Category: animazione

  • RECENSIONE PINOCCHIO DI GUILLERMO DEL TORO – COME RIVISITARE UN GRANDE CLASSICO

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    Sono anni prolifici per Guillermo Del Toro: il membro della banda dei “Tre amigos del cinema” (i tre messicani alla conquista di Hollywood: Del Toro, Iñárritu e Cuarón) è uscito nelle sale un anno fa con La Fiera Delle Illusioni – Nightmare Alley e questo fine ottobre 2022 ha fatto per la prima volta la conoscenza di Netflix, seppur in veste di produttore, con la serie antologica Cabinets of curiosities. In questo suo adattamento di Pinocchio restiamo dentro alla sfera di influenza della “N” rossa di Reed Hastings seguendo (o meglio: subendo) l’iter adottato per moltissimi film dalla piattaforma: Pinocchio di Guillermo del Toro è uscito nei cinema italiani il 4 novembre 2022 ma l’approdo su Netflix è previsto dopo appena cinque giorni, per il 9 dicembre.

    Sorvolando sull’annosa e complicata questione di Netflix e la distribuzione in sala così risicata dei suoi prodotti (per usare un eufemismo), quello che preme sottolineare è la locuzionedi Guillermo del Toro: la paternità di un’opera specificata nel titolo può avere diverse funzioni, sottolineare l’autorialità del progetto (inserendo il nome del regista: pensiamo a Jodorowsky’s Dune) oppure rimarcare la fedeltà del film al romanzo cercando anche di differenziarsi dal filone di adattamenti cinematografici precedenti (specificando il nome dell’autore del libro: Dracula di Bram Stoker). Questo “di Guillermo del Toro” è un’ideale crasi delle tre funzioni appena citate: per non confondere un pubblico già frastornato dall’inaspettata ondata di Pinocchio (che conta ben tre film in tre anni con quello di Garrone e quello di Zemeckis), si è resa quasi necessaria l’aggiunta della paternità dell’opera nel titolo sia per distinguerlo dagli altri adattamenti contemporanei, sia per mettere sull’attenti gli spettatori; questo che vediamo (per i pochi fortunati) su grande schermo è “di Guillermo del Toro” e non di Collodi, di cui rimangono praticamente soltanto i nomi dei personaggi (circa) e l’idea di fondo che dà il via alle vicende. Per il resto siamo nel bel mezzo del territorio molto caro al regista: la narrazione di un freak, la rivincita della minoranza del “diverso” sulla maggioranza conformata alla società, il coming of age che viaggia sullo scosceso crinale che separa Storia e fantasia (esattamente come la Ofelia Vidal de Il Labirinto del Fauno) e che costringe i personaggi a dover affrontare di petto la morte, oltre che la vita. Un monito soprattutto per i più piccoli che se già con il romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino sapevano si sarebbero trovati di fronte a una fiaba nera, nel film in stop-motion di Del Toro – il primo della sua carriera girato con la tecnica “passo uno” – dovranno fare i conti con il gusto del gotico e del macabro che caratterizzano da sempre la carriera del regista messicano.

    Sarebbe ingeneroso, tuttavia, non citare anche il nome dell’altro regista che ha co-diretto il film ovvero Mark Gustafson, di cui poco possiamo dire riguardo all’influenza della sua poetica ma che di certo ha dato una grande mano per quanto riguarda l’approccio di Del Toro alla stop-motion, avendo già collaborato con Wes Anderson nella realizzazione di Fantastic Mr. Fox.

    Ewan McGregor dona la voce a Sebastian il Grillo

    LA FIABA: UN RACCONTO SENZA TEMPO 

    Questo nuovo Pinocchio scopre le carte sin dal principio: se il lavoro di Collodi era ambientato all’indomani dell’Unità d’Italia, ora siamo sempre nel Belpaese ma in pieni anni ‘30 e con il fascismo di Mussolini imperversante. Geppetto (David Bradley) è un vecchio falegname che ha perso il figlio a causa di un bombardamento durante la prima Grande Guerra e che anni dopo, in ricordo del figlio scomparso, decide di costruire la piccola marionetta Pinocchio (Gregory Mann). Il desiderio del vecchio padre di avere un nuovo figlio prende vita grazie all’incantesimo di una fata (Tilda Swinton), che dona l’anima a Pinocchio e con essa il sogno del piccolo burattino di diventare un bambino in carne e ossa. Come da tradizione, Pinocchio è tutt’altro che un vero bambino e non è di certo un figlio modello, ma la tradizione letteraria verrà abbattuta dalla narrazione delle avventure della piccola marionetta assieme a Sebastian il Grillo (Ewan McGregor), con il quale parte per non arrecare più problemi al padre e con cui, fra mille peripezie, si ritroverà a dover fare i conti anche con le atrocità del totalitarismo infuriante.

    L’operazione di rivisitazione di Del Toro ricopre ogni singola pagina del romanzo classico ed è perennemente intrisa dell’atmosfera gotica-orrorifica che è ormai marchio di fabbrica del regista: rielaborando anche i nodi narrativi per una maggiore fluidità di trama che abbandona il carattere (quasi) episodico del romanzo originale, il film ci presenta un Geppetto completamente iracondo e in preda ai fumi dell’alcool mentre costruisce il burattino con accettate che tagliano pezzi di legno come se fossero arti umani, dentro a una casolare che illuminato dai lampi del temporale appare come una casa degli orrori. Pinocchio tornerà in vita grazie all’incantesimo che – più che da una “fata dai capelli turchini” – sembra essere elargito da una divinità ancestrale dai tratti di Chimera (non a caso estremamente simile a quella di Princess Mononoke e per giunta accompagnata da piccoli spiriti provenienti dal bosco limitrofo, anch’essi riconducibili a quelli del folklore nipponico). Il Conte Volpe (Christoph Waltz) svolge anche il ruolo di Mangiafoco e non è più in compagnia del celeberrimo Gatto ma della maltrattata scimmia Spazzatura (Cate Blanchett), non c’è traccia della trasformazione di Pinocchio in asinello mentre l’unico che pare rimanere più o meno tale e quale al romanzo è il filosofeggiante grillo Sebastian, utilizzato soprattutto come ‘comic relief’ della situazione al fine di stemperare saltuariamente i toni. L’aura mortifera del fascismo è in ogni inquadratura: il giovane Lucignolo (Finn Wolfhard) è un ‘figlio della lupa’ con un padre generale fascista, il Paese dei balocchi è un lontano ricordo che lascia spazio a un campo di addestramento, il “terribile pesce-cane” deve fare slalom fra le mine navali, i fascisti vogliono appropriarsi di Pinocchio per sfruttare la sua immortalità come arma da guerra e in una scena in particolare apparirà anche Benito Mussolini.

    Pinocchio di fronte alla fata/morte rivisitata da Del Toro

    LA RIVISITAZIONE DI UN CLASSICO

    Scagliandosi contro i totalitarismi del tempo, aggredendo anche la religione (il prete è totalmente asservito al Regime e la morte del figlio di Geppetto avviene – guarda caso – nella cattedrale della cittadina), oltre che dipingendo Pinocchio come un freak rifiutato dalla società bigotta e fascista (“E’ stregoneria!”, “E’ opera del diavolo!”), Del Toro rende estremamente personale la morale del lavoro di Collodi: tra le mille interpretazioni che sono state date della fiaba – di cui alcune esoteriche e persino teologiche – quella più diretta e consolidata è la funzione pedagogica data dalla sua natura di racconto di formazione, dove un Pinocchio disubbidiente e remissivo a seguire i dettami della società rientra sulla retta via capendo l’importanza dello studio e del lavoro, diventando così un vero bambino. Tuttavia, se c’è un carattere importante della fiaba è proprio la sua valenza universale che le permette di poter essere adattata a qualsiasi momento storico: nel Pinocchio “di Guillermo del Toro” la società non è più l’esempio da seguire ma un’entità da cui fuggire, a rendere la marionetta di legno un vero bambino non sono più lo studio e il lavoro (che, al contrario, lo avrebbero reso un essere disumano asservito al Regime proprio come il prete) ma la purezza dei legami umani, l’assimilazione del concetto di “morte” e l’acquisizione della consapevolezza dello scorrere inesorabile del tempo (“I bambini veri non ritornano!” gli verrà detto dallo sovrana dell’oltretomba), l’anticonformismo e l’abilità nel rendere un pregio la propria condizione di freak dando dignità al “diverso”.

