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  • RECENSIONE BONE TOMAHAWK – IL RINNOVO DEL WESTERN

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    Al termine della visione di Bone Tomahawk, la prima considerazione che giunge alla mente è che S. Craig Zahler è ufficialmente uno dei registi indipendenti da tenere d’occhio nei prossimi anni. Salito alla ribalta con lo splendido Dragged Across Concrete di tre anni fa, Zahler mostra sin dal suo esordio nel 2015 con Bone Tomahawk di essere capace di creare un cinema estremamente personale e focalizzato sulla creazione di personaggi iconici e al contempo realistici. Il film è ambientato nell’America di fine Ottocento, quando la tranquillità di un piccolo villaggio viene sconvolta da un inquietante accadimento notturno: un’infermiera, un criminale ferito e il giovane vice-sceriffo sono scomparsi nel nulla. A portarli via, si scopre presto, è stata una tribù di cavernicoli cannibali. Lo sceriffo e altri tre uomini, compreso il marito della donna, decidono di partire per ritrovare e trarre in salvo gli sventurati.  Sebbene l’incipit ricordi un incrocio tra Sentieri Selvaggi di John Ford e Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, il risultato finale risulta essere uno dei western più originali e riusciti prodotti negli ultimi anni. S. Craig Zahler, anche sceneggiatore del film, costruisce dei personaggi solidi, che impariamo ad amare durante la pellicola, grazie a scambi di battute che sembrano essere scritte da Tarantino e filtrate dalla sensibilità di Jim Jarmusch. Zahler riesce ad aggiungere a questa combinazione un’impronta più realistica rispetto ai due colleghi registi, creando un risultato ancora diverso, in qualche modo più umano. Questo improbabile quartetto di eroi è portato in scena magistralmente da Kurt Russell, Matthew Fox, Richard Jenkins e Patrick Wilson, che lavorano tutti di sottrazione e senza essere mai sopra le righe. Se Kurt Russell si limita a fare Kurt Russell in maniera più bonaria rispetto al solito, le due punte di diamante della pellicola risultano essere un sorprendente Patrick Wilson, che porta in scena un’interpretazione fisicamente ed emotivamente intensa, e il grandissimo  Richard Jenkins, che con la sua parlantina e i continui aneddoti fa entrare il suo Cicoria direttamente nei nostri cuori. Anche Matthew Fox, il mitico Jack di Lost, non sfigura di fianco ai colleghi e dipinge un personaggio molto più profondo di quello che può sembrare a un primo impatto. 

    A  S. Craig Zahler non basta però produrre un buon western e decide di rinnovare il genere inserendo elementi di puro horror all’interno della pellicola, con rimandi folcloristici e splatter in abbondanza, realizzato efficacemente nonostante il basso budget con effetti speciali artigianali, soprattutto nella parte finale del film. Il passaggio da un genere all’altro risulta essere naturale e mai forzato anche grazie alla presenza continua di un’ironia di fondo che permette al film di non prendersi mai troppo sul serio e di mantenere un miracoloso equilibrio, caratterizzato da un tono totalmente anticlimatico, sottolineato anche da una colonna sonora pressoché assente. Il regista, oltre a essere una penna sopraffina ed estremamente abile nella direzione degli attori, come confermato anche nel successivo Dragged Across Concrete con Mel Gibson e Vince Vaughn in grande spolvero, sfoggia anche un’ottima padronanza della messa in scena, con un ampio uso della camera fissa e di campi lunghi, che riescono a dare un’idea di grande staticità, di attesa, di frustrazione per l’impossibilità di poter salvare subito i propri cari, sfruttando pienamente lo scenario desertico in cui è ambientata la pellicola. Ed è proprio sull’attesa che è costruito il film, un’attesa realistica e opposta alla classica adrenalina hollywoodiana, esattamente come realizzato da Jim Jarmursh con il suo meraviglioso Dead Man.

    L’opera prima di S. Craig Zahler non si può definire un capolavoro, ma risulta essere una pellicola prima estremamente godibile,  originale e capace di dare nuova linfa a un genere come il western, risultato spesso stagnante negli ultimi anni, che però sta vivendo finalmente una nuova giovinezza anche grazie a opere come questa.

    Il film è disponibile in streaming su Prime Video.

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  • RECENSIONE FAST AND FURIOUS 9

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    Volenti o nolenti, tutti conosciamo Fast and Furious. Partito nel 2001 come thriller poliziesco nel modo delle gare clandestine con una predisposizione verso l’azione, è riuscito a rendere iconici personaggi come il Dom Toretto di Vin Diesel ed il Brian O’Connor di Paul Walker creandosi un’enorme fan base sparsa in tutto il mondo e a produrre un franchise in continua espansione, che conta all’attivo otto capitoli ufficiali ed uno spin off incentrato sui personaggi di Hobbs (Dwayne Johnson) e Shaw (Jason Statham).

    A vent’anni di distanza dal primo capitolo e superata una pandemia, Dom Toretto è tornato nelle sale cinematografiche con il nono capitolo del franchise. Messe da parte ormai da tempo le atmosfere ed il rombo delle gare clandestine che caratterizzava i primi tre capitoli a favore dell’azione spettacolarizzata tipica delle pellicole hollywoodiane, i protagonisti della serie si ritrovano in questa pellicola ad affrontare Jacob (John Cena), fratello esiliato dalla famiglia di Dom, e la già conosciuta Cypher (Charlize Theron) in uno scontro tra passato e presente per la salvezza del mondo e dell’umanità. Tornato Justin Lin alla direzione (già regista della saga dal terzo al sesto capitolo), la pellicola cerca di presentare un misto di azione “in movimento” con inseguimenti e corse e di azione “classica” con i personaggi che si riempiono di mazzate.

    LOTTA IN FAMIGLIA

    L’introduzione del personaggio di Jacob porta il racconto ad usufruire di diversi flashback, che già dall’inizio della pellicola permettono allo spettatore di scoprire nuovi dettagli sul passato anche di Dom e Mia, soprattutto nel loro rapporto con il defunto padre e sul perché il fratello fosse finora rimasto nell’ombra. Nel presente, l’ex organizzatore di gare clandestine è ormai in “pensione” dopo gli avvenimenti del precedente film e vive una vita isolata ma tranquilla assieme alla moglie Letty (Michelle Rodriguez) ed al figlio Brian, finché alcune vecchie conoscenze non li convincono a rientrare in azione per cercare il Signor Nessuno, ora scomparso, ed un dispositivo che potrebbe porre fine all’ordine mondiale. Situazione ormai all’ordine del giorno per Dom, che però si trova presto a dover affrontare come principale nemico il fratello ed il suo socio Otto, assieme (ovviamente) ad un esercito privato composto da migliaia di uomini addestrati ed armati fino ai denti. Complessivamente, le vicende risultano abbastanza classiche, riprendendo le dinamiche ormai collaudate dai capitoli precedenti della saga. 

