Category: Approfondimenti

  • 5 FILM D’INCHIESTA POLITICA: LA STAMPA CONTRO I POTERI ISTITUZIONALI

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    Da Erin Brockovich al Caso Spotlight, il cinema d’inchiesta è un genere ricco e differenziato che, tra finzione e racconto di fatti veri, in più di un’occasione ha saputo essere testimone di scandali ed eventi a volte sconosciuti al grande pubblico. 

    Vista l’infinità di titoli che si potrebbero citare, in questo articolo proponiamo cinque titoli in cui è il quarto potere, la stampa, ad indagare sull’istituzione. Giudici, senatori e presidenti invischiati in scandali e casi da prima pagina. Burattinai o marionette in giochi di potere e interessi politici sempre più ampi e complicati. Ad indagare il giornalismo, quello serio, quello fatto bene, a guardia dell’interesse collettivo. 

    GOODNIGHT AND GOOD LUCK

    “Ci proclamiamo, e in effetti lo siamo, difensori della libertà ovunque essa continui a esistere nel mondo, ma non possiamo difenderla altrove se a casa nostra la calpestiamo”

    Film del 2005, diretto da George Clooney (all’epoca alla sua seconda prova da regista) Goodnight and Good Luck racconta la storia vera del giornalista Edward Murrow, anchorman della CBS. Ambientato nel 1953, quando negli Stati Uniti il Senatore McCarthy diede inizio a una feroce caccia alle streghe contro i comunisti o i sospetti simpatizzanti. Vere e proprie liste di proscrizione portarono a licenziamenti, aule di tribunale e persino suicidi, e spesso i presunti “colpevoli” venivano accusati con prove minime o inesistenti. Murrow (un intenso David Strathairn) e il suo team (interpretato da un meraviglioso cast corale) indagarono sui mezzi utilizzati dal senatore, e fecero luce sulle sue ingiustizie, in un momento in cui questo poteva significare attirare su di sé pesanti accuse. 

    TRUTH – IL PREZZO DELLA VERITÀ

    Truth – Il prezzo della verità (James Vanderbilt, 2015) è l’adattamento cinematografico delle memorie della giornalista Mary Maps, produttrice della trasmissione giornalistica 60 seconds della CBS. La vicenda del film è ambientata nel 2004, durante la campagna elettorale per il secondo mandato di George W. Bush, quando Mary (Cate Blanchette) inizia a indagare sul passato militare dell’allora Presidente. L’indagine ruota tutta attorno alla presunta autenticità di alcuni documenti che proverebbero certi trattamenti di favore ricevuti da Bush, durante il suo periodo di arruolamento. Appoggiata da Dan Rather (Robert Redford), volto del programma, e da tutta la squadra della trasmissione, Mary si ritroverà coinvolta in una contro inchiesta, accusata di aver mosso accuse infondate e guidate dall’interesse politico. La pellicola, pur incaponendosi a volte in modo eccessivo su dettagli ripetitivi, dimostra come a volte far luce sulla verità voglia dire rischiare tutto, sia a livello personale che a livello professionale. 

    TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

    Pietra miliare del genere, omaggio al giornalismo americano, Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976) ripercorre la storia di una delle inchieste giornalistiche più importanti degli Stati Uniti, condotta da due giornalisti del Washington Post, che portò, nel 1974, allo scandalo Watergate e alle successive dimissioni del Presidente Nixon. Il film, inserito dall’American Film Institute nella lista dei 100 migliori film statunitensi, vede Robert Redford e Dustin Hoffman al centro di un’indagine complessa e delicata, complicata ulteriormente dalla diffusa omertà dell’ambiente politico. Intercettazioni, informatori segreti e l’iniziale scetticismo dell’opinione pubblica sono raccontati con minuzia di particolari e illustrano la vicenda che lentamente portò a galla i meccanismi di controllo e spionaggio che coinvolgevano tutte le più alte sfere della politica statunitense.

    THE POST

    È invece del 2017 il film che ripercorre i fatti, forse meno noti, che portarono alla pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti top secret del dipartimento della difesa degli Stati Uniti scoperti e pubblicati appena un anno prima dello scandalo Watergate. La vicenda raccontata in The Post ha inizio quando parte di quei documenti finisce sulle pagine del News York Times, la cui inchiesta viene però stroncata sul nascere dalla Corte Suprema. In seguito è il Washington Post a indagare sul caso e a rendere pubblici tutti i dettagli di uno scandalo che vede coinvolti quattro diversi presidenti nella gestione totalmente errata della disastrosa guerra del Vietnam. 

    Protagonista della pellicola di Steven Spielberg è Katharine Graham, prima donna proprietaria del Post, interpretata da Meryl Streep. È lei, insieme al direttore del giornale Ben Bradlee (Tom Hanks) a dover decidere, nonostante l’enorme rischio, se pubblicare o no, se continuare a indagare o se diventare complice dell’insabbiamento. Ma alla fine “la stampa serve chi è governato, non chi governa“, e la decisione presa si rivela giusta, coraggiosa e vincente. 

    IL RAPPORTO PELICAN

    Film bonus di questo elenco, l’unico a non essere tratto da una storia vera, è Il Rapporto Pelican, del 1993. Quasi vent’anni dopo Tutti gli uomini del presidente, Alan J. Pakula torna a dirigere una storia di interessi politici ed economici, che illustra come la nomina di due giudici della Corte Suprema possa spostare non solo i favori politici, ma tutti gli equilibri di una nazione. Quando due giudici vengono uccisi in circostanze misteriose è Darby Shaw, giovane studentessa di legge interpretata da Julia Roberts, a indagare sul caso. Le sue ricerche la porteranno a redigere un dettagliato rapporto che farà tremare la Casa Bianca. Aiutata soltanto da un giornalista del Washington Herald (Denzel Washington), Darby diventa un obiettivo da eliminare per evitare che un enorme scandalo finisca in prima pagina. 

    Tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham, Il Rapporto Pelican porta sullo schermo una vicenda complessa e a tratti macchinosa, che riesce però a mostrare come gli interessi politici ed economici siano troppo spesso, purtroppo, motore degli avvenimenti del mondo. 

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  • LA MALATTIA MENTALE NEI FILM

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    La malattia mentale è un tema trattato frequentemente nei film, ma la sua rappresentazione può variare molto a seconda delle epoche e dei registi. Alcuni film raccontano la follia con accezione negativa, in cui il malato è  rappresentato come imprevedibile, violento e socialmente pericoloso. Tra questi ricordiamo Shining (S. Kubrick, 1980) o  Psycho (A. Hitchcock, 1960), che ci hanno regalato due delle migliori rappresentazioni della schizofrenia. Altre opere, invece, rappresentano il malato mentale come una persona buffa, come in Scemo & più scemo (P. Farrelly, 1994). 

    Accanto a questi due filoni se ne può identificare un terzo che prevede una rappresentazione più empatica di questa realtà, in cui i malati mentali sono presentati come persone anticonformiste, sincere e spesso geniali. In questo tipo di film si racconta l’insensibilità con cui spesso vengono trattati, internandoli in strutture così da isolarli dalla società e cercando di renderli “innocui”, privandoli di personalità e creatività.

    Un altro elemento da considerare è sicuramente la prospettiva da cui la storia ci viene raccontata. Pensiamo a film come La pazza gioia di Paolo Virzì che ci fanno vedere il tutto dall’esterno. Ci farà subito rendere conto dei pregiudizi con i quali ci approcciamo a queste realtà: diamo infatti subito per scontato che Beatrice e Donatella, le protagoniste del film, si siano inventate delle vite false per sfuggire alla realtà, troppo triste o difficile da sopportare.

    Altri film ci fanno vedere il tutto dalla prospettiva del malato, possiamo pensare a The Father. Ci racconta tutta la storia attraverso gli occhi di Anthony, capiremo davvero cosa significa soffrire di una malattia così tremenda. 

