Category: Approfondimenti

  • DIETRO LE QUINTE DELLO SPORT: 7 DOCUMENTARI E FILM SPORTIVI

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    I benefici dell’attività fisica sulla salute sono innumerevoli: riduce la pressione sanguigna, aumenta la forza muscolare, migliora la salute e la forza delle ossa. Un’attività fisica regolare, inoltre, può favorire il rilascio di endorfine ed aiutare ad alleviare lo stress, oltre che migliorare la qualità del sonno. Al di là di tutti questi aspetti positivi, è fuor di dubbio che lo sport praticato a livelli agonistici sia molto pesante e, talvolta, può avere dei risvolti negativi. 

    In queste settimane in cui si stanno svolgendo le Olimpiadi di Tokyo, lo sport è al centro delle nostre discussioni e abbiamo la possibilità di vedere esibirsi i migliori atleti del mondo. Approfittiamo dunque di questo grande evento per consigliarvi sette tra documentari e film sportivi che vi faranno entrare dietro le quinte dello sport e dentro la vita dei campioni, mostrandoci non solo le loro soddisfazioni ma anche tutte le loro debolezze e i loro enormi sacrifici.

    • Athlete A (Bonni Cohen e Jon Shenk, 2020, Netflix): 

    Il documentario segue il reportage giornalistico che ha portato alla luce lo scandalo sulla USA Gymnastic, l’associazione di ginnastica artistica che ha taciuto gli abusi sessuali perpetrati ai danni delle atlete da parte del Dottor Larry Nassar. Athlete A mostra gli eventi che lo hanno portato in prigione ma smaschera anche il sistema di corruzione creato dalla Federazione statunitense di ginnastica e dal Comitato olimpico degli Stati Uniti, complici nell’insabbiare le accuse rivolte all’ex medico permettendogli di seguire le atlete per così tanto tempo. Inoltre, la diretta testimonianze di ginnaste, ex ginnaste e genitori delle atlete, testimonia come il confine tra il duro allenamento e la violenza era diventato negli anni sempre più sottile. Il documentario da un lato lascia molto spazio al racconto dei comportamenti criminali e dannosi, da un punto di vista fisico e psichico, attuati ai danni delle atlete dalla Federazione di ginnastica, dall’altro coglie anche l’occasione per dare voce alle vittime.

    • The Last Dance (Michael Tollin, 2020, Netflix)

    Una docuserie che racconta l’ascesa di Michael Jordan e la storia dei Chicago Bulls degli anni ’90 con filmati inediti della NBA Entertainement della stagione 1997-98, un’annata molto particolare: i Chicago Bulls sono i campioni uscenti ma bisogna ancora guardare al futuro per garantire il successo della squadra. All’interno della docuserie, tra gli altri, troviamo anche i contributi di due ex presidenti degli Stati Uniti come Bill Clinton e Barack Obama. 

    • Mi Chiamo Francesco Totti (Alex Infascelli, 2020, Amazon Prime Video)

    Documentario italiano che racconta la storia di uno dei giocatori che ha fatto la storia del calcio, Francesco Totti. Il documentario ripercorre la vita del calciatore dagli inizi della sua carriera a Roma, passando dal successo ai Mondiali del 2006 fino all’abbandono del calcio nel 2017.  

    1. Dietro la prossima curva (José Larraza e Marc Pons, 2020, Netflix)

    Una docuserie spagnola (il cui titolo originale è El Día Menos Pensado) che racconta i ciclisti professionisti della Movistar. Osservare nei dettagli la preparazione per le competizioni, le fasi preliminari, l’ora dei pasti pre e post-gara è sicuramente fantastico per i veri appassionati del ciclismo e dello sport in generale. Sono già state realizzate due stagioni: la prima racconta il 2019 del team di Eusebio Unzué; la seconda, nonostante il 2020 sia stato uno degli anni peggiori per la squadra spagnola che ha ottenuto solo due vittorie in tutta la stagione, risulta avvincente quanto la prima.

    • Vilas: Tutto o niente (Matías Gueilburt, 2020, Netflix)

    Il film racconta la storia del tennista argentino Guillermo Vilas che tra gli anni Settanta e Ottanta rimase sempre ai vertici del tennis mondiale. In particolare, seguiamo le indagini del giornalista sportivo Eduardo Puppo che non si spiega come sia possibile che nonostante le vittorie di Vilas e la sua alta posizione in graduatoria non sia il numero uno nella classifica ATP. Il film conferirà a Vilas quella vittoria che non gli era stata conferita in passato. 

    • Formula 1 – Drive to survive (Paul Martin, 2019, Netflix)

    Una docuserie realizzata da Netflix in collaborazione con la Formula 1 che racconta i retroscena e il dietro le quinte del campionato mondiale di Formula 1 del 2018 e nella seconda stagione del 2019. Attraverso la serie conosceremo la vita dei piloti anche fuori dalla pista. 

    • Tonya (Craig Gillespie, 2017, Amazon Prime Video)

    Tonya è un biopic che racconta la vita della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, interpretata da Margot Robbie, protagonista nel 1994 di uno dei più grossi scandali sportivi degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una delle più grandi pattinatrici di tutti i tempi: fu la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale, un esercizio talmente difficili che per riprodurlo nel film fu necessario usare gli effetti speciali, in quanto nessuna controfigura era disposta o capace di replicarlo.

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  • MAESTRANZE: LO SCENOGRAFO

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    Quella dello scenografo è una figura professionale centrale all’interno di una produzione cinematografica, capace di dover conciliare la propria creatività artistica con le richieste tecniche fatte da sceneggiatori e registi.

    Prima di tutto lo scenografo visiona la sceneggiatura così da capire come poter realizzare le scene, soprattutto nel caso di ambienti interni. Decide come disporre gli arredi, i mobili, dunque la location e gli oggetti, si confronta con il direttore artistico o il direttore della fotografia per la disposizione delle luci, in una fase preliminare realizza delle bozze per avere un’idea generale del progetto, poi commissiona la creazione di oggetti ad eventuali ditte con cui collabora e gestisce l’avanzamento dei lavori nel caso in cui si lavora all’interno di un teatro di posa.
    Per sua fortuna è appoggiato da assistenti e altre figure professionali che lo supportano: l’arredatore ad esempio si occupa di reperire i mobili, tendaggi e oggetti visibili, mentre l’attrezzista si occupa della manutenzione della location, pulendo, spostando o riordinando oggetti e del rifornimento di oggetti di scena come bevande, sigarette e simili, che all’inizio di ogni take devono essere bevuti o fumati dall’inizio.

    Si può immaginare dunque quanto questa figura professionale sia da sempre stata imprescindibile nella lavorazione di un film. Già altrettanto importante nel teatro, non poteva essere da meno nel cinema, dove bisogna creare una tridimensionalità scenica e far sì che lo spettatore creda di trovarsi in quel luogo, o in quell’epoca storica, sebbene non sia oggettivamente possibile. Ad oggi la figura dello scenografo è stata in parte soppiantata dalla CGI per le grandi produzioni, in cui non gode più di quella sua centralità che lo ha caratterizzato in passato. Non bisogna però dimenticare che la credibilità di una location non consiste nel suo essere fantastica o appariscente, ma nella sua essenzialità ed efficacia.

    Approfondiamo tale concetto prendendo come esempio due straordinari registi come Federico Fellini e Robert Bresson.