    Soffermandosi un po’ sui personaggi, invece, risulta palese come questo nono capitolo risulti in realtà il secondo di una (probabile) trilogia interna alla serie incentrata soprattutto sulla vita di Dominic e su chi e cosa lo circonda. Già con l’ottavo capitolo, infatti, gli sceneggiatori avevano girato le carte in tavola inserendo il suo personaggio come “villain” (anche se costretto) della storia, mostrando quindi allo spettatore lati del suo carattere e della sua personalità che fino a quel momento non erano stati così approfonditi. Qui con l’inserimento di Jacob si approfondisce ancora di più il suo stile di vita ed il modo in cui si rapporta con la sua famiglia di sangue, finora messa sempre in secondo piano da quella degli amici. Non stiamo certo parlando di un viaggio introspettivo degno di un prodotto d’autore, ma risulta sicuramente apprezzabile l’impegno per approfondire un personaggio che, diciamocelo chiaramente, vediamo soltanto come una grande massa di muscoli in quasi tutti i frangenti della saga. Come ottimo ed interessante risulta anche la scrittura di Jacob, che più che un villain è una persona che non si ferma davanti a niente pur di ottenere ciò che vuole e che compie durante un film un interessante percorso di crescita personale (vale comunque anche per lui il discorso fatto per il fratello, sottolineando però come John Cena sia riuscito a dare un’ottima prova attoriale riuscendo a rubare la scena ogni singola volta in cui compare a schermo).

    ALTI E BASSI

    La regia di Justin Lin si attesta su un buon livello ed è capace di intrattenere sia nelle scene d’azione in movimento sui veicoli ma soprattutto nei combattimenti corpo a corpo, che risultano in questo capitolo favolosi, quasi al pari di pellicole come John Wick o Atomica Bionda: ogni colpo che viene sferrato lo spettatore riesce quasi a sentirlo sulla propria pelle, eliminando completamente quel senso di finzione che spesso si incontra nei film di questo genere, e in questo la regia gioca un ruolo fondamentale, con movimenti di macchina che, anche senza essere strabilianti o far urlare al miracolo, riescono a donare dinamicità alle varie sequenze. Il tutto va però inserito in un contesto che è tutto fuorché realistico, con personaggi che saltano da altezze spropositate senza accusare il minimo dolore o che eseguono acrobazie ai limiti delle possibilità umane, senza tirare in ballo la super forza che caratterizza i protagonisti e la quasi invulnerabilità che gli permette di correre nel mezzo di una sparatoria ed uscirne illesi.

    Questo l’elemento che meno convince dell’ultima iterazione della saga, il suo essere diventato ormai “troppo”. Se nello spinoff Hobbes & Shaw  si cercava di dare una motivazione alle stranezze che succedevano nella pellicola tirando in ballo innesti e potenziamenti quasi da fantascienza, qui si propone ormai di tutto senza nemmeno fermarsi un secondo e pensare di essersi ormai portati oltre il limite. Basta citare alcune sequenze già presenti nei trailer, come l’attraversamento di un burrone attaccandosi con la macchina ad un cavo di un ponte che si sta sgretolando sotto le ruote del veicolo o il magnete che attira oggetti e veicoli facendogli sfidare le leggi della gravità. Se da un lato ciò rende il prodotto estremamente spettacolare, dall’altro rischia però di portare lo spettatore a stizzirsi in quanto troppo eccessivo e poco realistico. Preme però fare un enorme plauso alla creazione ed alla realizzazione delle scene, che la produzione è riuscita anche i questo capitolo a realizzare, ovviamente con l’ausilio di alcuni trucchi di montaggio ma limitando l’utilizzo di computer grafica al minimo indispensabile.

    CONCLUSIONI

    Per i fan della saga, tornare al cinema per godersi sul grande schermo Dom e la sua famiglia sarà uno spettacolo per gli occhi, complice una buona regia con il ritorno di Justin Lin ed una sceneggiatura che, seppur con dei limiti, riesce ad approfondire personaggi già conosciuti e ad introdurre ottimamente il fratello Jacob. Diversamente invece se non si è fan, poiché la pellicola risulta tutt’altro che perfetta ed eccede in tutto, risultando estremamente pacchiana ed assurda. Se si cerca una pellicola con cui divertirsi e spegnere il cervello, questa è sicuramente una buona scelta, anche se non risulta comunque il capitolo più riuscito della saga.

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  • DIETRO LE QUINTE DELLO SPORT: 7 DOCUMENTARI E FILM SPORTIVI

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    I benefici dell’attività fisica sulla salute sono innumerevoli: riduce la pressione sanguigna, aumenta la forza muscolare, migliora la salute e la forza delle ossa. Un’attività fisica regolare, inoltre, può favorire il rilascio di endorfine ed aiutare ad alleviare lo stress, oltre che migliorare la qualità del sonno. Al di là di tutti questi aspetti positivi, è fuor di dubbio che lo sport praticato a livelli agonistici sia molto pesante e, talvolta, può avere dei risvolti negativi. 

    In queste settimane in cui si stanno svolgendo le Olimpiadi di Tokyo, lo sport è al centro delle nostre discussioni e abbiamo la possibilità di vedere esibirsi i migliori atleti del mondo. Approfittiamo dunque di questo grande evento per consigliarvi sette tra documentari e film sportivi che vi faranno entrare dietro le quinte dello sport e dentro la vita dei campioni, mostrandoci non solo le loro soddisfazioni ma anche tutte le loro debolezze e i loro enormi sacrifici.

    • Athlete A (Bonni Cohen e Jon Shenk, 2020, Netflix): 

    Il documentario segue il reportage giornalistico che ha portato alla luce lo scandalo sulla USA Gymnastic, l’associazione di ginnastica artistica che ha taciuto gli abusi sessuali perpetrati ai danni delle atlete da parte del Dottor Larry Nassar. Athlete A mostra gli eventi che lo hanno portato in prigione ma smaschera anche il sistema di corruzione creato dalla Federazione statunitense di ginnastica e dal Comitato olimpico degli Stati Uniti, complici nell’insabbiare le accuse rivolte all’ex medico permettendogli di seguire le atlete per così tanto tempo. Inoltre, la diretta testimonianze di ginnaste, ex ginnaste e genitori delle atlete, testimonia come il confine tra il duro allenamento e la violenza era diventato negli anni sempre più sottile. Il documentario da un lato lascia molto spazio al racconto dei comportamenti criminali e dannosi, da un punto di vista fisico e psichico, attuati ai danni delle atlete dalla Federazione di ginnastica, dall’altro coglie anche l’occasione per dare voce alle vittime.

    • The Last Dance (Michael Tollin, 2020, Netflix)

    Una docuserie che racconta l’ascesa di Michael Jordan e la storia dei Chicago Bulls degli anni ’90 con filmati inediti della NBA Entertainement della stagione 1997-98, un’annata molto particolare: i Chicago Bulls sono i campioni uscenti ma bisogna ancora guardare al futuro per garantire il successo della squadra. All’interno della docuserie, tra gli altri, troviamo anche i contributi di due ex presidenti degli Stati Uniti come Bill Clinton e Barack Obama. 

