Category: animazione

  • A CHRISTMAS CAROL – UN CLASSICO INTRAMONTABILE

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    A Christmas Carol, tratta dall’opera letteraria di Charles Dickens, è una storia diventata un vero e proprio simbolo del periodo natalizio. 

    IL ROMANZO

    Charles Dickens (1820-1870) è uno dei romanzieri più importanti di tutti i tempi. Potremmo dire che i suoi romanzi sono degli evergreen, racconti indubbiamente figli della sua epoca per le tematiche trattate, ma il cui messaggio è sempre attuale. In effetti è proprio questo il bello dei classici, da essi si impara sempre qualcosa di nuovo e ad ogni rilettura si possono trarre nuovi spunti di riflessione. 

    A Christmas Carol è stata pubblicata nel 1843 nella raccolta The Christmas Book. Fu pubblicato in edizione di lusso, con rilegatura rigida di velluto rosso a bordi dorati. L’opera si impose sin da subito come un grande successo: il 24 Dicembre 1843, nonostante fosse in libreria da pochi giorni e avesse un costo elevato, il racconto aveva venduto 6.000 copie, un vero record per l’epoca. 

    Il romanzo racconta la storia di Ebenezer Scrooge, un anziano banchiere perfido e avaro, interessato solo al denaro, che vede il periodo natalizio solamente come una perdita di tempo, un intralcio al suo commercio. La vigilia di Natale fa lavorare il suo impiegato fino a tardi, rifiuta di fare un’offerta per i poveri e per strada risponde sgarbatamente agli auguri che gli vengono rivolti. 

    Riceverà la visita di tre fantasmi che, facendogli ripercorrere la sua esistenza fino a quel momento, il presente e il futuro, lo porteranno a rendersi conto di come ha vissuto fino a quel momento e a cambiare una volta per tutte.

    La critica sociale, sempre centrale nelle opere dell’autore, è presente più che mai. In particolare critica l’atteggiamento della borghesia nei confronti delle persone più povere costrette a lavorare per loro. 

    LE TRASPOSIZIONI

    Le storie di Dickens sono perfette per il piccolo e il grande schermo grazie alla trattazione di temi di denuncia sociale rilevanti ancora oggi e alle descrizioni dettagliate dei suoi personaggi, che dopo aver sofferto tante ingiustizie, com’è successo allo scrittore stesso da bambino, riescono a riscattarsi e a realizzare i loro sogni.

    Il romanzo è stato sin da subito oggetto di trasposizioni. Possiamo pensare ai primi cortometraggi muti britannici come Scrooge, or, Marley’s Ghost (regia di Walter R. Boothrisale, 1901)che, più che ispirarsi dal romanzo di Dickens, si ispira all’opera teatrale Scrooge (di J.C. Buckstone), spettacolo che esordì a Londra con grande successo. È curioso come il regista decise di far terminare con il protagonista che giura in ginocchio al fantasma la sua voglia di cambiamento, tagliando così parte della storia.

    Non possiamo non menzionare una versione radiofonica sull’emittente CBS Campbell Playhouse, che risale al 1939.

    Gli adattamenti variano dalle produzioni italiane come Non è Mai Troppo Tardi (di Filippo Walter Ratti con Paolo Stoppa e Marcello Mastroianni, 1953), ai film musical come La Più Bella Storia di Dickens – Scrooge (di Ronald Neame, 1970) all’animazione come Canto di Natale di Topolino (di Burny Mattinson, 1983). Pensiamo anche al racconto in chiave moderna di S.O.S. Fantasmi (Scrooged, di Richard Donner, con Bill Murray, 1988).

    CANTO DI NATALE DI TOPOLINO (1983)

    Si tratta di un cortometraggio della Walt Disney Company del 1983 che ricalca perfettamente l’anima del romanzo. Cambiano ovviamente i personaggi: qui troviamo Topolino nel ruolo di Bob Cratchit e Paperon de’ Paperoni in quello di Ebenezer Scrooge.

    Il successo fu enorme, tanto da ricevere una candidatura agli Oscar come miglior cortometraggio d’animazione.

    Un corto sicuramente molto diverso dai classici Disney a cui siamo abituati. L’atmosfera è più cupa, il che è ben evidente sin dai titoli di testa, accompagnati da un coro piuttosto malinconico. Man mano che scorrono le scene si notano volti piuttosto riconoscibili dagli amanti della Disney: Paperino nei panni di Fred, i mendicanti poveri che chiedono la carità vengono direttamente dal mondo di Robin Hood e ancora notiamo Nonna Papera, Cip e Ciop, Lady Cocca, il Grillo Parlante, Pluto e tanti altri. 

    A CHRISTMAS CAROL DI ROBERT ZEMECKIS (2009)

    Ad oggi è il lungometraggio più fedele al romanzo per storia e tematiche trattate e sicuramente è classificabile tra quelli di maggiore successo. 

    Si contraddistingue per un’incredibile attenzione ai dettagli e la sua capacità di descrivere in immagini l’atmosfera del Natale. In questa rappresentazione ogni cosa diventa tangibile: dal freddo della città al calore delle case illuminate; si percepisce la sofferenza degli orfani e dei poveri affamati, ma anche l’entusiasmo dei bambini che giocano per strada. Sicuramente indispensabile alla resa del film è stato l’uso della motion capture. Nel cast sono presenti attori di spicco come Jim Carrey, Gary Oldman, Colin Firth e Bob Hoskins che prestano i movimenti per i loro rispettivi ruoli. 

    A CHRISTMAS CAROL – LA MINISERIE DARK FANTASY DI NICK MURPHY

    Uno degli adattamenti più recenti del romanzo è la miniserie di Steven Knight frutto della collaborazione tra FX e BBC. 

    La serie si articola in tre episodi, ciascuno dedicato a uno dei fantasmi del Natale. Si distacca notevolmente dal romanzo, proponendo un prodotto angosciante e cupo ai limiti dell’horror. Tali atmosfere sono rafforzate dai sorprendenti cambiamenti della trama.

    La miniserie non si focalizza solo su Scrooge ma anche sui personaggi secondari, ben caratterizzati e piuttosto diversi dal romanzo. 

    Lo Scrooge portato in scena è probabilmente il più spregevole e responsabile della propria sorte; Bob Cratchit disprezza apertamente Scrooge, non prova compassione per il suo capo; il nipote Fred prova indifferenza nei suoi confronti; Mary Cratchit, moglie di Bob, che nel romanzo è piuttosto marginale, gioca nella serie un ruolo centrale. Sarà proprio quest’ultima responsabile della visita che i tre fantasmi del Natale fanno a Scrooge. 

    Una serie che sicuramente racconta in maniera originale una storia che tutti conosciamo molto bene. Sicuramente una visione più cupa rispetto al romanzo, in cui viene posto l’accento sulla disillusione di Scrooge più che sul suo cambiamento interiore. 

    PERCHÉ PROPRIO A NATALE?

    Il Natale ha sicuramente una funzione significativa nella storia: per l’autore questa festività è un’occasione per guardarci allo specchio e analizzare a fondo sé stessi. Grazie ai fantasmi che lo visitano, Scrooge capisce i suoi errori e passa dall’essere un uomo avaro e insensibile nei confronti degli altri all’essere un uomo generoso e sensibile.

    Charles Dickens non si limita a raccontarci una storia di speranza, dove il protagonista esce dalla sua condizione di miseria morale per ritrovare il senso della vita e della felicità. Dickens non si limita a dirci che possiamo essere felici ma ci spiega anche come fare. 

