Category: Archivio

Tutti gli articoli usciti su Framescinema in questi anni

  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – LA TRASFORMAZIONE DI BRADLEY COOPER, IL TRAILER DEL NUOVO PINOCCHIO…

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    • LE PRIME IMMAGINI DI BRADLEY COOPER IN MAESTRO

    A cinque anni di distanza dal suo esordio dietro alla macchina da presa con il pluripremiato A Star is Born, Bradley Cooper tornerà il prossimo anno con Maestro, biopic dove interpreterà il leggendario direttore d’orchestra e compositore Leonard Bernstein. Il film è di distribuzione Netflix e l’attore sarà affiancato da Carey Mulligan, nei panni della moglie Felicia Montealegre.

    Nella giornata del 31 maggio sono circolate sul web le prime immagini di Cooper sotto al make up che lo ha letteralmente trasformato nel celebre musicista, e il risultato lascia a bocca aperta. La somiglianza è davvero incredibile.

    In alcuni scatti, Cooper figura anche accanto al regista Steven Spielberg (produttore assieme allo stesso Cooper, Martin Scorsese e Todd Phillips): inizialmente sarebbe dovuto essere proprio Spielberg a dirigere il lungometraggio, ma si è poi dichiarato ben disposto a lasciarlo nelle mani dell’attore una volta che quest’ultimo gli avrebbe chiesto di cedergli l’incarico.

    Pare davvero che l’attore stia mettendo anima e – soprattutto – corpo in questo progetto tanto desiderato.

    In ogni caso, dovremo aspettare il 2023 per vedere il risultato completo nelle nostre sale.

    • IL TRAILER DI PINOCCHIO

    Lo so, siete un po’ confusi.

    Abbiamo avuto il buon Pinocchio in live action di Garrone poco più di due anni fa. A gennaio è stato rilasciato il teaser trailer del nuovo Pinocchio animato in stop-motion di Guillermo del Toro per Netflix (in uscita a dicembre 2022), e il 31 maggio abbiamo avuto un altro trailer di un nuovo live-action di Pinocchio, questa volta di Robert Zemeckis e in uscita direttamente l’8 settembre 2022 su Disney+ (pur essendo visibile anche su Sky Q e tramite app su Now).

    Pare che l’industria cinematografica abbia colto alla lettera l’attributo di “racconto di formazione universale” affibbiato all’opera di Collodi e si sia impegnata un’imperitura serie di trasposizioni.

    Il cast è d’eccezione: Benjamin Evan Ainsworth (The Haunting of Bly Manor) darà la voce al burattino-bambino di legno, Tom Hanks sarà Geppetto, l’italiano Giuseppe Battiston interpreterà Mangiafuoco, Joseph Gordon-Levitt sarà il Grillo Parlante, Cynthia Erivo vestirà i panni della Fata Turchina (dopo le sterili polemiche dell’ultimo anno per via delle sue origini nigeriane), mentre Lorraine Bracco (I Soprano, Quei Bravi Ragazzi) sarà Sofia il Gabbiano, un nuovo personaggio.

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=Iv56zB7qW9s

    • CARY FUKUNAGA: NUOVE ACCUSE DI ABUSI SUL SET

    Cary Fukunaga, regista di No Time to Die, True Detective e Maniac, è finito nuovamente in una bufera mediatica e giudiziaria: appena pochi giorni fa era stato accusato di molestie da alcune attrici fra cui Rachelle Vinberg, che in un post aveva dichiarato che Fukunaga “traumatizza le donne. Ho parlato con molte ragazze. Vaffanculo Cary. Ho passato molti anni ad aver paura di lui. Quest’uomo è un molestatore e fa queste cazzate da anni”. A Vinberg si sono così accodate anche anche le gemelle Hannah e Cailin Loesch, dirette da Fukunaga in Maniac.

    Ora, è Rolling Stone a riportarci un ulteriore episodio di molestie sul set – configurato come “abuso di potere” : durante le riprese di Masters of the Air, miniserie sulla Seconda Guerra Mondiale, Fukunaga avrebbe scattato delle foto aggiuntive a delle comparse vestite da prostitute; solitamente non è compito del regista adoperarsi per questi compiti, e la persona citata da Rolling Stone dichiara che il regista avrebbe prolungato assai la sua permanenza sul set, chiedendo alle attrici di assumere posizioni eufemisticamente esplicite.

    Seguiremo lo sviluppo del caso mediatico: certo è che le accuse contro Fukunaga cominciano a moltiplicarsi.

    • LEONE D’ORO ALLA CARRIERA PER CATHERINE DENEUVE

    Lungo la 79a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, all’attrice francese Catherine Deneuve sarà riconosciuto il prestigioso Leone D’oro alla Carriera. La decisione è stata presa dal Cda della Biennale di Venezia, che ha fatto propria la proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera.

    Queste le dichiarazioni a caldo dell’attrice: “È una gioia ricevere questo premio prestigioso alla Mostra di Venezia, che amo e conosco da molto tempo, da quando Bella di giorno di Luis Buñuel ha ricevuto a suo tempo il Leone d’Oro. È un onore inoltre essere stata scelta per questo omaggio dalla Mostra, perché mi ha accompagnato molto spesso per tanti film. Grazie. Con amicizia.

    Alle sentite parole di Deneuve si sono aggiunte anche quelle del Direttore Barbera, trovate tutto sul sito della Biennale a questo link.

    L’ultimo film in cui abbiamo avuto modo di vederla è stato quello di produzione franco-giapponese, Le Verità (2019), di Hirokazu Kore’eda, fra l’altro in competizione sempre a Venenzia per il Leone d’oro al miglior film.

    • IL TEASER TRAILER PER 1899, LA SERIE DEI CREATORI DI DARK

    Il 31 maggio, Netflix ha rilasciato il primo teaser trailer di 1899, la nuova serie tv le cui cabine produttive sono guidate dagli stessi creatori di Dark.

    Dal trailer si intuisce molto poco del contenuto della serie, ma come riportato dal sito Ciakclub.it: “1899 racconterà la storia di un gruppo di migranti che si imbarcano su una nave per attraversare l’Oceano Atlantico e arrivare da Londra a New York. I passeggeri, tutti europei, sono accomunati da grandi speranze e sogni per il nuovo secolo e per la loro nuova vita in America. Ma quando scopriranno di un’altra imbarcazione in mare aperto il loro viaggio prenderà una svolta inaspettata, trasformandosi in un vero e proprio incubo.

    Il primo trailer esteso arriverà online tra due settimane e con esso sapremo anche la data d’uscita della serie tv.

    Link al trailer cliccando qui.

    Fonti: Deadline, BadTaste, The Hollywood Reporter, Coming Soon, Indiewire, Filmpost, Rolling Stone, Ciakclub

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  • #14 STRADE PERDUTE: L’HORROR SECONDO ROBERT EGGERS (THE WITCH E THE LIGHTHOUSE)

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    LINK ALL’EPISODIO

    Con Luca Orusa, Alberto Faggiotto e Mattia Bianconi oggi andiamo ad approfondire il cinema di Robert Eggers, uno dei più grandi talenti contemporaneo.