    L’ARTE DELLA MEDIAZIONE

    Se il film non raggiunge lo status di capolavoro è probabilmente soltanto per la sua volontà di tenere il piede in due staffe, tentando di accontentare (comprensibilmente) più fasce di pubblico: finora è stato taciuto un aspetto abbastanza incisivo della pellicola nonché i suoi sporadici inserti musicali (di numero molto più contenuto di quel che ci si potrebbe aspettare) atti ad affievolire le atmosfere che avrebbero altrimenti stretto in una morsa d’angoscia sempre più stretta il pubblico preadolescenziale. Non dimentichiamoci che stiamo comunque parlando di una fiaba nera destinata (anche e soprattutto) ai più piccoli: quindi ecco il ruolo già citato di Sebastian come ‘comic relief’ e delle musiche che talvolta stonano leggermente con il contesto in cui si calano, apparendo quasi incastonate a forza allo scopo di addolcire la dose di dolorosa lezione di vita. Una verve comica che non inficia la fruizione ma che occasionalmente spezza i toni tirando fuori lo spettatore più maturo dalla diegesi filmica e perdendo una piccola parte di immedesimazione. E’ l’arte della mediazione: Del Toro la mette in scena comunque con grande gusto ed eleganza.

    Conte Volpe ha la voce di Christoph Waltz

    Pinocchio di Guillermo del Toro è il vademecum delle giuste operazioni di gioco, dissezione e investigazione che si possono attuare su di un grande classico, per arrivare sul finale persino a disintegrare la morale d’origine mantenendo comunque il suo carattere pedagogico e di formazione, dimostrando l’universalità e il carattere imperituro del racconto fiabesco. In un’epoca di continui riadattamenti, riproposizioni, reboot, remake, sequel e prequel, questa perifrasi sembra ormai diventata un luogo comune fra i cinefili ma è pressoché impossibile esprimersi in altro modo: Del Toro ha fatto l’unica trasposizione possibile di Pinocchio per non farci avvertire la sensazione e il peso della reiterazione e del “già visto”, centrando pienamente l’obiettivo.

    Vista questa prima (riuscita) incursione di Del Toro nell’arte della stop-motion, speriamo si avveri la dichiarazione di appena pochi giorni fa riguardante la possibilità di girare – sempre frame by frame – l’adattamento di Alle montagne della follia dello scrittore H. P. Lovecraft. Il 10 novembre 2022 il regista ha pubblicato sul suo account Instagram un test CGI di ormai dieci anni fa (l’idea originale era di girare il film in live action): potete recuperarlo a questo link.

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  • TIM BURTON E L’ANIMAZIONE IN STOP MOTION

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    “Anybody with artistic ambitions is always trying to reconnect with the way they saw things as a child.”

    Tim Burton

    Tim Burton, autore di alcuni tra i più bei film d’animazione di sempre, fu fin da piccolo legato al mondo dell’illustrazione e dell’infanzia. La passione sviluppata già da bambino per soggetti gotici, figure allungate e lugubri, non svanì quando crebbe. I suoi film, sia in live action ma soprattutto in stop motion, sono caricati di una vera e propria poetica, che tuttavia Burton non riuscirà a imporre da subito. 

    Il regista iniziò la sua carriera nel mondo del cinema lavorando come animatore per la Disney, e partecipando alla realizzazione di “Red e Toby – Nemiciamici” (1981). Un’esperienza a suo parere limitante e tediosa, che niente aveva a che fare con il suo mondo interiore. Con “Vincent” invece, il suo primo cortometraggio risalente al 1982, Burton potè finalmente esprimersi più liberamente, creando un universo in stop motion caratterizzato da un’estetica decadente e sinistra che rivivrà in ogni sua opera d’animazione. 

    VINCENT (1982)

    Con Vincent la vena creativa di Tim Burton vede la luce. Un inquietante bianco e nero, figure lunge e dagli atteggiamenti alienati, paranoia e un vivo espressionismo sono gli elementi che caratterizzano il primo corto del regista, quasi interamente autoprodotto. Poche persone all’epoca credevano in lui e nel successo che avrebbe potuto avere. Ironico, dato che Vincent sarà sempre un riferimento a cui guarderanno i grandi successi venuti in seguito, con un citazionismo talvolta evidente, talvolta più velato. 

    La linea di confine di realtà e fantasia nel cortometraggio è confusa e mistificata, enfatizzando le tenebrose paranoie provate dal protagonista. Spicca inoltre una forte componente autobiografica: Burton ci parla di un bambino fortemente disadattato, in contrasto con i genitori e ossessionato da un’estetica horror, dai racconti di Poe e da film dell’attore Vincent Price. Difficile non pensare all’infanzia dello stesso Tim, il quale non solo aveva avuto gli stessi interessi, ma aveva provato le stesse tensioni con i suoi genitori e passando anche lui molto tempo in solitudine a guardare film. 

    Così, lavorando con il cameraman Victor Abladov e con gli animatori Rick Heinrichs, Stephen Chiodo, Tim Burton realizza Vincent, dando un vero inizio alla sua carriera. 

    NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS (1993)

    Nel periodo in cui stava lavorando al mediometraggio Frankenweenee (1984) Tim Burton si lascia affascinare dal libro per bambini “How the Grinch Stole Christmas”, e ne studia gli elementi fondamentali che inserirà poi, insieme ai suoi tipici tratti macabri già delineati in Vincent, nel suo successivo lavoro in stop motion del 1993, “Nightmare before Christmas”. La Disney decide di non firmarlo, e anzi è difficile per Burton persino farlo approvare. Viene quindi infatti affidato alla Touchstone, la sua etichetta secondaria, ed è questo un grandissimo errore da parte della casa di produzione visto l’enorme successo che sarebbe giunto dopo poco tempo. 

    “Nightmare before Christmas” è uno dei film più caratteristici di Tim Burton. È quasi paradossale quindi che non l’abbia diretto lui. La regia infatti viene affidata a Henry Selick e Burton, già impegnato con altri progetti, si limita a sceneggiarlo e produrlo, ma ciononostante la sua influenza è evidente. Dietro le tenebrose maschere degli abitanti del paese di Halloween si nascondono una forte emotività e dei sentimenti delicati. Burton riesce quindi, con il suo solito connubio di elegante e grottesco, a rappresentare in modo leggero e ironico dei veri e proprio mostri che vorrebbero essere qualcosa di diverso, ma in ultima istanza sono troppo legati alla loro vera natura e il tentativo di occuparsi del Natale risulta così fallimentare.

    Jack Skeleton è oggi ritenuto il personaggio Disney più famoso insieme a Topolino e Winnie the Pooh, e soprattutto in Giappone è diventato una vera e propria icona.

    LA SPOSA CADAVERE (2005)

    Sempre con la stop motion Burton dà vita nel 2005 ad un altro capolavoro, “La sposa cadavere”. Il film è impostato sovrapponendo i diversi piani del musical, del dramma e della commedia (e con riferimenti alle Silly Symphonies), enfatizzando il più possibile la lunghezza delle figure che risultano a stento umane e i colori tetri. Proprio con i corpi umani il regista gioca, al fine di rendere chiaro il ruolo di ogni personaggio nella storia, definendo dei veri e propri “tipi”. L’austerità della madre di Victoria è sottolineata da tratti possenti, mentre suo padre è esageratamente basso e grasso, e ha sempre un’espressione truce sul viso. Allo stesso tempo il padre di Victor, più mite di sua moglie, non ha caratteristiche particolarmente evidenti, mentre l’estro di lei è reso visibile anche fisicamente. 

    Nonostante “La sposa cadavere” sia uno dei miglior film in stop motion, questa tecnica non è utilizzata costantemente nel film. Molto spesso anzi si ricorre alla CGI per scene difficilmente realizzabili in stop motion, come i movimenti di un personaggio più piccolo, più sciolti e veloci. 

    Con una colonna sonora macabra e un uso dei colori ricco di significato, il mondo dei vivi e la borghesia in particolare vengono dipinti come un universo squallido e vuoto. Al contrario, l’oltretomba assume una nuova connotazione, più ricca di emozioni, energia, e paradossalmente viva.

    FRANKENWEENIE (2013)

    L’ultimo lavoro in stop motion di Tim Burton riprende il mediometraggio del 1984 grazie a cui dovette abbandonare la Disney. Frankenweenie, il triste racconto di un bambino molto solo che cerca di riportare in vita il suo cane ormai morto, era già stato realizzato in live action. Nel 2012, il remake animato creato da Burton è un lungometraggio molto più profondo e dettagliato, e ha il sapore di riscatto con la casa di produzione che per lo stesso progetto lo aveva cacciato

    Anche in questo caso è possibile vedere alcuni elementi autobiografici della vita del regista, inserito in un contesto a cui non si sentiva adatto e proiettato a temi più cupi che i suoi coetanei e vicini di casa riuscissero a concepire. 

    Quest’ultimo lavoro non ebbe purtroppo il successo raggiunto dai film precedenti, testimoniando l’inizio di una crisi creativa del regista.