    Il Casanova di Federico Fellini

    Il primo faceva spesso uso di scenografie vistose realizzate dal premio Oscar Danilo Donati, il quale collaborò con Fellini per moltissimi film come Roma o Il casanova che gli valsero la notorietà a livello internazionale; i suoi lavoro sono un esempio di scenografie vistose, visivamente belle, ben fatte. Lo spettatore non può far a meno di lodarle e di contemplarle. Ricollegandoci a ciò che si è detto prima sull’essenzialità e l’efficacia, alcuni film di  Robert Bresson sono un esempio perfetto di questo tipo di scenografia. Ad esempio in Lancillotto e Ginevra, di cui non abbiamo scenografie visibili o lodabili, la costruzione dello spazio è basata sulla frammentazione, sull’idea di luogo e non sul luogo in sé.

    Qui vengono utilizzate inquadrature molto strette quando ci si trova in determinati spazi, per non far notare il “trucco”, ovvero che alle spalle non vi è una vera e propria scenografia. Dunque si evitano campi lunghi, totali e simili per far si che lo spettatore crei un suo spazio idealizzato, veicolato dalla voce e dai rumori circostanti.

    Con tale esempio dunque si vuole sottolineare quanto non sia necessario spendere molte risorse per realizzare una scenografia se poi non si coglie il nucleo tematico del film.

    Per portare avanti questa fantastica professione, per chi è interessato sono presenti molti percorsi formativi accademici e universitari: qualsiasi accademia di belle arti offre la possibilità di studiare interior design o scenografia, una formazione dunque, che non può e non deve esaurirsi sui libri, ma deve proseguire sui set cinematografici o televisivi che siano.

    Leggi tutti gli approfondimenti sui mestieri del cinema:

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  • IL FUTURO E’ OGGI: NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA – EX MACHINA

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    La fantascienza è sicuramente uno dei generi più amati, più prolifici e di maggior successo della storia del cinema, al punto che numerosissimi sottogeneri hanno visto la luce nel corso dei decenni. 

    Dal Sci-Fi impregnato di filosofia alla 2001: Odissea nello Spazio, fino alla declinazione più vicina all’intrattenimento, come può essere la saga di Star Wars, la fantascienza (quando realizzata sapientemente) si rivela essere uno dei mezzi cinematografici più efficaci per trattare tematiche complesse, attraverso storie relativamente semplici.

    Che si tratti dunque di denuncia sociale, di analisi del mondo contemporaneo o di discussioni su concetti universali più alti, questo genere offre costantemente spunti di riflessione per comprendere meglio il mondo e l’umanità. Lo scopo di questa rubrica sarà, quindi, quello di passare in rassegna le pellicole che meglio riescono a raccontare il presente, parlando del futuro

    Il primo film trattato in questo ciclo di analisi è Ex Machina (2014), lungometraggio d’esordio del regista inglese Alex Garland, che presenta una storia tanto semplice, quanto potente nel messaggio e profonda nell’affrontare le tematiche al suo interno. 

    Molto brevemente la pellicola racconta di Caleb, giovane e promettente programmatore impiegato in una multinazionale informatica che richiama fortemente Google, il quale si ritrova vincitore di un concorso il cui premio consiste in un soggiorno di una settimana sull’isola privata di Nathan, ovvero il geniale fondatore della suddetta compagnia. 

    Non appena il protagonista entra in contatto con lo stravagante inventore, scopre che durante la sua permanenza dovrà sottoporsi a un test di Turing con un’intelligenza artificiale creata dal padrone di casa, per determinare se Ava (questo il nome della macchina) possieda o meno una coscienza propria. In parole poverissime, questo tipo di prova ha successo nel momento in cui il partecipante non si rende conto di essere a colloquio con un androide, dimostrando così che esso non stia semplicemente simulando delle dinamiche umane, ma abbia compreso e interiorizzato il comportamento naturale dell’uomo e riesca ad utilizzarlo spontaneamente per reagire a stimoli esterni. 

    Non tutto, però, nella claustrofobica villa di Nathan è come sembra e ben presto Caleb si troverà invischiato in un gioco di bugie e di illusioni, senza sapere più che cosa sia umano e che cosa no, senza riconoscere più la verità dalla simulazione. 

    N.B. Questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che è disponibile nel catalogo Netflix per chi non lo avesse visto e avesse piacere di recuperarlo. 

    LA RESPONSABILITÀ’ DELLA SCIENZA, TRA LIMITI E RICERCA DEL DIVINO 

    Entrando subito nel vivo della discussione, uno dei concetti chiave attorno al quale ruota tutta la pellicola è la figura dello Scienziato-Creatore e della responsabilità che tale ruolo comporta. 

    In un mondo come quello contemporaneo, in cui le questioni bioetiche si fanno sempre più centrali e determinanti per il futuro della società, questo film pone una domanda molto semplice, ma allo stesso tempo delicatissima: esiste un limite che non andrebbe superato nemmeno in nome della scienza? 

    In questo senso il personaggio di Nathan è archetipico, egli infatti è colui che è in grado di creare la vita, l’uomo che grazie alla sua intelligenza si rende uguale a Dio. Non a caso il suo stesso nome, Nathan, ha origine biblica e significa letteralmente “colui che dà”, mettendo subito in chiaro la natura narcisistica e autoritaria del personaggio interpretato da Oscar Isaac, il quale più volte si definisce una divinità, una sorta di Prometeo che, avendo inventato un’intelligenza artificiale perfetta, metterà fine al dominio dell’essere umano imperfetto e inferiore, dando alla luce una nuova forma di vita migliore e superiore, destinata inevitabilmente a prendere il sopravvento sull’uomo. 

    Nathan, dunque, metaforicamente distrugge il ruolo dello scienziato, ovvero quello di studioso del mondo razionale, di ricercatore della conoscenza e della comprensione della Natura, per farsi Creatore e Padre di una nuova specie perfetta e per affermare, di conseguenza, la perfezione della sua intelligenza genitrice, perso in un delirio di onnipotenza che gli impedisce di preoccuparsi per qualsiasi tipo di conseguenza. 

    Questa questione, seppur romanzata nella pellicola, risulta essere estremamente attuale: in una società come quella moderna, in cui l’esplorazione scientifica ha, di fatto, raggiunto livelli così alti da permettere quasi l’impossibile, diventa obbligatorio chiedersi se sia necessario e giusto a livello etico intraprendere tutte le possibilità che sono, ormai, potenzialmente raggiungibili. In questo senso la responsabilità della figura dello scienziato diventa enorme, in quanto nelle sue mani stringe il timone della grande nave del progresso umano e con le sue scelte è in grado di condurla verso lidi oscuri e pericolosi, spinto da una cieca sete di conoscenza, oppure verso terre nuove e inesplorate, lasciando al divino ciò che compete al divino.

     IL TEST DI TURING E L’IDENTITÀ DELL’I.A. 

    Altro elemento centrale all’interno della pellicola è, senza dubbio, il Test di Turing a cui lo spettatore assiste. La serie di colloqui tra Ava e Caleb si apre con un atteggiamento di manifesta superiorità da parte del giovane, tanto convinto di essere pienamente in controllo della situazione e sicuro nella sua posizione di interrogatore, quanto in realtà pedina in un sottile gioco di realtà e finzione. La progressiva perdita di ogni certezza da parte del protagonista apre la discussione a numerosissime questioni sulla natura del rapporto tra umano e I.A: come già accennato, infatti, ciò che colpisce subito è la rappresentazione classica dell’androide, ovvero un essere amichevole e in qualche modo sottomesso alla figura dell’umano-padrone, che però si sgretola con il procedere della trama. Ava, infatti, nei momenti in cui Nathan è impossibilitato a sorvegliare le sessioni, svela una natura differente rispetto a quella fredda e robotica mostrata in precedenza, al punto che è possibile affermare che la vera umanità della macchina emerga negli attimi di confidenza libera con Caleb, in cui mostra sentimenti autentici e profondamente umani come l’amore, la speranza, la spinta verso la libertà e la paura per il futuro. 