    Indice:
    03:00 – The VVitch
    32:37 – The Lighthouse

    Per un approfondimento sull’ultima opera di Eggers “The Northman” ascoltate la puntata dedicata

  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI, EP. 1 – 2 – UN INIZIO PROMETTENTE

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    – Allerta spoiler –

    Venerdì 27 maggio sono usciti su Disney+ i primi due episodi di una delle serie tv più attese appartenenti al franchise di Star Wars: Obi-Wan Kenobi. Lo spin-off dedicato a uno dei personaggi più amati del cinema di fantascienza era stato annunciato con un trailer affascinante in cui un Ewan McGregor decisamente più maturo torna a vestire i panni dell’eroe Jedi come se non li avesse mai abbandonati davvero. Le prime due puntate della serie sono a dir poco intriganti, e in questa sede abbiamo deciso di fare una breve analisi includendo anche qualche previsione riguardo l’evoluzione della storia narrata.

    LO SPLENDIDO RECAP INIZIALE

    La prima puntata di Obi-Wan Kenobi si apre con una sequenza che riesce perfettamente a farci tornare nell’universo fantascientifico creato da George Lucas. Infatti, le vicende narrate nella serie si svolgono a metà tra La Vendetta dei Sith (episodio 3) e Una Nuova Speranza (episodio 4), perciò sembrava necessario dover fare un “riassunto” delle vicende precedenti che si svolgono nella trilogia prequel, e che hanno condotto Obi-Wan dove si trova adesso. La sequenza è a dir poco meravigliosa, e siamo sicuri farà scendere più di una lacrima a tutti i fan della saga. Ci viene presentato l’Obi-Wan della trilogia prequel, che addestra il giovane Anakin Skywalker fino a che, quando quest’ultimo cede al lato oscuro, si ritrova a doverlo affrontare in duello, arrivando a ferire mortalmente il giovane allievo. Grazie a questo recap si ribadisce il forte legame con i film della saga, tanto che la serie stessa si inserisce in una dimensione più “cinematografica” rispetto agli altri prodotti seriali ambientati nell’universo di Star Wars.

    La vicenda raccontata nella serie si colloca quindi prima del momento in cui Leia chiede aiuto al vecchio Kenobi in Una Nuova Speranza, con l’intenzione di esplorare vicende mai mostrate prima ma che suscitano subito curiosità, soprattutto per quanto riguarda i legami tra i personaggi.

    I PERSONAGGI DELLA SERIE

    Nei primi due episodi, sono tre i personaggi più interessanti: Obi-Wan, la piccola Leia e l’inquisitrice Reva; la loro scrittura sembra piuttosto buona, così come i loro movimenti lungo le vicende che muovono la trama. Obi-Wan ci viene mostrato stanco, disilluso, come se avesse smesso di credere nei valori che rappresenta, pieno di conflitti interiori ed estremamente solitario. Un punto decisamente a favore di questo show risiede nella scelta di portare sullo schermo un personaggio molto amato, cercando di esplorare le crisi che vive dentro di sé: Obi-Wan è, infatti, combattuto tra il profondo affetto che prova per i fratelli Skywalker e il senso di colpa per aver fallito nell’addestramento del giovane Anakin. Menzione d’onore per Ewan McGregor, che torna perfettamente nei panni del nostro Jedi preferito, riconfermando, ancora una volta, come questo ruolo gli calzi a pennello.

    L’evento principale che muove la trama, per ora davvero intrigante, è il rapimento della piccola Leia dalla sua famiglia adottiva, e la ricerca di aiuto avanzata da Bail Organa proprio nei confronti di Obi-Wan. Il personaggio di Leia è forse il migliore della serie, sia per la sua caratterizzazione ben definita sia per la bravura della giovanissima attrice. Già da ragazzina, la principessa dimostra il coraggio e l’astuzia che la caratterizzeranno da adulta e che hanno conquistato il cuore di tutti i fan del franchise. Ancora più interessante è poi il rapporto che si inizia a costruire tra Leia e Obi-Wan, inizialmente conflittuale, e che incuriosisce lo spettatore portandolo a chiedersi come evolverà.

    Infine, il personaggio dell’Inquisitrice Reva, quella che sembra un po’ il villain della serie, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: è perfida, dà la caccia ai Jedi quasi come fosse una questione personale, ma rischierà di trasformarsi in una macchietta se la sua gestione non sarà accurata e attenta. Speriamo sinceramente che ciò non accada, dato che un buon villain è fondamentale per un prodotto di questo tipo, e tra gli Inquisitori che ci vengono mostrati lei sembra il più promettente.

    PUNTI DEBOLI E TEORIE

    Va detto che nella serie non manca qualche difetto, come una gestione dei tempi e una regia non sempre perfette e alcuni effetti visivi non proprio al top. In particolare le scene d’azione e gli inseguimenti, a volte, appaiono confusionari e con un montaggio un po’ zoppicante. Il prodotto è comunque decisamente valido, e speriamo che possa migliorare anche in questi piccoli difetti, poiché le aspettative sono tante e le teorie – tra cui una riguardante un duello tra Obi-Wan e Anakin (già divenuto Darth Vader) – non fanno che accrescere la curiosità nei confronti della serie.

    Per ora non possiamo far altro che aspettare i prossimi sviluppi, sperando che gli autori possano aggiustare leggermente il tiro regalandoci una delle migliori storie dell’universo di Star Wars.

    Vi ricordiamo che Obi-Wan Kenobi uscirà ogni mercoledì, un episodio a settimana.

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  • LIVE #13 – IL CINEMA DEGLI ANNI ’90 DI CLINT EASTWOOD

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    I nostri due Alessandri (Catana e Corrao) ci parlano di tre opere magistrali dirette dal maestro Clint Eastwood negli anni ’90.

    Indice:
    03:00 – Gli Spietati
    26:45 – Un mondo perfetto
    52:20 – I ponti di Madison County

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  • Clint Eastwood – Omaggio e riscrittura della classicità

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    Ho sempre avuto la convinzione che gli attori che implorano il pubblico di amarli siano sempre peggiori di quelli che dicono: ‘Andate al diavolo, se non vi piaccio non venite a vedermi’”.

    LA DUPLICITÀ DI CLINT EASTWOOD NEL PANORAMA HOLLYWOODIANO

    La figura di Clint Eastwood è nota al grande pubblico per essere un personaggio “problematico” dalle opinioni spesso molto nette, talvolta equivoche, per alcuni persino estreme. Tuttavia, la complessità di Eastwood va ben oltre la sua presunta ambiguità politica e si riflette nella difficoltà che le teorie contemporanee hanno nel parlare di lui in quanto autore poiché egli ha scritto un capitolo della storia del cinema contemporaneo sia davanti che dietro la macchina da presa.  L’argomento regia è, infatti, ancora spinoso da affrontare quando si parla di una star del calibro di Eastwood che si è imposta al panorama popolare prima di tutto come attore di successo, e poi come regista. Si tratta, infatti, di un autore che tutt’oggi porta sulle spalle una sostanziosa carriera attoriale televisiva e cinematografica che l’ha consacrato a vera e propria icona della storia americana nonché modello di una precisa mascolinità. D’altro canto Clint Eastwood ha saputo imporsi tra i grandi registi viventi proprio per la complessità della sua regia e ancor più del suo cinema. Un cinema riflessivo, spietato, fantasmatico che gioca con la struttura classica ribaltandola e portando avanti una riflessione non solo nei confronti tale forma cinematografica ma anche della realtà stessa in cui sono calate le pellicole. In virtù di questa sua ambivalenza, numerosi critici ancora si interrogano sulla natura del suo cinema, definito classico da molti, mentre postmoderno da altri.