    Nessun percorso di cambiamento può iniziare senza una presa di conoscenza. La visita del primo fantasma Jacob Marley (il suo socio in affari morto sette anni prima condannato a a trascinarsi dietro pesanti catene come pena da scontare per una vita vissuta sfruttando il prossimo) porta il protagonista a prendere coscienza di quello che sarà il suo destino. 

    Il secondo passo è la compassione per se stessi: grazie allo spirito del passato che mostra un ricordo dei tempi della scuola, nel quale tutti i bambini giocano e lui è rimasto solo all’interno dell’edificio, abituato ad avere i libri come unici compagni di giochi. La compassione per se stessi è fondamentale perché ci permette di capire le nostre sofferenze interiori, di accettarle e di perdonarci per gli errori commessi. È solo da questo momento che possiamo finalmente sentire di meritare davvero il meglio per noi stessi, non perché siamo perfetti ma perché ci vogliamo bene anche con le nostre imperfezioni. 

    Lo spirito del Natale del presente mostra a Scrooge l’importanza della gratitudine. Per essere felici bisogna essere grati per tutto ciò che si ha. Quante volte parliamo del “mai ‘na gioia”? Eppure basterebbe solo guardarci in torno con più attenzione per renderci conto di ricevere già tantissimo dalla vita. 

    Lo spirito del futuro è sicuramente quello che ci spaventa più di tutti. Quando Scrooge lo incontra è già convinto di voler migliorare ma è terrorizzato dall’idea che qualsiasi sua azione potrebbe non essere sufficiente. Dickens sembra proprio volerci dire di non farci bloccare dalla paura del futuro. 

    Alla fine, il messaggio più importante di Dickens è proprio che non importa quale sia la nostra età e quanto gravi siano gli errori da noi commessi: c’è sempre tempo per migliorare. Purché lo si voglia davvero.

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  • FILM D’ANIMAZIONE NATALIZI – GRANDI CLASSICI E UNA PERLA DA (RI)SCOPRIRE

    Vuoi per quell’atmosfera a tratti fantastica, vuoi per il maggior lasso di tempo trascorso in famiglia davanti alla televisione, o forse per quel desiderio comune di liberare il fanciullino presente in ognuno di noi e mai del tutto sopito, ma i cartoni animati sono una presenza costante nella vita di molti nel periodo natalizio.
    E se il Natale è spesso sinonimo di calore e tradizione, anche qui il primo pensiero va alla Disney. Non si può certo ignorare la bellezza e l’importanza di alcune Silly Symphonies degli anni 30 come Santa’s Workshop e The Night Before Christmas, titoli che magari non diranno molto al nostro lettore ma che senza dubbio rievocano alla mente immagini familiari, e che hanno avuto un ruolo fondamentale nel delineare la figura di Babbo Natale nell’immaginario collettivo. La tradizione Disney natalizia arriva fino ai giorni nostri, utilizzando in numerosi special televisivi i personaggi più amati: Topolino, Paperino, Winnie the Pooh, i protagonisti de La Bella e la Bestia e  Frozen, Phineas e Ferb, ecc…

    Ma è con il Canto di Natale di Topolino (Mickey’s Christmas Carol, Burny Mattinson, 1983) che abbiamo la miglior opera animata ambientata durante le festività natalizie, tratta dal racconto di Charles Dickens del 1843, uno dei più adattati nel corso della storia con risultati spesso grandiosi. Richard Williams vinse un Oscar con il suo corto omonimo del 1971. Festa in Casa Muppet, poi, è probabilmente il film più riuscito con i fantastici pupazzi creati da Jim Henson, mentre i Looney Tunes sono stati resuscitati nel 2006 con il delizioso Bah, Humduck! A Looney Tunes Christmas , ma nessuna delle trasposizioni della storia del vecchio Ebenezer Scrooge ha raggiunto la perfezione stilistica in meno di 30 minuti del capolavoro Disney. 
    Nemmeno Robert Zemeckis che, con A Christmas Caroldel 2009, suo secondo tentativo natalizio in motion capture5 anni dopo Polar Express, spinge l’acceleratore verso l’uncanny valley effect. 
    Abbiamo poi avuto storie originali meravigliose come il burtoniano Nightmare Before Christmas, diretto da Henry Selick nel 1993, o abominevoli come il volgarissimo Otto Notti di Follie (Eight Crazy Nights, Seth Kearseley, 2002), in cui Adam Sandler prova a fare un film sull’Hanukkah; senza contare che qualsiasi personaggio animato di successo ha avuto uno special natalizio dedicato, dai Peanuts a Shrek, dai Simpson ai protagonisti di Kung Fu Panda.

    Ma in mezzo a tutta questa opulenza natalizia made in USA sorprende davvero trovare un piccolo gioiello sull’altra sponda del Pacifico. Nel 2003 Satoshi Kon dona al mondo Tokyo Godfathers, una storia natalizia amara, a tratti inquietante, ma piena di cuore e autentico spirito natalizio, nonostante sia generalmente considerato l’anello più debole della purtroppo breve filmografia dell’animatore giapponese, che solitamente trova il suo genere di riferimento nel thriller.
    Nella notte di Natale una bambina in fasce viene trovata in uno sporco vicolo di Tokyo da un trio di senzatetto: Gin, ubriacone dal passato controverso che ha perso la sua famiglia da tempo; Miyuki, una ragazza adolescente scappata di casa; e Miss Hana, un travestito dal cuore d’oro che vede nella bimba, da lei ribattezzata Kiyoko, un’occasione per donare a qualcuno quell’amore che lei stessa non ha mai ricevuto nella sua infanzia. Ovviamente la loro condizione non è l’ideale per prendersi cura di una neonata e questo li porterà ad una ricerca dei genitori della bambina partendo da pochi indizi, per passare attraverso una serie di incontri con altri attori della vita di Tokyo, con momenti talvolta surreali e ironici, talvolta tragici e colmi di violenza, dove a ogni gesto di bontà corrisponde, magari dalla stessa persona, una crudeltà immane.
    Il sacrificio in un certo senso è uno dei temi principali del film. Ognuno dei nostri tre eroi dovrà essere pronto a sacrificare varie parti di sé: il desiderio di maternità, il proprio orgoglio, il senso di colpa, la paura di affrontare il proprio passato. Sì, perché nessuno dei personaggi del film è innocente, tantomeno i tre protagonisti.

    Chi vive la vita del vagabondo qui non lo fa per sfortuna o agenti esterni: Gin, Miyuki e Hana sono per strada per propria scelta. Hanno costruito, e distrutto, la propria vita con le loro mani. L’orgoglio, la vergogna, il senso di colpa sono emozioni più o meno giustificate, talvolta messe davvero in ridicolo da Kon. L’altruismo e l’egoismo qui diventano maschere reciproche: i tre si aiutano l’un l’altro, aiutano la bambina e per riflesso la sua famiglia, aiutano tutti coloro in cui si imbattono, anche quando questi non meriterebbe nulla. Tutti modi diversi di aiutare se stessi, di interrompere parabole autodistruttive, anche se magari non sono capaci di farlo. Questo vale forse più per Gin e Miyuki che per Hana, che a conti fatti non ha davvero nulla di serio da scontare col suo passato. Gin e Miyuki hanno bisogno di essere perdonati dalle persone a cui hanno fatto del male, anche se non lo ammettono. Hana annuncia di voler aiutare la bambina anche per riscuotere il proprio credito con la vita, perdonando simbolicamente chi l’ha abbandonata alla nascita. Ma ciò ha anche un risvolto egoistico, caricando la piccola Kiyoko di questa responsabilità immensa che per fortuna non è in grado di comprendere. E per fortuna “Dio ama veramente molto questa bambina”, come ripete sempre Hana. 
    E quel Dio, spesso protagonista assente negli special natalizi animati, qui viene nominato senza timore da un regista senza dubbio distante culturalmente dalle basi cristiane. La religione c’è, i personaggi pregano, anche dopo aver preso in giro chi prega, magari senza nemmeno crederci davvero ma quando una persona si trova nella fredda solitudine della strada, si aggrappa ad ogni ciocco di legno necessario per scaldarsi. E nella disperazione è facilissimo soccombere, innescando una catena di sofferenze anche per gli altri, se nulla e nessuno vi pone un freno.
    Tokyo Godfathers ci vuole dire che questo freno esiste, in forme e aspetti diversi da quelli che ci aspettiamo. Ma per accettare questo aiuto spesso il sacrificio del proprio orgoglio è vitale
    A dircelo in maniera così limpida è un uomo, Satoshi Kon, morto a soli 58 anni a causa di un tumore fulminante, che alla nobile arte dell’animazione ha donato ogni suo residuo di energie, e che avrebbe avuto ancora molto da insegnare: persino nella sua opera minore è riuscito a mostrarci il vero spirito di una festa tanto lontana da sé.

