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  • ULTIME NEWS CINEFILE: SQUID GAME 2, L’ACTION SU DUKE NUKEM, IL RITORNO IN SALA DI SPIDER-MAN

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    ANNUNCIATA LA SECONDA STAGIONE DI SQUID GAME

    “Ci sono voluti 12 anni per dare vita alla prima stagione di Squid Game l’anno scorso. Ma ci sono voluti 12 giorni perché Squid Game diventasse la serie Netflix più popolare di sempre.” 

    Con questo messaggio piuttosto eloquente,  il regista e sceneggiatore della fortunata serie sud coreana –Hwang Dong-hyukha annunciato tramite i profili social di Netflix dell’arrivo di una seconda stagione di Squid Game. Al momento non si hanno informazioni più dettagliate, e nemmeno la data di uscita è stata fissata, ma di certo non arriverà prima della seconda metà del 2023. Saranno in grado di replicare il successo della prima stagione o l’effetto novità sarà già svanito? 

    MAVERICK VERSO IL MILIARDO

    Jurassic World – Il dominio e Top Gun: Maverick stanno letteralmente conquistando i cinema italiani, eppure il secondo sembra avere davanti a sé una scalata ancora molto lunga. Infatti, nonostante il grande successo che ha portato il ritorno dei dinosauri in sala, il dramma d’azione con protagonista Tom Cruise ha raggiunto un incasso totale di oltre 350 milioni e ci si aspetta che superi presto i 369 milioni di The Batman, diventando così il secondo miglior film di Hollywood del 2022, per ora. A livello mondiale Top Gun: Maverick sta già raggiungendo poi i 700 milioni di dollari di incassi, e si prevede che arrivi a 750 milioni entro pochissimi giorni. Il miliardo si sta avvicinando, non è detto che verrà raggiunto, ma sarebbe davvero un traguardo strepitoso per celebrare il ritorno di una grande icona del cinema americano anni ’80. Ottimo lavoro, Maverick!

    IN LAVORAZIONE IL FILM SU DUKE NUKEM

    Per chiunque abbia vissuto la propria infanzia negli anni ’90 il nome Duke Nukem risulterà di sicuro familiare: protagonista dell’omonima serie di videogiochi prima platform poi sparatutto in prima persona, è divenuto un personaggio iconico, un antieroe cinico e volgare, che ama fumare sigari e frequentare strip club. Ne abbiamo visti tanti di personaggi così anche al cinema, basti pensare ai ruoli che hanno ricoperto Arnold Schwarzenegger (Predator) e Kurt Russel (Fuga da New York), e va detto che la maggior parte del pubblico adora seguire le avventure dell’eroe muscoloso e stereotipato che non perde tempo a sputare battute sarcastiche. Sembra naturale quindi l’arrivo di Duke Nukem anche al cinema, protagonista di un film d’azione a lui dedicato la cui lavorazione è stata ufficialmente confermata. Legendary Entertainment (già produttrice di Godzilla, Pacific Rim, Il Cavaliere Oscuro) ha acquistato i diritti di sfruttamento del personaggio da Gearbox, e affidato la realizzazione del film a Josh Heald, Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, autori della fortunata serie televisiva Cobra Kai. Oltre questo non si sa ancora molto del progetto, ma va detto che i presupposti sembrano promettenti per un film d’azione che riesca ad intrattenere e divertire lo spettatore.

    NOVITÀ PER IL FILM SULL’ACCORDO TRA MICHEAL JORDAN E LA NIKE

    Una delle novità più interessanti in ambito cinematografico è certamente il progetto del biopic su Sonny Vaccaro, ex dirigente della Nike a cui va il merito di aver siglato l’accordo con Micheal Jordan che avrebbe lanciato l’azienda nel mercato dell’abbigliamento sportivo. Il film (che non ha ancora un titolo ufficiale) riguarderà le vicissitudini che hanno portato il responsabile marketing dell’azienda a mettere sotto contratto il campione di pallacanestro, ed è scritto e interpretato da Matt Damon e Ben Affleck, quest’ultimo anche regista. Per quanto riguarda il cast sono già usciti molti nomi piuttosto importanti: oltre Matt Damon e Ben Affleck (rispettivamente Sonny Vaccaro e Phil Knight, co-fondatore della Nike) abbiamo anche Viola Davis e Julius Tennon (che interpretando i genitori di Jordan) Jason Bateman (Rob Strasser, dirigente della Nike), Marlon Wayans (George Ravaeling, allenatore e amico di Jordan) e Matthew Maher, che interpreterà il designer Peter Moore creatore delle prime iconiche scarpe Air Jordan. Manca ancora un nome per quanto riguarda il ruolo di Micheal Jordan e non possiamo che essere curiosi di sapere cosa ne verrà fuori. Va detto che la sceneggiatura (con il titolo provvisorio Air Jordan) è stata scritta lo scorso anno ed è finita nella “Black List 2021”, la lista delle migliori sceneggiature non ancora divenute film. Con queste premesse il progetto sembra già piuttosto intrigante, e le riprese sono tuttora in corso a Los Angeles.

    SPIDER-MAN: NO WAY HOME TORNA IN SALA IN VERSIONE ESTESA

    “Volevate più Spider-man e adesso li avete!” Così recita la descrizione del video che l’account  Twitter ufficiale del film Spider-man: No Way Home ha pubblicato ieri per annunciare il ritorno dei tre Spidey al cinema il 2 settembre di quest’anno. Nel video si vedono i tre attori Tom Holland, Andrew Garfield e Tobey Maguire scherzare sul loro “ritorno insieme” nei panni del supereroe. Al momento il film tornerà in sala soltanto negli Stati Uniti e in Canada, non sappiamo se l’iniziativa riguarderà anche i cinema italiani, ma siamo abbastanza speranzosi dato l’enorme successo che la pellicola ha raccolto nel nostro paese. Le sorprese però non finiscono qui, infatti a settembre arriverà in sala una versione estesa del film, con circa 15 minuti di contenuti inediti, ribattezzata “The More Fun Stuff Version”, letteralmente “la versione con più cose divertenti”. Speriamo che anche l’Italia possa essere inclusa nell’iniziativa e aspettiamo ulteriori aggiornamenti.

    Per chiunque volesse recuperare il video di annuncio, lo trovate qui.

    CI SARÀ UN RITORNO DI JOHNNY DEPP NEI PANNI DI JACK SPARROW?

    Con la conclusione del processo tra Johnny Depp e Amber Heard, Hollywood sembra essere tornato ad interessarsi dell’attore; le voci più diffuse sono quelle che vedono un reboot del franchise Pirati dei Caraibi ad opera di Disney, e il primo a parlarne è stato Jerry Bruckheimer, produttore di Top Gun: Maverick. Tra i dirigenti Disney si è parlato molto della saga e del ritorno di Jonny Depp nei panni del mitico capitano Jack. Al momento abbiamo in mano soltanto voci di corridoio, non notizie ufficiali, ma un ritorno del capitano Sparrow sarebbe una perfetta chiusura per le vicende degli ultimi tempi e per il polverone che hanno sollevato nell’opinione pubblica.

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  • ANTONIO STURLI E IL MOSTRO SLARGACALZINI: INTERVISTA A LETIZIA SABADINI E NICOLÒ SIVIERI

     

    In occasione della proiezione in sala presso il Cinema Roma d’Essai di Bologna il 14 Giugno de Il Mostro Slargacalzini, seconda avventura dell’eroe di carta Antonio Sturli, abbiamo incontrato Letizia Sabadini, creatrice del personaggio e regista tuttofare, e Nicolò Sivieri, volto, voce e “muso ispiratore” di Antonio Sturli.

    Ciao ragazzi!

    Letizia: Ciao!

    Nicolò: Salve!

    Partiamo dall’inizio. Come nasce l’idea di Antonio Sturli?

    L: Antonio Sturli nasce in occasione di un test d’ingresso all’ISIA di Urbino nel 2019. Questo test consisteva nella stesura della storia di un personaggio chiamato appunto Antonio Sturli, abitante di Castel di Casio. Subito dopo aver fatto il test sono tornata a casa, ho trascritto di nuovo la mia idea dato che la prima stesura non era più in mano mia e l’ho lasciata fermentare per un po’. Durante il primo lockdown poi io e Nicolò abbiamo deciso di dare una nuova vita al personaggio realizzando il film con quello che avevamo in casa. Non avevamo grandi mezzi, ma avevamo un sacco di tempo per girare e scrivere ovviamente. Così è nato il primo film, appunto Antonio Sturli – Il Film, in cui il nostro eroe è un attore di carta che interpreta…sé stesso.

    E così hai scelto di utilizzare la stop motion?

    L: Esatto, come detto non avevamo grandi mezzi, né una telecamera decente. Allora non avevo nemmeno competenze in animazione digitale, quindi la stop motion era l’unica via. Poi però è diventata una scelta consapevole, dato che la stop motion ha una resa stilistica unica.