    LA MALPASO PRODUCTION

    Accanto a questa duplicità dell’immagine pubblica di Eastwood c’è il fatto che egli occupi una posizione peculiare all’interno del panorama dell’industria hollywoodiana. Eastwood è, infatti, un regista che, a differenza di molti altri, mantiene un’indipendenza da un punto di vista produttivo e una libertà artistica che si concretizza nella sua casa di produzione la Malpaso Productions. Dopo la mitica esperienza attoriale sul set di Sergio Leone, Clint Eastwood fonda la Malpaso nel 1967 usando i profitti ricavati dai suoi ruoli iconici all’interno della trilogia del dollaro. L’inaugurazione di una propria casa di produzione indipendente è stato il passo fondamentale che lo ha spinto ad approcciarsi alla regia proprio perché gli ha garantito un’indipendenza artistica oltre che uno status d’autoriale.  Nel corso della storia della settima arte vi furono molti registi che aprirono proprie case di produzione spinti dal feroce desiderio di far valere la propria voce contro lo strapotere dei produttori e i rigidi paletti creativi imposti dall’industria hollywoodiana. Tra questi si ricordano Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin, Mary Pickford, che diedero vita alla United Artist, e Frank Capra che, insieme a Samuel Briskin, fondò la Liberty Films; eppure, nel caso di Eastwood, fu l’esperienza sul set a spronarlo ad intraprendere questa nuova avventura. Durante la sua carriera d’attore, si accorse, infatti, dell’enorme quantità di sprechi di budget delle produzioni cinematografiche. Questa esperienza sul set gli fece maturare l’idea che si dovesse, e che fosse possibile, realizzare un cinema diverso, fondato su film genuini, scevri dei grandi impianti spettacolari tipici dei blockbuster, scarni e intimisti.

    Film profondamente calati nella realtà e che indagano quella stessa realtà cui appartengono. C’è inoltre da considerare il fatto che, a differenza dei suoi predecessori, Eastwood si colloca in un contesto storico e produttivo profondamente diverso da quello degli anni d’oro di Hollywood in cui troneggiava lo Studio System e in cui gli Studios dettavano legge. In quel periodo erano le Big Five a detenere l’oligopolio sull’industria, ma, a seguito della sentenza Paramount del ’48, questa posizione di potere iniziò a vacillare per poi crollare agli inizi degli anni ‘60. La Malpaso Productions si inserisce, dunque, in un periodo di grande cambiamento all’interno del panorama cinematografico, in cui iniziarono a nascere piccole case di produzioni indipendenti dalle majors insieme a grandi conglomerati mediatici, che inglobarono quelle che un tempo erano considerati i più grandi studios di Hollywood. Ciò nonostante, fu proprio la fondazione della Malpaso a dare l’avvio alla carriera registica di Clint Eastwood.

    CLINT EASTWOOD: L’ULTIMO DEI CLASSICI

    L’indipendenza produttiva e creativa di Clint Eastwood mal si accorda all’opinione popolare che lo vede occupare il ruolo di “ultimo dei classici”. Tale titolo gli è stato affibbiato per due ragioni specifiche: la prima riguarda il fatto che all’interno dei suoi film vi sia un riferimento costante ai generi classici del cinema; la seconda, invece, è dettata dal fatto che la sua cifra stilistica sia scevra da una dimensione apertamente meta discorsiva e da eccessi visivi e di spettacolarizzazione del cinema contemporaneo, cui si accompagna, di conseguenza, un uso minimale della tecnologia moderna. Lo stile di Clint Eastwood è, difatti, sobrio, classico in quanto funzionale alla narrazione e si adegua non solo allo stile del racconto, ma anche alle convenzioni stesse dei generi grazie all’impiego di archetipi e figure del cinema classico come il montaggio alternato.  Tuttavia, nonostante sia palese la presenza di elementi di classicità all’interno delle sue pellicole, Eastwood porta avanti un lavoro di analisi, riscrittura e contaminazione dei generi hollywoodiani, primo tra tutti il western, un mondo narrativo a cui deve moltissimo poiché gli ha consentito di ritagliarsi uno spazio personale nel firmamento hollywoodiano e europeo. L’esperienza con Sergio Leone lo ha influenzato sotto molti punti di vista sia come attore come regista ma, ancor più, ha creato attorno ad Eastwood il mito dello straniero misterioso dagli occhi di ghiaccio, archetipo che interpreterà in molte pellicole diverse tra loro per genere e tematiche.

    A differenza di quello della golden age hollywoodiana, il cinema di Eastwood è fortemente pervaso e attraversato da un’intensa riflessione filosofica e morale che spesso rimane irrisolta. La forma classica è, in questo caso, impiegata in senso antifrastico poiché, se viene affermata sul piano delle forme (montaggio, personaggio, importanza della narrazione…), viene contraddetta sul piano del senso e svuotata sul piano dei valori. In virtù di questa operazione di rivisitazione e riarticolazione dei modelli del passato, il cinema di Eastwood mina la struttura classica della trasparenza dall’interno attraverso l’impiego di una narrazione aperta, discutibile, ambigua, ma anche attraverso una riflessione su temi e questioni della storia e della politica americana fortemente complesse e che non si riducono nella mera contrapposizione tra bene e male. Questa complessità si riflette anche nella costruzione e nella natura dei protagonisti delle sue opere: eroi o antieroi pieni di contraddizioni così come la realtà nella quale sono calati. Realtà che Eastwood si propone di indagare, rovesciare e vivisezionare. Molte sue pellicole, nonostante si sforzino di raccontare la storia dell’America e di tracciare l’identità statunitense, sono permeate da elementi astratti, simbolici e stilizzati e da sequenze oniriche, perturbanti e fantasmatiche che vanno a ledere la trasparenza e ogni proposito di realismo. Persino i luoghi e gli ambienti dei suoi film si carica di significati simboli e reali al tempo stesso. L’America di cui parla Eastwood è alienante, perduta, immorale, un luogo di sopraffazione e contraddizione, di violenza e dolore, in cui non vi è riscatto, non vi è risoluzione.

    Gli eroi delle sue storie sono outsiders, figure reiette ai margini della società, spesso condannati ad un’esistenza dolorosa e quasi mai realmente protagonisti della propria vita. Molti di loro sono eroi con un passato poco glorioso e desiderosi di una redenzione cui difficilmente raggiungeranno. Altri sono fantasmi consapevoli dello scacco cui stanno andando incontro, ma che hanno comunque deciso di non rassegnarsi e di intraprendere un viaggio per provare a prendere in mano la propria vita per la prima e, sicuramente, l’ultima volta. Essi perseguono un obiettivo assumendone ogni rischio e dovere, pur consapevoli dell’inevitabilità della loro sconfitta. Per questo motivo, nonostante Eastwood rivendichi l’appartenenza ad uno stile “passato, il suo è un cinema che decostruire la struttura classica dandole nuova vita e impiegandola in senso antifrastico per indagare il presente e le sue contraddizioni sociali e morali.

    “Ciò che mi interessa più di ogni altra cosa nel lavoro e nella vita è la ricerca della verità. Questo percorso mi spinge ancora a dirigere film”

    PALE RIDER: RISCRITTURA DELL’IMMAGINARIO WESTERN

    Pale Rider è un film del 1985 diretto e interpretato da Clint Eastwood che racconta le vicende del misterioso Predicatore (interpretato dallo stesso Eastwood) e di una comunità di cercatori d’oro, costretta ad uno scontro quotidiano con l’impresario Coy LaHood, intenzionato a detenere il controllo del loro terreno oltre che delle miniere di Carbon Canyon.  La pellicola si configura non solo come un grande omaggio al western ma anche come una rielaborazione di quello stesso immaginario.  Il film porta avanti una riflessione sul rapporto del regista col genere western, che in quegli anni stava oramai affrontando una fase di declino e rivisitazione dopo aver raggiunto il picco nella golden age. In questo caso, il western classico diviene infatti una fonte primaria cui attingere, non solo una malinconica citazione, dettata anche dalla carriera personale del regista. Attraverso Pale Rider Eastwood attua, infatti, un’operazione di riscrittura di un film precedente, Shane (1953) di George Stevens che Bazin considera l’incarnazione del genere classico in quanto primo esempio di western “consapevole”.