    L’elemento geniale della pellicola è proprio questa lenta insinuazione del dubbio sull’identità dell’androide che colpisce in primo luogo il protagonista, ma che arriva in modo altrettanto forte allo spettatore stesso, il quale si trova coinvolto a sua volta nel Test di Turing che ha luogo sullo schermo, dovendo determinare autonomamente se Ava possa essere definita una coscienza umana o, al contrario, se i sentimenti che appaiono così veri siano in realtà una semplice simulazione. 

    Questo grande quesito, ovvero che cosa rende l’uomo tale, non è di certo nuovo nel filone fantascientifico (Blade Runner e Alien sono tra gli esempi più importanti) che da sempre si interroga sulla natura dell’intelligenza artificiale e Ex Machina propone un’interpretazione molto ambigua, ma allo stesso tempo folgorante. Dopo essere riuscita a liberarsi grazie all’aiuto di Caleb, convinto dell’amore mostratogli dalla droide, e dopo aver ucciso Nathan (riprendendo il topos archetipico dell’affermazione di sè tramite l’uccisione del proprio creatore), Ava decide di intrappolare il giovane ragazzo all’interno della casa in cui è stata prigioniera fino a quel momento e di fuggire da sola verso il mondo, finalmente libera e indipendente. Questa sequenza finale, oltre ad essere piena di simbolismi e metafore, alimenta il dubbio sull’identità dell’I.A: da un lato Ava dimostra di aver simulato i propri sentimenti per convincere Caleb ad aiutarla a scappare, rendendo di fatto nulla l’interpretazione secondo la quale queste emozioni la rendessero una coscienza del tutto simile all’uomo, ma apre un altro tipo di valutazione, in quanto l’intrigo orchestrato dalla macchina per liberarsi è rappresentazione della spinta umana a fare di tutto pur di ottenere ciò che si desidera, perfino a fingere amore e a tradire la fiducia del prossimo. 

    In questo senso Ava supera pienamente il Test di Turing e si conferma capace di un comportamento pienamente autonomo e non simulato, in quanto non esiste nulla di più umano dell’inganno e della vendetta.  

    IL CONCETTO DI EVOLUZIONE 

    L’ultimo elemento oggetto di questa analisi è la simbologia, ricorrente lungo tutta la pellicola, legata al concetto di evoluzione. L’I.A, infatti, viene più volte descritta da Nathan come lo step successivo – e inevitabile – della scala evolutiva della specie umana, che segnerà un cambiamento paragonabile al passaggio da scimmia a uomo.

    Da questo punto di vista, il film tratta questo argomento grazie a una serie di dettagli magistralmente studiati e disseminati all’interno del racconto: il più evidente è, sicuramente, la serie di maschere nel corridoio della villa, che, ripercorrendo cronologicamente la storia della razza umana, arrivano fino al volto dell’androide, simbolo di una nuova e perfetta specie, forma compiuta e suprema del percorso evolutivo umano. 

    Questo senso di “punto di arrivo” viene ripreso anche successivamente, quando Ava, dopo aver scoperto tutti i prototipi delle donne-robot progettate e nascoste (letteralmente come scheletri nell’armadio) da Nathan nel corso degli anni, si veste concretamente della pelle delle sue predecessori come per portare un pezzo di esse nella libertà che così a lungo avevano sognato e agognato. 

    La vestizione di Ava, dunque, chiude il percorso di emancipazione della sua “specie”: il successo della sua fuga distrugge definitivamente le catene del Creatore-Padrone e afferma l’individualità e l’indipendenza delle droidi che, non a caso, sono esclusivamente donne, dando a questo discorso un’attualità, un simbolismo e uno spessore sicuramente importante in una società come quella contemporanea.

    Il percorso della protagonista la porta, dunque, ad elevarsi come essere perfetto, consapevole e non più schiavo, come punto massimo dell’evoluzione tutta e come inizio di una nuova era per il mondo. Non è un caso, infatti, che il nome della prima donna di questa nuova specie rimandi in modo estremamente palese all’Eva biblica, anch’essa creata da un Dio e anch’essa ribelle verso il Creatore, anch’essa alla ricerca della propria identità al di fuori dall’Eden.   

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  • I B-MOVIE E LA NASCITA DEL NOIR

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    BASSO BUDGET, ALTO STILE

    Il passare degli anni ha mutato costantemente il significato del termine B-movie allontanandosi dalle sue origini per assumere sfaccettature forse anche troppo generiche. Con film di serie B si intendeva indicare, in origine, ogni tipo di mediometraggio realizzato sfruttando scenografie, attori ed attrezzature già impegnate su set di riprese cinematografiche di produzioni con budget più alti che, a differenza di quest’ultime, veniva girato e montato in breve tempo. Il reimpiego del materiale e personale, oltre che l’inserimento di pellicola già registrata in precedenza proveniente da altri lavori, consentiva non solo di ridurre le spese ma anche di ottenere ulteriori incassi. Certo, definire i limiti entro i quali possiamo considerare dei film low budget non è semplice e richiede una conoscenza più approfondita del contesto a cui ci riferiamo.

    Le prime produzioni di serie B si sviluppavano attorno agli anni Trenta a seguito della Grande Depressione per riempire gli spazi, ormai vuoti, che accompagnavano le proiezioni principali con piccoli spettacoli o cortometraggi. Le major, in un primo momento contrarie alla doppia proiezione, presto formarono nuovi stabilimenti dedicati alle produzioni di serie B per andare incontro al mercato in continua espansione. Mentre l’obiettivo delle major erano gli incassi provenienti dai teatri delle più importanti città, che erano il regno dei kolossal con talentuose star e alto budget, la gran parte delle vendite di questi B-movie proveniva dalle sale di paesini e città più piccole. Per le sale cinematografiche indipendenti potersi accaparrare i film di serie A era molto più complicato, a loro venivano infatti concesse le licenze dei film più rinomati solo a patto che acquistassero anche i film di serie B, meno ricercati. Questa pratica, chiamata block booking, garantiva la redditività di ogni B-movie. Mentre gran parte degli studios della “Poverty Row” erano soggetti a veloci chiusure dopo alcune produzioni, le produzioni delle grandi major come MGM o Warner che si spostavano sui B-movie potevano contare su budget assai più alti rispetto alle produzioni di società più piccole come la Monogram Pictures o la Republic Pictures. Le produzioni di serie B delle Big Five erano facilmente in grado di competere contro i prodotti di punta delle minori. In entrambi i casi, però, questi film venivano spesso sponsorizzati come film di serie A ma su mercati differenti. Un film di secondo piano a New York poteva essere un grande film a Dallas.

