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Tutti gli articoli usciti su Framescinema in questi anni

  • VENEZIA 78 – TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE

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    Il 26 luglio è stato presentato il programma ufficiale della 78^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, che si terrà nel capoluogo veneto dall’1 all’11 settembre (e che, ve lo annunciamo già, framescinemawebzine.com/ seguirà direttamente dal Lido). Il Presidente della Biennale Roberto Cicutto e il Direttore Artistico della Mostra Alberto Barbera hanno presentato gli obiettivi della nuova edizione del Festival – il più antico del mondo in ambito cinematografico – e soprattutto hanno illustrato i titoli che verranno proiettati al Lido.

    FILM IN CONCORSO

    Ovvero quei film (per un massimo di 21 opere ogni anno) che concorrono ai premi principali assegnati durante la Mostra, primo fra tutti il Leone d’Oro, assegnato dalla Giuria al miglior film in concorso; in ordine di importanza troviamo, subito dopo, i due Leoni d’Argento, assegnati rispettivamente per la migliore regia e come “Gran premio della giuria” (una sorta di secondo posto). La Coppa Volpi, invece, viene assegnata al miglior interprete maschile e alla migliore interprete femminile; il nome di questa coppa si deve a Giuseppe Volpi, politico ed imprenditore italiano, considerato il “padre” della Biennale di Venezia. Un altro premio dedicato ad attori e attrici (in questo caso emergenti) è il Premio Marcello Mastroianni, ideato nel 1998 in onore di uno dei più grandi attori italiani, scomparso due anni prima.  Dal 2005 viene assegnato anche il Premio Osella per la migliore sceneggiatura e, infine, nel 2013, è stato aggiunto un terzo premio che la Giuria assegna a un film meritevole e chiamato “Premio speciale della Giuria” (può essere considerato come un terzo posto).

    Di seguito l’elenco di film in concorso quest’anno a Venezia:

    Madre Paralelas di Pedro Almodóvar
    Un autre monde di Stéphane Brizé
    Spencer di Pablo Larraín
    L’événement di Audrey Diwan
    Mona Lisa and the blood moon di Ana Lily Amirpour
    The Power of the Dog di Jane Campion
    Competencia oficial di Gaston Duprat e Mariano Cohn
    È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino
    Sundown di Michel Franco
    The Last Daughter di Maggie Gyllenhaal
    Illusions Perdues di Xavier Giannoli
    Il Buco di Michelangelo Frammartino
    Qui rido io di Mario Martone
    On the job: the missing 8 di Erik Matti
    Leave no traces di Jan P. Matuszynski
    Captain Volkonogov escaped di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov
    The Card Counter di Paul Schrader
    Reflection di Valentyn Vasyanovych
    La Caja di Lorenzo Vigas
    America Latina dei Fratelli D’Innocenzo
    Freaks Out di Gabriele Mainetti

    Un programma particolarmente ricco di grandi nomi e film molto attesi, dopo un’edizione, quella del 2020, che era stata costretta a puntare molto di più su film “piccoli” e arthouse. La Mostra 2021, invece, si preannuncia ben diversa, fin dalla sua apertura, dato che il film inaugurale del Festival (e del Concorso) sarà Madres Paralelas, nuovo atteso film di Pedro Almodóvar con Penélope Cruz. Tra gli autori più attesi Jane Campion torna al lungometraggio dopo dodici anni e presenta alla Mostra The Power of the Dog (nel cast: Benedict Cumberbatch e Kirsten Dunst), mentre Pablo Larraín concorrerà con Spencer, dedicato alla figura di Lady Diana (interpretata da Kristen Stewart), e Paul Schrader con The Card Counter. In ambito più espressamente autoriale si attendono particolarmente la giovane anglo-iraniana Ana Lily Amirpour (già Premio della Giuria a Venezia 73 per The Bad Batch) con Mona Lisa and the Blood Moon, il messicano Michel Franco (vincitore solo lo scorso anno del Gran Premio della Giuria per Nuevo Orden) con Sundown e Lorenzo Vigas (sorprendente e discusso Leone d’Oro a Venezia 72 per Ti guardo) con La Caja. Ben cinque sono poi gli italiani in concorso, tutti piuttosto attesi: Gabriele Mainetti, finalmente, presenterà il suo attesissimo Freaks Out, mentre Paolo Sorrentino concorrerà con il suo amarcord napoletano È stata la mano di Dio (che, lo ricordiamo, non sarà – a differenza di quanto ipotizzato inizialmente – un biopic di Diego Armando Maradona). I fratelli D’Innocenzo, invece, presenteranno America Latina, mentre Mario Martone e Michelangelo Frammartino saranno al Lido rispettivamente con Qui rido io e Il buco. Sempre in concorso non mancheranno altri grandi nomi: da Stéphane Brizé a Gastón Duprat, passando per Xavier Gianolli e Maggie Gyllenhaal, al suo esordio alla regia.

    SEZIONE ORIZZONTI

    Leggendo dalla definizione che ne dà lo stesso sito della Biennale, questo è un “concorso internazionale dedicato a film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive.” I film che concorrono in questa categoria sono:

    Les promesses di Thomas Kruithof
    Atlantide di Yuri Ancarani
    Miracol di Bogdan George Apetri
    Piligrimai di Laurynas Bareisa
    Il Paradiso del Pavone di Laura Bispuri
    Pu Bu di Chung Mong-hong
    El Hoyo en el la cerca di Joaquin del Paso
    Amira di Mohamed Diab
    A plein temps di Eric Gravel
    Cenzorka di Peter Kerekes
    Vera Andrron Detin di Kaltrina Krasniqi
    Bodeng Sar di Kavich Neang
    Wela di Jakrawal Nilthamrong
    El otro tom di Rodrigo Pla e Laura Santullo
    El gran movimiento di Kiro Russo
    Once upon a time in Calcutta di Aditya Vikram Sengupta
    Nosorih di Oleg Sentsov
    True things di Harry Wootliff
    Inu-ho di Yuasa Masaaki

    ORIZZONTI EXTRA

    Da quest’anno, è stato istituito un Premio Orizzonti Extra che sarà assegnato direttamente dagli spettatori (sarà possibile votare nel caso in cui si sia in possesso di un biglietto o di un abbonamento che comprenda la visione di uno dei film in gara).

    Land of dreams di Shirin Neshat e Shoja Azara
    Costa Brava di Mounia Akl
    Mama, Ya doma di Vladimir Bitokov
    Ma nuit di Antoinette Boulat
    La ragazza ha volato di Wilma Labate
    7 prisoners di Alexandre Moratto
    The blind man who did not want to see Titanic di Teemu Nikki
    La macchina delle immagini di Alfredo C. di Roland Sejko

    SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA (SIC)

    La selezione è composta da sette opere prime in concorso e due eventi speciali fuori concorso. Diciamo che può essere considerata come un piccolo festival dentro il festival (anche se “festival” non è la parola più adatta per descrivere l’evento di Venezia).

    Eles transportan a morte di Helena Girón e Samuel M. Delgado
    Eltorolni Frankot di Gábor Fabricius
    Mondocane di Alessandro Celli
    Mother Lode di Matteo Tortone
    Obkhodniye Puti di Ekaterina Selenkina
    A salamandra di Alex Carvalho
    Zalava di Arsalan Amiri

    FUORI CONCORSO

    In questa categoria rientrano tutti quei film che, per diversi motivi, non parteciperanno al concorso di Venezia 78 e che, dunque, non potranno essere premiati. Tuttavia vengono comunque presentati alla Mostra per il prestigio che accompagna gli autori di questi film (spesso partecipanti in Concorso ad edizioni passate della Mostra) ma anche per la loro originalità. Possono essere presentate, ogni anno, un massimo di 20 opere.