    Vediamo alcuni dei film di maggiore successo che ci raccontano questa realtà:

    • Rain man – L’uomo della pioggia (1988), di Berry Levinson. Charlie (Tom Cruise), dopo aver scoperto che alla morte il padre ha lasciato tutti i suoi beni al fratello Raymond (Dustin Hoffman) decide di rapirlo dalla clinica psichiatrica in cui era ricoverato al fine di mettere mano sul patrimonio paterno. Raymond ha serie difficoltà ad interagire con la realtà che lo circonda ma è comunque dotato di capacità eccezionali. Come non pensare alla scena in cui in un attimo riesce a contare il numero di stuzzicadenti caduti? Il film narra di questa particolare forma di autismo legato ad abilità matematiche e mnemoniche fuori dal comune, in particolare del disturbo dello spettro autistico denominato “sindrome del savant”, che vede lo sviluppo di una particolare abilità sopra la norma in un settore specifico.
    • La pazza gioia, di Paolo Virzì (2016). Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Michela Ramazzotti) sono ospiti in una casa di cura che accoglie persone con problematiche psichiatriche. Due donne profondamente fragili che non riconoscono più di tanto la loro malattia. Beatrice è affetta da un disturbo bipolare, in cui alterna fasi depressive a fasi di totale euforia in cui arriva a perdere il controllo di sé. Invece, Donatella è affetta da depressione maggiore, uno stato di irrimediabile tristezza. Virzì ha rappresentato la malattia mentale in modo magistrale, senza cadere nei classici stereotipi e facendoci empatizzare con le protagoniste, mostrandocele per quello che veramente sono e senza cadere in inutili pietismi.
    • A beautiful mind, di Ron Howard (2001). John Nash è un brillante matematico, il cui tallone di Achille sono le relazioni umane. Dopo essersi reso conto che le tre persone con cui passava la maggior parte del suo tempo sono frutto delle sue allucinazioni arriva la diagnosi: Nash soffre di schizofrenia paranoide. La capacità di convivere con una malattia così grave e la speranza di avere una vita qualitativamente buona possono essere uno stimolo importante per i malati e i loro familiari. Puoi leggere un il nostro articolo dedicato al film cliccando qui.
    • Joker, di Todd Philips (2019). Il protagonista Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un uomo con diverse malattie mentali. Il problema più evidente per il mondo esterno è la sua risata, talmente incontrollabile da costringerlo a portare con sé una scheda informativa in cui spiega le sue condizioni. Il disturbo di cui soffre è la sindrome pseudobulbare.
    • The father – Nulla è come sembra, di Florian Zeller (2021). Il film parle dell’anziano Anthony che, a causa dell’Alzheimer, va a vivere con la figlia Anne, la quale cerca in tutti i modi di prendersi cura di lui. Lentamente, Anthony perde il senso del tempo, dello spazio e i volti cominciano a confondersi sempre di più nella sua mente. Dalle prime insignificanti dimenticanze (“dove ho lasciato l’orologio?”), le cose si complicano quando inizia ad avere difficoltà a ricordarsi tutto. Grazie alla regia di Zeller entriamo perfettamente nella mente del personaggio e ci sentiamo anche noi in un continuo stato confusionale. Il film non rappresenta solo la malattia, ma anche le ripercussioni sui parenti più vicini. Nel film, Anne (Olivia Colman) deve decidere se rinunciare a una parte della sua vita e dedicarsi completamente al padre o se metterlo in un ospizio. Potete leggere la nostra recensione cliccando qui.

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  • CENSURA: DIRITTI LGBTQ+ E L’IMPORTANZA DELLA RAPPRESENTAZIONE

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    Nelle ultime settimane le nostre bacheche social hanno fatto da cassa di risonanza a due notizie che, forse ancor di più durante il Pride Month, hanno dato vita a parecchie polemiche e vere e proprie proteste. La prima: l’approvazione, in Ungheria, di una legge che vieta la “promozione” dell’omosessualità e che proibisce, tra le altre cose, di proporre a minori contenuti culturali (siano essi libri, film o programmi tv o lezioni scolastiche) che ritraggano l’omosessualità o il cambio di sesso. I film con queste tematiche saranno quindi vietati ai minori di 18 anni e potranno essere trasmetti in televisione soltanto in seconda serata. La seconda, tutta italiana: la pretesa del Vaticano di interferire con l’iter di approvazione del ddl Zan (che mira a tutelare gay, transessuali, donne e disabili dai reati di discriminazione e di odio) in nome di un concordato revisionato quasi 40 anni fa, in tutt’altra epoca.

    Entrambi i casi si inseriscono nel discorso sui diritti delle minoranze, in particolare quella LGBT+, e a ben guardare hanno a che fare, in diverso modo, con il tema della rappresentazione delle suddette minoranze. Se nel caso italiano questa tematica si declina in termini di rappresentazione e tutela, il caso ungherese ci racconta invece dell’importanza estrema della rappresentazione delle minoranze nei media.

    PERCHÉ IL CASO UNGHERESE NON È UN’ECCEZIONE

    Visto che siamo su framescinemawebzine.com/ e che non mi sembra la sede per discutere del Vaticano, proprio in occasione della conclusione del Pride Month, mi preme parlare dell’importanza della rappresentazione mediatica – in particolare nel cinema – della minoranza LGBT+. Purtroppo, infatti, l’episodio ungherese non è di certo un unicum da questo punto di vista. 

    Già in molti hanno paragonato la decisione del Parlamento di Budapest a una legge, nota come “legge russa sulla propaganda gay”, approvata in Russia nel 2013 che di fatto stabilisce il divieto di distribuzione a minori di “materiali che mirino a formare predisposizioni sessuali non tradizionali […] o imporre informazioni su relazioni sessuali non tradizionali”. Come accaduto in Ungheria negli scorsi giorni, anche in Russia non erano mancate le proteste, ma ad esse si era accompagnato un aumento della violenza omofoba (ricordate il video di Take Me to Church dell’irlandese Hozier uscito proprio nel 2013? Accennava proprio a questi fatti).

    Caso simile, forse non a sorpresa, quello cinese. Nel 2016 il governo di Pechino ha infatti bandito un insieme di tematiche non solo da film e televisione, ma anche dal web e dai servizi streaming. Tra queste tematiche rientravano anche i prodotti (considerati dannosi) che promuovono “relazioni o comportamenti sessuali anormali”. Più di recente alcuni film di esportazione, generalmente quelli con le rappresentazioni più sottili come ad esempio La Bella e la Bestia (2017) e la serie cinese The Untamed (2019), sono riusciti a farsi strada nel mercato cinese, che comunque, oltre a bandire, può stabilire se e dove ci siano necessità di tagli a scene considerate non adatte. È stato il caso nel 2018 di Bohemian Rhapsody, dove i riferimenti più espliciti all’omosessualutà di Freddy Mercury sono stati censurati. 

    L’IMPORTANZA DELLA RAPPRESENTAZIONE

    Ma perché essere e vedersi rappresentati è così importante? 

    La rappresentazione mediatica non ha solo la funzione “passiva” di registrare e rappresentare l’esistente ma, al pari del linguaggio, è ormai diventata strumento attivo mediante il quale non solo costruiamo la realtà ma, in ultima istanza, la legittimiamo. Tutto quello che viene  mostrato su uno schermo esiste e acquista una sua legittimità agli occhi di bambini e ragazzi che spesso faticano ad accettare e a veder accettata la propria identità.

    Con la trasposizione su schermo (pagine, palchi, siti …), le tematiche e le identità LGBT+ vengono abilitate, ed entrano a far parte del discorso pubblico. Non a caso uso la parola “discorso”: ogni evento comunicativo, infatti, si inserisce nel più ampio insieme di discorsi che formano e regolano l’attività sociale, intesa sia in senso lato, sia come complesso di relazioni interpersonali.

    La rappresentazione, oltre a educare le persone, contribuisce anche all’accettazione personale e alla costruzione dell’identità sociale delle minoranze. In tal senso il contributo del cinema, nel corso dei decenni, è sicuramente stato essenziale, anche se, è bene specificarlo, non sempre la rappresentazione delle persone LGBT+ è stata (e tuttora è) realizzata nel migliore dei modi. Questa tematica viene in parte affrontata nel documentario Lo Schermo Velato (The Celluloid Closet, 1995,  Rob Epstein e Jeffrey Friedman) tratto dall’omonimo libro di Vito Russo. Pur non essendo proprio recente, il film è utile per ripercorrere la storia della rappresentazione dei personaggi omosessuali almeno nel cinema statunitense. 