    Nicolò Cretaro

     

  • RECENSIONE ENCANTO – UN NUOVO TASSELLO NELL’IMMAGINARIO DISNEY

    Lo studio d'animazione più famoso al mondo torna sul grande schermo con Encanto, 60esimo classico Disney, diretto da Byron Howard e Jared Bush coadiuvati da Charise Castro Smith, in  quella che possiamo considerare una nuova tappa del giro del mondo Disney: dopo il Regno di Corona (essenzialmente la classica Europa centrale) in Rapunzel – L’Intreccio della Torre (Tangled, Nathan Greno e Byron Howard, 2010), i fiordi (norvegesi) di Arendelle in Frozen – Il Regno di Ghiaccio (Frozen, Chris Buck e Jennifer Lee, 2013) e Frozen II – Il Segreto di Arendelle (Frozen II, Buck e Lee, 2019), il Pacifico di Oceania (Moana, John Musker con Don Hall e Chris Williams, 2016) e il sud est asiatico di Raya e l’Ultimo Drago (Raya and the Last Dragon, Don Hall, Carlos Lòpez Estrada con Paul Briggs e John Ripa, 2021) stavolta ci troviamo in Colombia. I film sopracitati in effetti sembrano fare tutti parte dello stesso mondo fantasy, ma d’altronde la Disney ci ha sempre abituato ad una omogeneità stilistica ben definita nei suoi periodi più floridi, basti pensare al Rinascimento Disney dei primi anni ‘90 de La Sirenetta (The Little Mermaid, John Musker e Ron Clements, 1989),  La Bella e la Bestia (Beauty and the Beast, Gary Trousdale e Kirk Wise, 1991), Aladdin (Musker e Clements, 1992) e Il Re Leone (The Lion King, Roger Allers e Rob Minkoff, 1994), opere che effettivamente sembravano ambientate anch’esse nello stesso mondo. 
    Encanto poi non è il primo film Disney ad esplorare il Sudamerica, con Le Follie dell’Imperatore (The Emperor’s New Groove, Mark Dindal, 2000) avevamo già esplorato quei luoghi nell’epoca precolombiana, mentre la Pixar aveva già strizzato l’occhio al pubblico latino con Coco (Lee Unkrich, 2017).
    Ma venendo al film, la storia è un classico viaggio dell’eroe: nella famiglia Madrigal ogni membro ha un talento, che lo rende unico e che mette al servizio della comunità, tutti tranne la nostra protagonista Mirabel, per questo motivo di grande imbarazzo per tutti i suoi parenti e in particolare per sua nonna. Ma nel momento in cui la magia che permea la famiglia e la loro casa sembra venire meno, starà proprio a lei sistemare tutto quanto. Certo, il finale è abbastanza prevedibile, il messaggio finale per le giovani generazioni (un tipico it’s okay not to be okay) si intravede già nei primi dieci minuti ma non è un gran problema.

    Tagliando la testa al toro, ci troviamo probabilmente davanti al miglior film Disney degli ultimi anni, superato forse solo da Zootropolis (Zootopia, 2016) diretto dagli stessi Howard e Bush. Coloratissimo, capace di mostrarci tante ambientazioni interessanti nonostante il film sia ambientato per il 90 per cento del tempo nella casa dei Madrigal, in cui la stanza di ogni personaggio nasconde (letteralmente) un mondo. Curiosamente, come alla fine della visione di Zootropolis ci resta la curiosità di vedere molto di più dei numerosissimi quartieri della città, qui resta l’amaro in bocca per non aver scandagliato ogni angolo della casita. Nel poco spazio, sia letterale che figurato, a disposizione le stanze ci mostrano una varietà e una fantasia che nella sua potenziale grandezza il regno di Kumandra in Raya non ci aveva mostrato, e di certo la torre di Bruno in Encanto ricorda un po’ il deserto di Coda in Raya
    Varietà e fantasia che invece scarseggiano nel character design, in particolare dei personaggi maschili, con quelli più giovani che somigliano molto ai ragazzini protagonisti di Luca, lo zio Felix è un Maui a cui pare abbiano appiccicato un paio di baffi (e lo stesso doppiatore italiano, Fabrizio Vidale, accentua questo aspetto) e tutti gli altri che sembrano delle variazioni sul tema di Flynn Rider/Hans, e anche alcuni personaggi femminili ricordano molto l’Anna di Frozen. I personaggi più convincenti sono forse, da questo punto di vista, proprio Mirabel e le sue sorelle, nonché lo zio Bruno, per distacco il personaggio più interessante.

    Impossibile non parlare della colonna sonora, composta nuovamente da Lin-Manuel Miranda, il genio dietro Hamilton che in casa Disney ha già composto le canzoni di Oceania. Troviamo tutte le sue caratteristiche tipiche, dall’utilizzo delle sonorità tipiche del luogo di ambientazione del film mischiate al pop fino alle barre rap o pseudo tali, subendo molto l’influenza del guru del musical Disney Alan Menken, Molti dei brani si richiamano l’un l’altro intrecciandosi in un reprise continuo, abbiamo una classica happy village song a presentarci i personaggi (The Family Madrigal) e una i want song (Waiting On A Miracle) ad illustrarci il tormento interiore della nostra eroina, la malinconica Dos Oruguitas è la risposta Disney alla Remember Me di Coco e sicuramente i numeri musicali delle due sorelle sono gradevolissimi e attuali (Surface Pressure della sorella superforte Luisa e il duetto tra Mirabel e Isabela What Else Can I Do?) ma anche qui a fare la parte del leone è il tango di We Don't Talk About Bruno. 
    Piccolo disappunto per l’adattamento italiano, con alcuni doppiatori palesemente fuori contesto, alcune linee di dialogo stucchevoli e sovrabbondanti e versi delle canzoni non sempre comprensibili, tutte cose a cui il pubblico è abituato da sempre.
    In definitiva, Encantoè sicuramente uno spettacolo di suoni e colori, un'opera che sicuramente conquisterà il cuore dei fan Disney e dei più piccoli, che riesce ad esaltare i punti di forza dello studio tenendo sotto controllo i propri difetti, e in chiusura vanno spese anche due parole per Far From the Tree, cortometraggio a precedere il film, un nuovo piccolo gioiello capace di narrare in 5 minuti scarsi una storia perfetta e che ci fa continuare a sognare per una riscoperta dell’animazione tradizionale.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE ARCANE – IL TIE-IN PERFETTO

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    Nell’ambito del gaming competitivo si è vista l’ascesa, negli ultimi anni, di numerosi titoli di successo (basti pensare a Fortnite oppure Call of Duty Warzone), ma su tutti campeggia un nome, comparso nel 2009 e destinato a diventare un pilastro: League of Legends. Nato come mod di Dota e divenuto poi un IP vera e propria, il videogioco di casa Riot Games risulta ancora oggi uno degli MMO più giocati dagli utenti PC.

