Category: Approfondimenti

  • BIRDMAN E IL CIGNO NERO – TEATRI DI OSSESSIONI E DELIRI

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    Il cinema si è spesso prestato al racconto e all’analisi del mondo dello spettacolo e in generale del mondo dell’arte e della fama, in cui per arrivare ai vertici sono spesso necessari sacrificio e una dura disciplina, mentre per ritornare nel baratro il più delle volte basta un semplice scivolone.

    Un tema esplorato e sviscerato molte volte, che tuttavia non smette mai di essere interessante, e di portare nuovi spunti di riflessione sul grande schermo. Ascese e cadute, scalate al successo e fallimenti si prestano a rappresentare i temi dell’ossessione e della spasmodica ricerca di attenzioni, così come la metafora del palcoscenico – che da sempre è al centro di numerose teorie sociologiche – consente di toccare una grande gamma di tematiche, da quella della costruzione sociale dell’individuo fino a quella del binomio realtà-finzione e della doppiezza dell’Io. 

    Tra i film che meglio hanno affrontato queste tematiche sono sicuramente da ricordare Il Cigno Nero, film del 2010 diretto da Darren Aronofsky, e Birdman, uscito nelle sale nel 2014 per la regia di Alejandro González Iñárritu. Sebbene le due pellicole siano molto diverse, sia per stile che per quanto riguarda la vicenda narrata, tra le due è possibile individuare diversi parallelismi che si nascondono, neanche a dirlo, tra le quinte di un teatro.

    L’OSSESSIONE E L’AUTOAFFERMAZIONE

    And did you get what you wanted from this life, even so?
    I did.
    And what did you want?
    To call myself beloved, to feel myself beloved on the Earth.

    E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, comunque?
    L’ho fatto.
    E cosa volevi?
    Poter dire a me stesso che sono amato, sentirmi amato qui sulla Terra.
    (Raymond Carver, Late Fragment)

    Un tema che si impone fin da subito il entrambe le pellicole è quello dell’ossessione, della smania frenetica di perfezione in un caso e di apprezzamento e stima nell’altro. 

    Ne Il cigno nero Nina (Natalie Portman) è una giovane ballerina all’inizio di una promettente carriera, ma è piena di insicurezze e ansie. Quando però viene scelta dal direttore della sua compagnia come prima ballerina per interpretare sia il cigno bianco che il cigno nero in una versione rivisitata del Lago dei cigni, la dedizione e la costanza di Nina si trasformano in mania e ossessiva ricerca della perfezione. 

    Allo stesso modo il protagonista di Birdman, Riggan Thomson (Michael Keaton), è ossessionato dal bisogno di ricevere approvazione e riconoscimento per il suo lavoro. Diversamente dal personaggio della Portman, Riggan è una celebrità nota ma ormai nella parabola discendente della sua carriera, un attore che cerca di reinventarsi nel teatro per scrollarsi di dosso il suo personaggio più celebre, il supereroe Birdman, e che è determinato ad appagare il suo ego guadagnando stima come interprete di spessore e non solo come fenomeno da botteghino.

    Nell’ambiente tossico e competitivo che sa essere il mondo dello spettacolo, l’ascesa di Nina e la caduta di Riggan si incontrano a metà in un punto di follia esasperata, di visioni e allucinazioni, di sospetti e relazioni malate. Mentalmente instabili, entrambi vivono nell’attesa della sera della prima dei loro spettacoli, struggendosi per il giudizio altrui ma ancor più distruggendosi per il loro stesso giudizio, per la competizione con gli altri e – soprattutto – con sé stessi. 

    Un ulteriore parallelo, in questo loro percorso di autoaffermazione, è costituito dalle figure tossiche che li circondano. In particolar modo è interessante notare come entrambi i film esplorino il tema del rapporto disfunzionale genitore-figli. Nina vive con una madre soffocante, che ha instaurato con la figlia un rapporto morboso fatto di aspettative esasperate (che dovrebbero compensare un passato personale fallimentare), invidia e opprimente protezione; Riggan invece lavora con sua figlia Sam, ex tossicodipendente, per la quale è stato un padre assente e con cui non riesce ad instaurare un vero dialogo e che mal sopporta il bisogno del padre di ritornare in auge.

    LO SDOPPIAMENTO DELL’IO TRA REALTÀ E FINZIONE

    Per tutta la durata delle vicende, sia Riggan che Nina si trovano a fare i conti con il loro doppio, con la parte più forte e oscura di loro stessi che spesso e volentieri tormenta le loro menti o si impadronisce delle loro azioni. 

    Il doppio di Nina, sensibile e fragile, è un il cigno nero, feroce ed erotico, che rappresenta tutto ciò che Nina non è, tutto ciò che le manca per raggiungere la perfezione sul palco e per riuscire ad affermarsi nella vita. Incarnato inizialmente da Lily, bellissima e sensuale rivale di Nina, il cigno nero è protagonista dei deliri psicotici della protagonista e finirà per prendere il possesso del suo corpo in un inquietante e distruttivo sdoppiamento di personalità. 

    Dall’altra parte, invece, il doppio di Riggan è proprio Birdman, la cupa voce insistente che perseguita l’attore direttamente dal suo passato e che non perde occasione per ricordargli quanto si stia rendendo ridicolo mentre cerca di infilarsi in un ambiente che non gli appartiene e che sembra non volerne sapere niente di lui. Il supereroe è la versione di successo dell’attore, una versione deformata che vuole rappresentare l’ego del personaggio, tutto ciò che era e da cui forse cerca di scappare.

    In entrambi i casi, attore e personaggio finiscono per fondersi e confondersi e la confusione tra realtà e finzione, tra palcoscenico e vita vera è resa ancora più evidente dalla metamorfosi fisica che attende Nina nel suo attimo di raggiungimento della perfezione e che si intravede nel viso sfigurato, quasi a becco di uccello, di Riggan al termine del film.

    Due percorsi inversi –   se vogliamo –  che procedono o retrocedono verso un’autorealizzazione distruttiva, e due personaggi che lottano e implorano per un po’ di amore, per degli applausi a scena aperta e per sconfiggere o forse arrendersi a dei demoni capricciosi e oscuri, che possiedono tutta la vanità di un mondo in cui neanche essere al vertice è mai abbastanza.

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  • 8 ATLETI DIVENTATI ATTORI

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    Il legame tra il mondo del cinema e quello dello sport è un consolidato sodalizio e con il passare del tempo diventa sempre più forte. 

    Sin dall’Ottocento, lo sport iniziò ad attirare l’attenzione dei nascenti mezzi di comunicazione di massa. Fu prima di tutto argomento privilegiato del giornalismo, infatti nel Novecento nacquero i primi quotidiani sportivi e, con il tempo, ottenne uno spazio all’interno dei quotidiani di informazione. 

    Con la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione, lo sport guadagnò uno spazio significativo in televisione, in particolare  grazie alla possibilità di trasmettere eventi in diretta. 

    Per quanto riguarda il cinema, lo sport è sempre stato un’importante fonte d’ispirazione. In effetti, sono sempre più numerosi i film che raccontano le storie di atleti. Uno dei film più famosi è Chariots of fire (H. Hundson, 1981, ita: Momenti di gloria) che racconta la storia di Eric Liddell e Harold Abrahams, due velocisti che parteciparono ai Giochi Olimpici del 1924. Storie di questo tipo continuano ad essere raccontate fino ai giorni nostri, possiamo pensare a The Fighter (D. O. Russell, 2010) e a Tonya (C. Gillespie, 2017). Non è difficile capire i motivi di questa scelta, nello sport ci sono sentimenti, sfide, passioni, lotte personali e di gruppo. Insomma, tutti gli elementi necessari per rendere una storia interessante. 