    E com’è andata?

    L: Il film ha iniziato a circolare e il personaggio Antonio Sturli ha avuto un discreto successo. La pagina Instagram è diventata un ponte tra la realtà e il mondo fantastico in cui vive Sturli. Pian piano il personaggio è diventato anche l’immagine stessa del progetto intero, che all’inizio si chiamava Quarantino Movies. E siccome Antonio è stato molto bravo, è stato chiamato a recitare ne Il Mostro Slargacalzini

    Quali sono state le tue ispirazioni?

    L: In realtà mi sento di poter dire che è in gran parte farina del mio sacco. Di stop motion non conoscevo molto a parte i classici Wallace e Gromit, Fantastic Mr Fox, Nightmare Before Christmas ecc… L’ispirazione principale in realtà viene dal mio legame col materiale carta. Se molti film in stop motion utilizzano plastilina o lana cotta io ho scelto la carta, che amo in tutte le sue forme e con cui ho sempre lavorato fin da piccola accumulando carta e cartoncini di qualsiasi colore consistenza e forma. La carta mi ha dato la possibilità di enfatizzare poi un contrasto tra i personaggi bidimensionali e l’ambiente tridimensionale.

    L’estetica e i colori vengono dalla mia attività nella grafica, che ho sempre studiato prima alle superiori e ora in Accademia. Certo, se prima avevo sempre lavorato su commissione, Antonio Sturli è un progetto completamente mio. E ho scoperto una nuova modalità espressiva che preferisco a quella che avevo prima.

    N: I corti escono coerentemente con tutto il tuo accumulare carta che si risolve nel modo migliore, in un film.

    E tu Nicolò, tu sei la voce di Antonio Sturli?

    N: Eh già, ho cominciato a recitare in prima elementare, da allora non ho più smesso e questa è stata la mia prima esperienza di doppiaggio. Ho dato voce alle creazioni di Letizia, e sono stato anche un po’ di aiuto nelle faccende tecniche. Senza dubbio è stato uno dei lavori più appassionanti che abbia mai fatto.

    Veniamo alle domande antipatiche, avete riscontrato delle difficoltà economiche nella realizzazione dei film?

    N: Ah beh, il lockdown è stata una salvezza in questo senso. Il budget del primo Antonio Sturli è stato di 5 euro per comprare dei pennarelli. Per Il Mostro Slargacalzini, parola a Leti

    L: Io vorrei che i soldi non esistessero, porca puzzola. Sarebbe molto meglio avere tutto il materiale che occorre sempre disponibile e gratis ma è utopico. Fortunatamente il mio accumulo seriale di carta copriva gran parte delle necessità, e ho dato fondo alle mie scorte. Nel secondo tramite il crowdfunding siamo riusciti a comprare una serie di attrezzature, le luci al posto delle lampadine di casa, un proiettore per il videomapping per le scene notturne, gelatine, colla, nastro adesivo, fil di ferro. E poi chi donava donava anche un volto a un nuovo personaggio.

    E la qualità del film ha goduto di questi miglioramenti?

    L: Eh sì, Antonio Sturli: Il Film è carino ma carente tecnicamente, l’ho montato con programmi da principianti

    N: Incarna il significato del termine “esperimento” alla perfezione.

    L: Esatto, Il Mostro ha più accortezze, nonostante abbia usato la stessa vecchia macchina da presa (che si è comportata con onore) mi sono servita di balaustroni, bacchette cinesi, carrelli improvvisati…il tutto per una resa più professionale. Certo non raggiungo i livelli industriali, ma faccio tutto da sola e il pubblico lo sa. Quando proietto i due corti insieme, io per prima noto il miglioramento.

    A proposito, la scelta dei luoghi in cui proiettare il film non è proprio convenzionale.

    L: Esatto, però la scelta di proiettarlo in luoghi come il Centro Sociale Camere d’Aria o in luoghi privati mi permette sia di restare nella gratuità sia di farmi conoscere nel mio piccolo e di creare un ambiente sociale familiare in cui poter parlare con i miei spettatori, magari accanto a concerti o esibizioni artistiche. Abbiamo comunque in programma proiezioni in luoghi più istituzionali come il Cinema Roma.

    Progetti futuri?

    L: Nel tempo ho piantato tanti semini di progetti diversi. A settembre esaurita la run e il merchandising de Il Mostro Slargacalzini cominceremo a lavorare ad un nuovo progetto chiamato Clown. Nicolò ha studiato e recitato come clown, mi ha appassionato come figura e voglio sperimentare una nuova strada. Dato che sto anche lavorando come aiuto costumista voglio anche sviluppare una linea di maschere e costumi. Il progetto non ha ancora una sceneggiatura, ma dovrebbe girare intorno a tre o quattro figure clownesche, con costumi diversi, in forma di teatro filmato. Sarà la storia a seguire i personaggi e non il contrario.

    Nicolò Cretaro

  • RECENSIONE ESTERNO NOTTE PARTE 2 – UNA SERIE CHE RESTERÀ NEGLI ANNALI

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    L’abbiamo aspettata, e dopo l’uscita nelle sale delle prime tre puntate è arrivata finalmente al cinema la seconda parte della serie-evento Esterno Notte del cineasta Marco Bellocchio. 

    Presentata in anteprima all’ultimo Festival di Cannes, la serie è stata suddivisa in due parti: la prima, accolta in maniera oltremodo positiva da critica e pubblico, è stata distribuita nelle sale italiane a partire dal 18 maggio, mentre le restanti tre puntate hanno fatto il loro debutto nei cinema nazionali il 9 giugno, sancendo l’indiscutibile coronazione di una serie capolavoro che resterà negli annali. 

    Se la visione della prima parte era stata ampiamente entusiasmante ma conscia di una incompletezza dovuta alla divisione, all’uscita nelle sale del prodotto finale non è possibile non osannare un prodotto tecnicamente perfetto e strutturalmente audace. Con l’approdo alla serialità contemporanea (o, se vogliamo, alla forma di un film lungo), Marco Bellocchio ribadisce anche entro i canoni di un diverso storytelling la sua vigorosa forza autoriale.

    LA STRUTTURA NARRATIVA

    Con la visione del prodotto completo, si ben comprende l’intento narrativo che soggiace a Esterno Notte. Sfruttando la narrazione estesa della serialità, Bellocchio percorre ricorsivamente gli eventi del Caso Moro, dal rapimento del Presidente democristiano al suo assassino e ritrovamento. La visione completa di tale sconvolgente evento viene fornita attraverso quattro punti di vista, ad ognuno dei quali viene dedicata una puntata: il potere politico, il potere clericale, la prospettiva dei brigatisti e infine della famiglia Moro, con particolare attenzione alla figura di Eleonora Moro, la moglie del Presidente democristiano. La prima e l’ultima puntata, in questo senso, fungono da cornice nella quale si aprono e si chiudono le vicende, come il sipario teatrale che si alza e infine cala sulla scena. Ciò che stupisce di questa scelta è la presenza minima del personaggio di Aldo Moro: nonostante egli sia il fulcro della narrazione intorno al quale gravitano le azioni dei comprimari, Bellocchio sceglie volutamente di esimersi dall’entrare nella mente del politico; i suoi pensieri e la sua presenza in scena si evincono solo in presenza di altri personaggi o testimoni

    GLI EPISODI FINALI

    La seconda parte di Esterno Notte conferma la necessità, da parte di Bellocchio, di restituire le vicende storiche entro un’interpretazione quanto più oggettiva, pur dovendo attraversare territori impervi. 

    La quarta puntata, ad esempio, si focalizza entro la prospettiva dei brigatisti e, in particolare, della terrorista Adriana Farada (una bravissima Daniela Marra), scissa fra i presunti ideali della rivoluzione e la vita privata. Entrando nell’intimità dei “cattivi”, Bellocchio indaga certezze, timori e false credenze di un gruppo di giovani disillusi dalla realtà di un paese in cui le gioie del boom economico parevano lontanissime. In questo senso, il regista non condanna né assolve le Brigate Rosse: alla violenza ed esaltazione del gruppo di terroristi si contrappongono una serie di momenti in cui si palesa la realtà di uno stato dilaniato dall’insicurezza delle vie cittadine, dalla povertà e dalla piaga della droga (sconvolgente è la scena in cui un giovane va in overdose a bordo di un tram e l’autista decide di non fermarsi, nonostante il dramma che si sta consumando a bordo del suo mezzo).

    Tale degradazione si consuma in seno a un sentimento di delusione che attraversa interamente la seconda parte di Esterno Notte. La disillusione si legge negli occhi di Eleonora Moro, interpretata da un’eccezionale Margherita Buy, la quale non solo è disillusa dall’immobilità della politica italiana nel rispondere alle richieste dei terroristi, ma anche dal marito Aldo. La quinta puntata inizia proprio con la confessione di Eleonora a un prete, asserendo quanto la vita con Moro sia divenuta insostenibile a causa della sua assenza, sia fisica che sentimentale. Anche nei momenti in cui la donna riceve le due lettere del marito, pare che ella sia alla ricerca di quell’emotività che nel presidente democristiano è stata soppressa, forse a causa dei segreti di stato ch’egli conserva nella sua interiorità.