    • Mi Chiamo Francesco Totti (Alex Infascelli, 2020, Amazon Prime Video)

    Documentario italiano che racconta la storia di uno dei giocatori che ha fatto la storia del calcio, Francesco Totti. Il documentario ripercorre la vita del calciatore dagli inizi della sua carriera a Roma, passando dal successo ai Mondiali del 2006 fino all’abbandono del calcio nel 2017.  

    1. Dietro la prossima curva (José Larraza e Marc Pons, 2020, Netflix)

    Una docuserie spagnola (il cui titolo originale è El Día Menos Pensado) che racconta i ciclisti professionisti della Movistar. Osservare nei dettagli la preparazione per le competizioni, le fasi preliminari, l’ora dei pasti pre e post-gara è sicuramente fantastico per i veri appassionati del ciclismo e dello sport in generale. Sono già state realizzate due stagioni: la prima racconta il 2019 del team di Eusebio Unzué; la seconda, nonostante il 2020 sia stato uno degli anni peggiori per la squadra spagnola che ha ottenuto solo due vittorie in tutta la stagione, risulta avvincente quanto la prima.

    • Vilas: Tutto o niente (Matías Gueilburt, 2020, Netflix)

    Il film racconta la storia del tennista argentino Guillermo Vilas che tra gli anni Settanta e Ottanta rimase sempre ai vertici del tennis mondiale. In particolare, seguiamo le indagini del giornalista sportivo Eduardo Puppo che non si spiega come sia possibile che nonostante le vittorie di Vilas e la sua alta posizione in graduatoria non sia il numero uno nella classifica ATP. Il film conferirà a Vilas quella vittoria che non gli era stata conferita in passato. 

    • Formula 1 – Drive to survive (Paul Martin, 2019, Netflix)

    Una docuserie realizzata da Netflix in collaborazione con la Formula 1 che racconta i retroscena e il dietro le quinte del campionato mondiale di Formula 1 del 2018 e nella seconda stagione del 2019. Attraverso la serie conosceremo la vita dei piloti anche fuori dalla pista. 

    • Tonya (Craig Gillespie, 2017, Amazon Prime Video)

    Tonya è un biopic che racconta la vita della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, interpretata da Margot Robbie, protagonista nel 1994 di uno dei più grossi scandali sportivi degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una delle più grandi pattinatrici di tutti i tempi: fu la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale, un esercizio talmente difficili che per riprodurlo nel film fu necessario usare gli effetti speciali, in quanto nessuna controfigura era disposta o capace di replicarlo.

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  • RECENSIONE THE SUICIDE SQUAD – LA VIOLENTA GIOSTRA DELLA DC COMICS

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    Anche se non è mai stato definito ufficialmente tale, The Suicide Squad di James Gunn ha, fin dai primi annunci, assunto sempre più la forma di un soft reboot del quasi omonimo film di David Ayer piuttosto che di un sequel canonico, con tanto di articolo determinativo nel titolo che conferisce al film una sorta di status definitivo non ufficiale. Con il film del 2016 condivide alcuni personaggi e la premessa di base, ma per fortuna se ne distacca completamente nel tono e nella scrittura.

    La violentissima scena pre-credits è tutta un programma, un macabro carosello che si prende gioco delle nostre aspettative e ci introduce a Gunn e al suo gusto per la violenza splatter. Dopo questa introduzione, la trama entra nel vivo: la Suicide Squad è chiamata a ristabilire l’ordine sull’isola di Corto Maltese governata da uno spietato dittatore anti-americano. Ma, come la squadra scoprirà nel corso della missione, c’è di più; nello specifico un complotto che coinvolge uno scienziato pazzo (Peter Capaldi), orripilanti esperimenti e un alieno gigante a forma di stella marina.

    Già questo breve riassunto del plot rende l’idea di un tipo di lungometraggio semplice e old school, in cui questa squadra di mercenari alla A-Team (solo più violenti) si trova coinvolta in un conflitto tra militari cattivissimi e nobili rivoluzionari, e dà il peggio di sé senza preoccuparsi troppo di danni collaterali. Come nel film di David Ayer la squadra, capitanata dal colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), è formata da un male assortito gruppo di super-villains, tra cui Bloodsport (Idris Elba, in un ruolo simile al Deadshot di Will Smith ma più scanzonato) e Harley Quinn (Margot Robbie) che agiscono sotto minaccia della perfida Amanda Waller (Viola Davis). L’approccio da parte di James Gunn è invece l’esatto opposto: laddove il primo film non risolveva mai la contraddizione tra una premessa fondamentalmente assurda e la serietà con cui è stata sviluppata, The Suicide Squad abbraccia tutta l’assurdità di un mondo di pittoreschi personaggi in calzamaglie colorate, senza scadere mai nella farsa. Atteggiamento incarnato in particolare dall’iperpatriottico Peacemaker (un divertente John Cena) e soprattutto da Harley Quinn, di gran lunga il personaggio migliore del DCEU grazie anche al carisma e alla bravura di Margot Robbie. Per quanto riguarda Harley Quinn sorprende tra l’altro vedere che non è stato abbandonato lo sviluppo intrapreso in Birds of Prey.

    La regia di James Gunn è iper-dinamica, con tanto di vertiginose carrellate alla Sam Raimi. Il regista è molto abile nel gestire le scene d’azione nonché a dare a ciascun personaggio un tempo adeguato -anche se tende ad eccedere in flashback-, compresi quelli minori come King Shark (doppiato in originale da Sylvester Stallone) e Polka-Dot Man (David Dastmalchian). Non mancano gli sviluppi emotivi, come il rapporto simil-paterno tra Bloodsport e Ratcatcher II (Daniela Melchior), né bordate all’arrogante politica estera USA: nel quadro complessivo sono semplici pennellate per dare colore alla storia, ma si seguono nella loro piacevole prevedibilità.

    Lo zampino di Gunn è visibile in quasi ogni sequenza, dalla costruzione delle gag ai suddetti momenti emotivi alle scelte di casting che comprendono i sodali Michael Rooker, Sean Gunn e pure Nathan Fillion in un cameo… che fa cadere le braccia. Ma c’è di più dell’impronta autoriale di Gunn: è palese che il ragazzo prodigio della Troma si sia divertito come un matto nello scrivere la storia di questi bastardi dal cuore d’oro, senza freni morali o produttivi di sorta, e nel muoverli in un mondo in cui le classiche didascalie extradiegetiche sono formate da elementi dell’ambiente come colonne di fumo, radici nel terreno, sangue e cervella.

    Questo divertimento non funziona sempre, e gli fa spesso sfuggire di mano le redini della narrazione: come si diceva, il suo ricorso a flashback per approfondire i singoli personaggi è spesso controproducente per il ritmo della storia che presenta numerosi cali, e non tutti i subplots raggiungono una conclusione soddisfacente. Ma al netto di tutte le sue imperfezioni, The Suicide Squad è forse il cinecomic che più si avvicina all’idea di “fumetto al cinema”. Mentre nel cinema “scultoreo” di Zack Snyder questa fedeltà al medium di partenza si risolve spesso in scelte puramente estetizzanti, James Gunn riesce a rendere compiuto il passaggio dalla carta allo schermo, richiamando l’estetica del primo e rispettando la specificità del secondo.