    Tuttavia, il soggetto che più degli altri ha ottenuto attenzione da parte del cinema sono stati i Giochi Olimpici, anche se solo dopo le Olimpiadi di Berlino del 1936 ci si rese veramente conto di come il cinema potesse offrirne una rappresentazione sincera. Il film che documenta quella Olimpiade fu Olympia (L. Riefenstahl, 1938), film che nel 2005 la rivista Time inserì fra i 100 più belli degli anni Ottanta e che ancora oggi è un punto di riferimento per documentari e film sportivi. 

    Se sono numerosi i film in cui lo sport è protagonista, altrettanto numerose sono le stelle dello sport che sono diventate protagonisti dei film

    Vediamone alcuni!

    Ronda Rousey – Campionessa pluripremiata di judo, fu medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Dopo essersi dedicata anche ad arti marziali miste tra il 2012 e il 2017, nel 2018 ha iniziato la sua carriera nel wrestling professionistico. Ricordiamo la sua interpretazione in film come I Mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014) e Fast&Furious 7 (James Wan, 2015). 

    Carlo Pedersoli (Bud Spencer) – Campione italiano di nuoto con 11 ori ai campionati italiani, segnò la storia del nuoto diventando il primo italiano ad infrangere il muro del minuto nei 100 metri stile libero. Dal 1967 decolla la sua carriera da attore e sceglie come nome d’arte Bud Spencer. In coppia con Terence Hill, il successo dei loro film fu internazionale, ricordiamo Lo chiamavano Trinità (E. B. Clucher ,1970) o …Altrimenti ci arrabbiamo! (Marcello Fondato,1974).

    Johnny Weissmuller – Vincitore di 6 medaglie olimpiche, fu uno dei nuotatori più premiati della storia. Una volta abbandonato l’agonismo si dedicò al cinema, diventando celebre nel ruolo di Tarzan in film come Tarzan l’uomo scimmia (W.S. Van Dyke, 1932) e Il trionfo di Tarzan (W. Thiele, 1943).

    Vinnie Jones – Celebre calciatore britannico dal 1984 al 1998. Già come calciatore si era creato una nomea da “duro”, il che lo rese uno dei giocatori più temuti di tutta la Premier League e il secondo più espulso. La sua carriera da attore iniziò grazie a Guy Ritchie, che incontrò nel 1998, quando la sua carriera sportiva era ormai terminata. Recitò in innumerevoli film, ricordiamo: Codice: Swordfish (Dominic Sena, 2001) o Snatch – Lo strappo (Guy Ritchie, 2000). È stato presente anche in X-Men: Conflitto Finale (Brett Ratner, 2006) dove interpretava Juggernaut. 

    Dwayne Johnson –  Conosciuto anche come The Rock, era uno dei wrestler più famosi della  WWE. Nel 2000 iniziò ad avvicinarsi al mondo del cinema, non abbandonò subito il wrestling ma dal 2014 al 2019 le sue apparizioni divennero sempre più sporadiche. Ha ormai lasciato il nome The Rock, per ritornare a quello anagrafico Dwayne Johnson, col quale sta sempre più spopolando ad Hollywood. Oggi è un noto attore, soprattutto di film d’azione, tra i film ricordiamo : La mummia – Il ritorno (Stephen Sommers, 2001), Southland Tales – Così finisce il mondo (Richard Kelly, 2006) e Snitch – L’infiltrato (Ric Roman Waugh, 2013). 

    Arnold Schwarzenegger – Vincitore di ben 5 titoli di Mister Universo e 7 di Mister Olympia, possiamo affermare che si tratta di uno dei più importanti culturisti del mondo. Proprio grazie al suo fisico è entrato nel mondo del cinema, tutti lo ricordano come Conan Il Barbaro (John Milius, 1982) e in numerosi film d’azione come Commando (Mark L. Lester, 1985), Codice Magnum (John Irvin, 1986) e Danko (Walter Hill, 1988).

    Esther WilliamsCelebre nuotatrice e attrice statunitense. Fu campionessa dei 100m stile libero femminili già a 15 anni, ma non riuscì a partecipare alle Olimpiadi a causa della Seconda guerra mondiale che fece saltare due edizioni consecutive dei Giochi. La sua fama scoppiò con il film La Matadora (Richard Thorpe, 1947), ricordiamo anche La figlia di Nettuno (Edward Buzzell, 1949) e La Ninfa degli Antipodi (Mervyn LeRoy, 1952).


    Jason Lee – Oggi è ricordato come uno dei più grandi e innovativi skateboarder dei primi anni ’90, ma decise di lasciare il mondo dello skateboarding professionista per dedicarsi al cinema. Tra i tanti ruoli ricordiamo quello da protagonista della serie televisiva My Name is Earl (Greg Garcia, 2005-2009), dei film Cose da maschi (Chris Koch, 2003) e Alvin Superstar (Tim Hill, 2007).

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  • 5 DOCUMENTARI SU 5 FOTOGRAFI

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    Il potere di un’immagine affascina l’uomo sin dall’antichità, partendo dalle prime pitture rupestri passando per gli innumerevoli stili e rivoluzioni come l’impressionismo e il cubismo, fino ad arrivare ai giorni nostri con l’invenzione della fotografia. Quest’ultimo il mezzo di comunicazione più utilizzato al mondo, quello più immediato e universale. Tutti, oggi, siamo fotografi.

    Negli ultimi due secoli si sono distinti diversi Fotografi che per la loro vita, il loro stile, le loro immagini, hanno lasciato una traccia indelebile nella storia contemporanea. Ecco 5 film dedicati ai fotografi che vi consigliamo di guardare:

    1 –  Finding Vivian Maier

    Finding Vivan Maier parla del ritrovamento di circa 100.000 negativi all’interno di alcune scatole acquistate da un collezionista per 400$ durante un’asta a Chicago. Quel che nessuno poteva sapere, è che sarebbe venuta alla luce una delle fotografe più prolifiche e talentuose del ‘900 rimasta completamente sconosciuta al mondo. Il racconto spazia dalla Francia agli Stati Uniti ricostruendo la sua vita attraverso viaggi e interviste, documentando il riconoscimento postumo del suo talento grazie all’ottimo lavoro dei filmmaker John Maloof e Charlie Siskel.

    Disponibile in streaming su Google Play, Apple TV e Chili.

    2 – Il Sale della Terra

    «Un fotografo è letteralmente qualcuno che disegna con la luce. Un uomo che descrive e ridisegna il mondo con luci e ombre.»

    Il Sale della Terra è uno di quei film che va visto indipendentemente dall’amore o interesse per la fotografia; racconta alcuni dei fatti più importanti e drammatici del secolo scorso attraverso gli scatti in bianco e nero del fotografo Sebastião Salgado, foto che hanno la forza di rimanere impressi negli occhi dell’osservatore per molto tempo dopo la visione del film. Prodotto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Figlio di Sebastiao) nel 2014, l’opera segue Salgado in giro per il mondo durante la realizzazione del suo ultimo progetto fotografico “Genesis” e racchiude in sé il testamento spirituale di una carriera lunghissima, di giorni, mesi e anni (40 per l’esattezza) vissuti come “Testimone della condizione umana”.

    Disponibile in streaming su Google Play, Apple TV, Chili, Rakuten TV e Prime Video.

    3 – Annie Leibovitz: Life Through a Lens

    Annie Leibovitz ha fotografato intere generazioni di artisti, politici, musicisti, attori e scrittori con un talento smisurato e una capacità di invenzione e innovazione fuori dal comune. I suoi scatti sono tra i più iconici della storia della fotografia e della cultura popolare degli ultimi 30 anni, grazie alla capacità di raccontare il mondo e i suoi protagonisti. Il documentario, girato nel 2006, ripercorre la carriera della fotografa partendo dalle prime foto scattate nelle Filippine durante la Guerra del Vietnam e della sua collaborazione decennale con Rolling Stones. Il film è realizzato dalla sorella minore Barbara e permette di conoscere meglio la storia e la personalità di questa incredibile artista che non ha mai rivelato molto di sé al mondo, portandoci nella sua sfera più intima ed emozionale.

    Disponibile in streaming su Knowledge.ca e Apple TV.