    Il personaggio di Aldo Moro è sulla bocca di tutti, su tutte le prime pagine dei quotidiani, ma è allo stesso tempo uno sconosciuto: solo nell’ultima folgorante puntata è possibile scalfire la sua personalità nel momento del più forte atto d’accusa di Bellocchio verso il potere politico del tempo. Le parole di un capo di partito sono imbevute di amarezza, rancore e odio verso l’inadeguatezza di una classe politica troppo occupata a scavare nei fondali del lago della Duchessa, piuttosto che aprire un dialogo con le Brigate Rosse. 

    Con Esterno Notte, Marco Bellocchio schernisce la politica italiana fatta di ridicoli convenevoli, espressioni linguistiche tanto ermetiche quanto empie, tormenti e nervosismi, in un quadro strutturale che non lascia nessuno indenne. L’inettitudine di una classe politica si consuma entro le mura di un alto Palazzo e giace immobile come la montagna di banconote raccolte dal Vaticano per la liberazione di Moro e mai impiegate per il salvataggio del Presidente democristiano. In un vortice grottesco imbevuto sia di satira (verso il potere) che di pietà (rivolta a chi si ritrova in basso), il cineasta impegnato realizza una serie capace di coinvolgere lo spettatore e risvegliare le coscienze rispetto a un periodo storico così tanto travagliato.

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – JOKER 2, IL CINEMA RITROVATO, EZRA MILLER, IL TRAILER DI NOPE, LA DISTRIBUZIONE DI X

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    LA CONFERMA DI JOKER 2

    E’ stato il regista Todd Philips tramite il suo profilo Instagram a dare la notizia al mondo intero: la stesura della sceneggiatura del sequel del pluripremiato e acclamato Joker (2019) è completata, ed è già nelle mani di Joaquin Phoenix che, nella seconda foto del post del regista, la legge già interessato.

    Il titolo ufficiale è Joker 2 – Folie à Deux.

    In tanti si aspettavano un sequel del film che ha portato Phoenix alla vittoria della preziosa statuetta hollywoodiana, viste le logiche dell’industria cinematografica. Tuttavia molti cinefili si sono già scagliati contro Philips & Co, a seguito delle molteplici occasioni in cui il regista aveva ferreamente dichiarato che la pellicola sarebbe stata un unicum nel panorama cinematografico contemporaneo.

    Nulla di nuovo e di cui sorprendersi: mere logiche industriali e di commercio. Ma anche un peccato: un po’ svilente per la Settima Arte.

    TUTTO IL PROGRAMMA DEL CINEMA RITROVATO

    Da mercoledì 8 giugno è disponibile sull’apposito sito online il programma completo del Cinema Ritrovato 2022. Questa 36esima edizione prenderà luogo per le sale cinematografiche bolognesi dal 25 giugno al 3 luglio, intrecciandosi anche con l’altra iniziativa cinefila bolognese della Cineteca di Bologna, “Il Cinema Sotto le Stelle”, nonché le 22 proiezioni gratuite in Piazza Maggiore che si terranno a partire dal 19 giugno fino ad agosto inoltrato e che quest’anno vedranno l’apertura con Il Grande Dittatore di Chaplin.

    Come ogni anno, la Cineteca conferma l’estrema rilevanza e il grande prestigio dell’iniziativa cinefila attraverso ospiti di primo livello del calibro di Wes Anderson (presente il 4 luglio in Piazza Maggiore per ricordare Peter Bogdanovich, scomparso all’inizio di quest’anno, del quale verrà presentato L’ultimo spettacolo – The Last Picture Show), Sandra Sandrelli (che inaugurerà la manifestazione presentando la versione restaurata de Il conformista di Bertolucci), John Landis (che chiuderà il festival con The Blues Brothers e terrà anche un seminario di cinema) e tanti altri.

    Qui il programma completo: https://festival.ilcinemaritrovato.it/programma/?fbclid=IwAR0o4rsvCIEvLUqxANs4xleYszFS3h7RlR1F3J1rCrqduNYxC_HO59O2QYo

    Qui il catalogo in PDF, scaricabile gratuitamente: https://festival.ilcinemaritrovato.it/wp-content/uploads/CR22_CATALOGO_web.pdf?fbclid=IwAR2Yr37ZxUTDZVRGME_8Jgfw655liYhpPmkRpGeILixS9mVn5PXIJXhhqRM

    Di seguito quanto riportato da Ansa Emilia Romagna: “Il Cinema Ritrovato, annunciato dal direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, renderà omaggio ai cento anni di Francesco Rosi con la proiezione della Carmen di Bizet, e ai 70 di Singin’in the rain di Stanley Donen e Gene Kelly, due serate musicali che vanno ad aggiungersi ai gettonatissimi cine-concerti realizzati con l’Orchestra del Teatro Comunale e dedicati, quest’anno, ai cento anni di due capolavori del cinema muto come Nosferatu di Murnau e Femmine folli di von Stroheim.

    Non mancheranno gli omaggi, a Sophia Loren e a Laura Betti. E poi la nuova versione che Coppola ha realizzato del suo Padrino parte III, e il nuovo film di Alice Rorwacher (ospite il 26 giugno), Le pupille, girato proprio a Bologna. Verrà ricordato anche il 1922, anno della marcia su Roma e presa del potere da parte di Mussolini. E poi le mostre: quella già in programma su Pasolini, Forever Sophia su un’icona del glamour internazionale, Mondo Cam Sugar dedicata al settore delle colonne sonore.

    L’edizione 2022 de Il Cinema Ritrovato è dedicata ai due fondatori del festival, Vittorio Boarini e Giampaolo Testa, recentemente scomparsi”.

    PROSEGUE L’EPOPEA DI SCANDALI DI EZRA MILLER

    Risale appena al 23 aprile il nostro articolo dedicato agli ultimi scandali in cui era coinvolto l’interprete di Flash nel DCEU (DC Extended Universe), Ezra Miller: l’attore 29enne era stato arrestato a fine marzo alle Hawaii per disturbo della quiete pubblica e molestie, mentre sempre alle Hawaii era stato nuovamente arrestato il 19 aprile per aggressione di secondo grado.

    Giovedì 9 giugno, è giunta alle voci della cronaca la notizia che i genitori dell’attivista Tokata Iron Eyes accusano l’attore di averla molestata e tormentata fin dall’età di 12 anni. Oggi Tokata è 18enne, ma la denuncia è anche di averla rifornita di LSD, alcool e doni costosi. Nell’articolo di Movieplayer potete trovare ben riassunte tutte le dichiarazioni del caso.

    L’attore ha da poco rivestito i panni di Credence Barebone nel terzo capitolo della saga di Animali Fantastici, mentre lo stand alone The Flash interamente dedicato al suo personaggio è attualmente in post-produzione, con data di uscita 23 giugno 2023. La Warner Bros non aveva paventato nessuna incertezza riguardo al futuro di Miller, ma le accuse cominciano ad essere davvero tante e staremo a vedere l’evolversi delle vicende.

    IL NUOVO FILM DI TI WEST ARRIVA AL CINEMA

    E’ realtà: il nuovo acclamatissimo film horror di Ti West – cineasta americano specializzato nell’horror indipendente -, arriverà nelle nostre sale il 14 luglio! Ad annunciarlo è stata Midnight Factory (etichetta horror di Koch Media), che ha anche presentato il primo poster ufficiale italiano.

    Il film narra di una troupe cinematografica intenta a girare un film a luci rosse presso una remota fattoria del Texas, all’insaputa dei proprietari. Questi ultimi, una strana coppia di anziani, comincerà ad adottare comportamenti molto insoliti nei confronti degli inattesi ospiti, portando a brutali conseguenze.

    La pellicola uscirà in sala con il titolo X – A Sexy Horror Story, ed è descritta dalla critica come uno slasher-omaggio a un certo cinema horror anni ’70 (comunque niente di innovativo in un’epoca di revival nostalgici) con tutte le carte in regola per entusiasmare ogni appassionato. Ha già ricevuto il plauso di gran parte della critica, e si è guadagnata anche gli apprezzamenti di un autore come Stephen King

    E’ da ben sei anni che non vediamo Ti West dietro alla macchina da presa per il grande schermo; l’ultimo suo lavoro è stato il western Nella valle della violenza (2016), sebbene si sia tenuto impegnato nella serialità contribuendo alla realizzazione di serie come Tales From the Loop o Loro.