    Rispetto ai precedenti exploits di Gunn nel genere con i due Guardiani della Galassia, soprattutto il primo, The Suicide Squad è un film meno coeso ma più personale, liberatorio per il suo autore che esprime fino in fondo la sua sensibilità folle e il suo amore per i fumetti. Inoltre è di gran lunga il miglior film DCEU: chi disprezza i cinecomic difficilmente cambierà idea con questo film, ma se il genere è solo una “giostra cinematografica”, The Suicide Squad è una giostra dannatamente divertente.

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  • RECENSIONE GUNPOWDER MILKSHAKE

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    Cosa succede se si mettono insieme Karen Gillan, Lena Headey, Carla Cugino, Angela Basset e Michelle Yeoh, le si rende dei killer (quasi) infallibili e le si inserisce in un universo chiaramente ispirato ai recenti John Wick, ma con più violenza? Si ottiene un bel mix,a volte anche un po’ confuso, di nome Gunpowder Milkshake. Chiaramente l’idea alla base del progetto, scritto e diretto da Navot Pupushado (conosciuto dai più per Big Bad Wolves  da lui stesso diretto e per cui vinse numerosi premi) era quella di creare una pellicola sulla falsa riga dell’enorme successo che fu di John Wick ed relativi sequel, creando una one army (questa volta) woman, una killer che uccide all’interno di un mondo gestito da diverse società segrete seguendo delle regole ben precise (non si può uccidere chi si vuole, ci sono alcuni luoghi dove le armi sono vietate e così via).

    La differenza chiaramente risulta nella tinta prettamente femminile che la pellicola presenta con un cast di antieroine (perdonate il francesismo) cazzutissime, ma che presentano allo stesso tempo forti ideali e sentimenti ben evidenti.

    JOHN WICK AL FEMMINILE, MA NON TROPPO

    La protagonista della pellicola è Sam, killer esperta che lavora per una società segreta composta da alcuni degli uomini più potenti del mondo chiamata The Firm e che, durante uno dei suoi lavori, finisce per uccidere le persone sbagliate, ritrovandosi una infinità di killer alle spalle ed una ragazzina di 8 anni (e tre quarti) a cui badare. Da qui la pellicola alterna scene tranquille e dialogate in cui presentare ed approfondire il mondo nel quale vivono i personaggi e le sue regole, a scene di combattimento decisamente sopra le righe e piene zeppe di sangue, discostandosi da quella corrente che si sta sviluppando negli ultimi anni e che punta a presentare combattimenti adrenalinici ma ai limiti del realismo (per non citare sempre il nostro assassino interpretato da  Keanu Reeves si possono prendere come esempi Atomica Bionda (Devid Leitch, 2017) o Tyler Rake (Sam Hargrave, 2020), che presentano combattimenti basati sulle capacità reali degli attori e quindi con un uso limitato di stuntman). Questa gestione dei combattimenti risulta al tempo stesso un punto di forza, poiché le scene risultano particolarmente divertenti riuscendo a divertire ed intrattenere lo spettatore, ma anche un punto a sfavore, poiché alla lunga rischiano di diventare eccessive. 

    A livello di scrittura, i personaggi secondari risultano purtroppo solamente accennati, sia per quel che riguarda il loro carattere sia per i rapporti con il resto dei personaggi e del mondo che sta loro intorno, rendendoli forse un eccessivamente stereotipati, soprattutto nel caso delle tre bibliotecarie decisamente troppo simili e poco diversificate tra di loro. Per quanto riguarda invece la protagonista e la madre, la scrittura risulta più curata, riuscendo ad approfondire il loro carattere e mettendo in scena un ottimo scontro “sentimentale” tra le due. 

    I villain d’altro canto risultano anche loro abbastanza anonimi, finendo per essere i classici cattivi grossi e rozzi che vogliono uccidere per sete di vendetta. Peccato soprattutto per Ralph Ineson, che si ritrova ad interpretare un ruolo per il quale è completamente sprecato.

    SANGUE AL NEON

    Il lato tecnico del film è la parte più riuscita del prodotto. La regia riesce in diversi punti a creare delle sequenze stupende, soprattutto per quanto riguarda le scene di combattimento, che risultano chiare e divertenti. In questo aiuta moltissimo la fotografia, che riempie le scene di luci artificiali ed al neon, riuscendo a spettacolarizzare in questo modo diverse sequenze di combattimento. Ottima e perfettamente inserita nel contesto è la colonna sonora, cha accompagna nella giusta maniera i vari momenti del film.

    La recitazione risulta particolarmente buona. Certo, non siamo di fronte alle migliori interpretazioni del cast, ma soprattutto dal lato dei “buoni” risulta palese come le attrici si siano divertite parecchio nell’interpretare questi personaggi. Una menzione d’onore va a tre attori in particolare: la prima è Chloe Coleman, che interpreta la bambina Emily alla perfezione nonostante la giovane età; la seconda va a Paul Giamatti, che nonostante abbia uno screen time minore rispetto ad altri colleghi riesce a mettere in scena un’interpretazione memorabile; l’ultima va alla protagonista Karen Gillan, che è riuscita a dare vita ad un personaggio “strano” ma allo stesso tempo equilibrato per il ruolo che interpreta, soprattutto grazie alle sue espressioni ed alla mimica facciale.

    CONCLUSIONE

    Nonostante l’ottimo cast che ci regala delle interpretazioni degne di nota, la seconda pellicola di Navot Pupushado si inserisce in quell’elenco di film d’azione “nella media”, che non cerca di innovare ma di divertire il pubblico, senza porsi limiti. Lo fa traendo ispirazione dai successi più recenti del genere, creando però una sceneggiatura abbastanza scialba e dei personaggi secondari e dei villain anonimi. Alza l’asticella il reparto tecnico, soprattutto grazie ad una buona regia ed una fotografia “al neon” accattivante. Si poteva certo fare di più, ma risulta comunque un film adatto per passare una serata in cui spegnere il cervello divertendosi.

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  • ‘A SINGLE MAN’ E ‘ANIMALI NOTTURNI’, RACCONTO DELLE OSSESSIONI DI TOM FORD

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    Quando nel 2005 Tom Ford, già stilista di fama internazionale, ha iniziato a interessarsi al cinema, non sono stati in pochi a esprimere scetticismo, persino, pare, tra i suoi amici più intimi. Buttarsi in un nuovo campo, quando il proprio nome è già associato a grandi successi, porta inevitabilmente con sé alcuni rischi. Anche nel cinema, la popolarità, a fronte di un più facile ingresso nell’industria, può portare infatti, in caso di insuccesso, a critiche ancora più aspre di quelle che si rivolgerebbero a illustri sconosciuti.