    Obiettivo Annie Leibovitz DVD + Libro

    4 – War Photographer

    War Photographer è un documentario di Christian Frei sul fotografo James Nachtwey. Non è semplice parlare di giornalismo quando ci sono di mezzo i conflitti ed è ancora più difficile esprimere le emozioni e il livello di coinvolgimento di un Fotoreporter in zona di guerra. Il film mostra il modo di lavorare di uno dei più importanti Fotoreporter della storia mettendo enfasi sullo stabilire un rapporto con il soggetto al di là delle barriere linguistiche e culturali. Molti fatti vengono raccontati in prima persona grazie all’installazione di una piccola telecamera sulle fotocamere utilizzate da Nachtwey e attraverso le immagini riprese in luoghi come il Kosovo, Indonesia, Stati uniti e Sudafrica, vengono affrontati i più importanti temi appartenenti al giornalismo di guerra.

    5 – Hondros

    Hondros parla del Fotografo Chris Hondros sempre presente in prima linea per immortalare i conflitti mondiali e rimasto ucciso in un bombardamento in Libia nell’Aprile del 2011. Il film è stato scritto e prodotto da Greg Campbell, suo amico e collega, e presenta una testimonianza diretta sulla vita e carriera dell’acclamato fotografo statunitense. Viene ripercorso l’inizio della sua carriera e i suoi più importanti lavori in giro per il mondo, offrendo un punto di vista sui drammi e i sogni delle popolazioni coinvolte, e la voglia di aiutare attraverso il potere delle immagini.

    Disponibile in streaming su Netflix.

    Consigliamo il libro “Testament: Chris Hondros” che racchiude tutti i suoi più importanti scatti.

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  • IL FUTURO È OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: I FIGLI DEGLI UOMINI

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    La distopia, nel cinema fantascientifico, è un sottogenere che nel corso dei decenni ha contribuito a definire la storia della Settima Arte con pellicole di altissimo valore, regalando ai cinefili di ogni epoca alcuni tra i più grandi capolavori dell’intera produzione cinematografica mondiale. Da Metropolis di Fritz Lang (1927) fino al troppo sottovalutato Minority Report di Spielberg, datato 2002, la rappresentazione di un futuro politicamente e socialmente oppressivo si rivela essere uno dei mezzi più efficaci per trattare (e molto spesso criticare) elementi della realtà contemporanea

    Una delle pellicole che meglio riesce in questo intento è, sicuramente, I Figli degli Uomini di A. Cuaron (2006): Film che, come solo pochi altri, riesce a coniugare un reparto tecnico praticamente perfetto (su tutti, straordinaria la fotografia di Lubezki) con una profondità tematica sicuramente ben al di sopra della norma.

    In brevissimo, la narrazione ha luogo nel 2027 a Londra e dipinge un mondo in cui, da ormai 18 anni, l’umanità è diventata misteriosamente sterile. In una società prossima all’estinzione, Cuaron racconta la storia di Theo, ex attivista politico che vive una vita ormai priva di significato e di scopo, ma che ritroverà un barlume di speranza in Kee, giovane ragazza rimasta inspiegabilmente incinta. Il tentativo del protagonista di salvare questa gravidanza miracolosa lo porterà ad attraversare un mondo fatto di atrocità disumane, violenza e autodistruzione, per cercare una nuova luce, una rinascita per l’intera umanità. 

    N.B. Questo articolo contiene spoiler sul film

    NEL MEZZO DELL’APOCALISSE: TRA NICHILISMO E REDENZIONE

    Le premesse de I Figli degli Uomini sono chiarissime fin dalla primissima sequenza e si basano su una domanda molto semplice, ma che porta con sé implicazioni filosofico-morali estremamente profonde: se la razza umana è destinata a estinguersi nel giro di 70 anni, come è possibile continuare a vivere? E soprattutto, continuare a vivere ha ancora un senso?  

    Il film mette in scena un’ambientazione Post-apocalittica, ma mostrando, in realtà, quella che è più un’apocalisse in medias res, fatta di disperazione, fanatismo e rassegnazione. Emblematico, infatti, è l’incipit della pellicola, che si apre con la morte di Baby Diego, ovvero la persona più giovane sulla Terra, l’ultimo figlio nato prima dell’inspiegabile piaga che ha colpito il mondo. La scomparsa del ragazzo è, di fatto, la distruzione dell’ultima possibilità del genere umano, che si aggrappava in maniera cieca e disperata a Diego, come fosse una sorta di divinità.

    Non è un caso, dunque, che il film si apra con questo evento metaforico: Cuaron presenta allo spettatore fin dal principio una situazione in cui, ormai, non c’è più speranza, nulla più ha un senso e tutto è destinato a scomparire. Theo, il protagonista interpretato da Clive Owen (qui, forse, nel ruolo della vita), è la perfetta rappresentazione dello Zeitgeist del mondo de I Figli degli Uomini: un ex attivista politico ormai disilluso, che conduce una vita vuota e priva di significato, un uomo che si sta spegnendo lentamente, così come la società che lo circonda. 

    Nonostante la realtà dipinta da Cuaron sia estrema, non è difficile cogliere riferimenti e critiche al mondo contemporaneo. Nella Londra rappresentata nella pellicola si assiste quotidianamente ad attacchi terroristici, a immigrati rinchiusi in gabbia come bestie, al governo che pubblicizza kit per il suicidio e a militari che sgomberano con carri armati interi palazzi, il tutto nella più profonda indifferenza da parte della popolazione. Se ne I Figli degli Uomini la noncuranza verso tutta questa crudeltà è in qualche modo giustificata dal fatto che l’estinzione sia ormai prossima, nella realtà contemporanea siamo testimoni ogni giorno di atrocità simili, ma si continua comunque a restare indifferenti, a guardare dall’altra parte, a ignorare tutto ciò che è più comodo ignorare: dai disastri ambientali, come lo spreco insensato di risorse naturali e l’inquinamento smisurato che avvelena il pianeta, fino a drammi sociali come la violenza a sfondo razziale/di genere.

    Con questo film, dunque, così pregno di nichilismo e rassegnazione, Cuaron invita il suo pubblico a ribellarsi contro questo modo di vivere, a ricercare ancora il contatto umano con il prossimo, in quanto, anche in una società che ci spinge sempre di più ad allontanarci, salvaguardare la nostra umanità resta l’unico modo per rendere migliore questo mondo forse-già-apocalittico e per non cadere in quel buco nero chiamato indifferenza, che è, alla fine dei conti, la vera apocalisse esistenziale dell’uomo. 

    IL FALLIMENTO DELLA POLITICA: TRA XENOFOBIA E NAZIONALISMO 

    I Figli degli Uomini, oltre ad avere un profondo sottotesto filosofico, presenta come detto un’importantissima denuncia politica-sociale nei confronti della realtà contemporanea. La critica più palese ed evidente all’interno della pellicola è quella rivolta verso la xenofobia intrinseca della società moderna e, di conseguenza, anche verso le politiche anti-migratorie più o meno brutali adottate, ormai, in tutto il mondo. 

    In questo senso lo stile quasi documentaristico della regia riesce a calare immediatamente lo spettatore in quella che è una realtà estremamente verosimile, nonostante la sua crudeltà. Nel film di Cuaron, infatti, le sequenze strazianti in cui vengono mostrati esseri umani imprigionati come bestie in gabbie sui marciapiedi di Londra, mentre la gente passeggia tranquillamente per strada, sono purtroppo attualissime e quanto di più lontano esista dalla fantascienza distopica.  

    E’ sufficiente pensare alle storie che arrivano dal confine Messico – Stati Uniti, da quello Turco-Greco, o anche solo da quella striscia di mare che separa Italia e Tunisia, per accorgersi che la violenza e il disprezzo verso il diverso  siano elementi profondamente radicati anche nella cultura occidentale, che si vende come paladina della libertà e dei diritti umani, ma che cerca solamente di salvare una fragile apparenza, nascondendo la polvere sotto il tappeto (o meglio, al di là del confine). 