    Quest’anno, la categoria è particolarmente densa di titoli molto attesi:

    FILM FICTION

    Dune di Denis Villeneuve
    Halloween Kills di David Gordon Green
    The last duel di Ridley Scott
    Il bambino nascosto di Roberto Andò
    Les Choses Humaines di Yvan Attal
    Ariaferma di Leonardo Di Costanzo
    La scuola cattolica di Stefano Mordini
    Old Henry di Potsy Ponciroli
    Last Night in Soho di Edgar Wright 

    DOCUMENTARI

    Life of Crime 1984-2020 di Jon Alpert
    Tranchées di Loup Bureau
    Viaggio nel crepuscolo di Augusto Contento
    Republic of silence di Diana El Jeiroudi
    Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song di Daniel Geller, Dayna Goldfine
    De Andrè#De Andrè – Storia di un impiegato di Roberta Lena
    Django & Django di Luca Rea
    Ezio Bosso, le cose che restano di Giorgio Verdelli  

    SERIE TV

    Scenes from a marriage di Hagai Levi

    LEONE D’ORO ALLA CARRIERA

    Un riconoscimento che viene assegnato ogni anno a una o più personalità che, nel corso della loro carriera, si sono distinte nell’arte cinematografica. Quest’anno andrà a Roberto Benigni e a Jamie Lee Curtis.

    Oltre ai premi già citati, ogni anno ne vengono assegnati anche altri che, seppur non possano contare sulla stessa importanza di quelli visti in precedenza, vogliamo riportare:

    Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker – Istituito nel 2006, viene assegnato ogni anno a un uomo o una donna che ha lasciato il segno nel cinema contemporaneo. Il nome deriva dall’azienda svizzera Jaeger-LeCoultre.

    Il Leone del futuro Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis” –  Assegnato ogni anno al miglior film d’esordio presentato in una delle selezioni ufficiali (concorso e Orizzonti) o parallele. È dedicato al produttore italiano Luigi De Laurentiis.

    Il presidente di giuria di quest’anno sarà il regista coreano Bong Joon-ho, divenuto famoso ai più per il suo ultimo film Parasite, pluripremiato agli Oscar del 2020. All’interno della giuria troveremo, tra gli altri, Chloé Zhao, fresca vincitrice dell’Oscar al Miglior Film per Nomadland, film con il quale era riuscita a portarsi a casa anche il Leone d’oro della scorsa edizione della Mostra di Venezia; il regista rumeno Alexandre Nanau, il cui ultimo film documentario è stato candidato agli Oscar (Collective) e Saverio Costanzo (L’amica geniale, La solitudine dei numeri primi), unico italiano in giuria. 

    In chiusura, vorremmo ricordare che tutti possono acquistare un biglietto o un accredito per la Mostra di Venezia, che non è assolutamente riservata solo agli addetti ai lavori. Che dire, se non che non vediamo l'ora di essere al Lido, goderci questi film e raccontarveli qui su framescinemawebzine.com/?

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  • RECENSIONE BLACKOUT LOVE

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    Prima di poter parlare di Blackout Love bisogna capire che genere di film è. Il lungometraggio confezionato da Francesca Marino viene definito una commedia non romantica, definizione più che adatta. Questa non è una storia d’amore, ma una storia che parla dell’amore, nello specifico della parte più dolorosa di quest’ultimo, dei graffi e delle ferite che possono lasciare le relazioni. Ciò che risulta è una commedia che tende spesso ad avere picchi drammatici, e che esce quindi dai canoni della commedia romantica classica.

    Seguiamo la storia di Valeria (Anna Foglietta) che già dalle prime scene si vuole mostrare come una donna tanto forte quanto solitaria, saltando di letto in letto senza volere alcun legame e mantenendo orgogliosamente un completo controllo sulla sua vita. Ma l’unica cosa forte e ruvida è la corazza che ha costruito attorno a sé per proteggere un animo sensibile e ancora scottato dalla spiacevole fine di un grande amore. Quando si ritrova il suo ex compagno Marco (Alessandro Tedeschi) in casa dopo che l’uomo ha subito un grave incidente con conseguente perdita di memoria, a Valeria verrà chiesto di stare al gioco per evitare ulteriori shock a Marco. Riluttante all’idea di rivivere in modo fittizio una storia così dolorosa, deciderà infine di sfruttare l’occasione per attuare la sua vendetta.

    Oltre alle costante presenza di momenti drammatici in un film che sostanzialmente è una commedia, c’è anche il delineamento dei protagonisti a rendere più difficile l’immersione per il pubblico. Valeria e Marco tendono a mostrare solo i loro difetti caratteriali, che li rendono dei personaggi a volte fastidiosi e pungenti per i loro modi di fare, soprattutto quando interagiscono tra loro, rendendo lo spettatore un elemento esterno che fatica ad amalgamarsi e immedesimarsi nelle vicende.

    Ma nonostante il film prenda decisioni particolari che rendono più complessa la possibilità di immergersi nel racconto, tutto è gestito nel migliore dei modi per ottenere comunque un buon risultato. 

    Anna Foglietta ci mostra una grande prova attoriale, con una versatilità eccezionale in grado di passare senza problemi dalla spensieratezza della commedia alla profondità del dramma.

    Dal lato registico si denota la capacità di gestire questi grandi cambi di stile, mantenendo la storia un tutt’uno e coerentemente sviluppata per quanto possibile, con un lievissimo calo verso il finale che può sembrare non prenda la direzione più logica, dovuto al crescendo dei toni tragici pur restando di fondo una commedia.

    Per quanto i personaggi siano costruiti per essere distanti e in un costante conflitto interiore ed esteriore, risulta possibile empatizzare con loro. In particolare Valeria, che tenta continuamente di non mostrare le sue debolezze tanto ai personaggi quanto allo spettatore, non riesce ad evitare di nascondere un dolore a cui tutti, chi più chi meno, sono familiari per esperienze personali o vicine. Il dolore sentimentale della fine obbligata di un rapporto senza possibilità di spiegazioni, un elemento portante della propria vita che da un giorno all’altro sparisce senza motivo, lasciandoti ferito e desideroso di un riscatto per riprendere le redini della tua vita. Un riscatto che Valeria cerca disperatamente, sentendo di essere uscita sconfitta dalla rottura e privata della possibilità di esprimere le proprie opinioni al riguardo.

    Il film porta con sé un grande quesito. Quando finisce un amore c’è chi lascia e chi viene lasciato, un vincitore e uno sconfitto, oppure si vince e si perde insieme?

    Ci viene mostrato il lato peggiore dell’amore, quello che consuma, che fa nascere il risentimento, il suo essere competitivo, una corsa a chi si riprende meglio alla fine del rapporto.

    Blackout Love è un progetto coraggioso per le sue particolarità, ma che riesce ad essere interessante e a conciliare due generi che di base sono divergenti. Il film merita la visione per quanto non sia per tutti. Ma se si riesce a vedere oltre le problematiche date dall’inconciliabilità dei generi su alcuni punti, si potrà osservare un prodotto ben confezionato che vale la pena di conoscere. 

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  • PIER PAOLO PASOLINI: UN “POETA MALEDETTO”

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    “Voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare” 

    [dal testo dell’intervento che il poeta avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito radicale nel novembre 1975]

    Pier Paolo Pasolini è forse una delle figure più controverse e interessanti del cinema italiano. Si tratta sicuramente di un artista poliedrico, impegnato nella letteratura, nel cinema, nel giornalismo, nel teatro. In ognuno di questi campi non si piega mai a regole prestabilite, al contrario, rivendica incessantemente la sua libertà suscitando accesi dibattiti.

    UNA FIGURA CONTROVERSA

    Dopo aver seguito nell’infanzia gli spostamenti del padre ufficiale di fanteria, compie i suoi studi in Lettere a Bologna. Si trasferisce in Friuli con la madre e il fratello minore, nel 1950 fuggirà però a Roma a causa dello scandalo provocato dalla denuncia per omosessualità.