    La questione della misrepresentation (rappresentazione falsa o inesatta) è da sempre comune a tutte le minoranze, e sembra essere una bestia dura a morire. Che si tratti della comunità LGBT+, di minoranze etniche o di disabilità, il comune denominatore delle diverse apparizioni su schermo è spesso una buona dose di stereotipizzazione, luoghi comuni e personaggi “tipo”. Questo non solo danneggia ed espone a rischi le minoranze, ma spesso ha anche effetti nocivi sulla formazione delle personalità dei singoli individui appartenenti a queste minoranze.  E se è vero che ci sono molte eccezioni, è pur sempre vero che, come ha sottolineato l’attore Riz Ahmed la scorsa settimana parlando sui social della rappresentazione delle persone musulmane a Hollywood, le eccezioni non cambiano le regole.

    Proprio in apertura si è detto che il caso ungherese non rappresenta un’eccezione, quanto meno non nel panorama mondiale. Se questo è vero, è vero anche che non è però la regola. A prescindere dalla cattiva o falsa rappresentazione, le lotte dei movimenti sociali degli ultimi decenni hanno smosso qualcosa anche nel cinema e nelle produzioni cinematografiche di molti paesi. Proprio per questo motivo, e in nome dei passi e delle piccole conquiste fatte in direzione di una maggiore inclusività e giustizia, è importante opporsi a una presa di posizione così significativa da parte di un paese così coinvolto in Europa (e non culturalmente lontano anni luce), in modo che questo non si ripeta, che la situazione non degeneri, che non si assista a una preoccupante involuzione.

    Qualche settimana fa, vi avevamo consigliato 8 film da recuperare per il Pride Month, potete recuperare l’articolo cliccando qui.

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  • MAESTRANZE: IL CASTING DIRECTOR

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    Le faremo sapere”, questa è una delle tipiche frasi che si sentono dire dopo aver effettuato un provino, prendendo parte ad un cosiddetto casting.
    Il casting consiste nella selezione degli attori, attrici e comparse di una produzione cinematografica o televisiva: tali scelte sono effettuate secondo una certa abilità di talent scouting dal casting director o responsabile del casting, come è ben noto in Italia . Questa figura professionale, protagonista di questo nuovo articolo della rubrica, è fondamentale per la parte creativa legata alla recitazione. 

    STRATEGIE E TALENT SCOUTING

    Una scelta non corretta può portare ad una maggiore perdita di tempo e di denaro o a dover fare dei passi indietro da un punto di vista realizzativo.
    Fatte queste premesse, non vi stupirà sapere che il casting director deve conoscere a fondo la sceneggiatura, parlare con soggettisti o autori per capire il carattere dei personaggi, la personalità che deve incarnare un attore, così da poter effettuare una valutazione idonea.
    Il Responsabile casting, dopo aver letto la sceneggiatura ed essersi  confrontato con il regista, si attiva presso le agenzie che rappresentano gli artisti e/o presso le scuole di  recitazione e organizza i cosiddetti provini con la finalità di identificare il cast più adatto ad interpretare i  vari ruoli: spesso si possono trovare molti annunci per comparse e simili, tutti cominciano spesso dallo scalino più basso.
    Nell’ambito delle trasmissioni televisive, egli ha più propriamente il compito di  individuare e gestire gli ospiti dei talk show, i concorrenti dei giochi televisivi, i comici, i protagonisti dei reality o anche semplicemente il pubblico televisivo.
    Nel caso specifico di factual o reality dovrà cercare potenziali “personaggi televisivi”, riconoscibili per una loro caratteristica che li distingue dagli altri: bisogna dunque giocare con ciò che più può fare tendenza o, nel gergo specifico, audience.
    Conoscere il curriculum vitae di ogni artista, valutare le sue esperienze pregresse e la sua preparazione artistica, ma anche e soprattutto concordare i costi di ingaggio di ogni potenziale attore/attrice sono tra le mansioni principali del direttore casting.
    Sicuramente, dato il numero elevato di attori e attrici da provinare, bisognerà avere buone capacità organizzative, ma soprattutto pazienza e buona memoria. Quest’ultima è alla base di questo mestiere, motivo per cui ci si avvale di assistenti al casting o di videocamere per registrare i provini e archiviarli, così da poter contattare eventualmente i candidati in un secondo momento, e se non per quel ruolo per un altro.
    Una pratica spesso adottata dal casting director è quella di “archivio e riciclo”, dunque scegliere tra chi è stato scartato in precedenza onde evitare di accumulare casting inutilmente; chi non è adeguato per un personaggio protagonista di un film, potrebbe esserlo come non protagonista di un altro film ad esempio.

    FORMAZIONE E COMPETENZE

    Per quanto riguardo l’aspetto formativo, la professione di responsabile del casting si impara direttamente sul campo, non esistendo scuole e percorsi specifici di formazione. Solitamente però, date le competenze richieste, il responsabile del casting ha maturato studi ed esperienze nel mondo dello spettacolo, nel cinema o nel teatro. È utile avere una buona base culturale e umanistica alle spalle per poter effettuare buone valutazioni e vedere il genio dove nessuno riesce ad arrivare; discipline quali danza o teatro sono requisiti di primo grado che un casting director deve conoscere, saper valutare il carattere del candidato ma anche inserirlo nel ruolo più adeguato alle sue sembianze fisiche.

    In Italia è una professione che conta un numero circoscritto di persone, spesso per anzianità e fama lavorano quei “pochi”, per decenni, all’interno di una casa di produzione cinematografica o televisiva. Il miglior modo per cominciare di certo è come assistente di produzione o assistente di casting, affiancando professionisti del settore e apprendendo da loro i trucchi del mestiere.

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  • ADATTAMENTO DAL TEATRO AL CINEMA DE IL DISCORSO DEL RE

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    Per adattamento si intende una rielaborazione in chiave cinematografica di un soggetto già esistente. Adattare un’opera teatrale per il cinema potrebbe sembrare semplice, ma non lo è affatto. Esistono altissime probabilità che una storia nata per il teatro non funzioni per il grande schermo. Sicuramente non è il caso de Il Discorso del re (2010), il film diretto da Tom Hooper e con la sceneggiatura di Adam Seidler, un’opera che inizialmente era stata ideata per il teatro. Il film ha riscosso un enorme successo e ha vinto numerosi premi, tra cui i quattro Oscar (miglior film, miglior attore protagonista a Colin Firth, miglior regista e migliore sceneggiatura originale). 

    TRAMA

    Dopo la morte del padre e l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, il principe Albert viene incoronato re con il nome Giorgio VI (Colin Firth), sebbene dai più non fosse considerato adatto poiché afflitto da una fastidiosa balbuzie. Per risolvere questo problema, il re si affiderà alle cure di Lionel Logue (Geoffrey Rush), un logopedista australiano fuori dagli schemi. La storia si concenta sulla relazione tra Logue ed il re. Tutte le loro interazioni implicano lo scetticismo del paziente e l’autorità e il carisma del terapista, anche se con il tempo il loro rapporto diventa sincero ed affettuoso. Grazie al suo aiuto Giorgio VI supererà le sue difficoltà e diventerà, negli anni in cui il Regno Unito si avvia verso la Seconda Guerra Mondiale, una guida per il suo paese.

    Perche a Seidler stava tanto a cuore questa storia?

    David Seidler è la persona più anziana che abbia mai vinto un Oscar per la Migliore sceneggiatura originale. Sin da ragazzo aveva capito di voler diventare uno scrittore e uno dei protagonisti delle sue storie non poteva che essere il suo eroe di infanzia, il re Giorgio VI. 

    Anche Seidler, a causa di un trauma di infanzia, aveva sofferto di balbuzie. Dato che con il tempo la sua balbuzie aumentava, i suoi genitori lo incoraggiavano facendogli ascoltare i discorsi del re Giorgio VI alla BBC: “Ascolta David, non è perfetto ma parlava molto peggio di te. Senti come parla adesso: pronuncia discorsi ascoltati da tutto il mondo!”.

    L’OPERA TEATRALE

    Anche se fu il film a rendere famosa la storia, Il discorso del re nasce come un’opera teatrale, debuttando all’Yvonne Arnaud Theatre di Guildfors il 10 febbraio 2012. 