    Il meccanismo del film di Eastwood ricalca quello di Stevens sul piano dell’intreccio, nonostante la successione degli eventi venga aggiornata, spesso ritardata, anticipata o spostata. La trama delle due pellicole è praticamente la stessa ed entrambe condividono un approccio narrativo contemporaneamente astratto e realistico, nel quale si calano tematiche proprie del genere tra cui la giustizia e la vendetta; tuttavia, nel caso di Pale Ride vengono affrontati temi anche non propriamente convenzionali. Ad esempio la tematica della crescita personale si si articola in modo diverso all’interno delle due pellicole, dove assistiamo ad un ribaltamento dei ruoli e degli stereotipi di genere: in Shane il protagonista è un ragazzino di nome Joe, mentre in Pale Rider è Megan, una giovane donna. In entrambi i film assistiamo, dunque, ad un percorso di maturazione di questi due personaggi, ma nel caso di Pale Rider tale crescita si sviluppa all’interno della sfera dell’erotismo e della scoperta del piacere sessuale. Se nel film di Stevens Joe ha l’occasione di dimostrare il suo valore e diventare uomo imparando ad usare le armi, in Pale Rider Megan diviene donna nel momento in cui viene educata al sesso. L’elemento erotico è fortemente presente all’interno della pellicola di Eastwood e consente di azzerare almeno per qualche scena la distanza mitica che il cavaliere solitario mantiene nei confronti degli altri personaggi. In gran parte del film la figura del predicatore si oppone alla ai cercatori d’oro, al gruppo. A differenza degli abitanti, lui agisce da solo e, nonostante il suo obiettivo finale sia di solidificare il gruppo e liberarlo dal male, non potrà mai far parte della collettività poiché estraneo ad essa, proveniente da un altro mondo, un’altra dimensione, un’altra era. Quella del mito.

    PALE RIDER: MITOLOGIA, OMAGGIO ED EVOCAZIONE DEL WESTERN

    “Gli fu dato il potere di togliere la pace dalla terra perché gli uomini potessero sgozzarsi tra loro e gli fu data una grande spada e quando ebbe aperto il terzo sigillo udì la terza bestia che diceva: “vieni e bevi” ed ecco apparir di colpo un cavallo nero e chi lo cavalcava aveva una bilancia in mano e udì una voce in mezzo alle quattro bestie che diceva: “una misura di grano per un denaro e tre misure di orzo per un denaro, attento non arrecare danno all’olio ed al vino” e quando ebbe aperto il quarto sigillo udì la quarta bestia che diceva: “vieni e bevi”. Io guardai e apparve un cavallo pallido ed il nome di chi lo cavalcava era… Morte. L’inferno era dietro di lui.”
    (Pale Rider, regia di Clint Eastwood)

    https://www.youtube.com/watch?v=I0pPG6s_daY

    Sin dalle prime inquadrature del film compaiono alcuni stilemi tipici dell’età d’oro che sono però utilizzati in modo estremamente personale e anticonvenzionale per raccontare la scena dell’invocazione del predicatore. Qui, infatti, la forma classica (sovrimpressione, montaggio alternato…) si accompagna ad un registro fantasmatico, pregno di elementi onirici, e antinomico, calato in un contesto molto realistico. L’ingresso in scena del predicatore è caratterizzato da una componente quasi sovrannaturale che, difatti, lo accosta sin dai primi istanti ad un giustiziere venuto dall’inferno per punire i peccatori, ma ancor più ad un cavaliere dell’apocalisse, immagine che anche il titolo del film sembra continuamente richiamare. Non a caso, qualche scena più tardi il predicatore farà il suo ingresso nel villaggio dei cercatori accompagnato proprio dalle parole dell’Apocalisse di Giovanni. La prima epifania del Pale rider si colloca, invece, non appena la giovane Megan pronuncia le parole “if you exist”, dopo aver recitato il salmo 23. Come per evocazione appare il predicatore al galoppo su un cavallo bianco con le cime innevate alle spalle.

    Questa figura mistica, quasi profetica, si configura, quindi, come una variazione del vendicatore interpretato da Eastwood a cui si aggiunge una componente sovrannaturale e spettrale, mitica. L’entrata in scena del protagonista non solo lo caratterizza come un sopravvissuto o uno spettro, ritornato nel mondo dei vivi per portare a termine una missione oscura, ma sottolinea anche la distanza tra predicatore e gli altri personaggi. In questo senso, Eastwood rifiuta esplicitamente i meccanismi di identificazione del pubblico dal momento che il protagonista non è fonte di informazioni né di sguardo o azione. La stessa recitazione priva di sfumature psicologiche o di espressività rende Eastwood/predicatore una maschera fissa e accresce quel mistero che circonda la sua venuta e che, di conseguenza, lo eleva a figura a metà tra l’umano e il divino. Eastwood costruisce, quindi, un film in cui realtà e mito si scontrano, si fondono, si mescolano nella narrazione e nel Predicatore al punto che diviene quasi impossibile scinderli.  Pale Rider vede la duplicità di cui abbiamo parlato precedentemente e la capacità di Eastwood di tornare alle radici del cinema classico, del passato, del western, per aprire un discorso sul presente, sulla morale contemporanea e la società. In questo sta la modernità e la contemporaneità di Eastwood, regista che rielabora, contraddice e omaggia la classicità, piuttosto che l’ultimo dei classici. 

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  • SUPERNATURE DI RICKY GERVAIS – CHI HA PAURA DELLA SATIRA?

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    Non ci si offende mai abbastanza spesso dei propri pregiudizi sulla realtà. Sesso, decesso, religione, razzismo, transizione, cremazione, peni di gatto, esistenza, pedofili omofobi, mangia e bevi a volontà, AIDS, dio (quello vero, sia chiaro), fat shaming decostruito, cancro, “fare lesbicate”, Piaget, pronomi personali, ornitorinchi, politiche identitarie, abusi sessuali: c’è di tutto dentro SuperNature di Ricky Gervais, che con un’ironia dissacratoria tiene insieme la realtà, la spezzetta, la rimpalla, l’aggiusta alla meglio, e alla fine la serve, bucherellata a colpi di satira, allo spettatore, libero di lamentarsi e protestare perché non gli vengono resi i soldi del biglietto (o dell’abbonamento), oppure di soccombere a sequenze di ininterrotto fou rire. (Ci sarebbe poi una terza categoria di spettatore, incoerente e sobbalzante crasi fra le due sopra indicate, che per ragioni d’etichetta si eviterà di trattare estesamente).

    Il modo in cui si soccombe alla satira è tuttavia unico e particolare. Non è possibile abbandonarvisi, staccare dalla realtà durante uno spettacolo di questo genere, perché la satira tiene in tensione, titilla proprio i nervi scoperti: dalle idee radicate da tempo e mai rivisitate, a quelle costantemente sorvegliate dalla ragione, passando per tutta la scala di grigi nel mezzo, nulla sfugge (né deve sfuggire) allo sbertuccio. La comicità di Gervais apre ferite in modi diversi a seconda dei diversi spettatori che la incrociano, è abile al punto da colpire differenti sensibilità laddove è presente un nocciolo duro di credenze radicate che si credeva indubitabile, ingiudicabile e, dunque, sacro. Ci si potrebbe quindi chiedere perché partecipare a un simile massacro volontariamente e, per giunta, riderne. 