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  • RECENSIONE STRANGE WORLD – UN MONDO MISTERIOSO: UN ALTRO SOGNO IMBRIGLIATO

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    Il sessantunesimo Classico Disney, Strange World, diretto da Don Hall coadiuvato da Qui Nguyen anche alla sceneggiatura, è uscito nei cinema quasi di soppiatto. Sono lontanissimi i tempi delle campagne pubblicitarie martellanti, dei gadget ovunque prima dell’uscita in sala del film stesso (anche se con Lightyear era stato fatto un tentativo vecchio stile). E, infatti, per ora il botteghino non sembra cantare vittoria, chissà se come Encanto diventerà virale dopo l’uscita su Disney Plus o se come per Raya e l’Ultimo Drago o gli ultimi film Pixar verrà velocemente dimenticato. In ogni caso, Strange World – Un Mondo Misterioso, curioso racconto di avventura e di esplorazioni di mondi fantastici, ispirato al viaggio al centro della terra e ai fumetti di avventura anni ‘30 (con cui si apre il film, al contrario del solito libro di fiabe) è nelle sale.

    Jaeger Clade (Dennis Quaid, Francesco Pannofino in italiano) è il più grande esploratore del mondo di Avalonia, spesso accompagnato nelle sue imprese da suo figlio Searcher (Jake Gyllenhaal, Marco Bocci), più interessato alla natura delle piante che all’esplorazione. Durante una spedizione sulle montagne, il cui fine sarebbe quello di scoprire segreti utili al progresso del loro popolo, le loro strade si dividono: il figlio sceglie di interrompere il viaggio riportando indietro una bizzarra pianta luminosa, mentre il padre decide di proseguire, senza mai fare ritorno. Passano 25 anni e la pianta scoperta da Searcher, denominata Pando, è diventata la fonte di energia principale di Avalonia. Searcher è divenuto un eroe nazionale al pari del padre, e si dedica alla coltivazione del Pando insieme a sua moglie e suo figlio Ethan. Tuttavia, saranno costretti a partire per una pericolosa spedizione nel sottosuolo, dritti alla radice del Pando per scoprire le ragioni di una possibile malattia della pianta e proteggerla. Per farlo dovranno arrivare in un territorio inesplorato e misterioso.

    Non è esatto dire che l’avventura e la fantascienza siano territori inesplorati in casa Disney, nei primi anni del 2000 infatti con Atlantis e Il Pianeta del Tesoro abbiamo avuto due racconti dal sapore steampunk e dal tono più adulto, ispirati ai romanzi di avventura ottocenteschi di Verne e Stevenson. Purtroppo qui siamo lontani da quelle atmosfere nonostante le similitudini non manchino (l’esplorazione dell’abisso, i velivoli, il mito del grande esploratore, l’assenza di una figura paterna). Tuttavia, il film si adagia su atmosfere che somigliano più a Ralph Spaccatutto e Big Hero 6 (non a caso abbiamo sempre Don Hall alla regia), e non è esattamente una scelta coraggiosa.

    Torna prepotentemente il conflitto generazionale, tema dominante nella Disney degli ultimi 10 anni, stavolta triplice: abbiamo il padre-nonno Jaeger, esploratore indomito, il figlio-padre Searcher tranquillo agricoltore e il figlio-nipote Ethan, adolescente nerd in cerca della sua strada. I loro dialoghi sono abbastanza scontati e non sufficientemente interessanti, senza contare che, in casa Pixar, Enrico Casarosa con il suo cortometraggio La Luna nel 2011 aveva gestito decisamente meglio la tematica, inoltre, Strange World gli ha rubato anche qualche soluzione visiva.

    E proprio sul comparto artistico il film si dimostra eccessivamente derivativo: passi il font del titolo alla Indiana Jones, ma i mondi inesplorati ricordano davvero troppo i giochi Hero’s Duty e Sugar Rush di Ralph Spaccatutto, il character design è ancora appiattito al canone settato da Rapunzel e ormai dominante anche in Pixar. Searcher è uguale al padre di Riley in Inside Out, Ethan e i suoi amici sembrano la fusione tra i Big Hero 6 e la famiglia Madrigal, le spalle comiche (il cane Legend e la stramba creatura Splat) ricordano troppo personaggi già visti in passato.

    La chiave di volta del film, con la rivelazione sulla natura reale del mondo, è effettivamente meravigliosa e anche la lezione ecologista e pacifista non è invasiva né fastidiosa. Ma sembra di trovarsi di fronte ad una major totalmente disinteressata a differenziare i propri prodotti (termine certamente più adatto di opere). L’omologazione creativa e l’assoluto controllo con le briglie salde delle buone e nuove idee, con le stesse forme tondeggianti, gli stessi colori, lo stesso umorismo con più o meno dosi di family friendly rendono un film potenzialmente interessante come Strange World l’ennesima versione del “cartone base post 2010” a cui effettivamente non appartengono solo Zootropolis e Raya e L’Ultimo Drago nei Walt Disney Animation Studios degli ultimi anni. Il botteghino non strariperà, su Disney Plus lo guarderanno sicuramente meno persone di quante hanno visto Encanto, e sicuramente Strange World non è una banderuola senza autonomia artistica come Lightyear. Con la speranza di vedere il castello Disney splendere nell’anno del suo centenario, attendiamo fiduciosi il futuro.

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  • NAUSICAÄ DELLA VALLE DEL VENTO – UNA PRINCIPESSA ECOLOGISTA

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    Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul film in questione!

    Il 25 luglio 2022 ritorna nelle sale italiane Nausicaä della Valle del Vento, capolavoro dell’animatore nipponico Hayao Miyazaki realizzato nel 1984. Basato sui primi sedici capitoli del manga omonimo, sin dalla sua uscita ha ricevuto il plauso unanime di critica e pubblico, lanciando Miyazaki nell’olimpo dell’animazione giapponese. 

    «Sono trascorsi ormai mille anni dai giorni in cui i Paesi più potenti del mondo si erano distrutti l’un l’altro. Quasi tutto il pianeta era stato coperto da una foresta velenosa soprannominata “la giungla tossica”». (voce narrante all’inizio del film)

    La favola della principessa che riporta la pace nella Valle del Vento incorpora già alcune delle costanti della produzione miyazakiana: la centralità di personaggi femminili forti e indipendenti, la brutalità della guerra in contrasto col pacifismo, la tecnofilia incarnata dalle macchine volanti, ma non solo. Specialmente negli ultimi anni infatti, la lettura ecologista dei film di Miyazaki sta prevalendo sia negli studi cinematografici, sia nel campo di ricerche sociologiche e ambientaliste dal carattere transdisciplinare. 

    PASSEGGIATE NELLA GIUNGLA TOSSICA

    Mille anni dopo una guerra nucleare che ha dilaniato gli ecosistemi, la Terra è terreno di scontro fra comunità umane regredite a uno stadio medievale, le quali mantengono, tuttavia, alcuni retaggi tecnologici del mondo precedente la catastrofe. Il nemico comune è la Giungla Tossica, un ambiente considerato insostenibile per la vita, nel quale pullulano spore radioattive. Ed è proprio in questo paesaggio mortifero che la principessa della Valle del Vento si rifugia, analizzando ed estraendo le piante che tanto affascinano il suo spirito avventuriero. Nausicaä non è solo una principessa: la giovane donna che vola su di un velivolo cullato dal vento è anche una biologa che scopre la natura tanto temuta dalle comunità umane.

    «Ho scoperto che le piante della giungla tossica non sono velenose se vivono in un ambiente puro. In sé le piante sarebbero innocue, è la contaminazione della terra che le rende mortali. Anche l’acqua e la terra di questa valle sono contaminate. Chi ha ridotto così il mondo?» (Nausicaä)

    Nel suo laboratorio, la principessa coltiva le spore in un ambiente sano, epurato dall’inquinamento di matrice antropica di cui gli esseri umani non sono consapevoli, accecati dalla brama di potere e dalla guerra fra clan. Quando Nausicaä finisce nelle viscere della Giungla Tossica insieme ad Asbel, un nobile tolmechiano(Tolmekia è uno degli imperi presenti nel film n.d.r.) che intende aiutare la giovane protagonista, ella fa una scoperta sensazionale: le radici dei possenti alberi che abitano la Giungla hanno filtrato l’aria inquinata, generando un ambiente salubre e purissimo. Sdraiandosi sul terreno, a contatto con la natura, Nausicaä si commuove dinnanzi a quel mondo che assume i tratti di un giardino edenico che si sta generando, assumendo in sé l’estremo atto di purificazione di un mondo che può ancora essere

    DEI NOBILI INTENTI

    Nausicaä è una principessa pacifista che si armonizza con l’ecosistema e gli animali che lo abitano. È portatrice di quei valori che possono ancora rifiorire nell’animo degli esseri umani nonostante la guerra termonucleare: essa incorpora l’ideale del vivere insieme come individuo nel mondo. 