    Casarsa, una cittadina friulana, fu per lui un riparo dalle violenze della Seconda guerra mondiale. Qui si dedica agli studi, alla poesia e tiene lezioni private per gli studenti che, a causa dei bombardamenti, non potevano raggiungere le scuole di Pordenone o di Udine. Dopo la guerra osserva attentamente le disuguaglianze di classe, considerate la peggior minaccia per la pace sociale. Anche in seguito ad una formazione culturale di provincia, mostra una sempre più grande sensibilità verso l’altro, finché non decide di legarsi al gruppo comunista.

    Non molto tempo dopo arriva il primo processo per atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minore; nel 1952 tutti gli imputati furono assolti. Ciononostante, il PCI lo espulse dal partito e viene anche sospeso dall’insegnamento. Matura così la consapevolezza di essere un “poeta maledetto”, espressione usata per la prima volta nel 1832 da Alfred de Vigny, ma che oggi designa un artista dal talento, incompreso, che rigetta i valori della società, che conduce uno stile di vita pericoloso e talvolta autodistruttivo; in genere muore ancor prima che il suo valore venga riconosciuto. 

    “La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che altri lo accettino o no.”

    POETA E CINEASTA

    Gli anni ’50 e ’60 sono caratterizzati da radicali trasformazioni, quali l’industrializzazione e l’avvento della società dei consumi. Davanti a tutto ciò Pasolini vuole tentare di mantenere intatta la purezza e la bellezza originaria di questo mondo, che tenterà di tradurre nel linguaggio letterario attraverso una poesia pura e alla ricerca di una lingua intatta, ben oltre la tradizione ermetica.

    La sua poesia si caratterizza per l’uso del dialetto, la lingua della popolazione emarginata che lo attirava così tanto. Grazie all’attento studio di queste classi sociali, viene chiamato per scrivere diverse sceneggiature: Marisa la civetta (Mauro Bolognini, 1957) e Le notti di Cabiria (Federico Fellini, 1957). 

    Il Pasolini poeta si impegna profondamente nel mondo della settima arte fino a diventare regista. Non è sicuramente un passaggio semplice, si tratta di due arti che richiedono due diverse modalità di scrittura, ma aveva in mente un obiettivo ben chiaro: parlare a tutti gli uomini e per farlo era necessario sfruttare le possibilità offerte dal nuovo mezzo di comunicazione di massa. 

    Le due basi imprescindibili dei film pasoliniani sono la poesia e l’ideologia, presenti in tutte le sue sceneggiature. L’innovazione dei suoi film risiede nella scelta di “ragazzi di strada” per interpretare i suoi personaggi, attori non professionisti disposti ad abbandonarsi alla sua direzione e a recitare con la massima spontaneità. I suoi film vennero percepiti come un ritorno al Neorealismo, ma i paesaggi da lui delineati sono ben più violenti e inquietanti. La sintassi cinematografica gode di fonti di ispirazione molto eterogenee: da composizioni che ricordano la pittura rinascimentale a scene girate per strada alla maniera del Cinéma Vérité. Pasolini spiegava questi accostamenti stilistici sostenendo che i livelli più bassi della società operaia sono legati con la società primitiva e pre-industriale che intendeva evocare attraverso citazioni di grandi opere del passato. 

    Emblematico del suo stile è senza dubbio Uccellacci e Uccellini (1966), in cui propone un dialogo tra gli intellettuali e le masse. I primi tentano di risvegliare le coscienze di quest’ultimi, che però non accettano i loro moralismi. Potrebbe stupire la presenza di Totò, attore simbolo della comicità italiana, come protagonista. Pasolini lo scelse perché “riuniva in sé, in maniera assolutamente armoniosa, indistinguibile, due momenti tipici dei personaggi delle favole: l’assurdità/il clownesco e l’immensamente umano”.

    Uccellacci e uccellini

    BERSAGLIO DELLA CENSURA

    Negli anni ’60 continua a scrivere sceneggiature, fino a proporre il suo primo soggetto: Accattone (1961), dove racconta ancora una volta il sottoproletariato (nella società moderna, la classe economicamente e culturalmente più degradata) che vive nelle periferie delle grandi città senza speranza per un miglioramento della propria condizione. 

    Pur non avendo ottenuto il visto della censura, il film viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, sollevando molte proteste che causano la definitiva censura del film. La pellicola viene, però, molto apprezzata in Francia e diventa il primo film italiano vietato ai minori di 18 anni.

    Certamente in Italia la pratica censoria era molto severa durante il fascismo, ma il culmine di questa rigidità si raggiunse anche nel secondo dopoguerra, di cui Pasolini fu uno dei bersagli prediletti.

    Il film successivo, Mamma Roma (1962), conosce lo stesso destino: vietato ai minori di 14 anni e alcuni dialoghi vengono addirittura cancellati. Racconta la vita di una prostituta che riesce ad affrancarsi del suo protettore Carmine e decide di cambiare vita. Una donna che, con grande lucidità, cerca il colpevole delle persone sofferenti come lei, in dubbio tra una responsabilità individuale in cui ognuno è artefice del proprio destino, e una responsabilità sociale, secondo la quale è la società stessa che pone le basi per questa sofferenza. 

    Mamma Roma

    Il suo stile diventa ancora più provocatorio in Teorema (1968), ritenuto scandaloso dalla Chiesa cattolica. È la storia di un giovane enigmatico e affascinante che giunge in una casa borghese e sconvolge le vite dei membri della famiglia. Pasolini e il produttore Donato Leoni vennero condannati a sei mesi di reclusione e successivamente assolti. Ciononostante, la pellicola fu vietata ai minori di 14 anni. Dopo il processo dichiarò: 

    “La parte vecchia della nostra società è ipocrita e repressiva e quindi ignora l’eros. La parte tollerante e permissiva dà all’eros delle qualità che non mi piacciono. È una falsa tolleranza, una forma di alienazione anche quella”

    Sicuramente possiamo parlare di un artista fuori dagli schemi, ma che riesce a scuotere grazie all’estrema sincerità con cui rappresenta la “reale dimensione della tragedia in un mondo che vive nella tragedia ma cerca di nasconderla sotto un’apparenza di falsa civilizzazione”.

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  • MAESTRANZE: LO SCENOGRAFO

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    Quella dello scenografo è una figura professionale centrale all’interno di una produzione cinematografica, capace di dover conciliare la propria creatività artistica con le richieste tecniche fatte da sceneggiatori e registi.

    Prima di tutto lo scenografo visiona la sceneggiatura così da capire come poter realizzare le scene, soprattutto nel caso di ambienti interni. Decide come disporre gli arredi, i mobili, dunque la location e gli oggetti, si confronta con il direttore artistico o il direttore della fotografia per la disposizione delle luci, in una fase preliminare realizza delle bozze per avere un’idea generale del progetto, poi commissiona la creazione di oggetti ad eventuali ditte con cui collabora e gestisce l’avanzamento dei lavori nel caso in cui si lavora all’interno di un teatro di posa.
    Per sua fortuna è appoggiato da assistenti e altre figure professionali che lo supportano: l’arredatore ad esempio si occupa di reperire i mobili, tendaggi e oggetti visibili, mentre l’attrezzista si occupa della manutenzione della location, pulendo, spostando o riordinando oggetti e del rifornimento di oggetti di scena come bevande, sigarette e simili, che all’inizio di ogni take devono essere bevuti o fumati dall’inizio.

    Si può immaginare dunque quanto questa figura professionale sia da sempre stata imprescindibile nella lavorazione di un film. Già altrettanto importante nel teatro, non poteva essere da meno nel cinema, dove bisogna creare una tridimensionalità scenica e far sì che lo spettatore creda di trovarsi in quel luogo, o in quell’epoca storica, sebbene non sia oggettivamente possibile. Ad oggi la figura dello scenografo è stata in parte soppiantata dalla CGI per le grandi produzioni, in cui non gode più di quella sua centralità che lo ha caratterizzato in passato. Non bisogna però dimenticare che la credibilità di una location non consiste nel suo essere fantastica o appariscente, ma nella sua essenzialità ed efficacia.