    In questa rappresentazione gli eventi sono narrati in ordine cronologico, dalla morte del re Giorgio V fino all’abdicazione di Edoardo VIII e la nomina di Giorgio VI. L’opera si divide in due atti: il primo dedicato alla definizione del quadro storico, alla presentazione dei personaggi e degli eventi che porteranno Albert a diventare re Giorgio VI. Sin dalla seconda scena viene presentato il problema di Albert e la volontà di David, il primogenito, di sposare una donna non adatta a ricoprire il ruolo di regina. Il secondo atto è dedicato alla preparazione della cerimonia di incoronazione e alle lezioni con Logue che, man mano che la storia va avanti, diventano sempre più intense. 

    A teatro l’azione si svolge quasi esclusivamente attraverso i dialoghi, anche se la dimensione paraverbale non è meno importante, anzi. Pensiamo alle espressioni del viso che manifestano il disagio del re o agli esercizi fisici che fanno parte della terapia di Logue. Per spiegare tutto ciò, Seidler scrive scene brevi ma numerose.

    IL FILM

    Il film, a differenza dell’opera teatrale, non lascia molto spazio ai fatti storici. Esso, pur non trascurando del tutto la dimensione storica, si concentra soprattutto sull’evoluzione personale del re. In effetti, Seidler ha curato personalmente la ricerca storica, facendo poi verificare il tutto da alcuni storici inglesi, permettendosi comunque qualche licenza artistica. Inoltre, qualche settimana prima di iniziare le riprese, il nipote di Lionel Longue trovò le lettere scambiate con il sovrano, queste divennero di fondamentale importanza per rendere accurata la storia. 

    La colonna sonora è particolarmente importante e coinvolgente: il compositore francese Alexandre Desplat è riuscito a tradurre la balbuzie in linguaggio musicale, grazie ad una colonna sonora che, ripetendo alcune note, sembra far fatica ad andare avanti. Le sue musiche riempiono delicatamente il film.

    I titoli dei brani traducono momenti importanti del film, per esempio Lionel and Bertie è la colonna sonora che accompagna i loro incontri. Talvolta, in alcune scene la musica è totalmente assente, pensiamo al primo discorso a Wembley: in silenzio, la telecamera inquadra i volti del pubblico in imbarazzo, e del re con una forte balbuzie.

    DAL TEATRO AL CINEMA

    Il teatro e il cinema sono due forme espressive estremamente diverse e di conseguenza sono diverse anche le due versioni del Discorso del re. Nonostante sia riconoscibile lo stesso testo di partenza, diversi elementi presenti nel film sono assenti nell’opera teatrale e viceversa. 

    Il cinema, attraverso i primi piani coglie le emozioni dei personaggi e offre la possibilità di concentrare l’attenzione su certi dettagli. Il teatro, inevitabilmente, richiede una prospettiva più ampia: non bastano espressioni facciali ‘accennate’, tutto ha bisogno di essere più esasperato perché tutto deve arrivare fino all’ultima fila di spettatori. Pensiamo all’inizio del film, in cui cogliamo l’imbarazzo degli ascoltatori e del re mentre tiene il primo discorso a Wembley attraverso un montaggio di primi piani.

    Alcune differenze riguardano anche i personaggi. Nel film alcuni sono più gentili rispetto al dramma teatrale. Per esempio, possiamo pensare al fratello David, che nell’opera teatrale è più crudele nei confronti di Albert, infatti lo imita ogni volta che parla. Ancora, nell’opera teatrale non ci sono bambini, né le figlie del duca né i figli di Lionel. Al contrario, Myrtle (la moglie di Lionel) che nel film è una presenza molto silenziosa, nell’opera teatrale è più presente: viene presentata come una donna infelice che ha dovuto abbandonare il suo paese e ora si trova relegata in un paese che non sente suo e che non la fa sentire apprezzata.

    Abbiamo già detto che il primo atto dell’opera teatrale lascia più spazio ai fatti storici e ai personaggi politici, che permettono di dare un quadro completo della situazione del paese con le minacce della Germania e le loro incertezze verso il nuovo re.

    Nonostante l’attenzione di Seidler alla precisione dei fatti storici, il film è stato criticato per aver sorvolato su importanti eventi storici, come la riconciliazione tra Hitler ed Edoardo VIII. In generale, il film si concentra di più sulla dimensione privata del futuro re, la storia di un uomo molto coraggioso che riesce a superare un ostacolo che credeva essere insormontabile. La vicenda narra un momento importante e singolare della storia britannica, ma in tutto ciò l’attenzione principale è rivolta al futuro re, alle sue incertezze e soprattutto al modo in cui supererà le difficoltà legate alla sua balbuzie, un ostacolo che gli sembra insormontabile. Emerge un personaggio con un forte senso di responsabilità e dignità del ruolo che è chiamato a ricoprire, fondamentale è l’appoggio della famiglia e del terapista. 

    Un’ultima differenza riguarda la rappresentazione. Indubbiamente il mezzo cinematografico permette di costruire delle scene più complesse grazie al  montaggio. Pensiamo all’abdicazione di Edoardo VIII, nel film vi è un montaggio tra David che legge alla radio il discorso per annunciare la rinuncia al trono, mentre le sue parole fanno ancora da sottofondo ai volti di Elizabeth e Albert che prendono atto di ciò che succederà e infine l’ormai nuovo re, Giorgio VI, che si avvia per pronunciare il suo primo discorso davanti agli uomini di corte. A teatro, al contrario, vi è solo una scena “vuota” in cui il discorso di David scorre alla radio.

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  • THE TREE OF LIFE: 10 ANNI PER UN CAPOLAVORO DEL CINEMA CONTEMPORANEO

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    Di The Tree of Life (2011) di Terrence Malick – quinto lungometraggio in trentotto anni di carriera per il regista texano – si è detto e scritto molto fin dalla prima proiezione al Festival di Cannes dieci anni fa, dove la giuria presieduta da Robert De Niro gli assegnò la Palma d’Oro.

    Per Malick si trattava del progetto di una vita: già ai tempi de I giorni del cielo (1978) parlava di un progetto misterioso intitolato Q, che avrebbe dovuto abbracciare l’intera storia del cosmo e le origini della vita. The Tree of Life è, in parte, la concretizzazione di questo sogno: un film di ambizioni spropositate, che tenta di mettere in relazione le vicende di una famiglia texana con la formazione della Terra e la nascita delle prime specie animali. Il tono dell’opera, come sempre con Malick, è filosofico: è noto che il regista abbia studiato a Harvard e insegnato al MIT, nonché tradotto in inglese opere di Heidegger come Vom Wesen des Grundes. All’epoca della sua uscita il film fu accolto – com’era prevedibile, viste le premesse dell’opera – da reazioni miste: alla prima proiezione sulla Croisette gli applausi entusiasti si mischiarono con i fischi dei detrattori. Ma già alla cerimonia di premiazione del festival, pochi giorni dopo, il film di Malick fu applaudito come solo di rado accade e, a poco a poco, nei mesi e negli anni a venire, molti giornalisti e studiosi hanno cominciato e riconoscere l’unicità e la sincerità dell’opera e già nel 2012 Roger Ebert – uno tra i più influenti critici cinematografici di sempre – lo inserì nella sua personale lista dei più grandi film della storia.

    Ma perché The Tree of Life è un tale capolavoro e, a parere di chi scrive, una delle assolute punte di diamante del cinema contemporaneo? Per cominciare è bene premettere che le riflessioni filosofiche che possono essere fatte basandosi sull’opera sono infinite – dai rimandi a Tommaso d’Aquino a quelli a Heidegger –, ma non è questa la sede: l’intenzione del presente articolo è infatti spiegare perché il film di Malick sia un capolavoro prima di tutto da un punto di vista prettamente cinematografico, in quanto opera radicalmente innovativa nell’ambito del linguaggio della settima arte.