    Uno degli elementi più interessanti della produzione, oltre al gameplay (per i tempi) innovativo, sono i campioni: personaggi dalle sembianze umane, animali o mostruose, ognuno caratterizzato da abilità e da background differenti, portando alla creazione di un vero e proprio mondo da cui questi eroi e villain nascono ed agiscono. Era quindi solo questione di tempo prima che qualcuno si decidesse a creare un prodotto audiovisivo che seguisse le vicende di questi campioni ed è stata proprio Riot Games, in collaborazione con lo studio di animazione parigino Fortiche e la piattaforma di streaming Netflix, a portare alla creazione di Arcane, serie tv che conta 9 episodi, pubblicati in tre atti (ognuno da tre episodi) dal 6 al 20 Novembre.

    Due piccole premesse prima di partire: la recensione della serie prenderà in esame l’evoluzione delle vicende e dei personaggi attraverso i tre atti, comportando la necessità di dover parlare di alcuni avvenimenti considerabili spoiler (con la precisione nel passaggio tra il primo e secondo atto) e che potrebbero quindi rovinare l’esperienza per uno spettatore ancora ignaro dei fatti; inoltre, tutte le opinioni vengono espresse da un neofita del videogioco e della sua lore, ignorando quindi possibili riferimenti o easter egg presenti nella produzione.

    UN MONDO DI MAGIA E SCIENZA

    Piltover e Le Vie. Questi i luoghi in cui si svolgono le vicende della serie e che portano i vari personaggi che ci vengono presentati ad entrare in contatto tra loro, per accordarsi o scontrarsi, per stringere alleanze o dichiararsi guerra. Piltover è una città costiera, che fonda la propria ricchezza sulle rotte commerciali e le cui basi vantano le migliori scoperte scientifiche di tutto il continente, tralasciando però completamente tutto ciò che riguarda la magia (o Arcane, come viene definito nella serie); Le Vie sono invece un’intricata rete di edifici e passaggi sotterranei, costruiti proprio sotto Piltover ed utilizzati dai mercanti per i traffici illeciti ed illegali nella città “di sopra”.

    ATTO I: NASCITA

    Proprio nelle Vie crescono Vi e Powder, due sorelle rimaste orfane durante una precedente guerra tra le due città e cresciute dal mercante Vander, proprietario della locanda The Last Drop e “sindaco” della città sotterranea. Saranno loro le protagoniste della serie, che vediamo nel primo atto intente nel furto di alcuni oggetti di valore nella casa di Jayce Talis, giovane studioso dell’accademia alla ricerca di un modo per combinare scienza e arcane all’interno di alcune gemme, che durante il furto causano però un’esplosione, portando prima i ragazzi ad una incredibile fuga dai soldati e successivamente all’inasprimento dei rapporti tra le due città. Mentre le due ragazze ed i loro compagni rispondono delle proprie azioni a Vander e Jayce viene processato dal consiglio di Piltover, un nuovo personaggio tira di nascosto le fila delle Vie: Silco, vecchia conoscenza di Vander, è infatti un capo banda e produttore dello Shimmer, una sostanza capace di potenziare le prestazioni fisiche e la forza dei soggetti che ne fanno uso, creando in loro però una forte dipendenza ed alcune modifiche fisiche permanenti.

    La carne messa sul fuoco dal primo atto è parecchia ma la serie riesce sapientemente a dosare i tempi, presentando le origini dei personaggi in maniera eccezionale oltre ad introdurre con Silco uno dei villain meglio scritti in un prodotto di questo tipo. Con il finale del terzo episodio, la serie presenta due punti di svolta: nelle Vie scoppia una guerra, che si conclude con la morte di numerosi personaggi da parte di Silco e l’uccisione involontaria da parte della piccola Powder di alcuni suoi amici e del padre adottivo, avvenimento che porta all’aspra separazione delle due sorelle e all’avvicinamento di Powder verso Silco, che finirà per sostituire la figura paterna; nel frattempo a Piltover, Jayce con l’aiuto di un altro studioso di nome Viktor porta a termine i suoi esperimenti creando l’Extech, la perfetta e funzionante unione di scienza ed arcane.

    ATTO II: CONSEGUENZE

    Il secondo atto comincia presentando uno skip temporale di diversi anni, mostrando una Piltover estremamente più avanzata e arricchita grazie alla creazione di alcuni portali Extech, che rafforzano ulteriormente il ruolo della città nel commercio del continente, mentre le Vie, conosciute ora come lo Stato di Zaun, sono controllate da Silco ed i suoi uomini, tra cui spicca una Powder, ora conosciuta come Jinx, costretta a combattere i propri demoni e le conseguenze delle sue azioni. Le azioni del capo banda si espandono, però, a macchia d’olio anche nella città di sopra grazie alla corruzione di alcuni uomini di legge, portando disordini e scompiglio. Vengono qui introdotti i Firelights, gruppo criminale di Zaun che sembra contrastare le attività di Silco, e Caitlyn, vecchia conoscenza di Jayce, poliziotta con l’obiettivo di fermare le attività illecite della città e che decide di scarcerare Vi (finita precedentemente in prigione per alcuni furti) e di collaborare con lei per fermare Silco.

    In questo secondo atto l’azione, così presente nel primo, presenta un leggero calo in favore di una narrazione più personale (presentando comunque scontri mozzafiato nell’incipit della quarta puntata o sul finale della sesta), che esplora sempre più nel profondo le motivazioni e la morale dei personaggi rendendo palese la non presenza di una semplice (e limitante) divisione tra buoni e cattivi, ma rendendo invece palese la presenza di lati positivi e negativi presenti in ognuno di loro, creando un conflitto interno ai personaggi stessi che devono decidere quale strada seguire: il rimorso ed il dolore per Jinx, la ricerca di potere ed il controllo per Silco, la voglia di riscatto e l’istinto di protezione verso gli abitanti delle vie per Vi e si potrebbe continuare così per ogni personaggio presentato, andando a sottolineare ulteriormente la cura nella scrittura dei caratteri di questa serie.

    ATTO III: COLLISIONE

    Presentati i vari personaggi ed i loro obiettivi, il terzo atto è il punto di raccordo di tutte le linee narrative presentate finora, con Silco costretto al bivio tra il potere, da lui tanto bramato, e la “figlia” Jinx, quest’ultima che si ritrova a sua volta in un faccia a faccia con la sorella e con la scelta di chi vuole diventare veramente. Contemporaneamente Jayce, divenuto parte del consiglio di Piltover, deve scegliere tra la pace e la guerra, tra la stabilità del governo e le conseguenze  dei suoi esperimenti.

    Un atto che, se da un lato conclude in maniera impeccabile alcune linee narrative, ne apre anche di nuove per sfociare in un finale che (secondo il modello appena presentato) presenta la completa evoluzione di personaggi come Jinx e Vi e porta al termine l’arco narrativo di Silco, ma preparando al tempo stesso il terreno per le future stagioni, con una sequenza finale accompagnata dal brano “Goodbye” di Ramsey dall’alto tasso di epicità.