    La noble-minded heroine predica il ruolo della specie umana nei confronti della natura, ed il suo agire si genera nel profondo legame con tutte le forme di vita, manifestando un’intrinseca biofilia così come intesa dal biologo Edward O. Wilson. La sua affiliazione ai processi vitali si esplica pur nella sua tecnofilia di matrice squisitamente miyazakiana: Nausicaä sorvola la Giungla Tossica a bordo del suo aliante a forma di lepidottero, una macchina meravigliosa il cui design verrà ripreso nel più recente di Miyazaki Si alza il vento (1984). Il mezzo che le permette di librarsi nell’aria e attraversare i paesaggi terrestri si armonizza con la forma del vento: in contrapposizione, le macchine della guerra ancorate al terreno distruggono le forme di vita, polverizzano i manufatti antropici e pretendono di dominare la natura che, in contrasto, sta cercando di rigenerare sé stessa ed il mondo. 

    La terza natura che sta sorgendo dalle rovine del mondo dev’essere accolta e protetta, non dominata: è questo l’estremo messaggio che si quantifica nelle battute finali del film. Lo scontro conclusivo è esemplificativo della poetica miyazakiana che enuncia la possibilità, da parte degli esseri umani, di abbandonare le armi della guerra e assumere in sé il pensiero ecologico già interiorizzato da Nausicaä. 

    I Tolmechiani scagliano un’orda di Ohmu, insetti giganti simili a tarli, contro la Valle del Vento, nell’ultimo atto di una guerra che si consuma da tempo. In quest’operazione, due soldati hanno infilzato con pesanti arpioni un piccolo della specie e mediante un aeromobile conducono la creatura verso la Valle, attirando così la mandria inferocita che intende vendicare il proprio simile. La principessa Nausicaä, eroina ecologista in simbiosi con la natura, diventa martire e si sacrifica col proprio corpo per tentare di fermare la catastrofe che distruggerà la sua valle. Con la sua presenza si pone dinnanzi alla mandria, la quale la investe, travolgendo il suo corpo inerme. Ma il suo estremo atto pacifista viene premiato dalla Natura, la quale le restituisce la vita, immolandola a salvatrice della Valle, mentre la mandria di Ohmu si pietrifica e sana con la propria corporeità il terreno. Dinnanzi a tale miracolo, gli umani comprendono, si redimono, seguendo l’esempio della principessa che è morta ed è risolta per la salvezza del bene comune: la Terra.

    Solo la prossimità con l’apocalisse, successivamente sventata, rende possibile la concretizzazione di un nuovo sguardo verso la natura, una nuova attitudine orientata al vivere insieme che si quantifica nell’abbandono delle armi e nel concepimento di un nuovo pensiero ecologico.  

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  • DIETRO LE RISATE DEI SIMPSON

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    Siamo arrivati a questo: un clip show dei Simpson (4×18), ma la famiglia più gialla della televisione avrebbe atteso ancora qualche anno prima di risentire effettivamente dei suoi ingombranti fasti. Dovevano ancora venire il Charles Foster Kane di Burns, le avventure subnucleari di capitan Homer, i tentativi di Lisa di riconfigurazione del modello sessista presentato dalla bambola Malibu Stacy, le scuole per clown, le birbonerie transnazionali di Bart, un paio di guerre con Shelbyvile, l’implacabile amore di Homer per il cibo scambiato per avance sessuali, i dilemmi etici di una Marge entrata nelle forze di polizia, nonché i mille lavori di Homer: “boxer, mascotte, astronauta, imitatore di Krusty, baby-sitter, camionista, hippy, spazzaneve, critico culinario, artista di concetto, venditore di grasso, circense, sindaco, truffatore, guardia del corpo del sindaco, manager country-western, commissario rifiuti, scalatore, scenditore, inventore, Smithers, Pucci, guardia del corpo di barbone, operaio centrale nucleare, scrittore di soap e di pop, magnate della birra, commesso Jet market, omofobico e missionario” (13×22). 

    “Le famiglie della tv si abbracciano e conversano di continuo” dice Bart all’inizio dello special Dietro la risata (11×22). Ed è il modello idilliaco della famiglia americana per bene, tutta chiesa e regolarità intestinale, che la televisione amava maggiormente rappresentare, nonché quello con cui lo stesso Matt Groening (padre, oltre che dei Simpson, di Futurama e Disincanto) è certamente cresciuto tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60. Il gusto della parodia, del dileggio di quel tipo di società attraverso lo specchio deformante della satira, contraddistingue i Simpson da più di trent’anni, ma è indubbio che la qualità della serie non sia più quella delle origini. Dal 1987, partendo dai primi passi negli intermezzi pubblicitari del The Tracey Ullman Show, passando ad una serie in pianta stabile nel 1989, il plauso di certa critica, una stella sulla Walk of Fame, gli omaggi e i rimandi audiovisivi, un film nel 2007, arrivando però oggi a una stanca trentaduesima stagione.

    In oltre tre decenni, qualcosa è pur cambiato. Non solo i temi presenti all’inizio nella serie hanno esaurito la loro carica polemico-espressiva, tentando invano di aggiornarsi su un terreno moderno solo all’apparenza, ma la struttura e lo stile delle puntate ha perso completamente ogni elemento di originalità, riciclando le proprie gag ormai stantie, ma soprattutto svendendo la propria anima alla parodia di altri testi: una parodia poco ispirata, doverosa in quanto prona ai gusti di un pubblico post postmoderno, e, in conclusione, tutt’altro che divertente. 

    Per capire dove e come abbiano funzionato al meglio i Simpson può essere utile osservare dove hanno zoppicato nel corso delle ultime stagioni. Nell’episodio Il podcast di notizie (32×06), nonno Simpson è ingiustamente accusato dell’omicidio di Vivienne St. Charmaine, suo interesse amoroso. La notizia viene resa nota dal podcast true crime di Kent Brockman, che senza possedere alcuna prova tangibile espone nonno Simpson alla pubblica gogna: non può che essere stato lui, colpevole! In conclusione, una prova scoperta all’ultimo sovverte la situazione. Per tematica, l’episodio può essere accomunato a Homer l’acchiappone (06×09): al tribunale dell’opinione pubblica c’è stavolta Homer e la sua passione per i dolci scambiata dalla baby-sitter dei figli per molestia sessuale. Dopo svariati goffi tentativi una prova non casuale ne ristabilisce l’innocenza. Episodi apparentemente simili sotto il profilo delle vicende raccontate, ma diametralmente opposti per costruzione narrativa. 

    Strutture a confronto:

    Homer l’acchiappone 

    Bart, Lisa e “c’è anche una bambina di sopra, da qualche parte” vengono lasciati di fretta alle cure di una giovane universitaria, mentre Homer e Marge si recano alla fiera dolciaria dove rubano la preziosa Venere di Milo gommosa, fuggendo come in Trappola di cristallo inseguiti da caramellai inaciditi. Tornati a casa spartiscono il dolce bottino, poi Homer riporta a casa in macchina la giovane baby-sitter, ma la piccola Venere gommosa, sul sedile del passeggero, rimane appiccicata alla ragazza che, non accortasi dell’incidente, crederà di aver subito una molestia. L’episodio presenta la classica struttura delle puntate originarie: un pretesto iniziale (la fiera dolciaria) cui segue un evento impredicibile che sarà il fulcro della puntata (l’accusa di molestie della baby-sitter). Questo tipo di svolgimento del racconto, unito alle geniali battute e ai trasognamenti dei personaggi, ottengono l’effetto di spiazzare lo spettatore trascinandolo nel terreno dell’inaspettato, rendendo gli episodi sempre interessanti da seguire. Diversamente, Il podcast di notizie ha una struttura più lineare: 

    prima scena: una Lisa nottivaga vaga per la cucina ascoltando qualcosa al telefono con aria tormentata, (nel mentre Homer fa uno spuntino notturno);

    seconda scena: al mattino Lisa, assonnata, a stento fa colazione ma non da spiegazioni, Marge si preoccupa: ci sarà stato un altro cambiamento climatico? (segue gag sul cambiamento climatico);

    terza scena: Homer e Marge scoprono che Lisa ascolta true crime podcast, cosa che gli provoca dipendenza e insonnia. 

    La febbre da podcast prenderà anche Marge; parallelamente Homer e Bart incontrano nonno Simpson e la sua nuova fiamma, la quale scomparirà poi misteriosamente. Al centro dei sospetti gettati da un nuovo podcast scandalistico sarà proprio il vecchio Abe. 