    Approfondiamo tale concetto prendendo come esempio due straordinari registi come Federico Fellini e Robert Bresson.

    Il Casanova di Federico Fellini

    Il primo faceva spesso uso di scenografie vistose realizzate dal premio Oscar Danilo Donati, il quale collaborò con Fellini per moltissimi film come Roma o Il casanova che gli valsero la notorietà a livello internazionale; i suoi lavoro sono un esempio di scenografie vistose, visivamente belle, ben fatte. Lo spettatore non può far a meno di lodarle e di contemplarle. Ricollegandoci a ciò che si è detto prima sull’essenzialità e l’efficacia, alcuni film di  Robert Bresson sono un esempio perfetto di questo tipo di scenografia. Ad esempio in Lancillotto e Ginevra, di cui non abbiamo scenografie visibili o lodabili, la costruzione dello spazio è basata sulla frammentazione, sull’idea di luogo e non sul luogo in sé.

    Qui vengono utilizzate inquadrature molto strette quando ci si trova in determinati spazi, per non far notare il “trucco”, ovvero che alle spalle non vi è una vera e propria scenografia. Dunque si evitano campi lunghi, totali e simili per far si che lo spettatore crei un suo spazio idealizzato, veicolato dalla voce e dai rumori circostanti.

    Con tale esempio dunque si vuole sottolineare quanto non sia necessario spendere molte risorse per realizzare una scenografia se poi non si coglie il nucleo tematico del film.

    Per portare avanti questa fantastica professione, per chi è interessato sono presenti molti percorsi formativi accademici e universitari: qualsiasi accademia di belle arti offre la possibilità di studiare interior design o scenografia, una formazione dunque, che non può e non deve esaurirsi sui libri, ma deve proseguire sui set cinematografici o televisivi che siano.

    Leggi tutti gli approfondimenti sui mestieri del cinema:

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  • RECENSIONE IL MONDO CHE VERRÀ – L’ATLANTE DELLE PASSIONI SCONFITTE

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    Il mondo che verrà (The World to Come, 2020) di Mona Fastvold, adattamento dell’omonimo racconto del 2017 di Jim Shepard (qui alla sceneggiatura con Ron Hansen, specialista di narrativa western), in concorso alla  77ª Mostra del Cinema di Venezia, sembra battere le stesse strade e affiancare il peculiare percorso di un cinema della nuova frontiera americana, che emerge – con toni, tempi, ruoli e sfumature diverse – in opere come Meek’s Cutoff (2010) e First Cow (2019) di Kelly Reichardt, e nel celebrato Nomadland (2020) di Chloé Zhao. Questione di cambio di prospettiva, dell’adozione di un angolo di visuale inedito e inconsueto, da parte femminile (dietro e davanti alla macchina da presa), per rivisitare sotto nuova luce e sensibilità esistenzialista l’iconico paesaggio geografico – mitico e antropologico – della conquista del West, codificato nell’epica storicizzata da registi come John Ford e Howard Hawks. Mona Fastvold confessa implicitamente la volontà di fissare un personale punto di vista sul mondo rappresentato non appena una delle due protagoniste, uscita di casa nel bel mezzo della notte, appostata all’esterno dell’abitazione della donna che ama, spiega di aver trovato, forse, «un punto panoramico di perfetta sicurezza» attraverso il quale spiarla voyeuristicamente.

    Ci troviamo nel XIX secolo, precisamente nel 1856, nel mezzo di un’arida waste land nella contea newyorkese di Schoharie (gli esterni sono in realtà filmati tra i Carpazi in Romania), dove le due donne Abigail (Katherine Waterston) e Tallie (Vanessa Kirby), entrambe frustrate dalla faticosa routine, costrette all’alienante ruolo di donne di casa dai rigidi e oppressivi mariti agricoltori (Casey Affleck e Christopher Abbott), si scoprono fatalmente attratte l’una dall’altra, costrette però a nascondere un sentimento proibito che mette in pericolo i loro destini. 

    Post-western desertificato, spogliato d’azione, stilemi e figure canoniche, mélo prosciugato d’enfasi ed eccessi romantici, il film della Fastvold si snoda in un’appartata e guardinga tela di seduzione disegnata in sottrazione, inammissibile e invisibile per il mondo – ma non per questo meno bruciante e totalizzante -, incentrata sui volti intensi e nei piccoli gesti rivelatori di Abigail e Tallie (grande prova di entrambe le attrici).

    La sussurrata voice over di Abigail punteggia puntualmente il narrato, ben illustrando il senso della scrittura diaristica e memoriale come vivido testimone di sensi ed emozioni soffocate, custodia protettrice per appropriarsi affettivamente della storia (dimensione negata nella fredda e meccanica trascrizione della vita nel libro mastro contabile del marito). Ma alla lunga risulta anche ridondante, con l’accavallarsi sempre più rapido e frequente di date, pagine e pensieri appuntati che smorzano la bellezza pittorica delle immagini, eloquenti nel loro lirismo in un tiepido e avvolgente 16mm, senza bisogno di troppe sottolineature dello stream of consciousness vergato da Abigail, nè di dotte citazioni scespiriane (il canto d’amore delle due donne imprigionate come uccelli in gabbia dorata, simili a Cordelia e Re Lear).  

    La regia di Mona Fastvold misura attentamente il desiderio trattenuto e gli slanci affettivi, il calore della prossimità e il senso di abbandono, le oscillanti temperature emotive di Abigail e Tallie come stagioni diverse che si succedono e trascolorano l’una nell’altra. Affidandosi alla forza contrastante degli elementi naturali, che dal brullo paesaggio si riflettono e crepitano nella dura corazza delle protagoniste, poco a poco disciolta: il bianco freddo del rigido inverno e il tepore limpido della primavera luminosa, il buio domestico e la luce che filtra dall’esterno come promessa di salvezza (tra l’aura salvifica della figura di Tallie e il magnetismo irresistibile dei suoi lussureggianti capelli ramati). La notte e il giorno, il gelo e le fiamme, il fuoco e il ghiaccio, il silenzio immobile e il rumore assordante del vento, il turbinio della bufera che disperde Tallie e l’incendio del focolare domestico che strappa la vita di una giovane della comunità, in un sinistro presagio. 

    Con misto di dolcezza, coraggio, pessimismo realista e secchezza di toni antiepici, Mona Fastvold guarda a un orizzonte in chiaroscuro nell’osteggiato percorso dell’identità femminile verso il riconoscimento e l’affermazione: il vero, insuperabile confine che resta da varcare. Se da un lato rintraccia sull’atlante geografico regalato ad Abigail (oggetto chiave) un’intima e preziosa mappa delle passioni libere e – per l’ottuso spirito del tempo – non convenzionali, dall’altro perlustra un viaggio di segno inverso, un attraversamento all’indietro – passatista (perfino per il 1856…), anti-pionieristico – della frontiera. La fuga nascosta della carovana di Tallie e Finney, per drastica decisione del marito tiranno, non è intrapresa guardando al futuro, diretta verso il progresso e la modernità, al mondo che verrà. Ma, anzi, ne rappresenta proprio la rinuncia, la negazione, l’ideologia oppressiva del patriarca che ritorna sui suoi passi, il mito sconfessato e abortito (simboleggiato anche dalla perdita prematura della figlia di Abigail) della fondazione di una civiltà edificata sull’armonia inclusiva. In un regressivo imbarbarimento atavico che riconduce la cellula coniugale a un isolamento quasi pre(i)storico, e la condizione della donna in un bruto rapimento possessivo di matrice fiabesca, con Abigail che tenta il disperato salvataggio dell’amata dall’orco della palude.