    Qui il trailer inglese del film: https://www.youtube.com/watch?v=_67iqeUPfB0

    I NUOVI TRAILER DELLA SETTIMANA:

    NOPE, di Jordan Peele: https://www.youtube.com/watch?v=ZQSrEM4pT3Q

    Dopo 3 anni da Noi, il comico e regista Jordan Peele torna sul grande schermo assieme al suo amico e attore feticcio Daniel Kaluuya (candidato come attore protagonista ai Premi Oscar 2018 per Scappa – Get Out, dello stesso Peele), con Nope, fanta-horror dove scommettiamo non mancheranno le vene ironiche e satiriche di Peele. 

    Come affermato dal regista al passato CinemaCon, dove presentò il primo trailer del film, il titolo Nope (slang informale inglese per dire “no”) fa riferimento a quella che dovrebbe essere la reazione del pubblico di fronte al lungometraggio, come una reazione di sgomento o addirittura di shock.

    Questa la sinossi del video: “ ‘Cos’è un miracolo cattivo?’ Il vincitore del premio Oscar® Jordan Peele ha sconvolto e ridefinito l’horror moderno con Scappa – Get Out e poi con Noi – Us. Ora è pronto a creare un nuovo incubo pop: un’esperienza horror epica, Nope. Il film riunisce Peele con il premio Oscar® Daniel Kaluuya (Scappa – Get Out, Judas and the Black Messiah), a cui si uniscono Keke Palmer (Le ragazze di Wall Street, Alice) e il candidato all’Oscar® Steven Yeun (Minari, Okja) nei panni dei residenti di una solitaria valle della California interna, testimoni di una scoperta inquietante e agghiacciante. Il cast di Nope include anche Michael Wincott (Hitchcock, Westworld) e Brandon Perea (The OA, American Insurrection). Il film è scritto e diretto da Jordan Peele ed è prodotto da Ian Cooper (Noi – Us, Candyman) e Jordan Peele per Monkeypaw Productions. Il film sarà distribuito da Universal Pictures in tutto il mondo”.

    Dall’11 agosto al cinema!

    BLACK ADAM, di Jaume Collet-Serra: https://www.youtube.com/watch?v=9Hy27eyYr9A

    Risale ad appena un anno fa l’ultima collaborazione Dwayne Johnson – Jaume Collet-Serra, per la precisione a Jungle Cruise, pellicola d’avventura che ha fatto una breve apparizione nelle nostre sale e che ora trovate disponibile su Disney+.

    La coppia regista – attore approda ora nell’universo cinematografico DC con il personaggio di Black Adam interpretato appunto da “The Rock”: come suo solito, l’attore ha tenuto ad aggiornarci quasi quotidianamente riguardo all’intenso training che lo ha portato alla condizione fisica necessaria per il film, mediante il suo profilo Instagram.

    Questa la sinossi inserita nel video: “quasi 5.000 anni dopo che gli sono stati conferiti i poteri onnipotenti delle antiche divinità, e imprigionato altrettanto rapidamente, Black Adam viene liberato dalla sua tomba terrena, pronto a scatenare la sua forma unica di giustizia nel mondo moderno”.

    L’uscita al cinema del film era stata inizialmente fissata  per il 22 dicembre 2021, ma a causa della pandemia di COVID-19 è stata spostata prima al 29 luglio 2022 ed infine al 21 ottobre 2022.

    STRANGE WORLD – UN MONDO MISTERIOSO, di Don Hall: https://www.youtube.com/watch?v=wDOlZoMZXN8

    Il 61esimo classico Disney diretto dal regista di Big Hero 6, Oceania e Raya e l’ultimo drago, uscirà nelle sale italiane il 24 novembre.

    Le ultime notizie ci aggiornano che il film andrà in Francia direttamente su Disney+ (come punizione per le sue window troppo lunghe) mentre in Italia avrà probabilmente una finestra simil-Encanto (molto, molto breve). Insomma, non buonissime notizie per gli esercenti italiani, che se una volta potevano contare sui film per famiglie targati Disney al fine di rimpinguare un po’ le casse, oggi vedono questa possibilità sempre più remota.

    Come sottolineato accuratamente da questo articolo di Robert Bernocchi, non sottovalutiamo la mossa di Disney di rendere disponibile Doctor Strange su Disney+ già a partire da questo 22 giugno, appena 49 giorni dopo il suo approdo in sala. Prima d’ora questa ipotesi non era mai stata contemplata per i film MCU, ma le cose sembrano cambiare anche su questo versante…

    PREY, di Dan Trachtenberg: https://www.youtube.com/watch?v=1O6D-a5Hq7Y

    Mercoledì 8 giugno è uscito il trailer finale di Prey – dopo un teaser uscito il 16 maggio -, prequel del Predator di John McTiernan, che vede dietro alla macchina da presa Dan Trachtenberg (10 Cloverfield Lane, l’episodio Playtest di Black Mirror) e in uscita il 5 agosto su Disney +. Il film è ambientato nel XVIII secolo e narra dello scontro della protagonista Naru (Amber Midthunder, Legion) e la sua tribù con il famigerato cacciatore alieno.

    IL MOSTRO DEI MARI, di Chris Williams: https://www.youtube.com/watch?v=0Z4idZQhHLU

    Uscirà direttamente su Netflix l’8 luglio, il nuovo lavoro del premio Oscar Chris Williams (Oceania, Big Hero 6). Fra le voci dei personaggi troviamo quelle di Karl Urban, Zaris-Angel Hator, Jared Harris, Marianne Jean-Baptiste, Dan Stevens e Kathy Burke.

    Questa la sinossi del video: “In un’epoca in cui creature terrificanti solcano i mari, i cacciatori di mostri sono considerati veri e propri eroi. E il grande Jacob Holland è di certo il più osannato. Ma quando la giovane Maisie Brumble s’imbarca clandestinamente sulla sua nave leggendaria, l’uomo trova a sorpresa un’alleata. Insieme intraprendono un viaggio epico in acque inesplorate ed entrano nella storia”.

    THE SANDMAN, creata da Neil Gaiman, David S. Goyer e Allan Heinberg: https://www.youtube.com/watch?v=7r5DXLD3cck

    Questa la sinossi del video: “C’è un altro mondo che ci aspetta quando chiudiamo gli occhi per dormire… un posto chiamato “regno del sogno”, dove il signore dei sogni Sandman (Tom Sturridge) dà forma alle nostre paure e fantasie più profonde. Quando però Sogno è catturato all’improvviso e tenuto prigioniero per un secolo, la sua assenza scatena una serie di eventi che sconvolgeranno per sempre i mondi del sonno e della veglia. Per ristabilire l’ordine, questi dovrà attraversare universi e linee temporali per correggere gli errori fatti nella sua lunga esistenza, ritrovando vecchi amici e nemici e incontrando anche nuove entità cosmiche e umane.

    Tratta dall’amata e pluripremiata serie di fumetti di DC Comics scritta da Neil Gaiman, THE SANDMAN è un ricco intreccio di mito e fantasy dark pieno di personaggi forti, che segue le avventure di Sogno nel corso di dieci epici capitoli. Lo sviluppo e la produzione esecutiva sono di Gaiman, affiancato dallo showrunner Allan Heinberg e da David S. Goyer”.

    In streaming su Netflix dal 5 agosto.

    FONTI: Ansa, YouTube, Cinema Ritrovato, Deadline, The Hollywood Reporter, Bad Taste, Instagram, Coming Soon, Everyeye, Movieplayer, Cineguru

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  • LIVE #14: LA FANTASCIENZA DI CARPENTER CON FEDERICO FRUSCIANTE

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    Insieme al mitico Federico Frusciante parliamo di tre capolavori della fantascienza di John Carpenter.

    Indice:
    – Introduzione
    00:00
    – 1997: Fuga da New York
    10:00
    – La cosa
    42:40
    – Essi vivono
    01:22:00

    Seguiteci su Youtube e Twitch per non perdervi le prossime Live!

  • RECENSIONE MARCEL! – UN INTERESSANTE DEBUTTO

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    Marcel!, presentato in anteprima al Festival di Cannes e uscito nelle nostre sale il primo giugno 2022, rappresenta il debutto alla regia dell’attrice Jasmine Trinca. Per il suo primo progetto, Trinca ha deciso di affidarsi ad un soggetto personale: la storia del rapporto con la propria madre (interpretata nel film da Alba Rohrwacher). La bambina protagonista (Maayane Conti), vive una difficile relazione con questa figura genitoriale, un’artista di strada che sembra essere molto più affezionata a Marcel, il cagnolino con cui svolge il proprio numero. Quando il cane scompare, la bambina vede un’occasione per riallacciare i rapporti con la madre.

    RITRATTO DI UNA FAMIGLIA DISFUNZIONALE

    In questa narrazione quasi totalmente priva di nomi, ogni personaggio è designato solo col proprio ruolo all’interno della gerarchia famigliare: oltre alla madre e alla figlia abbiamo i nonni (Giovanna Ralli e Umberto Orsini), la cugina (Valentina Cervi). Madre e nonni sono i poli tra i quali la protagonista vive e si muove, alla ricerca di un amore troppo spesso negatole. 