    UN RIUSCITO ESPERIMENTO VISIVO

    Ultimo elemento, ma sicuramente non per importanza, che eleva ulteriormente questa serie tra le varie produzioni animate della piattaforma di Netflix è proprio l’elemento visivo. Partendo da uno stile che può essere  accomunato ad una produzione come Spiderman: Into the Spider-Verse (Ramsey, Persichetti Jr. e Rothman; 2018), la serie presenta in realtà una ricerca visiva estremamente interessante e nuova, partendo in primis dalla modellazione dei personaggi, che presentano uno stile riconducibile ai trailer in computer grafica nell’ambito dei videogiochi, passando poi per l’utilizzo di luci al neon che donano alle ambientazioni quel mix di fantasy e steampunk, che si riflette poi anche nelle scene più movimentate e d’azione, con il viola dai tratti rosa shocking dello Shimmer ed il blu elettrico delle armi Extech, passando per le sfumature giallo-arancioni delle armi da fuoco e delle scintille e per il verde smeraldo degli hoverboard dei Firelights. 

    Un’ulteriore distinzione visiva è presente tra i tre atti: il primo sfrutta infatti uno stile di rappresentazione abbastanza classico, puntando sul (semi)realismo della computer grafica e presentando alcuni effetti visivi e di luce nelle scene in cui si presentano a schermo gli esperimenti sull’Extech e sullo Shimmer (con gli effetti sopra citati); il secondo atto, oltre a ripresentare i precedenti elementi, introduce la schizofrenia di Jinx, manifestata visivamente dalla comparsa improvvisa (creando un effetto tipico delle produzioni horror) di alcuni sketch di colore bianco che simulano quelli che si fanno sui propri diari segreti, come cuori attorno agli occhi o visi estremamente stilizzati e dalle curve taglienti; unendo questi elementi, il terzo atto introduce però anche alcune sequenze, proprie dei Firelights, in cui si presenta uno stile di disegno che ricorda quello dei graffiti di strada.

    Esempio della manifestazione della pazzia e delle paure di Jinx

    CONCLUSIONI

    A dodici anni dall’uscita del videogioco su computer, Riot Games si affida a Fortiche e a Netflix per realizzare una delle migliori serie animate degli ultimi anni. Partendo da una base interessante, la serie mette in scena personaggi ed eventi raccontati con una cura quasi straordinaria, senza contare la spettacolarità delle scene d’azione che trasudano epicità da ogni frame. Complice nel successo della produzione è anche lo stile grafico, che presenta una base di computer grafica di altissimo livello ed utilizza una commistione di stili differenti, costruendo una delle ambientazioni più belle ed uniche viste negli ultimi anni. In attesa di una (già annunciata) seconda stagione, non resta che sperare che una produzione di questo tipo faccia scuola, non solo nel campo della sperimentazione nell’animazione, ma anche in come si debba produrre un’opera cinematografica o televisiva tratta da un videogioco.

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  • RECENSIONE STRAPPARE LUNGO I BORDI – CHE FORMA POSSONO AVERE LE VITE DEGLI ALTRI?

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    “Pensavamo che bastasse strappare lungo i bordi e seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto sarebbe andato bene, perché avevamo diciassette anni e tutto il tempo del mondo.”

    Zero è un giovane romano con la passione per le merendine che nutre le sue ambizioni di diventare fumettista dando ripetizioni a ragazzini delle medie; il suo migliore amico è un armadillo, e non si separa mai dalla fedele maglietta nera con il teschio. Il lungo viaggio che dovrà percorrere verso Biella insieme ai suoi amici Secco e Sara, si offre a Zero come occasione per raccontarci di sé stesso, parlandoci del suo passato, dei suoi obiettivi, di Alice, a cui cerca di non pensare, di ciò che gli affolla la mente, e, soprattutto, per lamentarsi di quasi tutto ciò che lo circonda. Zero è logorroico, pensa troppo, ha la costante paura di cambiare, di fare un passo falso e distruggere quel fragile equilibrio che ha messo in piedi con fatica. I confini del suo mondo hanno la forma di una linea tratteggiata su un foglio, e noi non possiamo far altro che seguire le sue mani mentre strappano la carta per scoprire finalmente quale immagine ne verrà fuori.

    Uscita da pochi giorni su Netflix, Strappare lungo i bordi è una serie tv di appena sei puntate, scritta, disegnata e animata dal fumettista romano Zerocalcare. L’autore ha anche dato la voce a tutti i personaggi, ad eccezione dell’armadillo, doppiato meravigliosamente da Valerio Mastandrea. Per chi non dovesse conoscere gli splendidi albi a fumetti di Zerocalcare (che naturalmente vi invitiamo a recuperare il prima possibile), il protagonista di ogni storia è l’alter-ego dell’autore, Zero, accompagnato dall’armadillo, la voce della sua coscienza che, con una buona dose di sarcasmo e qualche battuta pungente, lo guida nel percorso della sua esistenza. I sei episodi si sviluppano secondo un tipo di narrazione molto cara all’autore: il viaggio di Zero con gli amici Sara e Secco lega tra loro come un filo conduttore tante piccole storie, distribuite lungo quella principale come i rami di un albero. Il tutto accompagnato da disegni e animazioni curati nei minimi dettagli, e soprattutto da una splendida colonna sonora, composta sia di brani conosciuti (abbiamo ad esempio Tiziano Ferro e gli M83) sia di tracce inedite, contenute nell’album Strappati lungo i bordi di Giancane.

    Il tasto “prossimo episodio” di Netflix non vi sarà mai così utile: Zerocalcare riesce a tenere incollati allo schermo gli spettatori, grazie a una narrazione coinvolgente, fatta di scene e personaggi indimenticabili, che si susseguono come farebbero dei piccoli aneddoti durante una chiacchierata con un amico di vecchia data. Non mancano sicuramente le risate, che sia per l’ironia graffiante tipica dell’autore o per le geniali citazioni alla cultura popolare; eppure si avverte costantemente un’atmosfera di malinconia, di nostalgia verso un passato in cui si era spensierati, mescolata a momenti in cui Zero riflette sul suo senso di inadeguatezza nei confronti del mondo. Perché siamo solo fili d’erba e al mondo non importa di noi, qualsiasi cosa facciamo “continua a girare con la frustrante placidità con cui è sempre girato”. Ed è nel finale che tutto ci colpisce, nel momento in cui avviene la realizzazione, come una coltellata alla schiena. Si ride, si riflette, ci si rivede in qualche parola, ma alla fine ci si commuove. Guardiamo la nostra vita, poi le vite degli altri e poi ancora la nostra, fino a trovarci qualcosa di sbagliato: il nostro foglio strappato non segue una logica, mentre quello degli altri sembra sempre formare una figura perfetta. E se non fosse così? Se in realtà anche i fogli degli altri fossero soltanto carta straccia pronta per essere lanciata nel cestino?

    Strappare lungo i bordi è il prodotto che ci si aspetterebbe da un autore come Zerocalcare: le pagine di un diario, un flusso di coscienza che si sposta tra il racconto di un viaggio e i pensieri invasivi di un giovane non ancora sicuro di essere abbastanza per il mondo che lo circonda. Zero, con le sue sopracciglia disegnate a pennarello e la maglietta con il teschio, non riesce a seguire la linea tratteggiata che gli si para davanti; invece continua a strappare a caso, a volte si ferma, per paura di rovinare tutto, a volte le sue mani si muovono sul foglio ad occhi chiusi. E la sua narrazione non può far altro che trasportarci tra risate e punti interrogativi, fino a lasciarci con un messaggio amaro, ma sotto sotto ricco di una speranza di cui ora più che mai abbiamo bisogno. Tenete da parte una vaschetta di gelato e magari un pacco di fazzoletti, Strappare lungo i bordi vi travolgerà con un vortice di emozioni inaspettate. Che dire, Zero, volevamo solo guardare una serie, mica fare psicoterapia!