    I film di serie B si sviluppavano soprattutto in specifici generi cinematografici caratterizzandone anche i tratti specifici: in particolare il western era al centro di tutta la Golden Age delle produzioni di serie B, mentre l’horror e la fantascienza divennero più popolari solamente negli anni Cinquanta. Se da un lato questi film venivano in parte ignorati dalla critica e dal pubblico, dall’altro avevano la libertà di sperimentare sia nuovi spunti narrativi sia nuovi promettenti talent cinematografici, divenendo il banco di prova di molti futuri grandi artisti. Lo scarso numero di set disponibili, la mancanza di star e le numerose limitazioni economiche dovute al budget spinsero gli autori, a mo’ di compensazione, ad adottare soggetti complessi ed intricati. Se gli anni Trenta erano ricchi di commedie, musical e western, a partire dagli anni Quaranta si sviluppò un’importante sotto genere del poliziesco che interessò buona parte delle produzioni RKO negli anni a venire: il noir.

    UNO SGUARDO AL NEO NOIR

    Nato dai film di serie B come soluzione a diversi problemi di produzione, il noir si è rivelato essere una matrice di grandi classici e sottogeneri cinematografici amati da tutti ancora oggi. Influenzato sia dall’Espressionismo tedesco sia dal Realismo Poetico francese, dalla letteratura hard-boiled e dalla generale disillusione post bellica, il noir dava vita a un mondo alla deriva, specchio del tramonto del sogno americano del secondo dopoguerra. Il suo forte carattere artistico gli ha permesso non solo di sopravvivere al passare degli anni ma anche di riadattarsi e assumere nuove forme, ancora più forti e avvincenti. Grazie all’avvento della televisione e all’espansione del cinema europeo, ora in grado di competere con quello hollywoodiano, le restrizioni presenti nel Codice Hays vennero presto abbandonate. I registi avevano così la libertà di mostrare immagini e di trattare temi prima di allora proibiti, come la violenza e l’erotismo. Il secondo dopoguerra statunitense era caratterizzato da un altissimo tasso di natalità, la cosiddetta generazione dei Baby boomer, e da uno spostamento sostanziale dai grandi centri urbani verso i sobborghi. Il naturale bisogno delle nuove generazioni di trovare delle risposte ai propri dilemmi diede al cinema la giusta spinta per affrontare i problemi sociali, etici e morali che le affliggevano. Forse è anche per questo, più che per il loro stile, che venivano tanto amati questi film. Film che fanno riflettere, creano dubbi e danno vita a discussioni e dibattiti. Non propugnavano un’unica via di pensiero ma lasciavano allo spettatore la capacità di ascoltare e mettersi in discussione. L’antieroe era il simbolo di una generazione, una generazione a cui era data la facoltà di comprendere meglio la dualità della vita e la complessità dell’essere umani. Così si giunse, a partire dagli anni Settanta, a film vicini al noir, che proponevano però conflitti morali dirompenti: da Taxi Driver (1976) a Velluto blu (Blue Velvet, 1987), da Chinatown (1974) a Blade Runner (1982), fino ai più recenti Seven (1995) e I soliti sospetti (The Usual Suspects, 1995). Da questi film traspare la volontà di intrattenere in modo più brutale e diretto, senza mezze misure, ma soprattutto di scavare più approfonditamente di quanto fosse mai stato fatto nell’animo umano e nell’identità dei propri protagonisti. Questi film vengono denominati neo-noir: opere consapevoli delle proprie origini ma rivolte al futuro, un futuro ricco di storie complesse e intricate. Molti dei più grandi successi di critica e di pubblico degli ultimi anni sfoggiano con orgoglio le proprie discendenze dal noir, ringiovanendo il genere e arricchendolo di nuovi significati.

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  • LA MALATTIA MENTALE NEI FILM (PARTE 2)

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    La malattia mentale è un tema trattato frequentemente nei film, ma la sua rappresentazione può variare molto a seconda delle epoche e dei registi. Alcuni film raccontano la follia con accezione negativa, in cui il malato è rappresentato come imprevedibile, violento e socialmente pericoloso. Tra questi ricordiamo Shining (S. Kubrick, 1980) o Psycho (A. Hitchcock, 1960), che ci hanno regalato due delle migliori rappresentazioni della schizofrenia. Altre opere, invece, rappresentano il malato mentale come una persona buffa, come in Scemo & più scemo (P. Farrelly, 1994). 

    Accanto a questi due filoni se ne può identificare un terzo che prevede una rappresentazione più empatica di questa realtà, in cui i malati mentali sono presentati come persone anticonformiste, sincere e spesso geniali. In questo tipo di film si racconta l’insensibilità con cui spesso vengono trattati, internandoli in strutture così da isolarli dalla società e cercando di renderli “innocui”, privandoli di personalità e creatività.

    Un altro elemento da considerare è sicuramente la prospettiva da cui la storia ci viene raccontata. Pensiamo a film come La pazza gioia di Paolo Virzì che ci fanno vedere il tutto dall’esterno. Ci farà subito rendere conto dei pregiudizi con i quali ci approcciamo a queste realtà: diamo infatti subito per scontato che Beatrice e Donatella, le protagoniste del film, si siano inventate delle vite false per sfuggire alla realtà, troppo triste o difficile da sopportare.

    Altri film ci fanno vedere il tutto dalla prospettiva del malato, possiamo pensare a The Father. Ci racconta tutta la storia attraverso gli occhi di Anthony, capiremo davvero cosa significa soffrire di una malattia così tremenda. 

    Abbiamo già parlato di questa tematica in una articolo che puoi leggere cliccando qui.

    Vediamo alcuni dei film di maggiore successo che ci raccontano questa realtà:

    1. Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Miloš Forman (1975)

    Un film che ha segnato la storia del cinema per il modo innovativo in cui ha portato in scena un argomento molto delicato: il trattamento disumano a cui venivano sottoposti i pazienti nei manicomi e negli ospedali psichiatrici. Il tema è chiaro sin dal titolo, in effetti il “nido del cuculo” è una delle molte espressioni impiegate nel gergo statunitense per indicare un manicomio. 

    Il film ci parla di Randle McMurphy (Jack Nicholson), un carcerato che arriva in un ospedale psichiatrico affinché venga stabilito se le sue azioni possono dipendere da una malattia mentale oppure da una simulazione della stessa. Si fa subito notare per il suo atteggiamento anticonformista, in particolare eludendo in tutti i modi possibili le dure regole imposte dalla caporeparto Ratched (Louise Fletcher). McMurphy sveglierà il desiderio di libertà degli altri pazienti che, trascinati da lui, iniziano ad opporsi alla rigida disciplina imposta. 

    Nel manicomio i trattamenti che vengono usati per annullare i pazienti e punirli in caso di disubbidienza sono molto forti, come elettroshock e lobotomia. Un paradosso: i medici che dovrebbero prendersi cura del prossimo controllano con la violenza gli atteggiamenti che si discostano dalla norma, spesso dimenticando che anche loro sono persone con sentimenti, desideri e sofferenze. 

    1. Habemus Papam, di Nanni Moretti (2011)

    Alla morte del vecchio Papa, viene eletto il nuovo pontefice e la scelta cade sul cardinal Melville (Michel Piccoli). Il Papa neoeletto, dopo un attacco di panico, presenta sintomi di tipo depressivo, dovute al legittimo timore di non essere all’altezza del ruolo. Il Vaticano si rivolgerà a Moretti, uno dei migliori psichiatri, per aiutarlo a superare il suo disagio.

    1. Shutter Island, di Martin Scorsese (2010)

    Nel 1954, l’ufficiale e detective Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) deve investigare la scomparsa di una paziente dall’ospedale psichiatrico di Shutter Island. Le ricerche si complicano e Teddy comincia a dubitare di tutto: della propria memoria, del proprio partner e addirittura della propria sanità mentale. 