    La propaganda governativa contro i clandestini nella Londra de I Figli degli Uomini, infatti, ricorda tristemente la comunicazione pubblica di figure di spicco del panorama politico globale, fatta di demonizzazione dello straniero, dipinto come terribile e gravissima minaccia nei confronti della sicurezza collettiva, e dall’esaltazione del sentimento nazionalista e suprematista, in una glorificazione insensata di una società che, in realtà, sta soffocando sotto il suo stesso peso. 

    Nel film del regista messicano, quindi, lo spettatore si trova di fronte al disfacimento totale della politica in quanto istituzione e in quanto specchio della società che dirige: Il Governo ha fallito, autodistruggendosi nella sua stessa violenza e disumanizzazione; i Pesci, ovvero il gruppo terroristico che dovrebbe combattere per i diritti dei profughi, hanno fallito allo stesso modo, cercando di rovesciare un sistema dittatoriale e finendo per diventare esattamente come ciò che intendevano distruggere. In questo senso la disillusione di Theo, ex attivista, è la disillusione di Cuaron stesso di fronte al fallimento del sistema politico contemporaneo, che condanna i molti a vivere una vita di sofferenze a Brexhill, mentre i pochi collezionano arte mentre il mondo si muove verso l’Apocalisse. 

    La conclusione della critica sociale della pellicola coincide perfettamente con la conclusione della pellicola stessa: Kee e sua figlia Dylan, simbolo della speranza, della purezza di una nuova vita in un mondo morente, riescono a raggiungere la Tomorrow, ovvero l’imbarcazione su cui una nuova comunità di persone cercherà di far ripartire il mondo dopo l’estinzione. Il fatto che la nuova umanità si trovi su una nave è estremamente simbolico e rappresenta un’importante chiave di lettura interpretativa, in quanto essa è priva di radici territoriali. Il mare annulla qualsiasi confine nazionale, libera metaforicamente la società da ogni differenza razziale e si torna ad essere tutti semplicemente persone, si torna nuovamente al contatto umano più autentico, vero e proprio fondamento del nuovo mondo del Domani, un mondo in cui i figli degli uomini potranno essere finalmente liberi.

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  • DIETRO LE QUINTE DELLO SPORT: 7 DOCUMENTARI E FILM SPORTIVI

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    I benefici dell’attività fisica sulla salute sono innumerevoli: riduce la pressione sanguigna, aumenta la forza muscolare, migliora la salute e la forza delle ossa. Un’attività fisica regolare, inoltre, può favorire il rilascio di endorfine ed aiutare ad alleviare lo stress, oltre che migliorare la qualità del sonno. Al di là di tutti questi aspetti positivi, è fuor di dubbio che lo sport praticato a livelli agonistici sia molto pesante e, talvolta, può avere dei risvolti negativi. 

    In queste settimane in cui si stanno svolgendo le Olimpiadi di Tokyo, lo sport è al centro delle nostre discussioni e abbiamo la possibilità di vedere esibirsi i migliori atleti del mondo. Approfittiamo dunque di questo grande evento per consigliarvi sette tra documentari e film sportivi che vi faranno entrare dietro le quinte dello sport e dentro la vita dei campioni, mostrandoci non solo le loro soddisfazioni ma anche tutte le loro debolezze e i loro enormi sacrifici.

    • Athlete A (Bonni Cohen e Jon Shenk, 2020, Netflix): 

    Il documentario segue il reportage giornalistico che ha portato alla luce lo scandalo sulla USA Gymnastic, l’associazione di ginnastica artistica che ha taciuto gli abusi sessuali perpetrati ai danni delle atlete da parte del Dottor Larry Nassar. Athlete A mostra gli eventi che lo hanno portato in prigione ma smaschera anche il sistema di corruzione creato dalla Federazione statunitense di ginnastica e dal Comitato olimpico degli Stati Uniti, complici nell’insabbiare le accuse rivolte all’ex medico permettendogli di seguire le atlete per così tanto tempo. Inoltre, la diretta testimonianze di ginnaste, ex ginnaste e genitori delle atlete, testimonia come il confine tra il duro allenamento e la violenza era diventato negli anni sempre più sottile. Il documentario da un lato lascia molto spazio al racconto dei comportamenti criminali e dannosi, da un punto di vista fisico e psichico, attuati ai danni delle atlete dalla Federazione di ginnastica, dall’altro coglie anche l’occasione per dare voce alle vittime.

    • The Last Dance (Michael Tollin, 2020, Netflix)

    Una docuserie che racconta l’ascesa di Michael Jordan e la storia dei Chicago Bulls degli anni ’90 con filmati inediti della NBA Entertainement della stagione 1997-98, un’annata molto particolare: i Chicago Bulls sono i campioni uscenti ma bisogna ancora guardare al futuro per garantire il successo della squadra. All’interno della docuserie, tra gli altri, troviamo anche i contributi di due ex presidenti degli Stati Uniti come Bill Clinton e Barack Obama. 

    • Mi Chiamo Francesco Totti (Alex Infascelli, 2020, Amazon Prime Video)

    Documentario italiano che racconta la storia di uno dei giocatori che ha fatto la storia del calcio, Francesco Totti. Il documentario ripercorre la vita del calciatore dagli inizi della sua carriera a Roma, passando dal successo ai Mondiali del 2006 fino all’abbandono del calcio nel 2017.  

    1. Dietro la prossima curva (José Larraza e Marc Pons, 2020, Netflix)

    Una docuserie spagnola (il cui titolo originale è El Día Menos Pensado) che racconta i ciclisti professionisti della Movistar. Osservare nei dettagli la preparazione per le competizioni, le fasi preliminari, l’ora dei pasti pre e post-gara è sicuramente fantastico per i veri appassionati del ciclismo e dello sport in generale. Sono già state realizzate due stagioni: la prima racconta il 2019 del team di Eusebio Unzué; la seconda, nonostante il 2020 sia stato uno degli anni peggiori per la squadra spagnola che ha ottenuto solo due vittorie in tutta la stagione, risulta avvincente quanto la prima.

    • Vilas: Tutto o niente (Matías Gueilburt, 2020, Netflix)

    Il film racconta la storia del tennista argentino Guillermo Vilas che tra gli anni Settanta e Ottanta rimase sempre ai vertici del tennis mondiale. In particolare, seguiamo le indagini del giornalista sportivo Eduardo Puppo che non si spiega come sia possibile che nonostante le vittorie di Vilas e la sua alta posizione in graduatoria non sia il numero uno nella classifica ATP. Il film conferirà a Vilas quella vittoria che non gli era stata conferita in passato. 

    • Formula 1 – Drive to survive (Paul Martin, 2019, Netflix)

    Una docuserie realizzata da Netflix in collaborazione con la Formula 1 che racconta i retroscena e il dietro le quinte del campionato mondiale di Formula 1 del 2018 e nella seconda stagione del 2019. Attraverso la serie conosceremo la vita dei piloti anche fuori dalla pista. 

    • Tonya (Craig Gillespie, 2017, Amazon Prime Video)

    Tonya è un biopic che racconta la vita della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, interpretata da Margot Robbie, protagonista nel 1994 di uno dei più grossi scandali sportivi degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una delle più grandi pattinatrici di tutti i tempi: fu la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale, un esercizio talmente difficili che per riprodurlo nel film fu necessario usare gli effetti speciali, in quanto nessuna controfigura era disposta o capace di replicarlo.

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  • MAESTRANZE: LO SCENOGRAFO

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    Quella dello scenografo è una figura professionale centrale all’interno di una produzione cinematografica, capace di dover conciliare la propria creatività artistica con le richieste tecniche fatte da sceneggiatori e registi.