    Delineando fin dall’inizio l’oggetto della propria attenzione, la puntata prosegue linearmente tentando di produrre un discorso sul nuovo medium, (per certi aspetti non dissimile da quello televisivo) e, parlando il linguaggio delle sitcom, lo fa attraverso gli strumenti della satira. Ma anche le gag sono usate in modi diversi: nel caso delle prime stagioni, l’irruzione dell’ironia non è mai fine a sé stessa, è anzi il motore dell’intera narrazione. Homer, che per sfuggire dai caramellai progetta una bomba scappando poi in stile Die Hard, non è la semplice citazione a un film d’azione, ma l’esilarante e fantasioso raccordo con il quale passare da una scena fantoccio (il pretesto narrativo) al cuore dell’episodio (l’accusa di molestie). Viceversa, l’Homer di Il podcast di notizie, che nella prima scena divora un prosciutto in piena notte, fa leva su una semplice e arcinota caratteristica del personaggio (Homer adora il cibo, è cosa nota), rinchiudendolo nelle strette pareti dello stereotipo che incarna e non producendo narrazione. La stessa cosa si può dire della gag sul cambiamento climatico nella scena seguente: estemporanea e slegata dai fatti narrati, fa leva sulle conoscenze pregresse che lo spettatore ha di Lisa, una vivace ambientalista, senza però essere integrata alla storia che si sta raccontando. 

    La vicenda principale è la medesima: un personaggio è ingiustamente accusato da un’inquisitoria opinione pubblica. Ma gli sviluppi e le conseguenze divergono: anzitutto nel primo caso Homer è progressivamente costretto a ritirarsi dalla società, prima a causa dei pochi manifestanti accampati davanti casa sua, poi, una volta diffusasi la notizia attraverso il programma tv scandalistico Rock Bottom, il suo caso diverrà nazionale e lui il volto deprecabile del maschilismo americano. Le azioni hanno cioè concrete ripercussioni sulla vicenda, mentre nel caso di nonno Simpson e delle nuove puntate, la ripercussione è minima o inesistente, il nucleo drammatico della vicenda (pur trattato con linguaggio comico) è totalmente assente.

    Parlando degli effetti che il testo produce, la critica alla società e ai media ha anch’essa un diverso sapore. 

    In Homer l’acchiappone la presenza della televisione è pervasiva e asfissiante: non c’è canale in cui Homer sia al sicuro, tutti ne parlano come di un mostro (eccetto il canale del cabaret dell’improvvisazione, dove non si fanno riferimenti oltre il 1980), dai salotti televisivi femministi al telegiornale locale che lo condanna pubblicamente sulla base dell’umore dei suoi spettatori ottenuto tramite sondaggio. Homer è colpevole nonostante tutto, nonostante le prove palesemente contraffatte, nonostante le lancette dell’orologio alle sue spalle, durante la finta intervista che lo incrimina, cambino posizione ad ogni parola segnalando il taglio di montaggio. Invece, in Il podcast di notizie la tendenza è quella ad indugiare sui primi piani di personaggi che ascoltano il podcast piuttosto che sulle conseguenze del bombardamento mediatico subito da Abe. Questa semplice scelta cambia radicalmente la percezione che del media si ha, depauperando così ogni critica satirica. Mostrare la contemporaneità senza svelarla è uno dei punti critici dei moderni Simpson, troppo impegnati ad aggiornarsi sul mondo per capirlo a fondo.

    La parabola dell’acchiappone si risolverà grazie all’intervento provvidenziale del giardiniere Willie che, appostato dietro un cespuglio per registrare le coppiette con la videocamera, proverà l’innocenza di Homer. Ma quando Willie subirà lo stesso processo mediatico, Homer non esiterà a credere a tutto ciò che la televisione gli mostra per vero: “Quell’uomo è malato […] ascolta quella musica, lui è diabolico!”. Dimostrando di non aver “imparato un tubone”, Homer chiarisce che i Simpson non sono (erano) una serie che dispensa facili massime morali, ma che al contrario propone una tagliente critica alla società interconnessa della mondovisione, portando il suo messaggio al di là di quello di una qualsiasi favola.

    Lisa la scettica (09×09), Due cuori due capanne (08×06), Il viaggio misterioso di Homer (08×09), Homer il grande (06×12), Homer va all’università (05×03), Krusty va al fresco (01×12), Due macchine in ogni garage, tre occhi in ogni pesce (02×04), sono solo alcuni dei momenti più alti dei Simpson, dove si incrociano i temi della religione, del dogmatismo contro il pensiero scientifico, dell’amore famigliare, del divorzio, della corruzione del potere. E lo si fa con una freschezza e un’ironia che non hanno pari nella storia della televisione.

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  • RECENSIONE CIP E CIOP AGENTI SPECIALI – UN FILM CHE NON TI ASPETTI

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    La serie animata Cip e Ciop Agenti Speciali (Chip ‘n’ Dale: Rescue Rangers), andata in onda tra il 1989 e il 1990, è stata per il pubblico americano una delle punte di diamante del Disney Afternoon e per molti bambini italiani un affezionato appuntamento del sabato mattina sulle reti Rai.

    La serie vedeva protagonisti i nostri scoiattoli preferiti, Cip con le vesti di Indiana Jones e Ciop in camicia hawaiiana come Tom Selleck in Magnum P.I., alle prese con mille avventure, in compagnia della topolina geniale Scheggia, della mosca Zipper e della pantegana Monterey Jack, tutti pronti a sventare le trame del perfido Gattolardo.

    Serie simpatica e brillante, è entrata nei cuori di tanti giovani spettatori insieme ad altri show altrettanto riusciti – come Ecco Pippo (Goof Troop), con il personaggio di Pippo nella singolare veste di padre single, e TaleSpin, che rivedeva in una chiave avventurosa e piuttosto bislacca i personaggi de Il Libro della Giungla – pur senza raggiungere certo i livelli di Ducktales o dell’originalissimo Gargoyles. Gli Agenti Speciali, come moltissime serie animate Disney, si sono fermati all’episodio numero 65, quota ghigliottina fissata da Michael Eisner, CEO di una Disney all’epoca in fase di ripresa.

    All’annuncio dell’uscita di un film in tecnica mista tra animazioni e live action basato sulla serie e in uscita su Disney+, nessuno sapeva come reagire. A che pubblico poteva puntare, che ruolo poteva mai svolgere nell’economia cannibalistica della Company più imperialista di Hollywood? E poi, che storia poteva mai raccontare?

    Cip e Ciop (o meglio, Chip e Dale), conosciutisi quando erano solo due scoiattolini delle elementari, erano diventati famosi con il loro show, ma in seguito alla decisione di Dale di intraprendere il suo show da solista, Double-o Dale (uno 007 roditore) la carriera di entrambi è andata in declino. Chip (John Mulaney) è diventato un assicuratore, Dale (Andy Samberg) è una celebrità in declino che vaga per le convention e si è sottoposto a un’operazione chirurgica in CGI. Quanto al resto della banda, Monterey Jack è dipendente dal formaggio, Scheggia e Zipper si sono sposati e hanno tanti cuccioli metà topo e metà mosca. Una strana telefonata porterà i due chipmunk a riunirsi per risolvere, insieme all’agente della LAPD Ellie Steckler (KiKi Layne), il mistero della sparizione di Monterey e di altri storici personaggi dei cartoni ad opera di un insospettabile boss della malavita.

    Tutto questo con un cast che include anche nomi come Seth Rogen, J.K. Simmons, Will Arnett, Flula Borg, Keegan-Michael Key e una quantità di personaggi animati e non, Disney e non, da far impallidire lo spettatore, il tutto diretto da Akiva Schaffer, comico e membro del trio The Lonely Island insieme ad Andy Samberg e a Jorma Taccone (del quale abbiamo anche un paio di cameo vocali).

    Nonostante ci fossero tutte le premesse per creare un minestrone disgustoso, i novanta minuti del film scorrono in maniera gradevolissima. La trama, certo, stira al limite la sospensione dell’incredulità, ma sicuramente si regge in piedi senza troppi problemi.

    È innegabile che il padre biologico di questo film sia quel capolavoro di Chi ha Incastrato Roger Rabbit (Who Framed Roger Rabbit, 1988) di Robert Zemeckis, basato sul romanzo Who Censored Roger Rabbit? scritto da Gary Wolf nel 1981, con protagonista una fittizia star dei cartoni animati alle prese con una vicenda pruriginosa e sanguinaria.