    «THANK YOUR GOD AND F**K OFF»

    Con SuperNature Gervais ha prodotto uno spettacolo meta satirico: più volte nel corso del monologo si è reso necessario dare contesto alle battute fatte, spiegare, nuovamente, il senso di uno show di satira a un pubblico selezionato – quello in teatro –, ma soprattutto a quello globale, esterno, con un abbonamento a Netflix, che potrebbe casualmente imbattervisi tra una puntata di Stranger Things e un film di Pieraccioni; e nello sventurato incontro farsi male, inconsapevole di un contesto che Gervais ha dunque provveduto a chiarificare. Che lo si giudichi negativamente o meno questo espediente non è bastato a salvare lo show dalle ormai tristemente abituali polemiche – che arrivano all’accusa di transfobia –, fino a tentativi improduttivi di boicottaggio al suon di “su questo non è bene scherzare”.

    Tuttavia, se si dovesse tener di conto ciò che per ogni gruppo sociale e identitario è sconveniente ridere, allora probabilmente non si riderebbe più di tanto. Ma il riso è una funzione fondamentale per l’uomo, essa è in effetti tipica dell’animale umano, l’unico in grado di utilizzarla anche al di fuori di contesti strettamente emozionali. La risata è in grado di smontare qualunque pretesa di verità assoluta, il semplice ridere di qualcosa che si ritenga sacro e inviolabile getta un’ombra di sospetto su quell’inviolabilità. Ed è questo tipo di risata che la satira produce, allo scopo di saggiare i limiti del dicibile, infrangendo valori, ricomponendoli, e restituendoli nella loro transitorietà. Il suo carattere manifestamente antidogmatico mette in discussione l’ordine stabilito e il suo sistema di valori, producendo alternative. Ma cosa ancor più importante, il riso è “un servizio reso alla cosa derisa”, un test di solidità del presente, come sosteneva Umberto Eco. Infatti, “solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire” (Eco 1963: 90). L’ironia di Gervais mette bene in mostra ciò che della militanza LGBTQ+ è bene crolli, non certo la lotta contro le discriminazioni, quanto quel becero dogmatismo che ammanta certi temi di intoccabilità, pena l’essere accusati di star bersagliando una minoranza. Ma del resto anche a questa prevedibile rimostranza aveva già sarcasticamente risposto durante il monologo:

    The one thing you should never joke about is the trans issue. “They just wanna be treated equally”. I agree, that’s why I include them.

    Appurato che niente e nessuno è al sicuro dalla satira, e che chiunque può sentirsi offeso nella sua personale soggettività (non per questo a ragione), un dubbio potrebbe rimanere: perché partecipare al massacro e riderne? Offesi nel mattatoio dello spettacolo satirico sono i pregiudizi (non le persone, come ricorda Luttazzi), le paure, i dogmi ovvero quelle idee sacre e immutabili che nulla hanno di sacro e immutabile, e che spesso incancreniscono provocando infinite tribolazioni. Maggiore è il peso che si dà a una credenza, a un’ideologia, maggiore sarà il dolore quando quella verrà svuotata di significato (e accadrà, prima o poi). La satira insegna che nulla è permanente: a nolo sono i giudizi, le idee, i principi. Saper ridere di tutto, non avere pensieri che non siano in qualche misura negoziabili, è l’effetto vitale che la satira produce e che Ricky Gervais ci ricorda.

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  • CANNES 2022 – TUTTI I VINCITORI

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    Si è concluso ieri il 75esimo festival di Cannes, che ha visto trionfare la commedia nera Triangle of Sadness, film del regista svedese Ruben Östlund, che vince così la sua seconda Palma d’Oro (il premio più importante del festival) dopo quella del 2017 ricevuta per The Square.

    Di seguito tutti i premi assegnati:

    Palma d’oro per il Miglior Film

    Triangle of Sadness – Ruben Östlund

    Grand Prix de la Jury, ex equo

    Stars at Noon – Claire Denis

    Close – Lukas Dhont

    Premio alla Regia

    Park Chan-wook – Decision to Leave 

    Premio della Giuria, ex aequo

    Eo – Jerzy Skolimowski

    Le otto montagne – Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch

    Premio alla Sceneggiatura

    Tarik Saleh – Boy from Heaven 

    Premio per la Migliore Interpretazione Femminile

    Zar Amir Ebrahimi – Holy Spider

    Premio per la Migliore Interpretazione Maschile 

    Song Kang-ho – Broker

    Camera D’or 

    Riley Keough e Gina Gammell – War Pony

    Palma d’oro per il Miglior Cortometraggio

    The Water Murmurs – Jianying Chen

    Menzione Speciale della Giuria

    Plan 75 – Chie Hayakawa

    Un Certain Regard  

    Les Pires – Lise Akoka e Romane Gueret

    Premio della Giuria 

    Joyland – Saim Sadiq

    Miglior Regia 

    Alexandru Belc – Metronom

    Migliore Interpretazione, ex aequo

    Vicky Krieps – Corsage

    Adam Bessa – Harka

    Miglior Sceneggiatura 

    Maha Haj – Mediterranean Fever 

    Menzione Speciale della Giuria ‘Coup de Cœur’

    Rodeo – Lola Quivoron

    Gran Premio Settimana Internazionale della Critica

    La jauría – Andrés Ramírez Pulido

    Palma d’oro onoraria

    Forrest Whitaker

    Tom Cruise

    Per una selezione ancora più completa di tutti (ma proprio tutti!) i premi assegnati alla fine dell’ultimo festival di Cannes, vi invitiamo a leggere questo articolo di cinefacts.it;

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE: IL RITORNO DI INDIANA JONES E LO SLASHER CON WINNIE THE POOH

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    INDIANA JONES 5: PRIME IMMAGINI E RIVELAZIONI

    Dopo tanto (troppo) tempo di attesa, è stata finalmente diffusa la prima immagine ufficiale di Indiana Jones 5, un progetto ancora senza titolo in arrivo in sala nel giugno 2023. Suggestiva, affascinante, con un Harrison Ford in silhouette che sembra tornato più forte che mai a interpretare i panni del nostro professore universitario e avventuriero preferito.

    È stato un percorso sofferto quello che ci ha portato a questa prima immagine: il progetto era già stato annunciato nel 2016, ma tra ripensamenti, false partenze, la rinuncia alla regia di Steven Spielberg (e questo fa male!), si è trascinato a fatica fino ad oggi. Nel maggio 2020 la regia è passata a James Mangold, che ha già diretto Logan e Le Mans ’66, mentre i vari rumor sulla scelta di attori come Chris Pratt o Bradley Cooper per interpretare Henry Jones Jr. sono stati ufficialmente smentiti nel dicembre 2020. All’interno del cast, oltre ad Harrison Ford, si parla di Mads Mikkelsen (forse il nostro villain), Antonio Banderas e Phoebe Waller-Bridge, star di Fleabag.