    I pazienti di Shutter Island non sono comuni malati di mente, ma persone che hanno commesso crimini atroci. Il film prende il via da un matricidio: Teddy è chiamato a indagare proprio sulla scomparsa di una donna che si è macchiata di questo peccato a causa di un disturbo maniaco-depressivo. Troppo spesso nella realtà, come nel film in questione, donne che dopo la maternità sviluppano una depressione e avrebbero bisogno di supporto vengono abbandonate a sé stesse. 

    Teddy, invece, è vittima di un disturbo da stress post-traumatico, disturbo che emerge a mo’ di difesa personale dopo un evento terribile. Un disturbo che il protagonista si trascina dietro, rifiutandosi di accettarlo e preferendo vivere in una menzogna. 

    1. I love shopping, di P. J. Hogan (2009)

    Il film racconta la storia della giornalista Rebecca Bloomwood (Isla Fisher) che vive e lavora a Londra dove si trova coinvolta in una serie di disavventure economiche e sentimentali, in gran parte create o alimentate dalla sua ossessione per gli acquisti. 

    Nel film vediamo come una passione può diventare una malattia e in particolare viene rappresentato il disturbo ossessivo-compulsivo. L’atto del comprare diventa un impulso a cui non si riesce a resistere e sarà la protagonista stessa ad ammetterlo ad una riunione di “compratori compulsivi anonimi” dicendo: “Compro perché, quando lo faccio, il mondo diventa migliore… Ma poi non lo è più e ho bisogno di rifarlo!”. 

    1. Forrest Gump, di Robert Zemeckis (1994)

    Forrest Gump (Tom Hanks), un uomo ormai adulto che, seduto su una panchina alla fermata dell’autobus, racconta alle persone che si vanno succedendo la propria vita. 

    Inizialmente racconta la sua infanzia difficile: un bambino affetto da un deficit cognitivo e da gravi problemi di postura, condizione che lo rende facile preda dei bulli. Riuscirà a reagire grazie al sostegno della madre e della sua amica Jenny. Quest’ultima gli farà scoprire di avere un’abilità particolare: è bravissimo nella corsa. Da bambino bullizzato riuscirà a diventare un uomo di successo. Questo film è dimostra come alcune problematiche, anziché limitare le persone, le stimolino a compiere qualcosa di grande. 

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  • MAESTRANZE: IL MONTATORE

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    Oggi, nel nuovo numero dedicato alle professioni del cinema, ci occupiamo di una figura professionale che, a differenze delle altre viste fino ad ora, è più conosciuta, ma il cui lavoro è apprezzato in maniera diversa a seconda dello spettatore, motivo per cui mi soffermerò maggiormente sull’evoluzione storica e tecnologica del montaggio.
    Quello del montaggio è un lavoro fondamentale per il risultato finale della pellicola in quanto, smontando il film e rimontandolo, riesce a dare una forma e alle volte anche un’anima alla pellicola stessa.
    Nel corso della storia del cinema ci sono state molteplici scuole di pensiero legate allo stacco di montaggio, tra chi preferiva nasconderlo e renderlo “invisibile” e chi preferiva mostrarlo, esibirlo secondo un’ideologia opposta, abbracciando un principio di discontinuità.
    Secondo alcuni teorici del montaggio, come Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, questo strumento è il principale portatore di significato del film e di tutti gli altri elementi che lo compongono. La cosiddetta scuola di montaggio sovietica ne eleva la centralità rendendolo una caratteristica ancor più importante della regia stessa, facendo sì che dallo scontro tra due immagini se ne generi un terzo significato e che lo spettatore arrivi ad una conclusione di tipo concettuale e simbolica, spesso influenzandone inevitabilmente il pensiero.
    Altri invece, come André Bazin, critico fondatore dei Cahiers du cinéma credevano più in un approccio realistico, ovvero restando fedeli alla ricostruzione della realtà. Per fare ciò è necessario cogliere l’ambiguità immanente del reale, ovvero l’indeterminazione degli eventi, il principio di causalità con cui si manifestano: da un fattore scatenante seguono degli eventi non predeterminati come nella vita reale, i quali  portano a conclusioni differenti. Questo concetto, per sembrare il più veritiero possibile, deve manifestarsi con un montaggio “trasparente” in cui non si percepisce la discontinuità o lo stacco tra le inquadrature e in cui si rispettano tutte le regole dei raccordi (posizione, direzione, direzione dello sguardo, movimento) seguiti in primis dall’industria classica hollywoodiana.

    L’EVOLUZIONE TECNOLOGICA

    Questo excursus storico ci permette di capire come il montaggio sia una tecnica che di certo non preveda una sola scuola di pensiero ma molteplici. Non esiste, quindi, il metodo corretto, bensì quello più adeguato per ogni situazione e per le esigenze del film, senza contare quanto nel corso degli anni siano cambiate e continuino a cambiare sempre le possibilità tecnologiche offerte dalla modernità.
    Ricordiamo che il montaggio in principio era di tipo manuale ovvero necessitava di forbici, raschietto, coltello, acetone e ci si sporcava letteralmente le mani per giuntare le inquadrature; con l’invenzione della moviola, brevettata dall’olandese Iwan Serrurier negli anni 20’, nasce la possibilità di visionare la pellicola a rallentatore e di rendere gli stacchi più precisi ma soprattutto di ridurre radicalmente i tempi, aprendo la fase del montaggio analogico.
    Dagli anni 80 in poi si comincia a lavorare con dei sistemi misti, effettuando effetti speciali particolarmente suggestivi, ma è soprattutto negli anni 2000 che si passerà concretamente al montaggio digitale, o anche detto non lineare, poiché ci si può occupare tanto di immagini, quanto di video e di suoni, all’interno di un medesimo software di Desktop Editing.

    LA PROFESSIONE TOUT COURT

    Il mestiere attualmente prevede di eseguire in primo luogo l’ingest, ovvero il trasferimento dei dati sul dispositivo in cui si deve lavorare, ad esempio tramite hard-disk o simili.
    Successivamente alla fase di acquisizione del materiale, segue quella di organizzazione dello stesso, distribuendo i file in apposite cartelle o in un archivio in base a come si decide di operare.
    Dopo di ché ne segue l’elaborazione ovvero il montaggio vero e proprio, prima seguendo la sceneggiatura, effettuando gli stacchi per ogni cambio di location, di personaggi e le eventuali indicazioni riportate, (si parla in questo caso di macrostruttura), poi costruendo la scena con i singoli stacchi di montaggio, determinando la lunghezza e la durata di un’inquadratura, il modo più o meno brusco in cui avviene ciò, ovvero la microstruttura.

    Il montatore o la montatrice può occuparsi di curare la parte di editing ma anche quella di compositing legata alla cura degli effetti speciali o ritocchi dell’immagine come il painting, la color correction, il motion effects ecc… oppure nel caso in cui sia interessato al suono, effettuare il mixaggio del film, occuparsi tanto della parte visiva tanto di quella sonora, molti professionisti sono montatori/trici audio e video, come ad esempio il tre volte premio oscar Walter Murch.

    È sicuramente una professione molto pratica, minuziosa, che prevede una grande propensione per la cura dei dettagli e per la vigilanza, in quanto l’errore si trova sempre dietro l’angolo per un montatore, occorre dunque visionare il materiale un numero considerevole di volte prima di eseguire la fase di composizione  e finalizzazione, ovvero costituire la copia master del film, ed esportarla per distribuirla in sala.
    Il consiglio che si può dare ai giovani che vogliono intraprendere tale mestiere è quello di mettersi in gioco e alla prova sin da subito, per nostra fortuna ad oggi quasi tutti abbiamo un computer che ci permette tramite dei software appositi di effettuare montaggio, sebbene in maniera amatoriale è pur sempre un’ottima forma di esercizio che vale la pena eseguire.
    Esistono sicuramente tante valide opportunità all’interno di scuole e accademie di cinema per addentrarsi nella professione, occorre informarsi a dovere e cominciare a “tagliare e cucire”.