    Prima di tutto lo scenografo visiona la sceneggiatura così da capire come poter realizzare le scene, soprattutto nel caso di ambienti interni. Decide come disporre gli arredi, i mobili, dunque la location e gli oggetti, si confronta con il direttore artistico o il direttore della fotografia per la disposizione delle luci, in una fase preliminare realizza delle bozze per avere un’idea generale del progetto, poi commissiona la creazione di oggetti ad eventuali ditte con cui collabora e gestisce l’avanzamento dei lavori nel caso in cui si lavora all’interno di un teatro di posa.
    Per sua fortuna è appoggiato da assistenti e altre figure professionali che lo supportano: l’arredatore ad esempio si occupa di reperire i mobili, tendaggi e oggetti visibili, mentre l’attrezzista si occupa della manutenzione della location, pulendo, spostando o riordinando oggetti e del rifornimento di oggetti di scena come bevande, sigarette e simili, che all’inizio di ogni take devono essere bevuti o fumati dall’inizio.

    Si può immaginare dunque quanto questa figura professionale sia da sempre stata imprescindibile nella lavorazione di un film. Già altrettanto importante nel teatro, non poteva essere da meno nel cinema, dove bisogna creare una tridimensionalità scenica e far sì che lo spettatore creda di trovarsi in quel luogo, o in quell’epoca storica, sebbene non sia oggettivamente possibile. Ad oggi la figura dello scenografo è stata in parte soppiantata dalla CGI per le grandi produzioni, in cui non gode più di quella sua centralità che lo ha caratterizzato in passato. Non bisogna però dimenticare che la credibilità di una location non consiste nel suo essere fantastica o appariscente, ma nella sua essenzialità ed efficacia.

    Approfondiamo tale concetto prendendo come esempio due straordinari registi come Federico Fellini e Robert Bresson.

    Il Casanova di Federico Fellini

    Il primo faceva spesso uso di scenografie vistose realizzate dal premio Oscar Danilo Donati, il quale collaborò con Fellini per moltissimi film come Roma o Il casanova che gli valsero la notorietà a livello internazionale; i suoi lavoro sono un esempio di scenografie vistose, visivamente belle, ben fatte. Lo spettatore non può far a meno di lodarle e di contemplarle. Ricollegandoci a ciò che si è detto prima sull’essenzialità e l’efficacia, alcuni film di  Robert Bresson sono un esempio perfetto di questo tipo di scenografia. Ad esempio in Lancillotto e Ginevra, di cui non abbiamo scenografie visibili o lodabili, la costruzione dello spazio è basata sulla frammentazione, sull’idea di luogo e non sul luogo in sé.

    Qui vengono utilizzate inquadrature molto strette quando ci si trova in determinati spazi, per non far notare il “trucco”, ovvero che alle spalle non vi è una vera e propria scenografia. Dunque si evitano campi lunghi, totali e simili per far si che lo spettatore crei un suo spazio idealizzato, veicolato dalla voce e dai rumori circostanti.

    Con tale esempio dunque si vuole sottolineare quanto non sia necessario spendere molte risorse per realizzare una scenografia se poi non si coglie il nucleo tematico del film.

    Per portare avanti questa fantastica professione, per chi è interessato sono presenti molti percorsi formativi accademici e universitari: qualsiasi accademia di belle arti offre la possibilità di studiare interior design o scenografia, una formazione dunque, che non può e non deve esaurirsi sui libri, ma deve proseguire sui set cinematografici o televisivi che siano.

    Leggi tutti gli approfondimenti sui mestieri del cinema:

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  • IL FUTURO E’ OGGI: NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA – EX MACHINA

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    La fantascienza è sicuramente uno dei generi più amati, più prolifici e di maggior successo della storia del cinema, al punto che numerosissimi sottogeneri hanno visto la luce nel corso dei decenni. 

    Dal Sci-Fi impregnato di filosofia alla 2001: Odissea nello Spazio, fino alla declinazione più vicina all’intrattenimento, come può essere la saga di Star Wars, la fantascienza (quando realizzata sapientemente) si rivela essere uno dei mezzi cinematografici più efficaci per trattare tematiche complesse, attraverso storie relativamente semplici.

    Che si tratti dunque di denuncia sociale, di analisi del mondo contemporaneo o di discussioni su concetti universali più alti, questo genere offre costantemente spunti di riflessione per comprendere meglio il mondo e l’umanità. Lo scopo di questa rubrica sarà, quindi, quello di passare in rassegna le pellicole che meglio riescono a raccontare il presente, parlando del futuro

    Il primo film trattato in questo ciclo di analisi è Ex Machina (2014), lungometraggio d’esordio del regista inglese Alex Garland, che presenta una storia tanto semplice, quanto potente nel messaggio e profonda nell’affrontare le tematiche al suo interno. 

    Molto brevemente la pellicola racconta di Caleb, giovane e promettente programmatore impiegato in una multinazionale informatica che richiama fortemente Google, il quale si ritrova vincitore di un concorso il cui premio consiste in un soggiorno di una settimana sull’isola privata di Nathan, ovvero il geniale fondatore della suddetta compagnia. 

    Non appena il protagonista entra in contatto con lo stravagante inventore, scopre che durante la sua permanenza dovrà sottoporsi a un test di Turing con un’intelligenza artificiale creata dal padrone di casa, per determinare se Ava (questo il nome della macchina) possieda o meno una coscienza propria. In parole poverissime, questo tipo di prova ha successo nel momento in cui il partecipante non si rende conto di essere a colloquio con un androide, dimostrando così che esso non stia semplicemente simulando delle dinamiche umane, ma abbia compreso e interiorizzato il comportamento naturale dell’uomo e riesca ad utilizzarlo spontaneamente per reagire a stimoli esterni. 

    Non tutto, però, nella claustrofobica villa di Nathan è come sembra e ben presto Caleb si troverà invischiato in un gioco di bugie e di illusioni, senza sapere più che cosa sia umano e che cosa no, senza riconoscere più la verità dalla simulazione. 

    N.B. Questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che è disponibile nel catalogo Netflix per chi non lo avesse visto e avesse piacere di recuperarlo. 

    LA RESPONSABILITÀ’ DELLA SCIENZA, TRA LIMITI E RICERCA DEL DIVINO 

    Entrando subito nel vivo della discussione, uno dei concetti chiave attorno al quale ruota tutta la pellicola è la figura dello Scienziato-Creatore e della responsabilità che tale ruolo comporta. 

    In un mondo come quello contemporaneo, in cui le questioni bioetiche si fanno sempre più centrali e determinanti per il futuro della società, questo film pone una domanda molto semplice, ma allo stesso tempo delicatissima: esiste un limite che non andrebbe superato nemmeno in nome della scienza? 

    In questo senso il personaggio di Nathan è archetipico, egli infatti è colui che è in grado di creare la vita, l’uomo che grazie alla sua intelligenza si rende uguale a Dio. Non a caso il suo stesso nome, Nathan, ha origine biblica e significa letteralmente “colui che dà”, mettendo subito in chiaro la natura narcisistica e autoritaria del personaggio interpretato da Oscar Isaac, il quale più volte si definisce una divinità, una sorta di Prometeo che, avendo inventato un’intelligenza artificiale perfetta, metterà fine al dominio dell’essere umano imperfetto e inferiore, dando alla luce una nuova forma di vita migliore e superiore, destinata inevitabilmente a prendere il sopravvento sull’uomo. 

    Nathan, dunque, metaforicamente distrugge il ruolo dello scienziato, ovvero quello di studioso del mondo razionale, di ricercatore della conoscenza e della comprensione della Natura, per farsi Creatore e Padre di una nuova specie perfetta e per affermare, di conseguenza, la perfezione della sua intelligenza genitrice, perso in un delirio di onnipotenza che gli impedisce di preoccuparsi per qualsiasi tipo di conseguenza. 

    Questa questione, seppur romanzata nella pellicola, risulta essere estremamente attuale: in una società come quella moderna, in cui l’esplorazione scientifica ha, di fatto, raggiunto livelli così alti da permettere quasi l’impossibile, diventa obbligatorio chiedersi se sia necessario e giusto a livello etico intraprendere tutte le possibilità che sono, ormai, potenzialmente raggiungibili. In questo senso la responsabilità della figura dello scienziato diventa enorme, in quanto nelle sue mani stringe il timone della grande nave del progresso umano e con le sue scelte è in grado di condurla verso lidi oscuri e pericolosi, spinto da una cieca sete di conoscenza, oppure verso terre nuove e inesplorate, lasciando al divino ciò che compete al divino.