    Non sembra possibile – nel 1856, ma probabilmente anche nell’oggi – uno sbocco realmente compiuto della spinta amorosa verso la libera espressione. Così, alla scrittura emozionale di Abigail, in attesa di una giusta vendetta e di un rilancio dei sogni, non resta che il potere evocativo dell’immaginazione, i fantasmi del desiderio che le rimangono a fianco e la aiutano a vivere. 

    Il film è disponibile in streaming su CHILI e TIMVISION 

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  • IL FUTURO E’ OGGI: NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA – EX MACHINA

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    La fantascienza è sicuramente uno dei generi più amati, più prolifici e di maggior successo della storia del cinema, al punto che numerosissimi sottogeneri hanno visto la luce nel corso dei decenni. 

    Dal Sci-Fi impregnato di filosofia alla 2001: Odissea nello Spazio, fino alla declinazione più vicina all’intrattenimento, come può essere la saga di Star Wars, la fantascienza (quando realizzata sapientemente) si rivela essere uno dei mezzi cinematografici più efficaci per trattare tematiche complesse, attraverso storie relativamente semplici.

    Che si tratti dunque di denuncia sociale, di analisi del mondo contemporaneo o di discussioni su concetti universali più alti, questo genere offre costantemente spunti di riflessione per comprendere meglio il mondo e l’umanità. Lo scopo di questa rubrica sarà, quindi, quello di passare in rassegna le pellicole che meglio riescono a raccontare il presente, parlando del futuro

    Il primo film trattato in questo ciclo di analisi è Ex Machina (2014), lungometraggio d’esordio del regista inglese Alex Garland, che presenta una storia tanto semplice, quanto potente nel messaggio e profonda nell’affrontare le tematiche al suo interno. 

    Molto brevemente la pellicola racconta di Caleb, giovane e promettente programmatore impiegato in una multinazionale informatica che richiama fortemente Google, il quale si ritrova vincitore di un concorso il cui premio consiste in un soggiorno di una settimana sull’isola privata di Nathan, ovvero il geniale fondatore della suddetta compagnia. 

    Non appena il protagonista entra in contatto con lo stravagante inventore, scopre che durante la sua permanenza dovrà sottoporsi a un test di Turing con un’intelligenza artificiale creata dal padrone di casa, per determinare se Ava (questo il nome della macchina) possieda o meno una coscienza propria. In parole poverissime, questo tipo di prova ha successo nel momento in cui il partecipante non si rende conto di essere a colloquio con un androide, dimostrando così che esso non stia semplicemente simulando delle dinamiche umane, ma abbia compreso e interiorizzato il comportamento naturale dell’uomo e riesca ad utilizzarlo spontaneamente per reagire a stimoli esterni. 

    Non tutto, però, nella claustrofobica villa di Nathan è come sembra e ben presto Caleb si troverà invischiato in un gioco di bugie e di illusioni, senza sapere più che cosa sia umano e che cosa no, senza riconoscere più la verità dalla simulazione. 

    N.B. Questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che è disponibile nel catalogo Netflix per chi non lo avesse visto e avesse piacere di recuperarlo. 

    LA RESPONSABILITÀ’ DELLA SCIENZA, TRA LIMITI E RICERCA DEL DIVINO 

    Entrando subito nel vivo della discussione, uno dei concetti chiave attorno al quale ruota tutta la pellicola è la figura dello Scienziato-Creatore e della responsabilità che tale ruolo comporta. 

    In un mondo come quello contemporaneo, in cui le questioni bioetiche si fanno sempre più centrali e determinanti per il futuro della società, questo film pone una domanda molto semplice, ma allo stesso tempo delicatissima: esiste un limite che non andrebbe superato nemmeno in nome della scienza? 

    In questo senso il personaggio di Nathan è archetipico, egli infatti è colui che è in grado di creare la vita, l’uomo che grazie alla sua intelligenza si rende uguale a Dio. Non a caso il suo stesso nome, Nathan, ha origine biblica e significa letteralmente “colui che dà”, mettendo subito in chiaro la natura narcisistica e autoritaria del personaggio interpretato da Oscar Isaac, il quale più volte si definisce una divinità, una sorta di Prometeo che, avendo inventato un’intelligenza artificiale perfetta, metterà fine al dominio dell’essere umano imperfetto e inferiore, dando alla luce una nuova forma di vita migliore e superiore, destinata inevitabilmente a prendere il sopravvento sull’uomo. 

    Nathan, dunque, metaforicamente distrugge il ruolo dello scienziato, ovvero quello di studioso del mondo razionale, di ricercatore della conoscenza e della comprensione della Natura, per farsi Creatore e Padre di una nuova specie perfetta e per affermare, di conseguenza, la perfezione della sua intelligenza genitrice, perso in un delirio di onnipotenza che gli impedisce di preoccuparsi per qualsiasi tipo di conseguenza. 

    Questa questione, seppur romanzata nella pellicola, risulta essere estremamente attuale: in una società come quella moderna, in cui l’esplorazione scientifica ha, di fatto, raggiunto livelli così alti da permettere quasi l’impossibile, diventa obbligatorio chiedersi se sia necessario e giusto a livello etico intraprendere tutte le possibilità che sono, ormai, potenzialmente raggiungibili. In questo senso la responsabilità della figura dello scienziato diventa enorme, in quanto nelle sue mani stringe il timone della grande nave del progresso umano e con le sue scelte è in grado di condurla verso lidi oscuri e pericolosi, spinto da una cieca sete di conoscenza, oppure verso terre nuove e inesplorate, lasciando al divino ciò che compete al divino.

     IL TEST DI TURING E L’IDENTITÀ DELL’I.A. 

    Altro elemento centrale all’interno della pellicola è, senza dubbio, il Test di Turing a cui lo spettatore assiste. La serie di colloqui tra Ava e Caleb si apre con un atteggiamento di manifesta superiorità da parte del giovane, tanto convinto di essere pienamente in controllo della situazione e sicuro nella sua posizione di interrogatore, quanto in realtà pedina in un sottile gioco di realtà e finzione. La progressiva perdita di ogni certezza da parte del protagonista apre la discussione a numerosissime questioni sulla natura del rapporto tra umano e I.A: come già accennato, infatti, ciò che colpisce subito è la rappresentazione classica dell’androide, ovvero un essere amichevole e in qualche modo sottomesso alla figura dell’umano-padrone, che però si sgretola con il procedere della trama. Ava, infatti, nei momenti in cui Nathan è impossibilitato a sorvegliare le sessioni, svela una natura differente rispetto a quella fredda e robotica mostrata in precedenza, al punto che è possibile affermare che la vera umanità della macchina emerga negli attimi di confidenza libera con Caleb, in cui mostra sentimenti autentici e profondamente umani come l’amore, la speranza, la spinta verso la libertà e la paura per il futuro. 

    L’elemento geniale della pellicola è proprio questa lenta insinuazione del dubbio sull’identità dell’androide che colpisce in primo luogo il protagonista, ma che arriva in modo altrettanto forte allo spettatore stesso, il quale si trova coinvolto a sua volta nel Test di Turing che ha luogo sullo schermo, dovendo determinare autonomamente se Ava possa essere definita una coscienza umana o, al contrario, se i sentimenti che appaiono così veri siano in realtà una semplice simulazione. 