    L’effettivo debutto cinematografico di Ford avviene però soltanto quattro anni più tardi, quando, dopo aver acquistato i diritti dell’omonimo romanzo, auto produce il film A Single Man, presentato nel 2009 alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film, complice anche l’interpretazione di Colin Firth (che viene premiato a Venezia con la Coppa Volpi e riceve la sua prima nomination agli Oscar), è un successo sia in termini di pubblico che in termini di critica, ma nonostante ciò devono passare altri sette anni prima che Ford torni dietro la cinepresa. Nel 2016 esce Animali Notturni, che viene premiato, di nuovo a Venezia, con il Gran Premio della Giuria. 

    «Ci sono stilisti che sono degli artisti. […] Quanto a me, penso di essere troppo cinico per essere un vero artista».

    Chissà se Ford la pensa allo stesso modo anche riguardo alla sua (per ora snella) carriera da regista. 

    Nato in Texas, da genitori iperprotettivi, lo stilista ha più volte dichiarato di aver avuto un’infanzia complicata, e di portarsi dietro da quegli anni una sorta di inquietudine, di perenne timore nei confronti del mondo. Negli anni dei più grandi successi nel mondo della moda, quella sua inquietudine si trasforma in lotta con la depressione e l’alcolismo, demoni che il regista riesce a scacciare, ma che continua comunque a dover tenere sotto controllo.

    C’è molto di questi lati di Ford nei suoi film, al di là di quella che potrebbe essere l’influenza del suo mondo di provenienza: c’è molto del suo vissuto, della sua irrequietezza. Sceneggiati dallo stesso regista, entrambe le sue pellicole, se pur molto distanti tra loro sia per trama che per estetica, sono infatti accomunate dalle stesse tematiche. 

    L’inquietudine e una certa tendenza verso la morte ricorrono in entrambi i film, se pur in modo differente. La morte li apre e li chiude entrambi. Essa è ossessione dichiarata per George, professore gay nella California del ‘62, che in A Single Man fa i conti con il lutto per la prematura perdita di Jim, suo compagno di vita da sedici anni. 

    “Solo gli stolti fuggono alla semplice verità che ora non è semplicemente ora, è un freddo promemoria, un giorno più di ieri, un anno più dell’anno scorso, e che prima o poi lei arriverà.”

    Ossessione che va via via materializzandosi, facendosi sempre più concreta mentre seguiamo George durante quella che ha deciso essere la sua ultima giornata, mentre lo osserviamo preparare ogni dettaglio con precisione e lucidità, facendo le prove della sua dipartita, predisponendo ogni cosa per il suo funerale. 

    Il film si snoda, con toni intimi e a tratti poetici, secondo due linee temporali, tra i continui rimandi al passato felice di George e Jim e il presente in cui George prosegue a interpretare la parte del “debolmente rigido ma perfetto professore, capace di lasciarsi andare solamente nei pochi attimi di reale connessione con l’improbabile amica di una vita, Charley, con un sensibile studente, Kenny, e con un giovane prostituto incontrato per caso proprio quel giorno.

    Differente è invece la morte con cui ci scontriamo in Animali Notturni, violenta e disturbante nei fatti, presentata con una certa poesia di immagini e richiami visivi sullo schermo. Protagonista della (prima) vicenda del film è Susan, gallerista di successo e alter ego filmico del regista, interpretata da Amy Adams. Intrappolata in un ambiente tossico, vuoto e dedito al materialismo (il parallelo col mondo della moda è qui evidente) e in un matrimonio ormai di pura facciata, Susan vive in una profonda insoddisfazione, e l’arrivo inaspettato del romanzo che l’ex marito Edward (Jake Gyllenhaal) le ha dedicato la sconvolge profondamente, riportandola con la mente a eventi del suo passato. 

    Come per il suo debutto cinematografico, anche qui Ford mescola e lega a filo doppio le vicende del presente e del passato, ma in questo caso alle due diverse narrazioni temporali se ne aggiunge una terza. La vicenda centrale del film, quella che lega le letture notturne di Susan agli spaventosi animali del titolo, è infatti quella di Tony (di nuovo, Jake Gyllenhaal), protagonista nel romanzo di una storia di violenta vendetta che diventa, tra le righe, vera vendetta anche per Edward.

    Anche qui, man mano che la lettura di Susan prosegue e i minuti del film scorrono, la morte, da avvenimento incipit, sembra diventare il fine ultimo, non dichiarato ma forse implicitamente cercato: risposta violenta e quasi obbligata a un crimine che non trova giustizia, pace ritrovata per la vita sgretolata di Tony. 

    In entrambe le pellicole, essa è il culmine di un processo: di consapevolezza per George, che giunge all’accettazione e alla riscoperta di quei rari “momenti di assoluta chiarezza” per cui vale la pena vivere, di giustizia per Tony, vittima inerme, privato di colpo della sua famiglia alla stregua di George. 

    Storie di paure e di solitudini opprimenti, raccontate nel primo caso con la delicatezza di colori desaturati – che soltanto a tratti brillano su dettagli di minuta gioia viva -, nel secondo caso con una violenza disturbante e carica di colori che spiccano nell’oscurità. Case di vetro si tramutano in lussuose prigioni, prigioni che obbligano George ad essere invisibile agli occhi dei più – in quegli anni, per noi così lontani, di scarse rivendicazioni sociali – mentre rendono Susan aliena in un ambiente da cui non è mai riuscita a fuggire davvero.

    Entrambi i film sono dei veri gioielli, delle gemme con sfaccettature oscure, ma per ora restano solo delle brevi incursioni da parte di Tom Ford in un mondo che da sempre lo affascina, e che tra una collezione e l’altra è tornato recentemente a visitare soltanto per vestire di eleganza il Bond di Daniel Craig (i completi degli ultimi tre film della serie di James Bond e del prossimo all’uscita No time to die portano infatti la firma dello stilista). 

    Chissà che non stia aspettando altri sette anni per tornare a dirigere. Chissà se avrà fatto pace con le sue ossessioni.

    “Death is all I think about. There is not a day or really an hour that goes by that I don’t think about death. I think you are born a certain way. I think you just come out that way.”

    “La morte è tutto quello a cui penso. Non passa giorno né ora in cui io non ci pensi. Penso che si viene al mondo in un certo modo. Semplicemente penso di essere nato così.” 

    (da un’intervista dell’Hollywood Reporter a Tom Ford in occasione dell’uscita di Animali Notturni).

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  • BIG EYES – TRA INDIPENDENZA E AUTODETERMINAZIONE

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    Gli anni ’50 furono un periodo difficile per le donne. Un’indipendenza di qualsiasi tipo la si otteneva solo con grande impegno e perderla era molto facile. Si esisteva in funzione del proprio marito e senza la sua presenza era poco probabile essere prese in considerazione in ambito lavorativo e sociale.

    Ed è una storia proprio di indipendenza e autodeterminazione quella che viene narrata in Big Eyes, il film di Tim Burton del 2014, che descrive la vicenda realmente avvenuta della pittrice Margaret Keane.