    La nonna è ancora attaccata, in maniera quasi spasmodica, al ricordo del figlio, il padre della protagonista il cui ritratto giganteggia nella stanza della bambina, oltre che l’unico personaggio della famiglia di cui conosciamo, almeno in parte, il nome: M. (come Marcel?) Trinca.

    La madre, interpretata alla perfezione da Rohrwacher che fa un uso molto esasperato della propria fisicità nelle sue esibizioni di performer (artista) di strada, è un personaggio svampito, alla ricerca di segni dal futuro, capace di amare solo attraverso dei tramiti. Per soddisfare il proprio desiderio di avvicinarsi a lei, dunque, la protagonista è costretta prima a “sostituirsi” al padre venuto a mancare, indossandone la camicia, e poi, in una scena umiliante, anche ad assumere le veci di Marcel.

    Entrambe le donne, madre e nonna, sono ancora legate al trauma della perdita di M. e involontariamente questo ricade sulla protagonista. Se la premessa del film sembra essere eccessivamente stravagante e quasi fiabesca, col suo procedere ci viene svelata una realtà molto più umana del previsto.

     “ALL’ARTE SI DEVE LA VITA”

    Un punto di comunione tra madre e figlia effettivamente c’è, ed è quello dell’arte. È attraverso di essa che il legame tra le due può essere risaldato, nel momento in cui la bambina decide di porsi sullo stesso livello della genitrice un po’ svampita e farsi parte del suo mondo.

    Essendo l’arte un elemento tanto fondamentale nella storia, non mancano scene dedicate alle esibizioni, specialmente quelle della o con protagonista la madre. Questo personaggio è quello più caratterizzato secondo canoni fortemente poetici, anche quando non è sul palco: in una scena guarda in camera ricalcando la mimica degli attori dell’epoca muta (per ammissione della regista stessa il cinema muto è stata un’influenza, il cui lascito più evidente è la divisione del film in capitoli), durante la ricerca di Marcel si strugge con un’attitudine e in posizioni altamente drammatiche che ricordano i personaggi di un melodramma… L’arte, lungi dall’essere semplicemente un mestiere, è la lente attraverso cui la madre vede e vive la propria esistenza.

    L’arte è, tuttavia, anche ciò che divide la famiglia dal resto del mondo: la protagonista non ha amici al di fuori di un coetaneo altrettanto derelitto, la cugina più ricca considera il duo di donne poco più che un’attrazione da baraccone. Così, il legame familiare resta l’unico possibile pur essendo già così compromesso, ponendo la protagonista in una posizione ancora più difficile.

    INFLUENZE E ISPIRAZIONE

    Per sua stessa ammissione, Trinca prende a piene mani dai suoi ricordi d’infanzia, mantenendo anche elementi di grottesco o di improbabile che fanno parte della sua visione distorta di bambina. Si creano così situazioni al limite del surreale, con immagini evocative e personaggi caricaturali (lo spasimante interpretato da Dario Cantarelli, due “imitatori” di Al Bano e Romina, una venditrice in TV interpretata da Paola Cortellesi…). Probabilmente sono proprio il grottesco, il fiabesco, l’esasperato gli elementi più riusciti ed interessanti del film, oltre che quelli su cui forse, per il futuro, Trinca dovrebbe puntare di più. La pellicola funziona molto meglio quando le sue immagini non cercano di essere ancorate alla realtà e ai fatti, e offre anche alcuni guizzi registici e di fotografia non scontati per un’esordiente dietro la macchina da presa (un’inquadratura in cui da giorno si fa notte).

    La bravura di Rohrwacher e Ralli, deliziosa nella sua pur breve parte, non è sempre accompagnata da interpretazioni di uguale livello, specialmente da parte dei diversi attori bambini presenti. La scelta di far esprimere Maayane Conti più attraverso il proprio sguardo penetrante ed inquisitorio che attraverso le parole risulta azzeccata, e dimostra una capacità della regista di sfruttare i pregi dei propri attori. 

    Marcel! dimostra una certa padronanza del mezzo e una buona poetica di partenza che vorremmo vedere espansa nel futuro. Forse, Trinca dovrebbe osare di più e virare maggiormente nel fantastico, visto che è nell’onirismo che il suo primo film brilla. Speriamo, visti i buoni risultati già raggiunti, che la regista si dedicherà ad altre opere. 

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  • RECENSIONE THE BOYS 3 (EP. 1-2-3) – UN INIZIO SCOPPIETTANTE

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    -allerta spoiler sulle prime due stagioni-

    Poco meno di due anni fa avevamo lasciato il mondo dei Sette in una posizione di stallo: tutti sono venuti a conoscenza del passato nazista dell’eroina Stormfront, lasciata in fin di vita dal raggio del giovane Ryan colpevole anche di aver causato la morte di sua madre, nonchè ex moglie di Btucher, Becca. La mega-corporazione Vought ha deciso quindi di sospendere la produzione del Compound V, Starlight è di nuovo nei Sette e Hughie lascia i violenti compagni per cercare di combattere i Supes con mezzi più legali e meno sanguinolenti, unendosi al Federal Bureau of Superhumans Affair. Tutto sembra andare per il meglio, se non fosse per la grande rivelazione finale: il Sup con il potere di “far saltare in aria la testa alle persone” e principale bersaglio del FBSA è nient’altro che la deputata Victoria Neumann, capo del Bureau stesso.

    Un segreto tutt’altro che piacevole ha quindi accompagnato i fan della serie, ormai icona della piattaforma streaming di casa Amazon, fino a venerdì 3 Giugno, in cui sono “andati in onda” i primi tre episodi della tanto attesa terza stagione. I trailer, come un bravo reparto marketing dovrebbe sempre fare, mostravano tutto e niente, lasciando sì con molti nuovi interrogativi ma mostrando i giusti elementi per tenere viva l’attesa che, qui è il caso di dirlo senza troppe remore, è stata pienamente superata.

    NUOVO GIORNO, STESSI SUPEREROI (O QUASI)

    Anche all’interno del racconto è passato più di un anno dalla fine della seconda stagione, in cui la vita è comunque andata avanti per tutti. Ad alcuni è andata meglio come a Hughie, ora agente del FBSA adorato da tutti e con una vita sentimentale assieme alla compagna Starlight da far invidia alle migliori commedie d’amore, altri invece affrontano quotidianamente sempre più problemi come Homelander, costretto a ripetere a pappagallo le stesse cinque righe scritte per lui dal reparto marketing Vought riguardo alla sua relazione con una “supereroina nazista” e facendogli ammettere che “anche il più grande supereroe d’America può innamorarsi della donna sbagliata”. Nel mezzo ci sono poi tutti gli altri: Butcher resta impegnato a dare la caccia ai Supes in maniera non letale ed è aiutato dal fedelissimo Frenchie e dalla silenziosa ma letale Kimiko, mentre MM si trova fuori dal gruppo ed è deciso a vivere una vita tranquilla per la figlia, speranza presto vanificata dato che verrà risucchiato nel giro quando nuovi segreti verranno svelati. Dall’altra parte della barricata troviamo Deep, ancora alla ricerca del suo arco di redenzione per riacquisire il suo posto nei Sette, ed A-Train alla ricerca del suo posto in un mondo che si muove ad una velocità a cui lui non riesce più a stare al passo. 

    Nelle prime due stagioni, il team dietro alla serie aveva già dimostrato di voler spesso “superare il limite”, mostrando scene pregne di sangue e violenza fisica estrema, ma anche toccando temi pesanti come il già citato nazismo. Già in questi primi tre nuovi episodi è palese come abbiano deciso di ripagare l’attesa con una narrazione che riesce ad elevare all’ennesima potenza tutto ciò che di buono era già stato fatto. I personaggi che già conosciamo si ritrovano davanti ad un’evoluzione continua, che li porta a mettere costantemente in discussione con sé stessi e gli altri, mentre le new entry che piano piano si fanno strada risultano sempre più interessanti scena dopo scena, su tutte il nuovo sup Soldier Boy, rifacimento dell’icona del super soldato americano che sembra unire i tratti principali del Soldato d’Inverno con quelli del Capitan America delle origini (o di un Guardian se si vuole guardare al lato DC Comics). Inoltre vengono approfonditi ulteriormente temi già inseriti come la paura del Medio Oriente, lo sfruttamento mediatico del movimento LGBTQ+ o le lobby delle armi, sempre con il tipico humor nero che ormai distingue la serie ed è capace di strappare più di una risata tra una riflessione e l’altra.