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  • RECENSIONE STAR WARS VISIONS – ANTOLOGIA ANIMATA DELLA GALASSIA LONTANA

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    Star Wars: Visions è un progetto dall’interesse molto più alto rispetto alle altre serie animate di Star Wars. Le visioni del titolo sono le prospettive offerte da sette studi d’animazione giapponesi sull’universo creato da George Lucas: nove cortometraggi che esplorano ciascuno storie e personaggi diversi dagli Skywalker o dai Palpatine di turno, uniti solo da alcuni elementi narrativi che condividono con i film.

    Dopo più di quarant’anni di vita del franchise, sembra quasi un cliché ricordare l’enorme e dichiarato debito nei confronti del cinema di Akira Kurosawa, in particolare I Sette Samurai e La Fortezza Nascosta, senza i quali non esisterebbe lo Star Wars che conosciamo. Tuttavia, nonostante l’ispirazione del cinema del Maestro sia cosa ormai nota, sono state anche curiosamente rare le esplicite incursioni del franchise in questo preciso immaginario cinematografico, relegato forse soltanto ad alcuni episodi di The Mandalorian, dato che gli autori di Star Wars hanno preferito ricorrere al più familiare -per gli spettatori occidentali, si intende- genere western. Questa premessa non è per affrontare una complessa questione di generi e influenze che meriterebbe uno spazio più ampio, ma solo per dire che il richiamo al cinema di Kurosawa è più esplicito che mai nel primo episodio, Il duello, che è anche il migliore della stagione. In bianco e nero, con qualche accenno di colore e pure l’effetto pellicola ad aggiungere un fascino vintage, la storia del rōnin che protegge un villaggio dalle prepotenze di una guerriera sith possiede sia il respiro epico di una classica storia di Star Wars che quello di un film di genere jidai-geki.

    Ma questo non vuole dire che l’intera stagione di Visions richiami questo genere fondante del cinema giapponese. Il cortometraggio successivo va in una direzione molto più familiare e rassicurante: se Il duello riveste una storia familiare di un abito nuovo -rispetto al franchise di Star Wars- Rapsodia su Tatooine richiama ambientazioni e personaggi familiari (su tutti Boba Fett, antagonista principale dell’episodio) per una classica storia di riscatto e amicizia. L’episodio ancora successivo, I gemelli è una storia di tradimento e legami di sangue con uno stile iper-dinamico e semplice.

    Questi sono solo i primi dei cortometraggi che compongono la prima stagione di Star Wars: Visions. Nonostante siano concettualmente molto vicini, siamo lontani dal contemporaneo What If…? di casa Marvel Studios: gli episodi di Visions non sono tasselli della storia più ampia della Saga ma, appunto, visioni, suggerimenti creativi di nuove storie, nuovi volti, nuove estetiche. Non a caso, i nove corti sono stati realizzati da sette diversi studi di animazione, per garantire delle visioni più originali e diverse possibili.

    La qualità dei disegni e delle animazioni è sempre ottima, e la varietà di stili è di certo il pregio maggiore di questa stagione, dai personaggi stilizzati di Akakiri e T0-B1 alla ricchezza di dettagli di Lop & Ocho e del già citato Il duello. Per quanto riguarda le storie, invece, la qualità è un po’ più discontinua: nel complesso le storie sono discrete, anche se la durata breve degli episodi gioca forse a svantaggio di alcuni di questi.

    Trascurate del tutto le preoccupazioni circa la -non esistente- canonicità delle storie, la domanda riguarda il metro di giudizio ideale per valutare questa raccolta di cortometraggi all’interno del brand Star Wars. Quali sono i migliori, quelli più fedeli all’estetica della Saga oppure quelli che intraprendono una strada più originale? La risposta non è così semplice e dipende da ciò che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, gusto personale. Dipende cioè in larga parte dalla capacità del singolo, fan di Star Wars o meno, di abbandonare l’aspettativa, creata da decenni di film e serie tv, su ciò che Star Wars dovrebbe o non dovrebbe essere; o, in parole povere, dalla capacità di lasciarsi stupire dalle reinterpretazioni di una storia arcinota.

    Star Wars: Visions è difficile da valutare proprio per l’estrema varietà, nel bene e nel male, dei cortometraggi proposti: ma, anche per la sua natura eccentrica all’interno di un franchise che ha corso numerose volte il rischio di ristagnare in un riciclo di idee trite e situazioni abusate, il giudizio di chi scrive è positivo. È una sperimentazione molto relativa: il marchio Disney è sempre ben presente, e in molti casi l’approccio family-friendly della casa del Topo stride con il respiro epico di alcune storie che avrebbero giovato di una libertà ancora maggiore. Nonostante Star Wars: Visions difficilmente rappresenterà il primo passo per una maggiore creatività nella gestione del brand Star Wars, è comunque una interessante divagazione rispetto alla galassia lontana lontana cui siamo abituati e per una volta è consigliata anche a chi non è già fan della Saga, ma vorrebbe cominciare a comprendere il fascino che esercita su milioni di spettatori in tutto il mondo.

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  • DESTINO – QUANDO DISNEY COLLABORÒ CON DALÌ

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    Era il 1946 quando Walt Disney, in collaborazione con Salvador Dalì, avviò un progetto ambizioso e curioso. Il cortometraggio Destino fu terminato solo nel 2003 dalla Walt Disney Company, per mancanza di fondi all’epoca del suo iniziale sviluppo a causa della Seconda guerra mondiale. Solo i primi secondi infatti riuscirono ad essere creati, e mantennero il loro fascino per ben 58 anni, quando Roy, il bisnipote di Walt Disney, decise di riprendere in mano il progetto. Un tempismo particolare che permise di coronare le aspirazioni di Walt Disney, Dalì e Hench (artista Disney che contribuì con molti bozzetti) sommando la computer grafica all’animazione classica, in un’ottica di avanguardismo tecnologico. Vediamo raccontata, in sei minuti, una tragica storia d’amore tra il Tempo personificato e una donna mortale, una bellissima e leggiadra ballerina. La trama si sviluppa all’interno di ambientazioni surreali, in cui è evidente la firma dell’artista, che vanno a richiamare quei processi onirici tanto cari a Dalì. In questo paesaggio surrealista la ballerina si muove aggraziata andando alla ricerca della sua anima gemella, in luoghi mutanti in cui non mancano ostacoli che si frappongono tra lei e il suo oggetto del desiderio. Questa disperata ricerca dell’amore è un tema ricorrente nei film Disney, e non è improbabile che ci siano legami tra la donna e le principesse dei più grandi classici. L’itinerario che percorre è costellato di simboli maschili (torre e piramide) e simboli femminili (conchiglia, fontana) che portano con sé diverse allegorie: amori effimeri, la società che giudica, luoghi di conforto dove rifugiarsi momentaneamente. Giungerà il momento in cui la bellissima ballerina riuscirà a toccare i vertici emotivi del suo viaggio e, con una danza sinuosa e armoniosa, porterà il destino a cedere: la statua di Crono si romperà e la figura umana che impersonifica il Tempo uscirà fuori, libera per pochissimo. Nuovi impedimenti si interporranno tra i due, finché il Tempo non tornerà alla sua vera dimensione. La ragazza si scioglierà, la statua verrà ricomposta. 

    La colonna sonora che accompagna il racconto è composta dalle note del compositore messicano Armando Dominguez, che perfettamente si adattano alle atmosfere che si desiderava trasmettere. Tuttavia il caricamento del corto su youtube portò gli utenti a tentare le più fantasiose combinazioni e i più impensabili accostamenti, arrivando talvolta a risultati eccezionali, come con il brano Time dei Pink Floyd, che inaspettatamente vi si adatta molto bene.

