un film meno coeso ma più personale, liberatorio per il suo autore che esprime fino in fondo la sua sensibilità folle e il suo amore per i fumetti. Inoltre è di gran lunga il miglior film DCEU: chi disprezza i cinecomic difficilmente cambierà idea con questo film, ma se il genere è solo una “giostra cinematografica”, The Suicide Squad è una giostra dannatamente divertente.

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