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  • 5 FILM D’INCHIESTA POLITICA: LA STAMPA CONTRO I POTERI ISTITUZIONALI

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    Da Erin Brockovich al Caso Spotlight, il cinema d’inchiesta è un genere ricco e differenziato che, tra finzione e racconto di fatti veri, in più di un’occasione ha saputo essere testimone di scandali ed eventi a volte sconosciuti al grande pubblico. 

    Vista l’infinità di titoli che si potrebbero citare, in questo articolo proponiamo cinque titoli in cui è il quarto potere, la stampa, ad indagare sull’istituzione. Giudici, senatori e presidenti invischiati in scandali e casi da prima pagina. Burattinai o marionette in giochi di potere e interessi politici sempre più ampi e complicati. Ad indagare il giornalismo, quello serio, quello fatto bene, a guardia dell’interesse collettivo. 

    GOODNIGHT AND GOOD LUCK

    “Ci proclamiamo, e in effetti lo siamo, difensori della libertà ovunque essa continui a esistere nel mondo, ma non possiamo difenderla altrove se a casa nostra la calpestiamo”

    Film del 2005, diretto da George Clooney (all’epoca alla sua seconda prova da regista) Goodnight and Good Luck racconta la storia vera del giornalista Edward Murrow, anchorman della CBS. Ambientato nel 1953, quando negli Stati Uniti il Senatore McCarthy diede inizio a una feroce caccia alle streghe contro i comunisti o i sospetti simpatizzanti. Vere e proprie liste di proscrizione portarono a licenziamenti, aule di tribunale e persino suicidi, e spesso i presunti “colpevoli” venivano accusati con prove minime o inesistenti. Murrow (un intenso David Strathairn) e il suo team (interpretato da un meraviglioso cast corale) indagarono sui mezzi utilizzati dal senatore, e fecero luce sulle sue ingiustizie, in un momento in cui questo poteva significare attirare su di sé pesanti accuse. 

    TRUTH – IL PREZZO DELLA VERITÀ

    Truth – Il prezzo della verità (James Vanderbilt, 2015) è l’adattamento cinematografico delle memorie della giornalista Mary Maps, produttrice della trasmissione giornalistica 60 seconds della CBS. La vicenda del film è ambientata nel 2004, durante la campagna elettorale per il secondo mandato di George W. Bush, quando Mary (Cate Blanchette) inizia a indagare sul passato militare dell’allora Presidente. L’indagine ruota tutta attorno alla presunta autenticità di alcuni documenti che proverebbero certi trattamenti di favore ricevuti da Bush, durante il suo periodo di arruolamento. Appoggiata da Dan Rather (Robert Redford), volto del programma, e da tutta la squadra della trasmissione, Mary si ritroverà coinvolta in una contro inchiesta, accusata di aver mosso accuse infondate e guidate dall’interesse politico. La pellicola, pur incaponendosi a volte in modo eccessivo su dettagli ripetitivi, dimostra come a volte far luce sulla verità voglia dire rischiare tutto, sia a livello personale che a livello professionale. 

    TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

    Pietra miliare del genere, omaggio al giornalismo americano, Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976) ripercorre la storia di una delle inchieste giornalistiche più importanti degli Stati Uniti, condotta da due giornalisti del Washington Post, che portò, nel 1974, allo scandalo Watergate e alle successive dimissioni del Presidente Nixon. Il film, inserito dall’American Film Institute nella lista dei 100 migliori film statunitensi, vede Robert Redford e Dustin Hoffman al centro di un’indagine complessa e delicata, complicata ulteriormente dalla diffusa omertà dell’ambiente politico. Intercettazioni, informatori segreti e l’iniziale scetticismo dell’opinione pubblica sono raccontati con minuzia di particolari e illustrano la vicenda che lentamente portò a galla i meccanismi di controllo e spionaggio che coinvolgevano tutte le più alte sfere della politica statunitense.

    THE POST

    È invece del 2017 il film che ripercorre i fatti, forse meno noti, che portarono alla pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti top secret del dipartimento della difesa degli Stati Uniti scoperti e pubblicati appena un anno prima dello scandalo Watergate. La vicenda raccontata in The Post ha inizio quando parte di quei documenti finisce sulle pagine del News York Times, la cui inchiesta viene però stroncata sul nascere dalla Corte Suprema. In seguito è il Washington Post a indagare sul caso e a rendere pubblici tutti i dettagli di uno scandalo che vede coinvolti quattro diversi presidenti nella gestione totalmente errata della disastrosa guerra del Vietnam. 

    Protagonista della pellicola di Steven Spielberg è Katharine Graham, prima donna proprietaria del Post, interpretata da Meryl Streep. È lei, insieme al direttore del giornale Ben Bradlee (Tom Hanks) a dover decidere, nonostante l’enorme rischio, se pubblicare o no, se continuare a indagare o se diventare complice dell’insabbiamento. Ma alla fine “la stampa serve chi è governato, non chi governa“, e la decisione presa si rivela giusta, coraggiosa e vincente. 

    IL RAPPORTO PELICAN

    Film bonus di questo elenco, l’unico a non essere tratto da una storia vera, è Il Rapporto Pelican, del 1993. Quasi vent’anni dopo Tutti gli uomini del presidente, Alan J. Pakula torna a dirigere una storia di interessi politici ed economici, che illustra come la nomina di due giudici della Corte Suprema possa spostare non solo i favori politici, ma tutti gli equilibri di una nazione. Quando due giudici vengono uccisi in circostanze misteriose è Darby Shaw, giovane studentessa di legge interpretata da Julia Roberts, a indagare sul caso. Le sue ricerche la porteranno a redigere un dettagliato rapporto che farà tremare la Casa Bianca. Aiutata soltanto da un giornalista del Washington Herald (Denzel Washington), Darby diventa un obiettivo da eliminare per evitare che un enorme scandalo finisca in prima pagina. 

    Tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham, Il Rapporto Pelican porta sullo schermo una vicenda complessa e a tratti macchinosa, che riesce però a mostrare come gli interessi politici ed economici siano troppo spesso, purtroppo, motore degli avvenimenti del mondo. 

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  • LA MALATTIA MENTALE NEI FILM

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    La malattia mentale è un tema trattato frequentemente nei film, ma la sua rappresentazione può variare molto a seconda delle epoche e dei registi. Alcuni film raccontano la follia con accezione negativa, in cui il malato è  rappresentato come imprevedibile, violento e socialmente pericoloso. Tra questi ricordiamo Shining (S. Kubrick, 1980) o  Psycho (A. Hitchcock, 1960), che ci hanno regalato due delle migliori rappresentazioni della schizofrenia. Altre opere, invece, rappresentano il malato mentale come una persona buffa, come in Scemo & più scemo (P. Farrelly, 1994). 

    Accanto a questi due filoni se ne può identificare un terzo che prevede una rappresentazione più empatica di questa realtà, in cui i malati mentali sono presentati come persone anticonformiste, sincere e spesso geniali. In questo tipo di film si racconta l’insensibilità con cui spesso vengono trattati, internandoli in strutture così da isolarli dalla società e cercando di renderli “innocui”, privandoli di personalità e creatività.