    All’epoca della sua realizzazione iniziale fu difficile contenere l’entusiasmo di Dalì di fronte al progetto. L’animazione si era rivelata la risposta alle sue ricerche creative per un mondo mutante di esseri distorti. Troppe idee e una frenesia tale da non riuscire a realizzarle tutte risultarono in otto mesi di lavoro solamente per pochi secondi. Addirittura l’artista pretese di avere animali veri in studio a cui ispirarsi. Chiaramente il suo estro e il suo entusiasmo non furono facili da conciliare con la situazione dei debiti che imperversava. Così il cortometraggio fu abbandonato, ma il suo potenziale intrinseco riuscì a fare in modo che questa idea non smettesse di affascinare, fino al suo vero e proprio compimento.

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  • RECENSIONE EVANGELION: 3.0+1.0 THRICE UPON A TIME – LA FINE DI UN VIAGGIO

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    Parlare di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time non è un impresa facile e soprattutto non è possibile farlo senza tirare in ballo il mondo intero di Neon Genesis Evangelion, creato da quel folle visionario di Hideaki Anno. Un mondo, limitandoci alle sole opere cinematografiche/seriali, costituito dalla serie originale di 26 episodi, due film di cui uno dedicato alla conclusione della serie e 4 film che compongono la Rebuild, una nuova storia, che parte dallo stesso incipit della serie e poi devia in un nuovo percorso narrativo che culmina con la pellicola di cui andiamo qui a parlare, che risulta essere impossibile da comprendere senza la visione dei film precedenti, essendone un seguito diretto. Il concetto di finale per i fan di Evangelion è sempre stato problematico: se il finale della serie risultava essere estremamente astratto a causa anche del minimo budget a disposizione, il film The End of Evangelion (adorato dal sottoscritto) non era riuscito a soddisfare la maggior parte del pubblico, a causa anche in questo caso del delirio psichedelico messo in scena e scaturito dalla mente visionaria di Anno. Si arriva dunque dopo 26 anni dalla serie originale a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, il finale della Rebuild, film lungamente atteso e di lunghissima gestazione a causa anche della crisi personale di Anno che ha portato ad un rigetto verso l’animazione e verso il mondo stesso di Evangelion.

    Si riparte dunque da dove eravamo rimasti alla fine del precedente Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo.  In seguito al Fourth Impact, rimasti senza i loro Evangelion, Shinji, Asuka, e Rei cercano rifugio nei desolanti e rossi resti di Tokyo-3. Ma il pericolo della fine del mondo è ancora lontano dall’essere scomparso. Un nuovo Impact sembra arrivare all’orizzonte e sarà quello che porterà alla vera fine di Evangelion.

    Il film  si presenta quasi subito come diverso rispetto agli altri componenti della tetralogia, prima di tutto nella durata, decisamente più lunga, e nel ritmo, molto più rilassato nella prima metà, con atmosfere più serene e a tratti bucoliche, lontano dalla frenesia che ha sempre caratterizzato tutto il mondo di Evangelion. La pellicola, realizzata con un misto tra CGI e tecnica di disegno tradizionale, raggiunge una magnificenza visiva mai ottenuta in nessun altro prodotto legato a questo brand e riprende dai film precedenti il gusto per le scene di azione esagerate e altamente spettacolari, caratterizzate da una regia estremamente dinamica e mai così ispirata, eliminando la messa in scena confusionaria riscontrata a tratti negli altri capitoli della tetralogia. Anno, da buon cinefilo, omaggia apertamente numerose pellicole, come Matrix, PaprikaThe Truman Show, e registi come Cronemberg e Kubrick, con alcune sequenze psichedeliche ispirate direttamente a 2001: Odissea nello spazio, o addirittura pittori come Magritte, aprendosi sul finale anche al metacinema. Visivamente omaggia anche il vecchio ciclo di Evangelion, con inquadrature riprese esattamente dal folle The End of Evangelion, e lo stesso finale della serie originale, con intere scene realizzate con bozze di disegni, che nel passato erano state utilizzate per mancanza di budget e in questo caso vengono trasformate in un mezzo cinematografico per rappresentare i ricordi, vaghi e meno dettagliati esattamente come nelle nostre menti, o per rappresentare il concetto stesso di creazione, di genesi del mondo, similmente al processo creativo con cui avviene la realizzazione di un’opera d’arte.

    Una delle forze principali del mondo di Evangelion è sempre stata la costruzione della narrazione sulla base di argomenti complessi, dalla religione alla psicologia, alla crescita di ragazzi a cui è stata rubata la naturale maturazione da adulti egoisti, uniti con il puro cinema di intrattenimento. Questo ha sempre portato con sé una notevole dose di spaesamento nello spettatore, in quanto la narrazione e lo sviluppo del mistero non avveniva mai in maniera perfettamente comprensibile, con la chiarezza espositiva spesso sacrificata sull’altare della spettacolarità visiva. Quest’ultima pellicola continua in questo percorso, facendoci perdere in questo enorme e complesso mondo costruito da Anno. Ed è proprio in questo che, secondo il sottoscritto, sta la chiave di lettura dell’intero progetto di Evangelion e che i fan più accaniti probabilmente non accetteranno mai: dopo 26 anni, possiamo tranquillamente affermare che ad Anno non interessa più di tanto far capire agli spettatori per filo e per segno tutte le informazioni con cui vengono bombardati. La cosa più importante di questa meravigliosa storia non è (esattamente come in Lost) il mistero su cui viene costruita la vicenda, ma i personaggi, i suoi meravigliosi e iconici personaggi. Tutto questo mondo non è altro che l’involucro della crescita di Shinji, Asuka, Rei (la cui parabola in questo film è da lacrime) e Misato, vero mastice che tiene insieme con forza questo mix di esplosioni, botte da orbi, angeli, Dio e Freud.  Lo stesso Gendo, il villain finale, viene umanizzato e approfondito rispetto alla storia originale e finalmente ci viene regalato il tanto atteso confronto con il figlio Shinji. 

    Questa saga Rebuild è stata una nuova occasione per tutti, per i personaggi e per Anno, che in 26 anni è cambiato come persona e come artista, ha attraversato un periodo di depressione ed è rinato, cresciuto, come il protagonista Shinji, mettendo tutto sé stesso in questa nuova epopea in qualche modo autobiografica. I Children hanno finalmente trovato il loro posto nel mondo e Anno con loro, entrando definitivamente nella storia del cinema di animazione e del cinema in generale con una delle opere più ambiziose mai realizzate. Congratulazioni Anno!

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  • RECENSIONE STAR WARS THE BAD BATCH – UNA GALASSIA FIN TROPPO FAMILIARE

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    Quello di Dave Filoni è un nome che, nel bene e nel male, è sulla bocca di tutti i fan di Star Wars: co-autore di tutte le serie d’animazione ambientate nella galassia lontana lontana (The Clone Wars, Rebels e Resistance), nonché produttore esecutivo, sceneggiatore e regista per The Mandalorian, negli ultimi anni il suo lavoro nell’universo creato da George Lucas si è concentrato sulle serie televisive in cui ha creato alcuni dei personaggi più amati del franchise.

    The Bad Batch è il proseguimento ideale di The Clone Wars, la cui eccellente stagione finale uscita nel 2020 stabiliva le basi per questo spin-off con l’introduzione dell’omonima Bad Batch, una squadra altamente specializzata di quei cloni soldato introdotti in L’attacco dei Cloni. La serie prende le mosse dall’Ordine 66 visto in conclusione della trilogia prequel: i cavalieri Jedi sono stati eliminati, Palpatine è diventato imperatore e la Repubblica sta venendo smantellata in favore dell’Impero Galattico. La Bad Batch, finita la Guerra dei Cloni, deve decidere per quale causa combattere e affrontare il tradimento di uno dei loro.