    SANGUE, BUDELLA ED ENORMI FALLI

    Se dal lato narrativo siamo senza dubbio su un livello eccellente, bisogna comunque tenere in conto che, come si suol dire, anche l’occhio vuole la sua parte e gli Amazon Studios sembrano averlo capito alla perfezione. Registicamente il lavoro di questi primi episodi è stato affidato a Philip Sgriccia e Julian Holmes e ci si ritrova di fronte ad un buon prodotto, senza picchi particolari, ma sempre capace come da tradizione di donare interessanti inquadrature da tenere come screensaver del PC. Tuttavia è sul lato della fotografia, del trucco e delle scenografie che la produzione svolge un lavoro impressionante, riuscendo a mostrare senza mai dare quella sensazione di finzione anche le scene più assurde (su tutte la “bizzarra” scena di sesso riguardante Swatto, parodia dell’Ant Man marveliano e dell’Atomo di casa DC e capace, proprio come le sue controparti, di modificare le proprie dimensioni ed infilarsi in diversi orifizi).

    Elemento a cui poi la serie ci aveva già abituato ma che anch’essa vive qui di un ulteriore innalzamento di qualità è la recitazione dei vari membri del cast, su cui spiccano su tutti il Butcher di Karl Urban e l’Homelander di Antony Starr, capaci di mettere in scena due personaggi simili, ma allo stesso tempo opposti e in grado di spaziare all’interno dello spettro di emozioni come veri maestri, mentre tra i personaggi secondari non si può non nominare il sempre fantastico Giancarlo Esposito che ritorna nei panni del direttore della Vought Stan Edgar e la vera sorpresa della serie Karen Fukuhara, capace di donare una continua caratterizzazione al suo personaggio attraverso l’utilizzo quasi esclusivo della sola mimica facciale e corporea.

    CONCLUSIONI

    Dopo quasi due anni, Butcher e compagni sono tornati a dominare l’home page di Amazon Prime Video e lo fanno con tre nuovi episodi che dimostrano ancora una volta la grande qualità di questa peculiare produzione. Ancora più cattiva, più irriverente, più scorretta, con personaggi sempre più interessanti in continua evoluzione, il tutto correlato da una messa in scena basilare che però permette di godere di elementi gore e splatter di alto livello, assieme ad una sana dose di assurdità tipiche della serie. In attesa dei futuri episodi in uscita con cadenza settimanale ogni venerdì, non possiamo far altro che gioire e goderci questo fantastico inizio, consapevoli che la grande serialità è ancora viva anche se sotto forma di raggi laser, ossa rotte e giganteschi falli di 3 metri.

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EPISODIO 3 – SI PUÒ FARE DI PIÙ

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    – Allerta spoiler –

    Siamo ormai a metà della miniserie dedicata ad Obi-Wan Kenobi, uno di personaggi più amati dell’universo di Star Wars, ambientata a metà dei vent’anni che separano La Vendetta dei Sith e Una Nuova Speranza. Mercoledì 1 giugno è uscito su Disney+ il terzo episodio dei sei previsti, che ha chiaramente messo più carne al fuoco, ma allo stesso tempo ha fatto sorgere parecchi dubbi. Cerchiamo di esaminarli insieme.

    È QUESTO IL DUELLO CHE STAVAMO ASPETTANDO?

    La terza puntata di Obi-Wan Kenobi ha portato sullo schermo ciò che quasi tutti gli spettatori si aspettavano e desideravano, un duello tra il vecchio Maestro Jedi e il suo allievo di una volta, ormai completamente trasformato nel malvagio Darth Vader. E malvagio lo è davvero, dato che lo vediamo uccidere brutalmente dei civili con il solo obiettivo di far uscire allo scoperto il nostro protagonista. Il duello tra Vader e Obi-Wan che vediamo in questo episodio, tuttavia, non sembra essere l’epica scena di battaglia che tutti stavamo aspettando dopo quella su Mustafar alla fine di Episodio III; il nostro Jedi non è infatti al massimo delle sue capacità, rinnega ancora la Forza, fa fatica ad utilizzare la spada laser, rimasta “spenta” per tanti anni. È ovvio che avremo un altro scontro decisamente più epico ed emozionante, ma quello che vediamo in questa puntata, nonostante alcune scelte di regia un po’ basiche e poco coraggiose, ci ha regalato alcuni momenti emozionanti. L’entrata in scena di Vader è a dir poco magnifica e la sua malvagità si riversa completamente sul vecchio Jedi: lo vediamo infatti sollevare Obi-Wan e trascinarlo con violenza tra le fiamme, come era successo a parti inverse ne La Vendetta dei Sith. Una scelta interessante, ma che poteva essere messa in scena in modo più suggestivo se si fosse deciso di osare di più a livello di regia e montaggio; nonostante i difetti, questo primo duello fa prevedere una battaglia ancor più epica negli episodi finali e noi ci speriamo davvero tanto!

    RAPPORTI TRA I PERSONAGGI E GESTIONE DEI VILLAIN

    Questo terzo episodio ci ha regalato dei momenti genuinamente emozionanti per quanto riguarda l’evoluzione del rapporto tra Obi-Wan e la piccola Leia. All’interno di una scena in particolare, la ragazzina pone infatti delle domande al Maestro Jedi riguardo i suoi veri genitori, e ciò ci fa capire come, nonostante Leia sia felice con la famiglia Organa, continua ad avere questa naturale curiosità di conoscere sua madre e suo padre, senza immaginare che quest’ultimo è proprio Darth Vader. Fa sorridere come la piccola chieda a Obi-Wan se conosceva sua madre, e commuove come lui si renda conto di quanto Leia sia simile a Padmé. Un momento adorabile che fa sorgere ancora più domande su come il rapporto tra i due possa svilupparsi, tenendo conto del fatto che in Una Nuova Speranza le loro conversazioni sono sempre abbastanza formali, quasi come se non si conoscessero bene o ci fosse dietro qualcosa in più. Staremo a vedere.

    Per quanto riguarda i villain, la comparsa di Darth Vader è stata davvero apprezzata, come abbiamo già detto poche righe fa, tuttavia sono sorte non poche perplessità riguardo la scelta del doppiatore Luca Ward per dare la voce al personaggio, mentre nella versione originale è tornato lo storico James Earl Jones (che a più di novant’anni di età continua a far battere i cuori di tutti). Luca Ward è uno dei doppiatori migliori che abbiamo in Italia, tuttavia il modo in cui la sua splendida voce è stata adattata a Vader non è del tutto convincente, e molti hanno attribuito queste perplessità alla mancanza di un filtro audio che desse giustizia all’iconica maschera indossata il personaggio per respirare. Sia chiaro, non è insopportabile, ma qualche accorgimento in più nella versione italiana sarebbe stato ben accetto. L’Inquisitrice Reva continua ad essere un personaggio interessante, e speriamo di saperne di più sia su di lei che sul suo rapporto con Vader e gli altri Inquisitori, tra i quali per ora non sembra scorrere buon sangue.

    Generalmente la puntata è buona, purtroppo però non possiamo non segnalare alcuni passaggi che hanno fatto storcere il naso, come la strana “fuga” di Obi-Wan dal duello con Vader, l’inseguimento di Leia da parte di Reva, o alcune scelte di trama che paiono un po’ forzate. Ci si è anche interrogati sulla presunta morte del Grande Inquisitore, dato che, se ciò venisse confermato senza spiegazioni, si finirebbe per de-canonizzare gran parte della serie Star Wars Rebels, ambientata in un periodo di tempo successivo a quello in cui si svolgono le vicende di Obi-Wan Kenobi.

    Il dubbio più grande rimane quello sul dove la serie voglia andare a parare; sarà tutto incentrato su Kenobi e sul suo viaggio per salvare la giovane principessa o ci sarà qualcosa di più sotto? Speriamo sinceramente che le nostre domande possano avere una risposta nelle prossime puntate, e soprattutto che torni al più presto in scena il nostro amato Darth Vader!

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  • STRANGER THINGS 4 – LA PRIMA PARTE DELLA RECENSIONE

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    Era il 2016 quando la prima stagione di Stranger Things aveva scosso il mondo della serialità televisiva, configurandosi come punta di diamante delle produzioni Netflix nonché primo vero fenomeno seriale targato dal colosso dello streaming ad arrivare in Italia. L’opera, creata dalla mente dei Fratelli Duffer, cavalcava la wave nostalgica di omaggio agli anni ‘80 che di lì a poco avrebbe invaso definitivamente il piccolo e il grande schermo (e di cui abbiamo già raggiunto il punto di saturazione). Pur non trattandosi di un capolavoro come da molti sbandierato, in quanto costruito come un patchwork di elementi tratti da varie altre opere senza creare nulla di innovativo e rivelandosi come l’esempio perfetto del pop corn movie applicato al mondo seriale, la prima stagione aveva avuto il merito di costruire una narrazione coerente e molto attenta alla caratterizzazione dei personaggi, riuscendo, tra le altre cose, a rilanciare la carriera – apparentemente finita – di star come Winona Ryder e a portare un successo planetario ai giovani protagonisti, su tutti Millie Bobby Brown e Finn Wolfhard. Al primo capitolo erano seguite due stagione molto dimenticabili, in particolar modo la seconda, realizzata in fretta e furia dopo il grande successo iniziale e risultando, di conseguenza, una brutta copia della prima; la terza, pur introducendo un apprezzabile cambio di tono, soffriva di alcuni buchi di sceneggiatura e di una richiesta di sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore sempre maggiore, quest’ultimo aspetto riferito più alle azioni degli umani che alla componente sovrannaturale. 