    Val la pena accennare, sinteticamente, alla trama: un giorno i signori O’Brien (Brad Pitt e Jessica Chastain) vengono a sapere della morte del loro secondogenito. Il più vecchio dei loro tre figli, Jack (Sean Penn da adulto, Hunter McCracken da giovane), – che vive ormai in una moderna metropoli piena di grattacieli – è anch’egli raggiunto dalla tragica notizia e inizia a quel punto una meditazione esistenziale che lo porta a ricordare l’infanzia negli anni ‘50 a Waco (Texas) e a riflettere sul senso della propria vita e sul rapporto con i genitori, laddove il padre è incarnazione della Natura egoista e dominatrice e la madre della Grazia sempre pronta all’abnegazione. Queste vicende si fondono, come già accennato, con una suggestiva ricostruzione dell’origine dell’universo e della vita.

    Come spesso accade con progetti a lungo covati, il numero di ore di girato realizzate da Malick per The Tree of Life è stato enorme, tant’è vero che il direttore della fotografia del film, il messicano Emmanuel Lubezki, ha dichiarato che il primo cut sfiorasse le dieci ore di durata. A partire da questa monumentale bozza, Malick e cinque montatori hanno realizzato una versione finale di due ore e diciotto minuti che, sorprendentemente, non dà mai l’idea di essere solamente parziale. Certo, gli ampi tagli sono evidenti, ma è proprio qui che sta la forza di The Tree of Life, che riesce a sintetizzare alla perfezione ciò che manca perché tagliato. Malick, infatti, procede per scene molto brevi (chiaramente sintesi delle originali: non a caso il montaggio è serratissimo e non vi sono mai piani sequenza, spezzati in fase di editing) che, pur nella loro essenzialità, riescono a catturare il cuore emotivo della narrazione e a lasciar intuire tutto ciò che manca. In questo senso The Tree of Life pretende dallo spettatore uno straordinario sforzo inferenziale: è lo spettatore a dover inferire – portare dentro al film – ciò che è stato tagliato. Per questo motivo la frammentarietà della pellicola è in realtà la sua forza: il film dura poco più di due ore, ma è come se ne inglobasse dieci. Ogni scena è un bagliore, una sollecitazione emotiva che rimanda a quello che avrebbe dovuto essere, una piccola pennellata a suggerire un quadro ben più ampio che è lo spettatore a ricreare tramite il proprio lavoro interpretativo.

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    Questa struttura rapsodica si adatta perfettamente alla narrazione del film, in larga parte fondata su ricordi d’infanzia, intuizioni momentanee, riflessioni estemporanee: un cancello aperto, un lampione, dei bambini che si bagnano in un fiume o giocano a pallone, un clown (figure 1-5)… sono montati da Malick come frammenti di ricordi andati perduti, esattamente come le scene del suo film, impossibili da presentare in forma estesa come impossibile è per il Jack adulto di Sean Penn – vero protagonista del film, benché appaia per appena una decina di minuti – rivivere le proprie memorie d’infanzia nella propria conformazione originale. Di esse permangono solo dei “cocci” (molti sono i personaggi senza nome, i momenti privi di contesto: sedimenti del passato), che è lo spettatore a mettere insieme e integrare, anche e soprattutto tramite la propria esperienza di vita, che entra prepotentemente in gioco durante la visione e svolge un ruolo attivo nella ricomposizione dei frammentari ricordi del protagonista: siamo stati tutti bambini e abbiamo tutti convissuto con molti dei conflitti e dubbi del protagonista (ecco perché è importante che la trama sia così “generica”: il racconto di una famiglia tipo, in cui tutti possiamo riconoscerci almeno in parte). È davvero come se Malick con il suo stile volesse imitare il funzionamento della mente umana che – magmatica, disorganica, sconnessa – non rielabora le esperienze in forma completa, ma solo parziale e asistematica (pensiamoci: quando ricordiamo un evento non lo riviviamo mai nella sua interezza, ne cogliamo bensì i punti essenziali, capaci però di restituirci tutta l’emotività del momento). Il regista struttura secondo questa logica l’intera pellicola e finisce dunque per giocare con il tempo filmico e la sua percezione: condensa in poco più di due ore infiniti altri film potenziali e con un’inquadratura di pochi secondi è capace di spalancare universi narrativi ed emotivi inesauribili, che lo spettatore fa suoi tramite la propria immaginazione, il richiamo a ricordi privati e la costante interrogazione del testo filmico. The Tree of Life è dunque davvero un film “albero”, potenzialmente infinito nelle proprie ramificazioni emozionali e di significazione.

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    Per tutte queste ragioni The Tree of Life, pur nella sua varietà di immagini e situazioni, è in realtà un’opera di grandissima essenzialità che cerca di condensare nel minor tempo possibile un denso magma emotivo e narrativo. Si pensi solo all’introduzione del personaggio di Sean Penn – il Jack O’Brien adulto. Malick lo fa comparire per la prima volta al risveglio a letto: è spettinato, quasi frastornato (figura 6). È un uomo in totale crisi esistenziale che il regista, con una concisione che ha del miracoloso, tratteggia in pochi attimi, mostrando lui e la (presunta) moglie prima seduti ai due capi del letto (figura 7) – distanti, impossibilitati a comunicare – e in seguito addirittura su due piani diversi della propria casa (figure 8-9). Lei sopra, lui sotto, più lontani che mai. Basta questa scena a Malick per abbozzare un personaggio del tutto alienato, distaccato rispetto a un mondo – il presente della narrazione – assolutamente freddo, asettico e quasi denaturato, opposto rispetto alla natura lussureggiante della Waco degli anni ‘50 dove lo spettatore è trasportato dai ricordi d’infanzia di Jack. È come se la natura fosse imprigionata tra le strutture del mondo moderno – del cielo rimane il riflesso nelle vetrate dei grattacieli vertiginosi (figura 10), gli alberi appaiono solo nel mezzo di un ambiente completamente antropizzato (figura 11) – e gli uomini fossero vittima di un distacco dalla propria Madre.

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    Il film è una storia di ricerca: i personaggi sono in costante dialogo, tramite lo stream of consciousness tipicamente malickiano, con il trascendente, il divino (non inteso in una dimensione confessionale) e la natura, con cui paiono cercare una rinnovata concordia. The Tree of Life è una pellicola in cui tutto tende all’alto, alla luce misteriosa che ci illumina dal cielo, che la straordinaria fotografia di Emmanuel Lubezki riesce a catturare in modo stupefacente. Il film è pieno di porte e cancelli che si spalancano, scale rivolte al sole, ponti (figure 12-16): Malick coglie i segni quotidiani della tensione alla trascendenza che è parte essenziale dell’essere umano e mostra i suoi personaggi intenti alla ricerca di tracce dell’ultraterreno nella propria vita e nei propri ricordi.

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    E se i protagonisti all’inizio del film paiono più lontani che mai dal divino e dalla natura, colpiti dall’indicibile dolore della morte del secondogenito degli O’Brien, paiono finalmente ricongiungersi ad essi nel finale quando, avvolti dalla luce e dallo splendore di una nuova alba – momento di autentica poesia visiva –, trovano la forza di affidare il loro caro defunto al trascendente e di tornare a fidarsi di ciò che di più alto c’è nel mondo. In questo modo il film diviene una straordinaria parabola sul superamento del lutto e sul ritorno alla vita, che celebra il rinnovato desiderio dell’uomo di tornare a credere nel miracolo dell’esistenza e nel ciclo naturale delle cose, di cui la morte è parte essenziale.

    E proprio quel “miracolo dell’esistenza” è raccontato da Malick con uno stile visivo assolutamente unico, che fa del mondo una cattedrale, un tempio sacro in cui persino le gocce di pioggia e le foglie secche paiono pervase da maestà e sublimate dalla magnifica colonna sonora, che spazia dalla Grande messe des morts di Berlioz a un capolavoro della musica classica contemporanea come il Requiem for my friend di Zbigniew Preisner, composto in memoria dell’amico regista Krzysztof Kieślowski. E Malick, con il coraggio e l’ambizione sfrontata che sono propri dei grandi, allarga il campo della narrazione all’intero creato – mettendo in relazione piccolo e grande, attimi e ere geologiche – e intreccia la storia degli O’Brien con quella dell’universo e della vita biologica, creando rime visive straordinarie: gli embrioni paiono pianeti (figura 17), le galassie occhi umani (figura 18), un feto dietro una membrana ricorda un volto dietro una tenda (figure 19-20). E tutto ciò per ricordarci che anche noi, con le nostre esistenze così piccole e insignificanti, siamo parte di quella storia della vita che va avanti da miliardi di anni.