    Per quel che riguarda la trama, non si conoscono ancora notizie confermate, ma sembra che sarà ambientato negli anni ’60 e in qualche modo esplorerà il tema dei viaggi nel tempo. Per ora non possiamo fare altro che aspettare il giugno del prossimo anno, e sperare che il film non deluda come lo scorso capitolo Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Harrison Ford ha dichiarato pochi giorni fa “Abbiamo quasi completato il film, ci sarà la musica di John Williams. È stata un’esperienza meravigliosa […], sono davvero orgoglioso del film che abbiamo fatto.”

    DUNE PARTE II: LE NOVITÀ SUL SEQUEL

    Nell’autunno 2021, l’uscita di Dune, il blockbuster di fantascienza diretto da Denis Villeneuve, è stata accolta con opinioni decisamente positive, e un sequel è più atteso che mai. Lo stesso regista aveva subito parlato di Dune: Parte II, la cui uscita è stata fissata al 20 ottobre 2023. L’adattamento dei romanzi di Frank Herbert da parte di Denis Villeneuve segue una strada decisamente particolare, che l’anno ha generalmente convinto pubblico e critica, e ora l’attore Javier Bardem ha dichiarato che questo secondo capitolo potrà stupire anche chi è già a conoscenza delle vicende dai libri: “credo che abbiano fatto un ottimo lavoro nel mettere insieme i pezzi in un modo che sorprenderà le persone. […] rimarranno sorpresi dal modo in cui il tutto è stato messo insieme. Mi ha molto commosso”. Bardem tornerà nel sequel ad interpretare il personaggio di Stilgar, che pare riceverà un’attenzione maggiore e un ruolo più ampio rispetto al primo film; nel cast è confermata anche la presenza di Christopher Walken nel ruolo dell’imperatore galattico. Le dichiarazioni fino ad ora appaiono decisamente promettenti, si spera in un sequel che possa farci entrare ancora di più nel mondo fantastico di Dune.

    WINNIE THE POOH PROTAGONISTA DI UN HORROR SLASHER

    Ebbene sì, sembra una storiella simpatica architettata per fare qualche visualizzazione in più, ma è la verità. Winnie the Pooh, il tenero orsetto di peluche nato dalla penna di Alan Alexander Milne, poi protagonista di tanti film d’animazione Disney, diventerà uno spietato assassino, insieme al suo fedele compagno Pimpi, il timido maialino rosa. Il personaggio di Winnie the Pooh è infatti libero dai diritti dal 1 gennaio 2022, e naturalmente qualcuno ne ha subito approfittato per stravolgere completamente la sua immagine e, potenzialmente, rovinare l’infanzia in modo permanente a dei bambini ormai cresciuti. Questo qualcuno è Rhys Frake-Waterfield, regista e sceneggiatore che ad oggi ha la firma su appena due sceneggiature sconosciute e non particolarmente apprezzate. I presupposti quindi non sono dei migliori, ma va detto che le immagini trapelate online fanno pensare a un horror sulla scia degli slasher anni ’80, solo decisamente più trash, che speriamo non si prenda troppo sul serio.

    Il titolo del film sarà Winnie the Pooh: Blood and Honey, e vedrà Pooh e Pimpi trasformarsi in violenti assassini dopo essere stati completamente abbandonati da Christopher Robin, ormai cresciuto. Ciò ha fatto sì che i due animaletti diventassero praticamente dei selvaggi, costantemente a caccia di prede. Internet è esploso alla vista delle prime immagini, tanto che il regista ha dichiarato di voler far uscire il film il prima possibile per raccogliere subito le reazioni. Non ci si dovrà aspettare quindi una pellicola di livello alto, ma un prodotto volto semplicemente ad intrattenere il pubblico e magari a spaventarlo un po’. Naturalmente non sarà un film per bambini, e come lo stesso Rhys Frake-Waterfield ha ribadito “non va assolutamente confuso con la versione della Disney”!

    RICH FLU: L’EPIDEMIA CHE ATTACCA I RICCHI

    Visto il difficile periodo che stiamo vivendo da ormai oltre due anni, sembra un po’ scontato e probabilmente rischioso tornare a parlare di epidemie al cinema; tuttavia, il regista Galder Gatzelu-Urrutia (già autore de Il buco, uno degli originali Netflix più visti nel 2020) ha deciso di gettarsi in questa sfida. Rich Flu, thriller prodotto da Pablo Larraìn, tratterà proprio di una bizzarra epidemia che, come si può dedurre da un nome, sembra colpire inizialmente solo le persone più ricche e potenti al mondo, per poi evolvere raggiungendo chiunque. I presupposti sono intriganti, e possono anche far immaginare una riflessione a livello sociale e politico intorno all’estrema ricchezza e influenza di alcuni personaggi, e su come il denaro può trasformarsi in un pericolo. Nel cast di Rich Flu sono stati confermati Daniel Bruhl (Bastardi senza gloria, Rush), Rosamund Pike (Gone Girl) e Macaulay Culkin, il piccolo Kevin di Mamma ho perso l’aereo. Non si conosce ancora una data di uscita, ma è chiaro che le informazioni relative alla trama hanno già acceso l’interesse di molti. Per ora possiamo solo essere contenti che per una volta non abbiano scelto di parlare di COVID!

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  • RECENSIONE TOP GUN MAVERICK – IL CREPUSCOLO DEGLI IDOLI ANNI ’80

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    SULLE ALI DELLA NOSTALGIA 

    L’alba rosso fuoco posata sulle increspature luccicanti dell’oceano. I tecnici al lavoro e i piloti ai blocchi di partenza, stagliati in nero dal controluce sul ponte della portaerei della Marina. Il vento e il fumo, ruote in pista e carrelli in ritirata. Le possenti fiammate dei propulsori e il rombo supersonico dei reattori dei caccia che si alzano in volo, spiegando le ali sulle vibrazioni synth pop dello score di Harold Faltermeyer, virate nella battagliera percussione rock della Danger Zone di Kenny Loggins scolpita dal nostro Giorgio Moroder. Quando appare perfino la didascalia esplicativa sul corpo speciale d’élite dei “Top Gun” (“up there with the best of the best”, recitava con yuppismo infervorato la tagline della vecchia locandina), si completa l’esatta replica anastatica, in formato cartolina fotografica appesa al muro dei ricordi, di un panorama della nostalgia rimembrato con nitore visivo e mood emozionale riattivati a pieni giri: fin dal prologo, Top Gun: Maverick  di Joseph Kosinski – presentato in pompa magna al 75° Festival di Cannes, con tanto di spiegamento di frecce tricolori e Palma d’Oro speciale a un applauditissimo Tom Cruise – viaggia in direzione temporale nell’estetica di una dorata golden hour dello spirito anni ’80, facendo ritorno alla patinatura espressiva delle atmosfere dell’originale Top Gun (1986) di Tony Scott. Per tastare ciò che resta della consistenza del mito, delle figure incastonate nell’immaginario della gonfia retorica patriottica del decennio reaganiano, a trentasei anni di distanza (il nuovo film era pronto dal 2020, l’uscita in sala è stata posticipata per l’emergenza pandemica). Ritroviamo quindi il carisma sfacciato e il sorrisone smagliante – appena venato di malinconia – del più abile pilota di caccia dell’aviazione navale, “l’uomo più veloce del mondo”, il capitano di vascello Pete “Maverick” Mitchell (l’immarcescibile Tom Cruise). 