    Si arriva dunque a questa quarta stagione dopo tre anni di attesa a cui corrisponde un salto temporale nella storyline della serie di 12 mesi. Il titolo dell’articolo si riferisce al fatto che questa recensione non può che risultare incompleta a causa della scelta di Netflix di spezzare la stagione in due parti, programmando l’uscita degli ultimi due episodi a distanza di un mese dagli altri sette. Infatti, la tendenza di Netflix di rilasciare gli episodi di una stagione tutti in un colpo solo, dopo aver contribuito al suo successo nei primi anni, si è rivelato negli ultimi tempi un suicidio commerciale, dovuto all’esaurimento in breve tempo delle discussioni riguardo alle opere causato dal binge watching degli utenti. Questo tentativo maldestro di prolungare l’attenzione verso la serie non ha alcuna giustificazione narrativa, ed è dettato da pure esigenze di marketing, con l’episodio 7 (della durata monster e ingiustificata di 1 ora e 40 minuti) che si chiude con tutti i cliffhanger possibili e immaginabili tipici di un episodio di metà stagione.

    Con questo quarto capitolo della saga i Fratelli Duffer provano ad alzare la posta in gioco tentando di costruire una narrazione su più larga scala, spargendo per il mondo i vari personaggi: dall’ormai celebre Hawkins fino alla Russia, passando per la California, rompendo in questo modo l’unione tra i protagonisti che aveva contribuito a costruire il successo della serie. Se da una parte è apprezzabile il tentativo di evoluzione messo in atto, dall’altra le varie storyline proposte non risultano equilibrate, con la sola trama ambientata ad Hawkins a essere capace di interessare veramente, risaltando in particolare il personaggio di Max. Solo qualche guizzo è riscontrabile in quelle dedicate a Eleven e Hopper, come se gli showrunner si fossero dimenticati di una parte dei personaggi, in primis il gruppo californiano, con Will ridotto ormai a mero soprammobile. A complicare ulteriormente la situazione contribuiscono i nuovi arrivati, caratterizzati in maniera più o meno riuscita. Eddie Munson, interpretato da un bravo Joseph Quinn, pur rispettando gli stereotipi del freak belloccio dal cuore d’oro, strappa più di una risata e convince, così come Argyle, introdotto come “linea comica della serie” e capace di creare spassosi siparietti di puro nonsense con l’amico Jonathan, quest’ultimo sacrificato nella sua caratterizzazione solo a favore di una possibile riapertura nella relazione amorosa tra lui e Nancy di cui onestamente non si sentiva minimamente il bisogno. Convincono meno nella scrittura il personaggio interpretato da Jamie Cambell Bower e il personaggio di Dmitri, portato in scena però da un bravo Tom Wlaschiha, lo Jaqen H’ghar di Game of Thrones nonché interprete di uno dei protagonisti del nostrano L’incredibile storia dell’Isola delle Rose di Sidney Sibilia, a cui sono affidate le principali interazioni con Hopper, da cui nascono dei momenti di profonda intimità molto riusciti, grazie al sempre ottimo lavoro sul personaggio di David Harbour. Ma la vera punta di diamante tra tutti i nuovi arrivati è sicuramente Jason Carver interpretato da Mason Dye, capitano della squadra di basket, il classico bello e popolare americano dallo spirito eroico, utilizzato dai Duffer per criticare la società americana nella sua essenza. Il suo personaggio, lo stereotipo della bontà a primo impatto, non si fa problemi a utilizzare i morti di Hawkins per costruire monologhi ispiratori che possano portare la sua squadra a vincere il campionato, aizza le superstizioni e l’ignoranza del popolo americano medio contro il diverso, contro coloro che non rientrano nelle convenzioni sociali. Infine il nuovo villain, Vecna, funziona a livello visivo e sembra ispirato all’immaginario di Lovercraft e da quello di Hellraiser, ma la dinamica delle sue origini, le quali sono costruite come un “grande” colpo di scena che risulta prevedibile con grande anticipo, presenta non poche problematiche a livello di scrittura

    A livello di fonti di ispirazione, dopo aver attinto a piene mani in passato da film come i Goonies, Stand by me, e dal mondo di Stephen King con particolare riferimento a IT e alle opere di George Romero, con questa quarta stagione ci si sposta verso una violenza più esplicita, guardando ai film del maestro dell’horror Stuart Gordon, il cult The Ring e Il silenzio degli Innocenti, ma soprattutto a Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven, citato nelle sequenze delle uccisioni da parte di Vecna e in un personaggio secondario interpretato da Robert Englund, il celebre Freddy Krueger dell’originale.

    In generale in queste nuove puntate viene dato maggiore spazio all’affascinante Sottosopra, realizzato quasi sempre con grande cura nella CGI ad eccezione della sequenza finale dell’episodio 7 che mostra tutti i limiti di budget della serie – riscontrabile anche nella realizzazione della piccola Eleven nei numerosi flashback. Non mancano i momenti ottimamente costruiti attraverso un sapiente uso del montaggio parallelo, come la sequenza della prima puntata con protagonista i Sinclair, o con l’utilizzo diegetico della musica, come nella celebre scena della terza stagione con la canzone Neverending Story di Limahl, a cui in questo caso fa da contraltare il momento con protagonista Running Up That Hill di Kate Bush che contribuisce alla riuscita del quarto episodio, il migliore di quelli usciti fino ad ora. Se da una parte vengono riproposti gli elementi che hanno contribuito alla fortuna della serie, dall’altra il prodotto si porta dietro le solite ingenuità e problematiche che l’hanno spesso caratterizzata, con combinazioni di eventi che avvengono per pura coincidenza e convenienza, il tutto condito da pochissimo coraggio nel sacrificare personaggi principali nonostante gli eventi pericolosissimi a cui questi prendono parte, o con sequenze infinite di spiegazioni, come se gli sceneggiatori si fossero dimenticati del fatto che le serie tv, come il cinema, dovrebbero costruire la narrazione attraverso le immagini e non -soltanto- con le parole

    Pur portando con sé la sensazione di “brodo allungato” a causa anche della durata titanica dei vari episodi, a conti fatti questa prima parte della quarta stagione mostra un miglioramento produttivo e qualitativo in generale, confermando Stranger Things come l’esempio perfetto di pop-corn serie, con protagonisti in media ben costruiti e creata con l’obiettivo del puro intrattenimento, da cui è corretto non aspettarsi più di questo. Il giudizio definitivo è rinviato a luglio.

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  • RECENSIONE JURASSIC WORLD IL DOMINIO – L’ULTIMA ERA DEI DINOSAURI AL CINEMA?

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    “Siamo in una nuova era. Benvenuti a Jurassic World!”. La solenne delibera del professor Ian Malcolm (Jeff Goldblum) al termine di Jurassic World – Il regno distrutto (2018), col T-rex a piede libero tra i leoni allo zoo e il Mosasauro a inghiottire i surfisti sotto le onde, già preparava il terreno alla dimensione open world e alla diffusione in free roaming di questo nuovo Jurassic World – Il dominio (Jurassic World Dominion) di Colin Trevorrow, regista del requel Jurassic World (2015) che dopo l’intermezzo di Juan Antonio Bayona ritorna al timone registico della saga dei dinosauri per ampliarne gli scenari e traghettarla, forse, alla degna conclusione. 