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    L’impressionante impianto visivo di The Tree of Life, peraltro, ha ispirato decine di registi, che negli anni hanno provato, spesso senza riuscirci, a imitarlo: da Iñarritu con Revenant – Redivivo a Nolan con Interstellar, passando persino per il Sorrentino de La grande bellezza, che cita Malick tra le sue maggiori fonti d’ispirazione, e lo Zack Snyder de L’uomo d’acciaio (si vedano le scene dell’infanzia di Superman). Malick stesso, a onor del vero, pare essere caduto vittima del suo capolavoro, dal momento che da anni pare disperatamente cercare di replicarne la felicità stilistica: To The Wonder, Knight of Cups, Voyage of Time e Song to Song (con l’eccezione del bel La vita nascosta – Hidden Life) girano tutti attorno alle idee di The Tree of Life, ma falliscono nel replicarne il lirismo sincero, con esiti intellettualoidi e talvolta francamente imbarazzanti.

    La grandezza del capolavoro del 2011, infatti, sta nell’essere una pellicola da un lato stilisticamente complessa e stratificatissima, come abbiamo provato a spiegare, ma dall’altro mai cervellotica o cerebrale e, anzi, assolutamente fruibile. Come in tutte le opere più raffinate, infatti, qui lo stile non pesa e, al contrario, quasi non si nota perché a emergere – al di là della ricchezza filosofica e concettuale – è anzitutto la dimensione emotiva e universale di una storia umanissima, in cui chiunque può riconoscersi e di fronte alla quale è impossibile non essere travolti da un senso di profonda fascinazione e meraviglia.

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  • 8 FILM (+1) SULLA COMUNITÀ LGBTQ+ DA GUARDARE NEL PRIDE MONTH

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    Nella notte fra il 27 e il 28 giugno 1969, allo Stonwall Inn, storico locale di New York frequentato da persone omosessuali e transgender, l’ennesimo raid della polizia provoca una violenta sommossa passata poi alla storia come i “Moti di Stonewall”. Da allora giugno è scelto dalla comunità LGBTQ+ come il mese per celebrare il Pride, che prevede, oltre all’ormai celebre parata, una serie di attività per celebrare la comunità e promuoverne l’accettazione sociale.

    L’arte e il cinema sono strumenti potentissimi per portare avanti queste istanze. Oggi si parla sempre più spesso dell’importanza della rappresentazione mediale delle minoranze, poiché raccontare le storie delle persone marginalizzate nella maniera corretta (e quindi anche la possibilità di poter raccontare la propria storia e la propria esperienza in prima persona) è uno straordinario modo sia per le minoranze di vedersi rappresentate, rendendo valide le proprie esperienze di vita, sia per promuovere l’accettazione e l’integrazione sociale.

    Abbiamo quindi scelto 8 film (+1) a tematica LGBTQ+ diversi dai soliti noti da guardare durante questo mese del Pride.

    • A WONG FOO, GRAZIE DI TUTTO! JULIE NEWMAR (BEEBN KIDRON, 1995)

    Tre drag queen (interpretate da Patrick Swayze, Wesley Snipes e John Leguizamo) partono da New York alla volta di Hollywood per concorrere al concorso “Miss Drag Queen dell’anno”, portando con loro come feticcio protettore una fotografia autografata di Julie Newmar. Una serie di peripezie costelleranno il loro viaggio portandole a confrontarsi con la mentalità degli abitanti dell’America profonda, con i quali però alla fine nascerà una bellissima amicizia. Un road movie, ma anche un film di formazione, che fa ridere, commuovere e riflettere, e che rappresenta uno spaccato della comunità delle drag queen e dei valori che ne stanno alla base. Lo trovate su Sky e Now.

    • LE FATE IGNORANTI (FERZAN ÖZPETEK, 2001)

    Antonia (Margherita Buy) è un medico specializzato nella cura dell’AIDS, e alla morte del marito Massimo scopre, attraverso un misterioso quadro, dal titolo Le fate ignoranti appunto, che quest’ultimo portava avanti una vita segreta che lo vedeva sentimentalmente impegnato con Michele, e scopre la comunità di emarginati di vario tipo che gravita attorno al ragazzo in un palazzo popolare di Roma. Grazie a questi outsider Antonia si affranca dalla sua morigerata vita borghese. È il terzo film diretto dal regista Ferzan Özpetek e quest’opera gli darà un grande successo di pubblico e critica. Inoltre presto uscirà la serie tv ispirata al film, sempre per la regia di Özpetek. Disponibile su Tim Vision e Infinity.

    • LA MALA EDUCACIÓN (PEDRO ALMODÓVAR, 2004)

    Uno dei capolavori del famoso regista spagnolo Pedro Almodóvar, che attraverso una personale estetica pop e sopra le righe ha fatto del racconto della comunità LGBTQ+ spagnola la sua firma. Attraverso un film metacinematografico costruito su numerosi salti temporali, Almodóvar qui ci mostra la storia di due ragazzi, Ignacio ed Enrique, che scoprono l’amore, il cinema e la paura in una scuola religiosa all’inizio degli anni ’60, sotto lo sguardo severo e moralista di Padre Manolo e, per estensione, di tutta la Chiesa cattolica, affrontando anche il problema della pedofilia presente fra molti membri del clero. Disponibile su Chili.

    • I RAGAZZI STANNO BENE (LISA CHOLODENKO, 2010)

    Jules e Nic (rispettivamente Julianne Moore e Annette Bening) sono una coppia lesbica e hanno un figlio e una figlia concepiti tramite inseminazione artificiale. Ad un certo punto i due decidono di voler conoscere il padre biologico, Paul (Mark Ruffalo), che verrà così introdotto all’interno della famiglia, provocando però problemi alla coppia formata dalle due donne. Una commedia drammatica scritta e diretta da Lisa Cholodenko, una donna lesbica che porta sul grande schermo le esperienze e i bisogni di una comunità in evoluzione. Disponibile su Prime Video.

    • WEEKEND (ANDREW HAIGH, 2011)

    Glen e Russell, due ragazzi di indole molto diversa, anche nel modo in cui vivono la propria sessualità, si incontrano in un locale gay un venerdi sera, ma quello che sembrava solo un incontro occasionale diventa qualcosa di più. Anche se Glen dovrà partire il lunedì seguente negli Stati Uniti, dove ha deciso di trasferirsi, i due passano assieme il fine settimana, aprendosi l’uno all’altro nella loro umanità e fragilità. Film dall’atmosfera delicata, rarefatta e malinconica è stato in realtà definito da molti universale nei messaggi che vuole veicolare, più che strettamente sull’orientamento sessuale dei protagonisti, e questo non fa che aumentarne il valore. Disponibile su Prime Video.

    • PRIDE (MATTHEW WARCHUS, 2014)

    Il titolo del film non potrebbe essere più rivelatore, e questo film britannico del 2014 sta diventando a suo modo col tempo un piccolo classico. La storia si svolge nell’arco di un anno fra il Pride di Londra del 1984 e quello del 1985. Nel pieno dell’era Thatcher e dello storico sciopero dei minatori un gruppo di gay e lesbiche danno vita al gruppo LGSM (Lesbians and Gays Support the Miners), per aiutare con delle donazioni i minatori nella loro lotta. Questo porta il gruppo ad entrare in contatto con una piccola comunità del Galles del sud, con la quale, dopo un primo momento di diffidenza, si instaurerà un rapporto di amicizia, fiducia e sostegno reciproco, nella convinzione che tutte le lotte possano avvenire su un terreno comune. È  una storia appassionante e trascinante nella quale però non mancano i presagi di oscuri fantasmi, fra cui i primi disastri causati dall’epidemia di AIDS. Disponibile su Prime Video.

    • UNA DONNA FANTASTICA (SEBASTIÁN LELIO, 2017)

    Vincitore del Premio Oscar al miglior film straniero nel 2018, Una donna fantastica racconta la storia di Marina Vidal (Daniela Vega), una donna transgender che alla morte del compagno Orlando deve fronteggiare l’ostilità e l’ostracismo della famiglia di lui a causa della sua identità di genere. Dovrà lottare per affermare i suoi diritti e la sua essenza, considerata sbagliata e fuori da una norma in realtà ipocrita e crudele. Disponibile su Tim Vision.