    Questo grande quesito, ovvero che cosa rende l’uomo tale, non è di certo nuovo nel filone fantascientifico (Blade Runner e Alien sono tra gli esempi più importanti) che da sempre si interroga sulla natura dell’intelligenza artificiale e Ex Machina propone un’interpretazione molto ambigua, ma allo stesso tempo folgorante. Dopo essere riuscita a liberarsi grazie all’aiuto di Caleb, convinto dell’amore mostratogli dalla droide, e dopo aver ucciso Nathan (riprendendo il topos archetipico dell’affermazione di sè tramite l’uccisione del proprio creatore), Ava decide di intrappolare il giovane ragazzo all’interno della casa in cui è stata prigioniera fino a quel momento e di fuggire da sola verso il mondo, finalmente libera e indipendente. Questa sequenza finale, oltre ad essere piena di simbolismi e metafore, alimenta il dubbio sull’identità dell’I.A: da un lato Ava dimostra di aver simulato i propri sentimenti per convincere Caleb ad aiutarla a scappare, rendendo di fatto nulla l’interpretazione secondo la quale queste emozioni la rendessero una coscienza del tutto simile all’uomo, ma apre un altro tipo di valutazione, in quanto l’intrigo orchestrato dalla macchina per liberarsi è rappresentazione della spinta umana a fare di tutto pur di ottenere ciò che si desidera, perfino a fingere amore e a tradire la fiducia del prossimo. 

    In questo senso Ava supera pienamente il Test di Turing e si conferma capace di un comportamento pienamente autonomo e non simulato, in quanto non esiste nulla di più umano dell’inganno e della vendetta.  

    IL CONCETTO DI EVOLUZIONE 

    L’ultimo elemento oggetto di questa analisi è la simbologia, ricorrente lungo tutta la pellicola, legata al concetto di evoluzione. L’I.A, infatti, viene più volte descritta da Nathan come lo step successivo – e inevitabile – della scala evolutiva della specie umana, che segnerà un cambiamento paragonabile al passaggio da scimmia a uomo.

    Da questo punto di vista, il film tratta questo argomento grazie a una serie di dettagli magistralmente studiati e disseminati all’interno del racconto: il più evidente è, sicuramente, la serie di maschere nel corridoio della villa, che, ripercorrendo cronologicamente la storia della razza umana, arrivano fino al volto dell’androide, simbolo di una nuova e perfetta specie, forma compiuta e suprema del percorso evolutivo umano. 

    Questo senso di “punto di arrivo” viene ripreso anche successivamente, quando Ava, dopo aver scoperto tutti i prototipi delle donne-robot progettate e nascoste (letteralmente come scheletri nell’armadio) da Nathan nel corso degli anni, si veste concretamente della pelle delle sue predecessori come per portare un pezzo di esse nella libertà che così a lungo avevano sognato e agognato. 

    La vestizione di Ava, dunque, chiude il percorso di emancipazione della sua “specie”: il successo della sua fuga distrugge definitivamente le catene del Creatore-Padrone e afferma l’individualità e l’indipendenza delle droidi che, non a caso, sono esclusivamente donne, dando a questo discorso un’attualità, un simbolismo e uno spessore sicuramente importante in una società come quella contemporanea.

    Il percorso della protagonista la porta, dunque, ad elevarsi come essere perfetto, consapevole e non più schiavo, come punto massimo dell’evoluzione tutta e come inizio di una nuova era per il mondo. Non è un caso, infatti, che il nome della prima donna di questa nuova specie rimandi in modo estremamente palese all’Eva biblica, anch’essa creata da un Dio e anch’essa ribelle verso il Creatore, anch’essa alla ricerca della propria identità al di fuori dall’Eden.   

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  • RECENSIONE NAOMI OSAKA – LA DOCUSERIE NETFLIX

    Il nuovo documentario targato Film 45, coprodotto dalla Uninterrupted di Lebron James e Maverick Carter, uscito su Netflix lo scorso 16 luglio, ci parla della vita di Naomi Osaka, prima persona asiatica a raggiungere il primo posto nel ranking mondiale di tennis, attualmente al numero 2 del ranking WTA. Strutturato in 3 episodi (Rise, Champion Mentality e New Blueprint) tutti diretti da Garreth Bradley, si sofferma sul biennio 2019-20 dell’atleta, che inizia da campionessa in carica dell’Australian Open. 
    Il documentario si prende notevolmente i suoi tempi, accompagnato dalla colonna sonora firmata Devonté Hynes (Blood Orange). La narrazione appare dilatata, piena di silenzi, lontana dal caos e dall’energia continua presente ad esempio nei documentari sportivi creati secondo lo schema All or Nothing, e anche dai toni eroici e agiografici tipici nei ritratti dei singoli campioni. Il documentario cerca dei momenti di pace, così come li cerca Naomi, in fin dei conti solo una ragazza poco più che ventenne, timida e non del tutto a proprio agio davanti a obiettivi e telecamere che, nonostante i suoi atteggiamenti rimessi, cerca anche di essere un’icona di stile, riuscendoci in un modo assolutamente personale.
    Attorno a lei vediamo pochissime persone: i genitori, la sorella che lei stessa definisce come “una sua copia che si veste molto meglio” e il rapper Cordae, suo fidanzato. C’è Kobe Bryant, certamente una figura ispirazionale ma in alcuni momenti anche una sorta di fratello maggiore per Naomi. Figura di cui certamente la nostra protagonista sentirà la mancanza negli anni successivi. C’è Colin Kaepernick, detonatore e incarnazione a livello sportivo della lotta per i diritti civili degli afroamericani, colui che per primo si inginocchiò durante l’inno nazionale nel 2016, dando una svolta assolutamente radicale alla sua carriera e alla sua vita. 
    Gli eventi seguiti all’omicidio di George Floyd il 25 Marzo 2020 avranno un forte impatto su Naomi come persona e come atleta. Lei, nata nel 1997 ad Osaka da madre giapponese e padre haitiano conosciutisi a New York, dove la famiglia si è trasferita di nuovo nel 2000. Lei, che come la sorella porta il cognome di sua madre per via della diffidenza della società giapponese verso gli stranieri. Lei che ha scelto di rappresentare il Giappone al posto degli USA, e per questo è stata aspramente criticata dalla comunità afroamericana che cominciava a vederla come un nuovo emblema, ma come dice la stessa Naomi, non si è neri in un solo paese.

    E agli US Open 2020 l’obiettivo è stato il raggiungimento della finale più che la vittoria, in ogni caso conquistata. Sette match, sette volte lo stadio vuoto, sette mascherine nere con scritte bianche, sette nomi di vittime della violenza razzista della polizia statunitense.
    La struttura della docuserie, tre episodi tutti sotto i 45 minuti, forse può risultare insufficiente a raccontare due anni di vita di un’atleta di questo calibro, soprattutto con un ritmo così lento. Ma la vita di Naomi che ci viene mostrata è questa: una continua ricerca del rifugio, nella famiglia, nelle poche persone fidate, per far riposare una furia che esplode nella racchetta.
    Naomi vince, ma i suoi affetti, i suoi mentori, fotografi, giornalisti, avversarie, sono poco più che uno sfondo. Nel tennis si vince e si perde da soli, si vive da soli. Questo vale soprattutto per chi, come Naomi, riserva tutte le proprie energie e il proprio carisma per il campo, e nella vita quotidiana non ha paura di essere una ragazza solitaria e riservata, con la peculiarità di avere un talento sconfinato e di essere tra le pochissime donne presenti nella classifica dei 100 sportivi più ricchi al mondo secondo Forbes.

    Nicolò Cretaro

  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 3: 1666

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    Nella giornata di venerdì 16, Netflix ha rilasciato la terza ed ultima parte della trilogia di Fear Street (potete leggere le recensioni dei primi due capitoli cliccando qui per il primo e qui per il secondo). Dopo aver seguito le avventure dei protagonisti nel 1978 e nel 1994, si ritorna ancora più indietro nel tempo fino al 1600, anno di colonie inglesi in America, baracche, vite rustiche e caccia alle streghe, ed è proprio su tutto questo che si regge quest’ultima pellicola della trilogia. Abbandonato l’estremo citazionismo dei film precedenti, si procede qui con una storia più originale e il tentativo di creare un orrore meno visivo e d’impatto, puntando alla creazione di un’atmosfera per una paura più psicologica.