    In seguito allo scontro aereo con i MiG sovietici, concluso nel salvataggio del vecchio compagno di accademia Tom “Iceman” Kazansky (Val Kilmer), Maverick, fedele alla sua indole ribelle (fin dal nome: Maverick = dissidente, cane sciolto) e allergico alla disciplina, per tutti questi anni ha rifiutato ogni avanzamento di carriera, preferendo restare in pista come collaudatore, al solo comando dei caccia che ancora guida come nessun’altro, ma che stanno per essere soppiantati da sofisticatissimi droni da guerra di ultima generazione. Tra amare memorie e una scorrazzata in moto verso i tramonti del deserto californiano, il nostro è richiamato all’ordine per addestrare un gruppo di giovani piloti Top Gun a una missione temeraria: distruggere una pericolosa riserva di plutonio nascosta in un inaccessibile canyon di uno Stato canaglia. Tra le nuove reclute, si troverà di fronte il tenente Bradley “Rooster” Bradshaw (Miles Teller), figlio del compianto “Goose” Bradshaw, morto proprio in un tragico incidente tra le braccia di Maverick, a cui il giovane Bradshaw porta un rancore inestinguibile per l’accaduto. Tra i sensi di colpa che riaffiorano dal passato e un futuro incerto che prepara la sostituzione dei piloti, Maverick sarà costretto ad un ultimo, decisivo volo… 

    TECNOLOGIE DELL’ACTION MUSCOLARE 

    Come in uno scintillante riflesso che abbaglia nel tramonto arrossato, riverberato dalle lenti a goccia degli irrinunciabili Ray Ban Aviator, Top Gun: Maverick si rispecchia come tenace residuato bellico in quel prototipo di cinema war-action anni ’80, oggi in disuso – fuori scala e fuori produzione -, che fu il suo fiammeggiante predecessore: il quale, nello stretto abitacolo degli F-14 Tomcat, saldava la suprema sintesi del blockbuster tecnologico USA nella perfetta collisione del corpo muscolare come superpotenza dominante, e della macchina (cinema) militare, calibrata al millimetro, come prima leva di supremazia economica, mediale e industriale. Da allora, le cose sono radicalmente mutate, incrinando questo binomio che al culmine dei gloriosi ’80 appariva perfetto e inscalfibile. 

    Con i progressi dell’arsenale militare occorsi in parallelo all’upgrade dei nuovi mezzi tecnici e grafici impiegati per implementare il cinema hollywoodiano: passaggi che il film sembra perlustrare con consapevolezza teorica e autoriflessiva. Con le incrinature e le ammaccature inferte dalle nuove dotazioni tecnologiche (i droni da battaglia come il cinema digitale) al culto e al primato di un corpo attoriale addestrato alla massima prestanza ed efficienza, che improvvisamente è messo da parte e scopre la debolezza intrinseca dei suoi limiti fisiologici, sempre più inaffidabili per i nuovi padroni (produttori (e) generali), che mal tollerano la defettibilità e le intemperanze della variabile umana: “un pilota che deve dormire, mangiare, pisciare” e agire istintivamente di testa propria è meno manovrabile di un drone iper-programmato che esegue meccanicamente gli ordini (lo spiega il duro Cain di Ed Harris). 

    GLI ULTIMI AVVENTURIERI DELL’ARIA

    Le ferite aperte in questo corpo svalutato e ridimensionato, a rischio smantellamento e sulla via del congedo, senza più (troppi) gradi di machismo appuntabili sui pettorali, sono il cuore del conflitto drammatico e anagrafico incarnato nel bilancio introspettivo – e retrospettivo – della figura del reduce Maverick, che perde incoscienza impudente e acquista intenso spessore rimontando “in sella” come in un western crepuscolare, per l’ultima cavalcata da audace e disilluso avventuriero dell’aria. Non disdegnando la distensione nel romance con la vecchia fiamma Penny (Jennifer Connelly), che lo attende al balcone del bar e lo riporta a casa in un abbraccio di amorose dissolvenze incrociate. Con in più la matura assunzione di Maverick a padre putativo (di Rooster), che porta con sé il peso della responsabilità e delle scelte individuali quasi come un eroe eastwoodiano in disarmo. Che riprende a volare abbattendo il muro del suono e il countdown del cronometro per ribadire l’incidenza performativa del fattore umano, in allarme estinzione sotto il controllo degli algoritmi. 

    “Il tempo è il vero avversario” da battere, viene detto. La sfida di questo Maverick è quella di gettarsi nella contesa dei moderni mastodonti action da grande schermo testardamente ancorato a un cinema che per tirare avanti si volge indietro, che decolla verso il nuovo che avanza atterrando nel piacere nostalgico di una preziosa retroguardia stilistica, iconografica e narrativa. I volteggi degli stormi di caccia sfreccianti in formazione, e le scie dei duelli ingaggiati sul ring aereo sospeso sul vuoto (il cosiddetto dogfighting), seguono le traiettorie di un realismo fluido e una “logistica della percezione” sballottata ma sempre intelligibile, che contiene il respiro avvincente e godibile di un cinema dell’esperienza-limite e dell’adrenalina di classica solidità, fedele allo spirito dell’originale. Con le ben collaudate e vertiginose soggettive e contro-soggettive dall’abitacolo, sottosopra e in volo a rovescio, che agganciano i bersagli e pilotano l’ottima coreografia della tensione nei movimenti a razzo nello spazio esterno, ristretto a bassa quota in un fatale cul-de-sac (la voragine del canyon), che complica la ricerca del punto di fuga per sorvolare le minacce dei missili puntati e schizzare fuori verso una salvezza a tempo record. “Non è l’aereo, è il pilota” a contare, è il mantra operativo. Eppure, anche il nuovo Top Gun, come altre recenti e celebri saghe che riaccendono il capitale nostalgico sepolto in soffitta, non può esimersi dal canonico step del ritrovamento del vecchio relitto perduto, rispolverato a sorpresa e riportato a nuovo splendore (come già accaduto alle jeep di Jurassic World e alla macchina dei Ghostbusters): qui è il caso del mitico F-14 Tomcat, che rifornito di nuovo combustibile simbolico decolla come obsoleto pezzo da museo per giocare la sua partita in mezzo agli ultimi avveniristici ritrovati della tecnologia aeronautica. 

    CRUISING IN THE AIR: LA RESISTENZA DELL’ICONA 

    Top Gun, duepunti, Maverick. Il titolo non potrebbe fare più chiarezza sulla piena coincidenza del film con il suo eroe/interprete, nemmeno esplicitando il segno della piena equivalenza (Top Gun = Maverick). Tutto (ri)nasce, si svolge e si risolve nella presenza granitica del totem Cruise, primo artefice e vero demiurgo dell’operazione (ben assistito da Kosinski e dal fido Christopher McQuarrie alla sceneggiatura). Monumento in corso d’opera alla persistenza della sua coriacea icona divistica, testata in un’ulteriore batteria di prove fisiche ed esercitazioni sul campo, atte inoltre a verificare, dentro e fuori la narrazione, l’opportunità del ricambio generazionale: se ci siano reclute adatte a ereditarne il ruolo e prenderne il posto, a cui insegnare il mestiere di un cinema depotenziato, che sembra virare in tutt’altre direzioni (su piattaforma), rispetto a chi, come l’attore-producer, ha resistito alle sirene dello streaming pur di consegnare il film alle sale (con tanto di caloroso welcome on board a margine, con cui Tom stesso ci invita, seduto in poltrona, alla rinnovata magia del rito della visione in sala: “Siamo entusiasti che siate venuti qui!”). 