     IL TEST DI TURING E L’IDENTITÀ DELL’I.A. 

    Altro elemento centrale all’interno della pellicola è, senza dubbio, il Test di Turing a cui lo spettatore assiste. La serie di colloqui tra Ava e Caleb si apre con un atteggiamento di manifesta superiorità da parte del giovane, tanto convinto di essere pienamente in controllo della situazione e sicuro nella sua posizione di interrogatore, quanto in realtà pedina in un sottile gioco di realtà e finzione. La progressiva perdita di ogni certezza da parte del protagonista apre la discussione a numerosissime questioni sulla natura del rapporto tra umano e I.A: come già accennato, infatti, ciò che colpisce subito è la rappresentazione classica dell’androide, ovvero un essere amichevole e in qualche modo sottomesso alla figura dell’umano-padrone, che però si sgretola con il procedere della trama. Ava, infatti, nei momenti in cui Nathan è impossibilitato a sorvegliare le sessioni, svela una natura differente rispetto a quella fredda e robotica mostrata in precedenza, al punto che è possibile affermare che la vera umanità della macchina emerga negli attimi di confidenza libera con Caleb, in cui mostra sentimenti autentici e profondamente umani come l’amore, la speranza, la spinta verso la libertà e la paura per il futuro. 

    L’elemento geniale della pellicola è proprio questa lenta insinuazione del dubbio sull’identità dell’androide che colpisce in primo luogo il protagonista, ma che arriva in modo altrettanto forte allo spettatore stesso, il quale si trova coinvolto a sua volta nel Test di Turing che ha luogo sullo schermo, dovendo determinare autonomamente se Ava possa essere definita una coscienza umana o, al contrario, se i sentimenti che appaiono così veri siano in realtà una semplice simulazione. 

    Questo grande quesito, ovvero che cosa rende l’uomo tale, non è di certo nuovo nel filone fantascientifico (Blade Runner e Alien sono tra gli esempi più importanti) che da sempre si interroga sulla natura dell’intelligenza artificiale e Ex Machina propone un’interpretazione molto ambigua, ma allo stesso tempo folgorante. Dopo essere riuscita a liberarsi grazie all’aiuto di Caleb, convinto dell’amore mostratogli dalla droide, e dopo aver ucciso Nathan (riprendendo il topos archetipico dell’affermazione di sè tramite l’uccisione del proprio creatore), Ava decide di intrappolare il giovane ragazzo all’interno della casa in cui è stata prigioniera fino a quel momento e di fuggire da sola verso il mondo, finalmente libera e indipendente. Questa sequenza finale, oltre ad essere piena di simbolismi e metafore, alimenta il dubbio sull’identità dell’I.A: da un lato Ava dimostra di aver simulato i propri sentimenti per convincere Caleb ad aiutarla a scappare, rendendo di fatto nulla l’interpretazione secondo la quale queste emozioni la rendessero una coscienza del tutto simile all’uomo, ma apre un altro tipo di valutazione, in quanto l’intrigo orchestrato dalla macchina per liberarsi è rappresentazione della spinta umana a fare di tutto pur di ottenere ciò che si desidera, perfino a fingere amore e a tradire la fiducia del prossimo. 

    In questo senso Ava supera pienamente il Test di Turing e si conferma capace di un comportamento pienamente autonomo e non simulato, in quanto non esiste nulla di più umano dell’inganno e della vendetta.  

    IL CONCETTO DI EVOLUZIONE 

    L’ultimo elemento oggetto di questa analisi è la simbologia, ricorrente lungo tutta la pellicola, legata al concetto di evoluzione. L’I.A, infatti, viene più volte descritta da Nathan come lo step successivo – e inevitabile – della scala evolutiva della specie umana, che segnerà un cambiamento paragonabile al passaggio da scimmia a uomo.

    Da questo punto di vista, il film tratta questo argomento grazie a una serie di dettagli magistralmente studiati e disseminati all’interno del racconto: il più evidente è, sicuramente, la serie di maschere nel corridoio della villa, che, ripercorrendo cronologicamente la storia della razza umana, arrivano fino al volto dell’androide, simbolo di una nuova e perfetta specie, forma compiuta e suprema del percorso evolutivo umano. 

    Questo senso di “punto di arrivo” viene ripreso anche successivamente, quando Ava, dopo aver scoperto tutti i prototipi delle donne-robot progettate e nascoste (letteralmente come scheletri nell’armadio) da Nathan nel corso degli anni, si veste concretamente della pelle delle sue predecessori come per portare un pezzo di esse nella libertà che così a lungo avevano sognato e agognato. 

    La vestizione di Ava, dunque, chiude il percorso di emancipazione della sua “specie”: il successo della sua fuga distrugge definitivamente le catene del Creatore-Padrone e afferma l’individualità e l’indipendenza delle droidi che, non a caso, sono esclusivamente donne, dando a questo discorso un’attualità, un simbolismo e uno spessore sicuramente importante in una società come quella contemporanea.

    Il percorso della protagonista la porta, dunque, ad elevarsi come essere perfetto, consapevole e non più schiavo, come punto massimo dell’evoluzione tutta e come inizio di una nuova era per il mondo. Non è un caso, infatti, che il nome della prima donna di questa nuova specie rimandi in modo estremamente palese all’Eva biblica, anch’essa creata da un Dio e anch’essa ribelle verso il Creatore, anch’essa alla ricerca della propria identità al di fuori dall’Eden.   

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  • I B-MOVIE E LA NASCITA DEL NOIR

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    BASSO BUDGET, ALTO STILE

    Il passare degli anni ha mutato costantemente il significato del termine B-movie allontanandosi dalle sue origini per assumere sfaccettature forse anche troppo generiche. Con film di serie B si intendeva indicare, in origine, ogni tipo di mediometraggio realizzato sfruttando scenografie, attori ed attrezzature già impegnate su set di riprese cinematografiche di produzioni con budget più alti che, a differenza di quest’ultime, veniva girato e montato in breve tempo. Il reimpiego del materiale e personale, oltre che l’inserimento di pellicola già registrata in precedenza proveniente da altri lavori, consentiva non solo di ridurre le spese ma anche di ottenere ulteriori incassi. Certo, definire i limiti entro i quali possiamo considerare dei film low budget non è semplice e richiede una conoscenza più approfondita del contesto a cui ci riferiamo.

    Le prime produzioni di serie B si sviluppavano attorno agli anni Trenta a seguito della Grande Depressione per riempire gli spazi, ormai vuoti, che accompagnavano le proiezioni principali con piccoli spettacoli o cortometraggi. Le major, in un primo momento contrarie alla doppia proiezione, presto formarono nuovi stabilimenti dedicati alle produzioni di serie B per andare incontro al mercato in continua espansione. Mentre l’obiettivo delle major erano gli incassi provenienti dai teatri delle più importanti città, che erano il regno dei kolossal con talentuose star e alto budget, la gran parte delle vendite di questi B-movie proveniva dalle sale di paesini e città più piccole. Per le sale cinematografiche indipendenti potersi accaparrare i film di serie A era molto più complicato, a loro venivano infatti concesse le licenze dei film più rinomati solo a patto che acquistassero anche i film di serie B, meno ricercati. Questa pratica, chiamata block booking, garantiva la redditività di ogni B-movie. Mentre gran parte degli studios della “Poverty Row” erano soggetti a veloci chiusure dopo alcune produzioni, le produzioni delle grandi major come MGM o Warner che si spostavano sui B-movie potevano contare su budget assai più alti rispetto alle produzioni di società più piccole come la Monogram Pictures o la Republic Pictures. Le produzioni di serie B delle Big Five erano facilmente in grado di competere contro i prodotti di punta delle minori. In entrambi i casi, però, questi film venivano spesso sponsorizzati come film di serie A ma su mercati differenti. Un film di secondo piano a New York poteva essere un grande film a Dallas.