    La pittrice (interpretata da Amy Adams) aveva appena affrontato un divorzio e scelto di scappare a San Francisco dalla California insieme a sua figlia Jane. Dopo un primo periodo di stenti, svendendo le sue opere per pochi dollari, la sua vita cambierà quando conoscerà Walter Keane (Christoph Waltz), il suo futuro marito, anche lui artista, autore di vedute parigine. Lui si renderà conto del suo talento e darà lentamente vita a un business dei suoi dipinti, caratterizzati da grandi occhi tristi. Alla base di questo impero commerciale ci sarà però una truffa: una vera e propria operazione di marketing, per cui il pittore vende più della pittrice, di conseguenza Margaret si ritrova costretta a lavorare duramente lasciando suo marito fingere di essere l’autore dei “trovatelli”.

    Siamo in un periodo storico in cui uno stile pittorico simile non aveva grandi prospettive di successo. Si stavano affermando (in America soprattutto) gli esponenti dell’espressionismo astratto, come Pollock, Newman, de Kooning. A posteriori si vedrà questo momento come una pietra miliare della storia dell’arte, oltre cui non sarà più possibile tornare indietro e guardare alla pittura alla stessa maniera. Questo lascia intendere la difficoltà per una donna divorziata e senza un lavoro di ricostruirsi una vita inseguendo il suo sogno; e ci permette di comprendere la scelta di Margaret di assecondare gli iniziali tentativi di Walter di spacciarsi come autore dei quadri. Una semplice confusione tra i cognomi (entrambi si firmavano “Keane”) da parte degli acquirenti iniziali dei dipinti si trova in perfetta corrispondenza con l’abilità di venditore di Walter (che oltre ad essere un pittore era principalmente un agente immobiliare). Quest’ultimo nel corso degli anni matura e definisce il suo personaggio pubblico, costruendo una figura con una storia da lui non vissuta ed emozioni da lui mai provate, per poter parlare delle sue ispirazioni. Struggente è la rappresentazione di sua moglie, la vera autrice, che non riesce inizialmente a ribellarsi alla candida ipotesi di un futuro perfetto, economicamente stabile e privo di turbamenti. Il costo di tutto ciò però sarebbe stato la sua integrità di pittrice, un rinnegamento della sua maternità nei confronti delle opere che lei considerava realmente come figli. E un grande segreto da mantenere col mondo, da non poter rivelare nemmeno a sua figlia, quello di essere in realtà lei a dipingere. Se questo atteggiamento interiorizzato di sottomissione può apparire ai nostri occhi degno di critica (considerato il grandissimo successo raggiunto dai quadri), è importante ricordare il contesto storico della vicenda e in relazione ad esso Margaret ci appare in realtà tutt’altro che assoggettata e oppressa: riesce a liberarsi degli uomini che la maltrattano, rifiuta il ruolo di semplice casalinga e agisce in ultima istanza per preservare ciò che aveva realmente valore per lei, cioè sua figlia e i suoi quadri.

    Arriverà a un punto di crisi anche con Walter, riuscendo a trovare la forza di scappare di casa con Jane e di dirigersi alle Hawaii, luogo in cui si era anche risposata, e qui ricostruirsi una vita. È interessante notare come questa potrebbe perfettamente essere considerata una soluzione narrativa di scarso livello, una sorta di deus ex machina completamente privo dei presupposti per avverarsi: Margaret e sua figlia sono in macchina, scappate di corsa dopo che Walter aveva mostrato segni di follia, senza soldi e con poca benzina e scelgono di andare alle isole Hawaii. E ci riescono e un anno dopo stanno bene. Ma perché proprio questa meta? C’è qualche significato simbolico? La presenza di un’importante galleria d’arte? Niente di tutto questo. Sarebbe un dubbio escamotage, meritevole di critica… se non fosse che tutto ciò è realmente avvenuto. 

    La questione delle Hawaii è ovviamente trattata in maniera relativamente fedele nel film: nella realtà Margaret vi si reca solo in seguito col suo terzo marito, ma la sua permanenza in questo luogo è importante nel racconto.

    Spesso uno dei criteri di valutazione di un film è la verosimiglianza e con verosimiglianza si intende una coerenza logica interna perfettamente funzionante, in cui gli elementi narrativi si richiamano dall’inizio alla fine, le scelte dei personaggi sono in linea con la loro personalità e le loro possibilità, e gli eventi sorprendenti mantengono sempre un’aderenza alla storia.

    Forse questo modo di concepire il verosimile è erroneo, poiché paradossalmente la vita si dimostra ricca di soluzioni narrative prive di senso. E quando ciò avviene ci si sofferma a riflettere su quanto accaduto, si sorride sommessamente e ci si arrende al tentativo di comprenderla logicamente, perché questo è impossibile. Ciononostante, è quello che pretendiamo da un film “verosimile”.

    La storia di Margaret Keane non è affatto verosimile, potrebbe sembrare il risultato degli ideali femministi sommati e ben articolati in un racconto per narrare una storia di emancipazione, di distacco da un terreno deleterio per una donna pronta a mettersi in gioco. Eppure risulta tanto più affascinante quanto più ci si rende conto della realtà effettiva di quanto accaduto.

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  • RECENSIONE LEGION: NON IL SOLITO SUPEREROE

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    A partire dai primi 2000, il genere cinecomic ha visto un vero e proprio rinascimento cinematografico: il genere aveva già conosciuto adattamenti di successo come Superman di Richard Donner e Batman di Tim Burton, ma è con a X-Men di Bryan Singer, Spider-Man di Sam Raimi e Batman Begins di Christopher Nolan che il genere ha saputo raggiungere un equilibrio tra autorialità e grandissimo successo di pubblico nel nuovo millennio.

    Anche il piccolo schermo è stato mezzo di storie di supereroi interessanti, soprattutto dopo la nascita del Marvel Cinematic Universe. Se la differenza di budget tra cinema e tv è vistosa, le serie tv di supereroi non hanno niente da invidiare per originalità e diversità alle loro controparti cinematografiche: ottimi prodotti tra cui la miniserie di Watchmen, sperimentazioni di successo come Daredevil e The Boys e storie più tradizionali come il franchise televisivo dell’Arrowverse, solo per citarne alcuni, dimostrano la capacità del medium televisivo di attingere a piene mani dai fumetti per creare serie di qualità.

    Creata da Noah Hawley, già creatore e showrunner della serie Fargo, Legion è l’esempio perfetto di come si possa sperimentare con personaggi e topoi del genere supereroistico ottenendo risultati sorprendenti.

    La storia segue David Haller (Dan Stevens), giovane paziente di un istituto psichiatrico che soffre di schizofrenia; nell’istituto in cui è prigioniero conosce Sydney Barrett (Rachel Keller), ragazza con fobie da contatto con cui instaura una relazione romantica. Ciò che lui stesso crede siano allucinazioni, tuttavia, scopre essere frutto di immensi poteri che vengono alla luce in circostanze tragiche: quando viene rivelata la sua vera natura di mutante, David diventa vittima di un braccio di ferro tra una sinistra agenzia governativa e un’organizzazione guidata da Melanie Bird (Jean Smart), terapista con un tragico passato che si prefigge di aiutare i mutanti come David.