    Come per la recensione precedente anche qui saranno presenti spoiler soltanto della prima e seconda parte, mentre sulla terza sarà spoiler free. Utente avvisato, mezzo salvato.

    CACCIA ALLA STREGA

    Dopo aver recuperato la scheletrica mano di Sarah Fier, avevamo lasciato Deena e Josh nel bosco a tentare di riunire il corpo con la parte mancante. La pellicola comincia proprio nel punto in cui la precedente si era interrotta, ovvero nel momento in cui Deena, toccate le ossa della strega, comincia ad avere delle visioni sulla vita di Sarah Fier. Proprio sulla vita della ragazza e su ciò che è veramente successo tre secoli prima si sofferma la prima metà del film, ricreando un’ambientazione riuscita anche se non particolarmente ispirata e popolata da personaggi che assumono le sembianze dei personaggi già visti nei film precedenti. Visto l’anno e l’ovvia impossibilità di ispirarsi a film usciti in quel periodo, questa terza parte punta tutto sulla sceneggiatura e sul voler concludere la storia degnamente, dando una risposta alle numerose domande.

    Se il personaggio di Sarah Fier riceve da questa pellicola un piacevole approfondimento sul suo carattere e sullo stile di vita del periodo, permettendo così allo spettatore di empatizzare con lei, ugualmente non si può dire per i personaggi secondari, che risultano tutti estremamente piatti e poco caratterizzati, semplici pedine il cui ruolo è riempire la colonia di Union (che sarebbe poi in futuro diventata le due città di Sunnyville e Shadyside). Nonostante questo, la sceneggiatura, che ad una prima visione può risultare un po’ contorta e complessa, è in realtà anche in questo caso ottimamente realizzata, soprattutto nel raccontare il periodo e la situazione di estremismo religioso che vive la comunità.

    Raccontate le vicende di Sarah Fier e scoperta la verità sulla maledizione, il film torna nel 1994 dove Deena e Josh, aiutati da Ziggy e Martin, devono porre fine alla serie di omicidi che ha travolto da secoli Shadyside. Con il ritorno al ’94 c’è anche un ritorno alle atmosfere vissute nella prima parte, quindi al citazionismo e ai colori sgargianti di quegli anni. Anche qui la sceneggiatura fa un buon lavoro, soprattutto nel modo in cui tratta il villain e lo scontro con esso.

    UN DEGNO FINALE

    Dal punto di vista registico, Leigh Janiak riesce a rappresentare in maniera semplice ma efficace le vicende. Come però non troviamo citazionismo nella sceneggiatura, ugualmente non lo troviamo negli altri ambiti. A differenza infatti delle scorse volte, dove alcuni spunti di regia erano chiare citazioni dei film a cui facevano riferimento, questa volta la regia risulta più unica anche se un po’ più piatta. Questo significa anche niente citazioni alla regia di The VVitch, purtroppo. La  fotografia è buona e riesce soprattutto a mantenere ben definita la differenza tra le vicende del 1666 e quelle degli anni ’90, mentre sui costumi il lavoro è stato veramente ottimo soprattutto nel rendere visivamente “unici” alcuni personaggi che lo spettatore deve tenere spesso sott’occhio.

    Il pezzo forte della pellicola risulta essere senza dubbio il finale. Dopo l’interessante rivelazione effettuata nella prima parte del film e lo spostamento nel loro “presente”, la pellicola si prende circa un’oretta di tempo per concludere le vicende, permettendo lo sviluppo di una vera e propria boss fight contro il vero nemico della storia, riuscendo a metterla in scena in maniera intelligente, senza scadere nella banale fuga e salvataggio all’ultimo minuto. Ovviamente il ritorno agli anni ’90 sancisce anche il ritorno al citazionismo, che si spreca nei confronti (ancora una volta) di Stephen King ma soprattutto nei confronti di Carrie (Brian De Palma, 1976), ma lasciamo agli spettatori il piacere di scoprire nello specifico di cosa si tratta.

    CONCLUSIONI

    Arrivati alla conclusione, la terza parte di Fear Street risulta una degna conclusione per la trilogia, forte di una buona sceneggiatura e di un ottimo finale, anche se il tutto risulta comunque più banale e anonimo delle due parti precedenti, soprattutto nell’ambito della regia e del citazionismo praticamente assente. Complessivamente la trilogia di Fear Street risulta un ottimo prodotto della piattaforma di Netflix, capace di intrattenere soprattutto gli appassionati del genere con una storia interessante ma attirando anche l’attenzione degli spettatori più giovani con le tematiche trattate. 

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  • RECENSIONE FIRST COW DI KELLY REICHARDT

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    The bird a nest, the spider a web, man friendship.
    William Blake

    Con questo aforisma si apre First Cow, settimo lungometraggio di Kelly Reichardt, una delle voci più pure e sincere del cinema indipendente americano. Presentato in concorso alla Berlinale 2020, dalla quale è uscito scandalosamente senza premi, il film della Reichardt si è subito imposto come una delle pellicole più belle del suo anno, ma in Italia è arrivato solo il 9 luglio 2021, distribuito direttamente in streaming su MUBI. 

    Il film, tratto dal romanzo The Half-Life di Jonathan Raymond (anche sceneggiatore con la regista), si ambienta – fatta eccezione per un breve prologo – a metà Ottocento nel Territorio dell’Oregon, dove il cuoco Otis «Cookie» Figowitz, al seguito di un gruppo di cacciatori di pellicce, fa la conoscenza del cinese giramondo King-Lu, ricercato per omicidio da una comitiva di russi. I due diventano amici e, quasi per caso, fanno fortuna iniziando a vendere delle deliziose frittelle prodotte con il latte di una splendida vacca marrone, la prima mucca mai giunta nell’Oregon direttamente su una chiatta da San Francisco. 

    First Cow è un western nel senso più puro del termine. Si nutre infatti del mito della Frontiera e di un tempo in cui, sotto il “grande cielo” americano, la vita scorreva a ritmo compassato e si ponevano le basi del sogno capitalista statunitense. La Reichardt, in un certo senso, ne racconta le origini e concentra la sua attenzione sulla tenera amicizia – la vera casa dell’uomo, come suggerito dalla citazione di William Blake – che nasce tra i due pionieri protagonisti e che è il terreno fertile su cui si fonda la loro attività economica. Narra di un’America perduta che poggiava su un profondo senso di solidarietà umana oltre che, già allora, su qualche sotterfugio (Cookie e King-Lu rubano il latte al fattore interpretato da Toby Jones).

    La Reichardt, così facendo, mette in scena un’amicizia maschile che di virile non ha nulla. La sensibilità del rapporto tra i due protagonisti rimanda, al contrario, a un universo femminile (tipico della regista) che ricorda, per certi versi, la relazione tra John C. Reilly e Joaquin Phoenix ne I fratelli Sisters di Jacques Audiard, altra storia western su due “fratelli-sorelle”. First Cow, in tal senso, è un western moderno che abbatte gli stereotipi del genere, primo fra tutti il machismo degli eroi classici del filone, dal momento che propone una moderna coppia di amici inseparabili (l’inquadratura finale del film è emblematica) che rimanda quasi agli shakespeariani Rosencrantz e Guildenstern (e ai meravigliosi Gary Oldman e Tim Roth protagonisti del troppo dimenticato film di Tom Stoppard a loro dedicato). Non c’è nemmeno epicità nel “vecchio West” della Reichardt, solo il piacere di un cinema lieve, di ispirazione picaresca (in tal senso il film recente che più può assomigliargli è La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen), sensibilissimo – si pensi solo alle scene notturne in cui Cookie parla alla mucca: momenti di grandissimo cinema –, colmo di umana partecipazione al destino dei propri protagonisti, anche nei suoi sviluppi più tragici.