    Il suo Maverick resta comunque un unicum, ed è un preciso scambio di battute a rimarcare la singolare eccezionalità del personaggio: “Non mi piace quella faccia, Mav”. “È l’unica che ho”. Diversamente dall’altro alter ego del comparto action cruisiano: l’agente dell’impossibile Ethan Hunt, che nelle sue ormai decennali sortite in missione altro non ha fatto che cambiare facce di lattice fino al parossismo, in quelle maschere indossate a ripetizione per confondere il nemico. 

    LA GUERRA DEI MONDI (CINEMATICI)

    Lontano da trucchi eccessivi e dall’abuso scriteriato di effetti speciali, Top Gun: Maverick decanta un cinema della resistenza dei corpi vintage che si rattoppano e non ci stanno ad essere accantonati e sorpassati, restando allacciati alla ferma azione dell’individuo fatto solo di carne, lacrime, nervi, sudore e reattività (“Non pensare, agisci!”, la regola fondamentale, americana a ventiquattro carati, che fa piazza pulita delle riflessioni non richieste). Proprio mentre quest’ultimo, come lo spettatore, è sempre più sospinto nel vortice dispersivo delle immagini a insostenibile velocità, nella tonitruante confusione del cinema contemporaneo. Una trasvolata, quella di Cruise, che si mette di traverso allo stile e alla filosofia dominanti, per difendere un cinema che rischiamo di vedere disperso, risucchiato nei fantasmagorici quanto insipidi ingorghi fumettistici del multiverso dei blockbuster fotocopia, che dimenticano la resa del brivido a pelle d’oca di uno spettacolo ingenuamente avventuroso, tamarro il giusto (il team-building con il football sulla spiaggia e i pettorali dorati al sole), difettosamente umano e smaccatamente popolare. Per questo riprende servizio il mascellone smargiasso di Maverick/Cruise. Ma per quanto ancora?

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  • RECENSIONE NOSTALGIA – IL PASSATO DISTRUGGE IL PRESENTE

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    Dopo il successo di Qui rido io, Mario Martone torna al cinema tra squilli di tromba: il suo Nostalgia, adattamento del libro omonimo di Ermanno Rea con protagonista Pierfrancesco Favino, è l’unico film italiano ad essere stato selezionato per concorrere al Festival di Cannes.

    Favino interpreta Felice Lasco (da adolescente nella parte c’è Emanuele Palumbo), uomo di mezza età originario di Napoli, più nello specifico del Rione Sanità, andatosene giovanissimo su incitamento dello zio. Felice ormai vive da quarant’anni fuori dal proprio paese, tra Medio Oriente e Africa. Tornato per occuparsi della vecchia madre (una commovente Aurora Quattrocchi), Felice inizia ad essere preso dalla nostalgia per la propria terra e per il proprio passato, in particolar modo per il suo compagno d’adolescenza, Oreste (Tommaso Ragno da adulto, l’attore di origini ucraine Artem da adolescente). Ma il suo amico non è più quello che ricordava: ora Oreste è ‘o Malommo, il boss che terrorizza il Rione, e nemico di Don Luigi Rega (Francesco Di Leva), che ha accolto con affetto Felice e lo propone come modello ai giovani napoletani. 

    NAPULE È

    Come nel precedente Qui rido io e come in altri suoi film, Martone gira nella sua terra di origine, Napoli. Se nella sua ultima pellicola, però, si era dedicato a una ricostruzione storica attenta e sontuosa del capoluogo campano dei primi del Novecento, qui si dedica al Rione Sanità, affascinante pur nella sua miseria: i citofoni non funzionano, le famiglie sono costrette a spacciare per sopravvivere e vivono in appartamenti gestiti dalla mafia… persino la pizza, simbolo per eccellenza di Napoli, non è altro che un piatto da offrire ai turisti, che lo mangeranno poi con forchetta e coltello. Tuttavia, sotto la miseria si nascondono magnifiche catacombe e nella corruzione si erge la comunità di Don Luigi, che cerca di portare molti giovani fuori da difficili situazioni familiari, offrendogli un futuro. 

    Felice diventa fondamentale per gli scopi del prete, il quale, lungi dall’essere integro quanto vuol far credere, lo usa come dimostrazione del fatto che la vita sia possibile fuori da Napoli. Curiosamente, mentre Don Luigi insiste sulla necessità di allontanarsi dal Rione per riuscire ad avere successo, parallelamente il protagonista comincia a provare fascinazione nei confronti della propria città di origine. La “conversione” di Felice, che arriva al Rione quasi come estraneo e lentamente si reintegra, è accompagnata dal ritorno al dialetto napoletano: se inizialmente il protagonista si esprime con un forte accento riconducibile alla sua lunga permanenza all’estero (accento che, nonostante l’interpretazione di Favino, sempre ottimo, risulta a tratti distraente), col passare del tempo tornerà a usare la lingua della sua infanzia. Non è forse casuale il fatto che uno dei primi momenti di ritorno all’uso del dialetto sia quando Felice rievoca un evento traumatico del suo passato, quello che ha causato l’allontanamento dalla propria terra: la lingua è forse una barriera posta inconsciamente per separarsi dal ricordo e dall’uomo che era precedentemente? 

    “LA CONOSCENZA È NELLA NOSTALGIA…”

    Uno dei temi più importanti della pellicola è quello del passato e della sua influenza sul presente. Come la Giancaldo di Nuovo Cinema Paradiso era per il protagonista Salvatore luogo della memoria, uguale a distanza di anni, e al contempo prigione, così la Napoli di Nostalgia dopo quattro decenni è la stessa nella mente del protagonista. La sua immagine riporta a galla ricordi rigettati, positivi e negativi, che lo convinceranno a prolungare la sua permanenza più del necessario.

    Il passato viene rievocato con un semplice ma efficace espediente registico: immagini in 4:3 con colori molto vividi che rimandano sia alla tecnica di ripresa del tempo sia alla “luminosità” di questi ricordi nella mente del protagonista. Non per nulla, quando le vicende rammentate si fanno più cupe anche la gradazione dei colori diventa più oscura e al momento traumatico di cui sopra corrisponde un ritorno al formato 16:9.

    Protagonista assieme a Felice di queste scene ambientate nel passato è Oreste. L’amicizia tra i due è uno dei pilastri della storia e una delle maggiori influenze per le scelte del protagonista. Il film crea paralleli tra questi personaggi con delle eleganti contrapposizioni di inquadrature che li vedono in situazioni simili ma con effetti diversi, sottolineando la loro vicinanza e, al contempo, come le loro vite abbiano preso traiettorie diverse a seguito di uno stesso momento decisivo. Tuttavia, Oreste non è mai abbastanza approfondito per lasciare un segno: nei ricordi è una nebulosa personificazione della bellezza dell’adolescenza, nel presente un boss dai tratti stereotipati, in entrambi i casi un fantasma più che un personaggio tridimensionale. Con Favino non c’è né il tempo né la chimica per rendere il rapporto tra i due personaggi credibile, pur trattandosi, almeno in teoria, di uno dei pilastri del film.

    Altri rapporti interpersonali, in Nostalgia, risultano ugualmente poco sviluppati, in particolar modo quello tra il protagonista e la moglie, un personaggio che esiste solo in funzione del marito. Ma d’altronde, il film riguarda, come da titolo, la nostalgia e non l’attualità, nostalgia attraverso cui Felice legge il proprio presente in una pratica pericolosa e ingenua che ne influenzerà inevitabilmente il futuro. Forse la scelta di non far mai intervenire direttamente la moglie di Felice né, più in generale, persone non legate a Napoli e alla sua adolescenza, sta a significare che non c’è spazio per il presente, in un mondo dominato dal passato? 

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