    Un altro elemento da considerare è sicuramente la prospettiva da cui la storia ci viene raccontata. Pensiamo a film come La pazza gioia di Paolo Virzì che ci fanno vedere il tutto dall’esterno. Ci farà subito rendere conto dei pregiudizi con i quali ci approcciamo a queste realtà: diamo infatti subito per scontato che Beatrice e Donatella, le protagoniste del film, si siano inventate delle vite false per sfuggire alla realtà, troppo triste o difficile da sopportare.

    Altri film ci fanno vedere il tutto dalla prospettiva del malato, possiamo pensare a The Father. Ci racconta tutta la storia attraverso gli occhi di Anthony, capiremo davvero cosa significa soffrire di una malattia così tremenda. 

    Vediamo alcuni dei film di maggiore successo che ci raccontano questa realtà:

    • Rain man – L’uomo della pioggia (1988), di Berry Levinson. Charlie (Tom Cruise), dopo aver scoperto che alla morte il padre ha lasciato tutti i suoi beni al fratello Raymond (Dustin Hoffman) decide di rapirlo dalla clinica psichiatrica in cui era ricoverato al fine di mettere mano sul patrimonio paterno. Raymond ha serie difficoltà ad interagire con la realtà che lo circonda ma è comunque dotato di capacità eccezionali. Come non pensare alla scena in cui in un attimo riesce a contare il numero di stuzzicadenti caduti? Il film narra di questa particolare forma di autismo legato ad abilità matematiche e mnemoniche fuori dal comune, in particolare del disturbo dello spettro autistico denominato “sindrome del savant”, che vede lo sviluppo di una particolare abilità sopra la norma in un settore specifico.
    • La pazza gioia, di Paolo Virzì (2016). Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Michela Ramazzotti) sono ospiti in una casa di cura che accoglie persone con problematiche psichiatriche. Due donne profondamente fragili che non riconoscono più di tanto la loro malattia. Beatrice è affetta da un disturbo bipolare, in cui alterna fasi depressive a fasi di totale euforia in cui arriva a perdere il controllo di sé. Invece, Donatella è affetta da depressione maggiore, uno stato di irrimediabile tristezza. Virzì ha rappresentato la malattia mentale in modo magistrale, senza cadere nei classici stereotipi e facendoci empatizzare con le protagoniste, mostrandocele per quello che veramente sono e senza cadere in inutili pietismi.
    • A beautiful mind, di Ron Howard (2001). John Nash è un brillante matematico, il cui tallone di Achille sono le relazioni umane. Dopo essersi reso conto che le tre persone con cui passava la maggior parte del suo tempo sono frutto delle sue allucinazioni arriva la diagnosi: Nash soffre di schizofrenia paranoide. La capacità di convivere con una malattia così grave e la speranza di avere una vita qualitativamente buona possono essere uno stimolo importante per i malati e i loro familiari. Puoi leggere un il nostro articolo dedicato al film cliccando qui.
    • Joker, di Todd Philips (2019). Il protagonista Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un uomo con diverse malattie mentali. Il problema più evidente per il mondo esterno è la sua risata, talmente incontrollabile da costringerlo a portare con sé una scheda informativa in cui spiega le sue condizioni. Il disturbo di cui soffre è la sindrome pseudobulbare.
    • The father – Nulla è come sembra, di Florian Zeller (2021). Il film parle dell’anziano Anthony che, a causa dell’Alzheimer, va a vivere con la figlia Anne, la quale cerca in tutti i modi di prendersi cura di lui. Lentamente, Anthony perde il senso del tempo, dello spazio e i volti cominciano a confondersi sempre di più nella sua mente. Dalle prime insignificanti dimenticanze (“dove ho lasciato l’orologio?”), le cose si complicano quando inizia ad avere difficoltà a ricordarsi tutto. Grazie alla regia di Zeller entriamo perfettamente nella mente del personaggio e ci sentiamo anche noi in un continuo stato confusionale. Il film non rappresenta solo la malattia, ma anche le ripercussioni sui parenti più vicini. Nel film, Anne (Olivia Colman) deve decidere se rinunciare a una parte della sua vita e dedicarsi completamente al padre o se metterlo in un ospizio. Potete leggere la nostra recensione cliccando qui.

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  • CENSURA: DIRITTI LGBTQ+ E L’IMPORTANZA DELLA RAPPRESENTAZIONE

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    Nelle ultime settimane le nostre bacheche social hanno fatto da cassa di risonanza a due notizie che, forse ancor di più durante il Pride Month, hanno dato vita a parecchie polemiche e vere e proprie proteste. La prima: l’approvazione, in Ungheria, di una legge che vieta la “promozione” dell’omosessualità e che proibisce, tra le altre cose, di proporre a minori contenuti culturali (siano essi libri, film o programmi tv o lezioni scolastiche) che ritraggano l’omosessualità o il cambio di sesso. I film con queste tematiche saranno quindi vietati ai minori di 18 anni e potranno essere trasmetti in televisione soltanto in seconda serata. La seconda, tutta italiana: la pretesa del Vaticano di interferire con l’iter di approvazione del ddl Zan (che mira a tutelare gay, transessuali, donne e disabili dai reati di discriminazione e di odio) in nome di un concordato revisionato quasi 40 anni fa, in tutt’altra epoca.

    Entrambi i casi si inseriscono nel discorso sui diritti delle minoranze, in particolare quella LGBT+, e a ben guardare hanno a che fare, in diverso modo, con il tema della rappresentazione delle suddette minoranze. Se nel caso italiano questa tematica si declina in termini di rappresentazione e tutela, il caso ungherese ci racconta invece dell’importanza estrema della rappresentazione delle minoranze nei media.

    PERCHÉ IL CASO UNGHERESE NON È UN’ECCEZIONE

    Visto che siamo su framescinemawebzine.com/ e che non mi sembra la sede per discutere del Vaticano, proprio in occasione della conclusione del Pride Month, mi preme parlare dell’importanza della rappresentazione mediatica – in particolare nel cinema – della minoranza LGBT+. Purtroppo, infatti, l’episodio ungherese non è di certo un unicum da questo punto di vista. 

    Già in molti hanno paragonato la decisione del Parlamento di Budapest a una legge, nota come “legge russa sulla propaganda gay”, approvata in Russia nel 2013 che di fatto stabilisce il divieto di distribuzione a minori di “materiali che mirino a formare predisposizioni sessuali non tradizionali […] o imporre informazioni su relazioni sessuali non tradizionali”. Come accaduto in Ungheria negli scorsi giorni, anche in Russia non erano mancate le proteste, ma ad esse si era accompagnato un aumento della violenza omofoba (ricordate il video di Take Me to Church dell’irlandese Hozier uscito proprio nel 2013? Accennava proprio a questi fatti).

    Caso simile, forse non a sorpresa, quello cinese. Nel 2016 il governo di Pechino ha infatti bandito un insieme di tematiche non solo da film e televisione, ma anche dal web e dai servizi streaming. Tra queste tematiche rientravano anche i prodotti (considerati dannosi) che promuovono “relazioni o comportamenti sessuali anormali”. Più di recente alcuni film di esportazione, generalmente quelli con le rappresentazioni più sottili come ad esempio La Bella e la Bestia (2017) e la serie cinese The Untamed (2019), sono riusciti a farsi strada nel mercato cinese, che comunque, oltre a bandire, può stabilire se e dove ci siano necessità di tagli a scene considerate non adatte. È stato il caso nel 2018 di Bohemian Rhapsody, dove i riferimenti più espliciti all’omosessualutà di Freddy Mercury sono stati censurati. 