    Zemeckis portò sullo schermo una commedia pulp meravigliosa grazie ai personaggi animati da quel folle genio di Richard Williams (mai abbastanza celebrato), a Bob Hoskins e Christopher Lloyd – che ci hanno donato interpretazioni credibilissime nonostante recitassero interagendo con il nulla assoluto – e a una trama noir semplice ma magistrale, pietra miliare per ogni appassionato di gialli anni ‘40 e di cinema pop anni ‘80. Per gli amanti dell’animazione poi, vera e propria perdita della verginità: il film venne ritenuto infatti troppo audace dalla Disney, che lo nascose sotto la sua etichetta Touchstone. Nonostante questo autosabotaggio, il film è passato alla storia grazie al suo valore artistico, al prestigio di chi lo ha prodotto (la Amblin di Spielberg) e alla magia di vedere interagire tutti i personaggi storici dei corti animati, la coabitazione tra Topolino e Bugs Bunny o Paperino e Daffy Duck.

    Il personaggio Roger Rabbit tuttavia non ha avuto successivamente una lunga carriera: furono infatti prodotti solo tre corti difficilmente reperibili a causa di problematiche riguardo il copyright e, proprio per questo motivo, una serie tv venne abortita e sostituita con la sua versione tarocca, Bonkers, in cui i cartoni interagivano con personaggi “umani”…anch’essi disegnati, perdendo tutto il fascino del film.

    La Warner rispose alcuni anni dopo con la hit Space Jam (Joe Pytka, 1996), spot gigantesco per Michael Jordan e la Nike, e con la divertentissima spy story Looney Tunes: Back in Action (Joe Dante, 2003). Per anni la convivenza tra cartoni animati (consapevoli di esserlo) e umani in carne ed ossa è stata latitante, fino a che la stessa Warner Bros. nel 2021 ci ha fatto dono (si fa per dire) di Space Jam: New Legend (Space Jam: A New Legacy, Malcolm D. Lee), nuovo spot, stavolta per HBO Max, e di Tom & Jerry (Tim Story) in cui a un certo punto vediamo il gatto e il topo più famosi del cinema nella stessa inquadratura di Paolo Bonolis. Una doppietta che ha ottenuto poco più di 300 milioni di dollari e sei nomination ai Razzie Awards. Sicuramente questo Cip e Ciop di ultima uscita non poteva andare peggio di così. 

    Se Roger Rabbit è inarrivabile, il primo Space Jam iconico ma claudicante, Back in Action un film di genere meno noto ma sicuramente più quadrato e gli altri pura spazzatura, questo Cip e Ciop è l’ultimo film che ci si sarebbe aspettati di vedere in un clima di remake e reboot in CGI fotorealistica completamente inutili. Il debito verso Zemeckis è evidente: la commistione tra personaggi animati e attori e set reali è gradevolissima e a momenti commovente, lontanissima dalle pupazzate come Scooby Doo o Alvin Superstar

    Inoltre, se nei film precedenti il campo dei personaggi e dei riferimenti erano volutamente circoscritti (cartoni anteguerra in un caso, proprietà intellettuali Warner negli altri), qui abbiamo una tale varietà: personaggi animati a mano, al computer, a passo uno e persino i calzini animati, un insieme vastissimo di riferimenti provenienti dal cinema, dalla tv e addirittura dai videoclip. Abbiamo nello stesso film i My Little Pony, Phineas e Ferb, South Park, la versione brutta di Sonic, la Little House di Mary Blair, il Mr. Natural di Robert Crumb, lotte clandestine tra Muppet, Batman contro E.T. e chi più ne ha più ne metta. Le trovate comiche sono esilaranti, come l’uncanny valley (la sensazione di straniamento che prova lo spettatore guardando personaggi fotorealistici) che diventa un luogo fisico.

    E a suo modo il film graffia, critica qualsiasi forma di malriuscito svecchiamento di personaggi iconici, che sia un reboot farlocco, un restyling moderno ma disfunzionale, o un semplice pezzo rap con una mascotte famosa. E, come in Roger Rabbit, il mondo dei cartoni sembra tutt’altro che puro e innocente, anche gli idoli della nostra infanzia possono avere un lato oscuro. Proprio per questo, un film con due teneri scoiattolini è il film più coraggioso che una major dell’intrattenimento potesse produrre nel 2022. Probabilmente lancia messaggi a vuoto, ed è necessario che prodotti di questo tipo non vengano serializzati, ma è veramente un bene che qualcuno, dell’interno, sia così sincero.

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  • RECENSIONE LOVE DEATH & ROBOTS 3 – TRA PREGI E DIFETTI

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    Love Death & Robots aveva colpito gli animi di molti spettatori appena tre anni fa, quando il 15 marzo 2019 debuttava su tutti i piccoli schermi degli abbonati Netflix. Come un fulmine a ciel sereno, venimmo folgorati dallo sperimentalismo della serie antologica ideata da David Fincher (Fight Club, Seven, Zodiac) e Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino Oscuro), assieme a Joshua Donen e Jennifer Miller, che chiamavano a rapporto i migliori Studios d’animazione statunitensi per immergerci in tanti piccoli e diversi microcosmi incentrati su amore, morte e robot. Elemento caratterizzante la serie – e di non poca importanza – era anche l’etichetta “per adulti”, che ogni breve opera teneva a rimarcare tramite ogni tipo di trivialità e violenze estreme.

    Un avanguardismo animato che secondo molti aficionados non aveva tenuto il passo nella seconda stagione (o volume, per meglio dire), dove la netta riduzione di episodi (8 in confronto ai 18 della prima) e l’incessante propendere al fotorealismo, non avevano trovato equo bilanciamento nelle sceneggiature e negli immaginari visivi che fabbricavano; non si erano raggiunti gli apici di perfetta fusione tra forma e sostanza di uno Zima Blue, per esempio, rendendo l’esperienza abbastanza piatta e ripetitiva.

    La notte dei mini morti

    Questo 20 maggio, sulla piattaforma di Reed Hastings è stato lanciato il terzo volume, che conta un cortometraggio in più del precedente e ciascuno della durata che viaggia fra i 6 e i 18 minuti. Non si abbandonano le tre tematiche care alla serie, rispecchiate nel cuore, nella croce e nel robot del logo, continuando ad esplorare nuovi mondi e futuri distopici. Tornano anche vecchie conoscenze nelle cabine produttive e di regia: ritroviamo Alberto Mielgo in Jibaro (già ideatore de La Testimone, uno degli episodi più apprezzati della prima stagione, e il cui ultimo corto The Windshield Wiper ha ottenuto la candidatura ai passati Premi Oscar), così come Sony Pictures Imageworks (già realizzatore di Lucky 13) con Sepolti in sale a volta – dove in molti non avranno faticato a riconoscere Cthulhu –, mentre con lo studio Titmouse, Inc (Big Mouth) parliamo di vecchie conoscenze prettamente di Netflix, ora impegnate in Morte allo squadrone della morte, inscenante un 2D anni ‘90 che ragiona sul rapporto uomo-tecnologia-animale. Animatori cari ai fan sono anche gli Axis Studios, noti soprattutto per la loro versatilità tecnica che li ha permesso di partire dall’iperrealismo (Helping Hand), passare per un 3D misto ad acquerello (L’erba alta), e arrivare al tratto caricaturale del simpatico (ma innocuo) Mason e i ratti, dove un istrionico anziano si avvale di una nuova tecnologia per sterminare la colonia di ratti nel suo magazzino.

    Continuiamo a conoscere anche il trio robot in esplorazione sulla terra di umani ormai estinti (Tre Robot: strategie d’uscita, diretto da Patrick Osborne, animatore di Ralph Spaccatutto e Big Hero 6), e ovviamente non possono mancare le firme di David Fincher e Tim Miller, entrambi evidentemente interessati al fotorealismo: una ciurma di marinai alle prese con un’entità mostruosa è Un Brutto Viaggio di Fincher, mentre Miller preferisce esplorare la fantascienza con Sciame, e la sua colonia aliena che gli umani sono intenzionati a sfruttare.

    Con tutti questi nomi altisonanti e di vecchie glorie, si è riusciti ad oltrepassare e fare dimenticare lo scoglio della seconda stagione? La sensazione è che dopo ben 26 episodi tutto sappia di “già visto” e che la critica alla contemporaneità non arrivi sagace e affilata come una lama tagliente. Lo avvertiamo già a partire dall’episodio pilota, che riproponendo il trio di piccoli androidi cala una satira fiacca e scontata, affidando tutto ai dialoghi e dimenticandosi di valorizzare l’animazione. Insomma, questo terzo volume non fa altro che confermare pregi e difetti di Love, Death & Robots: pur lasciando a bocca aperta per la qualità produttiva, siamo lontani da certi picchi della stagione d’esordio, continuando la spasmodica ricerca di un fotorealismo onnipresente e imperante, che seppur interessante come tecnica lascia saltuariamente spazio a veri e rari sperimentalismi d’animazione (come in Jibaro, che nel suo indagare misticismo, religione, sessualità e colonizzazione, è quello giustamente già più chiacchierato e apprezzato).