    Sul lato estetico, è tra i punti più alti mai raggiunti in una serie d’animazione occidentale. L’ultima stagione di The Clone Wars aveva già lasciato a bocca aperta per l’altissima qualità della CGI e delle animazioni, ma The Bad Batch va oltre: gli establishing shots che introducono i pianeti raggiungono livelli di dettaglio che non sfigurerebbero affatto in uno dei film Pixar degli ultimi anni. Questo aspetto non è secondario, men che meno in un franchise che fa dell’impatto visivo elemento imprescindibile del proprio world-building. Anche in questo la serie non delude: ogni pianeta presenta uno stile unico che lo rende interessante e diverso dagli altri, ed è ricco di personaggi secondari e specie aliene uniche. L’atmosfera avventurosa di Star Wars, insomma, si respira appieno.

    Ciò che lascia a desiderare sono i personaggi e le storie raccontate in questa stagione. Non perché la serie sia carente in caratterizzazioni o nello sviluppo della trama, ma perché non si prende nemmeno dei rischi nel portare avanti questa nuova ramificazione della saga.

    È una difficoltà insita nell’introdurre una nuova serie e nuovi protagonisti, e nemmeno The Clone Wars e Rebels sono riusciti a evitarla nelle loro prime stagioni, ma in The Bad Batch risulta particolarmente fastidiosa. Il potenziale di questo capitolo della Saga viene sfruttato solo in alcuni episodi, non a caso i migliori -nello specifico in apertura e in chiusura di stagione-: solo in questi viene esplorata appieno l’epoca di transizione, idealmente dall’epica guerriera dei prequel alle influenze western di Una Nuova Speranza, e viene pure accennata l’origine degli iconici stormtroopers visti per la prima volta nel suddetto film. Per il resto, invece, la serie si accontenta di riproporre situazioni e personaggi talmente archetipici da diventare stereotipati, a partire dalla squadra di protagonisti. 

    Non è una novità né, come si diceva, una colpa esclusiva di The Bad Batch: Star Wars, da sempre è una saga che fa delle ripetizioni mitiche uno dei suoi aspetti fondativi. Il famigerato “È come una poesia, con le sue rime” detto da George Lucas, la concezione dei film (e delle serie) come un grande poema epico fatto di rime e ricorsi della storia, è ciò che rende affascinante questo universo fantasy travestito da fantascienza. Da parte degli autori di Star Wars, tuttavia, questo mandato diventa spesso e volentieri una cattiva abitudine che fa scadere il fascino dell’archetipo nell’assenza di originalità, gli omaggi alla Saga nel fanservice fine a sé stesso. E purtroppo The Bad Batch, con tutti i suoi innegabili pregi, non fa eccezione in questo.

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  • RECENSIONE LUCA – IL FILM PIXAR “ITALIANO”

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    Luca, ventiquattresimo film PIXAR ed esordio al lungometraggio del genovese Enrico Casarosa (già autore del sublime corto La luna), si apre di notte, con una barca da pesca che naviga verso un’isoletta che ricorda gli iconici scogli di Aci Trezza del viscontiano La terra trema. A bordo vi sono due pescatori, un vecchio e un giovane: indossano entrambi la coppola, parlano di inquietanti leggende del mare, prorompono in esclamazioni come “Per mille sardine!” e, per sentirsi più a loro agio, hanno persino un grammofono che fa risuonare l’aria O mio babbino caro dal Gianni Schicchi di Puccini nella placida notte ligure.

    Con questo attacco, Casarosa trasporta l’audience globale della PIXAR nel Belpaese, nella sua patria da lungo tempo abbandonata per inseguire il sogno del cinema in America. In Lucacoming of age di due giovani mostri marini, Luca e Alberto, che negli anni ‘60 vogliono provare a vivere come umani sulla terraferma e si imbarcano in una divertente avventura estiva nell’immaginario borgo ligure di Portorosso – l’Italia è rappresentata come il luogo del godimento della vita: il film trabocca di calore umano, colori, gelato, frutta, pasta, libri, cinema (dalla nonnina addormentata davanti alla mangiata finale de I soliti ignoti di Monicelli alla locandina di Vacanze romane di Wyler, passando per la foto di Marcello Mastroianni appesa sullo specchietto di una moto). In tal senso ha ragione chi ha paragonato il film a Chiamami col tuo nome di Guadagnino, altra pellicola che rappresenta l’Italia come patria del piacere dei sensi, in cui chi giunge dall’esterno (là l’americano Oliver, qua Luca e Alberto) può lasciarsi alle spalle i doveri, i timori e le limitazioni della “vita vera” e immergersi nell’italico locus amoenus.

    Per uno spettatore straniero – e statunitense in particolare – le avventure estive di Luca e Alberto devono apparire come un meraviglioso viaggio in questa sorta di paradisiaco e nostalgico parco di divertimenti. Per noi italiani, invece, resta soprattutto il piacere di rivivere i nostri luoghi e le nostre infanzie in una dimensione idealizzata (e affettuosamente stereotipata), che Casarosa e gli artisti visuali della PIXAR hanno ricreato con impressionante cura del dettaglio (che, ahinoi, siamo costretti a fruire solo su Disney+): dai tipici bicchieri da trattoria alle insegne dei bar, dai portici ai classici carruggi liguri, fino all’intera Portorosso, che pare davvero la fotocopia di Vernazza, una delle Cinque Terre. Il tutto, naturalmente, pervaso da voci mitiche della musica italiana, da Mina a Gianni Morandi, passando per Rita Pavone e Edoardo Bennato. 

    In tutta questa attenzione alla dimensione visiva, però, manca forse la visionarietà a cui la PIXAR ci ha abituato: non c’è, insomma, l’intuizione folgorante, l’immagine capace di farsi portatrice del senso del film (il topo sotto il cappello o la casa sollevata dai palloncini, per capirci). Anche la costruzione della storia e dei personaggi – pur pienamente coerente e tutto sommato inattaccabile – risulta molto semplice e non solo da un punto di vista narrativo (chiaramente in tal senso non vi è la complessità di Inside Out o Soul), ma anche e soprattutto emotivo: film come Up o Coco, forse le pellicole PIXAR concettualmente più vicine a Luca, hanno tutto un altro spessore e mettono in campo uno spettro emozionale che, purtroppo, l’amarcord italiano di Casarosa non riesce a coprire. Certo, i valori dell’amicizia, della famiglia e dell’accettazione dell’altro – temi cardine della poetica dello studio d’animazione statunitense – appaiono ben chiari anche qui, ma sono espressi in maniera molto più lineare e bidimensionale del solito e anche alcuni personaggi di contorno, dai genitori di Luca al villain Ercole Visconti, sono tutt’altro che memorabili.

    Nel complesso Luca, pur non avendo il fascino e la complessità di altre avventure PIXAR o di un film del citatissimo Hayao Miyazaki (del quale almeno Ponyo sulla scogliera è abbondantemente ripreso in tantissime idee visive), resta comunque una pellicola di animazione superiore alla media, cinefila (la bella sequenza finale riecheggia nientepopodimeno che quella de I vitelloni di Fellini) e visivamente scintillante, capace di immergere il pubblico internazionale nell’Italian way of life e in un universo di piccoli e grandi piaceri quotidiani che, ora possiamo dirlo, tutto il mondo ci invidia.

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