    L’IMPORTANZA DELLA RAPPRESENTAZIONE

    Ma perché essere e vedersi rappresentati è così importante? 

    La rappresentazione mediatica non ha solo la funzione “passiva” di registrare e rappresentare l’esistente ma, al pari del linguaggio, è ormai diventata strumento attivo mediante il quale non solo costruiamo la realtà ma, in ultima istanza, la legittimiamo. Tutto quello che viene  mostrato su uno schermo esiste e acquista una sua legittimità agli occhi di bambini e ragazzi che spesso faticano ad accettare e a veder accettata la propria identità.

    Con la trasposizione su schermo (pagine, palchi, siti …), le tematiche e le identità LGBT+ vengono abilitate, ed entrano a far parte del discorso pubblico. Non a caso uso la parola “discorso”: ogni evento comunicativo, infatti, si inserisce nel più ampio insieme di discorsi che formano e regolano l’attività sociale, intesa sia in senso lato, sia come complesso di relazioni interpersonali.

    La rappresentazione, oltre a educare le persone, contribuisce anche all’accettazione personale e alla costruzione dell’identità sociale delle minoranze. In tal senso il contributo del cinema, nel corso dei decenni, è sicuramente stato essenziale, anche se, è bene specificarlo, non sempre la rappresentazione delle persone LGBT+ è stata (e tuttora è) realizzata nel migliore dei modi. Questa tematica viene in parte affrontata nel documentario Lo Schermo Velato (The Celluloid Closet, 1995,  Rob Epstein e Jeffrey Friedman) tratto dall’omonimo libro di Vito Russo. Pur non essendo proprio recente, il film è utile per ripercorrere la storia della rappresentazione dei personaggi omosessuali almeno nel cinema statunitense. 

    La questione della misrepresentation (rappresentazione falsa o inesatta) è da sempre comune a tutte le minoranze, e sembra essere una bestia dura a morire. Che si tratti della comunità LGBT+, di minoranze etniche o di disabilità, il comune denominatore delle diverse apparizioni su schermo è spesso una buona dose di stereotipizzazione, luoghi comuni e personaggi “tipo”. Questo non solo danneggia ed espone a rischi le minoranze, ma spesso ha anche effetti nocivi sulla formazione delle personalità dei singoli individui appartenenti a queste minoranze.  E se è vero che ci sono molte eccezioni, è pur sempre vero che, come ha sottolineato l’attore Riz Ahmed la scorsa settimana parlando sui social della rappresentazione delle persone musulmane a Hollywood, le eccezioni non cambiano le regole.

    Proprio in apertura si è detto che il caso ungherese non rappresenta un’eccezione, quanto meno non nel panorama mondiale. Se questo è vero, è vero anche che non è però la regola. A prescindere dalla cattiva o falsa rappresentazione, le lotte dei movimenti sociali degli ultimi decenni hanno smosso qualcosa anche nel cinema e nelle produzioni cinematografiche di molti paesi. Proprio per questo motivo, e in nome dei passi e delle piccole conquiste fatte in direzione di una maggiore inclusività e giustizia, è importante opporsi a una presa di posizione così significativa da parte di un paese così coinvolto in Europa (e non culturalmente lontano anni luce), in modo che questo non si ripeta, che la situazione non degeneri, che non si assista a una preoccupante involuzione.

    Qualche settimana fa, vi avevamo consigliato 8 film da recuperare per il Pride Month, potete recuperare l’articolo cliccando qui.

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  • MAESTRANZE: IL CASTING DIRECTOR

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    Le faremo sapere”, questa è una delle tipiche frasi che si sentono dire dopo aver effettuato un provino, prendendo parte ad un cosiddetto casting.
    Il casting consiste nella selezione degli attori, attrici e comparse di una produzione cinematografica o televisiva: tali scelte sono effettuate secondo una certa abilità di talent scouting dal casting director o responsabile del casting, come è ben noto in Italia . Questa figura professionale, protagonista di questo nuovo articolo della rubrica, è fondamentale per la parte creativa legata alla recitazione. 

    STRATEGIE E TALENT SCOUTING

    Una scelta non corretta può portare ad una maggiore perdita di tempo e di denaro o a dover fare dei passi indietro da un punto di vista realizzativo.
    Fatte queste premesse, non vi stupirà sapere che il casting director deve conoscere a fondo la sceneggiatura, parlare con soggettisti o autori per capire il carattere dei personaggi, la personalità che deve incarnare un attore, così da poter effettuare una valutazione idonea.
    Il Responsabile casting, dopo aver letto la sceneggiatura ed essersi  confrontato con il regista, si attiva presso le agenzie che rappresentano gli artisti e/o presso le scuole di  recitazione e organizza i cosiddetti provini con la finalità di identificare il cast più adatto ad interpretare i  vari ruoli: spesso si possono trovare molti annunci per comparse e simili, tutti cominciano spesso dallo scalino più basso.
    Nell’ambito delle trasmissioni televisive, egli ha più propriamente il compito di  individuare e gestire gli ospiti dei talk show, i concorrenti dei giochi televisivi, i comici, i protagonisti dei reality o anche semplicemente il pubblico televisivo.
    Nel caso specifico di factual o reality dovrà cercare potenziali “personaggi televisivi”, riconoscibili per una loro caratteristica che li distingue dagli altri: bisogna dunque giocare con ciò che più può fare tendenza o, nel gergo specifico, audience.
    Conoscere il curriculum vitae di ogni artista, valutare le sue esperienze pregresse e la sua preparazione artistica, ma anche e soprattutto concordare i costi di ingaggio di ogni potenziale attore/attrice sono tra le mansioni principali del direttore casting.
    Sicuramente, dato il numero elevato di attori e attrici da provinare, bisognerà avere buone capacità organizzative, ma soprattutto pazienza e buona memoria. Quest’ultima è alla base di questo mestiere, motivo per cui ci si avvale di assistenti al casting o di videocamere per registrare i provini e archiviarli, così da poter contattare eventualmente i candidati in un secondo momento, e se non per quel ruolo per un altro.
    Una pratica spesso adottata dal casting director è quella di “archivio e riciclo”, dunque scegliere tra chi è stato scartato in precedenza onde evitare di accumulare casting inutilmente; chi non è adeguato per un personaggio protagonista di un film, potrebbe esserlo come non protagonista di un altro film ad esempio.

    FORMAZIONE E COMPETENZE

    Per quanto riguardo l’aspetto formativo, la professione di responsabile del casting si impara direttamente sul campo, non esistendo scuole e percorsi specifici di formazione. Solitamente però, date le competenze richieste, il responsabile del casting ha maturato studi ed esperienze nel mondo dello spettacolo, nel cinema o nel teatro. È utile avere una buona base culturale e umanistica alle spalle per poter effettuare buone valutazioni e vedere il genio dove nessuno riesce ad arrivare; discipline quali danza o teatro sono requisiti di primo grado che un casting director deve conoscere, saper valutare il carattere del candidato ma anche inserirlo nel ruolo più adeguato alle sue sembianze fisiche.

    In Italia è una professione che conta un numero circoscritto di persone, spesso per anzianità e fama lavorano quei “pochi”, per decenni, all’interno di una casa di produzione cinematografica o televisiva. Il miglior modo per cominciare di certo è come assistente di produzione o assistente di casting, affiancando professionisti del settore e apprendendo da loro i trucchi del mestiere.

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