    Se questa premessa vi sembra familiare non c’è da stupirsi: la serie è imparentata con il filone narrativo degli X-Men, creati da Stan Lee e Jack Kirby nel 1963 e portati al cinema con successo da Bryan Singer. Nonostante le analogie tematiche (la paura per il diverso, la frattura insanabile tra singolo e società) e nonostante sia a sua volta una co-produzione Marvel Television e Fox, tuttavia, Legion non fa parte del medesimo franchise e condivide con i fumetti solo alcuni personaggi, tra cui lo stesso David (creato da Chris Claremont e Bill Sienkiewicz nel 1985) e suo padre, il professor Charles Xavier (interpretato da Harry Lloyd nella terza stagione). Inoltre Legion segue fin da subito una strada originale, preferendo alle storie corali dei film una narrazione psicologica ricca dalle tinte surreali. Il pilot è una dichiarazione d’intenti: i primi minuti seguono la crescita di David e rendono chiaro che la serie esplora il suo punto di vista, immerge lo spettatore nella sua psiche.

    La forma della storia diventa anche il suo contenuto: allo smarrimento di David e dello spettatore contribuisce una narrazione fatta di flashback ingannatori, montaggio disorientante e pure improvvisi numeri musicali fuori contesto dall’estetica di un videoclip. Una scelta (che solo ogni tanto sfocia in un certo virtuosismo compiaciuto) accattivante e soprattutto vincente nel restituire il punto di vista frammentario e confuso di David, in un modo che spesso richiama Se mi lasci ti cancello (fonte d’ispirazione dichiarata) ed efficace anche nell’arricchire l’atmosfera surreale della serie con improvvise sferzate orrorifiche.

    Anche da un punto di vista puramente visivo la confusione viene espressa dall’assenza di precise coordinate temporali: costumi e ambientazioni sono un mix impazzito tra passato e futuro, asettiche scenografie futuristiche si mescolano a tecnologie retrò. L’utilizzo di oggetti di scena dall’estetica retrofuturistica è comune anche in altre serie cinecomic come Loki o Doom Patrol, ma in Legion la scelta è doppiamente efficace proprio perché cozza con un’ambientazione sci-fi così pulita e colorata.

    Anticonvenzionale è pure nel delineare il suo contraddittorio e affascinante protagonista: David è un mutante potentissimo ma inerme, spesso in balia di eventi che lui stesso scatena inconsapevolmente.

    Legion è quindi una serie televisiva unica, non solo nel suo genere: un pastiche di fantascienza, horror e classica storia di supereroi, che si inserisce in modo coerente nella corrente narrativa degli X-Men ma guadagnandosi una propria identità, tanto che potrebbe addirittura piacere anche ai non appassionati di cinecomics. Non resta che aspettare di vedere se Noah Hawley, dopo questo e Fargo, riesce a replicare il miracolo con la sua già annunciata serie su Alien

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  • RECENSIONE OLD DI SHYAMALAN – LA VITA E LA MORTE

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    M. Night Shyamalan. Già soltanto a nominare questo nome, i cinefili di tutto il mondo si dividono in due schieramenti: chi lo apprezza e chi lo detesta. Magari si possono trovare anche persone situate più nel mezzo, che apprezzano soltanto alcuni dei suoi film o ne salvano alcuni e ne affossano completamente altri, ma resta il fatto che se si cerca l’opinione di una sua pellicola sia in ambito di critica specializzata che di pubblico, in tutti i casi si passa spesso da opinioni estremamente positive (arrivando a definire il regista come un genio visionario e i suoi film dei capolavori) ad opinioni estremamente negative, che bocciano completamente la pellicola e tutto il suo lavoro da regista e sceneggiatore.

    Old non fa eccezione. Cercando in rete si possono già trovare opinioni completamente discordanti: chi lo ritiene uno dei migliori di Shyamalan, chi lo ritiene un prodotto pessimo di cui non si salva nulla e chi invece sta nel mezzo, salvando qualcosa e bocciando qualcos’altro. Questa recensione si posiziona in quest’ultimo blocco, vediamo perché.

    IL SOLITO CARO VECCHIO SHYAMLAN

    Come da prassi per la (quasi) totalità dei suoi film, Shyamalan non è soltanto regista ma anche sceneggiatore. Questo si nota già dall’idea alla base della storia, che sfrutta il tempo, meccanica già ampiamente raccontata e sfruttata da numerosissimi prodotti sia letterari sia audiovisivi, ma adattandola ad un contesto nuovo ed intrigante.

    I protagonisti della storia sono i componenti della famiglia Cappa, composta dai genitori Guy e Prisca (interpretati magistralmente dai rispettivi Gael Garcia Bernal e Vicky Crieps) e dai due figli Maddox e Trent, che arrivati in vacanza in un resort tropicale si lasciano convincere dal direttore della struttura a visitare, insieme ad altre tre famiglie, una spiaggia nascosta oltre le montagne. Arrivati sul luogo, i personaggi si rendono però presto conto che qualcosa di strano aleggia in quella zona, scoprendo di non poter più tornare indietro e che, rimanendo lì, invecchiano molto più velocemente del previsto.

    Questa idea, tanto semplice quanto geniale alla base della pellicola, tratta dalla graphic novel di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters intitolata “Castello di sabbia”, si dimostra in realtà un buon pretesto per mettere in scena una storia nella quale al centro dell’attenzione non è tanto l’isola in sé, quanto come le persone vivono la situazione ed interagiscono tra di loro, obbligandoli a fare i conti anche con i vari segreti che i componenti dei nuclei famigliari si tenevano nascosti tra di loro. Su questo aspetto la pellicola si prende parecchio tempo, forse anche un po’ troppo, permettendo però allo spettatore di conoscere, senza esserne annoiato, tutti i personaggi e riuscendo così ad empatizzare con loro in una situazione così surreale. Non può ovviamente mancare anche qui il classico plot twist alla Shyamalan che, nonostante sia un po’ più telefonato e semplice da intuire rispetto ad altre sue opere precedenti, fa comunque la sua figura e funziona egregiamente.

    UN RACCONTO UMANO

    Come affermato sopra, i personaggi sono il fulcro della vicenda e questi, oltre che essere scritti con grande cura e minuzia, sono soprattutto ottimamente interpretati. La scelta del cast è stata ottima, su tutti la scelta degli attori per interpretare i bambini/ragazzi che crescono in maniera estremamente rapida durante la storia. Innanzitutto a livello visivo la somiglianza tra gli attori è impressionante (ricorda in questo la cura nella scelta del cast vista nella serie Netflix Dark), permettendo quindi allo spettatore di riconoscere subito il nuovo attore come il personaggio cresciuto e riuscendo a far ulteriormente empatizzare lo spettatore nei confronti dei genitori, che vedono i propri figli cambiare davanti ai loro occhi. Come prova attoriale non si possono non nominare i Maddox e Trent “ragazzi”, interpretati da Thomasin McKenzie e Alex Wolff in maniera superba, riuscendo efficacemente a mettere in scena dei personaggi che crescono troppo velocemente, senza avere nemmeno il tempo di metabolizzare le conseguenze di questa crescita.