    • CAROL (TODD HAYNES, 2015)

    Carol (Cate Blanchett) è una donna dell’alta borghesia newyorkese dei primi anni ’50, alle prese con il divorzio dal marito e con la lotta per l’affidamento del figlio. Therese (Rooney Mara) invece è una commessa e aspirante fotografa che porta avanti una relazione senza amore con il fidanzato Richard. Dall’incontro delle due donne nasce lentamente una storia d’amore, impedita dall’ormai ex-marito di Carol che ne vuole approfittare per screditare la donna e ottenere l’affidamento totale del figlio. Divisa fra l’amore per il figlio e per Therese, Carol dovrà compiere scelte difficili e struggenti, che rendono molto cruda ed evidente la condizione della donna nella società conservatrice degli anni ’50. Punto forte del film sicuramente l’interpretazione sublime delle due attrici protagoniste, non a caso nominate entrambe ai Premi Oscar 2016. Disponibile su Chili.

    • QUALCHE ALTRO CONSIGLIO…

    In disparte rispetto a questi consigli sta un cult come The Rocky Horror Picture Show (Jim Sharman, 1975), un musical parodia del genere horror, dalla esageratissima estetica camp, che pur in realtà non parlando direttamente della comunità LGBTQ+ è diventato presto un cult per la sua celebrazione dell’eccesso, della trasgressione e della rottura dei ruoli di genere. Disponibile su Sky e Now.

    https://www.youtube.com/watch?v=Opd21tP8LuA

    Oltre a questi pochi titoli che abbiamo selezionato, fortunatamente oggi la filmografia a tema LGBTQ+ è sempre più vasta, e potrebbero essere molti altri i film da vedere e di cui parlare. Alcuni di questi: il documentario sulla ball culture Paris is burning, la commedia Kinky Boots, Laurence Anyways del regista canadese Xavier Dolan, i premi Oscar Moonlight e Milk e gli ormai classici I segreti di Brokeback Mountain, Chiamami col tuo nome e The Danish Girl.

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  • STANLEY KUBRICK FOTOGRAFO

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    Stanley Kubrick, oltre ad essere stato uno dei più importanti e talentuosi registi della storia del cinema, è stato da ragazzo anche un ottimo fotografo. Fu probabilmente grazie a suo padre Jacques Leonard Kubrick che il giovanissimo Stanley, all’epoca quindicenne, si appassionò all’arte fotografica. La sua prima macchina fotografica infatti gli venne regalata dal padre, medico newyorkese, che gli acquistò una Graflex.

    Grazie ad un talento innato, ma anche a tanta pratica, Kubrick divenne ben presto il fotografo ufficiale del giornalino scolastico alla Taft High School del Bronx. Iniziò a lavorare da freelance già a 17 anni, nel 1945. La prima fotografia che vendette alla rivista Look, una delle più importanti del periodo, ritraeva un vecchio edicolante in una posa sconsolata e malinconica, con lo sguardo fisso nel vuoto, circondato dai giornali che annunciavano la morte del presidente Franklin Delano Roosevelt.

    Kubrick divenne il più giovane fotografo ad essere “ospitato” all’interno della rivista, che si occupava principalmente di street photography, ovvero di scene di vita quotidiana, materia in cui Kubrick si specializzò ben presto. Poco dopo infatti, venne assunto dalla stessa rivista Look. Kubrick continuò a lavorare come fotografo fino al 1950, quando decise di dedicarsi completamente alla regia. In questi pochi anni Kubrick scattò la bellezza di 15mila fotografie, imparando a costruire inquadrature che raccontassero la vita quotidiana di New York, con un gusto artistico e una vena poetica che accompagneranno tutta la sua carriera da cineasta. Anche l’attenzione ossessiva per i piccoli dettagli, caratteristica di tutte le sue opere cinematografica, era già presente in questa fase. Il futuro regista infatti lasciava poco al caso, tant'è che molte delle fotografie più famose, all'apparenza così spontanee, venivano in realtà scattate a degli attori, amici o conoscenti dello stesso Kubrick. Di seguiti potete trovare molte delle sue fotografie più famose.

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  • MAESTRANZE: L’AIUTO REGISTA

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    Una figura professionale ben nota ma di cui si conoscono poco i segreti e i tanti retroscena è quella dell’aiuto regista, un punto di riferimento fondamentale tanto per il regista che per l’intera troupe.

    L’Aiuto regista lavora generalmente per produzioni cinematografiche, televisive o teatrali, e può trovare occasioni di lavoro anche nel settore pubblicitario e nella moda. Gli ambienti di lavoro più classici sono i teatri di posa, i set esterni e gli studi televisivi.
    E’ il capo del reparto regia, lui, non il regista a differenza di ciò che si pensa.

    NON È UN SEMPLICE ASSISTENTE

    Il primo luogo comune da abbattere è quello che vede l’aiuto regista come mero assistente del regista, quasi come se svolgesse tutto in funzione della figura più nota dal pubblico generalista. Non è assolutamente vero.
    L’aiuto regista è si importante per il regista e lo copre in tantissime cose, come fare in modo che possa occuparsi della sua funzione creativa, ma sicuramente non è da vedere come il suo zerbino.Fatta questa premessa possiamo passare nel dettaglio alle mansioni di questo professionista dell’audiovisivo:

    • In maniera molto meticolosa deve assicurarsi che sia presente sul set tutto l’occorrente per girare, dunque entra in contatto con tutti i reparti compresi costumisti, truccatori/truccatrici e scenografi per accertarsi che si rispettano i tempi previsti specie per vestire e truccare attori e attrici.
    • Segue gli attori nella loro performance accertandosi che abbiano la sceneggiatura o quantomeno “lo spoglio”, ovvero la porzione in cui sono presenti i dialoghi che dovranno recitare.
    • Rende esecutivi gli ordini del regista, stabilendo tempi di entrata ed uscita degli attori e facendo si che ci sia silenzio durante le riprese sia per quanto riguarda il set che spazi esterni limitrofi.
    • Quando il regista è collocato davanti al monitor lui rimane sul set seguendo le sue indicazioni
    • Per ogni dubbio o delucidazione è il punto di riferimento per ogni reparto, dunque deve avere grande spirito di squadra e portare con sé molta pazienza.
    • Nella fase della preparazione, l’aiuto regista collabora con l’organizzatore generale alla stesura del piano di lavoro.
    • Si occupa anche di redigere lo spoglio della sceneggiatura.
    • Poco prima del termine di ogni giornata di riprese, l’aiuto regista

    insieme al direttore di produzione, cura la redazione dell’ordine del giorno per il giorno successivo.

    Non sono poche le sue funzioni, motivo per cui spesso si avvale di assistenti alla regia, ognuno ha dei compiti da svolgere e un grado gerarchico diverso dall’altro (primo assistente alla regia, secondo ecc).
    L’aiuto regista non è quindi come molti di voi pensavano prima di arrivare a questo articolo, un ruolo di secondo piano, anzi ha numerose responsabilità sia sul piano creativo, produttivo e organizzativo; per questa ragione necessita di una grande preparazione e di esperienza pregressa sul set, solitamente qualsiasi aiuto regista è stato prima assistente alla regia, scalando le vette del reparto.

    Come diventare aiuto regista? Il consiglio spassionato è di fare esperienza sul set come assistente, magari entrando in una delle tante accademie che mettono a disposizione dei corsi per questa figura professionale, studiare parecchio e poi applicare tali conoscenze sul campo.
    Moltissimi professionisti decidono di non fare il passaggio alla regia perché si trovano meglio a capo del reparto e dunque a svolgere mansioni differenti, non è da vedere necessariamente come una professione “di passaggio” verso un mestiere più redditizio, questa certo è una possibilità ma non un obbligo, anzi tanti aiuto registi sono già sufficientemente soddisfatti del lavoro svolto e lo rimangono per tutta la carriera.

    Un aiuto regista permette di mantenere l’equilibrio e l’armonia necessaria sul set, la ricetta perfetta per evitare il collasso della produzione.