    Un brutto viaggio

    Per il quarto appuntamento, bisogna che Fincher e colleghi si impegnino in un vero e proprio lavoro ontologico: qual è il senso del progetto? Qual è la motivazione che giustifica il divieto ai minori? La violenza sempre spinta e le volgarità onnipresenti hanno un loro specifico scopo, o sono semplicemente un’etichetta utile per attirare l’attenzione di chi crede che il resto dell’animazione sia soltanto per bambini? Insomma: quale strada intraprendere, per far sì che sia sfruttato appieno il mezzo animato coinvolgendo tutte le sue potenzialità? Perché ormai abbiamo compreso che i mezzi ci sono, così come le risorse finanziarie. Ma una piacevole esibizione di forma al servizio di una sostanza eufemisticamente risicata, rischiano di far restare nuovamente lo spettatore con un (seppur gradevole) pugno di mosche. Tuttavia bisognerebbe specificare quale spettatore, perché in tanti sembrano lamentarsi eppure anche la terza stagione ha esordito sulla piattaforma in vetta alle classifiche mondiali, registrando su Rotten Tomatoes un indice di gradimento del 100% da parte della critica (certo, siamo solo al terzo giorno di streaming): forse il pubblico ha imparato l’arte di accontentarsi. Ma non sempre è un bene.

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  • RECENSIONE APOLLO 10 ½ – LA SINTESI PERFETTA DEL CINEMA DI RICHARD LINKLATER

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    «“Nostalgia” significa letteralmente il dolore proveniente da una vecchia ferita. È uno struggimento del cuore di gran lunga più potente della memoria. Questo aggeggio non è una nave spaziale, è una macchina del tempo. Ti può portare avanti o indietro. Ci porta in un luogo dove moriamo dalla voglia di ritornare. Non si chiama “ruota”, si chiama “giostra”. Ci fa viaggiare nel modo in cui viaggiano i bambini. Gira e rigira, e poi torna a casa. Che è il posto dove sai di essere amato».

    Era l’ultima puntata della prima stagione di Mad Men quella in cui Don Draper presentava la campagna pubblicitaria “Il Carosello”, realizzata per il nuovo proiettore di diapositive della Kodak ed incentrata sulla relazione tra nostalgia e memoria. Che la nostalgia sia più potente della memoria stessa sembra essere anche il nucleo centrale dell’ultimo film di Richard Linklater, sbarcato su Netflix il 1 Aprile. 

    Per dare vita a questo malinconico carosello di ricordi, il regista ricorre all’animazione, tornando alla tecnica del rotoscope digitale, già sperimentata e resa popolare in precedenza con Waking Life e A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare. La caratteristica principale di questa tecnica è rappresentata dalla possibilità di restituire sequenze animate particolarmente realistiche, ricalcando immagini girate dal vivo. 

    Il film parte da una premessa inverosimile che riesce nell’intento di farci credere di stare assistendo ad una storia fantascientifica. Siamo nel 1969, a Houston, quando due ingegneri allontanano il giovane Stan dal cortile della sua scuola elementare per informarlo che la NASA ha commesso un errore: è stata costruita una navicella spaziale troppo piccola per un adulto e, quindi, è stato scelto lui per poter proseguire i test necessari alla riuscita della missione Apollo 11. A soli pochi minuti dall’inizio, quello che doveva essere il motore scatenante del film si rivela invece essere un espediente per  introdurre una sentimentale e caleidoscopica disamina del anni ‘60, in particolare dell’esperienza unica di assistere ad un evento epocale come l’allunaggio, da una prospettiva privilegiata. 

    Apollo 10 ½ si inserisce coerentemente nel percorso di un autore che ha fatto dell’esplorazione della gioventù, già dagli esordi con Slacker, una delle sue cifre stilistiche, un percorso culminato poi nel 2014 con un’impresa mastodontica, durata dodici anni: Boyhood. A contraddistinguere questo suo ultimo lungometraggio è però l’impronta personale ed autobiografica che il regista sceglie di infondere al progetto.

    Linklater infatti è cresciuto a Huston ed ha vissuto da vicino la febbricitante corsa allo spazio proprio in quell’età in cui la memoria si mescola ancora al sogno: “Ho capito che ero l’unica persona che poteva fare quel film. Penso di essere l’unico regista che ha vissuto vicino alla NASA. Per quanto riguarda i registi di Houston, Wes Anderson è nato in questo periodo ma penso di essere l’unico che ricorda quel momento”. 

    Ed è così che il voice over di uno Stan ormai cresciuto, doppiato da Jack Black -figlio a sua volta di due ingegneri aerospaziali- accompagna lo spettatore in una piacevole passeggiata lungo il viale dei ricordi che celebra il quotidiano anche nelle sue forme apparentemente più trascurabili. 

    La natura intorno a Houston negli anni ‘60 veniva conquistata e piegata alle nuove esigenze degli abitanti, dettate in gran parte dall’ingombrante presenza della NASA, le periferie della città venivano urbanizzate in tempi record e i complessi abitativi comparivano come funghi. Il nuovo stadio Astrodome dotato di erba sintetica era il simbolo perfetto di questa nuova era artificiale. Gli eventi che scuotevano la società americana dell’epoca come la guerra in Vietnam, le ondate di proteste nelle strade delle città e l’assassinio di Kennedy sembravano distanti o comunque reali solo quando apparivano sullo schermo del televisore. A distrarre la popolazione dagli inquietanti scenari fronteggiati dalla nazione era proprio la corsa allo spazio che, grazie alla sua aura di ottimismo e novità, abbagliava ragazzini impressionabili permettendo alle loro fantasie di prendere magicamente vita. 

    Non è mai stata, tuttavia, la narrazione dei grandi eventi ad affascinare Linklater, al contrario il suo sguardo è sempre stato rivolto verso il fluire della vita nei suoi aspetti più concreti e al tempo stesso sfuggenti. La memoria trova spazio per conservare ciò che è da considerarsi veramente importante, come le ricette preparate dalla madre, la ripartizione dei lavori domestici con i fratelli, gli show trasmessi in televisione, i giochi con i ragazzi del quartiere. I dettagli raccontati con più lucidità sono proprio quelli interni alle dinamiche della numerosa famiglia. 

    Il tutto è confezionato con immancabili riferimenti alla cultura pop di quegli anni, da 2001: Odissea nello spazio che riempiva i cinema consentendo speculazioni di ogni tipo riguardo il significato del finale -come vediamo in una scena divertente del film- ad una raccolta della musica del momento. Un mese dopo l’uscita di Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, risulta difficile non accostare le due ricercate colonne sonore che inconsapevolmente creano un punto di incontro tra i due decenni, condividendo una traccia. 

    Apollo 10 ½ è uscito direttamente su piattaforma e, nonostante non vedrà mai la sala, riesce comunque nell’impresa di farci dimenticare dell’opzione pausa, complice anche un ottimo montaggio che ci trasporta velocemente da un’azione all’altra come se stessimo assistendo ad un energico video musicale. La storia è portata avanti senza una trama e se questo aspetto potrebbe infastidire chi si aspettava un racconto più tradizionale, si rivela essere la forza del film che perde slancio proprio quando cerca di tornare all’intreccio iniziale. Nel punto di incontro delle due missioni, quella reale e quella immaginata, diventa difficile capire a quale stiamo effettivamente assistendo. Se questo aspetto contribuisce a calare il tono in quello che dovrebbe essere l’apice del film dall’altra restituisce la prospettiva di Stan, per il quale una gita al parco divertimenti risulta alla fine essere più importante del primo, reale, passo sulla luna. 

    “Sai come funziona la memoria” dice la madre del giovane protagonista al padre che lo sta accompagnando a letto, mentre si domanda se il figlio sia riuscito ad assistere al primo passo dell’uomo sulla luna “anche se dormiva un giorno penserà di aver visto tutto”.

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  • RECENSIONE RED – DOV’È FINITO IL TOCCO PIXAR?