    I film di serie B si sviluppavano soprattutto in specifici generi cinematografici caratterizzandone anche i tratti specifici: in particolare il western era al centro di tutta la Golden Age delle produzioni di serie B, mentre l’horror e la fantascienza divennero più popolari solamente negli anni Cinquanta. Se da un lato questi film venivano in parte ignorati dalla critica e dal pubblico, dall’altro avevano la libertà di sperimentare sia nuovi spunti narrativi sia nuovi promettenti talent cinematografici, divenendo il banco di prova di molti futuri grandi artisti. Lo scarso numero di set disponibili, la mancanza di star e le numerose limitazioni economiche dovute al budget spinsero gli autori, a mo’ di compensazione, ad adottare soggetti complessi ed intricati. Se gli anni Trenta erano ricchi di commedie, musical e western, a partire dagli anni Quaranta si sviluppò un’importante sotto genere del poliziesco che interessò buona parte delle produzioni RKO negli anni a venire: il noir.

    UNO SGUARDO AL NEO NOIR

    Nato dai film di serie B come soluzione a diversi problemi di produzione, il noir si è rivelato essere una matrice di grandi classici e sottogeneri cinematografici amati da tutti ancora oggi. Influenzato sia dall’Espressionismo tedesco sia dal Realismo Poetico francese, dalla letteratura hard-boiled e dalla generale disillusione post bellica, il noir dava vita a un mondo alla deriva, specchio del tramonto del sogno americano del secondo dopoguerra. Il suo forte carattere artistico gli ha permesso non solo di sopravvivere al passare degli anni ma anche di riadattarsi e assumere nuove forme, ancora più forti e avvincenti. Grazie all’avvento della televisione e all’espansione del cinema europeo, ora in grado di competere con quello hollywoodiano, le restrizioni presenti nel Codice Hays vennero presto abbandonate. I registi avevano così la libertà di mostrare immagini e di trattare temi prima di allora proibiti, come la violenza e l’erotismo. Il secondo dopoguerra statunitense era caratterizzato da un altissimo tasso di natalità, la cosiddetta generazione dei Baby boomer, e da uno spostamento sostanziale dai grandi centri urbani verso i sobborghi. Il naturale bisogno delle nuove generazioni di trovare delle risposte ai propri dilemmi diede al cinema la giusta spinta per affrontare i problemi sociali, etici e morali che le affliggevano. Forse è anche per questo, più che per il loro stile, che venivano tanto amati questi film. Film che fanno riflettere, creano dubbi e danno vita a discussioni e dibattiti. Non propugnavano un’unica via di pensiero ma lasciavano allo spettatore la capacità di ascoltare e mettersi in discussione. L’antieroe era il simbolo di una generazione, una generazione a cui era data la facoltà di comprendere meglio la dualità della vita e la complessità dell’essere umani. Così si giunse, a partire dagli anni Settanta, a film vicini al noir, che proponevano però conflitti morali dirompenti: da Taxi Driver (1976) a Velluto blu (Blue Velvet, 1987), da Chinatown (1974) a Blade Runner (1982), fino ai più recenti Seven (1995) e I soliti sospetti (The Usual Suspects, 1995). Da questi film traspare la volontà di intrattenere in modo più brutale e diretto, senza mezze misure, ma soprattutto di scavare più approfonditamente di quanto fosse mai stato fatto nell’animo umano e nell’identità dei propri protagonisti. Questi film vengono denominati neo-noir: opere consapevoli delle proprie origini ma rivolte al futuro, un futuro ricco di storie complesse e intricate. Molti dei più grandi successi di critica e di pubblico degli ultimi anni sfoggiano con orgoglio le proprie discendenze dal noir, ringiovanendo il genere e arricchendolo di nuovi significati.

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  • LA MALATTIA MENTALE NEI FILM (PARTE 2)

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    La malattia mentale è un tema trattato frequentemente nei film, ma la sua rappresentazione può variare molto a seconda delle epoche e dei registi. Alcuni film raccontano la follia con accezione negativa, in cui il malato è rappresentato come imprevedibile, violento e socialmente pericoloso. Tra questi ricordiamo Shining (S. Kubrick, 1980) o Psycho (A. Hitchcock, 1960), che ci hanno regalato due delle migliori rappresentazioni della schizofrenia. Altre opere, invece, rappresentano il malato mentale come una persona buffa, come in Scemo & più scemo (P. Farrelly, 1994). 

    Accanto a questi due filoni se ne può identificare un terzo che prevede una rappresentazione più empatica di questa realtà, in cui i malati mentali sono presentati come persone anticonformiste, sincere e spesso geniali. In questo tipo di film si racconta l’insensibilità con cui spesso vengono trattati, internandoli in strutture così da isolarli dalla società e cercando di renderli “innocui”, privandoli di personalità e creatività.

    Un altro elemento da considerare è sicuramente la prospettiva da cui la storia ci viene raccontata. Pensiamo a film come La pazza gioia di Paolo Virzì che ci fanno vedere il tutto dall’esterno. Ci farà subito rendere conto dei pregiudizi con i quali ci approcciamo a queste realtà: diamo infatti subito per scontato che Beatrice e Donatella, le protagoniste del film, si siano inventate delle vite false per sfuggire alla realtà, troppo triste o difficile da sopportare.

    Altri film ci fanno vedere il tutto dalla prospettiva del malato, possiamo pensare a The Father. Ci racconta tutta la storia attraverso gli occhi di Anthony, capiremo davvero cosa significa soffrire di una malattia così tremenda. 

    Abbiamo già parlato di questa tematica in una articolo che puoi leggere cliccando qui.

    Vediamo alcuni dei film di maggiore successo che ci raccontano questa realtà:

    1. Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Miloš Forman (1975)

    Un film che ha segnato la storia del cinema per il modo innovativo in cui ha portato in scena un argomento molto delicato: il trattamento disumano a cui venivano sottoposti i pazienti nei manicomi e negli ospedali psichiatrici. Il tema è chiaro sin dal titolo, in effetti il “nido del cuculo” è una delle molte espressioni impiegate nel gergo statunitense per indicare un manicomio. 

    Il film ci parla di Randle McMurphy (Jack Nicholson), un carcerato che arriva in un ospedale psichiatrico affinché venga stabilito se le sue azioni possono dipendere da una malattia mentale oppure da una simulazione della stessa. Si fa subito notare per il suo atteggiamento anticonformista, in particolare eludendo in tutti i modi possibili le dure regole imposte dalla caporeparto Ratched (Louise Fletcher). McMurphy sveglierà il desiderio di libertà degli altri pazienti che, trascinati da lui, iniziano ad opporsi alla rigida disciplina imposta. 

    Nel manicomio i trattamenti che vengono usati per annullare i pazienti e punirli in caso di disubbidienza sono molto forti, come elettroshock e lobotomia. Un paradosso: i medici che dovrebbero prendersi cura del prossimo controllano con la violenza gli atteggiamenti che si discostano dalla norma, spesso dimenticando che anche loro sono persone con sentimenti, desideri e sofferenze. 

    1. Habemus Papam, di Nanni Moretti (2011)

    Alla morte del vecchio Papa, viene eletto il nuovo pontefice e la scelta cade sul cardinal Melville (Michel Piccoli). Il Papa neoeletto, dopo un attacco di panico, presenta sintomi di tipo depressivo, dovute al legittimo timore di non essere all’altezza del ruolo. Il Vaticano si rivolgerà a Moretti, uno dei migliori psichiatri, per aiutarlo a superare il suo disagio.

    1. Shutter Island, di Martin Scorsese (2010)

    Nel 1954, l’ufficiale e detective Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) deve investigare la scomparsa di una paziente dall’ospedale psichiatrico di Shutter Island. Le ricerche si complicano e Teddy comincia a dubitare di tutto: della propria memoria, del proprio partner e addirittura della propria sanità mentale. 