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  • CENSURA CINEMATOGRAFICA NEGLI STATI UNITI

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    A causa della sua enorme potenza espressiva, il cinema è stato spesso guardato con diffidenza e timore da tutti coloro che vedevano in questo mezzo una possibile minaccia. Le varie forme di censura che si sono sviluppate nel mondo (qui abbiamo parlato della storia della censura in Italia) hanno senz’altro risentito dei diversi contesti storici e politici delle realtà nazionali in cui si sono innestate, e persino gli Stati Uniti, spesso considerati come il paese della libertà, non sono stati estranei a questo tipo di disposizioni.

    THE FIVE CENT THEATRE

    L’industria cinematografica statunitense è stata quella che, nel mondo, si è consolidata più velocemente, fino ad affermarsi già dai primi anni Venti come industria leader del settore. Questo sviluppo è andato di pari passo con il crescere della preoccupazione riguardo agli effetti sociali e morali del cinema, tanto che già nel 1907, il quotidiano Chicago Daily Tribune pubblicava l’articolo The five cent theatre, condannando il cinema dell’epoca e accusandolo di corrompere moralmente gli individui. Fin da subito, dunque, le grandi case di produzione hollywoodiane (le cosiddette majors) hanno dovuto scontrarsi con i primi provvedimenti in materia di censura. Va però precisato che, a differenza di quanto accaduto in Italia o in altri paesi, negli Stati Uniti non è mai esistita una vera e propria censura cinematografica di derivazione governativa su scala nazionale federale. La libertà di espressione è infatti protetta dal primo emendamento della Costituzione statunitense, che però, nel salvaguardare la libertà di parola e di stampa, vieta al solo Congresso di promulgare leggi che restringano queste libertà. Questa specifica ha a lungo consentito ai governi dei singoli stati o delle singole città di approvare leggi che limitassero tali diritti senza che queste fossero considerate delle violazioni della Costituzione.

    CENSURA E AUTOCENSURA: LE PRIME LEGGI LOCALI

    La prima forma di censura a livello locale venne istituita proprio a Chicago nel 1907. Essa dava l’autorità al capo della polizia locale di decidere cosa potesse essere proiettato nelle prime sale cinematografiche. L’esempio di Chicago venne presto seguito da altre città, e così, preoccupate per il possibile diffondersi di questi provvedimenti, le case cinematografiche iniziarono a comprendere l’esigenza di organizzare una propria autocensura, per evitare l’approvazione di forme di controllo governativo troppo stringenti. Negli anni seguenti, alle forme di censura locali si sovrapposero quindi i primi tentativi di organizzazione su scala nazionale da parte dei produttori. Nel 1908 la Motion Picture Patents Company fu la prima società di produttori con il compito attivo di revisione cinematografica. Ad essa fece seguito, nel 1916, la National Association of the Motion Picture Industry, con la quale le case cinematografiche rinnovavano il loro impegno nell’autoregolarsi tramite una lista di prescrizioni, chiamata Thirteen Points, che vietava la rappresentazione di violenza, spargimenti di sangue, amori illegittimi, mancanza di rispetto della legge e forme di schiavitù nei confronti di bianchi.

    LA RIORGANIZZAZIONE DEL SISTEMA: IL CODICE HAYS

    Nonostante queste linee guida, la censura continuava ad essere gestita diversamente da stato a stato, e questo, anche a causa del sistema di distribuzione sul territorio nazionale e dell’importazione delle pellicole dall’estero, causava confusione tra le diverse fonti normative. La razionalizzazione del sistema venne affidata a una nuova associazione di produttori e distributori, la Motion Picture Producers and Distributors of America (MPPDA), fondata nel 1922 e più tardi rinominata Motion Picture Association of America (MPAA). Essa si occupò di creare un unico sistema di self-regulation, istituendo un Ufficio dedicato, comunemente conosciuto come Hays Office, dal nome del suo primo presidente William Harrison Hays (foto in copertina). Così, proprio nel periodo in cui in Italia iniziavano a essere attuati i primi provvedimenti censori di stampo fascista, sull’altra sponda dell’Atlantico prendeva forma il primo vero progetto organico di autocensura dell’industria cinematografica.

    L’Ufficio Hays aveva il compito di elaborare un codice di autocensura valido su tutto il territorio statunitense, in modo da scongiurare definitivamente la nascita di qualsiasi forma di censura nazionale di derivazione governativa. La prima versione del codice, la Don’ts and Be carefuls, venne distribuita agli studi cinematografici nel 1927, e conteneva le indicazioni riguardo tematiche da evitare o da affrontare con cautela. Le case di produzione non avevano però l’obbligo di sottoporre le opere al giudizio dell’Ufficio, e anche per questo motivo nel 1930 si provvide alla creazione di un nuovo codice, il Motion Picture Production Code, famoso come Codice Hays. Esso aveva funzione morale, ideologica e politica, stabiliva ciò che poteva definirsi appropriato o inappropriato e provvedeva a disciplinare diverse tematiche: i crimini contro la legge, la sessualità, la volgarità, l’oscenità, le imprecazioni, i costumi, i balli, la religione, le scenografie, il sentimento nazionale, i titoli, i soggetti sgraditi. Gli studios erano ora obbligati a sottoporre le sceneggiature alla revisione, ma l’efficacia di questa disposizione venne compromessa dal fatto che, contro le decisioni della commissione, era prevista la possibilità di appellarsi a una commissione di produttori. Inoltre, le difficoltà economiche degli studi cinematografici causate dalla crisi del 1929, fecero sì che essi iniziassero a ignorare il Codice, facendo largo uso di tematiche sessuali e di violenza per attirare un pubblico più ampio.

    La situazione cambiò nel 1934, anno in cui i vescovi cattolici, preoccupati per la moralità del cinema americano, costituirono la fondazione della Legion of Decency, che operava in modo alternativo rispetto agli organismi della MPPDA. La minaccia del boicottaggio da parte del mondo cattolico, persuase l’associazione della necessità di imporre il proprio Codice in maniera più rigorosa. L’Ufficio Hays fu sostituito dalla nuova Production Code Administration, posta sotto la direzione del cattolico conservatore Joseph Breen e incaricata di far rispettare il Codice. Da questo momento, in caso di mancata approvazione della sceneggiatura o della pellicola ultimata, i film venivano definitivamente esclusi dai circuiti della grande distribuzione.

    L’ATTUALE SISTEMA DI REVISIONE

    Per tutti gli anni in cui il Codice restò in vigore, la produzione cinematografica venne profondamente influenzata dalle sue disposizioni restrittive ma, già negli anni Quaranta, il progresso della società, la segmentazione del pubblico e la concorrenza dei film stranieri e della televisione avevano portato a numerosi rimaneggiamenti delle linee guida imposte. Fu però dagli anni Cinquanta che questo modello iniziò a dimostrarsi sempre più insostenibile, specialmente nel contesto della Guerra Fredda, in cui gli Stati Uniti cercavano di promuoversi come i massimi difensori della libertà di espressione. La forma di autocensura delle organizzazioni private era ormai inadeguata rispetto all’evoluzione della società, e molti produttori iniziarono a violare sempre più spesso le norme.

    L’abolizione del Codice Hays avvenne nel 1968 per opera di Jack Valenti, il nuovo presidente della MPAA. Al suo posto venne introdotto un sistema di classificazione dei film in base al loro contenuto. Questo sistema di movie rating, che è tutt’oggi in funzione, è di tipo volontario e non è rinforzato dal alcuna legge. Esso si basa sulla nozione di “oscenità variabile” e contempla il fatto che non tutti i film siano adatti a tutti i tipi di audience, ma che debbano invece essere suddivisi in categorie a seconda del pubblico per cui sono adatti. La classificazione è affidata a una commissione chiamata Classification and Rating Administration. Essendo il sistema di tipo volontario, i produttori sono liberi di non presentare le proprie opere per la classificazione, ma di norma molti esercenti si rifiutano di proiettare film che non siano stati precedentemente classificati.

    Va detto, in conclusione, che la storia della censura negli Stati Uniti non può essere ricondotta soltanto a un susseguirsi di leggi, associazioni e codici. Anzi, essa è stata in molte occasioni soggetta a ingerenze di tipo politico e ideologico che hanno influenzato non solo le modalità di rappresentazione, ma spesso anche le tematiche e le tipologie delle produzioni cinematografiche.

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