    Un film Pixar nato personalissimo, ma che si è perso nel crogiolo dell’industria dell’intrattenimento Made in Usa, Turning Red - ultimo film di casa Pixar - non è stato granché pubblicizzato, come è ormai prassi per molti dei film usciti da Emeryville negli ultimi anni, con poche eccezioni come Inside Out e Coco, i quali sono entrati immediatamente e di diritto nella cultura pop. Il Viaggio di Arlo è stato dimenticato presto da tutti, Gli Incredibili 2, Cars 3 e Toy Story 4 non hanno avuto certo la popolarità dei predecessori e gli ultimi Onward, Soul e Luca sono stati relegati direttamente su Disney Plus senza passare dalla sala. A Red - titolo italiano, anonimo e confondibilissimo - non è andata tanto diversamente. 
    È chiaro come la mega corporazione intergalattica chiamata Disney Company ormai punti il riflettore su altre colonie - con marchi diversi ma che trattano sempre di eroi in costume che combattono, preferibilmente nello spazio - oppure punti sui propri marchi storici, sfruttandone la scia per i Nuovi Classici oppure rifacendone il trucco in un live action. Un’opera come questa, diretta dalla regista sino-canadese classe 1987 Domee Shi, che in Pixar aveva già diretto il tenero corto Bao, dalla concezione certamente autobiografica e dalla gestazione più personale (per quanto si possa essere personali in un posto come la Pixar, dove l’io è sempre fuso nel Noi)  non ha goduto certo dei riflettori principali, né di grande fiducia commerciale, tant’è che anche il risultato, purtroppo, non è stato memorabile.

    Meilin è una tredicenne in gamba, studiosa, responsabile, estremamente devota alla sua famiglia e che rinuncia spesso a stare con le sue amiche per senso del dovere. Dopo un banale fraintendimento da parte di sua madre, iperprotettiva e un pochino ottusa, che le causerà un imbarazzo enorme e un trauma sociale tremendo, Meilin si risveglierà nelle fattezze di un gigantesco panda rosso. Per “guarire” dovrà affrontare un rituale di purificazione dalla “bestia interiore” come ogni donna della sua famiglia prima di lei. Prima, però, deciderà insieme alle sue amiche di sfruttare la situazione per raccogliere i soldi necessari ad andare al concerto della loro boyband preferita. 
    Nonostante la forte componente autobiografica della regista Domee Shi, soprattutto nell’ambientazione (una famiglia tradizionalista cinese a Toronto nel 2002) il film non è originale in nessun altro aspetto: nella storia, nel linguaggio, nella rappresentazione, negli intenti, nelle soluzioni e anzi le potenzialità comunicative-tematiche della pellicola non vengono sfruttate in nessun modo. Il film prova ad avere guizzi di audacia con riferimenti espliciti (droga, ONU) o impliciti (bisessualità), cercando una metafora del menarca (il colore rosso non è casuale) e con alcuni momenti onirici e mostruosi sinceramente terrificanti, ma ciò è soffocato da continui ammiccamenti inutili, personaggi non sempre simpaticissimi (le amiche della protagonista magari saranno di ispirazione a molte giovani spettatrici, ma sembrano una fusione dello stereotipo di teenager di 4 decenni diversi) e, cosa rara in Pixar, un design e un’animazione a tratti sgradevole. La colonna sonora targata Ludwig Goransson è sacrificata, le canzoni della boyband 4 TOWN (impersonata da Finneas o’Connell e altri. Finneas ha scritto le canzoni insieme alla sorella Billie Eilish) sono credibili per una boyband del 2002 (qualcuno ha detto Blue) ma dimenticabili. Anche se sicuramente troverà il suo pubblico di preadolescenti e adolescenti colmi di insicurezze e bambini attirati dal design del panda.

    Tra Ranma ½ e Brave, passando per Teen Wolf (più il film con Michael J. Fox che la serie), con un po’ di Kung Fu Panda e film di Kaiju vari con alcuni effetti visivi da shojo anime, Red da opera personale diventa uno dei tanti prodotti industriali della linea che la Disney Company - sempre desiderosa di darsi un’immagine progressista - vuole vendere ai vari pubblici asiatici. Basti guardare a Shang Chi o a Raya e alla presenza di Chloé Zhao nella scuderia Disney. Film che hanno come madre Mulan, come padre il Jake Long di American Dragon e come incubatrice il registratore di cassa. 
    Qui si manifesta chiaramente la crisi di una Pixar ormai confinata ai margini della galassia DisneyCompany, quella che fino ad una dozzina di anni fa era il cuore pulsante del cinema pop per famiglie in America ha prodotto, con questo Red, un film da Illumination Entertainment qualsiasi. Dopo Toy Story 3, complice l’uscita di scena (dovuta) di John Lasseter nel 2017, ha faticato ad alzare l’asticella dei propri film e quando lo ha fatto (Inside Out, Soul) il merito era forse più dell’esperienza di Pete Docter. Mentre si contano gli abbonamenti sottoscritti a Disney Plus e il numero di peluche col panda venduti, attendiamo il pezzo forte della Pixar nel 2022, con (guarda un po’) un eroe nello spazio chiamato Buzz Lightyear.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE FLEE – UNA SEDUTA CATARTICA

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    Flee è un film d’animazione del 2021 diretto da Jonas Poher Rasmussen e prodotto da Vice media. L’opera potrebbe anche essere inserita nella categoria documentario data la natura del prodotto: un racconto attraverso i ricordi di Amin Nawabi, sdraiato su un mobile e con sopra di sé una telecamera, come fosse il soggetto di una seduta di psicanalisi.

    Il film presenta salti temporali continui tra passato e presente, così da farci capire qual è la situazione di Amin nella contemporaneità. Flee vuol dire fuggire, una parola che riassume perfettamente la vicenda che vede coinvolto il protagonista, una storia che richiama gli affetti di un uomo costretto a nascondersi, a sentirsi sbagliato in quanto afgano e omosessuale. La storia di Amin cattura sin da subito lo spettatore in sala, poiché prende le sembianze di una piacevole rimembranza sulle note di Take on me degli a-ha e di un affresco della capitale afghana, Kabul.

    L’inizio e la fine del film sono  molto più lieti rispetto al contenuto della parte centrale, in cui apprendiamo le tristi vicissitudini della sua famiglia, i problemi causati dalla guerra civile negli anni 90’ e il desiderio di fuggire per poter ricominciare da zero. La fuga però non è una cosa semplice: richiede tempo, denaro e molta pazienza, cosa non facile per chi fugge dagli orrori della guerra. Amin è solo un ragazzino quando scappa insieme alla famiglia dall’Afghanistan, si ritrova presto adolescente quando sbarca a Copenhagen, luogo da cui racconta la sua storia, dopo anni di menzogne.

    Amin ci permette di inquadrare il contesto storico-sociale in cui si collocano gli eventi da lui narrati, all’indomani del crollo dell’Unione sovietica e della caduta del muro di Berlino, con conseguente fine della guerra fredda e l’inizio di un periodo di grandi tensioni in Medio Oriente con il coinvolgimento in prima linea degli Stati uniti d’America. Il caso vuole che l’uscita del film nelle sale italiane coincida con le vicende recenti dell’invasione dell’Ucraina da parte della federazione Russia, dunque un ottimo strumento di riflessione e sensibilizzazione sulla guerra, sulle sue conseguenze e sulle condizioni di precarietà dei rifugiati.

    Il personaggio di Amin afferma di essersi vergognato della sua omosessualità, altra tematica significativamente importante nell’economia narrativa.
    Sin da subito il regista, suo migliore amico, ci mette nelle condizioni di conoscere la sensibilità del personaggio, nonché il fardello che ha dovuto portare con sé per tanto tempo, a causa della sua cultura e tradizione, esplorando il passato dell’uomo e permettendoci di empatizzare con lui. Lo spettatore è così portato a fare un passo avanti e comprendere cosa ha rappresentato per Amin essere un rifugiato e un omosessuale allo stesso tempo, soggetto a potenziali discriminazioni ogni giorno. 

    Flee riesce a commuovere, a strappare un sorriso di solidarietà e affetto sincero verso Amin e il popolo afgano. Lo spettatore esce dalla sala con una consapevolezza in più, una visione dall’alto rispetto alle stragi di guerra e alle storie che si celano dietro quei volti impauriti di donne, uomini e bambini, spesso filtrati da uno schermo televisivoDa un punto di vista tecnico l’opera è nel complesso piuttosto piacevole e per niente disturbante, con l’alternarsi di scene d’animazione e riprese reali che ci ribadiscono la natura del prodotto: un documentario dai tratti e archetipi narrativi tipici di un film di finzioneLa tecnica di animazione utilizzata è molto interessante perché differisce dai film di questo genere: i personaggi sono più limpidi e chiari quando Amin racconta degli eventi che rientrano nella quotidianità o di cui ha una ottima memoria, mentre diventano confusi, sfumati, quasi dei bozzetti, quando la situazione è più vaga o cupa, difficile da raccontare. Non è un caso che il film ha ricevuto tre candidature (più che meritate) agli Oscar 2022 nella categoria miglior film d’animazione, miglior documentario e miglior film straniero

    Il film uscirà nelle sale italiane il 10 marzo 2022. 

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