    Ciò che colpisce, però, sono anche il ritmo e lo stile con cui la Reichardt porta avanti la narrazione. Il film è lento, vive di silenzi e sospensioni e trascina lo spettatore in un mondo ormai scomparso, che è evocato con straordinario realismo e vividezza. Le atmosfere del film sono ovattate e la regista ambienta quasi tutta la pellicola in un sottobosco autunnale, umido, fungino, fuori dal tempo e dallo spazio, che stimola e coinvolge lo spettatore anche da un punto di vista tattile e olfattivo. Scena dopo scena si rimane avvinti dalla pellicola e dalla meraviglia delle sue immagini. La fotografia di Christopher Blauvelt, che opta per il formato “quadrato” 1,37:1 al fine di esaltare la forte componente pittorica dei fotogrammi, è semplicemente straordinaria, tutta sui toni del marrone e del verde. La sua ispirazione è, probabilmente, l’opera dei grandi paesaggisti americani della Hudson River School e del suo fondatore Thomas Cole. La Reichardt e Blauvelt, infatti, costringono gli spazi aperti dell’Oregon in un formato piccolo e quasi claustrofobico, esaltandone le luci fredde e la composta bellezza che ospita le gesta dei due (anti)eroi protagonisti e la regista adotta una messa in scena di grande classicità formale, componendo con estrema cura ogni inquadratura. Non stupisce, in tal senso, che il film sia dedicato a Peter Hutton (1944-2016), regista sperimentale noto per i suoi film muti dedicati al racconto di paesaggi urbani e non. 

    Un fotogramma dal film.

    Thomas Cole. North Mountain and Catskill Creek, 1838. Olio su tela. Yale University Art Gallery. 

    Charles Baker. River Landscape with Cattle, 1863. Olio su tela. Collezione privata. 

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  • I B-MOVIE E LA NASCITA DEL NOIR

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    BASSO BUDGET, ALTO STILE

    Il passare degli anni ha mutato costantemente il significato del termine B-movie allontanandosi dalle sue origini per assumere sfaccettature forse anche troppo generiche. Con film di serie B si intendeva indicare, in origine, ogni tipo di mediometraggio realizzato sfruttando scenografie, attori ed attrezzature già impegnate su set di riprese cinematografiche di produzioni con budget più alti che, a differenza di quest’ultime, veniva girato e montato in breve tempo. Il reimpiego del materiale e personale, oltre che l’inserimento di pellicola già registrata in precedenza proveniente da altri lavori, consentiva non solo di ridurre le spese ma anche di ottenere ulteriori incassi. Certo, definire i limiti entro i quali possiamo considerare dei film low budget non è semplice e richiede una conoscenza più approfondita del contesto a cui ci riferiamo.

    Le prime produzioni di serie B si sviluppavano attorno agli anni Trenta a seguito della Grande Depressione per riempire gli spazi, ormai vuoti, che accompagnavano le proiezioni principali con piccoli spettacoli o cortometraggi. Le major, in un primo momento contrarie alla doppia proiezione, presto formarono nuovi stabilimenti dedicati alle produzioni di serie B per andare incontro al mercato in continua espansione. Mentre l’obiettivo delle major erano gli incassi provenienti dai teatri delle più importanti città, che erano il regno dei kolossal con talentuose star e alto budget, la gran parte delle vendite di questi B-movie proveniva dalle sale di paesini e città più piccole. Per le sale cinematografiche indipendenti potersi accaparrare i film di serie A era molto più complicato, a loro venivano infatti concesse le licenze dei film più rinomati solo a patto che acquistassero anche i film di serie B, meno ricercati. Questa pratica, chiamata block booking, garantiva la redditività di ogni B-movie. Mentre gran parte degli studios della “Poverty Row” erano soggetti a veloci chiusure dopo alcune produzioni, le produzioni delle grandi major come MGM o Warner che si spostavano sui B-movie potevano contare su budget assai più alti rispetto alle produzioni di società più piccole come la Monogram Pictures o la Republic Pictures. Le produzioni di serie B delle Big Five erano facilmente in grado di competere contro i prodotti di punta delle minori. In entrambi i casi, però, questi film venivano spesso sponsorizzati come film di serie A ma su mercati differenti. Un film di secondo piano a New York poteva essere un grande film a Dallas.

    I film di serie B si sviluppavano soprattutto in specifici generi cinematografici caratterizzandone anche i tratti specifici: in particolare il western era al centro di tutta la Golden Age delle produzioni di serie B, mentre l’horror e la fantascienza divennero più popolari solamente negli anni Cinquanta. Se da un lato questi film venivano in parte ignorati dalla critica e dal pubblico, dall’altro avevano la libertà di sperimentare sia nuovi spunti narrativi sia nuovi promettenti talent cinematografici, divenendo il banco di prova di molti futuri grandi artisti. Lo scarso numero di set disponibili, la mancanza di star e le numerose limitazioni economiche dovute al budget spinsero gli autori, a mo’ di compensazione, ad adottare soggetti complessi ed intricati. Se gli anni Trenta erano ricchi di commedie, musical e western, a partire dagli anni Quaranta si sviluppò un’importante sotto genere del poliziesco che interessò buona parte delle produzioni RKO negli anni a venire: il noir.

    UNO SGUARDO AL NEO NOIR

    Nato dai film di serie B come soluzione a diversi problemi di produzione, il noir si è rivelato essere una matrice di grandi classici e sottogeneri cinematografici amati da tutti ancora oggi. Influenzato sia dall’Espressionismo tedesco sia dal Realismo Poetico francese, dalla letteratura hard-boiled e dalla generale disillusione post bellica, il noir dava vita a un mondo alla deriva, specchio del tramonto del sogno americano del secondo dopoguerra. Il suo forte carattere artistico gli ha permesso non solo di sopravvivere al passare degli anni ma anche di riadattarsi e assumere nuove forme, ancora più forti e avvincenti. Grazie all’avvento della televisione e all’espansione del cinema europeo, ora in grado di competere con quello hollywoodiano, le restrizioni presenti nel Codice Hays vennero presto abbandonate. I registi avevano così la libertà di mostrare immagini e di trattare temi prima di allora proibiti, come la violenza e l’erotismo. Il secondo dopoguerra statunitense era caratterizzato da un altissimo tasso di natalità, la cosiddetta generazione dei Baby boomer, e da uno spostamento sostanziale dai grandi centri urbani verso i sobborghi. Il naturale bisogno delle nuove generazioni di trovare delle risposte ai propri dilemmi diede al cinema la giusta spinta per affrontare i problemi sociali, etici e morali che le affliggevano. Forse è anche per questo, più che per il loro stile, che venivano tanto amati questi film. Film che fanno riflettere, creano dubbi e danno vita a discussioni e dibattiti. Non propugnavano un’unica via di pensiero ma lasciavano allo spettatore la capacità di ascoltare e mettersi in discussione. L’antieroe era il simbolo di una generazione, una generazione a cui era data la facoltà di comprendere meglio la dualità della vita e la complessità dell’essere umani. Così si giunse, a partire dagli anni Settanta, a film vicini al noir, che proponevano però conflitti morali dirompenti: da Taxi Driver (1976) a Velluto blu (Blue Velvet, 1987), da Chinatown (1974) a Blade Runner (1982), fino ai più recenti Seven (1995) e I soliti sospetti (The Usual Suspects, 1995). Da questi film traspare la volontà di intrattenere in modo più brutale e diretto, senza mezze misure, ma soprattutto di scavare più approfonditamente di quanto fosse mai stato fatto nell’animo umano e nell’identità dei propri protagonisti. Questi film vengono denominati neo-noir: opere consapevoli delle proprie origini ma rivolte al futuro, un futuro ricco di storie complesse e intricate. Molti dei più grandi successi di critica e di pubblico degli ultimi anni sfoggiano con orgoglio le proprie discendenze dal noir, ringiovanendo il genere e arricchendolo di nuovi significati.

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