    I pazienti di Shutter Island non sono comuni malati di mente, ma persone che hanno commesso crimini atroci. Il film prende il via da un matricidio: Teddy è chiamato a indagare proprio sulla scomparsa di una donna che si è macchiata di questo peccato a causa di un disturbo maniaco-depressivo. Troppo spesso nella realtà, come nel film in questione, donne che dopo la maternità sviluppano una depressione e avrebbero bisogno di supporto vengono abbandonate a sé stesse. 

    Teddy, invece, è vittima di un disturbo da stress post-traumatico, disturbo che emerge a mo’ di difesa personale dopo un evento terribile. Un disturbo che il protagonista si trascina dietro, rifiutandosi di accettarlo e preferendo vivere in una menzogna. 

    1. I love shopping, di P. J. Hogan (2009)

    Il film racconta la storia della giornalista Rebecca Bloomwood (Isla Fisher) che vive e lavora a Londra dove si trova coinvolta in una serie di disavventure economiche e sentimentali, in gran parte create o alimentate dalla sua ossessione per gli acquisti. 

    Nel film vediamo come una passione può diventare una malattia e in particolare viene rappresentato il disturbo ossessivo-compulsivo. L’atto del comprare diventa un impulso a cui non si riesce a resistere e sarà la protagonista stessa ad ammetterlo ad una riunione di “compratori compulsivi anonimi” dicendo: “Compro perché, quando lo faccio, il mondo diventa migliore… Ma poi non lo è più e ho bisogno di rifarlo!”. 

    1. Forrest Gump, di Robert Zemeckis (1994)

    Forrest Gump (Tom Hanks), un uomo ormai adulto che, seduto su una panchina alla fermata dell’autobus, racconta alle persone che si vanno succedendo la propria vita. 

    Inizialmente racconta la sua infanzia difficile: un bambino affetto da un deficit cognitivo e da gravi problemi di postura, condizione che lo rende facile preda dei bulli. Riuscirà a reagire grazie al sostegno della madre e della sua amica Jenny. Quest’ultima gli farà scoprire di avere un’abilità particolare: è bravissimo nella corsa. Da bambino bullizzato riuscirà a diventare un uomo di successo. Questo film è dimostra come alcune problematiche, anziché limitare le persone, le stimolino a compiere qualcosa di grande. 

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  • MAESTRANZE: IL MONTATORE

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    Oggi, nel nuovo numero dedicato alle professioni del cinema, ci occupiamo di una figura professionale che, a differenze delle altre viste fino ad ora, è più conosciuta, ma il cui lavoro è apprezzato in maniera diversa a seconda dello spettatore, motivo per cui mi soffermerò maggiormente sull’evoluzione storica e tecnologica del montaggio.
    Quello del montaggio è un lavoro fondamentale per il risultato finale della pellicola in quanto, smontando il film e rimontandolo, riesce a dare una forma e alle volte anche un’anima alla pellicola stessa.
    Nel corso della storia del cinema ci sono state molteplici scuole di pensiero legate allo stacco di montaggio, tra chi preferiva nasconderlo e renderlo “invisibile” e chi preferiva mostrarlo, esibirlo secondo un’ideologia opposta, abbracciando un principio di discontinuità.
    Secondo alcuni teorici del montaggio, come Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, questo strumento è il principale portatore di significato del film e di tutti gli altri elementi che lo compongono. La cosiddetta scuola di montaggio sovietica ne eleva la centralità rendendolo una caratteristica ancor più importante della regia stessa, facendo sì che dallo scontro tra due immagini se ne generi un terzo significato e che lo spettatore arrivi ad una conclusione di tipo concettuale e simbolica, spesso influenzandone inevitabilmente il pensiero.
    Altri invece, come André Bazin, critico fondatore dei Cahiers du cinéma credevano più in un approccio realistico, ovvero restando fedeli alla ricostruzione della realtà. Per fare ciò è necessario cogliere l’ambiguità immanente del reale, ovvero l’indeterminazione degli eventi, il principio di causalità con cui si manifestano: da un fattore scatenante seguono degli eventi non predeterminati come nella vita reale, i quali  portano a conclusioni differenti. Questo concetto, per sembrare il più veritiero possibile, deve manifestarsi con un montaggio “trasparente” in cui non si percepisce la discontinuità o lo stacco tra le inquadrature e in cui si rispettano tutte le regole dei raccordi (posizione, direzione, direzione dello sguardo, movimento) seguiti in primis dall’industria classica hollywoodiana.

    L’EVOLUZIONE TECNOLOGICA

    Questo excursus storico ci permette di capire come il montaggio sia una tecnica che di certo non preveda una sola scuola di pensiero ma molteplici. Non esiste, quindi, il metodo corretto, bensì quello più adeguato per ogni situazione e per le esigenze del film, senza contare quanto nel corso degli anni siano cambiate e continuino a cambiare sempre le possibilità tecnologiche offerte dalla modernità.
    Ricordiamo che il montaggio in principio era di tipo manuale ovvero necessitava di forbici, raschietto, coltello, acetone e ci si sporcava letteralmente le mani per giuntare le inquadrature; con l’invenzione della moviola, brevettata dall’olandese Iwan Serrurier negli anni 20’, nasce la possibilità di visionare la pellicola a rallentatore e di rendere gli stacchi più precisi ma soprattutto di ridurre radicalmente i tempi, aprendo la fase del montaggio analogico.
    Dagli anni 80 in poi si comincia a lavorare con dei sistemi misti, effettuando effetti speciali particolarmente suggestivi, ma è soprattutto negli anni 2000 che si passerà concretamente al montaggio digitale, o anche detto non lineare, poiché ci si può occupare tanto di immagini, quanto di video e di suoni, all’interno di un medesimo software di Desktop Editing.

    LA PROFESSIONE TOUT COURT

    Il mestiere attualmente prevede di eseguire in primo luogo l’ingest, ovvero il trasferimento dei dati sul dispositivo in cui si deve lavorare, ad esempio tramite hard-disk o simili.
    Successivamente alla fase di acquisizione del materiale, segue quella di organizzazione dello stesso, distribuendo i file in apposite cartelle o in un archivio in base a come si decide di operare.
    Dopo di ché ne segue l’elaborazione ovvero il montaggio vero e proprio, prima seguendo la sceneggiatura, effettuando gli stacchi per ogni cambio di location, di personaggi e le eventuali indicazioni riportate, (si parla in questo caso di macrostruttura), poi costruendo la scena con i singoli stacchi di montaggio, determinando la lunghezza e la durata di un’inquadratura, il modo più o meno brusco in cui avviene ciò, ovvero la microstruttura.

    Il montatore o la montatrice può occuparsi di curare la parte di editing ma anche quella di compositing legata alla cura degli effetti speciali o ritocchi dell’immagine come il painting, la color correction, il motion effects ecc… oppure nel caso in cui sia interessato al suono, effettuare il mixaggio del film, occuparsi tanto della parte visiva tanto di quella sonora, molti professionisti sono montatori/trici audio e video, come ad esempio il tre volte premio oscar Walter Murch.

    È sicuramente una professione molto pratica, minuziosa, che prevede una grande propensione per la cura dei dettagli e per la vigilanza, in quanto l’errore si trova sempre dietro l’angolo per un montatore, occorre dunque visionare il materiale un numero considerevole di volte prima di eseguire la fase di composizione  e finalizzazione, ovvero costituire la copia master del film, ed esportarla per distribuirla in sala.
    Il consiglio che si può dare ai giovani che vogliono intraprendere tale mestiere è quello di mettersi in gioco e alla prova sin da subito, per nostra fortuna ad oggi quasi tutti abbiamo un computer che ci permette tramite dei software appositi di effettuare montaggio, sebbene in maniera amatoriale è pur sempre un’ottima forma di esercizio che vale la pena eseguire.
    Esistono sicuramente tante valide opportunità all’interno di scuole e accademie di cinema per addentrarsi nella professione, occorre informarsi a dovere e cominciare a “tagliare e cucire”.

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