    FUORI DAL RECINTO

    Quattro anni dopo l’eruzione lavica che ha spazzato via Isla Nublar e dalla fuga in campo aperto da celle e cantine di Lockwood Estate, i dinosauri vivono senza più barriere, liberamente sparpagliati al pascolo selvaggio in ogni latitudine del globo. La multinazionale della genetica Biosyn, capeggiata dalla vecchia volpe Lewis Dodgson (Campbell Scott) – al quale, nel primo Jurassic Park (1993), il programmatore Nedry prometteva il furto degli embrioni nascosti in una bomboletta di schiuma da barba -, grazie a ricche concessioni governative si occupa del recupero delle creature, gestite in una riserva sulle Dolomiti per essere studiate – almeno ufficialmente – come sorgenti di cure farmacologiche. Non tutto è ovviamente come sembra, e mentre una falcidiante invasione di locuste giganti riporta in azione la tenace dottoressa Ellie Sattler (Laura Dern) e lo schivo paleontologo Alan Grant (Sam Neill), ritroviamo la coppia formata da Owen Grady (Chris Pratt) e Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) isolata tra i boschi innevati del Nevada, per preservare l’habitat dei dinosauri (l’intelligentissima raptor Blue e sua “figlia” Beta) e proteggere da loschi affaristi l’ormai adolescente Maisie Lockwood (Isabella Sermon), il clone della figlia dell’ex-socio defunto di John Hammond. I due gruppi incroceranno forze e destini per sventare una minaccia nascosta e l’attacco di mastodontici carnivori mai visti prima… 

    Giungendo come pannello finale in coda alla nuova trilogia, Jurassic World – Il dominio si presta a un bilancio riassuntivo e a un giudizio finale sul franchise ripartito nel 2015. La sensazione è che – al di là dell’estasiata meraviglia fanciullesca, mantenuta (quasi) sempre viva e sgargiante, a cui “non ci si abitua mai” (lo dice Ellie Sattler davanti al dolce muso di un baby Protoceratops), garantita dall’aura insieme magica e (ultra)fotorealistica dei dinosauri, oggi come ieri padroni e tiranni incontrastati nell’imponenza suggestiva del grande schermo – non si sia davvero trovato un forte endoscheletro narrativo originale, unitario e coerente sulle cui spalle far reggere impianto, sviluppi, sostanza e ragion d’essere della nuova saga (del resto, anche il primo trittico, sotto l’egida più diretta di Spielberg, andò in calando fino a sfilacciarsi nell’inerzia puerile del Jurassic Park III). Da un episodio all’altro si è andati per tentativi abbozzati e progressive correzioni in corsa, nuovi assortimenti, variazioni e progetti ripresi o abortiti, seguendo la logica crossover di innesti plurimi e ibridazione compulsiva dei tecnici della InGen, nel realizzare in laboratorio il prodotto col magnetismo epidermico e il potenziale più attrattivo e spaventoso per il pubblico di giovanissimi e meno giovani. 

    JURASSIC FIGHT CLUB

    Tuttavia, pur zoppicando tra compromessi e passaggi obbligati (lo spettro completo di rappresentanze di genere, orientamenti sessuali ed etnie compilato con facili automatismi) dell’odierno blockbuster all inclusive addomesticato per le famiglie (la surrogata e caramellosa (ri)composizione familista, dal sapore quasi disneyano, di Owen, Claire e Maisie, seduti davanti al fuoco ad arrostire marshmallow in camicioni di flanella), Dominion spicca come il capitolo più solido e maturo – il migliore, se dobbiamo azzardare – della nuova trilogia, che si libera sia dell’aria turistica incassata nelle rigide maglie del parco a tema del primo episodio (Jurassic World), sia delle striature dark da fiaba gotica intimista rintracciate nel trauma infantile di Fallen Kingdom (con l’Indoraptor come babau notturno degli incubi di Maisie), che restringevano eccessivamente il recinto dell’azione, sacrificando in parte il peso specifico delle creature. Il nuovo film acquista, invece, una dimensione di spettacolo multisetting ed extra-large che attraversa trasversalmente i generi e si sposta senza tregua da una location esotica all’altra. Con il respiro da globetrotter internazionale di un avventuroso Bond movie (la corsa in moto di Owen Grady inseguito dagli Atrociraptor nelle strade di Malta ricorda molto Daniel Craig in motocicletta tra le rocce di Matera, con annessa fuga dal piumato Pyroraptor sui lastroni di ghiaccio incrinato come nell’incipit di No Time To Die, 2021), e le sottotrame action – thriller incentrate su mercenari e trafficanti. E con un illecito black market e un fight club dei dinosauri segreto che – lo ha dichiarato Trevorrow stesso – vorrebbero richiamare le atmosfere dell’affollato melting pot della cantina di Mos Eisley di Star Wars.

    LE ORME DEL CAPOSTIPITE 

    Dopo una roboante corsa con cui, sbalzando qua e là sulla mappa geografica raramente ci si annoia, inevitabilmente il plot (firmato a quattro mani da Trevorrow ed Emily Carmicheal) finisce per rintanarsi nel tipico schema del circuito impenetrabile e protetto (l’ecosistema della riserva BioSyn) scombussolato dall’irruzione emergenziale del caos di malcolmiana memoria (How the world will end è l’apocalittico titolo del nuovo libro dell’amato professore in giacca di pelle e occhiale fumè). Puntando sul lento incedere della pura suspense a pelle d’anfibio (Claire Dearing pedinata a pelo d’acqua da becco e zampe unghiute del therizinosauro), nella seconda parte del film la regia di Trevorrow si esalta come forse mai prima d’ora. Tra spessa luce naturalista e accesi cromatismi fluo, jump-scare al buio delle caverne e nella luce ambrata delle torce e repentini soprassalti sonori degli stinger assault nascosti nello score ansiogeno di Michael Giacchino. Nei movimenti di macchina tra busti e profili degli splendidi animatronics di John Nolan, che tengono a freno la pur eccellente CGI, sorvegliando i personaggi in tagli di inquadratura che – tra pupille che scrutano e dentacci sporgenti dietro i finestrini delle jeep – sono cloni fedelmente derivati dalle immagini mitopoietiche di Jurassic Park. Solo rigonfiate su modelli in scala “più grossi, più rumorosi e con più denti” (secondo le nuove direttive del bestiario della paura). 

    Ci si incunea nelle strettoie di gallerie e cunicoli sotterranei, dissotterrando la claustrofilia senza scampo (magnifiche le scene con i letali Dilofosauri, finalmente villain a pieno titolo dopo la comparsa come semplici ologrammi nel primo Jurassic World) e i salti di tensione del film spielberghiano: le interruzioni di corrente, i sistemi elettrici da ripristinare e la fuga in elicottero verso la salvezza, per poi lasciare il proscenio allo scontro tra titani dei predatori dominanti, notturno, fangoso e fragoroso nei ruggiti del potente sound design: un climax predicibile ma tremendamente efficace, con gli sfracelli assicurati dalla devastante mole oversize del Giganotosauro, special guest che riaccende brividi e scintille del vecchio T-Rex a caccia sotto la pioggia (se ne vorrebbe di più: sogniamo un tripudio di pure forze cine(ma)tiche in lotta tra loro come in un Godzilla vs Kong versione giurassica). Non più un mostruoso guazzabuglio fantasy come L’Indominus Rex o L’Indoraptor, ma un temibile e redivivo predatore preistorico, che segna il ritorno alla selvaggia dimensione primordiale e al richiamo ancestrale del thriller (fanta)scientifico delle origini, con le consuete implicazioni bioetiche sulla catastrofe ecologica e la “metafisica delle identità” di Maisie Lockwood legate in sceneggiatura a doppio filamento di DNA.

    ANTICHI FOSSILI E NUOVA CARNE

    C’era grande attesa per il rientro dei personaggi storici della saga originale, e qui le aspettative non sono andate (troppo) deluse. Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum in un attimo ricreano sullo schermo l’alchimia affiatata, l’istintiva empatia e lo smalto dei giorni migliori, restituendo allo spettatore tutto il rispetto e l’affetto malinconico che con ogni evidenza provano per i loro personaggi, e per i ruoli che più di ogni altri li hanno resi delle icone. Il team-up attoriale e narrativo tra vecchie glorie e nuovi innesti, pur con qualche forzatura stridente (il naturale humour di Malcolm si fa isterico e meccanico, con l’innato sexual charisma di Goldblum pure costretto a nascondere il petto nella camicia abbottonata), funziona a dovere, scopre coppie speculari (Grady – Grant e Dearing – Sattler) e porta a termine gli archi narrativi di entrambi i fronti. Con le new entry che si inchinano, immancabilmente sbalordite, davanti alla santa trinità Grant – Sattler – Malcolm, con la devozione riservata alle leggende viventi

    IL MONDO PERDUTO (E RITROVATO)

    Lascia invece più perplessi il fatto che il grande tema fondante di quest’ultimo capitolo, la libera e complicata convivenza di uomini e dinosauri su scala mondiale (qualcuno potrebbe obiettare, con ironia spielberghiana, che la donna erediterà la Terra…), resta a conti fatti in sospeso e irrisolto, eventualmente rimandato a ulteriori futuri sviluppi (?). Con tutte le riflessioni sul destino di umanità e colossi preistorici che restano dunque al di qua del guado, sostanzialmente invariate rispetto alla situazione di partenza: le immagini del notiziario dell’incipit, con gli stegosauri che tagliano la strada alle automobili e l’allosauro che assedia i campeggiatori in roulotte, in fondo sono le stesse del finale, coi triceratopi che marciano tra gli elefanti sullo sfondo di un’alba in stile Re Leone e i parasaurolofi che si confondono tra i cavalli in corsa nel deserto. L’evoluzione delle diverse specie elette nello stesso branco che viaggiano verso un futuro incerto e ignoto, con il passo di creature maestose che sembrano però lontane dal lasciare sul terreno del cinema la gigantesca impronta iconica dell’inarrivabile modello spielberghiano, speriamo non definitivamente estinto. 

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