    A livello registico, la pellicola si attesta su un buon livello. Shyamalan non cerca di innovare la sua regia, continuando quindi ad usare i classici stilemi che lo accompagnano, con molti primi piani e movimenti di macchina molto veloci e fluidi. Se si apprezza la sua regia, in questa pellicola si rimarrà sicuramente estasiati anche dalla fotografia e dalla scenografia del film, che riescono a mettere in scena un vero e proprio paradiso terrestre che si trasforma però presto in un claustrofobico incubo.

    CONCLUSIONI

    Old  risulta essere nel bene e nel male “il classico film alla Shyamalan”, con un’idea interessante alla base, uno sviluppo dei personaggi molto marcato, con una durata forse un po’ eccessiva. Bisogna però dare merito anche alla scelta attoriale, che eleva la pellicola grazie a delle fantastiche performance sia dei protagonisti principali che dei personaggi più secondari. Se si è detrattori di Shyamalan, questa sarà un’altra volta buona per raccontare al mondo quanto sia un regista ed uno sceneggiatore incapace, mentre i fan troveranno sicuramente un prodotto che ameranno alla follia. Se ci si trova nel mezzo, il consiglio è quello di approfittare della sua presenza nelle sale per recuperarlo e magari farsi una propria idea su questo film a cui si può dire tutto, ma non che sia un qualcosa di già visto e poco originale.

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  • LA RIVINCITA DELLE “CATTIVE RAGAZZE”

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    Quanto ci piacciono i cattivi. Da quando nel 1999 la serie televisiva I Soprano ha completamente ribaltato quelle che fino ad allora erano state le caratteristiche tipiche del protagonista del racconto seriale televisivo, mostrandoci un antieroe dalla moralità spudoratamente corrotta, noi spettatori ci siamo immersi sempre più anima e corpo in quelle che lo studioso americano Jason Mittell ha definito “lunghe interazioni con uomini schifosi”. Infatti a differenza dei personaggi cinematografici, quelli televisivi occupano la vita degli spettatori per settimane, mesi, e, nei casi più fortunati, addirittura anni, e verrebbe da chiedersi perché mai dovremmo decidere di passare il nostro tempo con uomini così spudoratamente negativi. Eppure la formula ha avuto grandissimo successo e da allora il piccolo schermo si è popolato di una marea di questi “uomini schifosi”: da Dexter Morgan (Dexter) a Walter White (Breaking Bad), passando per Don Draper (Mad Man)  e tanti altri che hanno inciso in maniera più o meno profonda nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo. Una delle caratteristiche comuni che salta più agli occhi è però che, almeno fino a poco tempo fa, sono sempre stati tutti maschi. A causa di norme culturali dei generi televisivi ma anche sociali più ampie, i personaggi femminili sono ancora associati a ruoli passivi, altruisti e materni, e quando deviano da alcune di queste caratteristiche vengono categorizzate attraverso le etichette, altrettanto restrittive, di “donna ribelle” o “donna forte”. 

    Negli ultimi anni tuttavia qualcosa sta cambiando, e alcune antieroine femminili che sovvertono gli stereotipi tradizionali hanno cominciato a comparire nelle serie televisive, sfidando la convenzione che le donne debbano essere necessariamente carine e gentili,  e dandoci la possibilità di vedere personaggi femminili complessi e pieni di contrasti, al pari dei loro corrispettivi maschili. 

    Diverse sono le ragioni per cui finalmente ciò sta avvenendo. Innanzitutto l’espansione del mercato televisivo e il conseguente cambiamento del suo sistema industriale, soprattutto negli Stati Uniti. Gli ultimi decenni hanno visto una diminuzione del potere delle reti televisive tradizionali basate sul sistema del broadcasting; esse sono state affiancate da nuove reti via cavo e dalle piattaforme in streaming, con un pubblico sempre meno generalista e sempre più frammentato, ognuno con i suoi gusti e le sue sensibilità. Negli ultimi anni sono stati prodotti centinaia di nuove serie televisive: viene da sé che all’interno di un mercato sempre più ampio e variegato riescano a trovare spazio anche proposte più radicali e innovative, che non devono puntare a raggruppare un pubblico particolarmente vasto ma piuttosto a essere apprezzate da quel segmento specifico verso il quale sono indirizzate.

    I nuovi spazi che si vengono a creare hanno quindi cominciato ad essere riempiti grazie al lavoro di una schiera di produttrici e sceneggiatrici donne che hanno cominciato a raccontare storie e personaggi femminili in maniera diversa rispetto al passato. Dalla casa di produzione di Shonda Rhimes sono arrivati due personaggi come Olivia Pope, protagonista di Scandal, e Annalise Keating de Le regole del delitto perfetto, due donne nere che occupano posizioni di potere e disposte a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi, ostacolate da un mondo e una società che le vorrebbe buone e al loro posto. Phoebe Waller-Bridge, attrice, produttrice e sceneggiatrice inglese, ha invece ricevuto il plauso della critica per le sue serie Fleabag, che ci fornisce il ritratto di una donna disfunzionale, dissacrante e crudelmente reale (qui trovate la nostra recensione), e Killing Eve, in cui una delle due protagoniste – Villanelle – è una spietata serial killer che ha spinto la corruzione etica e morale di un’antieroina femminile davvero al pari dei suoi corrispettivi maschili. Jenna Bans invece è la creatrice di Good Girls, che racconta la storia di tre donne e madri che si danno al crimine per sopperire alle loro difficoltà economiche, e che per questo motivo è stata comparata da alcuni a Breaking Bad.

    Se nel caso degli antieroi maschili l’allineamento dello spettatore con un protagonista moralmente corrotto è spesso facilitato dall’accostamento di quest’ultimo con altri personaggi ancora più negativi, nel caso di queste prime antieroine femminili il personaggio è parzialmente riscattato dall’accostamento ad un mondo di personaggi maschili inadeguati, mediocri, inetti e grotteschi, che in mancanza di nuovi modelli di mascolinità si rifanno ad altri ormai vecchi e datati per riaffermare il loro potere. Secondo la studiosa Amanda Lotz questo elemento della mascolinità in crisi è centrale nei discorsi sui ruoli di genere e sulla loro rappresentazione televisiva, e per questo fa notare la mancanza di proposte innovative su nuovi modelli di mascolinità in televisione poiché, essendo gli uomini stati protagonisti di ogni aspetto della storia del medium per sessant’anni, non è stato portato avanti nessun discorso specifico sul loro nuovo ruolo all’interno di un panorama che cambia velocemente. 

    Questi sono solo pochi esempi e spunti di un panorama vario ed in espansione che spinge verso la creazione di protagoniste femminili finalmente sfaccettate che rispecchiano la complessità del mondo reale. Perché la parità di genere passa anche dal diritto a non essere delle “brave ragazze”. 

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